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“Patentino antifascista”, un’aberrazione illusoria della cancel culture
Questa riflessione è frutto di giorni desolanti sul livello culturale che il nostro Paese sta attraversando. Mai, e dico mai, avrei pensato di dover scrivere su una banalità del genere, anche se credo che oggi più che mai è necessario esprimersi chiaramente su queste vicende per evitare di cadere in un baratro più profondo. Tutto nasce in seno alla Fiera della piccola e media editoria Più libri Più Liberi, kermesse organizzata dall’associazione italiana editori (Aie) in programma alla Nuvola dell’Eur, dal 4 all’8 dicembre 2026. Fino all’anno scorso il regolamento generale della manifestazione faceva riferimento, più genericamente, a tutti i “valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. La polemica è scoppiato dopo che è stato reso pubblico che, quest’anno, gli editori dovranno sottoscrivere un allegato  – in più dichiarando tra l’altro, sotto la propria responsabilità – in cui vengono riconosciuti e condivisi “i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana”. Fin qui nulla di male, apparentemente: qualunque antifascista non avrebbe problemi a sottoscriverlo. Questa situazione si è subito tramutata nell’ennesima occasione per Giorgia Meloni di innescare la polemica sui social: “La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra. Si chiama, banalmente, censura”. Un’accusa rispedita al mittente dalla Fiera che motiva la scelta con “l’esigenza di chiarezza e unità”. Detto ciò, “per rispetto istituzionale”, ci sarà “un ulteriore attento approfondimento”. L’annuncio di Più libri Più Liberi è stato accolto con favore dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che confida che “le ragionevoli parole dell’Aie rappresentino l’inizio della fine d’un clamoroso equivoco suscettibile di brutali strumentalizzazioni”. Anche se la presidente Annamaria Malato si dice convinta della bontà della scelta compiuta e coglie l’occasione per invitare la premier a far visita alla manifestazione. Ad aver innescato il corto circuito surreale è stato il comitato d’indirizzo della fiera, ovvero Paolo Di Paolo: una iniziativa di un uomo in carriera, vincitore del Premio Viareggio, che ha pensato di passare alla storia con questa alzata d’ingegno. Questa idea della dichiarazione per le case editrici, aiutata dai media nel renderlo un caso virale, è a tutti gli effetti un regalo alla destra postfascista. La premier ha postato sui social il suo disappunto nelle stesse ore in cui Roberto Vannacci chiude la sua assemblea costituente all’auditorium della Conciliazione di Roma. E il generale, che pungola la maggioranza sostenendo di essere lui la “vera destra”, plaude: “Meloni ha perfettamente ragione. A me non piace vivere in un Paese dove per parlare ti devi dichiarare che sei di una parte piuttosto che dell’altra”. La comunanza di vedute tra i leader di FdI e Futuro Nazionale non sfugge alle opposizioni, che sono partite all’attacco, dando – come sempre in questi casi – eccessiva visibilità e sovraesposizione mediatica alla querelle e facendo uscire “vincitrice” Giorgia Meloni, ancora una volta, nella figura della “vittima immolata”. Ma questo è solo un appendice alla gravità del fatto in sè. Il filosofo Massimo Cacciari, dopo aver appreso la notizia ha definito la scelta degli organizzatori dell’evento come «un delirio e una follia». Poi ha aggiunto: «Penso si siano bevuti il cervello, chiedono di firmare una dichiarazione come quella in cui dichiari di non essere mafioso». Insomma, «una dichiarazione di questo genere supera ogni limite, tra poco dovremo firmare le dichiarazioni per dire che si è contro Putin o contro Trump». Il 16 giugno 2026, a Otto e mezzo, il filosofo Massimo Cacciari ha commentato con parole durissime la polemica sul “patentino antifascista” legata alla fiera Più Libri Più Liberi: “La mia posizione è che è ridicola la posizione della Meloni, esattamente come è ridicola la richiesta del patentino antifascista. Non è antifascista chi firma patentini: lo è per quello che fa e per quello che ha fatto. Pochi sono antifascisti in questo senso in questo Paese e in questa Europa. Essere antifascisti vuol dire condannare esplicitamente le politiche di Israele (…); essere antifascisti vuol dire esprimere posizioni nette nei confronti di posizioni razzistiche, se non peggio, come quelle che emergono direttamente all’interno dei vertici del governo americano. Quello è essere antifascisti, non firmare patentini. Croce si rifiutava di firmare patentini. Se mi chiedono di firmare un patentino per andare al festival di Roma, non ci vado. (…) Se Adelphi firma il patentino, io non solo non vado a Roma, ma cesso di pubblicare con Adelphi. Ma scherziamo? Ma che scandalosa idiozia è? Il patentino? Mamma mia, fa senso soltanto parlarne.” Sul “patentino antifascista” richiesto dagli organizzatori della fiera, si sono scatenati anche gli intellettuali di sinistra. Su Radio24, Paolo Mieli ha commentato la scelta degli organizzatori della fiera, sottolineando che si tratta di una una «decisione assurda e stravagante». Il filosofo Simone Regazzoni ha criticato: «La cultura è lo spazio libero, aperto, dinamico del confronto e del conflitto delle idee, tutte le idee. Solo in uno Stato etico o totalitario si possono chiedere agli operatori culturali dichiarazioni di fede politica o di altro tipo». E ancora: «Sono piccoli ricatti morali che avviliscono la cultura e creano pericolosi precedenti. Se in Italia esistono ancora intellettuali liberi, bene questo è il momento di farsi sentire». Vale lo stesso per il sociologo Luca Ricolfi, che in un’intervista a Il Giornale ha citato l’Articolo 21 della Costituzione, per la tutela della libertà di manifestazione del pensiero in tutte le sue forme. «È il principio di dover firmare una dichiarazione sui propri convincimenti che è sbagliato, perché profondamente illiberale– ha sottolineato –. In una società libera puoi chiedere al cittadino di certificare dei fatti, ma è folle chiedergli di certificare il possesso di determinati convincimenti, quali che essi siano. I convincimenti di una persona sono insindacabili, esigere che siano di un tipo piuttosto che di un altro è una inammissibile intrusione nel suo mondo interiore». Sicuramente il più lapidario è stato il grande storico Luciano Canfora. Icona del pensiero critico contemporaneo e come sempre illuminante e controcorrente, il Professore di Lettere Antiche a La Sapienza di Roma e professore emerito dell’Università di Bari ha schernito la scelta da probiviri: «È una cosa che fa ridere, gli editori non sono partiti politici. Il problema è molto semplice. Io ritengo l’antifascismo un valore positivo, ma c’è anche un grande storico come il mio amico Franco Cardini che quando gli chiesero in una trasmissione televisiva se fosse antifascista rispose: lo diventerò». Poi ha ribadito che «la dichiarazione di antifascismo è una decisione dissennata che si espone a critiche di ogni tipo. L’editore non è un funzionario pubblico che deve giurare sulla Costituzione, ma una figura che fa impresa e può fare quello che gli pare». Canfora, come ha dichiarato in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno: «Il giuramento si faceva al re d’Italia, o alla Repubblica quando si assume un pubblico impiego, ma un editore non deve giurare su nulla». Il “patentino antifascista” non è e non può essere una decisione di sinistra. Il “patentino antifascista” è un’aberrazione immonda se si guardano alle regole-base di qualunque democrazia. Il “patentino antifascista” è un aborto del pensiero delle menti abiette: una trovata di bassissimo livello culturale e politico, come lo fu anche il Green Pass durante la crisi sindemica da Covid-19. Il “patentino antifascista” ha nella sua nomenclatura una contraddizione di senso frutto dell’irrazionalità che governa la ragione moderna, scalfita nell’intimo da un nichilismo avanzante. E’ vergognoso di per sè che sia stato usato l’aggettivo “antifascista” per accompagnare la parola “patentino”, dal momento che l’antifascismo nasce dall’abominio profondo per qualunque pass che pretenda di abilitare qualcuno alla vita socio-culturale del nostro Paese. La tessera del Partito Nazionale Fascista (PNF) non era solo un documento di appartenenza politica, ma un requisito fondamentale per partecipare alla vita pubblica e lavorativa. Dal 1932, l’iscrizione divenne una condizione obbligatoria per lavorare, e dal 1940 divenne addirittura necessaria per i dipendenti pubblici ai fini dell’avanzamento di carriera. Possederla permetteva l’assunzione e la progressione professionale, specialmente nella Pubblica Amministrazione; offriva corsie preferenziali o l’accesso a determinati benefici assistenziali e ricreativi gestiti dal regime; ed era vista come prova di fedeltà e sottomissione al sistema, senza la quale si veniva esclusi dalla società civile o perseguitati. Oggi, che viviamo in una società dove tirano venti di estrema destra e dove il postfascismo è ormai al governo in Italia con i personaggi più squallidi, richiedere la “dichiarazione di antifascismo” per partecipare alla presentazione di libri – oltre ad essere assurdo – significa vivere un anatema senza contesto storico e senza la minima consapevolezza di cosa stiamo vivendo. Ricordiamoci che l’antifascismo in Italia si oppose alla tessera del Partito Nazionale Fascista come prerogativa per poter vivere la vita pubblica, sociale, culturale, politica e lavorativa; ricordiamo che il movimento “antifascista” di liberazione nazionale del Sudafrica dall’apartheid, guidato dal grande Nelson Mandela, si oppose alle pass law (leggi sui passaporti interni) che normavano il sistema dell’apartheid progettato per segregare la popolazione nera, limitare la libertà di movimento dei cittadini neri e controllare la manodopera. Queste leggi imponevano a chi non era bianco di portare sempre con sé un documento speciale (il passbook o dompas) per poter circolare, lavorare o risiedere in aree designate. Ecco dunque che anche solo pensare concettualmente ad un “patentino antifascista” oggi fa venire i brividi, portando a pensare: “come può essere possibile che una cosa così stupida, morbidamente violenta ed assurda può essere pensata oggi nello stesso tempo?” Approvare, anche in buona fede, una “dichiarazione di antifascismo” non significherebbe lasciar fuori i fascisti, ma significherebbe aprire a tutte le sue strumentalizzazioni possibili, e forse inaugurare – in questa Italietta di “galli nel pollaio” – una corsa ad ostacoli “a chi è più antifascista di qualcun altro”. Ed ecco qui che si inserisce la logica, prettamente neoliberale della cancel culture. Secondo questa logica perversa dovremmo eliminare una quantità enorme di personaggi che sono stati simbolo della letteratura e della cultura italiana. Non dovremmo più leggere autori che il fascismo storico e reale l’hanno vissuto e appoggiato: Ungaretti, Luigi Pirandello, Alberto Moravia, Eugenio Scalfari, Norberto Bobbio, Ettore Sottsass e Indro Montanelli. Non dovremmo leggere Mircea Eliade, il più grande storico e sociologo delle religioni; non potremmo più consultare i libri di grandi filosofi come Heidegger; non potremmo più citare Nietzsche solo perchè sua sorella lo fece passare alla storia come “filosofo nazista”; non si potrebbe leggere Céline, il più antisemita del mondo, ma grande pezzo da novanta della Adelphi; e, secondo questa logica, non si potrebbero leggere le poesie di Ezra Pound o i libri di Giovanni Gentile, filosofo del fascismo, pubblicati da Laterza. Se l’obiettivo è fare il gioco delle destre significa ancora una volta non aver capito nulla in questi 81 anni di “Italia democratica”; significa non aver capito che gli unici strumenti dell’antifascismo stanno nella cultura, nel fare cultura nell’alzare il livello culturale e, come direbbe Gramsci, abbattere il senso comune reazionario. Tutto questo non può minimamente avvenire facendo il gioco del fascismo stesso od inseguendo le vergognose logiche infantilizzanti di chi “la spara più grossa”. Il nostro obiettivi, da antifascisti, è anche decostruire, smontare e riconoscere il microfascismo (1), ovvero l’insieme delle manifestazioni quotidiane, capillari e frammentate dell’autoritarismo che a differenza dei regimi storici – non si impone dall’alto, ma penetra nelle relazioni interpersonali, nei comportamenti e nelle micro-gerarchie di tutti i giorni, radicandosi spesso nella paura e nell’insicurezza. In “Introduzione alla vita non-fascista” in prefazione a L’Anti-Edipo di Gilles Deleuze, Michel Foucault specifica che non vuole opporsi solo al fascismo storico e ai suoi richiami nostalgici, ma anche al “fascismo che è in noi, che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane, il fascismo che ci fa amare il potere, desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta”. L’anti-fascismo di oggi si deve riorganizzare a partire dalla sua identità politica e deve diventare “anti-edipico”, decostruendo il fascista che è in noi e pensare un modo di agire che sia antifascista e che rifiuti ogni tipo di fascismo che sia neofascismo nostalgico, fascismo istituzionale o microfascismo. La “dichiarazione di antifascismo” è la vanificazione totale dei valori dell’antifascismo ad opera della cosiddetta “sinistra neoliberale” (che non c’entra nulla con la storia politica della sinistra) e delle due distorsioni false, falsate, illusorie ed antidemocratiche. Il “patentino antifascista” è semplicemente un’espressione della cancel culture di stampo neoliberale che nulla a che fare con l’antifascismo e con la cultura della sinistra. Oggi più che mai la missione degli intellettuali di sinistra – oltre che “armare” il pensiero critico contro l’avanzata delle destre plurali sostenute da ricchi miliardari e portatrici di ideologie disumanizzanti – hanno la missione di difendere il pensiero di sinistra dalle incursioni devianti, assurde e perverse del neoliberalismo e di difendere l’antifascismo da ogni sua banalizzazione nichilistica.   (1) Microfascismo è un concetto filosofico e sociologico introdotto originariamente dai filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari (in particolare nell’opera L’Anti-Edipo) ed è tornato al centro del dibattito contemporaneo grazie ad autori come Jack Z. Bratich.   Fonti: https://www.anpicremona.it/wp-content/uploads/2015/05/Azzoni-La-tessera-del-fascio-Gussola.pdf Clara Silvia Roero, Regime e Dissenso 1931. I professori che rifiutarono il giuramento fascista, Rivista di Storia dell’Università di Torino Michel Foucault, Introduzione alla vita non-fascista, Prefazione a L’Antiedipo di Deleuze e Guattari Lorenzo Poli
June 22, 2026
Pressenza
Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato
“L’unico vero maestro non è in nessuna foresta, in nessuna capanna, in nessuna caverna di ghiaccio dell’Himalaya… È dentro di noi!” -Tiziano Terzani- Il 23 marzo 2026 è andato in onda su Rai 3 il programma Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli, dal titolo Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto in presenza del grande storico fiorentino Franco Cardini. Premettendo il profondo rispetto e la profonda stima per Franco Cardini, di cui condivido spesso analisi, idee, opinioni, oltre ad essere uno dei più importanti lucidi e critici intellettuali contemporanei in Italia; e la stima per il giornalista Paolo Mieli, come uomo di cultura nonchè tra i più importanti divulgatori storici, non posso non criticare il servizio che è stato prodotto su Tiziano Terzani. Per quanto il format di Passato e Presente consista in una mezz’oretta e che quindi sia sempre ben poco il tempo per approfondire in modo dettagliato la vita dei personaggi che si trattano, le mancanze profonde del servizio televisivo ci dicono ben altro: ovvero che si è capito ben poco della storia, del pensiero, dell’esperienza e del messaggio del grande Tiziano Terzani e del suo “giornalismo anomalo” fuori dagli schemi assetato di scoperta del mondo. Il servizio, dal punto di vista cronostorico non pecca di nulla, ma cade in basso nei contenuti storiografici e tenta di banalizzare, di ridurre e decomplessificare la figura di Tiziano Terzani. Già il fatto che venga definito, per tutto l’arco del servizio, come un reporter indica che i relatori non avevano piena coscienza delle molteplici dimensioni di Tiziano Terzani: una figura difficilmente classificabile secondo categorie precise e difficilmente etichettabile proprio perchè fuori dagli schemi del giornalismo di allora. Il Nostro inizia la sua ascesa da giornalista qualificato come reporter ma, al momento della propria morte avvenuta nel 2004, era diventato ben altro: un giornalista, un inviato di guerra, un attivista, un filosofo, un maestro spirituale, un saggio dei nostri tempi e soprattutto un precursore di un nuovo pensiero politico per salvare l’umanità. Il tentativo del servizio Rai di assimilare Terzani ad una figura ben vista dal sistema mainstream è a dir poco imbarazzante. Sebbene abbia collaborato con il mainstream, dal 1996 Terzani si espresse in modo fortemente critico sulla comunicazione mainstream e sul giornalismo nostrano,  (o “di massa”), accusandoli di essere diventati strumenti di disinformazione, di paura, di spettacolarizzazione del dolore e di conformismo culturale: uno strumento più propenso a fornire “notizie in tempo reale” che fornire analisi approfondite; uno strumento mancante di contesto volto a dare narrazioni preconfezionate che non aiutano a comprendere le reali dinamiche storiche, culturali e umane dei luoghi. Terzani aveva un approccio diverso al giornalismo che potremmo chiamare, citando Raimon Panikkar, pluriversale. Quando Paolo Mieli afferma a Passato e Presente che Tiziano Terzani aveva uno “spirito americano-tedesco del giornalismo”, ovvero “quel giornalismo sul campo che stava tra la gente”, dice un’assurdità. Nè l’America nè la Germania dovevano insegnare nulla a Terzani, il quale già nel suo inconscio aveva presente quale sarebbe stato il suo destino. Ho la fortuna di avere parenti che sono stati amici intimi di Tiziano Terzani ai tempi del suo ruolo di manager all’Olivetti e che possono testimoniare che Terzani più volte confidava loro che il suo ruolo di manager non fosse il lavoro della sua vita. Lui era consapevole che la sua vita sarebbe stata quella di viaggiare, per scoprire mondi e per raccontarli. Tiziano Terzani è tra i padri ante-litteram del giornalismo non-embedded, una pratica in cui l’inviato di guerra sta tra le bombe, tra la gente, tra i fatti vissuti e racconta la propria esperienza sul campo descrivendo ciò che vede. Si tratta di un approccio molto diverso da quello che invece, nel 2003 con la guerra in Iraq, verrà chiamato giornalismo “embedded”, ovvero la pratica secondo cui il giornalista – l’inviato di guerra – si limita a fare informazione dagli uffici-stampa adibiti diventando megafono di veline scritte da altri. Il giornalismo embedded è la pratica in cui i reporter seguono i conflitti bellici aggregati alle unità militari, vivendo e spostandosi con le truppe: la presstitute. Non è un caso che nel 1992 Terzani si sente stanco, dubbioso sul senso del suo lavoro e gli torna in mente proprio quella famosa profezia che un indovino gli disse nel 1976: “Attento. Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare mai”. Così coglie l’occasione per guardare il mondo con occhi nuovi: non con i propri occhi, ma con gli occhi degli altri. Decide di non prendere aerei per un anno, senza rinunciare al suo mestiere e il risultato di quell’esperienza è un libro che è insieme romanzo d’avventura, autobiografia, racconto di viaggio e reportage: Un indovino mi disse. E’ proprio in questo capolavoro che racconta come quell’ “anno senza aerei” – senza quel mezzo che “scorcia tutto, anche la comprensione delle cose” (come scrive) – lo mette in contatto con una diversa maniera di concepire la realtà. Come ha dichiarato l’ecofilosofa Gloria Germani, la più grande esperta del pensiero di Tiziano Terzani che vergognosamente non è stata citata nemmeno una volta nel servizio di Passato e Presente: “Terzani fa spesso un parallelo interessante: quello tra gli scienziati moderni che studiano in laboratorio la materia attraverso la sperimentazione e la razionalità basata sui sensi, e invece i sapienti orientali che se ne stanno nella natura e indagano la propria mente. Attraverso la meditazione, arrivano a scoprire la non–materialità, e quindi che gli opposti (giorno e notte, luce e tenebra, vita e morte) sono tutt’uno e non si possono separare. È il senso del simbolo dello Ying e dello Yang, a cui Terzani teneva moltissimo, perché gli opposti coesistono, e la vita è la meravigliosa unione degli opposti. Tutto è Uno significa dunque uscire dall’apparato logico-linguistico (tipico del tradizione occidentale a partire da Aristotele) e accedere a un altro piano.” Gloria Germani Nel servizio si afferma che Terzani ad un certo punto si improvvisa “asceta” e abbandona il suo nome preferendo il nome Anam (il senza nome, in sanscrito), per poi concludere con le parole di Cardini: “Terzani cercava sè stesso, ma non si sa se sia riuscito a trovarlo, perchè nessuno di noi ci riesce”. Questa è una personale opinione di Cardini, ma non la pensa così chi invece Terzani lo ha conosciuto profondamente e con lui ha avuto modo di cogliere qualcosa in più. La scelta di prendere il nome Anam va ben oltre le banalità retoriche sul fiorentinismo e sul suo – pur vero – “amore/odio/disprezzo per Firenze” di cui parla Cardini. Tiziano Terzani per molti è stato un grande maestro spirituale, un bodhisattva della Terra che, negli ultimi anni della sua vita, ha raggiunto la bodhicitta, ovvero l’intenzione sincera e la motivazione altruistica, tipica del Buddhismo Mahāyāna, di raggiungere l’illuminazione (Buddhità) per liberare tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza attraverso la compassione attiva, la saggezza e trasformando la vita quotidiana in un percorso di risveglio. La dimensione spirituale e interiore di Tiziano Terzani; la sua esperienza con la meditazione; l’incontro con Swami Dayananda Saraswati, un noto maestro indiano della tradizione del Vedanta (non-dualismo) di cui racconta nel libro Un altro giro di giostra; il suo approccio spirituale, umano e filosofico nell’affrontare la malattia; l’uso consapevole dell’ayurveda e delle medicine alternative non vengono mai nemmeno accennati nel servizio di Passato e Presente, come non viene accennata l’importanza che per lui rivestono le culture dell’India. Quando nel servizio si continua a mettere enfasi sulle “delusioni” che Terzani, da uomo di sinistra, avrebbe avuto della Rivoluzione culturale di Mao Zedong in Cina, della rivoluzione socialista di Ho Chi Min in Vietnam e della repressione di Pol Pot in Cambogia, si vuole raccontare una verità a metà. La sua “delusione” non era legata a quello che visse e che vide in quelle parti del mondo, non era legata alle culture che toccò con mano, ma al fatto che queste rivoluzioni socialiste tradirono i loro ideali di rinnovamento sociale e culturale e di rottura radicale con il colonialismo e l’imperialismo. La delusione di Terzani consistette nel fatto che, sebbene tutte queste rivoluzioni avevano scacciato l’Occidente fuori dalla porta di casa loro, l’Occidente era rientrato dalla finestra sotto abiti diversi. L’Occidente era stato in grado di colonizzare le menti con l’importazione del modello capitalistico globale, del modello estrattivo e della società industriale di massa, con la concezione economicista-sviluppista. Le rivoluzioni socialiste in Asia, al posto di mettere in discussione tutto questo, copiarono l’esempio per riprodurlo sotto altre vesti. A tal proposito, in realtà, Tiziano Terzani non ebbe mai una vera e propria delusione perchè mai si fece illusioni a riguardo. Tiziano Terzani ha raccontato seriamente e fattualmente quella parte di mondo che l’Occidente vedeva con presunzione, arroganza, sentimento di superiorità e in modo stereotipato. Era questo approccio del giornalismo occidentale e della visione colonialista occidentale che deludeva fortemente Terzani: lui criticò fortemente la colonizzazione dell’immaginario che l’occidente aveva agito sul mondo intero, con la pretesa di creare – in 400 anni di storia – un “mondo di occidentali”. Di questo si accorge perfettamente quando tocca con mano la realtà del Giappone e i suoi mutamenti tecno-antropologici: una popolazione che ha dimenticato se stessa per aderire ciecamente alla modernizzazione capitalista e industriale occidentale. Nel servizio non si parla minimamente del fatto che proprio dalla sua esperienza vissuta sul campo, Tiziano Terzani divenne un grande critico del paradigma riduzionista, materialista, meccanicista e dualista su cui si fonda epistemologicamente la visione dell’Occidente, opposta invece al grande bagaglio culturale e spirituale dell’Asia (come ha giustamente qui fatto notare Franco Cardini). L’Asia non è spinta dal mito dello sviluppo, ma dal mito dell’eterno. E’ in questo contesto che si colloca anche la critica epistemologica e culturale di Terzani allo scientismo e alla scienza occidentale di stampo cartesiano-newtoniano che definirà “nuovo oppio dei popoli” in Un altro giro di giostra: “Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così lei stessa è diventata l’ “oppio dei popoli”, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos’è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare? Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che presto si saprà.” Anche di questo non parla minimamente il servizio della Rai. Non si fa nemmeno un parola sul fatto che Tiziano Terzani è considerato – oltre che uno dei più importanti esponenti della visione no-global, della nonviolenza e del pacifismo contemporaneo – come uno dei precursori di una visione ecosocialista, della decrescita e dell’ecologia profonda: ovvero un modo completamente diverso di concepire il mondo che si vuole costruire rifacendo pace con la Terra, con gli ecosistemi e con i popoli che la vivono. Per non parlare inoltre degli strafalcioni sui fatti dell’11 settembre 2001, momento in cui Tiziano Terzani fa sentire la sua voce contro la logica del terrore dell’Occidente contro il “nuovo nemico necessario”: l’Islam. Non è vero che Tiziano Terzani inizia ad occuparsi l’8 ottobre 2001 dei fatti dell’11 settembre 2001. Nel suo articolo pubblicato il 16 settembre 2001, – dopo i fatti dell’11 settembre, dal titolo “Quel giorno tra i seguaci di Bin Laden” sul Corriere della Sera – Terzani affermava la necessità di “capire le ragioni degli Altri”, ed ora lo ribadiva con grande chiarezza: “Se vogliamo capire il mondo  in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista” (1). E più oltre: “Il  problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del “Bene”, fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. Al contrario, “solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove siamo” (2). Questo è solo l’anteprima di quelle che furono le sue risposte dall’8 ottobre 2001 alle posizioni neo-con della giornalista fiorentina Oriana Fallacci che espresse in La rabbia e l’orgoglio, articolo apparso sul quotidiano Corriere della Sera il 29 settembre 2001 in seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Terzani definì – in una risposta – quell’articolo una “brillante lezione di intolleranza”, sottolineando come la rabbia – che la Fallaci esprimeva in quell’articolo – mostrasse come non conoscesse il mondo che aveva girato in lungo e in largo. Dopo l’11 settembre, Terzani ha criticato duramente il modo in cui i media hanno amplificato la paura, allineandosi alle logiche della guerra al terrore invece di cercare una comprensione più profonda delle cause. Nascerà così Lettere contro la guerra, una raccolta di una grande presa di consapevolezza scaturita proprio da un confronto acceso con Oriana Fallaci e sul crollo della Torri Gemelle a New York, esprimendo un’opposizione sistematica e non-negoziabile della guerra e del paradigma di mondo che porta con sè: erosione delle libertà costituzionali e dei diritti umani, crescita del mito della sicurezza e la paura come mezzo per raccontare il mondo. Con Lettere contro la guerra, Terzani ha risposto alle tesi della collega, proponendo invece una visione pacifista alternativa attraverso temi che oggi sono più attuali che mai. Per concludere, io credo che i libri che sono stati consigliati alla fine del servizio Rai non siano assolutamente significativi della vita, della storia e della filosofia perenne di Tiziano Terzani, ma piuttosto dei tentativi di lettura che non colgono la complessità del personaggio. Spiace veramente che non siano stati invece consigliati i bellissimi libri biografici scritti dalla ecofilosofa Gloria Germani che invece – come ha scritto anche Angela Staude, moglie di Terzani – forse più di tutti ha colto il pensiero di Tiziano. A maggio 2024 è uscita infatti la sua ultima fatica: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”, una nuova riflessione che scava nella vita e nel pensiero di Tiziano Terzani, offrendo una visione complessiva del meraviglioso insegnamento e percorso intellettuale ed esperienziale di Terzani, a vent’anni dalla morte: il pensiero del non-dualismo, del Tutto è Uno, che rompe la tradizione scientista e materialista della modernità e ci suggerisce un nuovo modello di vita lontano dalle logiche del consumismo, della guerra, dell’avidità e del successo a ogni costo, in una nuova visione che riconcilia il pensiero orientale con quello occidentale. Terzani aveva capito che è più importante essere che avere. Questo dimostra che Tiziano Terzani ha cercato l’Assoluto e l’ha trovato eccome, cogliendo appieno il senso della vita oltre le superficialità e oltre il superfluo della vita moderna contemporanea.   (1) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 29. (2) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 31 e p.33..   Fonti: Gloria Germani, Tiziano Terzani e “il trucco della candela” la meditazione come via di conoscenza e di vera libertà https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/tiziano-terzani-10-lezioni-di-vita/ https://www.pressenza.com/it/2015/05/la-rivoluzione-interiore-di-tiziano-terzani/       Lorenzo Poli
March 31, 2026
Pressenza