Oltre il “No”, un progetto per la giustizia sociale e ambientale: «il futuro della Terra nelle nostre mani»
Invece di incalzare il governo e aprire un cantiere riformatore serio,
raccogliendo la spinta del No allo stravolgimento della Costituzione, le figure
centrali del campo progressista hanno scelto di ripiegare sulle dinamiche
interne: primarie annunciate, sintesi al ribasso, agende ridotte al minimo
comune denominatore. Il problema non è personale, né riguarda singole scelte
tattiche. È un problema di impostazione. Una politica che risponde a una domanda
di trasformazione con un esercizio di equilibrio interno non è in grado di
intercettare quella domanda: la delude. La crisi è sistemica e il cambiamento
climatico è il moltiplicatore delle disuguaglianze. Le ondate di calore
colpiscono prima i quartieri periferici e le abitazioni degradate. La siccità
aggrava la povertà agricola. La speculazione energetica scarica i costi sui ceti
più vulnerabili. In un tempo segnato da crisi intrecciate, la disillusione è il
rischio più grave. Il futuro della democrazia si gioca adesso: sulla capacità
della sinistra ecologista di trasformare quel consenso in processo, quel voto in
proposta, quella domanda in politica [IL]_
Nel passaggio politico che stiamo attraversando — segnato da una diffusa
stanchezza democratica e da una crescente distanza tra cittadini e istituzioni —
il risultato del referendum ha significato molto più di una semplice espressione
di dissenso. È stato un segnale forte e consapevole: una domanda di cambiamento,
di riequilibrio, di ritorno a un’idea sostanziale di giustizia così come la
Costituzione la concepisce — non come privilegio di pochi, ma come fondamento
della convivenza civile e democratica. A rendere questo segnale ancora più
significativo è un dato che sarebbe imperdonabile sottovalutare: la
partecipazione giovanile e quella delle donne, superiore a quella degli uomini.
Le giovani generazioni — quelle che vivono sulla propria pelle la precarietà
lavorativa, l’inaccessibilità all’abitazione dignitosa, l’angoscia climatica, e
che guardano con indignazione alle guerre in corso, dall’Ucraina a Gaza — sono
tornate a votare. Non per nostalgia delle istituzioni, ma per rivendicare un
futuro che la politica tradizionale fatica sempre più a rappresentare. Questo
ritorno alle urne non è un gesto spontaneo e passeggero: è il sintomo di una
domanda politica matura e strutturale, che attende risposte all’altezza.
Eppure, proprio a fronte di questa mobilitazione, la postura delle figure
centrali del campo progressista ha mostrato i propri limiti con disarmante
chiarezza. Invece di raccogliere quella spinta per incalzare il governo e aprire
un cantiere riformatore serio, si è scelto di ripiegare sulle dinamiche interne:
primarie annunciate, sintesi al ribasso, agende ridotte al minimo comune
denominatore(…)
(…)Dare risposte all’altezza di questa complessità significa, anzitutto, aprire
spazi reali di partecipazione: assemblee territoriali, stati generali, percorsi
costituenti dal basso capaci di trasformare l’energia sociale diffusa in agenda
politica condivisa. La domanda di cambiamento espressa dal voto non può essere
gestita dall’alto e restituita ai cittadini come programma già confezionato.
Deve essere costruita insieme a chi quella domanda la incarna ogni giorno: i
movimenti ambientalisti, i giovani dei Fridays for Future, l’associazionismo
radicato nei territori, i lavoratori della transizione, le comunità energetiche.
Anche la riforma della giustizia — tema esplicito del referendum — va letta in
questa cornice più ampia. Non può essere confinata a una questione tecnica da
consegnare agli esperti: deve diventare parte di un processo partecipato che
restituisca ai cittadini la percezione dello Stato come garante effettivo dei
diritti — non un apparato distante e autoreferenziale, ma un presidio concreto
di equità. Giustizia, lavoro, casa, salute, clima e pace non sono voci separate
di un catalogo di rivendicazioni. Sono un unico orizzonte di senso. È il
progetto politico che manca — e che oggi è possibile e necessario costruire.
Una sinistra ecologista che ascolta, elabora e propone è una risorsa preziosa
per l’intero campo progressista. Ma lo è soltanto se ha il coraggio di non
dissolversi in esso: di non ridursi a forza di completamento della coalizione, e
di reclamare invece il ruolo di motore culturale che le compete. Non per spirito
di distinzione, ma per fedeltà alla propria funzione storica. Tradire quella
spinta — confinandola dentro i perimetri stretti della competizione interna —
non significherebbe soltanto perdere un’occasione. Significherebbe alimentare la
disillusione di chi ha scelto di credere ancora nella democrazia
rappresentativa. E in un tempo segnato da crisi intrecciate, quella disillusione
è il rischio più grave che abbiamo di fronte. Quel voto non era un punto di
arrivo. Era un punto di partenza. Il futuro della democrazia italiana si gioca
adesso: sulla capacità della sinistra ecologista di trasformare quel consenso in
processo, quel voto in proposta, quella domanda in politica. Il cambiamento
climatico avanza, la guerra dilaga, l’autoritarismo incombe e ci sono
alternative: dobbiamo essere pronti nella società a questa sfida epocale.
*SOCIOLOGO DELL’AMBIENTE E DEL TERRITORIO. È PRESIDENTE DEL COMITATO NAZIONALE
PER L’EDUCAZIONE ALLA SOSTENIBILITÀ AGENDA 2030. COORDINATORE NAZIONALE DI
MOVIMENTO ECOLOGISTA
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Redazione Italia