Boicottaggi, armi e finanza: democrazia sotto attacco“Basta complicità!”. In Emilia-Romagna prende forma una carovana di eventi per
denunciare come diritti civili, economia e politica siano sempre più intrecciati
in un clima di crescente repressione e corsa al riarmo. Quattro fatti recenti
mostrano quanto sia urgente agire; in fondo all’articolo sono indicate alcune
petizioni da firmare.
Libertà di espressione sotto accusa
Una inchiesta della rivista Altreconomia ha rivelato che due corsi di formazione
per forze di polizia italiane, disponibili sulla piattaforma Sisfor e finanziati
dall’Unione europea con la collaborazione dell’Unione delle comunità ebraiche
italiane, definiscono il boicottaggio dei prodotti israeliani e l’incitamento ad
esso come forme di “antisemitismo” e di “incitamento all’odio”. Questa
impostazione costituisce una potenziale repressione del dissenso: in Europa vi
sono crescenti preoccupazioni sul fatto che l’eccessiva criminalizzazione della
protesta e l’equiparazione di critica politica a odio possano dissuadere dal
dissentire in modo pacifico e legittimo. Rapporti di Amnesty International
evidenziano come restrizioni e pratiche repressive producano un clima di paura
che scoraggia la partecipazione a proteste e il sostegno alle popolazioni
oppresse. Tali dinamiche possono avere un effetto restrittivo sulla libertà di
espressione e di assemblea (chilling effect). La Corte europea dei diritti
dell’uomo, con una sentenza dell’11 giugno 2020, ha invece affermato che
l’appello al boicottaggio di prodotti di uno Stato accusato di gravi violazioni
dei diritti umani rientra nella libertà di espressione tutelata dall’articolo 10
della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Escalation normativa: pena di morte per palestinesi
Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato una legge che introduce in Israele la
pena di morte per i palestinesi in determinate circostanze giudiziarie, sanzioni
di atti definiti “terroristici”. La legge è entrata in vigore con 62 voti
favorevoli e 48 contrari e consente alle corti militari e, in molti casi, a
quelle civili di Israele di impiccare persone entro 90 giorni dalla sentenza,
con limitate possibilità di appello o clemenza. Organizzazioni internazionali
hanno espresso forte condanna, definendo la misura discriminatoria, contraria al
diritto internazionale e suscettibile di violare i princìpi democratici
fondamentali.
Questo provvedimento si inserisce in un contesto già segnato da gravi violazioni
del diritto internazionale: un’inchiesta di Al Jazeera (febbraio 2026) ha
documentato l’impiego a Gaza di munizioni termiche e termobariche, il cui
utilizzo in aree densamente popolate solleva rilevanti criticità in relazione al
diritto umanitario, in particolare ai principi di distinzione e proporzionalità.
Complicità industriale: porti, aziende e flussi militari
Domenica 29 marzo a Roma, è stato presentato il dossier indipendente Made in
Italy: le prove della collaborazione al genocidio, redatto da ricercatori
palestinesi e civili. Il rapporto documenta il ruolo delle infrastrutture
italiane – porti, aeroporti, catene logistiche – e l’operato di imprese italiane
nell’invio di carburanti, materiali e componenti militari funzionali allo sforzo
bellico di Israele. Tra le evidenze, emergono:
* la funzione strategica dei porti italiani come nodi di passaggio per merci e
carburanti legati al conflitto;
* la continuità delle esportazioni militari italiane, anche in violazione di
leggi come la 185/1990;
* la complicità di grandi aziende e molte PMI italiane nelle catene di
fornitura di armamenti e componenti;
attraverso documenti di trasporto, manifesti di carico e fonti aperte che
aggirano l’opacità istituzionale, rendono visibili dati finora nascosti. Secondo
il rapporto, le esportazioni italiane di armi e componenti militari, formalmente
sospese, continuano in forme indirette o ambigue. Sono documentati flussi di
carburanti e materiali diretti verso aree di conflitto attraverso rotte
mercantili strategiche. Tra le aziende citate vi è anche il gruppo Leonardo, già
oggetto di azioni legali da parte di associazioni come Rete Pace Disarmo, ARCI e
Movimento Nonviolento per presunte violazioni della legge 185/1990 sul commercio
di armamenti.
Finanza sotto accusa: Boicottaggi, Disinvestimento, Sanzioni
Parallelamente alle responsabilità industriali e ai livelli politico ed
economico, nasce la nuova campagna Banche Complici promossa da BDS Italia,
presente anche alla presentazione del dossier. La campagna denuncia il ruolo del
settore finanziario nel sostenere aziende implicate nell’occupazione militare e
nelle violazioni del diritto internazionale, con tre obiettivi principali:
* Trasparenza: chiedere alle banche di rendere pubblici gli investimenti e i
servizi finanziari forniti a entità coinvolte nel conflitto;
* Disinvestimento: fare pressione affinché istituti come Unicredit, Intesa
Sanpaolo e BNL‑BNP Paribas cessino i rapporti con imprese collegate a
pratiche di apartheid o operazioni militari;
* Sensibilizzazione: educare correntisti e cittadini a scegliere istituti con
politiche etiche e responsabili.
Le risposte dei gruppi bancari si sono rivelate finora vaghe o inesistenti,
evidenziando la distanza tra gli interessi delle grandi istituzioni finanziarie
e i diritti umani universali.
Questi quattro fatti – controllo civico e libertà di espressione, escalation
penale e discriminatoria, complicità economica e responsabilità finanziaria –
rappresentano un unico processo di erosione delle garanzie democratiche. In
questo contesto, se lo Stato stesso viola la legge e manca di trasparenza, la
mobilitazione civica è uno strumento concreto per resistere a derive autoritarie
e riaffermare i diritti umani.
Convergenza: il potere dei cittadini
Tutto ha avuto inizio in Romagna: il 4 febbraio 2025, al porto di Ravenna, fu
disposto un sequestro preventivo d’urgenza di circa 13 tonnellate di componenti
metalliche dichiarate “a uso civile”, ma collegate all’industria militare
israeliana. L’Agenzia delle Dogane, su disposizione del Tribunale di Ravenna,
rilevò l’assenza delle autorizzazioni previste dalla legge italiana 185/1990,
aprendo un procedimento penale e mettendo in luce criticità nel controllo delle
esportazioni verso contesti di conflitto. L’azione di associazioni civiche e
cittadini attivi fu fondamentale per sollecitare trasparenza e controlli,
creando le basi per la mobilitazione successiva dei portuali.
Il 6 febbraio 2026, si è svolto lo storico sciopero internazionale dei portuali,
che ha coinvolto 21 scali tra Italia ed Europa: la prima mobilitazione unitaria
su scala internazionale per motivi politici e umanitari. Questo lavoro in rete
ha contribuito anche ai blocchi recenti di container contenenti armi e materiale
bellico nei porti italiani, 11 a Cagliari e 8 a Gioia Tauro, sottoposti a
ispezione negli ultimi giorni di marzo 2026.
In questo contesto, campagne internazionali, associazioni (come GAP, BDS o GPI)
e movimenti sociali (come GMG, MSH o DigiunoGaza) sono essenziali anche per
tutelare lavoratori, whistleblowers, docenti e ricercatori minacciati di
licenziamento, permettendo a chiunque di dare il proprio contributo o di
segnalare il passaggio di armi in modo sicuro e anonimo.
A livello regionale, la mobilitazione prende forma con la campagna 𝐁𝐀𝐒𝐓𝐀
𝐂𝐎𝐌𝐏𝐋𝐈𝐂𝐈𝐓𝐀’ – Rispettiamo il diritto internazionale: stop ai rapporti
economici con Israele, promossa in Emilia-Romagna. L’iniziativa chiede alla
Regione azioni concrete per interrompere le complicità locali con l’occupazione
e le violazioni dei diritti dei palestinesi, intervenendo in ambiti come il
porto di Ravenna, fiere, appalti pubblici, accordi con multinazionali delle armi
e scuole. Le associazioni sollecitano anche l’attuazione dell’ODG del 23
dicembre 2025, che prevedeva entro 60 giorni un regolamento sulle clausole
etiche negli appalti del SSR, ancora non emanato
Sono previsti incontri aperti a tutte le realtà culturali, artistiche e
politiche, oltre che a singoli cittadini interessati a informarsi. Dal primo
incontro a Rimini il 1° aprile all’ultimo a Piacenza il 22 aprile, questi
appuntamenti offrono a tutti l’opportunità di conoscere le complicità presenti
nella regione e di unirsi ai movimenti. Circa 60 realtà locali e nazionali hanno
già aderito.
Partecipare significa agire concretamente per fermare complicità economiche e
difendere i diritti umani. La mobilitazione civica e il volontariato sono
strumenti essenziali per resistere a derive autoritarie. Chiunque può
contribuire, anche da remoto o senza esperienza: informatevi e scrivete alle
associazioni. Ogni contributo è prezioso, adesso più che mai.
Per firmare le petizioni:
* In Emilia Romagna: La petizione BASTA COMPLICITA
* In Italia: La petizione FUORI LE ARMI DA PORTI, FERROVIE E AEROPORTI ITALIANI
* In Europa: Iniziativa popolare sul sito della Commissione Europea: Richiesta
di sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele in
considerazione delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele
Redazione Romagna