Il primo caso italiano di licenziamento e AI si chiude con una condanna per l’azienda
(Fonte) Samuele Maccolini – 29 Aprile 2026
Il Tribunale di Genova ha stabilito che la società Maersk dovrà reintegrare una
lavoratrice. Sullo sfondo riorganizzazione, delocalizzazione e uso
dell’intelligenza artificiale
Al Tribunale di Genova il giudice della sezione Lavoro ha condannato l’azienda
Maersk al reintegro della lavoratrice licenziata e al pagamento di un
indennizzo.
I fatti risalgono al 17 gennaio del 2025, quando quattro dipendenti del customer
service di Maersk a Genova vengono convocati dal capo reparto con la
motivazione di una riunione sui risultati di performance e KPI. Si sarebbero
invece ritrovati a tu per tu con il responsabile delle risorse umane, che
avrebbe comunicato loro la cessazione immediata del rapporto di lavoro. Nelle
comunicazioni di licenziamento Maersk scriveva che «l’attività inerente il
cosiddetto reparto Workflow è stata delocalizzata presso il team Gsc (sito in
India e Filippine) con conseguente soppressione delle posizioni lavorative»
ricoperte dai quattro dipendenti coinvolti. Non veniva fatto nessun riferimento
all’AI.
La motivazione ufficiale è quindi un piano di riorganizzazione interna, che
sarebbe stato comunicato senza alcun preavviso e in termini generici, come una
strategia di “trasformazione digitale” e “ottimizzazione dei flussi”. Una dei
quattro lavoratori, una dipendente cinquantenne ha deciso di intraprendere una
battaglia legale per essere ricollocata in servizio.
Nel ricorso presentato dai legali si contesta all’azienda di non aver rispettato
la normativa vigente relativa ai licenziamenti. I punti da chiarire sono
diversi, a partire dalle tempistiche. Sebbene in Italia sia obbligatoria la
preventiva comunicazione della procedura di licenziamento all’Ispettorato
Territoriale del Lavoro (ITL), ai lavoratori coinvolti il licenziamento è stato
comunicato direttamente con un documento che attestava la cessazione del
rapporto di lavoro e hanno dovuto consegnare il loro PC aziendale. Hanno poi
ricevuto una proposta di indennità economica, comunque legata alla firma di una
lettera con cui si rinunciava a ogni contestazione futura.
Oggi è plausibile ritenere che quei licenziamenti siano dovuti
all’implementazione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi. Ad
aprile Marc Degrelle – che guida il Customer Experience (Customer Service) a
livello globale – pubblicava un post su Linkedin in cui lodava l’implementazione
dell’intelligenza artificiale in due centri Gsc a Pune e Mumbai, in India.
Entusiasta, il manager di Maersk scriveva: «Vedere l’AI in azione, non più un
concetto ma una realtà, con prove concrete: sta migliorando l’affidabilità, la
velocità e il CSAT (Customer Satisfaction Score). L’AI, potenziata da
interazioni umane significative, è imbattibile». L’azienda non ha mai confermato
né smentito che la delocalizzazione prevedesse il ricorso a sistemi di AI. Ma
alla richiesta dell’assessore al lavoro di Genova di avere chiarimento da
Copenhagen, nessuno si è presentato all’incontro.
Con l’approvazione dell’AI Act avvenuta giugno del 2024, alle aziende viene
richiesto di informare i rappresentanti sindacali e i lavoratori prima di
introdurre un sistema di AI considerato ad alto rischio. Parliamo di sistemi con
capacità simili a quelle di un essere umano, che vengono utilizzati per la
selezione del personale, per decidere eventuali promozioni e licenziamenti e per
monitorare e valutare i dipendenti. L’AI Act vieta l’utilizzo di sistemi di
intelligenza artificiale in grado di desumere le emozioni di una persona sul
luogo di lavoro – tranne che per motivi medici o di sicurezza.
Ai tentativi di regolamentazione, le aziende “globali” rispondono con la
delocalizzazione verso Paesi in cui ci sono meno vincoli.
Saranno le motivazioni della sentenza di reintegrazione – pubblicate entro 60
giorni – a chiarire in maniera più approfondita alcuni passaggi della vicenda,
ma intanto è questa la realtà con cui la forza lavoro dovrà fare i conti in
futuro.
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