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Difesa civile. Sì, ma quale? 2014-2026: due proposte legislative a confronto (4)
RILANCIAMO IL QUARTO DI QUATTRO (QUI IL PRIMO, QUI IL SECONDO E QUI IL TERZO) DI ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATI SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK. La proposta di legge d’iniziativa popolare depositata quest’anno in Cassazione, per conto di Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! [i], è solo in parte la riproposizione del precedente testo del 2014, promosso allora come adesso utilizzando lo slogan “Un’altra difesa è possibile”. Quella prima mobilitazione, culminata nel 2015 col deposito di oltre 53.000 firme, portò in seguito alla presentazione alla Camera della proposta di legge n. 3484/2015, ad iniziativa dei deputati Marcon (SEL), Zanin (PD), Basilio (M5S), Sberna (DS), Civati (PD), Artini (AL) [ii]. Sebbene il titolo delle due proposte legislative, a distanza di undici anni, sia rimasto pressoché lo stesso, fra i due testi ci sono infatti alcune differenze, che credo utile sottolineare. Già nella relazione illustrativa della proposta attuale, peraltro, si dichiara che della precedente iniziativa «(si) intende preservare l’impianto e le finalità originarie, aggiornandole al mutato contesto istituzionale, normativo e internazionale».  Peccato però che tale “aggiornamento” non appaia per nulla secondario, come si evince anche dalla seguente affermazione, posta in conclusione della premessa. > «L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa militare, bensì > di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per > affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono > risposte civili, partecipate e orientate alla protezione dei diritti > fondamentali» [iii]. Si tratta d’una dichiarazione profondamente dissonante rispetto alla natura “alternativa” della difesa civile nei confronti di quella militare, sancita invece dalla PdL del 2015, dove all’art. 1 si leggeva: «…viene riconosciuta a livello istituzionale una forma di difesa alternativa a quella militare denominata difesa civile non armata e nonviolenta, quale strumento di difesa che non comporti l’uso delle armi e alternativo a quello militare»  [iv]. Da quanto ho già avuto modo di osservare negli articoli precedenti [v] si comprende che una difesa civile, non armata e nonviolenta che sia davvero “alternativa” mal si concilia con l’ipotesi di una sua istituzione dichiarata esplicitamente come affiancata a, e integrativa di, quella militare. Che non si tratti di illazioni o sospetti, del resto, è confermato dall’art. 1 dello stesso progetto attuale: «…è riconosciuta, quale componente del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, la difesa civile, non armata e nonviolenta […] complementare alle forme di difesa militare e finalizzata alla tutela delle persone, delle comunità e delle istituzioni democratiche» [vi]. Ebbene, pur volendo prevedere una necessaria fase di progressivo ‘transarmo’ [vii], una difesa civile che non si dichiari radicalmente contraria al modello armato e militare, adattandosi di fatto ad una posizione di fiancheggiamento, integrazione e complementarietà nei suoi riguardi, non ha molto a che fare con la difesa civile popolare e nonviolenta che dovrebbe contraddistinguere le prospettive del movimento per la pace. Tale obiezione di fondo, peraltro, è stata già espressa autorevolmente da Antonino Drago (primo proponente di un progetto di legge sulla DPN nel 1969) e Franco Dinelli (Direttore del centro Studi di Pax Christi) [viii] ed è stata condivisa da altri esponenti del mondo pacifista italiano, come sottolineato in un articolo dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, in cui sono sintetizzate le loro argomentazioni [ix].  Non si tratta di una disputa teorica né di sterile contrapposizione tra visioni rigidamente ideologiche e proposte realisticamente orientate. Fare chiarezza sulle caratteristiche di una vera difesa civile non è un puntiglio da ‘integralisti’ nonviolenti, ma semplicemente un atto di onestà mentale e di rispetto per le persone alle quali si chiede di sottoscrivere una proposta di legge articolata e specifica, non una generica petizione di principio per una difesa ‘altra’ rispetto a quella armata e militare. La proposta di legge del 2015 differisce anche per altri aspetti dalla legge d’iniziativa popolare su cui si stanno raccogliendo firme per la presentazione in Parlamento. Tra i compiti assegnati all’istituendo Dipartimento della DCNANV, ad esempio, nel testo precedente, all’art. 4, erano previsti i seguenti: > «a) difendere la Costituzione, affermando i diritti civili e sociali in essa > enunciati, la Repubblica nonché l’indipendenza e la libertà delle istituzioni > democratiche del Paese; > >  b) predisporre piani per la difesa civile non armata e nonviolenta, > coordinarne la loro attuazione, e curare ricerche e sperimentazioni, nonché > forme di attuazione della difesa civile non armata, comprese la necessaria > formazione e l’educazione della popolazione; > > c) svolgere attività di ricerca per la pace, per il disarmo, per la graduale > differenziazione produttiva e per la conversione ai fini civili delle > industrie nel settore della difesa e la giusta e duratura risoluzione dei > conflitti, nonché predisporre studi finalizzati alla graduale sostituzione > della difesa armata con quella civile nonviolenta, e provvedere alla > formazione del personale appartenente alle sue strutture; > > d) favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la > mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale, > l’educazione alla pace nel mondo, il dialogo inter-religioso, in particolare > nelle aree a rischio di conflitto, e in quelle in stato di conflitto nonché > nelle situazioni di post conflitto; > >  e) organizzare e dirigere le strutture della difesa civile non armata e > nonviolenta e pianificare e coordinare l’impiego dei mezzi e del personale ad > essa assegnati; > > f) contrastare le situazioni di degrado sociale, culturale ed ambientale e > difendere l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente > dai danni cagionati dalle calamità naturali». Nell’art. 1 comma 6 del testo del 2024, invece, leggiamo: > «a) promuovere la tutela dei diritti fondamentali e il rafforzamento delle > istituzioni democratiche attraverso strumenti civili di prevenzione e gestione > delle crisi; > > b) predisporre e aggiornare i programmi nazionali di difesa civile, non armata > e nonviolenta, curandone l’attuazione e la formazione del personale e della > popolazione; > > c) svolgere attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, > riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, > nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e > altre politiche pubbliche; > > d) favorire iniziative di prevenzione dei conflitti, riconciliazione, > mediazione, promozione dei diritti umani, educazione alla pace e cooperazione > internazionale, con particolare riferimento alle aree di crisi; > > e) organizzare e coordinare le strutture della difesa civile, non armata e > nonviolenta e l’impiego del personale ad esse assegnato; > > f) concorrere, in coordinamento con le amministrazioni competenti, alla > protezione della popolazione e del territorio dalle calamità naturali e dagli > eventi connessi a situazioni di rischio». ALTRE DIFFERENZE TRA LA PDL DEL 2015 E LA LIP DEL 2024 Ad uno sguardo un po’ più attento, quindi, non sfuggono le differenze tra i due testi circa i compiti che prevedono di attribuire all’apposito Dipartimento, da istituire presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. * Sparisce al punto a) la difesa della Costituzione della Repubblica e della sua indipendenza, sostituite da un’anodina promozione della tutela dei diritti fondamentali e rafforzamento delle istituzioni democratiche. * Al punto b) la predisposizione ed il coordinamento dei “piani per la difesa civile non armata e nonviolenta” del testo precedente diventano, nel testo attuale, un semplice “aggiornamento” e si prefiggono l’attuazione di “programmi”, evidentemente considerati pre-esistenti. * Anche al punto c), dalla precedente più impegnativa enunciazione “svolgere attività di ricerca per la pace, per il disarmo, per la graduale differenziazione produttiva e per la conversione ai fini civili delle industrie nel settore della difesa e la giusta e duratura risoluzione dei conflitti, nonché predisporre studi finalizzati alla graduale sostituzione della difesa armata con quella civile nonviolenta, e provvedere alla formazione del personale appartenente alle sue strutture”, si è passati nel testo 2026 a “svolgere attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e altre politiche pubbliche”, insistendo sul termine “integrazione” e facendo invece scomparire l’aspetto centrale della formazione. * Al punto e), inoltre, dei quattro verbi caratterizzanti il primo testo (organizzare, dirigere, pianificare e coordinare) nel secondo rimangono solo due (organizzare e coordinare), lasciando ad altri il compito di pianificare e dirigere struttura e funzionamento della DCNANV. * Nel punto f), nel quale in entrambi i testi si sottolinea il rapporto tra difesa civile e protezione civile, a fronte del più esplicito “contrast(o) alle situazioni di degrado sociale, culturale ed ambientale e dife(sa) (del)l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni cagionati dalle calamità naturali”, infine, si è preferito parlare più banalmente di “protezione della popolazione e del territorio dalle calamità naturali e dagli eventi connessi a situazioni di rischio”. Ricapitolando in modo più sintetico, dunque, la “difesa civile, non armata e nonviolenta” secondo la versione del 2014: * difende la Costituzione e l’indipendenza della Repubblica; * predispone e coordina i piani della DCNANV; * oltre a svolgere ricerca sulla pace, disarmo e riconversione civile, avvia studi e attività di formazioneper una sua graduale sostituzione di quella militare; * dirige e pianifica l’attuazione della DCNANV; * contrasta alle radici il degrado sociale, culturale e ambientale. Nella versione 2026, invece, la stessa DCVANV: * tutela i diritti fondamentali e le istituzioni democratiche; * aggiorna programmi di difesa civile dati per già esistenti; * svolge attività di studio e ricerca su pace, disarmo e riconversione civile, ma non si occupa della formazione relativa; * organizza e coordina le strutture della DCNANNV, di cui però non assume il ruolo di pianificazione e direzione; * si occupa di protezione dai rischi della popolazione e del territorio. ALLA RADICE DELLE DUE PROPOSTE LEGISLATIVE SULLA DIFESA CIVILE Queste due enunciazioni, a loro volta, restano comunque debitrici dell’intenso lavoro di studio svolto in Italia sull’istituzione di una prima forma di difesa popolare nonviolenta. Dobbiamo infatti risalire a oltre un trentennio fa per reperire una proposta di legge su tale argomento, presentata alla Camera nel 1993 a firma di quattro deputati del gruppo Verdi-La Rete: Crippa, Bertezzolo, Ronchi e Fava [x], di cui sintetizzo i punti principali. 1. Servizio militare e protezione civile (art. 1 e 3): gli idonei al servizio di leva non obiettori di coscienza possono, se in esubero, svolgere un “servizio di protezione civile” o, nel caso in cui svolgano i 6 mesi di servizio militare, restano comunque a disposizione per addestrarsi alle esigenze di “difesa territoriale” per altri 6 mesi. In ogni caso, è possibile per tutti l’opzione per un servizio nella protezione civile, per la durata di 12 mesi. 2. Carattere difensivo dello strumento militare e sperimentazione della difesa civile nonviolenta (art. 4): “1. Il modello di difesa, l’addestramento ed i sistemi d’arma delle Forze Armate italiane hanno un carattere esclusivamente difensivo rispondente all’ispirazione della Costituzione della Repubblica ed alla volontà di pace del popolo italiano. 2. Tutti i giovani che stiano svolgendo servizio di leva, sia nelle Forze Armate che nella Protezione Civile, vengono addestrati alla difesa civile nonviolenta. 3. Cooperazione internazionale alla pace e alla sicurezza (art. 5): “1. In applicazione della Costituzione della Repubblica, l’Italia rifiuta la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali e recepisce principi e contenuti della Carta delle Nazioni Unite […] 2. L’Italia partecipa con propri reparti ad azioni di cooperazione e interposizione di forze disarmate e ad azioni di pubblica sicurezza decretate dall’ONU”. 4. Riduzione programmata della spesa militare (art. 10): “1. L’applicazione delle presenti norme deve comportare una riduzione programmata della spesa militare in relazione alla necessità di riduzione del debito pubblico. 2. La programmazione di tale riduzione deve portare, entro i prossimi cinque anni, ad un taglio delle spese per la funzione difesa di almeno il 30%, in termini reali, delle spese previste nel Bilancio di previsione per il 1993”. Ebbene, i 33 anni di distanza dalla situazione attuale sono fin troppo evidenti e, indubbiamente, anche il quadro politico interno ed internazionale, nel frattempo, è profondamente cambiato. Ciò non impedisce di evidenziare che alcune impostazioni alternative in materia di difesa erano allora già presenti e, soprattutto, che la proposta di legge del 1993, se approvata, avrebbe potuto coinvolgere l’intera popolazione in età di leva in un servizio civile alternativo o in un servizio di protezione civile, con l’aggiunta di un servizio volontario (ma retribuito) “neiservizi volontari disarmati ed armati”, in questo caso aperto anche alle donne (art.9). Tali precisazioni e confronti servono a motivare la scelta da parte di alcuni esponenti del Movimento di manifestare legittimi dubbi sulla coerenza dell’attuale L.I.P. sulla difesa civile non armata e nonviolenta e quanto maturato, anche nel nostro Paese, in 30 anni di ricerca ed azione per la pace. Eppure basta, più banalmente, interrogare l’I.A. per avere risposte chiare sulla differenza che passa tra una difesa civile collaterale a quella militare ed un modello alternativo di difesa nonviolenta. > «La difesa civile (o protezione civile) comprende servizi organizzati dalle > autorità pubbliche e di natura non bellica — quali operazioni di soccorso, > lotta agli incendi e gestione dei rifugi — volti a proteggere la popolazione > da attacchi militari o catastrofi. Per contro, la difesa non violenta (nota > anche come difesa basata sulla popolazione civile) è un approccio strategico > che coinvolge l’intera società e si avvale di forme organizzate di non > collaborazione, disobbedienza civile e scioperi per rendere il Paese > ingovernabile agli occhi di un occupante o di un dittatore. Differenze > fondamentali – La strategia: la difesa civile gestisce le conseguenze di un > attacco fornendo protezione fisica e assistenza sanitaria; la difesa non > violenta mira a dissuadere o sconfiggere l’aggressore negandogli la > collaborazione, le risorse amministrative e la produzione economica necessarie > per mantenere il potere. I metodi: la difesa civile ricorre a rifugi, sirene > d’allarme e squadre di pronto intervento; la difesa non violenta utilizza > tattiche quali boicottaggi, dimissioni di massa, proteste pubbliche e > rallentamenti economici deliberati. Gli attori: la difesa civile si affida > principalmente ad agenzie statali specializzate e a personale di soccorso > designato; la difesa non violenta, secondo i modelli teorizzati da studiosi > come Gene Sharp, mobilita la popolazione civile come strumento principale di > resilienza nazionale»[xi]. Concludo questo mio ‘poker’ di articoli con un appello a tutte/i coloro i/le quali fanno parte di organizzazioni che, oltre a condividere l’obiettivo della pace e del disarmo, abbiano una specifica e qualificante matrice nonviolenta, religiosa o laica che sia.  Non lasciamoci prendere dalla smania di omologarci alle tendenze correnti, con pretesto della realpolitik o comunque di una volontà di coinvolgere quanti più attori è possibile in questo impervio percorso legislativo. Una difesa civile integrale e del tutto alternativa è indubbiamente molto difficile da conquistare e, soprattutto, ancora lontana dal comune sentire di una popolazione cui in questi 30 anni siamo riusciti a fornire ben pochi elementi di conoscenza e consapevolezza e che, soprattutto negli ultimi anni, è stata bombardata in aggiunta da una pressante e subdola propaganda militarista e bellicista. Ciò non significa che bisogna necessariamente semplificare e banalizzare le nostre proposte, riducendole a slogan intorno ai quali raccogliere firme o consensi politici. Far crescere– a partire dai più giovani – la coscienza dell’obiezione al militarismo e alla guerra, resta dunque il primo compito che dovremmo prefiggerci. Il secondo è quello di smascherare le falsificazioni di chi vorrebbe contrabbandare come autentica difesa civile la componente semplicemente non armata ed affidata a civili di un modello di ‘difesa totale’ che, viceversa. non contraddice le logiche imperialiste dei potenti della terra, ma ne asseconda e mimetizza i fini nel rassicurante nome della sicurezza, della dissuasione e della protezione.  Anche da mistificazioni istituzionali e da scorciatoie raffazzonate, a quanto pare, ci tocca difenderci, se per noi pace fa davvero rima con disarmo e antimilitarismo. Ermete Ferraro [i] CNESC, RIPD, Sbilanciamoci! – Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”.  https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf. [ii] Camera dei Deputati, Marcon et Al, PdL n. 3484/2015: “Istituzione del dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta presso la presidenza del consiglio dei ministri”.  https://documenti.camera.it/apps/CommonServices/getDocumento.ashx?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl_html&codice=17PDL0038280&idLegislatura=17. [iii] Cfr. ‘Relazione illustrativa’ del testo citato in (1). [iv] Cfr. PdL 3484/2015 cit., art. 1. [v] Cfr. https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/  – https://ermetespeacebook.blog/2026/07/21/difesa-civile-si-ma-quale-2/  e  https://ermetespeacebook.blog/2026/07/25/difesa-civile-si-ma-quale-3/. [vi] Cfr. testo L.I.P. del 2026, cit. in (1), art. 1. [vii] Cfr. J. Galtung, “Transarmament: from Offensive to Defensive Defense”, Journal Of Peace Research, Volume 21, Issue 2, PRIO, 1984. https://doi.org/10.1177/002234338402100204. [viii] Cfr. articolo “Nonviolenza La legge sulla Difesa popolare non protegge l’obiezione”, Il Fatto Quotidiano (16.05.2026). https://www.pressreader.com/italy/il-fatto-quotidiano/20260516/281848650238458?srsltid=AfmBOoqgtigPMR5hHdQzEn6xsW2fI385n2OvpFARO_5FR26eY_OrNLc6. [ix] Cfr. articolo “Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva”. https://osservatorionomilscuola.com/2026/07/15/pdl-lip-altra-difesa-possibile-critica-obiezione-coscienza-totale/. [x] Camera dei Deputati, X legislatura, PdL a firma di Crippa, Bertezzolo, Ronchi e Fava (1993). [xi] Risultato di una mia ricerca su internet, ponendo il quesito all’I.A. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Difesa civile. Sì, ma quale? Napoli Città di Pace. O anche no…(3)
RILANCIAMO IL TERZO DI QUATTRO ARTICOLI (QUI IL PRIMO E QUI IL SECONDO) DI ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATI SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK. In occasione della ricerca per il mio precedente articolo di questa serie ho scoperto per caso che la Conferenza 2026 dei Comandanti del Multinational CIMIC Group – l’organismo della NATO per il coordinamento della difesa civile con quella militare – si era tenuta lo scorso giugno a Palazzo Salerno, nel cuore della mia Napoli, che nella sua area metropolitana non a caso ‘ospita’ il Joint Forces Command dell’Alleanza Atlantica per l’area europea sud-orientale. Sono una persona abbastanza informata e non estranea a questa tematica, ma non ne avevo notizia semplicemente perché i media (nazionali e locali) si erano ben guardati dal pubblicizzare quell’importante incontro internazionale, ad eccezione degli organi informativi della NATO e del ministero della difesa e di un paio di giornali online. Ancora una volta Napoli – per statuto ‘Città di Pace’ – è stata inconsapevole sede d’incontri di natura militare ad alto livello, senza che qualcosa trapelasse di questa intensa attività di confronto strategico e senza che si alzasse una voce per denunciare il paradosso d’un vertice sulla cooperazione civile-militare svolto nella totale ignoranza della società civile e, forse, degli stessi organi consiliari civici. Non c’è però da meravigliarsi. La sedicente “cooperazione” tra forze armate dei paesi membri del CIMIC ed istituzioni civili ha sempre avuto una natura unidirezionale, esaltando il ruolo dirigente delle prime mentre considera le seconde un mero “supporto” collaterale, utile sì, ma in posizione oggettivamente subordinata. Da più di 25 anni la NATO, in nome della sicurezza e della deterrenza, insiste subdolamente su una relazione non conflittuale né alternativa della “difesa civile” nei confronti dell’apparato militare, ma solo in vista di quella “difesa totale” che sta provocando una graduale militarizzazione della società civile. Nel precedente articolo ho citato la sintesi della Conferenza di Napoli, ma ora vorrei approfondirne il lessico, per cui provo a sottolineare alcune espressioni contenute in quel documento , dove tra le righe s’intravede tale insidiosa tendenza, smentendo così la rosea visione d’una collaborazione paritaria e di reciproco interesse. UN LESSICO UN PO’…CIMICO 1. «La cooperazione civile-militare non si limita al semplice coordinamento. Si tratta di una capacità militare che favorisce la comprensione, la pianificazione, il processo decisionale e l’efficacia operativa in contesti complessi». Anche se si parla di cooperazione, quindi, solo la “capacità militare” può assicurare l’efficienza operativa che richiede “pianificazione”, ma soprattutto attivazione d’un “processo decisionale”. Al di là del lessico burocratico, si lascia intendere che a decidere su tale materia restano sempre e comunque le forze armate, che avrebbero capacità e competenza per farlo. 2. «L’edizione di Napoli ha affrontato alcune delle sfide più rilevanti per il futuro del CIMIC, tra cui l’intelligenza artificiale, l’analisi e la valutazione dell’ambiente civile, nonché la prontezza in termini di deterrenza e difesa». Già l’utilizzo del termine challenges, cioè “sfide”, suona già piuttosto marziale, ma ciò che desta sospetto è soprattutto il collegamento tra uso militare della “intelligenza artificiale” e “analisi e valutazione dell’ambiente civile”, che apre scenari di pervasivo controllo della società. Inoltre, il termine “prontezza” (in inglese: readiness), unito a concetti quali “deterrenza” e “difesa”, evoca precari equilibri strategici, ipotetiche minacce alla sicurezza nazionale ed internazionale, e dunque preoccupanti scenari di guerra, cui ci si dovrebbe opporre riarmandosi e praticando un’ossimorica “difesa preventiva”. 3. «Uno dei principali risultati della conferenza è stato riaffermare la centralità della comprensione dell’ambiente civile. Popolazioni, istituzioni, infrastrutture critiche, vulnerabilità, dinamiche sociali ed autorità locali non sono elementi di sfondo: esse plasmano direttamente l’ambiente operativo e influenzano le modalità di pianificazione e conduzione delle attività militari. Per questo motivo, il CIMIC deve continuare a supportare i comandanti trasformando le informazioni di natura civile in una comprensione rilevante, tracciabile e contestualizzata. Nelle operazioni contemporanee, una comprensione tempestiva della dimensione civile contribuisce a una pianificazione migliore, a processi decisionali più informati e a una maggiore coerenza operativa». L’espressione apparentemente neutra “comprensione dell’ambiente civile” rivela che l’universo militare resta un corpo separato dalla società civile, le cui dinamiche ed istituzioni si sforza di capire, ma per i suoi scopi. Questa “osservazione” richiede infatti vari strumenti d’indagine, non tanto per “ambientare” democraticamente le forze armate nella società, quanto per pianificare e svolgere meglio le loro attività. Tali informazioni in ambito civile, infatti, dovrebbero portarle ad una comprensione “rilevante, tracciabile e contestualizzata”, tre aggettivi che, nel contesto militare, lasciano trasparire un controllo pervasivo della società. 4. «La CUCC 2026 ha inoltre evidenziato il ruolo dell’intelligenza artificiale e degli strumenti digitali come potenziali fattori abilitanti per l’analisi CIMIC. Gli strumenti basati sull’IA possono supportare l’organizzazione, la correlazione e l’interpretazione di grandi volumi di informazioni sull’ambiente civile, contribuendo alla consapevolezza situazionale, all’analisi della resilienza e al supporto alle decisioni. […] la capacità di interpretare la dimensione civile rimane fondamentale per la pianificazione e la cooperazione militare». Il riferimento al ruolo dell’I.A. e della digitalizzazione come “fattori abilitanti per l’analisi del CIMIC” conferma che i processi di raccolta ed elaborazione di enormi quantità d’informazioni servono alla NATO ad “interpretare” la dimensione civile non tanto per relazionarsi con essa in forma cooperativa, quanto per esercitare un controllo su di essa. 5. «La comprensione dell’ambiente civile, l’analisi basata sull’IA, il giudizio umano, il contributo dei sottufficiali e la prontezza multinazionale non sono temi separati. Fanno parte di un unico percorso: sviluppare il CIMIC come capacità militare rilevante per scenari di sicurezza complessi». In altre parole, la recente conferenza di Napoli dei comandanti del Multinational CIMIC Group non era un rituale incontro di coordinamento operativo per rafforzare la cooperazione civile-militare, ma l’occasione per riaffermare il ruolo di tale organismo nell’inglobare le istituzioni civili in una strategia militare più complessiva e totalizzante. Ebbene, se sul piano iconico, il logo verdazzurro del CIMIC raffigura due mani che si stringono solidalmente, non lasciamoci però ingannare dalla suggerita parità tra la componente civile e quella militare, che il motto sottostante “MILITES CIVISQUE ALACRITER” cerca ulteriormente di avvalorare. E non solo perché quella frase latina presenta un banale errore di grammatica (dovrebbe essere, infatti: “Milites civesque alacriter”, cioè “Militari e civili alacremente”), ma perché la prontezza operativa suggerita dall’avverbio sembra attribuita solo all’efficienza delle istituzioni militari. Insomma, nel momento in cui ben tre coordinamenti per la pace, il disarmo ed il servizio civile stanno svolgendo una campagna per portare in Parlamento una legge d’iniziativa popolare che dovrebbe istituzionalizzare la difesa civile e non armata – improvvidamente qualificata come “complementare” di quella militare – questi allarmanti segnali d’integrazione a senso unico delle istituzioni civiche nelle strategie della NATO andrebbero colti quanto meno con maggiore attenzione. Ermete Ferraro -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Difesa civile. Sì, ma quale? “Civilizzare” la difesa armata? (2)
RILANCIAMO IL SECONDO DI QUATTRO ARTICOLI (QUI IL PRIMO) DI ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATI SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK. Nella prima parte della mia analisi dei limiti della proposta di legge d’iniziativa popolare sulla “Difesa Civile, Non-armata e nonviolenta” [i] ho cercato di argomentare quali siano le mie perplessità a riguardo, Ma quando si parla di ‘difesa civile’ – soprattutto se la maggioranza delle persone cui ci si rivolge, in particolare le più giovani, finora non ne hanno mai letto o saputo nulla – è opportuno fare riferimento a casi concreti, esperienze attuali e pratiche correnti.  Infatti, basta dare una scorsa ai siti web di alcuni ministeri della difesa, in particolare degli stati dell’Unione Europea, per farsi un’idea di quale significato e valore sia stato finora a livello istituzionale, a questa particolare, ma ancora poco usuale, espressione. Ovviamente le lingue di riferimento (e le rispettive traduzioni in italiano) complicano un po’ il riferimento ai casi citati, eppure risulta comunque chiaro che l’attributo ‘civile’, unito al sostantivo ‘difesa’, nella quasi totalità dei casi esprime più che altro una componente ‘non armata’ di quella funzione. Solitamente, in effetti, non si propone di ricorrere a una modalità alternativa (o comunque parzialmente sostitutiva) rispetto a quella propria degli apparati delle forze armate, con le loro consolidate tipologie organizzative e strategie militari. Si tratta semmai di prevedere, per motivi di opportunità e di controllo, anche l’istituzione ed organizzazione di funzioni aggiuntive ad essi ‘complementari’, differenti ma sostanzialmente integrative di quelle svolte dai militari. Lo scopo, più o meno dichiarato, è quello di evitare che le forze armate si accollino compiti non strettamente istituzionali, preferendo delegarli a reparti formati da volontari o personale civile, adibiti a compiti burocratici, sanitari e di protezione della popolazione da eventi bellici, calamità naturali ed altre gravi emergenze. BUNDESWEHR ŰBER ALLES Il primo caso che prendo in esame è quello della Repubblica Federale Tedesca, dove la consultazione del sito della Bundeswehr (le forze armate federali) chiarisce la logica entro la quale il governo tedesco ha già inserito la ‘difesa civile’. «La Strategia Nazionale di Sicurezza 2023 ha definito l’obiettivo di una politica di Sicurezza Integrata, come compito dell’insieme della società. “L’interazione collaborativa di tutti i rilevanti attori, risorse e strumenti che, combinandosi, possono garantire in modo comprensivo la sicurezza del nostro Paese e rafforzarlo nei confronti e contro minacce esterne”. Il Piano Operativo per la Germania è una componente militare essenziale per la difesa complessiva della Germania. Esso combina gli elementi-chiave militari della difesa nazionale e collettiva coi necessari servizi di supporto civile. La responsabilità principale del Piano operativo per la Germania è affidata al Comando delle forze congiunte della Bundeswehr» [ii]. Nella stessa pagina del sito troviamo più avanti altre precisazioni. «Un elemento essenziale del Piano Operativo per la Germania è fare da ponte tra gli elementi chiave militari della difesa nazionale e collettiva ed i necessari servizi di supporto civile.  Un elemento centrale del Piano Operativo per la Germania consiste nell’integrare le componenti militari chiave della difesa nazionale e collettiva coi necessari servizi di supporto civile, al fine di garantire un sostegno reciproco che coinvolga l’intero apparato statale ai vari livelli di escalation: in tempo di pace, in situazioni di minaccia ibrida, in caso di crisi e in guerra. Ciò comporta, da un lato, il supporto militare alla preparazione civile in vista di un eventuale conflitto e, dall’altro, il contributo civile alla pianificazione della difesa militare. Il piano comprende processi e responsabilità, ad esempio per quanto riguarda la cooperazione della Bundeswehr con enti civili o governativi in situazioni di emergenza» [iii]. Le espressioni-chiave utilizzate nei testi citati (ribadendo peraltro che la “responsabilità principale” delle operazioni congiunte resta comunque in capo alle forze armate) sono: “sicurezza integrata”, “interazione collaborativa”, “difesa complessiva/totale”, “difesa nazionale e collettiva”, “supporto civile”, “sostegno reciproco”, “cooperazione della BW con enti civili e governativi”. Risalta l’utilizzo d’un lessico improntato ad una visione integrata, e quindi totale, della difesa, mantenendo però un rapporto ancillare delle funzioni civili rispetto a quelle bellico-militari. Se si vuole conoscere la struttura organizzativa della ‘difesa integrata’ nella R.F.T., la risposta è in un’altra pagina del sito citato [iv], dove si evidenzia un’arbitraria quanto allarmante commistione delle funzioni relative alla protezione ambientale (Bundesamt für Infrastruktur, Umweltschutz und Dienstleistungen der Bundeswehr) con quelle della logistica e della sussistenza (Verpflegungsamt der Bundeswehr) e dei Vigili del Fuoco (Brandschutzamt der Bundeswehr), collegandole a quelle degli uffici che si occupano del personale civile della difesa e dei militari tedeschi impegnati all’estero. Da tale semplice elenco risulta evidente la militarizzazione già in atto nella R.F.T. d’importanti organismi di natura non militare, come i corpi di protezione civile e difesa dal fuoco e addirittura di enti statali che si occupano di protezione dell’ambiente. LIBERTÉ, ÉGALITÉ…VIVE LES ARMÉES! Nella Repubblica Francese, al di là della presenza d’un rilevante personale civile, prevalentemente nel settore amministrativo e logistico – già all’interno delle Forze Armate è comunque già in atto una ‘difesa civile’ integrata con quella militare. Formalmente, la Sécurité Civile (Protezione Civile, Corpo dei Pompieri, etc.) sarebbe una realtà istituzionale gestita dal Ministero degli Interni, che si occupa prevalentemente di protezione della popolazione da catastrofi, altre crisi ed emergenze [v]. A supporto della ‘difesa civile’ così intesa – come avviene anche in Italia – la legislazione francese ha previsto però anche interventi di natura militare, ad esempio per svolgere funzioni di ‘pubblica sicurezza’. Viceversa, le stesse norme assicurano un supporto degli organismi di protezione civile alle operazioni militari, ovviamente sotto il coordinamento (cioé il comando) delle forze armate. «Il ministro dell’interno riceve dal ministro della difesa, per lo sviluppo e l’attuazione dei suoi mezzi, il sostegno dei servizi e dell’infrastruttura delle forze armate e, in particolare, per il mantenimento dell’ordine pubblico, l’eventuale appoggio delle forze militari. Nelle zone dove si sviluppano operazioni militari, e su decisione del Governo, il comando militare designato a tale scopo diventa responsabile dell’ordine pubblico ed esercita il coordinamento delle misure di difesa civile con le operazioni militari. In caso di minaccia riguardante una o più installazioni prioritari della difesa, il comando militare designato a tale scopo può essere incaricato, per decreto del consiglio dei ministri, della responsabilità dell’ordine pubblico e del coordinamento delle misure di difesa civile con le misure militari di difesa interna del o dei settori di sicurezza delimitati attorno a queste installazioni dal Presidente della Repubblica in sede di consiglio di difesa e di sicurezza nazionale»[vi]. Se visitiamo il sito web del Ministero della Difesa francese [vii], al di là della designazione del servizio militare (volontario e selettivo) col titolo neutro di “Servizio Nazionale”, troviamo poi una pagina dedicata specificamente alla “Politica delle Risorse Umane militari e civili”, dove ci sono altre interessanti affermazioni. «Nel quadro di una professionalizzazione delle forze armate giunta a maturità, la politica delle risorse umane riafferma i principi e fondamenti inerenti all’identità del ministero, tra i quali figurano al primo posto la complementarietà tra civili e militari e l’importanza delle logiche di ambito […] Politiche comuni ai militari e ai civili. La mescolanza statutaria (personale militare e civile) è una particolarità strutturale del ministero delle forze armate. A dispetto di queste differenze statutarie, le due popolazioni che operano insieme e concorrono alla riuscita delle missioni affidate al ministero, beneficiano di politiche che sono loro comuni» [viii].   In questo caso, le espressioni-chiave riscontrate sono: “coordinamento delle misure di difesa civile con le operazioni militari”, “complementarietà tra civili e militari”, “politiche comuni ai militari e ai civili”. LA SPAGNA GIOCA IN “DEFENSA NACIONAL INTEGRADA” Va riconosciuto che il governo del Regno di Spagna, soprattutto nella fase più recente, sta cercando positivamente di sottrarsi alla perversa logica riarmista, militarista e bellicista che contamina anche i paesi della U.E. Le forze armate spagnole, s’altra parte, restano tradizionalmente un’istituzione forte e autorevole, integrata nella NATO e difficilmente sottraibile alle sue verticistiche direttive. Andando a cercare informazioni sul sito del Ministerio de Defensa, infatti, troviamo alcuni riferimenti utili alla nostra ricerca. «Integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale. Gli sforzi militari volti a proteggere il territorio e le popolazioni degli alleati devono essere affiancati da una solida preparazione civile, capace di ridurre le potenziali vulnerabilità e mitigare i rischi, sia in tempo di pace che durante crisi o conflitti. Come già evidenziato, tale preparazione civile assolve tre funzioni essenziali: garantire la continuità dell’azione di governo, assicurare l’erogazione di servizi essenziali alla popolazione e fornire supporto civile alle operazioni militari. È dunque evidente che la resilienza deve fondarsi su una stretta cooperazione tra attori civili e militari: un modello reciprocamente vantaggioso, tanto in tempo di pace quanto in situazioni di crisi […] Ma come possiamo integrare questi due aspetti della resilienza, quello civile e quello militare? Esistono numerosi esempi in tal senso. Le esercitazioni rappresentano un paradigma eccellente e un metodo efficace per mettere alla prova la preparazione nazionale. A questo proposito, costituiscono un modello ideale per sperimentare le risposte a situazioni di emergenza su larga scala, come attacchi a sorpresa dagli effetti devastanti o scenari di guerra ibrida. È dunque fondamentale includere elementi di preparazione civile nelle esercitazioni militari, integrandoli a ogni livello: dalle esercitazioni di gestione delle crisi a livello strategico fino alle attività addestrative di livello tattico» [ix]. Non è casuale che i riferimenti per queste affermazioni hanno a che fare con le indicazioni della NATO in merito all’integrazione militare-civile in vista di una difesa totale, come dimostra anche l’esempio citato poco dopo. L’esercitazione Steadfast Defender 2024 — il più grande dispiegamento militare della NATO dalla fine della Guerra Fredda — è stata infatti portata ad esempio di “mobilitazione massiccia di truppe e mezzi militari attraverso diversi Paesi [in] stretto coordinamento con le autorità civili — in particolare per quanto riguarda trasporti, logistica e infrastrutture — sottolineando così la necessità di garantire la resilienza delle infrastrutture civili e la continuità dei servizi essenziali» [x]. Nei brani citati, ancora una volta, vanno sottolineate espressioni-chiave come: “integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale”, “stretta cooperazione tra attori civili e militari”, “preparazione civile nelle esercitazioni militari”, “garantire la resilienza delle infrastrutture civili e la continuità dei servizi essenziali”. PER GLI INGLESI “RESILIENCE” FA RIMA CON “DEFENCE” Il Regno Unito (U.K.) – fedele e zelante membro della NATO, ma non più dell’Unione Europea – ha alle spalle una lunga tradizione militarista, che gli deriva ovviamente dalla sua storia imperiale. Anche sul sito del Ministry of Defence, pertanto, non mancano riferimenti alla dottrina dell’Alleanza atlantica in materia d’integrazione della difesa militare con quella ‘civile’. La parola-chiave, in questo caso, è “resilienza”, in nome della quale il governo britannico nel luglio 2025 ha appunto adottato il suo “Piano d’Azione per la Resilienza” e ha partecipato all’OSCE Forum for Security Co-operation, che si è tenuto a Vienna tre mesi dopo, intervenendovi con un suo delegato. «Il Regno Unito accoglie con favore l’iniziativa della Finlandia di convocare questo tempestivo Dialogo sulla sicurezza dedicato alla resilienza attraverso una sicurezza globale e integrata. Sosteniamo pienamente l’enfasi posta sulla cooperazione civile-militare quale pilastro strategico della difesa nazionale. […] Consideriamo la resilienza non semplicemente come un meccanismo di risposta, bensì come un sistema proattivo e integrato che abbraccia governo, imprese, società civile e singoli cittadini. La nostra strategia privilegia la prevenzione, la preparazione, la risposta e il ripristino, garantendo la continuità delle funzioni sociali essenziali anche in condizioni di forte stress. Tale modello trova riscontro nella nostra Revisione strategica della difesa del 2025, che sottolinea l’importanza dell’integrazione civile-militare per la salvaguardia della sicurezza nazionale […] dalla difesa cibernetica e la protezione delle infrastrutture alla sanità pubblica e alla comunicazione in situazioni di crisi […] Nell’attuale panorama delle minacce — caratterizzato da tattiche ibride, disinformazione e diplomazia coercitiva — la resilienza rappresenta un imperativo strategico. Il Regno Unito apprezza l’approccio multidimensionale dell’OSCE e l’enfasi posta dal Codice di condotta sul controllo democratico delle forze armate. Consideriamo la cooperazione civile-militare non solo una risorsa per la difesa, ma anche un punto di forza democratico» [xi]. Nel testo citato troviamo espressioni-chiave ricorrenti, come: “sicurezza globale e integrata”, “cooperazione civile-militare”, “salvaguardia della sicurezza nazionale”, anche perché il riferimento comune è il documento-guida di 62 pagine nel quale, all’inizi degli anni 2000, la NATO ha enunciato la sua “Dottrina per la pianificazione, la condotta e la valutazione della cooperazione civile-militare (CIMIC) nel contesto delle operazioni congiunte alleate” [xii], fonte esplicita delle politiche adottate dal Regno Unito e da altri paesi membri in materia d’integrazione delle attività militari e civili in un concetto globale e totalizzante di ‘difesa’. Va sottolineato, a tal proposito, che il “Multinational CIMIC Group” della NATO (MNCG, composto da contingenti militari italiani, greci, ungheresi, portoghesi, rumeni e sloveni, con sede a Treviso) dal 2024 è comandato da un ufficiale italiano: il Col. Piero Furlan. Non posso Al termine della 19^ Conferenza dei vertici dell’organizzazione (che si è tenuta nel giugno 2026 proprio nella mia Napoli, presso il Comando NATO di Giugliano-Lago Patria,) è stata diramata, tra l’altro, questa dichiarazione: «La comprensione dell’ambiente civile, l’analisi basata sull’intelligenza artificiale, il giudizio umano, il contributo dei sottufficiali e la prontezza multinazionale non sono temi distinti. Fanno parte di un unico percorso: sviluppare il CIMIC come capacità militare rilevante per scenari di sicurezza complessi. Attraverso il CUCC 2026, il Multinational CIMIC Group continua a mettere in rete persone, esperienze e competenze all’interno della comunità CIMIC della NATO, trasformando il confronto professionale in indirizzo operativo» [xiii].   “CIVIL-MILITÄRT FÖRSVAR”: RISPOSTA INTEGRATA SVEDESE COME DETERRENZA Uno dei paesi sempre più allineati a questa dottrina è il Regno di Svezia, che anche recentemente ha ribadito sul sito del suo Ministero della Difesa (dotato di uno specifico ministro responsabile) che “la difesa civile e le attività correlate si fondano sulla preparazione della società a gestire le crisi e mirano a proteggere la popolazione, salvaguardare le funzioni sociali essenziali e contribuire alla capacità delle Forze armate svedesi di rispondere a un attacco armato – sia prima che durante una situazione di allerta rafforzata o in caso di guerra” [xiv]. Da poco (giugno 2026) il Governo svedese ha anche pubblicato un corposo rapporto di 42 pagine sul tema della c.d. “difesa totale”, cui ovviamente rimando [xv], limitandomi a citare alcuni brani più significativi del terzo capitolo. «Il sistema di difesa totale della Svezia comprende attività militari (difesa militare) e attività civili (difesa civile). Esso si fonda sulle risorse collettive della società. Difendere la Svezia e i suoi alleati da attacchi armati, nonché salvaguardare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale del Paese, non è solo un compito militare, ma una responsabilità dell’intera società. La difesa totale richiede il contributo personale di tutti i residenti; ciò presuppone una popolazione partecipe, per cui ci si attende che ciascuno offra il proprio contributo […] La difesa totale della Svezia deve possedere una forza, una composizione, una struttura di comando, una prontezza operativa e una capacità di tenuta tali da fungere da deterrente contro la guerra, svolgendo così una funzione preventiva e di mantenimento della pace. Una difesa totale svedese solida, dotata di capacità difensive credibile, rafforza la difesa collettiva della NATO e, di conseguenza, la complessiva capacità di deterrenza» [xvi]. Ritorna, in modo martellante, la visione d’una difesa globalizzante, che abbraccia e coordina le attività di natura militare e civile, per di più col pretesto di rendere partecipe e responsabile l’intera società e, ancor più paradossalmente, di promuovere la deterrenza contro la guerra cui invece i cittadini sono chiamati a prepararsi… In questo caso le espressioni-chiave riscontrabili sono: “responsabilità dell’intera società”, “contributo personale”, “prontezza operativa e capacità di tenuta”, “funzione preventiva e di mantenimento della pace”. “SIVILT-MILITÆRT SAMARBEID”: LA COOPERAZIONE DIFENSIVA IN NORVEGIA Non è molto diversa la situazione del fratello Regno di Norvegia, sul cui sito del Ministero della Difesa troviamo una pagina specifica del “Dipartimento per la Sicurezza e la Cooperazione Civile-Militare”, che a sua volta fa riferimento ad una specifica “Sezione per la Cooperazione nella Difesa Totale”. Per il periodo 2025-2036, inoltre, il Governo norvegese ha stilato un “Piano a lungo termine della Difesa”, da cui traggo il seguente brano. «È necessario un approccio che coinvolga l’intero apparato statale per migliorare la resilienza della società di fronte a minacce di natura militare e non militare. La cooperazione internazionale e la collaborazione tra enti governativi, imprese e popolazione – nell’ambito del concetto norvegese di difesa totale – costituiscono una priorità. La cooperazione civile-militare è parte integrante dell’impegno norvegese in materia di difesa»[xvii]. Se il messaggio non fosse stato abbastanza chiaro, un’esposizione dettagliata di cosa comporta la cooperazione difensiva norvegese la troviamo in un documento del 2018, a firma congiunta del ministro della difesa e di quello della giustizia e pubblica sicurezza, intitolato appunto: “Supporto e Cooperazione. Una descrizione della difesa totale in Norvegia”. «Esiste una netta distinzione tra responsabilità civili e militari, fondata su solide fondamenta politiche e costituzionali. Il Governo ha la responsabilità generale di garantire la sicurezza (security) pubblica e nazionale. Le autorità e gli enti civili sono responsabili di assicurare la sicurezza (safety) pubblica. Le Forze armate norvegesi hanno la responsabilità primaria di preservare l’indipendenza e i diritti sovrani della Norvegia, nonché di mantenere la sicurezza (security) nazionale, difendendo il Paese da attacchi esterni. Tuttavia, la preparazione alle emergenze e la gestione delle crisi – sia in ambito civile che militare – sono interdipendenti; e una cooperazione costante è quindi indispensabile. La cooperazione civile-militare è importante anche per ottimizzare l’impiego delle risorse complessive della società, contribuendo così a una buona gestione economica» [xviii]. Non mi soffermo oltre sulle affermazioni del governo norvegese sulla “difesa totale”, di cui si riconosce che le radici costituzionali sono piuttosto dubbie, sostenendo però di non poterne fare a meno. Tutto, ovviamente, per assicurare quella sicurezza che in italiano sembrerebbe un concetto unico, mentre in lingua inglese si articola più compiutamente in due differenti vocaboli: safety e security, come peraltro ho avuto modo di chiarire in un precedente articolo.[xix] L’intera sezione 4 del testo citato è dedicata al “Ruolo della Società Civile nella Difesa Totale” e, anche in questo caso, le espressioni-chiave sono: “preparazione olistica e coordinata nel settore civile”, “dipendenza delle forze armate dal supporto civile”. L’ALFABETO DELLA “DIFESA TOTALE“ Questa rapida carrellata sulle modalità concrete di attuazione della ‘difesa civile’ nei paesi dell’E.U., a partire da una concezione sicuramente ‘altra’ piuttosto che ‘alternativa’ rispetto alla tradizionale difesa armata di natura militare, dovrebbe farci riflettere di più e meglio sul senso di  proposte legislative che, pur ipotizzando qualcosa di diverso, rischiano comunque di avvalorare l’omologazione dell’Italia al modello globale di ‘difesa totale’ dettato dalla NATO ai paesi membri col citato acronimo CIMIC, ossia avvalendosi di una strumentale ‘”Cooperazione Civile-Militare”. L’analisi linguistica dei testi citati, peraltro, mette in luce un lessico piuttosto omogeneo da parte dei governi degli Stati presi in esame, col ricorrente l’impiego delle parole-chiave già evidenziate che ora provo ad elaborare, ordinandole alfabeticamente e ricordando gli attributi che le accompagnano. * Contributo è un termine di sapore vagamente morale, riferito retoricamente a ciò che ogni ‘persona’ potrebbe (e, si lascia intendere, dovrebbe) fare per la sicurezza collettiva. * Cooperazione è la seconda importante key-word, intesa come collaborazione (non esattamente paritetica…) tra attori civili e militari in materia di difesa. * Complementarietà indicherebbe, almeno in teoria, un rapporto orizzontale e biunivoco tra civile e militare, che viene però contraddetto dal seguente termine: * Coordinamento, vocabolo in apparenza neutro, che indica invece un rapporto unidirezionale fra i due attori, affidando alle istituzioni militari il compito di co-ordinare le misure di difesa civile con le operazioni militari già programmate. * Difesa – la parola più centrale e basilare di tutte – è accompagnata da un poker di attributi, che la qualificano come: collettiva, complessiva, nazionale, preventiva e totale. E questoper sottolineare che si tratta di un concetto ‘globale’, peraltro ben diverso da quello tradizionale, in quanto ossimoricamente fa appello alla ‘preventività’ della risposta ad un’ipotetica minaccia. * Dipendenza: apparentemente da parte dei governi s’insiste su quella delle forze armate nei riguardi del ‘supporto civile’, ma è evidente la posizione ancillare di quest’ultimo nei confronti dell’organizzazione e controllo da sempre esercitati in tale ambito dalle forze armate. * Integrazione/interazione, pur non essendo sinonimi, alludono entrambi alla ricerca di una visione comune e complessiva della difesa nazionale, inglobando al suo interno la protezione civile e finendo quindi col militarizzarne di fatto le attività. * Preparazione/Prontezza, sebbene anche in questo caso non si tratti di sinonimi in senso stretto, traducono il concetto anglosassone di Preparadness/Readyness, che non indica tanto la fase di formazione preliminare degli attori ad un’azione congiunta civile-militare, quanto un efficientistico stato di prontezza ad intervenire hic et nunc laddove insorgano emergenze di vario genere o si temano attacchi armati. * Resilienza è un’altra delle parole-attaccapanni di moda, che servono a giustificare un po’ di tutto, con scarsa precisione semantica e finalità quanto meno ambigue. Essendomene occupato in un articolo di alcuni anni fa, rinvio ad esso per approfondirne il senso[xx]. Mi limito piuttosto a rilevare che questo termine è riferito specificamente alle ‘infrastrutture civili’ e alla ‘continuità dei servizi essenziali’, dando importanza alle istituzioni ed ai servizi più che alla salvaguardia dell’assetto democratico- costituzionale dello stato da ‘difendere’. * Responsabilità: è attribuita strumentalmente alla ‘intera società’, come se i decisori del modello di difesa, ma anche della protezione civile, fossero davvero i cittadini, o quanto meno gli organismi a loro più prossimi, anziché complesse strutture gerarchiche di natura militare. * Salvaguardia è una parola un po’ ambigua quando viene riferita alla ‘sicurezza nazionale’. Se questa viene assunta come un valore prioritario e indiscutibile, infatti, le ipotetiche minacce ad essa consentono l’adozione di interventi ‘eccezionali’, nel senso che – come ci racconta sempre più spesso la cronaca politica – possono fare eccezione alle normative ordinarie e perfino aggirare le garanzie costituzionali. * Sicurezza – come abbiamo visto concetto assai estensibile ed arbitrariamente interpretabile – è la principale motivazione e giustificazione per provvedimenti autoritari, repressivi ed antidemocratici, oltre che per una progressiva sterzata verso un ordinamento che ingloba nella c.d. ‘difesa totale’ finalità, compiti ed obiettivi eterogenei, in nome di una loro dichiarata interdipendenza. Gli attributi più comuni che la definiscono sono appunto: globale e integrata. * Sostegno/Supporto sono sostantivi simili che, accompagnati da un aggettivo come reciproco, lascerebbe intendere che l’intervento dei civili (volontari o personale retribuiti che siano) non comporti un mero servizio reso alle funzioni e strutture militari che ne avvertano il bisogno. Ma il comune prefisso su- dei due termini, che rinvia alla preposizione latina sub, indica invece una sostanziale subalternità di una componente della difesa nei confronti dell’altra. Concludendo, se qualcuno vuole meritoriamente far conoscere, diffondere e proporre concretamente la teoria e la pratica d’un modello di difesa davvero ‘civile’, alternativa e quindi contrapposta a quella militare, non dovrebbe cadere nella trappola di ricorrere a soluzioni pasticciate e di compromesso, né dovrebbe chiedere ad altri di sostenere proposte legislative quanto meno poco chiare. Questa mia mia breve rassegna di come i nostri partner europei e NATO intendono nei fatti l’integrazione fra difesa civile e militare, così come la denuncia dell’ambiguità semantica del lessico utilizzato per farla apparire indispensabile, vuol essere pertanto un personale contributo ad una necessaria presa di coscienza delle palesi contraddizioni che il movimento per pace italiano rischia di pagar caro. Ermete Ferraro [i] Cfr. Ermete Ferraro, Difesa civile. Sì, ma quale? (1) 08.07.2026. https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/ [ii] Bundeswehr, Working together for defence. Operational Plan for Germany. A core military element of overall defence. https://www.bundeswehr.de/en/organization/bundeswehr-joint-force-command/missions/operational-plan-for-germany (trad. mia). [iii] Ibidem. [iv] Bundeswehr, Infrastructure, Environmental Protection and Services. https://www.bundeswehr.de/en/organization/infrastructure-environmental-protection-and-services. [v] Cfr. Wikipedia, voce “Sécurité civile en France”. https://fr.wikipedia.org/wiki/S%C3%A9curit%C3%A9_civile_en_France. [vi] République Française, Code de la défense, Titre II : Défense civile (Articles L1321-1.2). https://www.legifrance.gouv.fr/codes/section_lc/LEGITEXT000006071307/LEGISCTA000006151474/ -(trad. mia). [vii] Ministére del Armées et des Anciens Combattants. https://www.defense.gouv.fr/. [viii] Ivi, Secrétariat général pour l’administration, Politique RH militarie et civile. https://www.defense.gouv.fr/sga/au-service-armees/ressources-humaines/politique-rh-militaire-civile (trad. mia). [ix] Ministerio de Defensa, Portal de CESEDEN, IEEE., Miguel Ángel Pérez Franco, Gabinete Técnico de JEMAD, IEEE. Resiliencia y defensa nacional: la fortaleza de la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica europeaResiliencia y defensa nacional: la fortaleza de la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica europea. https://www.defensa.gob.es/ceseden/-/ieee/resiliencia-y-defensa-nacional-sociedad-civil  (trad. mia). [x] Ibidem. [xi] Gov.UK, Ministry of Defence, Resilience through Comprehensive Security: UK statement to the OSCE. https://www.gov.uk/government/speeches/resilience-through-comprehensive-security-uk-statement-to-the-osce (trad. mia). [xii] NATO Standard AJP-3.19, Allied Joint Doctrine for Civil-Military Cooperation, Edition B, Version 1, June 2025. https://assets.publishing.service.gov.uk/media/685a8bdce9509f1a908eb108/AJP_3_19_EdB_CIMIC.pdf. [xiii] Multinational CIMIC Group, After CUCC 2026: turning dialogue into direction. https://cimicgroup.org/after-cucc-2026-turning-dialogue-into-direction/. [xiv] Government Offices of Sweden, Civil defence. https://www.government.se/government-policy/civil-defence/ (trad. mia). [xv] Cfr. The Swedish Defence Commission’s interim report on the current state of Sweden’s total defence and the security situation, June 2026. https://www.government.se/contentassets/999b43e37fc84384827d09156be6a65f/report-the-swedish-defence-commissions-interim-report-on-the-current-state-of-swedens-total-defence-and-the-security-situation-june-2026.pdf. [xvi] Ivi, 3. Total defence, p. 20 (trad. mia). [xvii]  Norwegian Ministry of Defence, The Norwegian Defence Pledge Long-term Defence Plan 2025–2036. https://www.regjeringen.no/contentassets/0faae3f9efcf4c2fa0f43e2a15bfbc1d/en-gb/pdfs/the-norwegian-defence-pledge.pdf (trad. mia). [xviii] Norwegian Ministry of Defence – Norwegian Ministry of Justice and Public Security, Support and Cooperation. A description of the total defence in Norway. https://www.regjeringen.no/contentassets/5a9bd774183b4d548e33da101e7f7d43/support-and-cooperation.pdf. [xix] Ermete Ferraro, Etimostorie #15: SICUREZZA (01.12.2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/12/01/etimostorie-15-sicurezza/. [xx] Ermete Ferraro, Etimostorie #9 – RESILIENZA (12.03.2023) https://ermetespeacebook.blog/2023/03/12/etimostorie-9-resilienza/ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Difesa civile. Sì, ma quale? Che ci faccio qui? (1)
RILANCIAMO IL PRIMO DI QUATTRO ARTICOLI DI ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATO SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK. Il 16 marzo scorso, in occasione del deposito alla Corte di Cassazione del testo della proposta di legge d’iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” [i], è stata scattata questa fotografia dei rappresentanti delle associazioni e organizzazioni aderenti alle sue tre Reti promotrici.   C’ero anch’io, presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), ma curiosamente ero l’unico del gruppo che non guardava avanti, verso l’obiettivo del fotografo, bensì lateralmente, suscitando l’impressione di una sorta di spaesamento, come se mi stessi chiedendo – per mutuare il titolo dell’ottima trasmissione di Domenico Iannacone – “Che ci faccio qui?”. In effetti qualcosa aveva attirato altrove la mia attenzione al momento dello scatto ma, a volerci scorgere un significato più profondo, quel particolare può essere visto come la metafora iconica della mia posizione ‘fuori dal coro’. Quando nel 2014 fu presentata la prima proposta di legge d’iniziativa popolare su “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta” [ii], largamente ripresa nel testo attuale, già allora espressi il mio disagio per quella che mi sembrava una versione minimalista ed ambigua di una vera difesa alternativa alla militare (civile, sociale, popolare e nonviolenta), che aveva ispirato per decenni il movimento pacifista italiano ed al cui sviluppo effettivo del progetto contribuì soprattutto Antonino Drago. In un articolo per il mio blog, datato novembre 2014 [iii], infatti, manifestai dubbi e perplessità nel merito di quel testo e sul metodo con cui era stato frettolosamente imbastito, ricorrendo ironicamente ad espressioni del teatro di Eduardo de Filippo per sottolinearne gli aspetti problematici. Oggi, dopo 12 anni, rileggere quell’articolo mi fa ancora più male. Di fronte all’incalzare della militarizzazione della cultura della formazione e della società ed al rifiorire di assurde pulsioni guerrafondaie, l’evidente crisi del movimento per la pace – al quale purtroppo non è bastato coagularsi intorno ad una rete unitaria per diventare più autorevole ed efficiente – mi sembra il risultato tangibile d’una lunga e pericolosa stasi di riflessioni ed azioni. Una stasi che ha portato fatalmente a banalizzare le originarie proposte antimilitariste, adattandole conseguentemente ad un lessico da realpolitik, senza che per questo farle diventare davvero più realistiche ed efficaci. “ALTRA” E “ALTERNATIVA” NON SONO SINONIMI Il testo presentato lo scorso marzo in Cassazione, sul quale vanno raccolte 50.000 firme di cittadini a sostegno di quella legge d’iniziativa popolare, conserva purtroppo gli stessi limiti della precedente proposta, con la differenza che, nel frattempo, il quadro nazionale ed internazionale è molto cambiato, mettendo sempre più allo scoperto il nervo di una difesa esclusivamente militare, sempre più professionale e tecnologica. Un modello difensivo forse meno retoricamente paludato, ma rispondente alle ferree regole di un efficientismo aziendale [iv], per di più in un drammatico contesto geopolitico in cui sembra tramontata l’autorevolezza degli organismi di mediazione sovranazionali, mentre cresce a vista d’occhio l’arroganza militarista e l’aggressività bellicista, con sfoggio di un lessico violento a tutti i livelli. Va avanti, in effetti, una strategia comunicativa che alterna tentativi di ‘civilizzazione’ della difesa militare con pulsioni alle militarizzazione delle istituzioni civili, alimentando la confusione e aprendo a vari scenari possibili, nazionali ed internazionali L’istituzione d’una Rete unitaria per la pace e il disarmo avrebbe dovuto non solo coagulare le azioni sparse di tante organizzazioni in un progetto unitario di opposizione a questa incalzante deriva guerrafondaia, ma anche consentire una riflessione comune seria e articolata su un indispensabile ‘programma costruttivo’, da elaborare condividere e diffondere, tenendo conto, fra l’altro, di una realtà socioculturale sempre più ostica e poco sensibile alle visioni globali. Diluire le proprie proposte, però, non era e non è la soluzione. Non lo è neppure svendere decenni di studi e riflessioni sull’efficacia – oltre che sulla validità etica – di un’autentica difesa civile non armata e nonviolenta, in cambio dell’ipotetico riconoscimento legislativo di un dipartimento governativo che si occupi di una forma ‘complementare’ di difesa, in quanto non armata e non strettamente militare. Eppure la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), insieme con la Consulta Nazionale per il Servizio Civile (CNESC) e la Campagna Sbilanciamoci! hanno deciso comunque di ripresentare questa proposta, senza un vero confronto sulla sua validità e coerenza, ad un anno dalla scadenza della legislatura e senza preventivo coinvolgimento delle forze politiche che dovrebbero sostenerla, una volta avallata da 50.000 firme ed incardinata nell’agenda parlamentare. Ecco perché, con una costruttiva lettera – a mia firma ma condivisa dall’intero Consiglio Nazionale del MIR – abbiamo cercato chiarire la nostra imbarazzante posizione all’interno della RIPD, chiedendo di aprire una discussione franca, anche se tardiva, su quel testo, a partire dalle ‘obiezioni’ avanzate pubblicamente [v]da Antonino Drago, autorevole esperto italiano di Difesa Popolare Nonviolenta. >  «Già nell’art. 1 della LIP si afferma: “la difesa civile, non armata e > nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, > protezione e gestione non armata dei conflitti, [è] complementare alle forme > di difesa militare”. Nella relazione introduttiva alla PdL si parla poi di “… > forme di difesa civile basate su principi non armati e > nonviolenti, integrando tali strumenti nelle proprie politiche di sicurezza > nazionale […] L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa > militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori > strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, > richiedono risposte civili…”. Ebbene, il fatto di aver definito la difesa > civile e nonviolenta –l’aggiunta del termine “non armata” – mediante aggettivi > quali “complementare”, “integrato”, “affiancata” nei confronti della > tradizionale difesa basata sulle forze armate è il primo punto critico, da cui > sorge legittimamente il dubbio che ad una visione alternativa se ne sia de > facto sostituita una più ambigua e compromissoria» [vi]. IMMAGINE PUBBLICA E SOSTANZA EFFETTIVA… A quell’appello, però, non a fatto seguito un’adeguata risposta ed anche qualche altra timida voce di dissenso è stata subito messa a tacere, in nome di un’adesione acritica e passiva a decisioni assunte verticisticamente, ma che rischiano di compromettere la credibilità stessa del movimento per la pace ed in particolare della sua componente tradizionalmente nonviolenta. Nella conferenza stampa di presentazione pubblica e lancio pubblicitario della L.I.P. – tenuta in Senato il 6 luglio 2026 [vii] – i relatori intervenuti hanno piuttosto  insistito sugli elementi che accomunano in modo un po’ generico le persone che odiano la ferocia della guerra ed aspirano a modalità difensive e di resistenza non armate. La prof.ssa De Cesare ha ribadito il no al riarmo, alla retorica militarista e alla logica bellica. L’attore Ascanio Celestini ha giustamente ricordato come anche in Italia la resistenza abbia spesso assunto le caratteristiche di una difesa civile, disarmata e popolare. Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, ha inquadrato la proposta come uno strumento per aprire un nuovo scenario, attuando l’art. 52 della Costituzione e contribuendo a costruire strutture di pace. Ha insistito, inoltre, sull’esigenza di “mettere sotto un unico cappello quello che c’è già”, sebbene – a dire il vero – i tre obiettivi individuati (prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti) allo stato attuale siano lontani dall’essere stati già affrontati organicamente ed efficacemente. Guido Marcon (Sbilanciamoci!) ha parlato di dialogo, riconciliazione, disobbedienza civile e resistenza, lamentando l’assenza dell’ONU ma ipotizzando a livello italiano una difesa alternativa che integri servizio civile e ‘corpi civili di pace’. Rossano Salvatore (CNESC), infine, ha insistito sul valore del servizio civile ed ha fatto appello a ripartire da ciò che si è già fatto, ma nella cornice di un Dipartimento specifico che coordini la difesa civile con le preesistenti struttura della protezione civile nazionale e del corpo (militarizzato)dei Vigili del Fuoco. Insomma, in quella conferenza stampa si è parlato molto dello scenario e della possibile trama dell’azione scenica da svolgervi, ma poco del copione che è stato scelto per questo portare avanti compito. Si è mantenuto non a caso un ‘low profile’, lasciando intendere che la legge proposta sarebbe in fondo una necessaria razionalizzazione di ciò che c’è già, guardandosi bene viceversa dall’insistere sulla carica alternativa, antimilitarista e nonviolenta insita in una difesa civile, sociale e popolare degna di questo nome. Peccato davvero, perché il comprensibile realismo di un ‘programma costruttivo’ non mi sembra che giustifichi una versione annacquata ed ambigua di quella vera alternativa difensiva che, invece, sarebbe l’unica seria motivazione per uscire dalle secche della rassegnazione e dell’adattamento ad una deriva militarista, riarmista e bellicista. La stessa campagna di rilancio dell’obiezione di coscienza, a mio avviso, potrebbe essere compromessa da questo totale investimento sulla normalizzazione legislativa di una difesa solo ‘altra’, per di più col rischio che un eventuale fallimento della sua sottoscrizione si riverberi negativamente su tutto il movimento italiano per la pace oppure che, una volta giunta sui banchi del Parlamento, quella zoppicante proposta venga ulteriormente azzoppata e cinicamente fagocitata dalla logica perversa del complesso militare-industriale. Non era questa “l’aggiunta nonviolenta” di cui parlava Aldo Capitini, che avrebbe nutrito seri dubbi sulla strumentale banalizzazione di quella nonviolenza alla cui teoria e pratica aveva dedicato i suoi fondamentali contributi ed alla quale dovrebbero comunque ispirarsi, anche al loro interno, coloro che si fregiano di quel titolo. Ermete Ferraro [i] https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf [ii] https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/ [iii] https://ermetespeacebook.blog/2014/11/23/nonviolenza-o-nonvolenza/ [iv] Cfr. alcuni miei precedenti articoli, fra cui: https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/    https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/ [v] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/05/16/nonviolenzala-legge-sulla-difesa-popolare-non-protegge-lobiezione/8388182/ [vi]   Dalla lettera inviata il 12 maggio 2026 dal MIR Italia alla Segreteria della Campagna “Un’altra difesa è possibile” [vii]  https://retepacedisarmo.org/2026/un-altra-difesa-e-possibile-accelera-la-raccolta-verso-lobiettivo-delle-50-000-firme-necessarie-per-il-deposito-del-testo-di-legge/ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Ermete Ferraro sulle sue dimissioni da Presidente del MIR
A margine di quanto esposto nella ‘lettera agli iscritti’ inviata dal Consiglio Nazionale del Movimento Internazionale della Riconciliazione e pubblicizzata anche sui canali sociali, credo che sia giusto integrarla con alcune precisazioni da parte mia. La decisione di dimettermi dall’incarico di presidente dello storico movimento, a nove mesi dalla scadenza del mio secondo mandato, è motivata da un lato dalla volontà di rispettare, pur non condividendolo, quanto è stato deciso a maggioranza dal C.N. in merito alla partecipazione attiva del MIR Italia alla raccolta di firme a sostegno della legge d’iniziativa popolare sulla difesa civile, non armata e nonviolenta presentata a marzo alla Corte di Cassazione. Dall’altro, è una scelta che nasce dalla mia esigenza di chiarezza e coerenza nei riguardi della posizione critica assunta a ragion veduta nei suoi confronti, ampiamente motivata e condivisa anche da altri consiglieri, per cui non mi sento d’interpretare ancora il ruolo di portavoce e rappresentante del Movimento. Non si tratta di semplici divergenze di opinione o di posizioni discordanti, che possono e devono essere ricondotte all’interno di una democratica logica associativa. Siamo di fronte, infatti, ad una questione fondamentale per ogni ricercatore/ educatore/ attore per la pace, dal momento che una genuina proposta d’un modello di difesa realmente alternativo a quello militare (e quindi civile, sociale, popolare e nonviolento) costituisce il fulcro dell’indispensabile ‘programma costruttivo’ di cui un’organizzazione pacifista, antimilitarista e disarmista si fa portatrice. Ecco perché, oltre a consentirmi di esporre pubblicamente gli argomenti che sono alla base delle mie osservazioni critiche alla L.I.P. e alla relativa campagna “Un’altra difesa è possibile”, pubblicando due articoli sul mio blog 1, le mie dimissioni da presidente mi permettono anche d’interagire a titolo personale con altri soggetti e d’intervenire in confronti pubblici senza preoccuparmi di coinvolgere il MIR nelle mie valutazioni. Ovviamente proseguirò la mia attività di consigliere nazionale e non farò certo mancare l’impegno nelle campagne comuni sulle quali il Movimento si è unanimemente espresso nelle sue ultime due assemblee nazionali: obiezione di coscienza preventiva, ecopacifismo, no al nucleare civile e militare, educazione alla e per la pace. Non è in atto alcuna frattura e la solidarietà con amici/che e compagni/e resta piena, ma il rispetto della verità e la necessità di evitare falsi unanimismi su questa scottante materia sono per me troppo importanti perché io possa far finta di nulla. Naturalmente la mia scelta di ‘non collaborazione’ con questo progetto di legge minimalista e contraddittorio sulla DCNANV non comporta alcuna forma di boicottaggio degli sforzi che stanno impegnando in questa fase lo stesso MIR e le altre componenti della Rete Italiana Pace e Disarmo. Temo piuttosto che il mancato raggiungimento del numero di firme necessarie per portare la proposta in Parlamento, oppure un suo ulteriore travisamento attraverso emendamenti al testo in sede legislativa, possano rivelarsi un pericoloso e clamoroso passo falso, compromettendo credibilità e affidabilità dell’intero movimento. Anche in questo caso, però, la nostra coscienza di persuasi della nonviolenza deve garantire l’autonomia di ciascuno, cercando però di guidarci anche verso una risoluzione costruttiva di questo dissidio interno. Ermete Ferraro 1 Ermete Ferraro, Difesa Civile sì. Ma quale? 1 e 2 > https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/ ; https://ermetespeacebook.blog/2026/07/21/difesa-civile-si-ma-quale-2/ Redazione Italia
July 22, 2026
Pressenza
Lettera del Consiglio Nazionale del MIR agli iscritti
Il Consiglio Nazionale del MIR, riunitosi il 15 luglio 2026, dopo lunga discussione, successiva alle discussioni già avvenute in due precedenti riunioni, ha accettato a maggioranza e con sofferenza le dimissioni da Presidente MIR presentate da Ermete Ferraro. Il motivo delle sue dimissioni è collegato alla Proposta di Legge di Iniziativa Popolare per “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa Civile non armata e nonviolenta”, per la quale è in corso la Campagna di raccolta firme per la sua presentazione al Parlamento. Il 13 maggio scorso Ermete Ferraro, come Presidente del M.I.R, ha inviato alla Segreteria della Campagna “Un’altra difesa è possibile” una lettera con le osservazioni critiche che erano emerse dall’Assemblea nazionale del M.I.R. di fine aprile, circa il testo della Proposta di Legge. Il dibattito sull’argomento è continuato sul Forum del MIR e nel Consiglio Nazionale, arrivando alla decisione di sostenere come MIR la Campagna “Un’altra difesa è possibile”, nonostante le perplessità relative ad alcuni punti della proposta di legge, in particolare alla frase dell’art.1 che riconosce la difesa civile, non armata e nonviolenta come  “complementare alle forme di difesa militare”. Il MIR, che sostenne la Campagna del 2014-15 “Un’altra difesa è possibile”, di raccolta firme per la  presentazione della proposta di legge di “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta” (presentata nell’art.1 come “forma di difesa alternativa a quella militare denominata “Difesa civile, non armata e nonviolenta”, quale strumento di difesa che non comporti l’uso delle armi ed alternativo a quello militare”), sostiene anche questa raccolta firme, intendendo la DCNANV come alternativa alla difesa militare, come sta scritto anche nella presentazione sul sito della attuale Campagna. Questa decisione, presa dall’Assemblea e dal Consiglio Nazionale, non è condivisa da tutti e non ha il consenso del Presidente Ferraro, il quale ha presentato per questo le sue dimissioni. Il MIR ritiene utile organizzare sulla difesa civile nonviolenta un convegno di approfondimento e confronto con altre organizzazioni, anche per fornire al Parlamento elementi utili per la formulazione finale della Legge. Pace forza e gioia. 20 luglio 2026                                                            Il Consiglio Nazionale MIR MIR Italia - Movimento Internazionale della Riconciliazione
July 22, 2026
Pressenza
Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva
In questi anni di costante e quotidiano lavoro di monitoraggio del livello di bellicismo nei luoghi della formazione e della società civile, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha segnalato e pubblicato numerosissimi casi di invasione delle forze armate nelle scuole, ma anche analisi approfondite sull’avanzare della “Cultura della difesa”, sul riarmo e sul contesto geopolitico in cui prendevano significato quelle iniziative. In un quadro caratterizzato da un radicale antimilitarismo, che accomuna tutte le componenti dell’Osservatorio, di cui diverse si riferiscono esplicitamente alla tradizione pacifista e nonviolenta, chi ha preso parte al suo percorso ha maturato via via la consapevolezza di un chiaro processo guerrafondaio in cui molte istituzioni, a partire dai governi e dagli apparati economici degli Stati che fanno affari con gli armamenti, per finire con le organizzazione internazionali, tra cui la NATO, stanno trascinando le popolazioni verso il baratro della guerra, cercando di indorare la pillola di una tragedia mondiale che deve necessariamente allertare per il semplice motivo che per la qualità e la quantità dell’arsenale a disposizione, la deflagrazione che si prevede non può che essere l’ultima, l’estrema e la definitiva misura per spazzare via l’umanità intera dalla faccia della Terra. E, allora, in considerazione di queste analisi e delle evidenze empiriche raccolte, chi si ritrova quotidianamente a costruire il sostrato concreto che costituisce il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pur nella consapevolezza dello sforzo profuso da chi è stato coinvolto nell’estensione della PdL Un’altra difesa è possibile, la cui storia nell’ambito del movimento pacifista non è in discussione, vorrebbe mettere in evidenza tutte le perplessità che essa ha suscitato in ambienti e in soggetti con altrettanta comprovata fede pacifista, antimilitarista e nonviolenta, soprattutto in relazione al ruolo che il servizio civile verrebbe ad assumere nel contesto internazionale. Tra le varie perplessità emerse, si segnalano ad esempio: – Serena Tusini, sindacalista e docente tra le promotrici dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Contropiano» il 28 marzo 2026, critica aspramente la PdL sulla difesa nonviolenta, definendola una proposta datata e funzionale alla dottrina NATO della “difesa totale” (CIMIC), nella quale l’ambito civile è interamente e strutturalmente concepito come terreno operativo militare. Alla luce di questo, Tusini denuncia la proposta come uno strumento per militarizzare i cittadini, con il servizio civile che funge da “cavallo di Troia” per il ritorno della leva obbligatoria, criticando infine il terzo settore per favorire la privatizzazione dello stato sociale. – Michele Lucivero, giornalista e docente tra i promotori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Pressenza» il 6 maggio 2026, denuncia il rischio che il ritorno della leva obbligatoria in Europa trasformi il servizio civile proposto nella PdL in una difesa “complementare” subordinata alle logiche militari della NATO, tradendo così l’eredità etica di don Lorenzo Milani e la storia dell’obiezione di coscienza. Attraverso un’intervista a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, viene analizzato il “modello svedese”, in cui il servizio civile dal 2026 include compiti di cybersicurezza e logistica strettamente integrati all’apparato bellico. Di fronte a queste dinamiche, l’autore solleva il dilemma morale di dover difendere alleanze militari che agiscono come oppressori e invita il movimento pacifista italiano, dove la leva non è ancora attiva, a una disobbedienza civile totale, proponendo anche la creazione di un fondo economico per sostenere chi rifiuta radicalmente la militarizzazione; – Antonino Drago, primo proponente di un progetto di legge sulla difesa popolare nonviolenta (1969), e Franco Dinelli, Direttore Centro Studi di Pax Christi, in un articolo pubblicato su «Il Fatto quotidiano» il 16 maggio 2026, criticano duramente la PdL, sostenendo che essa rischia di ridurre il servizio civile e la stessa “obiezione di coscienza”, che viene adombrata nel testo, a scelte subordinate alla difesa militare. Gli autori evidenziano la necessità di una vera autonomia per la difesa nonviolenta, avvertendo che un compromesso strutturale, “complementare”, “affiancato” e “integrato” con i Governi, sempre più ostaggi nella NATO, annullerebbe le alternative alla guerra; – Ermete Ferraro, presidente del Movimento Internazionale per la Riconciliazione, tra gli aderenti all’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio 2026 sul suo blog, ha definito la PdL Un’altra difesa è possibile una versione “minimalista” e compromissoria, che integra la difesa militare anziché rappresentare un’alternativa strutturale. Il dissenso si concentra sulla definizione di difesa “complementare” (Art. 1) e sulla mancanza di un dibattito interno profondo, evidenziando la stasi del movimento pacifista, adattatosi alla realpolitik. La posizione critica sottolinea la necessità di un programma costruttivo autonomo e coerente con la teoria della difesa “alternativa”; – Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, tra i fondatori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio sul blog obiezioneallaguerra esprime molti dubbi sulla PdL perché essa non scalfisce affatto la vigente e incostituzionale subordinazione di una difesa civile rispetto a quella militare e rispetto a logiche sovranazionali offensive come quelle della NATO. Per creare un’alternativa non basta un 6×1000 del tutto legittimo ma individuale e minimo, occorre prendere miliardi di fondi pubblici, secondo Navarra, in primis da quella parte dello strumento militare che ha funzioni offensive, e ridestinarli per la pace. Questo accompagnato alla denuclearizzazione unilaterale, all’uscita dalla NATO e alla possibilità di esercitare pienamente e coerentemente con la Costituzione il diritto all’obiezione di coscienza. Per tutti questi motivi, la PdL Un’altra difesa è possibile, pur ponendosi l’intento di inserire, tra le altre cose, il servizio civile all’interno di un quadro costituzionale caratterizzato dalla difesa nonviolenta e non armata del proprio Paese, rischia di essere una misura non solo insufficiente sulla via del pacifismo, ma anche controproducente, dal momento che potrebbe rivelarsi uno strumento utile nelle mani dei guerrafondai. L’ambiguità del testo dell’iniziativa legislativa, infatti, nel richiamare “la complementarità” e non “l’alternativa” alla guerra e alla difesa armata, rischia di essere lo strumento attraverso il quale la strategia NATO della difesa totale s’incunea nella società civile, rendendo quest’ultima complice delle guerre d’aggressione in cui alcuni capi di Stato dissennati stanno cercando di trascinare un’alleanza militare da cui converrebbe, piuttosto, rapidamente uscire. Si tratta, dunque, di perplessità diffuse in maniera trasversale nel mondo pacifista, antimilitarista e nonviolento dovute all’equivocità, certamente non ricercata, ma non per questo meno patente, del testo in questione. Tuttavia, nello spirito democratico e pluralistico che connota la nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, vorremmo, al più presto, riprendere insieme il dibattito intorno alla nostra proposta di obiezione totale a partire dalle indicazioni tracciate nel nostro Manifesto di Resistenza alla militarizzazione, che consideriamo l’ipotesi al momento più idonea per affrontare un contesto internazionale connotato da una normalizzazione della guerra. Un’obiezione totale e collettiva da esercitare in tutti i luoghi di lavoro e di formazione anche per arginare la propaganda per l’arruolamento nelle forze armate che si presenta spesso come unico sbocco lavorativo per zone sempre più depresse del nostro Paese. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Militarizzazione delle scuole ad Aversa: la lettera del M.I.R. alla Dirigente Scolastica
PUBBLICHIAMO VOLENTIERI LA NOTA INVIATA DA ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DEL M.I.R. ITALIA, ADERENTE ALL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, ALLA DIRIGENTE SCOLASTICA DELL’IIS “LEONARDO DA VINCI” DI AVERSA (CE) IN RELAZIONE ALLA SCONCERTANTE VISITA DI STUDENTI, STUDENTESSE E DOCENTI AL COMANDO NATO DI GIUGLIANO, UNA STRUTTURA MILITARE PERICOLOSAMENTE COINVOLTA IN SCENARI DI GUERRA CON LA PARTE SBAGLIATA DELLA STORIA. Alla D.S. dell’I.I.S. ’Leonardo da Vinci’ di Aversa (CE), prof.ssa Margherita Montalbano   ceis03100v@istruzione.it    Oggetto: visita di studenti e docenti al Comando NATO di Giugliano Gent. Dirigente, ancora una volta registriamo con sconcerto un’iniziativa che vorrebbe essere di natura ‘didattico-educativa’, ma è invece finalizzata all’ennesimo contatto ravvicinato tra scolaresche, strutture ed impianti militari e centri di comando palesemente legati ad allarmanti scenari di guerra, che sempre più minacciano la pace e la sicurezza. Abbiamo appreso infatti – visitando il sito del J.F.C., ossia il Comando della NATO per il Sud Europa, l’area balcanica ed il Medio Oriente – che alcune classi dell’Istituto Statale da lei diretto hanno fatto visita a quella struttura e che lei stessa si è congratulata col suo Comandante, l’Ammiraglio Wikoff – che è anche a capo della Marina degli USA per l’ambito europeo ed africano – ringraziandolo perfino per tale ‘opportunità’. Da docente, e come presidente nazionale e referente territoriale del più antico movimento italiano per la pace e la nonviolenza, esprimo netta disapprovazione per questa iniziativa che ben poco ha di formativo, laddove contribuisce piuttosto a rafforzare il drammatico processo di militarizzazione delle scuole e delle università nel nostro Paese. Nello spirito di apertura nonviolenta al dialogo, comunque, sarei lieto di potermi confrontare con docenti e studenti su questo tema, nell’ambito di iniziative di educazione civica e, specificamente, di educazione alla pace. Confidando in un positivo riscontro, la saluto cordialmente. Prof. Ermete Ferraro, Presidente M.I.R. Italia – Coord. M.I.R. Napoli -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
“Una è a guerra ca ce spetta”: da Basile a Totò, la tradizione napoletana della pace e della disobbedienza civile dialoga con il presente
Alla libreria IoCiSto la lezione di pace di Ermete Ferraro Non una semplice presentazione di un libro, ma una riflessione collettiva sul rapporto tra cultura, pace, potere e tradizione. Nella sala gremita della libreria IoCiSto è stato presentato il saggio di Ermete Ferraro “Una è a guerra ca ce spetta”, edito da Langella. A rendere coinvolgente ed emozionante il clima le letture teatralizzate dell’attrice Marcella Vitiello, che ha dato voce con sensibilità e forza espressiva, nell’antico vernacolo, a brani di Giambattista Basile e Raffaele Viviani. Due autori che hanno saputo raccontare l’anima profonda di Napoli, le sue contraddizioni, la sua ironia e la sua straordinaria umanità. Le interpretazioni dell’attrice hanno offerto al pubblico non soltanto una pausa letteraria, ma una vera immersione in quella tradizione culturale che costituisce il cuore stesso del libro di Ferraro. Un pubblico attento e partecipe, un dibattito intenso che ha intrecciato cultura, diritto, storia, vangelo e attualità. La presentazione del libro di Ermete Ferraro, Una è a guerra ca ce spetta, si è trasformata in qualcosa di più di un semplice incontro letterario: un’occasione di riflessione collettiva sul significato della pace, della giustizia e della responsabilità civile in un tempo segnato da guerre, soprusi e crescenti tensioni internazionali. Il titolo del libro richiama una celebre espressione della sapienza popolare napoletana: “una è a guerra ca ce spetta”; l’unica guerra che davvero “ci spetta” non è quella combattuta con le armi, ma quella contro le ingiustizie, le disuguaglianze, le forme di oppressione e di dominio che attraversano le società umane. È una dichiarazione di intenti. L’opera di Ferraro si inserisce infatti in una lunga e prestigiosa tradizione culturale napoletana che, nei secoli, ha espresso una visione profondamente critica della guerra. Una tradizione, dal Quattrocento ai giorni nostri, che attraversa la letteratura, il teatro e il pensiero civile della città. Da Giambattista Basile, che nelle sue opere ha saputo raccontare il mondo popolare con uno sguardo attento all’umanità degli ultimi, fino alle pagine di Ferdinando Russo e alle intense rappresentazioni di Raffaele Viviani, emerge una costante diffidenza verso ogni forma di sopraffazione e di violenza esercitata dal potere, ma anche la ricerca di modalità alternative di risposta alla violenza, come la solidarietà comunitaria, la satira dell’autorità e la ridicolizzazione della retorica bellicistica. Questa eredità culturale ha poi espressioni altissime nel Novecento con Eduardo De Filippo e Totò. Nelle loro opere, pur diverse per linguaggio e stile, la guerra appare come il simbolo dell’assurdità umana, mentre la solidarietà, la pietà e l’intelligenza popolare diventano gli strumenti per resistere alla brutalità della storia. È una Napoli che non celebra gli eroi armati, ma gli uomini e le donne capaci di conservare la propria umanità anche nelle circostanze più difficili, capace di adattarsi ma senza arrendersi. Chi forza nunn’ave s’arma d’ingegno. A introdurre l’incontro Elio Serino, che ha sottolineato il valore culturale del saggio e la sua capacità di mettere in luce uno dei tratti più originali della storia napoletana: una tradizione popolare e intellettuale che ha sempre guardato con diffidenza alla violenza e ai poteri costituiti. Un percorso che passa anche attraverso l’evoluzione del dialetto e della letteratura napoletana, di una cultura che ha saputo raccontare il popolo senza mai cedere alla celebrazione della guerra. Serino ha definito il volume un libro gradevole e accessibile, ma al tempo stesso ricco di spunti di riflessione. Soprattutto, ha invitato ad andare oltre una visione puramente retorica del pacifismo. La vera rivoluzione, ha osservato, consiste nella pratica della disobbedienza civile e non violenta, nella capacità di opporsi ai meccanismi del potere senza riprodurne la violenza. Ma il cuore politico e civile della discussione è emerso nell’intervento di Luigi de Magistris, che ha collegato le riflessioni del libro ai principi fondamentali della Costituzione italiana, richiamando in particolare gli articoli 3 e 11: quello sull’uguaglianza e quello che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. “Serve disobbedienza”, ha affermato con forza, indicando nel libro di Ferraro uno strumento prezioso per ripensare il rapporto tra cittadini, istituzioni e potere. Secondo de Magistris, Napoli rappresenta storicamente un laboratorio originale di convivenza e pluralismo. Una città “tendenzialmente anarchica”, ha detto, che non ha conosciuto l’Inquisizione, una città nella quale la diversità è sempre stata una ricchezza e non una minaccia. Una città di porto, aperta al Mediterraneo e al mondo, capace di guardare oltre il mare e oltre i confini, verso l’infinito. Da questa identità nasce anche una responsabilità particolare. De Magistris ha lanciato una proposta culturale e politica che va oltre i confini cittadini: “Napoli non pretende di cambiare da sola il mondo, ma può continuare a dare segnali. Segnali concreti, capaci di indicare una direzione diversa rispetto a quella dei governi e delle logiche di potere”. Ha ricordato il riconoscimento dello Stato di Palestina come atto simbolico e politico di valore universale. Ha richiamato la scelta di denuclearizzare il porto di Napoli impedendo l’ingresso di navi con armamenti nucleari. Ha ricordato la decisione di opporsi agli ordini governativi che imponevano la chiusura del porto alle navi delle organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi in mare, una scelta che comportò conseguenze giudiziarie. “Le città possono scrivere pagine di umanità differenti da quelle spesso dettate dagli interessi geopolitici e dai centri del potere”. L’idea più suggestiva emersa dal suo intervento è stata forse quella di una Napoli “che può provare a diventare punto di riferimento per un’alleanza delle città del Sud del mondo, promotrice di un nuovo modello di giustizia, solidarietà e cooperazione internazionale”. Un progetto ambizioso, certamente, ma che trova alimento proprio nella storia della città e nella sua vocazione all’incontro tra culture diverse. Poi Ermete Ferraro. Insegnante, instancabile e appassionato pacifista, impegnato da decenni nella promozione della nonviolenza, dell’educazione alla pace e della tutela dell’ambiente. Autore di saggi su ecopacifismo, di cui è referente nazionale, e di cultura napoletana, ha spiegato di aver voluto recuperare la lingua, i proverbi e la tradizione culturale napoletana per conoscere le proprie radici come condizione necessaria per affrontare il futuro. Una ricerca che attraversa secoli di storia, dal Trecento fino ai nostri giorni, seguendo un filo conduttore spesso ignorato: quello di una cultura popolare che non si limita ad accettare la realtà, ma la osserva criticamente, la interpreta e talvolta la sfida. “Ho cercato proverbi che esprimessero non soltanto accettazione”, ha spiegato, “ma anche elementi capaci di mettere in discussione stereotipi consolidati”. Da qui il tentativo di costruire un percorso che collega autori e linguaggi diversi, da Basile a Viviani fino a Totò, maestro nell’esprimere concetti profondi attraverso battute fulminanti e un umorismo che unisce raffinatezza inglese a sapienza popolare. Un altro aspetto è il recupero della tradizione epico-satirica napoletana. Ferraro ha raccontato di aver lavorato sull’intreccio tra dimensione eroica e satira, mostrando come la ridicolizzazione dei potenti sia stata spesso uno strumento efficace per denunciare le ingiustizie e smascherare le pretese del potere. L’epica reinterpretata in chiave satirica diventa così una forma di libertà. Permette di dire ciò che altrimenti sarebbe difficile dire. Consente di criticare senza piegarsi e di resistere senza imitare la violenza di chi domina. Da qui la riflessione sulla guerra. Per Ferraro la guerra rimane sempre e comunque “un’inutile strage”. La vera questione non è scegliere tra il cambiare tutto o accettare passivamente l’esistente; la sfida consiste nel costruire forme concrete di opposizione. “Il vero antidoto alla violenza non è altra violenza”, ha sostenuto, “ma la non collaborazione”. “Boicottaggio, opposizione civile, rifiuto di cooperare con i meccanismi della guerra e della sopraffazione”. Nessun potere, ha osservato, può controllare a lungo una società nella quale una parte ampia e consapevole dei cittadini decide di sottrarsi alla collaborazione. Una riflessione che richiama le grandi esperienze della nonviolenza moderna ma che Ferraro radica profondamente nella tradizione popolare napoletana. Non a caso uno dei riferimenti più significativi emersi durante la serata riguarda proprio Viviani e la straordinaria capacità del popolo napoletano di costruire collettività, solidarietà e mutuo sostegno anche nelle condizioni più difficili. Una capacità che rappresenta forse il più autentico antidoto contro la cultura della guerra e dell’individualismo, capacità di guardare con ironia, pietà e spirito critico alle pretese del potere e alle tragedie della guerra. Il dibattito ha toccato una questione fondamentale, etica, giuridica e perfino evangelica: può esistere una guerra giusta? La Resistenza contro un’aggressione può essere considerata legittima? Oppure il percorso più avanzato dell’umanità deve consistere nel superare progressivamente la logica stessa della guerra attraverso la nonviolenza, la disobbedienza civile e nuove forme di partecipazione democratica? Interrogativi che, attraverso il libro di Ferraro, acquistano oggi una drammatica attualità. In un’epoca nella quale il linguaggio delle armi prevale su quello della diplomazia e nella quale termini come “pace”, “disarmo” e “giustizia” appaiono ai margini del dibattito pubblico, Una è a guerra ca ce spetta rappresenta un invito coraggioso a restituire a quelle parole il loro significato originario. È forse proprio questa la sua attualità più profonda, che ricorda che la pace non è passività, ma scelta. Non è rassegnazione, ma impegno. E che l’unica guerra che davvero ci riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e ogni forma di disumanizzazione. La serata di IoCiSto ha dimostrato che questa tradizione non appartiene soltanto al passato. Continua a parlare al presente e al futuro. Perché la pace non è un’utopia astratta, ma una pratica quotidiana di responsabilità civile. E perché, come suggerisce il titolo del libro, l’unica guerra che davvero ci riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e la rinuncia all’umanità. In questo senso, Una è a guerra ca ce spetta acquista un valore che va ben oltre la dimensione letteraria. È un libro che invita a interrogarsi sul significato stesso della cittadinanza, sulla responsabilità individuale e collettiva, sul rapporto tra diritto e forza. Ferraro compie un gesto controcorrente: restituisce a quelle parole la loro forza originaria e la loro capacità di orientare il futuro. Gina Esposito
May 31, 2026
Pressenza
Diritto al gioco… di guerra?
MIR Napoli stigmatizza la presenza delle Forze Armate all’iniziativa ASL – UNICEF di Avellino per il diritto al gioco Si è svolta domenica 24 maggio ad Avellino l’iniziativa sul “diritto di giocare e crescere insieme”, promossa dal locale Comitato provinciale dell’UNICEF e dall’ASL territoriale. Insieme a varie iniziative ricreative, però, in quella occasione erano presenti anche postazioni di ben tre forze armate: Esercito Italiano, Carabinieri e Guardia di Finanza, mescolando impropriamente al concetto di ‘gioco’ esercitazioni al tiro col fucile, di lotta e di altre pratiche militari che nulla hanno a che vedere con un’attività ludica rivolta a bambini e ragazzi. «A nome del Movimento Internazionale della Riconciliazione, storica organizzazione italiana per la pace e il disarmo, esprimo sconcerto e riprovazione per questo subdolo tentativo di militarizzare ancora una volta non solo la cultura e la scuola, ma anche lo sport e le attività ricreative per l’infanzia – ha dichiarato Ermete Ferraro, presidente nazionale e coordinatore locale del MIR – Ancora una volta colpisce che a prestarsi a questa pericolosa commistione di gioco e attività di ambito militare sia l’organizzazione internazionale che, per statuto, più dovrebbe tutelare il diritto dei minori alla pace ed al benessere. Purtroppo, però, già in altri casi l’UNICEF regionale ha promosso iniziative che vedevano la partecipazione delle forze armate, contraddicendo alla missione della Fondazione che “ispira la sua attività al principio che tutti i bambini abbiano il diritto di sopravvivere, crescere e realizzare le proprie potenzialità per il beneficio di un mondo migliore per ogni bambino ovunque”.» Alcune sconcertanti immagini allegate – ricavate da un video sulla manifestazione https://www.youtube.com/watch?is=MRNF41DbY7afx8xv&v=hS0R0LR-TVo&feature=youtu.be mostrano infatti bambini che impugnano e puntano fucili più grandi di loro, esercitazioni alla lotta ed al pugilato ed un’inutile esibizione di uniformi, armi e attrezzature militari. «Che UNICEF, ASL e Consorzio Servizi Sociali A5 promuovano il diritto al gioco, alla salute ed alla socialità con una manifestazione dove si esibiscono strumenti di guerra è davvero intollerabile. Il MIR disapprova questa scelta ed invita invece a lanciare messaggi ben diversi, di educazione alla pace, a relazioni solidali ed a soluzioni dei conflitti prive di violenza» ha concluso Ferraro. CONTATTI Ermete FERRARO Cell. e WhatsApp: 349 3414190 Email: ermeteferraro@gmail.com – mirnapoli@virgilio.it Web: https://www.facebook.com/napolimir Redazione Napoli
May 26, 2026
Pressenza