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La Spring Mission 2026 della Global Sumud Flotilla riparte dai porti italiani
Da Livorno a Civitavecchia e Napoli, da Trieste ad Ancona e Bari, fino alla Sicilia e poi a Gaza, le barche della flotilla porteranno aiuti umanitari, medici e personale per la ricostruzione nella Striscia. La Global Sumud Flotilla salperà da innumerevoli porti italiani nel corso del prossimo mese, con una portata mai vista prima: almeno cento barche con migliaia di partecipanti da 50 Paesi. L’obiettivo non è più limitato a portare aiuti umanitari e rompere il blocco navale che da quasi 20 anni tiene sotto assedio le acque di Gaza – un assedio illegittimo secondo il diritto internazionale, che viene ignorato e normalizzato da tantissimi governi occidentali, tra cui quello italiano. Su richiesta della popolazione palestinese, infatti, alla flotilla parteciperanno medici, costruttori, educatori e altri figure fondamentali alla ricostruzione della Striscia.  È uno sforzo guidato da chi la Palestina la vive, a differenza del piano “Riviera di Gaza” propinato dal cosiddetto Board of Peace di Trump e Kushner: un nodo turistico e finanziario che ignora totalmente la volontà di una popolazione che da anni sopravvive a occupazione e genocidio.  In un mondo in cui le guerre imperversano sulla pelle dei civili, la resistenza e resilienza dei palestinesi – in arabo, appunto, sumud ( صمود ) – sono il faro del viaggio di solidarietà e speranza che guida la Global Sumud Flotilla. Questo viaggio parte proprio dall’Italia, che ancora è complice della  produzione di armamenti venduti a Israele, in particolare tramite Leonardo S.p.A, partecipata statale che collabora producendo droni armati, radar, cyber-sicurezza, sistemi missilistici e infrastrutture digitali di sorveglianza, come rivelato dal dossier di Rossana De Simone per BDS. E mentre il Consiglio dei Ministri riferisce “grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti” della guerra iniziata da Israele e Stati Uniti in Iran e in tutto il Medio Oriente, l’Italia continua a fornire armi e a ospitare basi militari statunitensi senza battere ciglio. La flotilla è l’alternativa solidale e pragmatica all’inazione e alla complicità del governo Meloni. Lo dimostrerà con una serie coordinata di partenze da diversi porti italiani, per raggiungere la Sicilia e salpare insieme per Gaza. La partenza delle barche sarà accompagnata da talk, concerti ed eventi partecipati da civili e personalità pubbliche solidali alla causa. Livorno 22 marzo Ancona 22 marzo Civitavecchia 29 marzo Napoli 29 marzo Bari 4-7 aprile Appuntamenti in altri porti italiani sono in via di definizione e saranno comunicati nei prossimi aggiornamenti. Comunicare in anticipo la presenza presso uno degli eventi al form seguente che riporta gli orari:  https://rsvp/prelanci/GSF In un momento in cui l’attenzione sulla Palestina si affievolisce, fagocitata dalle mire imperialiste di Stati Uniti e Israele, la Global Sumud Flotilla torna a salpare in direzione della popolazione palestinese e di tutti i popoli oppressi. Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
Com’è il cielo in Palestina? L’arte si unisce alla Global Sumud Flotilla
Il progetto di Giovanni Gaggia si unisce alla prossima missione. Cento bandiere salperanno ad aprile per Gaza. Il Global Movement to Gaza riunisce organizzatori e partecipanti della Marcia Globale verso Gaza, svoltasi in Egitto nel giugno 2025. Il movimento rappresenta uno dei bracci operativi della più ampia Global Sumud Flotilla, insieme alle delegazioni della Freedom Flotilla Coalition e del Convoglio Sumud, uniti in uno sforzo comune per porre fine all’assedio israeliano di Gaza e consegnare aiuti umanitari attraverso un’azione coordinata e nonviolenta. L’obiettivo è chiaro: rompere pacificamente il blocco imposto a Gaza e portare cibo e aiuti medici urgentemente necessari a una popolazione stremata. Dopo la prima missione del settembre 2025, ad aprile 2026 partirà una seconda missione civile e nonviolenta via mare: più partecipata, più determinata e ancora più imponente, diretta a Gaza. La missione è promossa dal Global Movement to Gaza e dalla Global Sumud Flotilla e partirà anche dall’Italia, dal porto di Augusta. Questa volta anche l’arte sarà parte integrante della traversata, con la grande opera collettiva di Giovanni Gaggia, “Com’è il cielo in Palestina?”: un progetto processuale tra memoria, attivismo e resistenza. L’iniziativa nasce dalla società civile e intende rompere il silenzio sull’assedio che da anni colpisce la popolazione palestinese, richiamando con forza il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. L’opera si compone di parole. È tempo di restituire importanza e peso alle parole che utilizziamo: parole che se scelte con responsabilità e umanità, lontano da pregiudizi, da logiche di convenienza e da meri interessi di parte, hanno il potere di cambiare la storia. L’arte, in questo caso, accoglie l’invito a sostenere la missione, seguendola, raccontandola, trasformandola e contribuendo a dare visibilità ai fatti e alla mobilitazione della società civile. Un’opera d’arte, così come ogni voce, in particolare quella della stampa, può fare la differenza nel mantenere alta l’attenzione sull’urgenza di difendere i diritti umani e la dignità della popolazione palestinese. In preparazione alla missione, il 21 marzo 2026 a Roma, dalle 15.00 presso il CSOA Ex SNIA (via Prenestina 173), si terrà una giornata di confronto con un’assemblea nazionale sulla Palestina, aperta a tutte le realtà solidali con la causa. Tra i promotori Thousand Madleens to Gaza Italia (che partiranno insieme a GSF). Molteplici sono le città in cui si stanno svolgendo momenti di ricamo collettivo: Torino, Verbania (VB), Mondovì (CN) Venezia, Milano, Varese, Sondrio, Ancona, Urbino (PU), San Benedetto del Tronto (AP), Pescara, Teramo, Roma. Le bandiere inizieranno a essere issate il 22 marzo ad Ancona; tra queste, il vessillo realizzato dall’artista con la frase di Vittorio Arrigoni “Restiamo umani”, che salperà con l’ammiraglia il 29 marzo a Civitavecchia, per confluire tutte nella partenza ufficiale prevista ad Augusta.  Com’è il cielo in Palestina? è un’opera processuale nata nel 2023 nell’ambito di Pesaro 2024 – Capitale Italiana della Cultura, poi sviluppatasi in una grande installazione presentata alla Casa della Memoria di Milano. Il progetto ha quindi proseguito il suo percorso in forma diffusa in diverse città italiane — Nuoro, Catania e Jesi — coinvolgendo mostre, scuole e laboratori di arte partecipata e continua a crescere come pratica collettiva che attiva territori e comunità. L’intero percorso sarà raccontato in un saggio di prossima pubblicazione. Un cammino che non si interrompe e che contribuisce a mantenere viva l’attenzione su Gaza in un momento in cui l’interesse mediatico appare affievolito. Il lavoro di Gaggia invita a una presa di posizione contro l’inerzia e la rassegnazione: ogni coperta diventa bandiera e voce collettiva, capace di portare un messaggio di solidarietà. Le frasi ricamate, mantenute nella lingua originale, raccontano dolore e assedio, ma anche la speranza di un cielo condiviso oltre muri e confini. Un mantra di pace e comunanza pronto a viaggiare verso Gaza e oltre, per continuare a tessere resistenza e sostegno Il progetto si è progressivamente ampliato grazie al contributo di comunità di diverse città italiane, diventando un’opera collettiva e diffusa che può vivere anche senza la presenza diretta dell’artista: le testimonianze vengono “adottate” e ricamate dalle comunità. Questo processo partecipativo si è intrecciato con iniziative di solidarietà, tra cui il Global Movement to Gaza e la Global Sumud Flotilla. Per la nuova missione, un componimento ricevuto da Silvia Severini mentre si trovava a bordo della Global Sumud verrà suddiviso in 100 parti e ricamato su 100 bandiere della Palestina, che si imbarcheranno sulle navi della flottiglia. Sulla nave ammiraglia salperà invece la frase di Vittorio Arrigoni, “Restiamo umani”, ricamata da Giovanni Gaggia in occasione del quindicennale della sua morte, avvenuta proprio nella Striscia di Gaza. Il componimento è una voce da Gaza che accompagnerà la missione, una lettera che continua ad attraversare il mare: Alla mia cara amica che ora naviga verso di noi attraverso il mare, so che la distanza è grande e che non hai possibilità di comunicare con me, ma il mio cuore ti accompagna in ogni onda e in ogni brezza che spinge la tua nave verso le coste di Gaza. La tua presenza a bordo di questa flottiglia non è soltanto un viaggio: è un grande messaggio umanitario, una testimonianza che il mondo non ha dimenticato Gaza e i suoi bambini. Qui attendiamo il suono della sirena della tua nave come chi, assetato, attende una goccia d’acqua. Aspettiamo il tuo arrivo con un cuore colmo di speranza in mezzo al dolore. Voglio che tu sappia che il tuo coraggio ci dona a Gaza una forza raddoppiata e che un solo tuo sorriso al tuo arrivo vale per noi un’intera vita. Per quanto il tuo viaggio sia difficile e pericoloso, ci basta sapere che hai scelto di stare con noi, invece di guardarci da lontano. Che tu torni o rimanga, il tuo nome resterà inciso nei nostri cuori. Racconteremo ai nostri bambini che hai attraversato il mare per noi, portando luce in un momento di oscurità. Stammi bene, amica mia. Ti aspettiamo pregando, con le mani alzate al cielo perché tu possa arrivare sana e salva.  Khaled Informazioni https://www.cieloinpalestina.it/ https://www.globalsumudflotilla.org/ Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
#stopthegenocideingaza🇵🇸 Buongiorno amiche ed amici! Oggi a #Barcellona PG (#Messina), ore 16.30 - auditorium San Vito - torna il laboratorio-performance di Handalino, Coniglio Clown e il Vecchio Marinaio (e purtroppo c'è anche quel bruttone del Militaren Kattiven, sigh). "La fiaba che avrei voluto raccontare ai bimbi di #Gaza". Grazie di cuore al Progetto ARCoIris e all'IC. "D'Alcontres" per l'ospitalità. Vi aspettiamo...
March 20, 2026
Antonio Mazzeo
#stopthegenocideingaza🇵🇸 Venerdì 20 marzo 2026. ore 16:30 - #Barcellona P.G. (Me), Auditorium San Vito Laboratorio Performance: “La fiaba che avrei voluto raccontare ai bimbi di #Gaza” – Percorsi di #pace All’interno del progetto ARCoIRIS, attivo presso l’I.C. D’Alcontres, i bambini e le bambine che partecipano ai laboratori del sabato mattina nel plesso di Salita Carmine daranno vita a un laboratorio-performance collettivo aperto alla comunità.
March 19, 2026
Antonio Mazzeo
Palestina: donne che resistono, portatrici di umanità
Questo il titolo dell’incontro di ieri 18 marzo alla Casa delle Donne di Viareggio con Maria Di Pietro di Assopace Palestina: è quanto mai necessario tenere viva l’attenzione ora che di Palestina non si parla quasi più e farlo in chiave femminista. Perché sono le donne l’ossatura che tiene in piedi la vita di ogni giorno. Maria ci parla in modo intenso e appassionato delle sue esperienze mostrando video di alta poesia e dolore, la testimonianza di una giovanissima obiettrice di coscienza israeliana, (anche nel male di Israele ci sono tanti semi di bene), la quotidianità delle maestre gazawi che persistono nel loro compito in mezzo alla distruzione. Come possiamo aiutare? Le donne palestinesi dicono: racconta quello che hai visto. In uno scenario di morte loro hanno la caparbietà di continuare a dare vita, anche se i soldati si accaniscono particolarmente sulle donne incinte. Più che di resistenza si parla di resilienza: una flessibilità dinamica, l’ostinazione a organizzare la vita come cura nella comunità dove la solidarietà è spontanea e continua ed è di esempio concreto ai bambini. Abbiamo tanto da imparare da queste sorelle, per riprodurre in noi queste stesse dinamiche, nella cura delle relazioni e anche delle nostre emozioni, perché solo così possiamo “tessere il futuro” insieme. La speranza, in certe condizioni, appare utopistica, ma – così ci saluta Luisa Morgantini in un videomessaggio – è semplicemente un obbligo.   Redazione Toscana
March 19, 2026
Pressenza
Il genocidio di Israele nei confronti del popolo palestinese. Incontro a Salvaterra di Badia Polesine
Domenica 22 marzo 2026 ore 17 Casa della Cultura e della Legalità intitolata all’appuntato Silvano Franzolin Via dei Partigiani, 262 – Salvaterra di Badia Polesine (Rovigo) Incontro con Guido Santato, già professore ordinario di Letteratura italiana all’Università di Padova La conversazione sarà incentrata sul tema indicato dal titolo, che verrà illustrato attraverso un’ampia documentazione. Nel 2025 il governo israeliano è stato accusato di genocidio nei confronti del popolo palestinese dalla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite con sede all’Aja e dalla Commissione d’Inchiesta Internazionale Indipendente sui Territori Palestinesi Occupati, istituita dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. L’accusa è stata contestata anche da numerose istituzioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani e civili, con particolare riferimento ai crimini compiuti dall’esercito israeliano a Gaza. I numeri della carneficina sono impressionanti: dal 7 ottobre 2023 in poi sono stati uccisi a Gaza oltre 72.000 palestinesi (almeno 20.000 dei quali bambini), oltre 1.700 operatori sanitari e circa 270 giornalisti. L’accusa di genocidio è stata documentata dalle indagini di autorevoli studiosi anche ebrei ed è stata ribadita da Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. Per informazioni: 339.8379831 www.cdponlus.it  email: info@cdponlus.it Evento organizzato da Centro Documentazione Polesano e Sistema bibliotecario provinciale di Rovigo Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
Trump, Meloni, Netanyahu: stesse guerre, stessi valori…
… nuove armi, fedele collaborazione. di Rossana De Simone (*) Secondo vari media esteri e nazionali come Wired, gli USA usano la guerra contro l’Iran anche per testare nuove armi. Un approccio usato da anni dall’industria militare israeliana che ha trasformato Israele in un esportatore di armi “battle-tested”, ovvero testate in scenari reali come Gaza, Libano e Iran. Da quando
L’espansione territoriale di Israele dall’ottobre 2023
di Armin Messager (*) Quali sono i confini di  Israele? Questi sono in continua evoluzione – e si respingono – dal 1949, in ogni guerra contro i suoi vicini. Troppo spesso presentate come operazioni di   “difesa”, le offensive che Tel Aviv conduce sui fronti confinanti dal 7 ottobre 2023 fanno parte di questa lunga storia. Si noti che questa evoluzione
Messaggio da Gaza ai tempi della guerra USA-Israele-Iran
Dopo un lungo silenzio riaccendiamo i riflettori su Gaza grazie al racconto di storia vissuta che ci ha appena inviato Nancy Hamad, la studentessa in economia che vorrebbe con tutte le sue forze laurearsi. Nel dicembre del 2024 il collettivo di docenti e ricercatori “Roma Tre Etica” ha conferito a Nancy una laurea honoris causa (simbolica) nel giorno stesso in cui il terzo ateneo della Capitale la conferiva a una delle artefici sul piano giuridico del regime di apartheid e oggi di genocidio: la costituzionalista, colonnello dell’esercito israeliano Daphne Barak Erez. Si trattò di un omaggio verso i numerosi centri di potere sionisti all’interno di un ateneo non nuovo a tali iniziative. Ecco il messaggio di Nancy: Ciao Stefano, grazie a Dio stiamo bene. Per noi non è cambiato molto, ma la tregua ha portato un notevole sollievo, anche se i bombardamenti continuano a verificarsi a intermittenza. Non c’è pace interiore in noi. Siamo ancora sfollati nel sud, viviamo in tende. Siamo estremamente provati psicologicamente. La speranza è letteralmente svanita dai nostri cuori. Non riusciamo più a immaginare il nostro futuro; è un futuro sconosciuto. I nostri giovani stanno morendo nella nostra terra. Non ci sono sogni, né speranza, né obiettivi, né ambizioni, mentre un tempo sognavamo come gli altri giovani di tutto il mondo. La frammentazione interna e il disordine tra la popolazione di Gaza sono diventati immensi. Siamo dispersi. Dopo la guerra con l’Iran, noi a Gaza siamo stati dimenticati e il mondo ci ha dimenticati. Abbiamo perso la speranza di tornare nella nostra terra. Siamo persino stanchi di parlare e rivolgerci al mondo intero senza alcun risultato tangibile. Ogni commento è superfluo; a noi resta solo il doveroso compito di non spegnere i riflettori. Stefano Bertoldi
March 17, 2026
Pressenza
Intervista a Serena Baldini di “Vento di Terra”, ONG attiva da anni in Palestina
Cara Serena, raccontaci della ONG Vento di Terra. Vento di Terra nasce nel 2006 in Palestina da un gruppo di giovani, con l’idea di restituire diritti e potere alle persone schiacciate dall’occupazione militare. Ora lavoriamo anche in Afghanistan, Giordania, Camerun e Albania, laddove i diritti sono negati. Quali sono state le maggiori difficoltà? Il settore della cooperazione è cambiato tantissimo: prima lavoravamo con i Comuni italiani, invitavamo i bambini palestinesi qui, ma ora quel tipo di supporto è scomparso, le risorse non ci sono più o non si vogliono spendere in questa direzione. Dal 7 ottobre 2023 la nostra agenzia per la cooperazione ha congelato tutti i fondi riguardo alla Palestina, anche per i progetti già approvati. La burocrazia che rallentava i progetti c’è sempre stata, ma ora si sono aggiunte le decisioni politiche. Rendere conto sui progetti va bene, ma (ora soprattutto per la Palestina) avere gli occhi puntati continuamente addosso toglie il fiato. In fondo l’accusa, neanche troppo velata, fatta alle ONG è stata quella “Mandate soldi ai terroristi”, anche se non c’è mai stata alcuna prova in questo senso. Come vi finanziate? In buona parte ancora attraverso progetti finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione  che però ha deciso di uscire completamente da Gaza. Per Gaza grazie ai nostri donatori privati, ma anche alle Nazioni Unite o ad alcune fondazioni private.  Ricordo nel passato le vostre famose scuole, quella di gomme e quella di sabbia. Ci sono ancora? Sì, pensa che quella di gomme creata nel 2009 secondo le autorità israeliane doveva essere demolita appena dopo la costruzione. In quel caso la visibilità sui media a livello internazionale ci ha protetto molto. Ma sono state distrutte altre scuole in area C e tante comunità hanno subito violenze ed espulsioni continue, in base al piano di ricollocamento forzato di Israele. Oggi le violenze si sono moltiplicate, non c’è paragone tra l’aggressività dei coloni attuale e quella di alcuni anni fa. I coloni sono 700.000 e sono organizzati, vanno in giro armati a terrorizzare la popolazione palestinese. Hai avuto esperienze dirette di incursioni dei coloni? Sì. Avremmo dovuto lavorare con due comunità beduine a nord di Gerico, una zona bellissima, colline dove immagineresti di poter fare un trekking; in realtà sono occupate da coloni che iniziano con un caravan e un uomo armato che si piazza in cima a una collina e poco dopo iniziano le costruzioni. Sono coloni estremisti, si chiamano “Hill boys”, vanno in giro a terrorizzare, picchiare, minacciare, a volte sono bande di ragazzini. Più volte i palestinesi in auto sono stati accerchiati da queste bande che tirano pietre. A dicembre mi sono proprio trovata in una situazione di questo genere: li abbiamo visti da lontano, in mezzo alla strada e in questi casi è incredibile come i palestinesi reagiscano con apparente tranquillità. “Normalità”, del tipo, andiamo avanti? Torniamo indietro? O si chiede all’altra auto come gli è andata, oppure si va avanti col sorriso sperando di limitare i danni. E’ pazzesco. Perché ho detto “avremmo dovuto lavorare con due comunità…” Perché quelle due comunità sono state costrette ad abbandonare le loro baracche e le hanno rifatte, in qualche modo, ancora più povere, altrove. Avremmo dovuto riabilitare le loro scuole, ora stiamo montando una tenda dedicata ai bambini nell’area dove si sono spostati e allestendo tre classi aggiuntive nella scuola dove alcuni di loro sono stati accolti. È ancora vero che, in situazioni come quelle che descrivevi prima, il fatto che ci sia un internazionale tuteli i palestinesi? Non è più vero come un tempo. A volte ci sono anche gruppi israeliani che difendono i palestinesi. Ora davvero, sia coloni che esercito, non guardano in faccia nessuno. Se un tempo poteva esserci l’intervento di un soldato che cercava di calmare un colono, questo non avviene assolutamente più. Come vedi la società israeliana? Quanto contano coloro che si oppongono al governo, all’occupazione? Il mio osservatorio è il dialogo che abbiamo con israeliani che però fanno parte di quella piccola minoranza che è a fianco dei palestinesi. La mia impressione è che se i contrari al governo Netanyahu sono tanti, questo non vuol dire che siano contro l’occupazione; da questo siamo ben lontani. Il 7 ottobre è una ferita ancora aperta. È difficile: i nostri amici ci raccontano come la maggior parte degli israeliani non riesca a riconoscere i palestinesi come esseri umani, come l’apartheid sia feroce e diffuso. E molti non si rendono conto di questa brutalità: chi sta a Tel Aviv non vede il muro, i check point, le colonie. Eppure, i nostri amici israeliani sono convinti che questa attuale politica faccia un male enorme al loro Stato: un sacco di israeliani stanno andando via perché non riescono a vivere in quel contesto. Ma vanno tutti tre anni nell’esercito. Sì, Israele è una società militarizzata, il lavaggio del cervello inizia fin dall’asilo, i soldati sono figure di riferimento, educative. Chi capisce che quello che viene fatto dal governo israeliano, dal suo esercito è criminale, fa comunque fatica ad uscirne, è una rottura che isola dal lavoro, dalla famiglia, dalla società intera. Lo stigma è forte. C’è chi finisce in carcere e addirittura chi si toglie la vita.  Veniamo a Gaza. Cosa facevate e cosa riuscite ancora a fare? Siamo arrivati a Gaza nel 2011, ancora con le comunità beduine. Hanno perso la loro identità nomade, non possono più pascolare le greggi, non c’è spazio. Lì abbiamo iniziato a costruire un centro per l’infanzia, formando un team di educatrici. Potevamo entrare coordinandoci con le autorità israeliane e con Hamas, ci volevano i due permessi. Ce li hanno sempre concessi. L’ultima volta sono andata nel settembre del 2023 e avrei dovuto tornare ad ottobre; avevo il volo il 7 ottobre. Quel giorno non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, il tempo si era fermato.  Com’erano le manifestazioni della Marcia del ritorno del 2018, quando i palestinesi andavano ogni settimana al confine di Gaza a protestare? E’ stato un movimento enorme, pacifico, molto partecipato, anche con famiglie e bambini. I palestinesi si avvicinavano a questa zona “limite” e lì ricevevano gli spari dell’esercito israeliano; molti hanno perso l’uso degli arti inferiori. Guardate “Erasmus in Gaza” se potete. Quali erano i rapporti con Hamas? C’era sicuramente un controllo di sicurezza quando entravamo a Gaza, ma non abbiamo mai avuto problemi. Certo eravamo controllati, ma non era qualcosa di oppressivo. Lavorando poi in ambito educativo ci rapportavamo con il Ministero dell’Educazione, l’ala politica del movimento e si dialogava con loro in maniera molto aperta, stando su temi di educazione inclusiva. Dimostravano un sincero interesse alla possibilità che la comunità potesse avere servizi migliori. Essendo queste scuole dell’infanzia, le educatrici erano formate e pagate da noi (certo non attraverso le rette che tenevamo bassissime). Quella che avevamo costruito a Gaza era una scuola bellissima, l’edificio più bello del villaggio, che ora è stata rasa al suolo. In Cisgiordania invece le scuole primarie che abbiamo costruito sono entrate a tutti gli effetti nel sistema educativo pubblico palestinese. Avevi o no la sensazione che i bambini di Gaza soffrissero della condizione di accerchiamento e di reclusione? Difficile dirlo; a Gaza c’era una tale energia vitale, bellezza, attaccamento alla vita che secondo me spiega la loro resistenza in questo periodo. Certo sono bambini che hanno vissuto quasi ogni anno delle operazioni militari israeliane, anche prima di questo orrore. Il villaggio dove lavoravamo noi era al nord e sfollavano ogni volta che c’era un attacco. Gli psicologi di Gaza con i quali collaboravamo ci dicevano che le categorie occidentali a Gaza servono poco, come parlare di post-trauma, quando la normalità è un susseguirsi continuo di attacchi. L’essere umano poi tira fuori delle risorse incredibili e lì a Gaza hanno sviluppato una capacità di fronteggiare situazioni per noi inimmaginabili, ma i segni da qualche parte rimangono. Quindi lo stress, il senso di insicurezza, la perdita sono quotidiani nelle famiglie. E adesso? Le persone ci sono tutte e questo è fondamentale. Tutto lo staff ha perso la casa, è sfollato, ma nel tempo le nostre persone si sono ritrovate in piccoli gruppi e si sono “ricomposte” le equipe. Stanno lavorando. È incredibile, ma ce la fanno. Ora sosteniamo sei scuole d’emergenza per la fascia primaria, dai 6 ai 13 anni e tre scuole della fascia prescolare. Sono tende o edifici non completamente demoliti, scuole di emergenza, ma i bimbi sono iscritti regolarmente e vi sono servizi integrativi come attività ricreative e servizio psicologico, di gruppo o individuale. Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis. Considerate che la scuola per la popolazione palestinese è sempre stata importantissima; si poteva non mangiare, ma la scuola era fondamentale. Quindi sono tanti gli insegnanti, i professionisti che si sono inventati nuove forme di scuola. Non siamo soli, riusciamo ad accogliere ogni giorno 960 bambini e il nostro personale è composto da 45 persone. Un altro problema: come fate con il materiale didattico? Bella domanda. Abbiamo sempre acquistato dentro Gaza, fare entrare del materiale autonomamente è un sistema talmente lento e complesso che non ce l’avremmo fatta. Si sono riaperti alcuni canali commerciali e alcuni importatori che vendevano prima del 7 ottobre ricominciano ad avere dei prodotti. In questo modo possiamo avere una fattura e pagare con un trasferimento bancario. Abbiamo distribuito sia cibo che materiale educativo. I costi però sono inaccessibili per le famiglie.  E la corrente elettrica? Figurati che era un disastro anche prima, prima del 7 ottobre la gente aveva l’elettricità per 4 ore al giorno. Chi era fortunato aveva il generatore o pannelli solari. All’inizio siamo stati a lungo senza notizie, non si potevano ricaricare i telefoni. Adesso la situazione è un po’ migliorata e si usano i pannelli solari. Gli aiuti non entrano. No, è pazzesco, entrano col contagocce. Sono stata a Rafah anche con la delegazione parlamentare. La Croce Rossa egiziana ha riempito magazzini enormi di materiale, anche refrigerato, con medicinali e altro. Ci sono centinaia di camionisti egiziani che aspettano sotto il sole anche da mesi. L’Egitto in tutta questa storia ha avuto un ruolo: esiste al Cairo una sorta di agenzia che facilita gli ingressi in Egitto, lo faceva anche prima del 7 ottobre. In questi ultimi due anni, la gente è uscita da Gaza pagando 5.000 euro. Conosco direttamente chi è uscito in questo modo e ha dovuto pagare in contanti tutti quei soldi. E’ un mercato degli esseri umani, pensate a 5.000 euro moltiplicati per, si stima, 150.000 persone che sono uscite da Gaza. Come avvengono invece i trasferimenti di soldi? È stato complicatissimo, all’inizio c’era bisogno di far arrivare contanti, così c’erano degli strozzini che vendevano il denaro e se tu mandavi sul conto di un abitante di Gaza 100 euro ne otteneva 60. Adesso ci sono dei metodi di pagamento elettronico alternativi, attraverso i telefonini e in questo sono stati bravissimi.  Io sono a dir poco meravigliata, quando parlando con persone del nostro staff sento nelle loro parole dell’entusiasmo. Fanno un lavoro in cui credono, avvertono un grande senso per quello che stanno facendo per i piccoli e per le loro famiglie. Che cosa possiamo fare qua? Mantenere l’attenzione su quello che avviene lì, far capire che nulla è risolto, spiegare e raccontare soprattutto ai giovani, ma anche ai bambini, quello che avviene in quella parte di mondo. Dobbiamo avere presente che l’attuale prospettiva è portare avanti il genocidio, l’annientamento, la cancellazione di un popolo. In Palestina sta crollando l’intero stato di diritto mondiale. Lottare con loro e per loro è farlo per tutto il mondo. La Palestina libera tutti e tutte. Che cosa provi nei confronti del popolo israeliano? Dobbiamo riuscire a capire il dolore che c’è anche in loro. So benissimo che la proporzione tra ciò che subisce una parte e l’altra è imparagonabile, ma non possiamo non riconoscere che anche la popolazione israeliana fatica. Se non vediamo quel pezzo lì, non andiamo da nessuna parte, e penso che da soli non ce la facciano a uscire da questa situazione.  I coloni armati sono dei criminali istituzionalizzati ai quali la società israeliana sempre più razzista sta dando spazio. Ma, ripeto, dobbiamo riuscire a vedere che esiste un’altra parte. Il vero nemico da cui liberarsi è il sionismo. Su questo, gli ebrei nel mondo hanno una visione ben diversa da chi vive in Israele immerso nella paura e nella propaganda.   Andrea De Lotto
March 17, 2026
Pressenza