Intervista a Serena Baldini di “Vento di Terra”, ONG attiva da anni in PalestinaCara Serena, raccontaci della ONG Vento di Terra.
Vento di Terra nasce nel 2006 in Palestina da un gruppo di giovani, con l’idea
di restituire diritti e potere alle persone schiacciate dall’occupazione
militare. Ora lavoriamo anche in Afghanistan, Giordania, Camerun e Albania,
laddove i diritti sono negati.
Quali sono state le maggiori difficoltà?
Il settore della cooperazione è cambiato tantissimo: prima lavoravamo con i
Comuni italiani, invitavamo i bambini palestinesi qui, ma ora quel tipo di
supporto è scomparso, le risorse non ci sono più o non si vogliono spendere in
questa direzione. Dal 7 ottobre 2023 la nostra agenzia per la cooperazione ha
congelato tutti i fondi riguardo alla Palestina, anche per i progetti già
approvati. La burocrazia che rallentava i progetti c’è sempre stata, ma ora si
sono aggiunte le decisioni politiche. Rendere conto sui progetti va bene, ma
(ora soprattutto per la Palestina) avere gli occhi puntati continuamente addosso
toglie il fiato. In fondo l’accusa, neanche troppo velata, fatta alle ONG è
stata quella “Mandate soldi ai terroristi”, anche se non c’è mai stata alcuna
prova in questo senso.
Come vi finanziate?
In buona parte ancora attraverso progetti finanziati dall’Agenzia Italiana per
la Cooperazione che però ha deciso di uscire completamente da Gaza. Per Gaza
grazie ai nostri donatori privati, ma anche alle Nazioni Unite o ad alcune
fondazioni private.
Ricordo nel passato le vostre famose scuole, quella di gomme e quella di sabbia.
Ci sono ancora?
Sì, pensa che quella di gomme creata nel 2009 secondo le autorità israeliane
doveva essere demolita appena dopo la costruzione. In quel caso la visibilità
sui media a livello internazionale ci ha protetto molto. Ma sono state distrutte
altre scuole in area C e tante comunità hanno subito violenze ed espulsioni
continue, in base al piano di ricollocamento forzato di Israele. Oggi le
violenze si sono moltiplicate, non c’è paragone tra l’aggressività dei coloni
attuale e quella di alcuni anni fa. I coloni sono 700.000 e sono organizzati,
vanno in giro armati a terrorizzare la popolazione palestinese.
Hai avuto esperienze dirette di incursioni dei coloni?
Sì. Avremmo dovuto lavorare con due comunità beduine a nord di Gerico, una zona
bellissima, colline dove immagineresti di poter fare un trekking; in realtà sono
occupate da coloni che iniziano con un caravan e un uomo armato che si piazza in
cima a una collina e poco dopo iniziano le costruzioni. Sono coloni estremisti,
si chiamano “Hill boys”, vanno in giro a terrorizzare, picchiare, minacciare, a
volte sono bande di ragazzini. Più volte i palestinesi in auto sono stati
accerchiati da queste bande che tirano pietre. A dicembre mi sono proprio
trovata in una situazione di questo genere: li abbiamo visti da lontano, in
mezzo alla strada e in questi casi è incredibile come i palestinesi reagiscano
con apparente tranquillità. “Normalità”, del tipo, andiamo avanti? Torniamo
indietro? O si chiede all’altra auto come gli è andata, oppure si va avanti col
sorriso sperando di limitare i danni. E’ pazzesco.
Perché ho detto “avremmo dovuto lavorare con due comunità…” Perché quelle due
comunità sono state costrette ad abbandonare le loro baracche e le hanno
rifatte, in qualche modo, ancora più povere, altrove. Avremmo dovuto riabilitare
le loro scuole, ora stiamo montando una tenda dedicata ai bambini nell’area dove
si sono spostati e allestendo tre classi aggiuntive nella scuola dove alcuni di
loro sono stati accolti.
È ancora vero che, in situazioni come quelle che descrivevi prima, il fatto che
ci sia un internazionale tuteli i palestinesi?
Non è più vero come un tempo. A volte ci sono anche gruppi israeliani che
difendono i palestinesi. Ora davvero, sia coloni che esercito, non guardano in
faccia nessuno. Se un tempo poteva esserci l’intervento di un soldato che
cercava di calmare un colono, questo non avviene assolutamente più.
Come vedi la società israeliana? Quanto contano coloro che si oppongono al
governo, all’occupazione?
Il mio osservatorio è il dialogo che abbiamo con israeliani che però fanno parte
di quella piccola minoranza che è a fianco dei palestinesi. La mia impressione è
che se i contrari al governo Netanyahu sono tanti, questo non vuol dire che
siano contro l’occupazione; da questo siamo ben lontani. Il 7 ottobre è una
ferita ancora aperta. È difficile: i nostri amici ci raccontano come la maggior
parte degli israeliani non riesca a riconoscere i palestinesi come esseri umani,
come l’apartheid sia feroce e diffuso. E molti non si rendono conto di questa
brutalità: chi sta a Tel Aviv non vede il muro, i check point, le colonie.
Eppure, i nostri amici israeliani sono convinti che questa attuale politica
faccia un male enorme al loro Stato: un sacco di israeliani stanno andando via
perché non riescono a vivere in quel contesto.
Ma vanno tutti tre anni nell’esercito.
Sì, Israele è una società militarizzata, il lavaggio del cervello inizia fin
dall’asilo, i soldati sono figure di riferimento, educative. Chi capisce che
quello che viene fatto dal governo israeliano, dal suo esercito è criminale, fa
comunque fatica ad uscirne, è una rottura che isola dal lavoro, dalla famiglia,
dalla società intera. Lo stigma è forte. C’è chi finisce in carcere e
addirittura chi si toglie la vita.
Veniamo a Gaza. Cosa facevate e cosa riuscite ancora a fare?
Siamo arrivati a Gaza nel 2011, ancora con le comunità beduine. Hanno perso la
loro identità nomade, non possono più pascolare le greggi, non c’è spazio. Lì
abbiamo iniziato a costruire un centro per l’infanzia, formando un team di
educatrici. Potevamo entrare coordinandoci con le autorità israeliane e con
Hamas, ci volevano i due permessi. Ce li hanno sempre concessi. L’ultima volta
sono andata nel settembre del 2023 e avrei dovuto tornare ad ottobre; avevo il
volo il 7 ottobre. Quel giorno non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, il
tempo si era fermato.
Com’erano le manifestazioni della Marcia del ritorno del 2018, quando i
palestinesi andavano ogni settimana al confine di Gaza a protestare?
E’ stato un movimento enorme, pacifico, molto partecipato, anche con famiglie e
bambini. I palestinesi si avvicinavano a questa zona “limite” e lì ricevevano
gli spari dell’esercito israeliano; molti hanno perso l’uso degli arti
inferiori. Guardate “Erasmus in Gaza” se potete.
Quali erano i rapporti con Hamas?
C’era sicuramente un controllo di sicurezza quando entravamo a Gaza, ma non
abbiamo mai avuto problemi. Certo eravamo controllati, ma non era qualcosa di
oppressivo. Lavorando poi in ambito educativo ci rapportavamo con il Ministero
dell’Educazione, l’ala politica del movimento e si dialogava con loro in maniera
molto aperta, stando su temi di educazione inclusiva. Dimostravano un sincero
interesse alla possibilità che la comunità potesse avere servizi migliori.
Essendo queste scuole dell’infanzia, le educatrici erano formate e pagate da noi
(certo non attraverso le rette che tenevamo bassissime). Quella che avevamo
costruito a Gaza era una scuola bellissima, l’edificio più bello del villaggio,
che ora è stata rasa al suolo. In Cisgiordania invece le scuole primarie che
abbiamo costruito sono entrate a tutti gli effetti nel sistema educativo
pubblico palestinese.
Avevi o no la sensazione che i bambini di Gaza soffrissero della condizione di
accerchiamento e di reclusione?
Difficile dirlo; a Gaza c’era una tale energia vitale, bellezza, attaccamento
alla vita che secondo me spiega la loro resistenza in questo periodo. Certo sono
bambini che hanno vissuto quasi ogni anno delle operazioni militari israeliane,
anche prima di questo orrore. Il villaggio dove lavoravamo noi era al nord e
sfollavano ogni volta che c’era un attacco. Gli psicologi di Gaza con i quali
collaboravamo ci dicevano che le categorie occidentali a Gaza servono poco, come
parlare di post-trauma, quando la normalità è un susseguirsi continuo di
attacchi. L’essere umano poi tira fuori delle risorse incredibili e lì a Gaza
hanno sviluppato una capacità di fronteggiare situazioni per noi inimmaginabili,
ma i segni da qualche parte rimangono. Quindi lo stress, il senso di
insicurezza, la perdita sono quotidiani nelle famiglie.
E adesso?
Le persone ci sono tutte e questo è fondamentale. Tutto lo staff ha perso la
casa, è sfollato, ma nel tempo le nostre persone si sono ritrovate in piccoli
gruppi e si sono “ricomposte” le equipe. Stanno lavorando. È incredibile, ma ce
la fanno. Ora sosteniamo sei scuole d’emergenza per la fascia primaria, dai 6 ai
13 anni e tre scuole della fascia prescolare. Sono tende o edifici non
completamente demoliti, scuole di emergenza, ma i bimbi sono iscritti
regolarmente e vi sono servizi integrativi come attività ricreative e servizio
psicologico, di gruppo o individuale.
Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis.
Considerate che la scuola per la popolazione palestinese è sempre stata
importantissima; si poteva non mangiare, ma la scuola era fondamentale. Quindi
sono tanti gli insegnanti, i professionisti che si sono inventati nuove forme di
scuola. Non siamo soli, riusciamo ad accogliere ogni giorno 960 bambini e il
nostro personale è composto da 45 persone.
Un altro problema: come fate con il materiale didattico?
Bella domanda. Abbiamo sempre acquistato dentro Gaza, fare entrare del materiale
autonomamente è un sistema talmente lento e complesso che non ce l’avremmo
fatta. Si sono riaperti alcuni canali commerciali e alcuni importatori che
vendevano prima del 7 ottobre ricominciano ad avere dei prodotti. In questo modo
possiamo avere una fattura e pagare con un trasferimento bancario. Abbiamo
distribuito sia cibo che materiale educativo. I costi però sono inaccessibili
per le famiglie.
E la corrente elettrica?
Figurati che era un disastro anche prima, prima del 7 ottobre la gente aveva
l’elettricità per 4 ore al giorno. Chi era fortunato aveva il generatore o
pannelli solari. All’inizio siamo stati a lungo senza notizie, non si potevano
ricaricare i telefoni. Adesso la situazione è un po’ migliorata e si usano i
pannelli solari.
Gli aiuti non entrano.
No, è pazzesco, entrano col contagocce. Sono stata a Rafah anche con la
delegazione parlamentare. La Croce Rossa egiziana ha riempito magazzini enormi
di materiale, anche refrigerato, con medicinali e altro. Ci sono centinaia di
camionisti egiziani che aspettano sotto il sole anche da mesi. L’Egitto in tutta
questa storia ha avuto un ruolo: esiste al Cairo una sorta di agenzia che
facilita gli ingressi in Egitto, lo faceva anche prima del 7 ottobre. In questi
ultimi due anni, la gente è uscita da Gaza pagando 5.000 euro. Conosco
direttamente chi è uscito in questo modo e ha dovuto pagare in contanti tutti
quei soldi. E’ un mercato degli esseri umani, pensate a 5.000 euro moltiplicati
per, si stima, 150.000 persone che sono uscite da Gaza.
Come avvengono invece i trasferimenti di soldi?
È stato complicatissimo, all’inizio c’era bisogno di far arrivare contanti, così
c’erano degli strozzini che vendevano il denaro e se tu mandavi sul conto di un
abitante di Gaza 100 euro ne otteneva 60. Adesso ci sono dei metodi di pagamento
elettronico alternativi, attraverso i telefonini e in questo sono stati
bravissimi. Io sono a dir poco meravigliata, quando parlando con persone del
nostro staff sento nelle loro parole dell’entusiasmo. Fanno un lavoro in cui
credono, avvertono un grande senso per quello che stanno facendo per i piccoli e
per le loro famiglie.
Che cosa possiamo fare qua?
Mantenere l’attenzione su quello che avviene lì, far capire che nulla è risolto,
spiegare e raccontare soprattutto ai giovani, ma anche ai bambini, quello che
avviene in quella parte di mondo. Dobbiamo avere presente che l’attuale
prospettiva è portare avanti il genocidio, l’annientamento, la cancellazione di
un popolo. In Palestina sta crollando l’intero stato di diritto mondiale.
Lottare con loro e per loro è farlo per tutto il mondo. La Palestina libera
tutti e tutte.
Che cosa provi nei confronti del popolo israeliano?
Dobbiamo riuscire a capire il dolore che c’è anche in loro. So benissimo che la
proporzione tra ciò che subisce una parte e l’altra è imparagonabile, ma non
possiamo non riconoscere che anche la popolazione israeliana fatica. Se non
vediamo quel pezzo lì, non andiamo da nessuna parte, e penso che da soli non ce
la facciano a uscire da questa situazione. I coloni armati sono dei criminali
istituzionalizzati ai quali la società israeliana sempre più razzista sta dando
spazio. Ma, ripeto, dobbiamo riuscire a vedere che esiste un’altra parte. Il
vero nemico da cui liberarsi è il sionismo. Su questo, gli ebrei nel mondo hanno
una visione ben diversa da chi vive in Israele immerso nella paura e nella
propaganda.
Andrea De Lotto