Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona
Mentre devasta la materia-mondo e distrugge ogni memoria storica (di cui
cancella anche le cicatrici), la Macchina digitale conduce all’inferno psichico
persino i suoi dipendenti più “qualificati”. Ecco cosa emerge dal quadro che
Stefano Portelli tratteggia del distretto tecnologico di Barcellona. Chiunque
continui a straparlare del carattere “immateriale” delle nuove tecnologie e del
“General Intellect” che queste incorporerebbero, imbelletta cadaveri e vende
incubi. Il caso di Barcellona – dalla municipalità degli “Indignados” al governo
socialista – dimostra anche che la cibernetica più viscida e insidiosa è quella
“green”, “sostenibile”, “partecipata”.
Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di
Barcellona
di Stefano Portelli
da: napolimonitor.it
Dopo cinque secoli di orrori coloniali, capitalisti e militaristi, non sorprende
che la violenza permei di sé ogni anfratto della nostra cultura, anche laddove,
dall’esterno, sembri “tutto a posto”. Lo mostra bene questo articolo di Stefano
Portelli sul distretto industriale di Barcellona e sull’ombra che essa
racchiude. In altre fasi industriali, l’esposizione dei lavoratori era a
sostanze che ne minavano la salute fisica; oggi, la rivoluzione informatica li
espone a contenuti che ne minano altrettanto gravemente la salute psichica, la
possibilità di stare al mondo. E se già i racconti su amianto, radio e coloranti
erano difficili da digerire, quelli sui “contenuti da moderare” sono quasi
insopportabili. Amnesty International lo dice da decenni: la violenza continua a
produrre i suoi effetti anche nei racconti che se ne fanno. Indispensabile per
capire condizioni lavorative e psichismo collettivo di questi anni, la fanzine
di Horacio Espinosa, a cui questo articolo rimanda, è una lettura potenzialmente
traumatica che consigliamo di affrontare con molta cautela. [Stefania
Consigliere]
* * * *
Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale
partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle
grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un
amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze
costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli
artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la
violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli
sfrattati degli scorsi decenni.
Sempre il solito mio discorso: Barcellona città morta (come
nel documentario omonimo), promessa al diavolo dall’alto della montagna
del Tibidabo, che significa proprio “te la darò”. Lo ripeto stancamente al
malcapitato mentre entriamo in plaça de les Glòries Catalanes, porta dell’antico
quartiere industriale di Poblenou, oggi trasformato nel “distretto della
tecnologia e dell’innovazione” grazie al cambio di destinazione d’uso di
duecento ettari di città nei primi anni Duemila. La brutalità della spianata di
cemento, le nuove architetture da rivista patinata del museo del design, la
copertura scintillante del nuovo mercato sono stemperate da un nuovo parco,
meraviglioso e accessibile, dalle aiuole rigogliose, dai bambù e dai cactus che
sorgono dalla torba che interrompe la pavimentazione di pietra.
Cerco di descrivergli cosa ci fosse prima, come se i relitti industriali fossero
le vere glorie catalane del nome della piazza – un nome sarcastico, giacché la
storia della Catalogna è soprattutto una storia di sconfitte: dal 1714 al 1939,
fino al 2017. Ma il mio ricordo è avvolto nella nebbia. Alzo gli occhi
all’enorme Torre Glòries di Jean Nouvel, il grattacielo più alto di Barcellona,
la cui forma fallica si erge imponente contro il cielo, inaugurando la fila di
palazzoni di vetro che costeggia la Diagonal fino al mare. L’ho vista crescere,
prima si chiamava Torre Agbar: ricordo i peruviani che giocavano a pallavolo
intorno al suo cantiere, i gitani che occupavano le fabbriche vicino, gli okupas
che manifestavano contro il progresso e contro il consenso fabbricatovi intorno.
La piazza era un enorme ovale sopraelevato in cui confluivano le tre grandi
arterie metropolitane, sotto il quale brulicava un grande mercato delle pulci.
Mentre la torre si alzava, piano dopo piano, calava l’ombra sulle antiche
fabbriche di mattoni rossi, sulle casette imbiancate demolite a mucchi. Le
scritte sui muri profetizzavano una catastrofe, il crollo di quei grandi oggetti
singolari: “Torres más altas hemos visto caer” (“Abbiamo visto cadere torri più
alte” – eravamo poco dopo l’11 settembre), o: “Un día la gran polla de la Torre
Agbar caerá en el coño de la plaça Glòries”. Oggi che la sopraelevata è stata
sotterrata, l’analogia femminile non regge più. Quella maschile è più erta che
mai.
Il progetto del distretto dell’innovazione aveva avuto sempre andamenti
altalenanti. Le imprese tech trovavano Barcellona più adatta a congressi
sporadici per pippare cocaina nelle discoteche del litorale che ad aprirvi una
sede. Quando arrivò la “sindaca ribelle” Colau, l’intero progetto di
trasformazione urbana rimase in piedi, ma cambiò il discorso: alla retorica
progressista dell’innovazione si sommò quella della “sostenibilità”, e la
gentrificazione divenne “green gentrification”, molto più insidiosa. Nel
2018 Facebook annunciò che avrebbe affittato dieci piani della Torre Glòries per
farne un bastione della lotta alla disinformazione e alle fake news, in realtà
un centro di moderazione di contenuti. Colau annunciò l’accordo come prova del
successo nell’attrarre le imprese tecnologiche anche sotto la sua
amministrazione, anche perché le loro tasse avrebbero permesso di investire
nello spazio pubblico. Ma era la seconda giunta dei “Comuns”, quando il
potenziale trasformativo degli anni degli indignados era sfumato.
L’amministrazione si fece imbrogliare dalla promessa di un milione di euro
della Coppa America, spendendone quattro e mezzo per preparare il porto; anche
il greenwashing di progetti speculativi – come i mille appartamenti di lusso
a Bon Pastor, presentati come un ecodistretto contro l’emergenza climatica –
riusciva sempre meno bene.
Oggi intorno alla Torre non ci sono più né gli okupas che protestano, né i
gitani nelle fabbriche – e io non ho visto neanche i peruviani che giocavano a
pallavolo. I prezzi delle case sono impazziti, le case in affitto sono più
introvabili che a New York, e per strada si sente più inglese che catalano. C’è
un parco dedicato all’attivista indigena Berta Cáceres, ma lo frequentano
soprattutto tech boys e nomadi digitali nordeuropei che fanno jogging.
Gli indios de Barcelona, catalani e non, sono emigrati nell’entroterra,
nonostante lo stato preoccupante dei trasporti. L’oscurità calata su quel
deserto chiamato distretto tecnologico però non è solo la sostituzione della
popolazione operaia con gli expat dalla pelle più chiara. C’è qualcosa di più
cupo, dentro i nuovi grattacieli di Poblenou. Già qualche anno dopo l’apertura
del centro moderazione di Meta sui giornali si iniziò a parlare del malessere
dei seicento dipendenti, che però avevano firmato accordi aggressivi di “non
disclosure” con l’azienda subcontrattata (Barcelona Digital
Services, poi Telus Digital). Nel 2023 una web aveva lanciato l’allarme sullo
stress post-traumatico nella Torre, chiamandolo addirittura
“Sindrome Torre Glòries”. Per chi ci lavorava, quel luogo era Mordor: la reggia
tetra di un oscuro sire chiamato Mark Zuckerberg. Un anello per ghermirli e nel
buio incatenarli.
Questa primavera, dopo la chiusura dell’azienda e il licenziamento di tutti i
lavoratori, uno di loro ha violato il patto del silenzio con Meta, rivelando
l’oscurità dell’abisso tecnologico. In una fanzine gratuita pubblicata da un
collettivo di ricerca di precari digitali – qui anche in italiano –, l’ex
moderatore di contenuti Horacio Espinosa racconta i suoi cinque anni a Mordor.
Il racconto di Horacio – che è anche antropologo urbano del collettivo OACU – si
chiama Lavorare per la macchina, ed è costruito in modo frammentario, come “un
cadavere fatto a pezzi”. Dopo la pubblicazione è stato ripreso da televisioni e
giornali, più che altro interessati ai particolari scabrosi delle migliaia di
video visionati dai lavoratori. La fanzine fa solo accenni a questo orrore – il
flusso continuo di stupri, sfruttamento infantile, pornografia, suicidi in
diretta, terrorismo, abuso animale, a cui sono stati esposti per cinque anni
“gli operai che nell’ombra puliscono il letamaio digitale”. Ma al centro c’è lo
sfruttamento e la devastazione dei corpi e delle vite di chi si è trovato
incatenato a questa oscurità – affidando la sua sopravvivenza a un’impresa che
si pretende trans-umana, nel metaverso chetaminico di potere e tecnologia che ha
invaso la città post-industriale.
Perché gli operai e le operaie che “puliscono quotidianamente la merda secondo i
capricci del signorino Mark” avevano corpi e vite, fuori dalla Torre. I video
visionati tornavano nei loro sogni, o durante le conversazioni con le amiche, o
al bar, come crisi di pianto, o dolori inspiegabili che non riuscivano neanche a
ricondurre allo stress post-traumatico. L’azienda minimizzava: “Immaginate di
star vedendo un film dell’orrore”, consigliava il dipartimento di wellness,
fomentando lo scollamento tra realtà e rappresentazione che regge l’intero
impero digitale. Quando Horacio e i suoi colleghi protestarono perché un video
di violenze pedofile indicibili continuava a tornare online nonostante le loro
segnalazioni, i dirigenti li rimproverano: “Fate troppo rumore!”. Un impiegato
traumatizzato a un certo punto prende a capocciate l’ascensore, mentre aspetta
lo sblocco del sistema digitale; viene subito licenziato per “poco
autocontrollo”. Horacio dice che il problema “era proprio il contrario: ci
stavamo controllando troppo”.
La fanzine riporta estratti delle interviste a molti dipendenti per ricostruire
l’orrore che Meta aveva infilato nelle loro vite. Un lavoratore colombiano si
era suicidato, distrutto dalle immagini che aveva dovuto visionare. Quasi
nessuno riusciva a parlare del suo lavoro. Molti avevano rotto con i partner.
Uno si ubriacava dalla fine del turno fino all’inizio del turno successivo. Una
donna rifiutava il contatto con il figlio piccolo, allo stesso tempo era
terrorizzata per lui. La sequenza di stupri, pedofilia e violenze impresse nelle
loro menti, la coscienza del fatto che non erano un film, non poteva lasciare
indifferenti dei corpi umani. E poi c’erano i manuali su cosa tecnicamente
andava considerato un cadavere; i protocolli per fare eccezione ai contenuti
nazisti se provenivano dall’Ucraina; la sensazione che tutto quell’orrore non
venisse mai realmente cancellato, solo tolto dalla circolazione e immagazzinato
altrove, per essere poi usato chissà come. Gli stessi dati delle lavoratrici e
dei lavoratori, i loro registri, commenti, scambi di opinioni sul lavoro, sono
sicuramente custoditi da qualche parte, anche dopo la chiusura, pronti ad essere
utilizzati per estrarne nuovi profitti. “In internet tutto è eterno”,
scrive Horacio. Solo qualche settimana dopo la fanzine è uscita la notizia
che Meta usa i dati dei lavoratori per addestrare l’AI che li licenzierà.
All’improvviso, lo scorso aprile, l’impresa ha chiuso. Era il giorno in
cui Trump annunciò i dazi a mezzo pianeta, il cosiddetto Liberation day. I
lavoratori hanno avuto pochi minuti per riprendere le loro cose dagli
armadietti, alcuni non sono neanche riusciti a farlo. Già da qualche mese erano
in cassa integrazione per presunti “problemi finanziari” dell’azienda (problemi
finanziari, Facebook?). Lo stato spagnolo aveva dovuto pagare prima
un expediente temporal de regulación de empresa – una misura pensata per
il Covid-19, ma molti anni dopo la pandemia; e poi un expediente definitivo,
tutti soldi dei contribuenti per coprire i presunti problemi finanziari
di Zuckerberg. Nessuno credeva che il governo socialista avrebbe accettato; e
invece ha accettato. Poi il sistema sanitario pubblico catalano ha dovuto
curare, o almeno provare a curare, le centinaia di persone lasciate da sole con
i loro incubi. Fortunatamente quattrocento ex dipendenti hanno intentato una
causa all’azienda per danni psicologici: “Ride bene chi ride ultimo” è la frase
che conclude la fanzine.
La questione non è certo idealizzare il passato industriale. Le fabbriche
di Poblenou erano già chiuse a fine anni Novanta, alcune occupate da punk o
gitani, altre diventate locali notturni mitologici come il Razzmatazz. Ma per
tante persone il quartiere era uno spazio familiare, o un luogo di lavoro,
ancora nei primi anni Duemila. C’erano vicoli pieni di case dove ora ci sono le
sedi delle mega-multinazionali informatiche. Nei laboratori industriali di Can
Ricart, dove ora c’è il Parc Central di Jean Nouvel, c’erano tornitori che
producevano componenti metalliche per la Seat; altri che avevano lavorato alle
macrostrutture delle Olimpiadi del 1992; c’era anche un grande laboratorio di
candele artigianali con quaranta dipendenti, che chiuse per sempre con la
riqualificazione tecnologica. Il comune le considerava “imprese rumorose e
inquinanti”, e ne promosse la chiusura o la delocalizzazione. Le aziende di oggi
sono sicuramente più silenziose, ma infinitamente più inquinanti. Oltre a Meta e
ai suoi abissi di perversione, a Poblenou c’è la sede di Indra, una delle
imprese militari più importanti della Spagna; ci sono Unmanned Life e Dronelab,
che producono droni; non è lontano anche Airbus Intelligence, partner di guerra
di Israele e di Palantir. Siamo molto oltre la gentrificazione. Per quanto siano
belli i parchi e le piazze, per quanto gli architetti apprezzino i nuovi
edifici, la città è stata consegnata a un’ombra, i cui danni non sono neanche
più esternalizzati altrove.