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Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona
Mentre devasta la materia-mondo e distrugge ogni memoria storica (di cui cancella anche le cicatrici), la Macchina digitale conduce all’inferno psichico persino i suoi dipendenti più “qualificati”. Ecco cosa emerge dal quadro che Stefano Portelli tratteggia del distretto tecnologico di Barcellona. Chiunque continui a straparlare del carattere “immateriale” delle nuove tecnologie e del “General Intellect” che queste incorporerebbero, imbelletta cadaveri e vende incubi. Il caso di Barcellona – dalla municipalità degli “Indignados” al governo socialista – dimostra anche che la cibernetica più viscida e insidiosa è quella “green”, “sostenibile”, “partecipata”. Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona di Stefano Portelli da: napolimonitor.it Dopo cinque secoli di orrori coloniali, capitalisti e militaristi, non sorprende che la violenza permei di sé ogni anfratto della nostra cultura, anche laddove, dall’esterno, sembri “tutto a posto”. Lo mostra bene questo articolo di Stefano Portelli sul distretto industriale di Barcellona e sull’ombra che essa racchiude. In altre fasi industriali, l’esposizione dei lavoratori era a sostanze che ne minavano la salute fisica; oggi, la rivoluzione informatica li espone a contenuti che ne minano altrettanto gravemente la salute psichica, la possibilità di stare al mondo. E se già i racconti su amianto, radio e coloranti erano difficili da digerire, quelli sui “contenuti da moderare” sono quasi insopportabili. Amnesty International lo dice da decenni: la violenza continua a produrre i suoi effetti anche nei racconti che se ne fanno. Indispensabile per capire condizioni lavorative e psichismo collettivo di questi anni, la fanzine di Horacio Espinosa, a cui questo articolo rimanda, è una lettura potenzialmente traumatica che consigliamo di affrontare con molta cautela. [Stefania Consigliere] * * * * Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli sfrattati degli scorsi decenni. Sempre il solito mio discorso: Barcellona città morta (come nel documentario omonimo), promessa al diavolo dall’alto della montagna del Tibidabo, che significa proprio “te la darò”. Lo ripeto stancamente al malcapitato mentre entriamo in plaça de les Glòries Catalanes, porta dell’antico quartiere industriale di Poblenou, oggi trasformato nel “distretto della tecnologia e dell’innovazione” grazie al cambio di destinazione d’uso di duecento ettari di città nei primi anni Duemila. La brutalità della spianata di cemento, le nuove architetture da rivista patinata del museo del design, la copertura scintillante del nuovo mercato sono stemperate da un nuovo parco, meraviglioso e accessibile, dalle aiuole rigogliose, dai bambù e dai cactus che sorgono dalla torba che interrompe la pavimentazione di pietra. Cerco di descrivergli cosa ci fosse prima, come se i relitti industriali fossero le vere glorie catalane del nome della piazza – un nome sarcastico, giacché la storia della Catalogna è soprattutto una storia di sconfitte: dal 1714 al 1939, fino al 2017. Ma il mio ricordo è avvolto nella nebbia. Alzo gli occhi all’enorme Torre Glòries di Jean Nouvel, il grattacielo più alto di Barcellona, la cui forma fallica si erge imponente contro il cielo, inaugurando la fila di palazzoni di vetro che costeggia la Diagonal fino al mare. L’ho vista crescere, prima si chiamava Torre Agbar: ricordo i peruviani che giocavano a pallavolo intorno al suo cantiere, i gitani che occupavano le fabbriche vicino, gli okupas che manifestavano contro il progresso e contro il consenso fabbricatovi intorno. La piazza era un enorme ovale sopraelevato in cui confluivano le tre grandi arterie metropolitane, sotto il quale brulicava un grande mercato delle pulci. Mentre la torre si alzava, piano dopo piano, calava l’ombra sulle antiche fabbriche di mattoni rossi, sulle casette imbiancate demolite a mucchi. Le scritte sui muri profetizzavano una catastrofe, il crollo di quei grandi oggetti singolari: “Torres más altas hemos visto caer” (“Abbiamo visto cadere torri più alte” – eravamo poco dopo l’11 settembre), o: “Un día la gran polla de la Torre Agbar caerá en el coño de la plaça Glòries”. Oggi che la sopraelevata è stata sotterrata, l’analogia femminile non regge più. Quella maschile è più erta che mai. Il progetto del distretto dell’innovazione aveva avuto sempre andamenti altalenanti. Le imprese tech trovavano Barcellona più adatta a congressi sporadici per pippare cocaina nelle discoteche del litorale che ad aprirvi una sede. Quando arrivò la “sindaca ribelle” Colau, l’intero progetto di trasformazione urbana rimase in piedi, ma cambiò il discorso: alla retorica progressista dell’innovazione si sommò quella della “sostenibilità”, e la gentrificazione divenne “green gentrification”, molto più insidiosa. Nel 2018 Facebook annunciò che avrebbe affittato dieci piani della Torre Glòries per farne un bastione della lotta alla disinformazione e alle fake news, in realtà un centro di moderazione di contenuti. Colau annunciò l’accordo come prova del successo nell’attrarre le imprese tecnologiche anche sotto la sua amministrazione, anche perché le loro tasse avrebbero permesso di investire nello spazio pubblico. Ma era la seconda giunta dei “Comuns”, quando il potenziale trasformativo degli anni degli  indignados era sfumato. L’amministrazione si fece imbrogliare dalla promessa di un milione di euro della Coppa America, spendendone quattro e mezzo per preparare il porto; anche il greenwashing di progetti speculativi – come i mille appartamenti di lusso a Bon Pastor, presentati come un ecodistretto contro l’emergenza climatica – riusciva sempre meno bene. Oggi intorno alla Torre non ci sono più né gli okupas che protestano, né i gitani nelle fabbriche – e io non ho visto neanche i peruviani che giocavano a pallavolo. I prezzi delle case sono impazziti, le case in affitto sono più introvabili che a New York, e per strada si sente più inglese che catalano. C’è un parco dedicato all’attivista indigena Berta Cáceres, ma lo frequentano soprattutto tech boys e nomadi digitali nordeuropei che fanno jogging. Gli indios de Barcelona, catalani e non, sono emigrati nell’entroterra, nonostante lo stato preoccupante dei trasporti. L’oscurità calata su quel deserto chiamato distretto tecnologico però non è solo la sostituzione della popolazione operaia con gli expat dalla pelle più chiara. C’è qualcosa di più cupo, dentro i nuovi grattacieli di Poblenou. Già qualche anno dopo l’apertura del centro moderazione di Meta sui giornali si iniziò a parlare del malessere dei seicento dipendenti, che però avevano firmato accordi aggressivi di “non disclosure” con l’azienda subcontrattata (Barcelona Digital Services, poi Telus Digital). Nel 2023 una web aveva lanciato l’allarme sullo stress post-traumatico nella Torre, chiamandolo addirittura “Sindrome Torre Glòries”. Per chi ci lavorava, quel luogo era Mordor: la reggia tetra di un oscuro sire chiamato Mark Zuckerberg. Un anello per ghermirli e nel buio incatenarli. Questa primavera, dopo la chiusura dell’azienda e il licenziamento di tutti i lavoratori, uno di loro ha violato il patto del silenzio con Meta, rivelando l’oscurità dell’abisso tecnologico. In una fanzine gratuita pubblicata da un collettivo di ricerca di precari digitali – qui anche in italiano –, l’ex moderatore di contenuti Horacio Espinosa racconta i suoi cinque anni a Mordor. Il racconto di Horacio – che è anche antropologo urbano del collettivo OACU – si chiama Lavorare per la macchina, ed è costruito in modo frammentario, come “un cadavere fatto a pezzi”. Dopo la pubblicazione è stato ripreso da televisioni e giornali, più che altro interessati ai particolari scabrosi delle migliaia di video visionati dai lavoratori. La fanzine fa solo accenni a questo orrore – il flusso continuo di stupri, sfruttamento infantile, pornografia, suicidi in diretta, terrorismo, abuso animale, a cui sono stati esposti per cinque anni “gli operai che nell’ombra puliscono il letamaio digitale”. Ma al centro c’è lo sfruttamento e la devastazione dei corpi e delle vite di chi si è trovato incatenato a questa oscurità – affidando la sua sopravvivenza a un’impresa che si pretende trans-umana, nel metaverso chetaminico di potere e tecnologia che ha invaso la città post-industriale. Perché gli operai e le operaie che “puliscono quotidianamente la merda secondo i capricci del signorino Mark” avevano corpi e vite, fuori dalla Torre. I video visionati tornavano nei loro sogni, o durante le conversazioni con le amiche, o al bar, come crisi di pianto, o dolori inspiegabili che non riuscivano neanche a ricondurre allo stress post-traumatico. L’azienda minimizzava: “Immaginate di star vedendo un film dell’orrore”, consigliava il dipartimento di wellness, fomentando lo scollamento tra realtà e rappresentazione che regge l’intero impero digitale. Quando Horacio e i suoi colleghi protestarono perché un video di violenze pedofile indicibili continuava a tornare online nonostante le loro segnalazioni, i dirigenti li rimproverano: “Fate troppo rumore!”. Un impiegato traumatizzato a un certo punto prende a capocciate l’ascensore, mentre aspetta lo sblocco del sistema digitale; viene subito licenziato per “poco autocontrollo”. Horacio dice che il problema “era proprio il contrario: ci stavamo controllando troppo”. La fanzine riporta estratti delle interviste a molti dipendenti per ricostruire l’orrore che Meta aveva infilato nelle loro vite. Un lavoratore colombiano si era suicidato, distrutto dalle immagini che aveva dovuto visionare. Quasi nessuno riusciva a parlare del suo lavoro. Molti avevano rotto con i partner. Uno si ubriacava dalla fine del turno fino all’inizio del turno successivo. Una donna rifiutava il contatto con il figlio piccolo, allo stesso tempo era terrorizzata per lui. La sequenza di stupri, pedofilia e violenze impresse nelle loro menti, la coscienza del fatto che non erano un film, non poteva lasciare indifferenti dei corpi umani. E poi c’erano i manuali su cosa tecnicamente andava considerato un cadavere; i protocolli per fare eccezione ai contenuti nazisti se provenivano dall’Ucraina; la sensazione che tutto quell’orrore non venisse mai realmente cancellato, solo tolto dalla circolazione e immagazzinato altrove, per essere poi usato chissà come. Gli stessi dati delle lavoratrici e dei lavoratori, i loro registri, commenti, scambi di opinioni sul lavoro, sono sicuramente custoditi da qualche parte, anche dopo la chiusura, pronti ad essere utilizzati per estrarne nuovi profitti. “In internet tutto è eterno”, scrive Horacio. Solo qualche settimana dopo la fanzine è uscita la notizia che Meta usa i dati dei lavoratori per addestrare l’AI che li licenzierà. All’improvviso, lo scorso aprile, l’impresa ha chiuso. Era il giorno in cui Trump annunciò i dazi a mezzo pianeta, il cosiddetto Liberation day. I lavoratori hanno avuto pochi minuti per riprendere le loro cose dagli armadietti, alcuni non sono neanche riusciti a farlo. Già da qualche mese erano in cassa integrazione per presunti “problemi finanziari” dell’azienda (problemi finanziari, Facebook?). Lo stato spagnolo aveva dovuto pagare prima un expediente temporal de regulación de empresa – una misura pensata per il Covid-19, ma molti anni dopo la pandemia; e poi un expediente definitivo, tutti soldi dei contribuenti per coprire i presunti problemi finanziari di Zuckerberg. Nessuno credeva che il governo socialista avrebbe accettato; e invece ha accettato. Poi il sistema sanitario pubblico catalano ha dovuto curare, o almeno provare a curare, le centinaia di persone lasciate da sole con i loro incubi. Fortunatamente quattrocento ex dipendenti hanno intentato una causa all’azienda per danni psicologici: “Ride bene chi ride ultimo” è la frase che conclude la fanzine. La questione non è certo idealizzare il passato industriale. Le fabbriche di Poblenou erano già chiuse a fine anni Novanta, alcune occupate da punk o gitani, altre diventate locali notturni mitologici come il Razzmatazz. Ma per tante persone il quartiere era uno spazio familiare, o un luogo di lavoro, ancora nei primi anni Duemila. C’erano vicoli pieni di case dove ora ci sono le sedi delle mega-multinazionali informatiche. Nei laboratori industriali di Can Ricart, dove ora c’è il Parc Central di Jean Nouvel, c’erano tornitori che producevano componenti metalliche per la Seat; altri che avevano lavorato alle macrostrutture delle Olimpiadi del 1992; c’era anche un grande laboratorio di candele artigianali con quaranta dipendenti, che chiuse per sempre con la riqualificazione tecnologica. Il comune le considerava “imprese rumorose e inquinanti”, e ne promosse la chiusura o la delocalizzazione. Le aziende di oggi sono sicuramente più silenziose, ma infinitamente più inquinanti. Oltre a Meta e ai suoi abissi di perversione, a Poblenou c’è la sede di Indra, una delle imprese militari più importanti della Spagna; ci sono Unmanned Life e Dronelab, che producono droni; non è lontano anche Airbus Intelligence, partner di guerra di Israele e di Palantir. Siamo molto oltre la gentrificazione. Per quanto siano belli i parchi e le piazze, per quanto gli architetti apprezzino i nuovi edifici, la città è stata consegnata a un’ombra, i cui danni non sono neanche più esternalizzati altrove.
May 19, 2026
il Rovescio
Le collaborazioni made in Italy con il genocidio
Riprendiamo da https://altreconomia.it/un-rapporto-indaga-il-legame-tra-le-imprese-italiane-e-il-comparto-militare-di-israele/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL9526ANS UN RAPPORTO INDAGA IL LEGAME TRA LE IMPRESE ITALIANE E IL COMPARTO MILITARE DI ISRAELE di Linda Maggiori — 6 Maggio 2026 Il dossier “Made in Italy, delivered to Israel” curato da una rete di organizzazioni esamina le esportazioni di materiali d’armamento, dual use e carburanti prodotti in Italia verso Tel Aviv tra l’ottobre 2023 e la fine del 2025. Inclusi strumenti elettronici e per la sorveglianza. Censiti oltre 430 invii ma è solo la punta dell’iceberg. Quali sono le aziende coinvolte e come (non) ha risposto l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento alle nostre domande Una fitta rete di rapporti commerciali lega piccole e medie imprese italiane al comparto militare israeliano, soprattutto nel settore della cybersecurity e della sorveglianza. È uno degli aspetti che emerge dal rapporto “Made in Italy, delivered to Israel” di marzo 2026 curato da Palestinian youth movement, Giovani palestinesi d’Italia, People embargo for Palestine, Weapon watch, European legal support center. Nel report sono stati ricostruiti oltre 430 invii di armamenti, beni dual use e carburanti “Made in Italy” diretti al settore militare israeliano dall’ottobre 2023 alla fine del 2025. Il tutto grazie alla visione di alcuni registri di carico che sono soltanto la punta dell’iceberg. Strumenti e componenti sono transitati da porti e aeroporti (in particolare dai porti di Ravenna, Venezia, Genova, e dagli aeroporti di Fiumicino e Malpensa), senza essere bloccati né sottoposti ad ispezione, nonostante la destinazione militare. Dopo la pubblicazione del dossier, Altreconomia ha contattato le aziende citate e l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) presso il ministero degli Esteri. Uama non ha esplicitato nei dettagli le autorizzazioni concesse alle aziende ma ha ribadito che “nessuna azienda ha ottenuto nuove autorizzazioni per esportazioni di armamenti verso Israele dall’ottobre 2023”. Ciò che era stato autorizzato in precedenza però non è stato fermato, “in mancanza di un embargo o di una misura restrittiva unionale” (come quelle adottate per la Russia, ndr). La maggior parte delle aziende citate nel dossier (22 su 29 secondo i dati di Weapon watch) non sono iscritte al Registro nazionale delle imprese (Rni). Tra quelle che invece risultano iscritte troviamo Leonardo (con oltre 150 trasferimenti di armi e componenti a Israele), Telespazio, Elettronica, Eligio Re Fraschini, Glenair, Secondo Mona, Almaviva. Il resto delle aziende non è soggetto ai controlli previsti ai sensi della legge 185/90 e non può esportare armi ma può vendere prodotti dual use (a uso civile e militare). “Per quanto riguarda il materiale duale -spiega ad Altreconomia l’ufficio Uama- le istanze di autorizzazione sono state valutate caso per caso in aderenza alla vigente normativa unionale e nazionale e comunque nell’ottica di non consentire esportazioni che, sulla base della natura tecnica dei beni, degli usi finali dichiarati e del settore di attività degli utilizzatori finali, potessero far presagire un qualsivoglia sostegno o un rafforzamento delle capacità militari offensive delle Forze amate israeliane. Se un’azienda vuole esportare beni ‘listati’ cioè elencati nell’Allegato I del Regolamento dual use Ue 2021/821, a prescindere dalla destinazione d’uso (militare o civile) deve inoltrare richiesta a questo ufficio tramite il portale digitale ‘eLicensing’ che poi valuta. In alcuni casi, in presenza di informazioni, provenienti da altri soggetti istituzionali o dalle aziende esportatrici stesse, che adombravano il possibile utilizzo di beni duali non listati a scopi militari offensivi, Uama ha provveduto a sottoporre a obbligo autorizzativo anche esportazioni verso Israele di tali beni, attraverso lo strumento della clausola onnicomprensiva mirata (la cosiddetta Clausola ‘catch all’)”. Secondo il Regolamento europeo, la clausola “catch all” si applica nei casi di beni “non listati” destinati a usi e applicazioni militari in Paesi sottoposti a embargo e non (art 4.2; art 8.2), ad attrezzature per sorveglianza informatica con probabili usi repressivi (art 5,2), ad armi nucleari, chimiche o biologiche (art 6,2). Le pene per le aziende che non comunicano il “sospetto” di uso militare sono significative: fino a sei anni e una multa da 250mila euro in su. È però evidente un limite: tutta questa procedura funziona solo se l’azienda opera con due diligence e “denuncia” la sua esportazione come “sospetta”, con il rischio di vedersi negata l’esportazione e perdere un cliente. Senza efficaci e capillari controlli da parte delle dogane questa procedura resta lettera morta. Che molte aziende abbiano ignorato la procedura è evidente anche a Uama, tanto che pochi giorni dopo l’uscita del report e dopo la nostra richiesta di chiarimenti, il 2 aprile 2026 l’ufficio del ministero degli Affari esteri ha emanato un “comunicato tecnico” destinato a tutti gli “operatori economici” per ribadire la procedura: “Si ricorda l’obbligo di informare senza indugio questa Autorità laddove sussistano motivi per sospettare che prodotti a duplice uso o prodotti di sorveglianza informatica non listati possono essere destinati, in tutto o in parte, a usi militari. Alla luce di tale obbligo, si ricorda agli operatori che -qualora ravvisino profili di rischio- dovranno sollecitamente trasmettere a questa Autorità un’informativa completa di tutti i relativi elementi, con riferimento alla natura dell’operazione, al prodotto interessato e ai partner commerciali (destinatari e utilizzatori finali). Sulla base di tali elementi, questa Autorità avvierà la procedura e comunicherà immediatamente all’operatore se l’esportazione in oggetto è subordinata a procedimento di autorizzazione”. A differenza degli armamenti, sulle esportazioni e sulle importazioni dei beni duali non c’è alcuna trasparenza, non vengono riportate nelle relazioni ministeriali redatte ogni anno ai sensi della legge 185/90 e non ci sono registri pubblici che ne tengano traccia. Non sappiamo, quindi, se le aziende citate nel dossier abbiano richiesto e ottenuto le autorizzazioni. Alle nostre domande solo tre aziende hanno risposto: Snap on Tools, Fireco e Glenair. Snap on Tools, azienda di Cinisello Balsamo (MI), fornisce utensili per la manutenzione al settore civile e militare, e ha vari appalti anche con il ministero della Difesa italiano. L’azienda ci ha confermato di aver inviato “carrelli porta attrezzi corredati di attrezzi” alla Elbit system, una delle più grandi aziende israeliane di armamenti, che fornisce l’esercito israeliano nei settori più vari: aerospaziale, terrestre, navale, cyber, intelligence (Istar) e guerra elettronica. I suoi ricavi sono in continua crescita, arrivando a 7,94 miliardi di dollari nel 2025. Snap on Tools però sottolinea che “i carrelli porta attrezzi e gli utensili esportati non sono considerati materiali di armamento”. La Fireco, azienda di Gussago, nel bresciano, specializzata in colonne telescopiche (tubi in alluminio che si estendono verso l’alto), secondo il dossier avrebbe effettuato un invio di materiale non meglio precisato alla Elbit systems, divisione intelligence e sorveglianza (Elisra). Interpellata da Altreconomia, l’azienda non ha negato l’invio ma ha sottolineato l’assoluta correttezza dell’operazione, che si è svolta nel “pieno rispetto delle procedure autorizzative”. Inoltre, ha precisato di “non essere a conoscenza della destinazione d’uso del prodotto” e ha ribadito “la totale estraneità rispetto a qualunque contesto o impiego bellico dei propri prodotti e si dissocia da ogni forma di conflitto armato”. Eppure, una brochure ufficiale con logo Fireco, fino a metà aprile online, pubblicizzava “un’ampia gamma di alberi telescopici per applicazioni militari: antenne elevabili, radar mobili, dispositivi di monitoraggio, sistemi di sorveglianza e apparecchiature videosorveglianza”. In questa brochure, il cui link è stato cancellato pochi giorni dopo la nostra richiesta di spiegazioni, l’utilizzo militare è ben evidente e si specifica anche la destinazione dei sistemi: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Polonia, Russia, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti e proprio Israele. Nel sito della succursale francese del gruppo Fireco, una brochure simile è ancora online, e mostra l’utilizzo militare degli alberi telescopici. L’azienda ha avvisato Altreconomia che “eventuali associazioni indebite della nostra azienda a contesti di esportazione di materiale bellico saranno oggetto di opportune valutazioni”. Altra società citata nel dossier è la Glenair Italia Spa, succursale della omonima multinazionale statunitense con sede a Granarolo Emilia (BO). Iscritta al Registro nazionale delle imprese che esportano armi secondo le relazioni ministeriali degli ultimi anni ha inviato varie spedizioni di connettori elettrici per missili e altri strumenti bellici a vari Paesi nel mondo. Secondo il dossier, da Granarolo Emilia sarebbero partite varie spedizioni di “connettori elettrici” verso Elbit systems land Ltd, e verso Elbit cyclone dal novembre 2023 al luglio 2025. L’azienda, contattata da Altreconomia riconosce di aver effettuato spedizioni verso Israele, sottolineando però che “sono state tutte fatte seguendo le normative e gli accordi imposti dal nostro governo”. Visionando le relazioni ministeriali degli anni passati figurano pagamenti da vari Paesi (Germania, Brasile, Regno Unito, Repubblica Ceca, Grecia, Svezia) ma mai da Israele. Resta quindi da capire se queste esportazioni verso Elbit siano state autorizzate da Uama prima dell’ottobre 2023 o abbiano seguito la via degli accordi bilaterali tra Italia e Israele che non fanno rilevare le forniture nelle relazioni ministeriali. Glenair ha aperto una succursale anche in Israele, che fornisce cablaggi, connettori di grado militare e dispositivi per intelligence e spionaggio all’esercito israeliano. TS2 Engineering Srl, azienda di elettronica di Orvieto (TR), secondo il dossier avrebbe inviato circuiti elettronici e amplificatori di potenza alla Elbit system-Elisra. Il gruppo umbro non fa mistero dello stretto e continuativo rapporto con partner israeliani. Nel loro sito compaiono i loghi di Elbit, Tel Aviv University, Soreq nuclear research center (centro di studi nucleari situato vicino a Yavne), IsraTek (produce componenti elettroniche per usi militari), Liat electronics Ltd, (specializzata in apparecchiature elettroniche militari e fornitore di di Rafael, Elbit e Iai). Tra i partner elencati c’è anche l’indiana Alpha design technologies limited (gruppo Adani), che ha costituito joint venture con Elbit e l’italiana Support logistic service che secondo le relazioni ministeriali ha importato tecnologia militare da Israele. Contattata da Altreconomia, l’azienda non ha commentato. Altra azienda di cybersecurity citata nel dossier è Tattile Srl di Mairano (BS), specializzata nel riconoscimento automatico delle targhe e nella gestione intelligente del traffico. Avrebbe inviato dal giugno 2024 al settembre 2025 strumenti di misurazione ottica, tra cui luci infrarossi, alla Magalcom Ltd, in Israele, che a sua volta fornisce servizi di sicurezza, sistemi di protezione perimetrale e sorveglianza al sistema penitenziario e all’esercito israeliano. Dal 2022 Tattile ha inoltre stretto una partnership tecnologica con Hailo, altra azienda israeliana leader nello sviluppo di chip per l’intelligenza artificiale. I processori israeliani AI Hailo vengono usati nelle telecamere Tattile “per potenziare la nuova generazione di telecamere intelligenti” delle “smart cities” in Italia. In Israele però i chip di Hailo vengono usati nelle telecamere per la difesa dei “perimetri”, dei confini e dei muri, e implementati da Elbit Systems nei droni di sorveglianza, inseguimento e targeting, con software di riconoscimento facciale e biometrico. Interpellata più volte, non ha risposto. Anche la Cyberdife di Roma, azienda che produce sistemi di comunicazione avanzata e vende droni per la sorveglianza, secondo il dossier avrebbe spedito “antenne” e “unità radio” con software “Enforce air 2” alla D-Fend Solutions, azienda israeliana fornitore dell’esercito israeliano. Neppure questa azienda ha risposto alle nostre domande, né ha spiegato come ha ottenuto le autorizzazioni all’export del dual use. “È sempre più evidente che è necessario un embargo totale, che si estenda anche a tutti i prodotti dual use e all’import”, spiega Giovanni Fassina, direttore di European legal support Ccnter, organizzazione di giuristi e avvocati indipendenti con sede ad Amsterdam che sostiene legalmente il movimento di solidarietà con la Palestina in Europa. “Vanno cancellate tutte le autorizzazioni di esportazione già avviate e gli accordi di assistenza tecnica attivi. Inoltre, va imposto lo stop al rifornimento di greggio e l’istituzione di un controllo trasparente sul transito”.
May 12, 2026
il Rovescio
“Made in Italy per l’industria del genocidio”. Dossier dei Giovani Palestinesi in Italia
Segnaliamo che questo importante strumento di lotta, che ricostruisce puntualmente i rapporti mai interrotti dello Stato italiano con Israele in ambito militare (e non solo), è scaricabile a questo indirizzo: https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/04/16/presentazione-del-dossier-made-in-italy-per-lindustria-del-genocidio-esportazioni-militari-ed-energetiche-per-israele-viterbo-12-04-2026/
April 21, 2026
il Rovescio
La “Dottrina Gaza” applicata in Iran e in Libano
Segnaliamo questo importante articolo uscito sulla “New York Review of Books” e tradotto dal “manifesto”. Al di là delle geremiadi sul Diritto internazionale, quello che ne emerge non lascia dubbi sul fatto che senza la disfatta di “Furia Epica” e “Leone ruggente” – quando il delirio di onnipotenza non è solo negli atti, ma anche nelle parole… – la Dottrina Gaza lascerà alle masse oppresse dell’Asia Occidentale un’unica alternativa: o la servitù o l’annientamento. Ricordiamoci che tutto questo avviene con l’appoggio delle basi militari in Italia (Aviano, Livorno-Pisa, Gaeta, Napoli, Sigonella: la brigata USA aerotrasportata di Vicenza è già in “preallerta” per l’invio di truppe nel Golfo). Dottrina Gaza, colpire la sanità per svuotare la terra di Neve Gordon Arma infame In Libano e in Iran. Israele e Usa adottano la strategia della Striscia: raid su ospedali, ambulanze e soccorritori per distruggere le società. Interrogati su questi attacchi, Washington e Tel Aviv attingono al «manuale Gaza»: la colpa è del nemico che si nasconde nelle cliniche. Accuse mai provate Venerdì 13 marzo, a quasi due settimane dall’inizio del fronte libanese dell’«Operazione Leone Ruggente», le forze israeliane hanno bombardato Burj Qalaouiyah, un villaggio nel sud del paese. L’attacco ha distrutto un centro sanitario, uccidendo dodici medici, paramedici, infermieri e pazienti; il New York Times ha riferito che «solo un operatore gravemente ferito è sopravvissuto». Tra le vittime, secondo il reportage della giornalista Lylla Younes per Drop Site, c’era un paramedico che lo scorso autunno aveva parlato a una cerimonia commemorativa per diversi colleghi uccisi da un attacco aereo israeliano durante la precedente guerra in Libano. «Anche se venissimo uccisi uno a uno – avrebbe detto allora – non abbandoneremo il nostro dovere». LA GUERRA ILLEGALE di Stati uniti e Israele contro l’Iran, lanciata nelle fasi finali dei negoziati per rinnovare l’accordo sul nucleare, si è rapidamente estesa al Libano. Hezbollah è entrato in campo il secondo giorno, dopo che un attacco statunitense-israeliano ha ucciso Ali Khamenei a Teheran. Israele ha condotto attacchi aerei quasi quotidiani in Libano nei quindici mesi trascorsi da quando i due paesi hanno firmato una tregua, uccidendo più di trecento persone, ma dal 2 marzo i suoi aerei da combattimento hanno bombardato senza sosta il sud del Libano, Beirut e altre città; recentemente ha lanciato un’incursione terrestre nel sud. Mentre in Iran gli Stati uniti e Israele operano fianco a fianco, in Libano Israele ha preso l’iniziativa, con gli Stati uniti che forniscono armi e altro supporto. Il bilancio delle vittime è stato pesante su entrambi i fronti. In meno di due settimane, oltre quattro milioni di civili sono stati sfollati nei due Paesi: fino a 3,2 milioni in Iran e più di un milione in Libano, dove Israele ha ormai emesso ordini di evacuazione che interessano il 14% del territorio nazionale. Il bilancio totale delle vittime è già nell’ordine delle migliaia, con oltre ventimila feriti. Giovedì, secondo una dichiarazione delle Nazioni unite basata sulle statistiche della Mezzaluna rossa iraniana, solo in Iran più di 65mila siti civili hanno subito danni. Tra questi c’è un numero preoccupante di centri medici. La Mezzaluna rossa riferisce che gli attacchi statunitensi-israeliani hanno finora danneggiato 236 strutture sanitarie. All’11 marzo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) aveva verificato diciotto di questi attacchi, segnalando che da soli hanno causato la morte di otto operatori sanitari. Il secondo giorno di guerra, i bombardamenti aerei hanno causato danni significativi all’ospedale Gandhi di Teheran, dove filmati e foto hanno mostrato la facciata dell’edificio sfondata e disseminata di detriti, nonché attrezzature rotte e vetri in frantumi all’interno dei reparti. Il capo del consiglio medico iraniano, Mohammad Raeiszadeh, ha rivelato sui media statali che l’attacco ha reso inutilizzabile il reparto di fecondazione in vitro dell’ospedale; testimoni hanno riferito alla rete televisiva statale Al-Alam che i neonati e altri pazienti hanno dovuto essere evacuati. In Libano, le infrastrutture sanitarie sembrano essere oggetto di attacchi ancora più diretti. IL MINISTERO DELLA SALUTE ha documentato almeno 128 attacchi israeliani contro strutture sanitarie e ambulanze nel sud, per lo più affiliate all’Associazione sanitaria islamica (Iha) della regione, che hanno causato la morte di quaranta operatori sanitari e il ferimento di oltre un centinaio. All’11 marzo, prima dell’attacco al centro medico di Burj Qalaouiyah, l’Oms aveva già confermato venticinque di questi attacchi; altri quarantanove centri di assistenza sanitaria di base e cinque ospedali avevano dovuto chiudere, ha osservato, «a seguito degli ordini di evacuazione emessi dall’esercito israeliano». Il risultato è che i servizi si sono ridotti proprio mentre il bisogno di cure mediche si intensifica. Gli attacchi alla sanità sembrano pensati per incoraggiare lo sfollamento di massa: in un’intervista al Guardian, un operatore di emergenza dell’Iha li ha definiti parte di una campagna «per impedire la vita nella nostra regione e spingere le persone a fuggire». Dall’inizio delle operazioni Roaring Lion ed Epic Fury, i critici hanno accusato Israele di estendere la sua «dottrina di Gaza» – una combinazione di sfollamento di massa, uccisioni di massa e distruzione di massa delle infrastrutture civili – ad altre parti del Medio Oriente. (In un certo senso si tratta di un ritorno alla «dottrina Dahiyeh», dal nome del quartiere nella periferia sud di Beirut che l’esercito israeliano ha martellato senza pietà durante la guerra del Libano del 2006. Solo che a Gaza la distruzione non si è limitata a un’area specifica e alle persone che vi abitavano, ma è diventata il modus operandi dell’esercito in tutto il territorio). Israele, che sia una sorpresa o meno, ha fatto propria l’accusa, lanciando volantini su Beirut per ricordare agli abitanti della città il «grande successo a Gaza» dell’esercito israeliano. Una delle caratteristiche più evidenti della dottrina di Gaza – e della guerra contemporanea più in generale – è trasformare in obiettivi strutture mediche salvavita come ospedali, cliniche e ambulanze: è stato proprio lo «smantellamento deliberato e sistematico dei sistemi sanitari e di supporto vitale di Gaza» che Physicians for Human Rights Israel (Phri) ha citato per sostenere che la condotta dell’esercito israeliano nella Striscia rispondeva alla definizione giuridica di genocidio. Le notizie che giungono dall’Iran e dal Libano sollevano la prospettiva profondamente preoccupante che Israele speri di replicare quel «successo» all’estero. * Le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli aggiuntivi del 1977 garantiscono alle unità mediche una «protezione specifica» oltre alle «protezioni generali» concesse alle strutture civili durante la guerra. In base a questi vincoli, le parti belligeranti non possono attaccare le unità mediche a meno che queste non «commettano, al di fuori della loro funzione umanitaria, atti dannosi per il nemico». Ma anche quando le unità mediche commettono tali atti, le protezioni specifiche obbligano le parti in guerra a soppesare il vantaggio che si aspettano di trarre da un attacco rispetto al danno che potrebbe causare, a emettere un avvertimento e a concedere tempo sufficiente per l’evacuazione. Sotto ogni punto di vista, l’assalto di Israele al sistema sanitario di Gaza ha violato questi principi innumerevoli volte. NESSUNO dei trentasei ospedali della Striscia è stato risparmiato. Molti sono stati sottoposti a un assedio prolungato, spesso mentre ospitavano grandi folle di sfollati, prima di essere saccheggiati e smantellati. Nel marzo 2024, come documentato dal Phri, migliaia di pazienti, membri del personale e sfollati all’ospedale al-Shifa – il più grande di Gaza – hanno subito due settimane di attacchi «senza cibo, acqua, elettricità o assistenza medica». Quando le forze israeliane si sono ritirate, «l’ospedale era completamente in rovina» e almeno ottanta corpi – forse centinaia – giacevano sepolti nei dintorni in fosse comuni. Tra ottobre e dicembre 2024, mentre l’esercito israeliano attuava il «piano dei generali» a Gaza Nord, l’ospedale Kamal Adwan ha resistito a «più di ottanta giorni di assedio, bombardamenti e ostruzione sistematica dell’accesso umanitario», secondo le parole del Phri, prima che un raid lo rendesse «completamente inoperativo». In uno schema che Israele sembra ora ripetere in Libano, questi attacchi hanno agito da motore di sfollamenti di massa. In una recente conferenza alla Queen Mary University di Londra, Guy Shalev, direttore del Phri, ha sottolineato che l’assalto israeliano al Kamal Adwan era direttamente legato agli sforzi dell’esercito di spingere la popolazione palestinese verso sud. Quando l’ultima ancora di salvezza viene distrutta e «le persone non hanno un centro medico in grado di curare i propri familiari – ha spiegato – se ne vanno». Il danno generato da questi attacchi ha ripercussioni di ampia portata. Da marzo 2025, quando Israele ha demolito l’Ospedale dell’Amicizia Turco-Palestinese, l’unico centro oncologico di Gaza, i 10mila pazienti che la struttura curava ogni anno non hanno più avuto alcun posto dove andare. «Avere il cancro a Gaza significa morte, e prima della morte significa tanta sofferenza e dolore», ha dichiarato l’oncologo palestinese Sobhi Skaik a The Lancet Oncology. DATO CHE OGNI ANNO a Gaza vengono diagnosticati altri 2.000-2.500 casi di cancro, la distruzione dell’ospedale causerà senza dubbio migliaia di morti in più nei prossimi anni. Questo tipo di analisi può essere esteso al danno causato dalla distruzione da parte di Israele di cinque delle sette unità di dialisi a Gaza, compreso l’unico centro nefrologico nel nord di Gaza. In una lettera al British Medical Journal nel marzo 2025, il medico di Gaza Abdullah Wajih Kishawi ha riferito che il 44 per cento dei pazienti in dialisi nella Striscia – quasi cinquecento persone – era morto nell’ultimo anno e mezzo, a causa di lesioni dirette o perché non era stato in grado di accedere alla dialisi; poiché il blocco israeliano ha interrotto il flusso di farmaci immunosoppressori, ha ipotizzato, probabilmente sono morti anche molti dei 450 pazienti sottoposti a trapianto di rene a Gaza. I pazienti in dialisi sopravvissuti nell’enclave, come ha scritto lo scorso anno il tirocinante medico di Gaza Amro Hamada, erano bloccati in «un costante equilibrio tra speranza ed esaurimento». In alcuni casi, quando i critici hanno accusato Israele di aver attaccato illegalmente strutture sanitarie e altri siti protetti a Gaza durante i primi due anni dell’offensiva nella Striscia, hanno ricevuto come risposta semplici smentite. Messo alle strette dalla Bbc riguardo all’attacco allora in corso da parte di Israele contro l’ospedale al-Shifa, il presidente israeliano Isaac Herzog ha liquidato le notizie come «propaganda di Hamas», nonostante tutte le prove indicassero il contrario. In altri casi, attingendo a un copione che avevano ampiamente utilizzato sin dalla guerra del 2008-2009 a Gaza, i portavoce politici e militari israeliani hanno accusato Hamas di abusare delle strutture mediche per nascondere al loro interno combattenti o armi. Ciò, dopotutto, invoca l’unica eccezione legale che può annullare sia le protezioni generali che quelle specifiche per queste strutture. Il caso di al-Shifa è istruttivo. Settimane prima che Israele inviasse per la prima volta le truppe nell’ospedale nel novembre 2023, i suoi portavoce hanno iniziato a costruire un caso legale a sostegno di un attacco. «Le accuse erano straordinariamente specifiche», ha osservato un’inchiesta del Washington Post. SECONDO QUANTO riportato dal giornale, Israele sosteneva «che cinque edifici dell’ospedale fossero direttamente coinvolti nelle attività di Hamas; che gli edifici sorgessero sopra tunnel sotterranei usati dai militanti per dirigere attacchi missilistici e comandare i combattenti; e che fosse possibile accedere ai tunnel dall’interno dei reparti ospedalieri». Il portavoce militare, Daniel Hagari, ha insistito sul fatto che disponessero di «prove concrete». In quella conferenza stampa ha presentato un filmato animato in 3D che descriveva l’ospedale come uno scudo per il quartier generale di Hamas, mostrando una serie di tunnel sotterranei sotto la struttura che sarebbero stati utilizzati «per il comando e il controllo delle attività terroristiche». Il Post ha osservato che l’esercito israeliano «ha diffuso diverse serie di foto e video che mostravano presunte prove dell’attività militare di Hamas all’interno e sotto l’ospedale» nel corso della sua prolungata occupazione di al-Shifa, comprese le riprese di Hagari che esplorava un pozzo di accesso a un tunnel nel complesso. L’indagine del giornale ha concluso, tuttavia, sia che «le stanze collegate alla rete di tunnel…non mostravano prove immediate di un uso militare da parte di Hamas», sia che nessuna delle riprese mostrava «che fosse possibile accedere ai tunnel dall’interno dei reparti ospedalieri». Anche se le prove che l’esercito israeliano sosteneva di fornire si fossero rivelate autentiche, sarebbero state ben lontane dal dimostrare che Hamas avesse abusato dell’ospedale per nascondere il suo «centro di comando e controllo» – e, a prescindere da ciò, l’attacco all’ospedale difficilmente avrebbe soddisfatto la soglia di proporzionalità, dati i servizi che al-Shifa forniva alla popolazione. È stato forse l’esempio di più alto profilo di uno schema spesso ripetuto. Tra ottobre 2023 e gennaio 2026 Israele ha attaccato strutture sanitarie 937 volte nella sola Gaza, senza mai riuscire a fornire alcuna prova concreta che fossero utilizzate in modo improprio per «atti dannosi per il nemico». * Le statistiche relative agli attacchi in corso contro i sistemi sanitari dell’Iran e del Libano – secondo quanto riportato dai rispettivi ministeri della sanità – evidenziano una serie di violazioni. Già il 6 marzo il portavoce capo del ministero della sanità iraniano aveva riferito che gli attacchi statunitensi-israeliani avevano messo fuori uso nove ospedali, distrutto più di una dozzina di «centri di pronto soccorso preospedalieri» e danneggiato numerose strutture sanitarie locali e rurali. TRA I CENTRI MEDICI di Teheran che hanno subito danni nei primi giorni di guerra, secondo quanto riportato da Al Jazeera, figuravano l’ospedale Motahari, specializzato nel trattamento delle vittime di ustioni, e «l’edificio principale dei servizi di emergenza medica della provincia» nel centro della città. Ad Ahvaz gli attacchi avrebbero danneggiato un ospedale pediatrico; a Sarab e Hamedan, come ha osservato il direttore dell’Oms, fonti locali hanno riferito che sono stati danneggiati i pronto soccorsi. Lunedì il bilancio delle vittime tra gli operatori sanitari in Libano era salito ad almeno 38. Solo in quella stessa giornata, ha riferito Younes, sei paramedici sono stati uccisi in attacchi separati contro tre diverse ambulanze, una delle quali stava rispondendo a una chiamata dopo che un altro attacco aveva colpito una casa nel villaggio meridionale di Kfar Sir. «Alcuni dei nostri operatori sono stati uccisi nei nostri centri medici, altri mentre erano sul campo, cercando di estrarre le persone dalle macerie», ha detto a Younes un portavoce dell’Associazione sanitaria islamica. Ha aggiunto che «il luogo esatto in cui si erano recati per svolgere il loro lavoro di soccorso è stato nuovamente preso di mira una volta arrivati». Il Guardian riferisce che dal 2 marzo Israele ha effettuato almeno cinque attacchi di questo tipo, denominati «double-tap», in cui un primo attacco è seguito da una pausa durante la quale spesso arrivano i soccorritori, prima che l’area venga nuovamente bombardata. Diversi studiosi di diritto sostengono che questa tattica violi probabilmente l’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949, che vieta di prendere di mira civili, feriti o persone fuori combattimento. Quando sono stati interrogati su questi attacchi contro strutture mediche e altre infrastrutture civili, Israele e Stati uniti hanno ripetutamente attinto alle risposte del «manuale Gaza». Dopo che un attacco ha ucciso 175 persone, per lo più bambini piccoli, in una scuola femminile nel sud dell’Iran il primo giorno di guerra, il presidente Trump ha negato ogni responsabilità, suggerendo ai giornalisti ancora il 7 marzo che si fosse trattato di un missile iraniano andato a vuoto. L’11 marzo il New York Times ha riportato che un’indagine militare in corso aveva raggiunto una conclusione preliminare secondo cui la scuola era stata colpita da un missile Tomahawk statunitense. Il giorno precedente, in una conferenza stampa, il segretario alla difesa statunitense Pete Hegseth aveva accusato l’Iran di «spostare lanciarazzi nei quartieri civili vicino alle scuole, vicino agli ospedali per cercare di impedire la nostra capacità di colpire. È così che operano… Prendono di mira i civili. Noi no». DOPO L’ATTACCO israeliano alla struttura sanitaria di Burj Qalaouiyah, nel frattempo, un portavoce militare israeliano ha affermato su X che i combattenti di Hezbollah stavano utilizzando le ambulanze e la struttura medica per scopi militari. Camuffare un veicolo militare da ambulanza equivarrebbe a un inganno medico, un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Hezbollah (non diversamente da Hamas) fornisce effettivamente vari tipi di servizi sociali e sanitari alla popolazione locale, e l’Associazione sanitaria islamica fa effettivamente parte di quella rete di assistenza sociale. Ma secondo il diritto internazionale si tratta di siti civili e il portavoce non ha fornito alcuna prova che le ambulanze o le infrastrutture mediche fossero state utilizzate in modo improprio. Né gli attacchi israeliani si sono limitati alle strutture dell’Iha: il Guardian riferisce che hanno colpito anche «il servizio statale di protezione civile, il servizio sanitario dell’Associazione Scout islamica del movimento Amal, un ente di beneficenza sanitario locale e la Croce rossa libanese». In effetti, come ha osservato Drop Site, per il momento la parte implicata in perfidia medica durante l’attuale guerra è di fatto Israele. Una settimana prima, i paracadutisti israeliani erano entrati nel cimitero di Nabi Chit, una città nella valle della Bekaa, nel nord-est del Libano, nel tentativo di recuperare i resti che potrebbero essere appartenuti a un aviatore israeliano abbattuto e catturato dal gruppo militante Amal quarant’anni fa. Dopo che le forze israeliane hanno ucciso un combattente di Hezbollah, è scoppiato uno scontro a fuoco tra le truppe israeliane, i combattenti di Hezbollah e i residenti locali. Quando le forze israeliane si sono ritirate, secondo il ministero della salute libanese, si contavano almeno quarantuno vittime. Intervistati dai giornalisti della Bbc, del Sydney Morning Herald e del quotidiano arabo londinese Asharq Al-Awsat, residenti hanno raccontato che alcuni soldati israeliani erano giunti sul posto a bordo di un’ambulanza libanese indossando uniformi associate all’Iha. NON SAREBBE stata la prima volta, nella memoria recente, che le forze israeliane si fossero rese responsabili di un atto di perfidia medica: nel dicembre 2024 cinque soldati israeliani avevano usato un’ambulanza per entrare nel campo profughi di Balata, in Cisgiordania, in un raid che aveva ucciso due civili, tra cui una donna ottantenne; meno di un anno prima, assassini israeliani travestiti da donne musulmane e da medici avevano fatto irruzione in un ospedale di Jenin e giustiziato tre palestinesi fuori combattimento. Negare accuse ben fondate di crimini e accusare i nemici di tali crimini senza prove serie: questi sono i preludi al passo ancora più radicale di rifiutare del tutto il diritto internazionale. Forse lo sviluppo più scioccante nella guerra attuale è che Israele e Stati uniti non si sono nemmeno preoccupati di giustificare i bombardamenti delle infrastrutture civili. «Nessuna tregua, nessuna pietà», ha detto Hegseth in una conferenza stampa il 13 marzo, facendo eco alla famigerata affermazione del presidente Trump, a seguito del rapimento illegale del presidente venezuelano Nicolás Maduro, secondo cui «non ho bisogno del diritto internazionale». Riferendosi agli attacchi di Israele contro l’Iran e il Libano, Benjamin Netanyahu ha affermato il 12 marzo che «il drastico cambiamento nel nostro potere rispetto a quello dei nostri nemici è la chiave per garantire la nostra esistenza. Le minacce vanno e vengono, ma quando diventiamo una potenza regionale, e in certi campi una potenza globale, abbiamo la forza di allontanare i pericoli da noi e garantire il nostro futuro». I termini «legge» e «ordine giuridico» non sono stati menzionati nemmeno una volta. QUESTE SONO le parole di uomini ubriachi del proprio potere. La dottrina Gaza è un riflesso diretto di questa ebbrezza, e la distruzione totale delle strutture sanitarie è solo una delle sue manifestazioni, che ora si possono vedere in tutto il mondo. La Safeguarding Health in Conflict Coalition, un gruppo di oltre trenta organizzazioni che lavorano per proteggere gli operatori sanitari, i servizi e le infrastrutture, ha documentato una media di dieci attacchi al giorno contro unità mediche nel corso del 2024, un aumento di nove volte rispetto al 2016, anno in cui il Consiglio di Sicurezza Onu ha adottato una risoluzione che «condannava fermamente gli attacchi contro le strutture mediche e il personale in situazioni di conflitto». A determinare questo aumento non sono state solo le guerre di Israele nei territori palestinesi occupati e in Libano, ma anche quelle in Sudan, Ucraina e Myanmar. Mentre l’attuale guerra erode ulteriormente l’ordine internazionale del dopoguerra, dovremmo chiederci quali nuovi strumenti possiamo sviluppare per proteggere il mondo da uomini per i quali solo la forza fa la ragione. Questo articolo è apparso originariamente su The New York Review of Books (da “il manifesto”, 25 marzo 2026)
March 27, 2026
il Rovescio