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Gli spazi verdi come risorsa di salute pubblica
Numerose ricerche hanno dimostrato una notevole correlazione tra l’esposizione al verde esterno e interno e il miglioramento della salute mentale, compresa la riduzione dello stress, dell’ansia e della depressione. Il contatto con il verde è anche associato a miglioramenti della salute fisica, come riduzione della pressione sanguigna, della frequenza cardiaca e dell’infiammazione, nonché miglioramento delle capacità cognitive, della concentrazione e del recupero generale. L’intreccio tra natura e salute pubblica rappresenta un’opportunità imprescindibile per costruire società più sane, resilienti e sostenibili. Ma la trasformazione culturale necessaria per riconnettere l’uomo con l’ambiente naturale deve tradursi in azioni concrete, a partire dalla valorizzazione degli spazi verdi urbani e dall’integrazione dei determinanti ecologici nei programmi di salute pubblica. Solo attraverso un approccio sistemico e integrato, che consideri l’ambiente un fattore chiave di benessere e non una risorsa secondaria, sarà possibile promuovere un miglioramento reale e duraturo della qualità della vita, riducendo le disuguaglianze e rafforzando la coesione sociale nelle nostre comunità Ma come cambiano il nostro benessere e la nostra salute quando viviamo, o torniamo a vivere, a contatto con la natura? A questa domanda risponde il nuovo manuale curato da TeFFIt-OE (https://teffit.it/), un’associazione di promozione sociale e un ente del terzo settore, che ha l’obiettivo di favorire l’inserimento delle terapie forestali nel contesto delle medicine integrative e della prevenzione, sia nei sistemi regionali che all’interno del sistema sanitario nazionale. Un manuale frutto del lavoro multidisciplinare coordinato da Raoul Fiordiponti, presidente dell’organizzazione. Il volume intitolato “Circolo virtuoso del benessere e della salute in natura. Terapie forestali come medicina integrativa” a cura di Moira Ardente e Raoul Fiordiponti, affronta un tema di grande attualità: il rapporto tra natura, salute e benessere. La pubblicazione è la n. 99 della collana “Quaderni” di Cesvot (www.cesvot.it). Il manuale propone un cambio di sguardo: non considerare la salute come un bene da recuperare una volta compromesso, ma come una condizione da coltivare quotidianamente nella relazione con sé, con gli altri e con l’ambiente. Con un approccio scientifico e accessibile, il testo illustra le evidenze dei benefici psicofisici legati alla frequentazione regolare degli ambienti naturali, dalla semplice presenza di verde urbano fino alle foreste ad alta complessità ecologica. Al centro del volume c’è un modello che invita a pratiche di immersione progressiva e frequente nel verde, con tempi e modalità modulati in base ai bisogni della persona. Non è sufficiente, infatti, trascorrere qualche ora in natura occasionalmente: è la regolarità a generare un impatto profondo e duraturo sul benessere. Il manuale mette in dialogo saperi scientifici, ecologici, antropologici ed esperienziali, sottolineando l’importanza della biodiversità, della qualità degli ecosistemi, della gestione responsabile dei boschi e del ruolo dei parchi, dell’agricoltura sociale e delle aree protette. La natura non è solo un luogo percepito come “rigenerante”, ma un vero e proprio alleato della salute, un organismo vivo con cui instaurare una relazione consapevole. La proposta si estende oltre la dimensione individuale: invita a integrare la salute in natura nelle politiche pubbliche, nella medicina territoriale, nei percorsi educativi e nelle progettazioni partecipate delle comunità locali. Salute umana e salute degli ecosistemi, ricorda il manuale, sono parte di un’unica rete di interdipendenze. Il volume sottolinea come l’esposizione ad ambienti naturali non solo promuova il benessere psicofisico, ma contribuisca anche alla mitigazione di vari tipi di inquinamento ambientale. In particolare, la presenza di spazi verdi e naturali può ridurre l’inquinamento atmosferico acustico, termico e luminoso e aumentare il livello di esercizio fisico e di interazione sociale delle persone, tutti fattori correlati alla salute. Non mancano le iniziative già in atto per portare o riportare la natura in città, attraverso: le aree naturali urbane, i boschi di prossimità o l’agricoltura sociale come Orti urbani e Fattorie didattiche. Tuttavia, occorre dar vita ad un vero e proprio Circolo virtuoso del benessere e della salute in natura per costruire società più sane, resilienti e sostenibili. “Il concetto di “Circolo virtuoso del benessere e della salute in natura“, si legge nelle conclusioni di Moira Ardente, “nasce proprio da questa intuizione: che non basta andare nel verde ogni tanto per stare meglio. Serve una frequentazione regolare, modulata e crescente, che permetta alle persone di entrare in contatto progressivamente più profondo con la biodiversità e la biocomplessità degli ambienti naturali. Dai parchi urbani alle foreste, ogni spazio naturale può offrire benefici, ma è nella qualità della relazione che si attiva – più che nella quantità – che risiede il potenziale trasformativo. Abbiamo visto come le terapie forestali possano essere una risposta concreta per tanti, soprattutto per le persone più fragili, ma anche come possano costituire una straordinaria occasione di prevenzione, di educazione alla salute e di crescita personale per tutti. E abbiamo visto come tutto ciò non possa più prescindere da un cambio di paradigma culturale: uscire da una logica antropocentrica e utilitaristica per riscoprirci parte di una rete viva, complessa, interdipendente. Per questi motivi, il circolo virtuoso non è solo un modello terapeutico, ma anche una proposta di visione sistemica, in cui salute umana ed equilibrio ecologico si sostengono a vicenda. Una proposta che chiede di essere riconosciuta, protetta e integrata nelle politiche pubbliche, nella medicina territoriale, nella scuola, nei processi partecipativi delle comunità locali”. Qui per scaricare il Quaderno “Circolo virtuoso del benessere e della salute in natura”: https://www.cesvot.it/documentazione/pubblicazioni/circolo-virtuoso-del-benessere-e-della-salute-in-natura Giovanni Caprio
DESENZANO (BS): BLITZ CONTRO GRANA PADANO, GLI AMBIENTALISTI DI “NO FOOD NO SCIENCE” INTERROMPONO IL CONCERTO DI NATALE
La musica natalizia organizzata per la sera del 23 dicembre al Duomo di Desenzano del Garda, è stata interrotta “per qualche minuto” da attiviste e attivisti di “No Food No Science”, prontamente bloccati dalla polizia. In seguito i cinque ambientalisti sono stati trattenuti in Questura per quattro ore e ora arriva la denuncia. Durante i pochissimi minuti della pacifica protesta, i giovani ambientalisti hanno esposto uno striscione con la scritta “Grana Padano – Non c’è Natale negli allevamenti”. 500 gli spettatori presenti in Duomo: nessuno ha solidarizzato con i giovani che denunciavano la sponsorizzazione del concerto da parte del consorzio Grana Padano, che ha la sede proprio a Desenzano. Da tempo “No Food No Science” segnalano lo sfruttamento estremo all’interno degli allevamenti intensivi nella pianura Padana, del cui latte si riforniscono abbondantemente i caseifici produttori di Grana Padano. Il Consorzio è inoltre sempre più presente nell’organizzazione di grandi e piccoli eventi, per esempio anche delle Olimpiadi Milano-Cortina. Il direttore generale del Consorzio “Stefano Berni”, che ha immediatamente annunciato azioni legali contro “No Food No Science”, sostiene che attiviste e attivisti siano “prezzolati delle multinazionali dei cibi sintetici”, “servi sciocchi” che non sarebbero a conoscenza del riconoscimento ottenuto da diversi caseifici che certificano le loro produzione “Made green in Italy” dal Ministero dell’Ambiente. In realtà, come riportato nell’intervista di Radio Onda d’Urto, “No Food No Science” non ha nemmeno una posizione chiara per quanto riguarda la carne sintetica. Ai nostri microfoni per raccontare quanto accaduto, nonché per rivendicare le ragioni della protesta, Eleonora, Aldo ed Edoardo di “No Food No Science”, tra i cinque che hanno organizzato la protesta sulle rive del Benaco. Ascolta o scarica
La fragilità come forza educativa: il progetto “Forza Uguale e Contraria” a Napoli
-------------------------------------------------------------------------------- Nell’estate appena trascorsa, a Napoli, si è discusso molto del tema della fragilità grazie a un progetto che unisce scuola e terzo settore. “Forza Uguale e Contraria” nasce dalla collaborazione tra il Liceo Artistico Statale, la Cooperativa Era, la Cooperativa Partecipiamo e il Centro Polifunzionale Ciro Colonna di Ponticelli (Cooperativa NuReCo), con il sostegno del Comune di Napoli. L’iniziativa si propone come punto di riferimento per l’assistenza specialistica nelle scuole, con l’obiettivo di accompagnare i ragazzi più vulnerabili e sostenere, al tempo stesso, gli adulti che se ne ricevono cura. L’idea di fondo è affrontare la fragilità non come un limite, ma come condizione umana universale e valore da riconoscere. Oggi spesso mancano parole capaci di contenere emozioni e sentimenti, e sembra rifiutata una convivenza basata su equilibrio e ascolto reciproco. Rendere la fragilità un terreno possibile di incontro significa contrastare l’isolamento e la violenza, e aprire la strada a una vita condivisa, in cui l’altro non è percepito come minaccia ma come possibilità di relazione. Il progetto si concentra sugli adolescenti con dipendenze, disturbi dell’umore o tratti di personalità problematici. Con loro si lavora partendo da un presupposto semplice ma potente: nell’istinto animale la ferita deve restare nascosta per non diventare debolezza; l’essere umano, invece, può trasformare la ferita in parola, pensiero, desiderio di futuro. Durante gli “incontri di mezza luna”, che si svolgono ogni martedì, ragazzi, docenti e specialisti si siedono in semicerchio e riflettono insieme sul vissuto della settimana. È un tempo sospeso, in cui il ragazzo si sente al centro dei pensieri di un adulto che lo accoglie e lo contiene, trovando il coraggio di esprimere emozioni difficili. La metodologia prevede una coppia educativa formata da docente e specialista: l’insegnante guida la lezione, mentre lo psicologo osserva in silenzio, posizionato alle spalle degli studenti. Questa presenza discretamente crea uno spazio di fiducia: i ragazzi sanno che l’adulto c’è, pur non vedendolo, e possono affidarsi a lui per dare forma a pensieri e parole. Così si costruisce una terza area intermedia, protetta, in cui nasce la possibilità di trasformare paure e conflitti in dialogo. Il progetto chiama in causa anche il mondo interiore degli adulti. Per sostenere i giovani, infatti, docenti e specialisti devono fare i conti con le proprie emozioni più resistenti e dolorose, imparando a elaborarle e trasformarle. È qui che prende senso il richiamo al “comandante”: la parte più profonda dell’Io che, attraversando tempeste emotive e fragilità, cerca di mantenere il rottame, tenendo insieme il mondo interno e il contatto vivo con l’esterno. In questo spazio di ricerca condivisa, l’arte del progettare insieme diventa cura: emergono pensieri cupi, fragilità e sofferenze, ma anche possibilità di trasformazione. Lo stupore e la meraviglia, motori del progetto, evidenziano una dimensione educativa che accoglie la differenza e la pluralità, offrendo ai ragazzi e alla comunità un futuro più libero e consapevole. Per informazioni: info@nureco.it Redazione Napoli
Economia. Intervista al prof. Enrico Giovannini
Riceviamo e pubblichiamo dal blog della giornalista Giancarla Codrignani In relazione a nuove impostazioni dell’economia consone a una politica che privilegi gli interessi della vita umana per finalizzare la gestione dei capitali mi sembra un buon approfondimento l’intervista al prof. ENRICO GIOVANNINI, ministro dei governi Letta e Draghi pubblicata sull’Osservatore Romano del 12. 05. 2025 Professor Giovannini cosa vuol dire superare il Pil? La misura del Pil è stata utile per decenni per capire se un’economia cresceva, ma d’altra parte, come sappiamo bene da ormai quasi 20 anni, non riesce a catturare altre dimensioni fondamentali per lo sviluppo e il benessere delle società, dagli aspetti legati all’ambiente, alle disuguaglianze, a temi come quelli della salute o dell’educazione. Negli ultimi 25 anni ci sono state tante iniziative, penso a quelle avviate a livello internazionale come direttore dell’Ocse tra il 2001 e il 2009, ma anche a quelle realizzate dall’Istat, con gli indicatori di benessere equo e sostenibile. Ora si tratta di fare sistema, di fare sintesi. Per questo è importante che nel “Patto per il Futuro”, adottato da tutti i paesi del mondo lo scorso settembre, ci sia stata l’indicazione di andare finalmente oltre il Pil per riuscire a dare un’idea migliore di come le nostre società producano benessere per le persone e per il pianeta. Come si concilia l’indeterminatezza di parametri con la rigidità dei numeri che muovono economia e finanza? Tutte le misure economiche derivano da una visione del mondo. Nel 1944 il governo degli Stati Uniti convocò gli esperti inglesi e americani e decise di scegliere come approccio alla misurazione del Pil quello che proponevano gli inglesi, cioè la misura della produzione, invece che la misura del consumo e del benessere come proponevano gli economisti americani. C’era dietro una chiara scelta politica: l’obiettivo era quello di dimostrare che il capitalismo era in grado di produrre più cose del comunismo. Tutte le misure economiche che si utilizzano sottendono una visione, un modello concettuale, e questo vale per tutte le statistiche. Ecco perché il segretario generale dell’Onu ha chiesto a questo gruppo di proporre un modo per trovare un accordo internazionale su una nuova visione di sviluppo sostenibile. La buona notizia è che ci sono già tante esperienze in giro per il mondo su cui costruire una visione condivisa. Viviamo una crisi degli organismi sovranazionali. L’Onu ha realmente la forza per imporre una nuova tassonomia del benessere? Imporre una nuova visione delle statistiche, e dunque nuove misure, richiede un atto politico. Per questo, come si dice nel mandato del gruppo, alla fine ci dovrà essere un accordo intergovernativo. Si tratta di qualcosa che i governi dovranno accettare e sappiamo che sarà difficile trovare un accordo dopo le posizioni assunte dagli Stati Uniti che hanno dichiarato di volersi ritirare dall’Agenda 2030 perché prende in considerazione fenomeni come il cambiamento climatico o le disuguaglianze; questioni che, ha detto il rappresentante americano, sono contro gli interessi degli Stati Uniti. Non sta al gruppo di esperti tentare questa sintesi, che speriamo sarà costruita attraverso meccanismi politici. Il gruppo dovrà riuscire a trovare un accordo al suo interno e questo sarà un impegno significativo. A proposito dell’annunciato ritiro degli USA dall’Agenda 2030. Che impatto sta avendo sulle politiche per lo sviluppo sostenibile? Purtroppo alla dichiarazione stanno seguendo alcuni fatti, come ad esempio il blocco dell’impegno che l’amministrazione Biden aveva preso per lo sviluppo delle energie rinnovabili. All’interno del paese è in corso una battaglia molto dura contro la scienza, nonostante la disponibilità di dati sul cambiamento climatico. Ci sono poi le questioni di genere e le grandi disuguaglianze. Culturalmente l’impatto è molto forte. Gli Stati Uniti sono una grande potenza e rappresentano una quota rilevante della popolazione mondiale. Senza di loro sarà difficile trovare nuovi accordi. Per fare un esempio, questa estate si dovrebbe discutere la ridefinizione della governance delle Nazioni Unite, migliorando il funzionamento del Consiglio di Sicurezza e dando più spazio e potere ai Paesi emergenti e in via di sviluppo all’interno del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Queste politiche rischiano di subire uno stop, a meno che non ci sia la capacità di trovare accordi che spingano gli Stati Uniti nella giusta direzione. Redazione Italia