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Frontex senza freni
«Nessun potere dev’essere accordato a un’Agenzia senza la possibilità di chiamarla a rispondere delle proprie azioni» – David Yambio, Refugees in Libya. Questo è il messaggio emerso forte e chiaro dalla conferenza di giovedì 1° ottobre al Parlamento Europeo di Bruxelles, dove europarlamentari, ricercatorə, avvocatə e organizzazioni della società civile hanno gettato luce sulla nuova riforma di Frontex, la cui proposta ufficiale è attesa per la fine di ottobre. La riforma prevede un’espansione senza precedenti di fondi, poteri esecutivi ed equipaggiamento tecnico-militare a disposizione dell’Agenzia, senza intervenire sui meccanismi di controllo e responsabilità che associazioni della società civile in tutta Europa chiedono da ormai vent’anni. L’Agenzia è infatti accusata di ostacolare le operazioni di salvataggio in mare (SAR) e di favorire respingimenti illegali, con conseguenze troppo spesso letali per le persone in viaggio sulle rotte balcaniche, nel mar Egeo e nel Mediterraneo centrale. Per comprendere la nuova proposta di riforma di Frontex, bisogna guardare all’evoluzione dell’agenzia negli ultimi 20 anni. Laura Salzano, ricercatrice del Ludwig Boltzmann Institute for Fundamental and Human Rights ha ricostruito la progressiva trasformazione di Frontex: nata nel 2004 come organismo di coordinamento tra gli Stati membri, l’Agenzia ha acquisito nel tempo capacità operative, personale, mezzi propri e poteri sempre più estesi. Il passaggio decisivo è avvenuto con la riforma del 2019, che ha portato alla creazione dello Standing Corps, alla possibilità per Frontex di acquistare direttamente armi, navi e altri equipaggiamenti e a un forte aumento del budget (passato da 6,2 milioni di euro nel 2005 a 1,2 miliardi di euro nel 2026). L’Agenzia può oggi svolgere controlli e attività di sorveglianza alle frontiere, raccogliere e condividere dati e organizzare operazioni di espulsione dai Paesi membri. Con la nuova riforma i finanziamenti all’Agenzia potrebbero raggiungere – tra il 2028 e il 2034 – gli 11 miliardi di euro e il totale dei suoi agenti effettivi potrebbe arrivare alle 30mila unità. A questa crescita dei poteri non corrisponde però un analogo rafforzamento dei meccanismi di controllo. Come ha sottolineato Salzano, Frontex è «la prima agenzia dell’UE con poteri di law enforcement, senza essere un’agenzia di law enforcement»: agisce come un corpo di polizia, senza essere sottoposta agli stessi standard di trasparenza e controllo. Frontex permette e coordina il sistema di respingimenti nel Mar Egeo e nel Mediterraneo Centrale. Nell’Egeo, Francesca Ruzzetta del Legal Centre Lesvos ha descritto un sistema di respingimenti sistematici. Tra il 2020 e il 2023 sono stati documentati oltre 1.000 pushback, che hanno coinvolto più di 27.000 persone. Frontex sarebbe stata direttamente coinvolta in oltre cento casi e a conoscenza di centinaia di altri. Particolarmente significativo è il modo in cui l’Agenzia registra questi episodi: 135 operazioni di pushback risultano infatti classificate nei database interni come “prevenzioni delle partenze dalla Turchia”. In un caso, quasi 200 persone espulse da Creta nell’ottobre 2020 sono state registrate come se l’operazione non fosse mai avvenuta. Anche l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) aveva aperto un’inchiesta evidenziando gravi criticità nella gestione dell’Agenzia e il suo coinvolgimento, anche attraverso omissioni e mancati interventi, nei respingimenti illegali nell’Egeo. La vicenda portò a una profonda crisi di governance di Frontex e, come risultato, Fabrice Leggeri lasciò l’incarico di direttore esecutivo il 29 aprile 2022 (e dal 2024 è diventato europarlamentare con il Rassemblement National). Oggi il suo successore Hans Leijtens cerca di ripulire l’immagine dell’Agenzia attraverso investimenti in una comunicazione “dal volto umanitario” che continua ad infrangersi con la realtà documentata dalle organizzazioni della società civile. Ruzzetta ha infatti ricordato il naufragio della Adriana, nel giugno 2023: tra le 750 persone a bordo, circa 650 morirono. L’aereo di Frontex aveva individuato l’imbarcazione ore prima del naufragio e l’Agenzia aveva offerto ulteriori voli di sorveglianza alle autorità greche. Il SAR fu dichiarato solo 13 ore dopo il primo avvistamento. Nel Mediterraneo centrale, Sea-Watch ha documentato un meccanismo analogo, anche attraverso i Mayday Relay. Il 25 giugno, la nave Aurora dell’ONG tedesca tenta di contattare un aereo di Frontex che ha emesso un Mayday Relay, per ricevere maggiori informazioni utili a svolgere il soccorso in mare. Frontex ha ignorato le comunicazioni e persino l’offerta di mediare le informazioni dell’aereo di pattugliamento di Sea-Watch. Il 30 agosto, un altro Mayday Relay di Frontex viene ascoltato dalla nave di soccorso civile Solidaire, che però non riceve aggiornamenti sulla posizione dell’imbarcazione. Al contrario, la Guardia costiera libica riceve da Frontex le coordinate aggiornate, intercetta le persone a bordo e le riporta in Libia. «Così anche se vediamo un incremento nei Mayday Relay lanciati da Frontex, non vediamo alcun cambiamento sostanziale nel sistema di salvataggio, che rimane un sistema di intercettazioni e morti in mare», ha spiegato Dorothee Krämer di Sea-Watch. Nuovi fondi per nuove tecnologie di sorveglianza e armamenti L’espansione di Frontex significa anche nuovi investimenti in tecnologie sempre più sofisticate per la sorveglianza delle frontiere. Come ha spiegato Mark Akkerman, di Stop Wapenhandel, una parte consistente del bilancio dell’Agenzia viene destinata a «equipaggiamento e servizi per la sicurezza e il controllo delle frontiere» e decine di milioni di euro vengono spesi ogni anno per voli di sorveglianza con aerei e droni, affidati anche a grandi aziende del settore militare.  Un grande punto di contatto tra Frontex e l’industria bellica sono gli “Industry Days”, durante i quali le aziende presentano all’Agenzia, alla Commissione europea ma anche a Paesi membri e sempre più rappresentanti di Paesi partner extra-UE, le proprie “soluzioni” tecnologiche e operative per specifiche “problematiche” e per la sorveglianza delle frontiere. Secondo uno studio di Access Now nel solo 2024 le 10 maggiori compagnie che partecipano a questi incontri, tra cui vi sono Leonardo, Airbus e Thales, hanno investito circa 7,5 milioni di euro in attività di lobbying presso la Commissione europea e specifichə europarlamentari. Questi incontri sono direttamente promossi dalla Commissione europea, che coinvolge le aziende in gruppi consultivi e processi di elaborazione delle politiche europee sulla securizzazione e la sorveglianza delle frontiere. Si crea così un circuito in cui le stesse industrie che traggono profitto dall’espansione della sicurezza delle frontiere vengono sempre più coinvolte nella definizione delle tecnologie e delle politiche che ne alimentano la crescita. «La narrativa che accompagna queste politiche è stata fortemente promossa dall’industria degli armamenti. La percezione della migrazione come una minaccia, come una questione di sicurezza, è direttamente funzionale all’industria» – Mark Akkerman. Tra le tecnologie in sviluppo ci sono anche satelliti, droni e le High-Altitude Platforms (HAPS), piattaforme autonome che volano nella stratosfera anche per 10 o 12 mesi e mirano a colmare il divario tra la sorveglianza tramite satelliti e quella effettuata con aerei e droni. Il giornalista Matthias Monroy di Digit/netzpolitik ha sottolineato come Frontex stia sperimentando questi strumenti insieme a grandi aziende dell’industria militare, tra cui Thales e Airbus, trasformando il Mediterraneo in un vero e proprio laboratorio per la sorveglianza militare. «Al momento i droni di grandi dimensioni non possono sorvolare i confini terrestri, ed è per questo che il mare è diventato un banco di prova per questi velivoli. Nel prossimo futuro comunque li vedremo anche sui confini terrestri. La Germania, infatti, ha già modificato la propria normativa in materia di volo per consentire il passaggio anche ai droni di grandi dimensioni» – Matthias Monroy.  «Solo i giudici possono fermare Frontex» – Iftach Cohen, Front-lex. Le persone sopravvissute a questo sistema mortifero di intercettazioni e respingimenti chiedono giustizia. Iftach Cohen di Front-lex ha raccontato il lavoro di contenzioso strategico iniziato nel 2021 con il primo ricorso contro Frontex presentato per conto di due persone bloccate in Turchia dopo un pushback nell’Egeo. Le prime azioni sono state respinte, anche a causa di requisiti di ammissibilità e standard probatori difficili da soddisfare. Un passaggio fondamentale è arrivato nel dicembre 2025, con la sentenza della Grande Camera della Corte di giustizia dell’Unione europea nel caso Hamoudi v. Frontex, che ha stabilito nuovi criteri sull’onere e sullo standard della prova nei casi di pushback, riconoscendo lo squilibrio strutturale nell’accesso alle evidenze tra l’Agenzia e le persone che ne denunciano le condotte. Per Cohen «tutte le misure volte al controllo democratico, alla trasparenza e alla responsabilità hanno fallito. Frontex è preposta alla sorveglianza delle frontiere e non sarà mai in grado di rispondere adeguatamente alle situazioni di emergenza. Non abbiamo bisogno di una Frontex migliore o di una Frontex riformata, ma abbiamo chiaramente bisogno di porre fine a Frontex». La questione centrale riguarda quindi il rapporto tra potere e responsabilità. Più potere deve sempre equivalere a più responsabilità e meccanismi di bilanciamento democratico. L’evoluzione di Frontex dimostra una tendenza opposta e chiama in causa le scelte delle Istituzioni europee, che in un momento in cui in Europa aumentano le disuguaglianze e diminuiscono risorse e accesso a servizi fondamentali, favoriscono l’industria bellica e privata generando la progressiva militarizzazione dello spazio pubblico europeo. La proposta di riforma arriva dunque come uno schiaffo in faccia alle associazioni animate dalle persone sopravvissute a questo sistema necropolitico e alla società civile nel suo complesso, che dopo anni di denunce e battaglie esige giustizia, trasparenza e soprattutto un uso radicalmente diverso dei fondi pubblici dei contribuenti. Anche per questo la conferenza si conclude con l’appello di attivistə, ricercatorə ed europarlamentari per una mobilitazione diffusa contro la riforma UE che sarà presto discussa a Bruxelles.
Necropolitica dei campi: corpi, diritto e morte nei C.C.A.C. del Mar Egeo
«Dopo essere rimasto bloccato per sette anni e dopo molti rifiuti, capisco profondamente questo dolore. Ci sono stati momenti in cui la vita sembrava senza senso. Vedi amici andarsene. Persone che sono arrivate, hanno ottenuto i loro documenti e sono andate avanti, mentre tu rimani in un vicolo cieco. L’attesa, l’incertezza, il silenzio sul tuo futuro ti distruggono lentamente dentro. Molte persone non muoiono solo durante il viaggio. Molte muoiono psicologicamente dopo il loro arrivo, dimenticate in sistemi che le tengono in attesa per anni. Quante altre vite devono andare perdute prima che qualcosa cambi? Le persone non chiedono lusso. Chiedono dignità, sicurezza e libertà di movimento. Riposa in pace, José non ti dimenticheremo 1» Così scrive R. amico di José Kiesse. José Kiesse, 44 anni, congolese, è morto suicida a Lesbo il 22 febbraio 2026. Chiamarlo suicidio, senza fare riferimento al dispositivo che lo ha prodotto, è però una forma di complicità linguistica. A decidere che ‘doveva’ morire è stata la necropolitica dei Close Control Access Centres (C.C.A.C.) greci impregnata di razzismo neocoloniale: gestione differenziale delle vite, produzione gerarchica di chi può vivere e chi deve morire, spazi di confinamento che sono ‘mondi di morte’ 2, dove la gestione politica dell’attesa prolungata diventa strumento di annientamento. PH: fytilia.lesvos Dopo sei anni dietro il filo spinato, arriva il rigetto definitivo della domanda d’asilo, una sentenza esistenziale dopo un processo di logoramento sistematico, di consumo della vita. Restrizione geografica, campi chiusi e iper-sorvegliati, svuotamento e riutilizzo del diritto come strumento di deterrenza. La Dichiarazione UE-Turchia del 2016 3 ha aperto la strada alla normalizzazione della deportazione. La Legge 5226 di settembre 2025 4, che, tra l’altro, criminalizza l’ingresso irregolare completa il quadro: non più soggetti di diritto, ma corpi colpevoli per esercitare il loro diritto di movimento. José era arrivato a Lesbo, nel Mar Egeo: non solo un’isola, ma un avamposto militarizzato, una zona di sorveglianza della mobilità umana. La frontiera qui non è linea ma spazio diffuso, infrastruttura che cattura, immobilizza, rende invisibili. Da subito, José è stato intrappolato in questa zona grigia dove lo stato di diritto si sospende, generando soggettività precarie. Sopravvissuto all’inferno di Moria, la ‘tomba dei diritti umani’ 5, dove la negazione della dignità è struttura, dopo l’incendio del 2020, José è stato trasferito a Kara Tepe e poi a Mavrovouni, dove l’architettura della detenzione gli ha tolto la vita. Architettura che cresce sull’isola di Lesbo e che, dal campo di Pagani del 2009 fino ai dispositivi detentivi successivi, si sta oggi compiendo nella realizzazione C.C.A.C. di Vastria. PH: CPT Aegean Migrant Solidarity (Vastria) Il report di Community Peacemakers Teams How to Build a Detention Centre: The Case of Vastria in Lesvos 6, lo descrive con chiarezza: Vastria segna il passaggio da centri di detenzione caotici a un’infrastruttura detentiva pensata fin dall’inizio come tale. Isolata. Chiusa. Iper-sorvegliata. Una combinazione di monitoraggio biometrico, restrizione geografica e accesso limitato a ONG, avvocati e personale medico. Situato a circa 30 km, nel cuore di una foresta vergine di pini ad alto rischio di incendio, il sito non è neutro: è una scelta politica. Isolare per rendere invisibile la precarizzazione esistenziale delle persone, la loro trasformazione in corpi ‘scartabili’, in un regime di frontiera paradossalmente ossessionato dalla produzione di dati e dal risk profiling. 240.100 metri quadrati, che classificheranno le persone in (1) popolazione generale, (2) categorie speciali e (3) centro di detenzione pre-rimpatrio, inglobando – dentro quello che formalmente è un centro di identificazione – una struttura analoga ai CPR italiani. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA GRECIA. IL CLOSED CONTROLLED ACCESS CENTRE (CCAC) DI VASTRIA Un modello della politica migratoria europea Maria Giuliana Lo Piccolo 2 Settembre 2025 A seconda della classificazione si è più o meno disposable 7, più o meno deportable 8. Si consolida così la svolta carceraria nelle politiche di gestione della mobilità: la deportazione verso un Paese terzo può essere preparata, organizzata ed eseguita senza mai uscire dal campo. Il carattere allarmante di questa svolta emerge chiaramente osservando le statistiche sulla detenzione e i rimpatri in Grecia. Secondo la Policy Note: Deportation and Immigration Detention Statistics in Greece, 2025 9, pubblicata a marzo 2026 da Refugee Support Aegean, nel 2025 su 26.527 decisioni della polizia ellenica, 11.877 sono state decisioni di rimpatrio ai sensi della Legge 5226/2025, trasponendo la Direttiva Rimpatri, mentre 14.650 rimpatri sono stati effettuati ai sensi della Legge greca 3386/2005 10, in circostanze che sollevano dubbi di conformità al diritto UE. Le principali nazionalità coinvolte erano Afghanistan, Egitto, Siria, Albania e Sudan. Le stesse per cui, paradossalmente, il tasso di riconoscimento dello status di rifugiato è più alto in Grecia. In totale, 5.738 cittadini di Paesi terzi sono stati rimpatriati, di cui 2.464 con rimozioni forzate. Spostandosi all’interno del panorama europeo, il CCAC di Vastria si configura come un dispositivo pienamente coerente – e, in alcuni aspetti, anticipatore – degli sviluppi normativi a livello UE. Il 26 marzo 2026, il Parlamento europeo ha approvato l’avvio dei negoziati con il Consiglio UE sul cosiddetto Regolamento Rimpatri, destinato a riformare e sostituire la Direttiva Rimpatri 2008/115/CE. Le linee guida emerse prevedono un rafforzamento strutturale del paradigma delle espulsioni: estensione dei tempi di trattenimento fino a 24 mesi, ampliamento degli obblighi di cooperazione del soggetto destinatario del rimpatrio, compressione delle garanzie procedurali e, soprattutto, apertura alla possibilità di trasferimenti verso Paesi terzi tramite i cosiddetti return hubs. Notizie/Regolamenti UE/CPR, Hotspot, CPA IL PARLAMENTO EUROPEO DÀ IL VIA LIBERA AL REGOLAMENTO SULLE DEPORTAZIONI Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati 11 Marzo 2026 La necropolitica dei campi non si limita più a governare l’attesa della decisione sulla domanda d’asilo o la predisposizione del rimpatrio in caso di diniego. Essa si estende oltre la giurisdizione europea, integrando la detenzione interna con infrastrutture extraterritoriali. Nella traiettoria segnata da questa necropolitica, il suicidio di José Kiesse risponde pienamente al potere dei campi di decidere chi è ‘sacrificabile’. José trattenuto a Lesbo è stato espropriato del suo progetto di vita e costretto a un rischio di morte insostenibile. Pronunciare il suo nome è un atto di resistenza contro l’esposizione sistemica alla morte prematura e la minaccia costante di rimozione coercitiva che divora silenziosa le vite nei C.C.A.C. È ricordarlo contro la violenza razzista e neocoloniale del dispositivo dei campi. 1. Testimonianza di R. amico di José Kiesse. Fonte: Faseismos kai Frijes ↩︎ 2. Mbembe, A. (2019). Necropolitics. Duke University Press ↩︎ 3. CPT (2026). Ten Years of the EU-Turkey Deal, a Decade of Systemic Harm ↩︎ 4. Legge 5226/2025 ↩︎ 5. Per ulteriori informazioni, guardare: Atreconomia, (2025).‘ The Ashes of Moria’ . ↩︎ 6. CPT, (2025). ‘How to Build a Detention Centre: The Case of Vastria in Lesvos’ ↩︎ 7. Secondo N. De Genova, disposability indica la produzione di condizioni alla frontiera in cui lo Stato può disporre della vita delle persone migranti, esponendole a un rischio sistemico di morte prematura e configurando una condizione razzializzata. (De Genova, N., & Roy, A. (2020). Practices of illegalisation. Antipode, 52(2), 352-364). ↩︎ 8. Secondo N. De Genova, deportability indica la minaccia costante di rimozione coercitiva, ovvero di essere fisicamente espulsi dallo spazio dello Stato nazionale, una vera e propria espulsione dalla vita e dal diritto di vivere. (Ibidem). ↩︎ 9. R.S.A., (2026). Deportation and immigration detention statistics in Greece in 2025 A constant practice of deprivation of refugees’ liberty’ ↩︎ 10. Legge 3386/2005 ↩︎
Un’altra ecatombe nel Mediterraneo: quando smetteremo di uccidere?
È un bollettino di guerra quello che quotidianamente viene aggiornato dalle Ong che monitorano le rotte migratorie, raccolgono segnali SOS e operano nel soccorso civile – quando non vengono ostacolate, con le modalità più diverse, dalle autorità degli Stati europei affacciati sul Mediterraneo o dalle guardie costiere dei paesi terzi a cui è affidato il “lavoro sporco” dei respingimenti.  Solo il 1° aprile 2026, almeno tre naufragi in altrettante rotte diverse hanno prodotto un bilancio ancora provvisorio che supera le cinquanta vittime. E si leva, ancora una volta, la denuncia corale delle organizzazioni solidali: «Non sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate». Un’altra giornata terribile che Alarm Phone sintetizza con una domanda rivolta all’Unione europea, ma che in realtà ci interroga tutti: «Fino a quando dovremo assistere a queste atrocità alle frontiere dell’UE?». La prima tragedia della giornata si è consumata nelle acque SAR libiche, circa 85 miglia a sud di Lampedusa e viene ricostruita dall’Ansa: un gommone partito da Abu Kammash, in Libia, con circa 80 persone a bordo era alla deriva nei pressi della piattaforma petrolifera di Bouri. L’imbarcazione era stata avvistata il giorno precedente da un aereo italiano delle capitanerie di porto, che aveva immediatamente trasmesso l’allarme alle autorità libiche, tunisine e maltesi. La risposta era stata univoca: nessuno poteva intervenire. Così, solo il mattino seguente, è salpata da Lampedusa la motovedetta Cp 306. Quando i militari hanno raggiunto il natante – riporta l’agenzia di stampa – si sono trovati di fronte a 19 corpi senza vita, tra cui quello di una donna, mescolati ai superstiti semi-incoscienti e tremanti per il freddo. I 58 sopravvissuti – tra cui 16 donne e 7 minori, di cui 4 non accompagnati – sono stati sbarcati al molo Favaloro. Sette sono stati ricoverati al poliambulatorio dell’isola in stato di ipotermia e intossicazione da fumi di idrocarburi; due, in gravissime condizioni, sono stati trasferiti in ospedali palermitani. Tre persone risultano ancora disperse. Un bambino, invece, di circa un anno è stato salvato ma la madre del piccolo sarebbe l’unica vittima donna recuperata. Le autorità, con l’aiuto di mediatori culturali e personale della Croce Rossa, stanno cercando di confermarne l’identità. Non si era ancora concluso il soccorso al largo di Lampedusa quando Alarm Phone segnalava una seconda emergenza nel Mediterraneo centrale. Alle 11:50 del mattino, l’organizzazione aveva allertato le autorità competenti riguardo a un’imbarcazione con 75 persone a bordo. Quando i soccorsi sono finalmente arrivati, era già troppo tardi per otto di loro, morti prima dell’intervento. Altre undici persone hanno perso la vita prima di raggiungere la terraferma, portando il bilancio di questo solo naufragio a 19 vittime. Alcuni sopravvissuti versano tuttora in condizioni critiche. Il terzo scenario si è consumato al largo di Bodrum, nel sud-ovest della Turchia. Secondo quanto riportato da Alarm Phone e confermato da fonti greche, un’imbarcazione con circa 40 persone a bordo tra cui bambini è affondata in seguito a un inseguimento ad alta velocità da parte della Guardia Costiera turca. Il bilancio provvisorio parla di altre 18 vittime e diversi dispersi; solo 21 le persone tratte in salvo.  Alarm Phone sottolinea come il caso presenti inquietanti analogie con un incidente simile avvenuto al largo di Chio a inizio febbraio, quando un inseguimento della Guardia Costiera ellenica provocò un naufragio costato la vita a 15 persone. «Questi episodi non mostrano solo somiglianze – precisa l’organizzazione– ma rivelano una campagna strategica e violenta contro le persone in movimento, sostenuta e incoraggiata dai politici europei». Notizie/In mare GRECIA. L’ENNESIMA STRAGE: 22 PERSONE MUOIONO DOPO SEI GIORNI IN MARE Criminalizzare chi sopravvive e chi denuncia per coprire le responsabilità del sistema Redazione 30 Marzo 2026 A rendere il quadro ancora più drammatico, Alarm Phone segnala anche la scomparsa di un’imbarcazione con 43 persone partita da Zuwarah, in Libia, il 23 marzo. Le autorità italiane dichiarano di non averne alcuna traccia. «Data la totale mancanza di informazioni temiamo l’ennesimo naufragio invisibile», scrive l’organizzazione.  LE ACCUSE DELLE ONG: «NON SONO TRAGEDIE, SONO SCELTE POLITICHE» Davanti alla costante perdita di vite umane, le organizzazioni solidali presenti sul campo rifiutano la retorica dell’inevitabilità. Sea Watch parla di «ecatombe nel Mediterraneo nel silenzio della politica» e denuncia che almeno 104 persone sono morte negli ultimi tre giorni solo nel Mediterraneo centrale. L’organizzazione sottolinea come molte di loro avrebbero potuto essere salvate con un maggiore e più adeguato dispiegamento di forze nei soccorsi, «al posto di politiche repressive e disumane di abbandono e respingimento in mare e contro il soccorso civile». Notizie/In mare SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi Redazione 1 Aprile 2026 Sea Watch chiede una missione di soccorso dedicata e il ripristino della collaborazione tra autorità e navi civili, che la politica ha interrotto «inventandosi leggi persecutorie per bloccare le ONG e tenerle lontano da dove ci sarebbe bisogno di loro». Ricordando la strage durante il ciclone Harry definisce quella di questi giorni «l’ennesima catastrofe», e attacca il governo che «parla di migranti solo per festeggiare un calo degli sbarchi o l’applicazione di norme sempre più disumane». Le condizioni meteo restano pessime, avverte l’organizzazione, e il bilancio potrebbe essere ancora più grave di quanto si immagini. Mediterranea Saving Humans era a Lampedusa con la barca a vela Safira nel momento dello sbarco. La capomissione Sheila Melosu ha testimoniato in diretta l’arrivo dei corpi e dei superstiti, definendo quanto accaduto «l’ennesima strage evitabile». Il comunicato dell’organizzazione afferma che queste morti sono la conseguenza diretta delle politiche italiane ed europee orientate ai respingimenti, alle deportazioni e al finanziamento di milizie come quelle libiche. «Quelli che non muoiono in mare, muoiono di torture o deportazioni in Libia e Tunisia. È questa la realtà tremenda, inaccettabile, e dipende dalle scelte politiche di chi governa, non dal mare». Finché non saranno aperti canali umanitari sicuri e legali, conclude Mediterranea, le persone continueranno a imbarcarsi in qualsiasi condizione pur di fuggire. Per tutte loro, l’organizzazione chiede accoglienza dignitosa, riconoscimento e giustizia. Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope a Lampedusa, usa parole simili: «Queste non sono tragedie, ma il risultato delle politiche di respingimento europee. Chiediamo vie di accesso sicure e legali per entrare in Europa».
Grecia. L’ennesima strage: 22 persone muoiono dopo sei giorni in mare
Ventidue persone, provenienti principalmente dal Sudan e dal Bangladesh, sono morte dopo sei giorni alla deriva in mare. È questo il bilancio dell’ennesima strage nel Mar Egeo, avvenuta il 27 marzo 2026 a sud di Creta, nei pressi di Kali Limenes. Un episodio che è ancora, inesorabilmente, il frutto di politiche che chiudono vie di accesso legali e sicure, delegano il controllo a paesi terzi e spingono le persone verso rotte sempre più pericolose. «Secondo le testimonianze dei sopravvissuti», spiega Aegean Boat Report (ABR), «l’imbarcazione era partita da Tobruk, in Libia, nella serata del 21 marzo, con 48 persone a bordo. Solo 26 sono sopravvissute. Si contano 22 morti». La mancanza di cibo, acqua e il freddo pungente ha causato la morte dei passeggeri, i cui corpi, sempre secondo i sopravvissuti, sono stati gettati in mare. Immagine tratta da ABR Due giovani, di 19 e 22 anni, cittadini del Sud Sudan, sono stati arrestati dalle autorità greche e accusati di traffico di esseri umani, favoreggiamento e omicidio colposo. Ancora una volta, chi sopravvive diventa bersaglio, e chi mette in luce le responsabilità del sistema rischia conseguenze penali. Ancora una volta, la morte non è un incidente ma il prodotto di un sistema. Ancora una volta, il dispositivo penale si concentra sull’anello più debole della catena: persone che erano sulla stessa barca, nelle stesse condizioni, esposte allo stesso rischio di morire. È uno schema ricorrente: individualizzare la responsabilità, occultare quella sistemica. Mentre si criminalizzano i cosiddetti “scafisti”, resta intatto il contesto che rende queste traversate inevitabili: assenza di vie legali e sicure, esternalizzazione delle frontiere, politiche di deterrenza che spingono verso rotte sempre più lunghe e pericolose. La tragedia, come sottolinea ABR, non inizia in mare. Inizia prima. Inizia con la chiusura delle vie di accesso alla protezione. Con la delega del controllo a paesi terzi. Con un sistema che non lascia alternative. Negli ultimi anni, questo sistema ha prodotto un’evoluzione precisa: partenze dalla Libia orientale, traversate più lunghe, più tempo in mare con scorte insufficienti, soccorsi ritardati o assenti. Tutti fattori che aumentano esponenzialmente il rischio di eventi con numeri elevati di vittime, come quello del 27 marzo. È dentro questo quadro che va letta anche la persecuzione giudiziaria contro Tommy Olsen, fondatore di Aegean Boat Report. Notizie/In mare IL CASO AEGEAN BOAT REPORT E L’ARRESTO DI TOMMY OLSEN La Norvegia deve fermare l'estradizione dell'attivista in Grecia Redazione 26 Marzo 2026 Il suo arresto, in esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso dalle autorità greche, è stato definito da 37 organizzazioni internazionali come «l’ennesimo atto di persecuzione contro difensori dei diritti umani che hanno denunciato il crimine dei pushback alle frontiere greche». Oggi, dopo che l’esistenza di respingimenti sistematici è stata riconosciuta da decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo e da numerosi rapporti indipendenti, si procede penalmente contro chi denuncia queste pratiche. «A seguito della recente assoluzione di tutti i membri e i volontari dell’organizzazione ERCI da parte di un tribunale di Mitilene», si sottolinea nella dichiarazione congiunta, «il procedimento contro Tommy Olsen è l’ultimo procedimento aperto contro difensori dei diritti umani e attivisti di ricerca e soccorso». Le richieste rivolte alle autorità greche ed europee sono nette: fermare la persecuzione giudiziaria contro chi denuncia violazioni, porre fine alle campagne di disinformazione contro la società civile, indagare tutte le denunce di pushback, cessare le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali alle frontiere. Il nesso tra la strage del 27 marzo e questo procedimento è diretto. Senza realtà come Aegean Boat Report, molte di queste morti resterebbero senza racconto pubblico. Senza reti indipendenti, verrebbe meno la possibilità stessa di far emergere ritardi nei soccorsi, omissioni, responsabilità istituzionali. Criminalizzare chi denuncia non è un effetto collaterale: è una condizione funzionale al sistema. Significa ridurre la trasparenza, indebolire i meccanismi di accountability, trasformare la frontiera in uno spazio opaco dove le violazioni possono continuare senza controllo. Mentre si incarcerano sopravvissuti e si perseguono attivisti, il dispositivo che produce morte resta intatto. E continua a operare. Ventidue morti dopo sei giorni in mare. Due sopravvissuti arrestati. Un attivista sotto mandato d’arresto europeo perchè documenta in modo indipendente ciò che accade nel Mar Egeo. Non sono tre fatti separati. Sono lo stesso sistema.
Il caso Aegean Boat Report e l’arresto di Tommy Olsen
«Da oltre 8 anni, Aegean Boat Report lavora senza sosta per documentare le violazioni dei diritti umani, monitorare le persone in pericolo e fornire prove indipendenti quando le autorità non riescono a proteggere coloro che cercano rifugio». È da queste parole che emerge con chiarezza il senso di un lavoro che, oggi, è finito sotto attacco diretto. Tommy Olsen è il fondatore di Aegean Boat Report (ABR), l’organizzazione che dal 2015 documenta in modo indipendente ciò che accade nel Mar Egeo. Le autorità greche hanno emesso nei suoi confronti un mandato d’arresto europeo: è l’ultimo passo di un lungo tentativo di mettere a tacere chi osserva, registra e denuncia. Lunedì 16 marzo, la polizia norvegese lo ha arrestato nella sua casa di Tromsø, la città più grande della Norvegia settentrionale a 350 chilometri a nord del Circolo polare artico. Un tribunale norvegese ha successivamente stabilito che potesse essere estradato in Grecia, decisione contro la quale ha presentato ricorso, ed è stato posto in custodia cautelare. È stato successivamente rilasciato il 20 marzo in attesa dell’udienza di appello, ma rimane a rischio di estradizione. Se estradato, potrebbe subire una detenzione preventiva fino a 18 mesi 1. ✍️ Firma la petizione e chiedi alle autorità norvegesi di non estradare Tommy Olsen! Olsen, è perseguito dalle autorità greche insieme a un difensore greco per i diritti umani, Panayote Dimitras, fondatore del Greek Helsinki Monitor (GHM), con accuse infondate legate al loro attivismo a supporto delle persone in movimento che cercano rifugio in Grecia 2. Dimitras è stato incriminato per aver inviato informazioni alle autorità greche riguardo l’arrivo di persone sulle isole di Kos e Farmakonisi, nel luglio 2021, un’operazione di routine per facilitare le richieste d’asilo. Nonostante ciò, il tribunale ha imposto misure preventive severe: divieto di lasciare la Grecia, obbligo di presentarsi regolarmente alle autorità, cauzione di 10.000 euro e divieto di svolgere qualsiasi attività del GHM, compreso comunicare con le persone appena arrivate. «Migliaia di persone contattano Aegean Boat Report per chiedere assistenza, sia dopo aver raggiunto le isole greche, sia in situazioni di difficoltà nel Mar Egeo. In caso di pericolo per la vita umana, trasmettiamo immediatamente tutte le informazioni pertinenti alle autorità competenti. A causa di questo lavoro, siamo diventati un bersaglio», denuncia ABR. Questo non è l’unico procedimento giudiziario nei suoi confronti. «Negli ultimi anni – spiega Elena Kaniadakis sul Manifesto 3 – le procure di diverse isole dell’Egeo hanno avviato cinque indagini su Olsen: quattro sono state archiviate. Nell’ultimo caso, quello di Kos, è stato disposto il rinvio a giudizio». PH: Moriabevegelsen «Per anni ho documentato e pubblicato prove di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in movimento nell’Egeo», spiega l’attivista norvegese. «Queste includono respingimenti violenti, espulsioni illegali, abusi e azioni che hanno messo a rischio innumerevoli vite. Le prove sono numerose. Eppure non c’è stata alcuna assunzione di responsabilità. L’Europa ha troppo spesso distolto lo sguardo in nome della protezione delle frontiere». «Le accuse mosse contro di me – continua Olsen – sono: partecipazione e appartenenza a un’organizzazione criminale; favoreggiamento dell’ingresso nel territorio greco di cittadini di paesi terzi, presumibilmente commesso in modo ripetuto, da due o più persone, a scopo di lucro e nell’ambito di un’attività professionale; favoreggiamento del soggiorno illegale o della permanenza di cittadini di paesi terzi, presumibilmente a scopo di lucro e in modo ripetuto. Nessuna di queste accuse è vera. Non ho visto alcuna prova credibile a sostegno di esse». Il Ministro greco delle Migrazioni e dell’Asilo, Thanos Plevris 4, ha definito, nelle scorse ore, “ipocrite” organizzazioni come Amnesty International Grecia, accusandole di denunciare violazioni del diritto internazionale mentre chiederebbero di ignorare mandati legittimi della giustizia greca. «L’inasprimento delle disposizioni relative alle ONG nell’ultimo disegno di legge, che l’opposizione non ha sostenuto, si sta rivelando “imprescindibile” per garantire il rispetto della legge», minaccia Plevris. Chi è Thanos Plevris Ministro della Migrazione dal 28 giugno 2025, è noto per posizioni estremiste e dichiarazioni apertamente razziste. Celebre, e inquietante, la frase: «La sicurezza delle frontiere non può esistere senza vittime, per essere chiari, se non ci sono morti». La sua nomina segna la continuità e, per certi versi, la radicalizzazione della linea di Voridis Il Ministro fa riferimento al nuovo disegno di legge nel quale si prevede che la semplice appartenenza a un’ONG iscritta nel registro possa trasformare reati minori, come l’agevolazione del soggiorno irregolare, in reati gravi punibili con fino a 10 anni di carcere e multe fino a 10.000 euro. Anche l’apertura di un procedimento penale può comportare la cancellazione dell’organizzazione, in contrasto con principi fondamentali dello stato di diritto. «Il disegno di legge non è una misura isolata – sottolinea il Legal Centre Lesvos – ma parte di una strategia sistematica del Ministero della Migrazione volta a criminalizzare la migrazione e a smantellare la solidarietà, attuata, tra l’altro, attraverso la Legge 5226/2025 di settembre, che criminalizza il soggiorno irregolare, e attraverso il perseguimento incessante dei difensori dei diritti umani». Approfondimenti IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 «Dopo cinque anni di raccomandazioni costanti da parte della Commissione europea 5, del Consiglio d’Europa 6 e delle Nazioni Unite 7 per porre fine alle restrizioni arbitrarie sul lavoro delle organizzazioni della società civile che sostengono i rifugiati e i migranti», sostengono in una dichiarazione congiunta 8 80 organizzazioni internazionali e greche, «il Ministero continua a colpire le organizzazioni ritenute scomode esclusivamente per svolgere il loro lavoro». Esemplare in questo senso è il caso ERCI a Lesbo, un processo durato sette anni contro 24 operatori umanitari minacciati di pene fino a 20 anni per aver soccorso persone in mare: la loro assoluzione completa ha evidenziato come si sia trattato di una deliberata campagna di vessazione giudiziaria contro la società civile. Notizie GRECIA. ASSOLTI A LESVOS 24 OPERATORI UMANITARI IMPEGNATI NEL SOCCORSO IN MARE Una sentenza contro la criminalizzazione della solidarietà Ludovica Mancini 19 Gennaio 2026 In questo contesto legislativo e politico si colloca il mandato d’arresto europeo nei confronti di Tommy Olsen e le misure restrittive contro Panayote Dimitras: il rischio è che chi documenta ciò che accade alle frontiere e sostiene le persone in movimento venga trattato come un criminale, trasformando il confine in uno spazio di eccezione in cui il diritto si piega fino a scomparire e il dissenso viene messo a tacere. A spiegare quanto tutta questa vicenda sia ingiusta, con parole semplici ma potenti, è la figlia quindicenne di Tommy Olsen durante un presidio di solidarietà che si è svolto il 22 marzo davanti al municipio di Tromsø 9: «Ho solo 15 anni e non so molto di leggi o politica. Ma conosco la differenza tra giusto e sbagliato. Papà è una persona che tiene davvero alle persone in difficoltà e ai loro diritti. Fare la cosa giusta dovrebbe ripagare». 1. Per approfondire la vicenda: Norway: Do not extradite NGO worker: Tommy Olsen, Amnesty International (23 marzo 2026) ↩︎ 2. Per approfondire: Greece: Migrant Rights Defenders Face Charges, Human Right Watch (26 gennaio 2026) ↩︎ 3. La persecuzione a Tommy Olsen arriva fino alla Norvegia: la Grecia chiede l’arresto, Il Manifesto (13 febbraio 2026) ↩︎ 4. Thanos Plevris (Αθανάσιος Πλεύρης, nato 1977) è un politico e giurista greco appartenente al partito Nuova Democrazia, nominato nel 2025 Ministro per la Migrazione e l’Asilo in seguito a un rimpasto di governo del primo ministro Kyriakos Mitsotakis. È noto per le sue posizioni conservatrici e per il ruolo centrale nella politica migratoria greca. Come Ministro della Migrazione, Plevris incarna la linea dura del governo Mitsotakis su sicurezza dei confini e controllo dei flussi, influenzando il dibattito greco ed europeo sulla politica migratoria (Fonte: Kathimerini) ↩︎ 5. Leggi il documento della Commissione UE ↩︎ 6. Leggi il documento del Consiglio d’Europa ↩︎ 7. Leggi il documento delle Nazioni Unite ↩︎ 8. Joint Civil Society Statement on the Migration Ministry bill, Refugee Suppot Aegean (20 gennaio 2026) ↩︎ 9. Il presidio era promosso da Moriabevegelsen (Movimento Moria) un movimento di attivismo sociale nato in Norvegia che si occupa di sensibilizzare e mobilitare l’opinione pubblica su questioni legate ai diritti umani, in particolare dei bambini e delle persone costrette alla fuga (rifugiati e richiedenti asilo) ↩︎