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Angelo Ficarra, il fisico con la passione per la storia e per le lotte sociali
Angelo Ficarra, vicepresidente vicario dell’Anpi Palermo “Comandante Barbato”, scomparso ieri nel capoluogo siciliano, avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 21 gennaio, nel giorno in cui, 105 anni fa, Antonio Gramsci, Amedeo Bordiga e altri dirigenti fondarono il Partito Comunista d’Italia. Ficarra si considerava un “social-comunista” come suo cognato Pietro Ancona, già segretario generale della Cgil siciliana e marito della sorella, la professoressa Giuseppina Ficarra. Angelo Ficarra predicava l’unità tra socialisti e comunisti, ma non da posizioni riformiste, quanto da posizioni antagoniste, cercando l’unità anche con movimenti studenteschi, centri sociali, sindacati di base, pacifisti, cattolici progressisti e sinistra extraparlamentare. La presenza di Angelo Ficarra nelle piazze era costante da circa 70 anni: dalle lotte contadine alle lotte operaie, dai cortei per il 25 aprile alle manifestazioni contro l’aggressione Usa al Vietnam, dalle rivolte contro il governo Tambroni al Sessantotto, dal Settantasette ai cortei antimafia del 1992, dalla marcia contro i missili Nato a Comiso alle manifestazioni contro l’intervento Usa in Iraq, dalla mobilitazione della “Pantera” (1989)alle mobilitazioni pro-Palestina dei mesi scorsi. Suo zio era monsignor Angelo Ficarra, vescovo di Patti dal 1937 al 1957, citato dallo scrittore Leonardo Sciascia nel volume “Dalla parte degli infedeli” (Adelphi) come esempio di vescovo scomodo e illuminato, che fu accusato dalla sezione locale della Democrazia Cristiana di non avere appoggiato il partito e di averne causato la sconfitta, allo scopo di preservare l’indipendenza della Chiesa dal collateralismo con il partito di maggioranza del governo dell’epoca. Proprio Angelo e il fratello Luigi donarono i carteggi e altri documenti dello zio Vescovo all’Istituto Gramsci Siciliano, presieduto dal grecista Salvatore Nicosia. Angelo Ficarra era laureato in Fisica, aveva insegnato per alcuni anni e poi aveva intrapreso la carriera amministrativa nell’Università. La solida formazione scientifica non gli precludeva una notevole conoscenza della Storia. Ad esempio, per i Quaderni dell’Anpi pubblicati dalla casa editrice Istituto Poligrafico Europeo (diretta da Dario Carnevale), Angelo Ficarra aveva scritto il volume “8 Luglio 1960. La Battaglia di Palermo” (dedicata agli scontri nel capoluogo siciliano di 65 anni fa, quando la Celere uccise 4 manifestanti in Via Maqueda) e aveva curato il saggio “Dai Fasci Siciliani alla Resistenza”, che proponeva un parallelo tra il movimento per l’emancipazione dei contadini di fine Ottocento e la Lotta di Liberazione dal nazifascismo. L’amore congiunto per Scienza, Natura e Storia viene oggi evidenziato dal figlio Davide, scrittore e titolare del caffè letterario “Bar Pickwick” di Palermo: “Mi piace ricordare mio padre mentre sorride alla vita e sogna anche se non dorme. Mi piace ricordarlo mentre coltiva la sua passione per i numeri e le stelle, per gli ulivi e le viti della sua campagna a Petralia, per i viaggi, per le assi di legno che era capace di trasformare in mobili preziosi. Mi piace ricordarlo mentre ci invita a non dimenticare i partigiani ed i compagni e le compagne dei fasci siciliani, chi nel mondo e lungo la nostra storia travagliata non si è mai arreso alle ingiustizie”. L’altro figlio Marco, artista e fumettista a Bologna, aggiunge: “Mi piace pensare a mio padre sorridente, come sempre, a ripetere spesso, come una litania sacra, di goderci la vita. E’stato un papà fantastico. “Viva la rivoluzione” era il suo augurio preferito”. L’ANPI nazionale, presieduta dal giornalista Gianfranco Pagliarulo, scrive: “Ci ha lasciato Angelo Ficarra.  Un dirigente appassionato e prezioso dell’ANPI provinciale di Palermo. Aveva cuore e costanza. Angelo c’era sempre. La Resistenza era la sua vita. Lo ricordiamo con affetto e profonda gratitudine. Siamo vicini al dolore della famiglia, del Presidente Ottavio Terranova e di tutta l’ANPI palermitana”. La Cgil provinciale (guidata da Mario Ridulfo) annuncia che la cerimonia di commiato per Angelo Ficarra avverrà mercoledì 7 luglio, alle ore 1030, nel salone della Camera del Lavoro di Palermo, in Via Meli 5, nel centro storico. Francesco Foti, segretario della FIOM-CGIL Sicilia, non ha dubbi: “La scomparsa di Angelo Ficarra è una grave perdita per il movimento della sinistra palermitana, per i sindacati e per l’Anpi.Restiamo orfani del valore inestimabile del suo sapere e dei suoi preziosi interventi. Abbiamo organizzato tante iniziative insieme, Angelo è stato un punto di riferimento per tutti noi”. L’ARCI Palermo scrive: “Ad Angelo, dirigente dell’ANPI, e alla sua militanza resistente dobbiamo moltissimo: è stato per molti e molte di noi un riferimento costante nelle iniziative e nei presidi antifascisti ed è sempre stato uno dei riferimenti principali dei nostri “ritrovati” 25 aprile in piazza a Palermo”. Rifondazione Comunista Palermo ricorda l’iscrizione di Ficarra al “circolo Francesco Vella”, intitolato ad una delle 4 vittime della repressione dell’8 luglio 1960 in Via Maqueda: “Ѐ scomparso Angelo Ficarra, un amico, un partigiano, un compagno da molti anni iscritto al circolo Francesco Vella di Rifondazione Comunista. La sua morte è una grave perdita per il nostro partito e per l’intera comunità.Angelo ha vissuto direttamente molti dei fatti del secolo scorso contribuendo a scriverne la storia e le pagine più belle; protagonista di importanti battaglie; strenuo difensore dei valori dell’antifascismo e della Costituzione; sempre in prima linea nella difesa dei diritti dei più deboli.Fino all’ultimo, ha sfilato nelle manifestazioni per fermare il genocidio del popolo palestinese. La sua coerenza, il suo impegno politico, i suoi valori e le sue idee sono il patrimonio più grande che ci ha lasciato.Non dimenticheremo il suo sguardo dolce ed accogliente e la forza delle sue parole”. Il sindacalista Pietro Milazzo, da decenni protagonista delle lotte sociali palermitane e uno dei fondatori di “Potere al Popolo” a Palermo, ricorda: “Volevo bene ad Angelo Ficarra, un compagno serio e rigoroso, ma, anche, tenero ed affettuoso. Non aveva l’atteggiamento di chi, avendo una lunga esperienza alle spalle, guardava le compagne ed I compagni più giovani o di diversa formazione od orientamento, con superiorità, oppure con sospetto e fastidio. No, Angelo, come i veri compagni, era inclusivo ed unitario. Era dialogante e costruttivo. Costruiva ponti, non alzava muri. Queste erano qualità, umane e politiche, che lo rendevano prezioso”. Il Partito Comunista (guidato dall’economista Alberto Lombardo) celebra Angelo Ficarra con un lungo comunicato stampa: “La Federazione Regionale siciliana del Partito Comunista si associa al cordoglio per la scomparsa del compagno Angelo Ficarra. Vicesegretario regionale dell’ANPI, ha sempre difeso l’eredità del movimento comunista siciliano. Pregevoli e molto istruttivi i suoi scritti sui Fasci Siciliani, di cui ha difeso la memoria storica nel suo libro DAI FASCI SICILIANI ALLA RESISTENZA (I quaderni dell’ANPI Sicilia), in cui stabilisce un collegamento tra quel rigoglioso movimento di lavoratori di fine Ottocento – che furono la prima esperienza organica di lotta di liberazione del popolo siciliano – e la lotta di Liberazione dal nazifascismo – alla quale il Meridione e la Sicilia hanno dato un importante contributo ancora oggi poco conosciuto – a cui è stata negata una memoria popolare. In entrambi gli eventi c’è stato un sistematico uso terroristico della violenza, a volte anche ammantata dalla sacralità dello Stato. I Fasci siciliani e le lotte per l’occupazione delle terre costituiscono insieme il più grande movimento di massa impegnato in una lotta di liberazione dalla mafia e dai suoi complici che continua fino ai nostri giorni. Ne parlò con noi in un’interessantissima assemblea tenutasi a Casamatta l’8 maggio 2015”.   Pietro Scaglione
Emilio Ricci: i buoni motivi per votare No al referendum sui magistrati e la vera essenza della riforma
l’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI, Marina Pierlorenzi, presidente ANPI provinciale Roma Da Patria indipendente l’intervento dell’avv. Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI,   al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” Le norme introdotte dal governo vengono presentate nella propaganda come soluzione per rendere il processo più trasparente e veloce, ma è un falso. In realtà l’elemento fondamentale che entra in gioco è l’equilibrio dei poteri dello Stato. Se si volessero davvero velocizzare i procedimenti in tribunale, si dovrebbero adottare ben altri strumenti, come la depenalizzazione dei “reati da cortile”. E non a caso preoccupano al contempo le misure approvate in materia di ordine pubblico. Intervento al convegno “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” organizzato dall’Associazione nazionale dei partigiani Siamo tutti qui per ragionare su questa questione molto complessa e delicata che va approfondita anche perché la battaglia che noi intendiamo fare, la battaglia referendaria, è una battaglia che ci vede impegnati come ANPI in prima fila, affiancati all’Associazione Nazionale Magistrati che ha organizzato un proprio comitato per il No. Vorrei spiegare rapidamente per quale ragione oggi noi abbiamo ritenuto di organizzare un incontro che parli della separazione delle carriere da un lato e della legge sicurezza dall’altro: sembrerebbero due questioni tecnicamente tra di loro molto diverse, ma in realtà sono strettamente collegate da un filo comune. La separazione delle carriere incide sull’ordinamento giudiziario, sul rapporto tra magistratura requirente e giudicante e sugli aspetti di rilevanza costituzionale della giurisdizione. La nuova legge sulla sicurezza pubblica incide su ambiti diversi (sull’immigrazione, sull’ordine pubblico, sulle misure prevenzione, sui poteri delle forze dell’ordine) ma, in realtà, io ritengo che queste due riforme debbano essere osservate con un’attenzione comune: secondo me, il motivo politico fondamentale e strutturale per il quale questo governo oggi si muove su questi terreni, è perché ritiene che il sistema vigente, munito di contrappesi significativi sia troppo garantista, troppo complicato, troppo lento, per cui è necessario “semplificare” per rendere più efficienti i meccanismi decisionali e ridurre gli spazi di conflitto e di controllo sul suo operato. La separazione delle carriere in realtà viene presentata come un modo per rendere il processo più trasparente. “Chi accusa accusa… Chi giudica giudica” … uno slogan semplicistico che colpisce la fantasia delle persone in maniera mediatica, non in maniera sostanziale, perché in realtà l’elemento che entra in gioco fondamentale è quello dell’equilibrio dei poteri dello Stato. Nello stesso modo anche la legge sicurezza viene presentata come una risposta a emergenze reali: criminalità, terrorismo e gestione flussi migratori. Quando vengono sollevati dubbi sul sistema normativo che si vuole introdurre con la riforma costituzionale, coloro i quali pongono dubbi e prospettano i rischi insiti nelle modifiche vengono additati come nemici dell’ordine, come persone che in realtà non vogliono una gestione più garantista, più serena delle questioni legate all’ordine pubblico, e che vogliono condizionare lo sviluppo della sicurezza nel nostro Paese. Quindi il profilo che valuterei è quello della necessità di comprendere se le nuove disposizioni in qualche modo rafforzano o se indeboliscono quelli che sono i contrappesi costituzionali. Abbiamo intanto una valutazione di tipo generale su questo profilo. Sulla separazione delle carriere credo di essere uno dei pochi avvocati in Italia che è contrario alla separazione delle carriere. Vi sono molti, come le associazioni di categoria e, in particolare, la Camera penale che sono favorevoli alla riforma, con un orientamento dal quale dissento. La mia opinione è che oggi l’ordinamento costituzionale prevede un unico Consiglio Superiore della Magistratura, quindi con un’unica garanzia di indipendenza dei magistrati sia per quanto riguarda la funzione del pubblico ministero sia in relazione alla funzione del giudicante: noi, infatti, abbiamo di fronte una garanzia di tipo generale nel senso che i magistrati sono garantiti da una ormai sostanziale separazione delle carriere realizzata progressivamente nel tempo e confermata anche dalla ulteriore riduzione della possibilità di passare da una funzione all’altra sancita nell’ultima riforma Cartabia. La voce di chi, invece, è favorevole è quella di sostenere che la imparzialità del giudice sarebbe garantita maggiormente da una diversa cultura rispetto a quella del pubblico ministero: quindi, la separazione dovrebbe garantire da un lato l’autonomia del pubblico ministero rispetto al giudice, quando – al contrario noi riteniamo, e anch’io ritengo – che la attuale unità delle carriere, la presenza di un unico Consiglio Superiore sia proprio una garanzia della indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere esterno. Quindi, anche se ovviamente nella proposta di legge costituzionale non è esplicitamente detto, noi sappiamo bene quali siano i rischi inseriti in una riforma di questo tipo. Noi sappiamo oggi e lo sanno bene coloro i quali svolgono l’ufficio di Procura, quale sia il carico di lavoro che i PM hanno, carico che determina che molte attività di indagini siano delegate alla polizia giudiziaria nelle sue varie articolazioni: nel caso in cui la riforma costituzionale venisse approvata in sede referendaria e la funzione del Pubblico ministero venisse separata da quella del giudice, la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo potrebbe portare ad un significativo condizionamento dell’attività di indagine da parte delle procure. Questo ve lo dico anche per una mia lunghissima esperienza personale come avvocato: vi è, infatti, la necessità di individuare le priorità ed è proprio questo il profilo che noi temiamo perché leggiamo che dietro a queste idee vi è il rischio che il Pubblico ministero possa un domani, (anche se – l’ho detto e lo ripeto – non è oggi esplicitamente previsto dalla norma costituzionale) essere condizionato dal potere esecutivo sulla individuazione dei reati da perseguire e che di fatto si giunga alla cosiddetta rinunciabilità dell’azione penale che sarebbe, per noi cittadini, una violazione importante, significativa e molto compromettente di quello che è invece il fondamento democratico sul quale si basa l’esercizio dell’azione penale obbligatoria. Tenete presente che tutte queste modifiche vengono contrabbandate come norme di riforma per la velocizzazione dei processi, ma non è così. In realtà, il problema è assolutamente diverso, ed è fondato esclusivamente sul fatto che noi non siamo in grado di gestire la quantità dei processi che pendono, problema che mai nessuno ha voluto affrontare: sono più di 50 anni che svolgo questo lavoro, e non solo io ma tanti colleghi e amici che con me lavorano nei Tribunali si rendono conto che la vera riforma della Giustizia, l’unica vera riforma della Giustizia penale significativa, sia una importante depenalizzazione dei reati, quelli che io definisco i reati da cortile, che però intasano gli uffici giudiziari e non consentono lo svolgimento, invece, di attività di indagine più importanti e anche di carattere più pregnante per quanto riguarda la coltivazione della legalità nel nostro Paese. È chiaro che il problema della depenalizzazione pone un problema importante dal punto di vista della gestione poi di tutte queste situazioni depenalizzate. Noi abbiamo purtroppo un sistema per cui tutte le sanzioni amministrative che sono migliaia e migliaia, decine di migliaia, se non addirittura centinaia di migliaia, non vengono discusse. Vi dò un dato che ho avuto appunto in relazione allo svolgimento dell’attività professionale: Equitalia Giustizia che è delegata la raccolta delle sanzioni, riscuote il 2% delle spese di giustizia che vengono comminate dai Tribunali. Voi capite bene che con questo sistema non è possibile pensare a una riforma che non sia anche una riforma del sistema di esazione delle sanzioni o di gestione di quelle che potrebbero essere domani le sanzioni amministrative per quelle legate ai reati eventualmente depenalizzati. Ma io non sto parlando di una parte di depenalizzazione del 10%: io parlo del 60-65% dei reati poi non giungono a processo. La magistratura giudicante riesce a smaltire meno del 50% dei reati che vengono portati dalle Procure all’attenzione dei giudici per la fase dibattimentale: quindi sotto questo profilo il problema è che, di fatto, si determina una sorta di depenalizzazione indotta alla quale si associa il problema fondamentale della certezza della giustizia, del diritto e della pena, che sono questioni che a livello sociale impattano significativamente sull’immagine della giustizia perché noi non stiamo parlando qui dei grandi processi, delle grandi indagini che hanno una loro corsia preferenziale, un loro modo di essere oggetto di interesse sia da parte dei giudici inquirenti che della parte giudicante, ma parlo di quella enorme quantità di procedimenti che non vedono una fine se non attraverso la prescrizione, determinando quindi una sostanziale fondamentale incertezza del diritto che causa una serie di problemi e di disvalori di carattere sociale. Vi sono processi che durano 10 – 11 – 12 anni e che determinano, come potete immaginare, danni in tutte le situazioni e articolazioni: pensate ai dipendenti pubblici che vengono inquisiti per anni e che non possono avere avanzamenti di carriera; pensate alle persone che subiscono processi per cui devono pagarsi avvocati, devono provvedere a una serie di questioni che sicuramente li condizionano pesantemente nel corso della vita. Queste sono le questioni che io pongo in maniera generale, in maniera politica perché l’obiettivo che abbiamo non è quello ovviamente di fare una o, quantomeno, non solo quello di fare una battaglia tecnica nei confronti di questa legge costituzionale ma anche quello di assumere posizioni rispetto alle involuzioni autoritarie sanzionatorie della legge sicurezza. Io credo che questo sia un profilo che si lega (e l’ANPI, diciamo, nelle ultime riunioni anche del Comitato nazionale di questo ne ha parlato e ne ha discusso) anche all’esercizio delle proprie libertà, dei propri diritti, della libertà di parola, della libertà di associazione, di tutte quelle che sono le libertà garantite costituzionalmente e che devono essere rafforzate piuttosto che indebolite. Quindi l’ANPI su questo tema è contro la riforma costituzionale e contro la legge sicurezza e ritiene che sia un vulnus significativo all’interno del comparto della struttura costituzionale che da anni ci governa e che, a parte qualche deviazione, esistente in tutti i Paesi, ha garantito una forte presenza democratica, all’interno della quale noi riusciamo comunque a gestire la libertà in maniera autonoma, tale da farci pensare che questo sia comunque, al di là delle varie involuzioni, un Paese dove si vive bene e dove, proprio per questo, bisogna contrastare in maniera forte ogni involuzione di tipo antidemocratico. Mi soffermo rapidissimamente su due questioni che caratterizzano questa riforma costituzionale, tenendo conto che del sorteggio dei magistrati parleranno altri meglio e più di me. Farò quindi riferimento ancora a due punti: il referendum (di cui dirò alla fine) e l’Alta Corte di Giustizia. Noi oggi abbiamo un Consiglio Superiore della Magistratura che giudica attraverso una propria sezione disciplinare e poi eroga le sanzioni a tutti i magistrati: pubblici ministeri e giudici. Il magistrato che viene sanzionato ha la possibilità di ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione. È una garanzia molto importante, di rilevanza costituzionale in quanto il magistrato, per la delicatezza dell’attività che svolge, deve essere tutelato al massimo quando viene sottoposto a procedimento disciplinare. La riforma prevede un organo ibrido che non si comprende bene cosa sia. L’Alta Corte di Giustizia è caratterizzata da una “trazione politica”: inoltre emerge un evidente problema di costituzionalità in quanto, qualora il magistrato venisse condannato in primo grado dall’Alta Corte di Giustizia, si prevede che l’appello debba essere fatto di fronte allo stesso organo senza alcuna previsione del ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione. Mi ricordo un po’ del medesimo problema, quando mi sono occupato delle questioni legate alla revoca degli emolumenti dei parlamentari dei senatori: anche lì, l’Autodichia è in primo e secondo grado sostanzialmente dinanzi allo stesso organo. Questa è una cosa molto, molto grave e molto delicata sulla quale noi dobbiamo batterci perché lì sta, a mio avviso, uno degli aspetti involutivi sostanziali e fondamentali della riforma. Cioè, se noi non garantiamo il doppio grado di giudizio dinanzi a organi diversi e al di sopra delle valutazioni politiche delle parti, noi corriamo il rischio di andare verso un degrado del quale non conosciamo la fine. Questione referendum. Noi ovviamente siamo per il No deciso e rispetto a ciò la mancanza del quorum potrebbe rappresentare una garanzia importante. Io personalmente sono convinto di una cosa: in realtà, credo che sia più la società civile, quella che è qui e che è fuori, che debba, in qualche modo, contrastare questo disegno autoritario e debba andare a votare per il No. Il Sì secondo me è legato a una percentuale limitata, non dimentichiamo che il governo che millanta il favore della maggioranza dei cittadini, è stato eletto grazie anche a una legge elettorale demenziale dal 14% dei votanti, con una tensione pari al 50%… Quindi io ritengo che debba condursi una battaglia culturale e intellettuale che non coinvolga, almeno per quanto riguarda l’ANPI, soltanto il profilo tecnico (di difficile comprensione da parte della maggioranza della popolazione), ma che venga condotta come una battaglia fatta per i diritti, con parole semplici e comprensibili. Perché dietro a questa questione della separazione delle carriere vi sono in agguato tutta una serie problemi che minerebbero in maniera sostanziale la nostra libertà e la nostra Costituzione: parlo della difesa dei diritti fondamentali che attualmente vengono garantiti e che potrebbero essere compromessi. Avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI. Trascrizione della introduzione al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” 30 dicembre 2025 > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale > > Vai a Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Patria Indipendente scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
Gaetano Azzariti: il contesto della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia
Intervento di Gaetano Azzariti, Professore ordinario di diritto costituzionale all’ Università La Sapienza di Roma al Convegno “Separazione delle carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?”, organizzato dall’ANPI, Roma Auditorium via Rieti, 14 novembre 2025 (da Questione Giustizia 16 dicembre 2025) 1. Vorrei soffermarmi sul contesto, più che sul testo. Se vogliamo ben comprendere la portata e gli effetti della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia è necessario infatti riflettere anche, e forse soprattutto, sulla crisi più generale della democrazia. Anzitutto rilevando la sua chiara connessione. Difatti non credo possa negarsi che la profondità delle trasformazioni in corso in tutti gli ordinamenti di democrazia occidentale abbiano una loro diretta incidenza sul sistema giudiziario e di tutela dei diritti. Anche se non possiamo esaminare adeguatamente in questa sede le complesse trasformazioni globali, credo che nessuno possa sottovalutare la portata storica dei processi innescati dall’aggressività di Putin, dall’arroganza di Trump, dall’afasia ormai congenita dell’Europa, dal moltiplicarsi degli ordinamenti dispotici, dall’impotenza delle istituzioni dell’ONU, dalla barbarie delle pratiche genocidarie che si stanno sviluppando sotto i nostri occhi impotenti. Stiamo assistendo ad una complessiva rottura degli equilibri mondiali. È in questo contesto che le difficoltà di far valere i diritti, l’autonomia e il ruolo dei giudici si sono palesate in modo drammatico: c’è chi parla ormai di fine del diritto internazionale e ritorno del diritto della forza.  Anche senza giungere a così definitive conclusioni, appare comunque fondata la constatazione di una giustizia internazionale che non sembra più in grado di esercitare efficacemente un suo ruolo autonomo, basta pensare all’impotenza della Corte penale internazionale e agli attacchi ritorsivi che stanno subendo i componenti della Corte stessa. All’interno degli Stati, poi, la crisi della democrazia e gli effetti sull’autonomia del potere giudiziario sono ancor più espliciti. Se prima apparivano delle eccezioni i casi delle cosiddette democrazie illiberali (l’Ungheria, la Polonia, quest’ultima almeno sino alle ultime elezioni) nei cui confronti erano diffuse le condanne delle ripetute violazioni dei principi dello stato di diritto, ora l’insofferenza nei confronti dei giudici quando questi limitano o sanzionano chi governa si sono generalizzate, mentre acquiescenti appaiono le reazioni degli Stati e delle istituzioni democratiche. Basta pensare a quel che sta succedendo nella patria dei “checks and balances“, gli Stati Uniti. Insomma, non sembra che per la giustizia e le tutele giurisdizionali, oltre che per l’ordinamento giurisdizionale nel suo complesso, tiri una bella aria da nessuna parte nel mondo. 2. Per tornare ora al nostro Paese, mi vorrei limitare ad osservare un fatto che non credo possa essere negato. La riforma del ruolo costituzionale assegnato al potere giudiziario opera entro un definito disegno politico complessivo, che è in corso di svolgimento. Una diversa idea di democrazia ampiamente articolato e che è stato chiaramente enunciato, contrassegnato da una esplicita volontà politica finalizzata a conseguire un insieme di incisivi cambiamenti sociali e istituzionali. Un progetto che si sviluppa su più piani. Basta qui richiamare lo stravolgimento della forma di governo che si avrebbe se dovesse essere approvato lo sgangherato premierato attualmente in discussione. Un progetto che farebbe transitare la nostra sofferente democrazia parlamentare, per farla approdare in una inquietante democrazia del Capo. Un programma questo affiancato da un parallelo disegno di ribaltamento dell’assetto dei poteri locali perseguita con insistita e caparbia volontà – nonostante le smentite della Consulta – dai fautori dell’autonomia differenziata. Un disegno finalizzato a determinare un assetto nei rapporti tra territori fondato sulla diseguaglianza e sull’abbandono della visione solidale di regionalismo. L’intenzione è quella di passare dal regionalismo solidale ad uno competitivo, di natura appropriativa delle risorse. Quella che è stata chiamata la “secessione dei ricchi”. Ma poi, ancor più in generale, è il clima politico, la cultura espressa e l’azione in concreto realizzata dall’attuale maggioranza parlamentare a preoccupare. Perché questa non sembra potersi ricondurre solo ad una contingenza momentanea, ma appare invece il frutto di un lungo regresso – che non esenta dunque da responsabilità gravi le diverse maggioranza del passato – ma che ha portato via via a fare emergere una cultura politica di sostanziale ostilità verso la costituzione repubblicana. In rapido ed estemporaneo elenco è sufficiente per dimostrare l’assunto.  Basta pensare alle continue limitazioni ai diritti di libertà dei cittadini. In primo luogo, il diritto al dissenso e alla libertà di riunione e di manifestazione. Abbiamo infatti assistito, attoniti, ad ingiustificate e brutali aggressioni da parte delle forze dell’ordine a pacifici manifestanti, minorenni inclusi, che esprimevano una civile protesta e del tutto legittime opinioni, senza arrecare alcun pericolo per la sicurezza e incolumità pubblica; abbiamo subìto e stiamo subendo l’onta di continui decreti sicurezza contrassegnati da un panpenalismo che ha portato a moltiplicare le pene, sino a configurare come reato la resistenza passiva. Gandhi sta trasecolando e noi con lui. E poi anche il diritto di critica e la libertà di stampa appaiono sotto stress: oltre alla sistematica occupazione di tutti gli spazi di informazione e comunicazione pubblica, abbiamo visto ministri della Repubblica intervenire per censurare addirittura le performance dei comici in televisione, attacchi diretti a giornalisti se non ad intere testate non per contestare fatti, ma per delegittimare il pluralismo, le opinioni o le inchieste svolte; vi sono ripetuti ed espliciti rifiuti di parlare con giornalisti ritenuti “ostili”; abbiamo visto autorità ritenute indipendenti che sanzionavano od ostacolavano la diffusione di trasmissioni televisive ritenute antigovernative; assistiamo alle prassi di un potere ormai convinto che la comunicazione istituzionale sia solo quella di regime, espressa tramite social e unidirezionalmente rivolta al proprio elettorato. Ancora, non può che far riflettere l’incapacità nel governare il fenomeno strutturale delle migrazioni, che non solo sta facendo venir meno ogni politica di accoglienza, ma anche ogni garanzia dei diritti inviolabili che devono essere assicurati a tutte le persone, stranieri compresi. Non solo si lasciano nel degrado, in una situazione drammatica e disumana, i Centri di Permanenza e Rimpatrio, ma si prova anche a deportare nei centri albanesi chi arriva dai mari. Sino ad ora un disegno non riuscito, grazie a qualche giudice coraggioso, ma ci assicurano che ciononostante essi “funzioneranno”, come è stato promesso ben scandendo le parole. Vedremo se prevarranno le ragioni del diritto o quelle del potere. Tralascio di dire della dignità delle persone detenute nelle carceri, che – a proposito di giustizia – sarebbe un fronte da aprire, ma che neppure l’aumento dei suicidi riesce a scalfire. Continui sono poi i tentativi di limitare i diritti del lavoro, non ancora aggredendo direttamente il diritto di sciopero, ma attraverso le vie traverse: abbiamo visto infatti utilizzare l’arma della precettazione con una disinvoltura mai prima immaginata. Ovvero una legislazione di favore nei confronti della libertà delle imprese che è andata però a scapito della tutela dei diritti e della sicurezza in ambito lavorativo. Ma in fondo sono tutte le politiche sociali che vengono sostituite da politiche neoliberiste dimentiche degli inderogabili doveri di solidarietà. E non da oggi. Potrei continuare con altre esemplificazioni, ma mi sembra già sufficientemente chiaro il segno del cambiamento. 3. È in questo quadro che si registrano i continui attacchi alla indipendenza e autonomia della magistratura. Accusata di invadere lo spazio della politica ogni volta che inquisisce un soggetto politico o condanna questi per azioni o fatti posti in essere contra legem ovvero in violazione di norma di diritto internazionale o europeo. Persino il controllo contabile sulle spese viene considerato un fatto eversivo realizzato in odio al Governo e compiuto da giudici ostili, ritenuti, chissà perché, sempre “comunisti”. Siamo ben oltre, dunque, la più che legittima reazione del Governo o dei singoli esponenti politici, qualora vengano inquisiti, che è rivolta a difesa del proprio operato e finalizzata a dimostrare la correttezza delle proprie azioni. Ora la pretesa è quella dell’immunità. La tesi è chiara: la politica non si processa, essa ha il primato sugli altri poteri.  Un ritorno dello Stato assoluto. Da qui la volontà di rimodulare gli equilibri dei poteri: a favore di quello politico. Insofferente al controllo e non solo a quello dei giudici nazionali. Da qui la riforma della giustizia. Ma anche l’intolleranza per il rispetto del diritto internazionale (come dimostra l’ingiustificato e aggressivo rifiuto di dare seguito alla richiesta della Corte penale internazionale).  Un disegno che dunque riguarda gli assetti democratici complessivi e gli equilibri costituzionali. Non è pertanto solo questione di magistratura. Si tratta di un progetto perseguito con tenacia; però, credo, non ancora compiuto. Potrebbe dirsi, in caso, come suggeriva Gramsci, che viviamo una fase d’interregno dove si manifestano fenomeni mostruosi. La lotta è tra vecchio che non muore e nuovo che non è ancora nato.  4. Entro questo contesto si è andata definendo una legge costituzionale di modifica dell’assetto della magistratura del tutto conforme alla cultura del tempo, al regresso annunciato. Rinviando agli altri interventi per il necessario e approfondito esame del testo, qui mi soffermo solo a valutare, quale possa essere, in questo contesto, il ruolo e la forza da assegnare al referendum annunciato sulla giustizia. Un referendum difficile da far capire, poco coinvolgente, perché – sintetizzo – forse la maggioranza del popolo italiano non è interessato ai problemi della divisione delle carriere, dell’organizzazione del CSM o dell’Alta corte di giustizia. La tecnicità del quesito certo non aiuta. E poi può anche darsi che la maggior parte del popolo italiano non ami particolarmente i giudici, magari assegnando alla loro responsabilità tutti i mali evidenti del sistema giudiziario (lentezza, farraginosità, mancanza di trasparenza dei riti processuali, mancanza di personale, astrusità del linguaggio). Eppure, io credo che se riuscissimo a far comprendere il quadro entro cui si colloca la riforma e la posta in gioco che è il superamento del nostro sistema costituzionale delle garanzie e la costituzione antifascista posta a garanzia dei diritti fondamentali delle persone, allora può essere che si riesca a far percepire anche a livello popolare i rischi che corriamo. I sondaggi dicono che per ora i contrari alla riforma sono in minoranza. Dalla parte di chi vuole arrestare il degrado dello stato di diritto forse non c’è ancora la forza necessaria: c’è però la Costituzione. Il che non è poco e, in fondo, è il presupposto per avere ragione. Se il sonno della ragione ha generato mostri, non possiamo fare altro che provare a risvegliare le coscienze dormienti. > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale 26 dicembre 2025 NOTA L’articolo è stato pubblicato da Questione Giustizia 16 dicembre 2025. Per osservazioni e precisazioni rispetto alla sua pubblicazione sul sito di Carteinregola scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
Angelo D’Orsi: “a Napoli abbiamo subito un agguato organizzato”
Nel proprio comunicato, il professor D’Orsi riferisce i fatti avvenuti durante la conferenza sul tema “Russofilia Russofobia Verità”, rilascia una dichiarazione e spiega perché, senza garanzie per la sicurezza di relatori e partecipanti, è costretto ad annullare i prossimi incontri e declinare inviti per eventi sullo stesso argomento. Il 22 dicembre all’ANPI di Napoli, Sezione Napoli Orientale “A. Ferrara” si è svolta la mia prevista conferenza su “Russofilia Russofobia Verità” che era stata boicottata per due volte, in parte ricuperata a Roma all’Istituto di Cultura e Lingua Russa sabato 20, che aveva comunque un titolo diverso. Oltre a me, era invitato Alessandro Di Battista, che ha parlato per primo, con un intervento breve e appassionato. A me toccava disegnare il quadro storico dei due opposti concetti (filia e fobia, in relazione al mondo russo). Alla fine chi coordinava – il presidente della Sezione ANPI, Franco Specchio – ha dato la parola al pubblico. Si alza in piedi urlando a squarciagola un giovane, mentre si toglie la camicia ostentando una maglietta inneggiante all’Ucraina. Contemporaneamente il medesimo gesto compiono un manipolo di suoi sodali che occupavano due file di sedie (mentre molte decine di persone erano in piedi, o sdraiate sul pavimento), e si sparpagliano per l’aula cercando di infilare nei vestiti dei presenti una spilletta con coccarda ucraina. Ovviamente il pubblico (quello venuto per ascoltare ed eventualmente interloquire) non l’ha presa bene. Segue parapiglia, il giovane energumeno che aveva dato inizio alle ostilità si precipita verso la cattedra e vi sale sopra cercando di strapparmi il microfono dalle mani, fino a romperlo, mentre suoi amici si avventano verso di me e il presidente Specchio, cercando ripetutamente di infilare le loro spillette nelle nostre camicie, un gesto violento e arrogante che noi respingiamo. Il clima si surriscalda e un paio di amici cercano di farmi uscire, ma veniamo inseguiti da colui che appare manifestamente il capo della banda e che, correndomi dietro, cerca di provocarmi con domande alla Calenda o alla Picierno (cosa ci faceva in Russia?! Et similia…). Non aspetta risposte, manifestamente, perché se le dà da solo accusandomi di essere “complice” di non so quali nefandezze. L’inseguimento dura un paio di minuti, finché i simpatici ragazzi vengono fermati da un improvvisato servizio d’ordine, il che mi consente, guidato da un paio di amici, di guadagnare attraverso un percorso alternativo, un’uscita secondaria, perché gli ammiratori di Zelensky (mi si riferisce) mi aspettano all’ingresso principale della Federico II. Aggiungo che l’impianto microfonico, che era stato opportunamente testato qualche ora prima, stranamente non funzionava e dopo infruttuosi tentativi, si è dovuto provvedere a un nuovo microfono e a un altoparlante alternativo. Grazie a tutto lo scompiglio, il sottoscritto non è riuscito a raggiungere in tempo utile la stazione di piazza Garibaldi dove avrebbe dovuto salire su in treno per Roma. Ed è stato costretto a fare un altro biglietto per un diverso treno. È il caso di ricordare che negli scorsi giorni Carlo Calenda aveva lanciato una ridicola petizione contro la conferenza, di concerto con una aspirante assegnista dell’ateneo napoletano, con il medesimo obiettivo. E il giorno prima a Napoli l’onoervole Pina Picierno si è esibita mentre accendeva il candelabro ebraico, e alla piccola festicciola sembra fossero presenti alcuni degli stessi giovani energumeni che hanno interrotto con violenza il dibattito. E che a distanza di pochi minuti hanno inviato un comunicato ripreso dall’ANSA nel quale ribaltano i ruoli, spacciandosi per vittime. I firmatari sono i soliti, ben noti provocatori della politica nazionale: Azione, Europa, Radicali, e altra cianfrusaglia. Mentre uscivo inseguito e accusato di “rifiutare il confronto”, la mia risposta è stata semplicemente: “Non parlo con i fascisti”. Già, perché a Napoli abbiamo subito un agguato organizzato, che nulla ha a che fare con il “dialogo”, con il rispetto di un luogo “sacro” come l’Università, e con quello che si deve, o si dovrebbe, a chi ha passato la vita a studiare, insegnare, pubblicare, e che si cerca di intimidire con azioni squadriste. Conclusione: il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile.   E io mi sento costretto ad annunciare che ANNULLO TUTTE LE CONFERENZE PROGRAMMATE e NON NE ACCETTO ALTRE, se gli organizzatori non sono in grado di assicurare 1. spazi capienti a sufficienza con posti a sedere sulla base di una ragionevole previsione delle presenze; 2. adeguati impianti di amplificazione, verificati prima di ogni conferenza; 3. servizio d’ordine interno; 4. informativa alla Digos e alle forze dell’ordine, per evitare di esporre i relatori, nella fattispecie il sottoscritto, alla mercè di ucronazi locali e dei loro supporters. Prego perciò tutti coloro che mi abbiano rivolto inviti, o intendano farlo di inviare (alla mail ormai nota) una comunicazione precisa in relazione ai quattro punti sopraelencati. Altrimenti considero appunto annullati tutti gli impegni. GRAZIE, Angelo D’Orsi – 23 dicembre 2025 Redazione Italia
Padova: cerimonia al Parco della Pace per ricordare Jina Mahsa Amini
Giovedì 11 dicembre si è svolta alle ore 11.30 una breve cerimonia nel Parco della Pace a Padova per ricordare Jina Mahsa Amini. Jina è morta il 16 settembre 2022, ma non si è riusciti quest’anno, a differenza dell’anno scorso, a organizzare l’incontro nell’anniversario esatto della morte. Una quindicina di persone, esponenti di Associazioni cittadine, si è riunita presso l’albero piantato nel marzo 2024 in quello che ha preso il nome di un Parco della Pace, perché sarà punteggiato di alberi che ricordano vari eventi sul tema. Il Parco sorge in via Armistizio, che prende il nome dal fatto che nella vicina Villa Giusti fu firmato l’armistizio che pose fine alla Prima Guerra Mondiale nel 1918. Erano presenti tra gli altri l’Assessora alle Politiche Abitative, al Decentramento, ai servizi Demografici e alla Cooperazione Francesca Benciolini e Floriana Rizzetto, presidente Provinciale di ANPI Padova, nonché membro del Direttivo di UDIK, Unione Donne Italiane e Kurde. Ci sono stati brevi interventi di parecchi dei partecipanti, tra cui un membro della Comunità Iraniana. Tutti hanno ricordato la giovane Jina e la sua dolorosa storia, riflettendo in particolare sul fatto che la condizione femminile in paesi in cui non sono garantite le libertà democratiche è decisamente peggiore di quella degli uomini. Si è ricordato anche che l’anno scorso era stato appeso per un’intera giornata uno striscione all’esterno del Palazzo della Gran Guardia in Piazza dei Signori, in centro a Padova, proprio in omaggio alla giovane Jina. Infine ci si è dati appuntamento per il prossimo anno. Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
Il posto vuoto che ci riguarda tutti: memoria, responsabilità e impegno contro la violenza sulle donne
Ogni femminicidio lascia un vuoto. Non solo negli affetti, ma nello spazio pubblico, nella coscienza collettiva, nella società che osserva, commenta, si indigna, ma poi spesso dimentica. Per provare a contrastare questa rimozione, la sezione ANPI collinare Aedo Violante porta avanti da tempo l’iniziativa Il Posto Occupato: una sedia lasciata vuota, presente in ogni assemblea, manifestazione o incontro pubblico. È il posto che sarebbe spettato a una donna che non può più sedere accanto a noi, perché uccisa da un uomo, spesso il marito, il fidanzato, un familiare o un conoscente. Quel posto vuoto non è un semplice simbolo, ma un atto di responsabilità. Ricorda che ogni donna aveva una vita, dei progetti, dei sogni, e che la sua assenza pesa. Secondo i dati più recenti del Ministero dell’Interno, nel 2024 in Italia sono state uccise oltre cento donne. Nella grande maggioranza dei casi l’autore è un uomo conosciuto. La violenza non è destino e non è fatalità. È un sistema che continua a trovare spazio, linguaggi, giustificazioni e silenzi. Quest’anno, nell’ambito della rassegna Memoria Attiva, l’ANPI insieme all’associazione IoCiSto ha scelto di accompagnare il gesto del Posto Occupato con un momento di approfondimento e testimonianza, presentando il libro di Lella Palladino Non è un destino. L’autrice, da anni impegnata nella costruzione e nel rafforzamento dei Centri Antiviolenza in Campania, ha condiviso storie che attraversano paura, dolore, ma anche ricostruzione e libertà. Racconti che dimostrano quanto sia urgente garantire alle donne strumenti, luoghi sicuri e reti territoriali capaci di sostenerle. Dalle parole dell’autrice emerge un punto essenziale: la protezione delle donne non può essere affidata solo al coraggio individuale, ma deve diventare un diritto garantito. La violenza si combatte anche prima che accada, riconoscendone i segnali, contrastando gli stereotipi, educando al rispetto, al limite e al consenso. L’impegno quindi non può esaurirsi in una giornata. La lotta alla violenza sulle donne è un percorso quotidiano, che parte dal contrasto a ogni forma di patriarcato, anche quelle più sottili e normalizzate. È un lavoro di educazione, responsabilità sociale, vicinanza alle realtà che operano sul territorio, costruzione di una cultura libera dalla prevaricazione e dalla paura. Come nella Resistenza, è una questione di libertà, dignità e responsabilità collettiva. Alle donne che non ci sono più. A quelle che resistono, denunciano e ricominciano. A chi ogni giorno le accompagna. Il posto vuoto continuerà a ricordarcelo. Redazione Napoli
Sant’Anastasia ricorda i Caduti della Flobert: nasce una borsa di studio per la sicurezza sul lavoro
Cinquant’anni dopo la tragedia il sacrificio che insegna: presentato il bando “Caduti della Flobert”, un impegno per la memoria e il futuro. Il prossimo lunedì 17 novembre, alle ore 18.00, presso la Biblioteca Comunale di Sant’Anastasia, verrà ufficialmente presentato il primo bando di concorso per l’assegnazione di borse di studio destinate agli studenti delle scuole superiori del territorio che si distinguono per il loro impegno sul tema della sicurezza sul lavoro. L’iniziativa, fortemente voluta e promossa dall’Associazione “Caduti della Flobert” in collaborazione con l’ANPI – sezione di Sant’Anastasia, bandisce il concorso dal titolo: “La sicurezza sul lavoro: valori e norme per costruire un futuro più sicuro.” Ricordare non è solo un atto simbolico, ma un gesto che trasmette valori alle nuove generazioni. Con questa borsa di studio si desidera che il lascito dei caduti della Flobert non resti confinato nei monumenti o nelle cerimonie, ma trovi un riflesso concreto nella formazione e nell’impegno dei giovani. Il sacrificio non deve restare solo un simbolo, ma diventare motore di nuove opportunità. La memoria diventa così progetto per il futuro. Il bando è rivolto agli studenti del triennio di alcune scuole superiori del territorio e mira a costruire un ponte tra memoria e futuro, tra ricordo del passato e fiducia nel domani. Un’iniziativa che unisce ricordo collettivo, valori civici e sostegno ai giovani, come spiega il presidente dell’Associazione, Ciro Liguoro. Gli studenti dovranno valorizzare i temi della memoria, del servizio e della cittadinanza attiva attraverso la produzione di un elaboratore scritto o multimediale, video o documentario, o una presentazione in PowerPoint o Canva del progetto grafico. Le borse di studio saranno tre: il primo premio di 2000 euro, il secondo di 1000 e il terzo di 500. L’iniziativa vuole rendere omaggio ai caduti della Flobert, ma anche a quanti hanno perso la vita in circostanze legate alla mancanza di sicurezza sul lavoro, sostenendo concretamente i giovani nel loro percorso formativo. Nei mesi precedenti, il concorso è stato preceduto da un percorso di formazione sui temi del lavoro, con laboratori e attività condotti da docenti, esperti e volontari. Un modo attivo per trasformare la memoria di una tragedia in un’occasione di formazione, riflessione e impegno civile, diffondendo la cultura della sicurezza, della dignità del lavoro e del diritto alla vita. Sono coinvolti istituzioni, scuole, università, archivi e centri di ricerca storica, impegnati nella documentazione e nel riconoscimento delle vittime attraverso atti concreti: intitolazioni, targhe, spazi pubblici, ma anche eventi e performance teatrali, come lo spettacolo “Vite Infrante”, che intreccia memoria storica, denuncia e formazione dei giovani, perché “il silenzio uccide due volte” e “non c’è futuro senza giustizia”. LA MEMORIA DELLA FLOBERT: UNA FERITA CHE PARLA AL PRESENTE Un impegno dal forte valore emotivo, sociale e storico quello che porta avanti il presidente dell’Associazione, nata per volontà dei familiari delle vittime della strage che, l’11 aprile 1975, cancellò la vita di tredici lavoratori, tutti tra i 20 ei 40 anni. Un gesto che trasmette valori alle nuove generazioni: i caduti rappresentano il sacrificio di chi ha perso la vita sul lavoro, ma anche la speranza di un futuro più giusto. La borsa di studio “Caduti della Flobert” si pone come ponte tra passato e futuro, un segno di rispetto per chi ha perso la vita sul lavoro, ma anche un investimento sui protagonisti di domani. Tramandare la memoria significa, oltre che onorare gli operai caduti, contrastare ogni forma di oblio, mantenendo viva l’attenzione per una cittadinanza attiva, consapevole e ispirata ai valori costituzionali. COS’ERA LA FLOBERT La Flobert era una fabbrica di Sant’Anastasia, a pochi chilometri da Napoli, che produceva proiettili per pistole giocattolo, lanciarazzi e munizioni con polvere pirica. Le condizioni di lavoro erano precarie: lavoratori in nero, grandi quantità di polvere da sparo e cartucce stoccate in modo pericoloso. Il nome richiamava Flobert, inventore francese della cartuccia a percussione anulare. L’11 aprile 1975 l’evento tragico che sconvolse la comunità locale, aprendo una ferita mai rimarginata. Una scintilla innescò la prima deflagrazione, seguita da una seconda, ancora più distruttiva. La fabbrica esplose, causando una devastazione che si estese oltre lo stabilimento, nella campagna vesuviana. Tredici le vittime, tra i 20 ei 40 anni, un solo superstite: Ciro Liguoro, che riportò gravi lesioni. Oggi, Liguoro – allora ventiquattrenne – ha trasformato il dolore in un impegno civile costante, affinché “tragedie come quella della Flobert non si ripetano mai più”. Ogni anno si rinnova la Giornata della Memoria, un monitor sociale per sensibilizzare sul tema della sicurezza sul lavoro, della tutela dei lavoratori e della loro dignità. Sono trascorsi cinquant’anni da quella tragedia: il luogo ei nomi delle vittime sono diventati simboli, non solo di quell’evento, ma di una riflessione più ampia e dolorosa sulla sicurezza, sugli incidenti e sulla dignità del lavoro. Cinquanta anni rappresentano un’enorme distanza in termini di progresso, evoluzione e sviluppo tecnologico. Quella tragedia dovrebbe apparire alla “preistoria” della consapevolezza dei diritti sul lavoro, eppure ancora oggi, nel 2025, la persistenza di incidenti e morti sul lavoro rappresenta una grave e inaccettabile contraddizione della società contemporanea. Nell’epoca in cui la tecnologia, la normativa e la consapevolezza sociale dovrebbero garantire livelli sempre più alti di tutela, la mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro ei numeri drammaticamente alti dei morti sul lavoro di fatto ridurre quella distanza temporale e negano uno dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali: il diritto alla vita e alla dignità del lavoratore. Dietro ad ogni “infortunio” c’è spesso molto più di una fatalità: c’è una catena di responsabilità, scelte economiche sbagliate, carenza di controlli, cultura del profitto ad ogni costo. La sicurezza spesso viene percepita come una spesa superflua. Si aggiunge poi la rete di responsabilità frammentata: appalti e subappalti che diluiscono i doveri e rendono difficile l’individuazione delle responsabilità. Non basta l’indignazione all’indomani dell’ennesima tragedia: servire controlli capillari, formazione continua, cultura diffusa della prevenzione, visione etica del lavoro. La morte di un lavoratore non è solo statistica ma è il fallimento di un intero sistema, perché la sicurezza non è un lusso ma un diritto in un Paese civile. ALCUNI DATI Secondo la International Labour Organization (ILO) ogni anno muoiono nel mondo quasi tre milioni di persone per cause legate al lavoro, incidenti e malattie professionali. Nel contesto dell’Unione Europea i dati registrati al 2023 sono di 3298 morti per incidenti sul lavoro, numero che diventa significativamente più alto se si includono le malattie professionali e le condizioni legate al lavoro come causa di morte. In Italia ogni settimana si contano nuove vittime sul lavoro. Nel 2024 (gennaio–dicembre) l’INAIL ha registrato 797 morti per infortuni sul lavoro (accidenti mortali). Sempre nel 2024, considerando anche il tragitto casa-lavoro, in itinere, il totale supera le 1000 vittime. Nel 2025, nei primi quattro mesi, l’INAIL registra 286 denunce di casi mortali da lavoro. Di queste, 207 in occasione di lavoro (+1,5% rispetto allo stesso periodo del 2024) e 79 in itinere (+29,5%). Sempre nel 2025, da gennaio ad agosto, i casi mortali denunciati sono stati 674, di cui 488 “in occasione di lavoro” (-3% rispetto allo stesso periodo del 2024) e 186 “in itinere” (+8,8%). Per le malattie professionali, per lo stesso periodo del 2025, l’INAIL segnala un incremento delle denunce dell’8,9% rispetto allo stesso periodo del 2024. In particolare, al giugno 2025, i dati indicano che la regione con più vittime “in occasione di lavoro” è la Lombardia con 56 casi. Seguono il Veneto (36), la Sicilia (31), il Piemonte (29) e la Puglia (27). La Campania, da gennaio a oggi, registra 64 casi mortali nei luoghi di lavoro. I dati sono sottostimati perché molte morti non sono registrate come morti sul lavoro e, nei Paesi con sistemi di monitoraggio più deboli, la copertura è più limitata. I settori più a rischio includono agricoltura, costruzioni, industria estrattiva. Una vera emergenza. Nonostante i progressi, quella della sicurezza sul lavoro è un dramma che si ripete con una regolarità intollerabile. La sicurezza sul lavoro non può essere una questione burocratica, ma deve essere un diritto fondamentale. Gina Esposito
Napoli R1PUD1A la guerra
In Piazzetta Aldo Masullo, associazioni, scuole e cittadini si uniscono all’appello di EMERGENCY per trasformare il principio costituzionale del ripudio della guerra in un gesto collettivo di memoria e impegno civile. Promosso da EMERGENCY, al Vomero un flash mob che fa “rumore per la pace” e trasforma un principio costituzionale in un gesto collettivo e in una memoria viva. “ Ripudiamo la guerra, abbracciamo la pace. ” Napoli, città abituata al suono della vita, sceglie di farsi sentire ancora una volta per ciò che conta davvero: la pace. L’iniziativa nasce per riaffermare il valore della pace e per ribadire, con un gesto semplice ma dal forte significato simbolico, che la guerra non rappresenta il popolo italiano. È questo il messaggio che sabato 8 novembre, dalle ore 12 , risuonerà in Piazzetta Aldo Masullo , nel cuore del Vomero, dove associazioni, cittadini, studenti, insegnanti e volontari parteciperanno al flash mob – sit-in collettivo “Facciamo rumore” , promosso da EMERGENCY nell’ambito della campagna nazionale “R1PUD1A” . Un flash mob per ricordare che la pace non è un’utopia, ma una scelta quotidiana che si rinnova nei gesti, nelle parole e nella cura reciproca. IL SIGNIFICATO DELLA CAMPAGNA R1PUD1A Il nome della campagna, R1PUD1A , gioca graficamente con numeri e lettere: l’“1” sostituisce la “I” e richiama direttamente l’articolo 11 della Costituzione italiana : “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…” Un articolo spesso citato, talvolta dimenticato, che torna a risuonare tra le voci e i suoni di una piazza decide di ricordare come la pace non sia un’astrazione, ma un impegno quotidiano. Quel principio costituzionale deve diventare azione, voce, presenza . UN PROGETTO PER SCUOLE E TERRITORI EMERGENCY rilancia iniziando questo principio attraverso un progetto ampio e concreto, rivolto a scuole e territori: una piattaforma di educazione alla pace che invita a riflettere su quanto la guerra colpisca la vita dei civili ea diffondere l’idea che la pace non è semplice assenza di guerra, ma una scelta attiva che richiede partecipazione. R1PUD1A vuole raggiungere tutti i territori, essere inserito stabilmente nei programmi scolastici e nelle agende delle amministrazioni locali. Scegliere di “ripudiare la guerra” diventa più forte se accompagnato da educazione permanente, eventi e continua sensibilizzazione. OBIETTIVI DELLA CAMPAGNA * Diffondere il valore della pace in un momento storico in cui aumentare conflitti e spese militari. * Coinvolgere attivamente i cittadini, in particolare le scuole, che possono scaricare kit e materiali didattici per organizzare attività in classe. * Far vivere l’articolo 11 non come una citazione astratta, ma come un impegno concreto, calato nei singoli contesti. Qualsiasi soggetto — cittadini, scuole, istituzioni — può aderire all’iniziativa. Napoli , insieme a oltre 300 comuni italiani, ha già aderito alla campagna. IL FLASH MOB UN GESTO SEMPLICE E POTENTE CHE TRASFORMA IL VALORE COSTITUZIONALE IN AZIONE CONCRETA , IN CORPO , IN COMUNITÀ , PERCHÉ “LA SOLIDARIETÀ È UNA FORZA IMMENSA CHE APRE ALLA DIGNITÀ E ALLA SPERANZA CONDIVISA”, SPIEGANO GLI ORGANIZZATORI. Dopo l’intervento iniziale di EMERGENCY , che spiegherà il senso dell’evento, seguirà la lettura dell’articolo 11 della Costituzione Italiana , per ricordare come, dopo le tragedie dei conflitti mondiali e milioni di morti, “L’Italia non vuole più fare la guerra”. Ha scelto la rinascita, la pace e la solidarietà come principi fondativi della propria Costituzione. Come ricorda EMERGENCY, la nostra storia ci insegna a non tacere, a impegnarci insieme per abolire la guerra , per risolvere i conflitti con la diplomazia e la politica , e per non dimenticare mai le vittime . Poi esploderà il rumore . La piazza si riempirà di suoni, voci e strumenti di ogni tipo: un “rumore collettivo” per attirare l’attenzione e trasformare l’indignazione in partecipazione. Seguirà il silenzio , a capo chino, come segno di dolore e consapevolezza: un silenzio pieno di memoria e di rispetto per tutte le vittime, ma anche di impegno — quello di continuare a ripudiare la guerra ogni giorno , in nome della vita e del futuro delle prossime generazioni. VIENI A PARTECIPARE TUTTI SONO INVITATI A PARTECIPARE “ARMATI” DI FISCHIETTI, TAMBURI O QUALSIASI OGGETTO CHE FACCIA RUMORE, PER CREARE INSIEME UN GRANDE SUONO COLLETTIVO CHE CATALIZZI L’ATTENZIONE E RIAFFERMI IL NO ALLA GUERRA . Tutti sono invitati a indossare un capo con i colori di EMERGENCY : il bianco e il rosso . * Il bianco simboleggia la pace e gli sforzi di EMERGENCY per costruire un mondo senza guerre. * Il rosso rappresenta il coraggio, l’impegno contro i conflitti, l’emergenza medica e la necessità di cura, ma è anche il sangue, la vita umana che EMERGENCY si impegna a salvare. È un vero atto di resistenza civile , un modo per riaffermare che la pace non è assenza di conflitto, ma presenza di giustizia, dialogo e solidarietà . Perché la pace “è un fatto di popolo: nasce dal basso, cresce nella partecipazione, si costruisce nei gesti quotidiani”. E quando il rumore si placherà, resterà un silenzio pieno — di memoria, di dolore, ma anche di promessa: quella di non smettere mai di ripudiare la guerra e di credere, ostinatamente, che un altro mondo sia possibile. Chiuderanno l’evento gli interventi dei soggetti partecipanti. All’iniziativa di EMERGENCY aderiscono: ANPI Napoli Vomero – Sezione Aedo Violante , IoCiSto APS Associazione per il Sociale , Libreria IoCiSto Presidio Permanente di Pace , FIAB Cicloverdi di Napoli , insieme ad altre realtà associative del territorio. Durante la manifestazione sarà allestito un punto informativo dove sarà possibile ricevere indicazioni sulla campagna R1PUD1A e aderire formalmente all’iniziativa. RIPUDIARE LA GUERRA Ripudiare la guerra non è solo rispettare un principio costituzionale, ma è un obbligo morale : significa scegliere la vita, la solidarietà, il futuro delle prossime generazioni. Nessuno può restare in silenzio di fronte ai conflitti: il messaggio che resta è che dobbiamo impegnarci tutti per costruire un mondo fondato sul dialogo, sulla cooperazione e sulla pace . Gina Esposito