Tag - osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

Pontedera: “No alla guerra” dalla Piaggio alla base NATO
In oltre due migliaia di persone oggi, 2 giugno, a Pontedera e da Pisa, Viareggio, Lucca, Livorno e Piombino hanno risposto all’appello del Movimento No Base, che riferisce: > Una presenza di collettivi variegata e determinata ha rivendicato un futuro di > pace e diritti per il territorio della Valdera portando in piazza > un’opposizione radicale alla militarizzazione del territorio e al progetto > della nuova base militare del Gruppo di Intervento Speciale (GIS) e del > Tuscania tra Pisa e Pontedera.Non è stata solo una manifestazione, ma un corpo > collettivo che ha attraversato Pontedera per dire che la Toscana non può e non > deve diventare l’hub logistico delle guerre globali. > > Il corteo ha mosso i primi passi dal Comune verso il Duomo, aperto dalle voci > di Stop Rearm. > > Un intervento che ha subito messo a nudo la ferita democratica: decisioni > calate dall’alto, prese in uffici blindati e protette dal segreto militare, > mentre la cittadinanza viene esclusa da ogni scelta che riguarda il proprio > suolo. > > “La partecipazione dei cittadini è l’unico vero antidoto a una politica che > scambia la democrazia con l’obbedienza agli ordini militari”, è stato ribadito > tra i primi applausi della piazza. > > La preghiera e la cultura di pace – Davanti al Duomo, lo spazio è stato > occupato dalla testimonianza dei Cristiani No Base. Un richiamo etico e > spirituale che ha ribaltato la narrativa del riarmo: la pace non è l’assenza > di conflitto, ma la presenza di giustizia sociale. Un grido che ha unito > credenti e non nella convinzione che investire in armamenti significhi tradire > l’umanità. > > La scuola non si arruola: contro la censura e per la libertà – Mentre il > corteo riprendeva il cammino, la parola è passata ai collettivi studenteschi e > allə studentə No Base. > > Il focus si è spostato sull’università e sulle scuole, denunciando il clima di > censura e repressione che sta colpendo il mondo della formazione. > > È stata duramente condannata la linea del Ministro Valditara e la gravità > della sanzione inflitta all’insegnante “colpevole” di aver invitato Francesca > Albanese a parlare di Palestina. > > “Sanzionare un docente significa colpire la libertà di insegnamento e il > pensiero critico”, hanno gridato gli studenti, rivendicando una scuola che sia > officina di pace e non anticamera della caserma. > > Presso la palestra Pacinotti, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle > scuole ha approfondito il legame tra propaganda bellica e percorsi formativi, > ribadendo che l’istruzione deve restare pubblica, laica e libera da ogni > logica di guerra. > > Lo snodo della morte: trasporti e Military Mobility – Raggiunta la stazione, > il tema si è fatto infrastrutturale. > > I Ferrovieri contro la guerra hanno tracciato la mappa della “Military > Mobility”. > > Pontedera è oggi lo snodo cruciale che connette i porti di Livorno, Piombino e > La Spezia all’asse Nord Europa-Mediterraneo attraverso Firenze. > > “Vogliono trasformare la Toscana in una piattaforma logistica per il transito > di truppe e armamenti”, hanno denunciato i ferrovieri. > > La piazza ha risposto con un secco no: i binari devono servire alla mobilità > sostenibile dei pendolari e non al trasporto di strumenti di morte. La memoria > della strage di Viareggio è servita a ricordare che la sicurezza dei cittadini > viene sempre sacrificata sull’altare del profitto e della velocità, oggi > piegati alla logistica bellica e all’ipocrisia di chi chiama “presidi di > sicurezza” le basi di proiezione militare all’estero dei soldati nostrani. > > Nel corso della mobilitazione, il corteo ha espresso piena solidarietà – > tramite gli esponenti di Freedom Flotilla Italia – al popolo palestinese e a > tutti i popoli oggi oppressi dalla guerra. > > Welfare e diritto all’abitare – In via Brigate Partigiane, l’Unione Inquilini > ha portato il corteo di fronte alla realtà cruda dell’emergenza abitativa. > > Mentre il governo stanzia 520 milioni di euro per una base militare, migliaia > di famiglie restano senza casa e la sanità pubblica cade a pezzi: “Ogni euro > speso in cemento militare è un euro sottratto a un tetto per chi ne ha bisogno > e a una visita medica garantita”. > > Lavoro e riconversione: il nodo Piaggio – Il momento finale e più simbolico si > è svolto davanti ai cancelli della Piaggio. Qui, l’intervento di Cappellini e > del Coordinamento Valdera Avvelenata ha chiuso il cerchio. > > È stata denunciata la deriva verso la transizione civile-bellica e > l’ossessione per la cyber-sicurezza militare: “Non vogliamo una fabbrica che > costruisce morte, ma una produzione che rispetti l’ambiente e la salute dei > lavoratori”. > > I dati parlano chiaro: l’industria civile genera più occupazione e ricchezza > duratura rispetto a quella bellica.  La Valdera avvelenata dai profitti > indiscriminati chiede oggi una bonifica dei territori e delle menti. > > I prossimi appuntamenti – La mobilitazione non si ferma qui. Nel pomeriggio si > prosegue con una grande assemblea proprio nella Tenuta Isabella, l’area > deputata a divenire, secondo il Ministero della Difesa, una pista e un > poligono militare. > > “Noi oggi parleremo del futuro di questa zona e dei prossimi appuntamenti di > mobilitazione, a partire dal campeggio no base giovanile nel fine settimana > del 13 e 14 giugno e la partenza di una nuova flottilla da Viareggio il 20 > giugno”. > > Pontedera ha scelto da che parte stare: dalla parte della vita, della > trasparenza e di un futuro dove i 520 milioni di euro servano a costruire > scuole, case e ospedali, non basi militari. Una scelta di campo condivisa a > livello nazionale: tramite un coordinamento antimilitarista, analoghe > manifestazioni si sono svolte in contemporanea a Catania, Trapani, Cagliari, > Vicenza e Firenze. > > Movimento No Base Redazione Toscana
June 2, 2026
Pressenza
Modica: mamme, soldati, scuole
Riprendiamo dal sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università il comunicato del Comitato delle mamme di Modica Modica, il Movimento delle mamme contrario all’addestramento militare nelle scuole Pubblichiamo il documento firmato dal Movimento delle mamme di Modica sul coinvolgimento di 180 alunni e alunne delle scuole superiori di Modica, Ragusa, Vittoria e Comiso in un corso di
“Ninna Nanna della guerra” di Trilussa in un video
Nel video prodotto dal “Gruppo Genitori” per denunciare la propaganda militarista rivolta all’infanzia e all’adolescenza scorrono le fotografie tratte dall’archivio dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Questa raffica di immagini tenta di sovrastare la voce della mamma che continua, senza lasciarsi sopraffare, a recitare la “Ninna Nanna della guerra” del poeta romano Trilussa. È un’iniziativa per dire NO * alla cultura della difesa, * alla leva, * alla idiozia della guerra. Ricordiamo che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha prodotto un Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra, un testo che si può stampare e diffondere per l’obiezione di coscienza totale alla guerra (clicca qui). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
May 12, 2026
Pressenza
“Disarmarsi nella quotidianità e nelle scuole”
Giovedì 14 maggio alle 18 si svolge quinto e ultimo incontro del percorso “Abolire il nucleare, educare alla pace” coordinato da Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF) Italia, realizzato con il sostegno dell’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia) e in collaborazione con l’Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università e l’Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica ODV. In questo laboratorio pratico con Venessa Hanson, social media manager di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), scopriremo come fare attivismo per il disarmo nucleare ogni giorno, attraverso i social e altri strumenti di comunicazione. Rifletteremo sul ruolo dei e delle giovani nella costruzione di un mondo libero da armi nucleari e progetteremo insieme attività e laboratori che gli e le insegnanti potranno riproporre in classe. Interverranno anche le organizzazioni la società civile che hanno collaborato al progetto per continuare a creare assieme percorsi per il disarmo e la pace. Per l’Associazione Nazionale “Per la Scuola della Repubblica” ODV interverrà Anna Angelucci, per l’Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università interverrà Roberta Leoni.   DISARMARSI NELLA QUOTIDIANITÀ E NELLE SCUOLE  giovedì 14 maggio alle 18 https://us06web.zoom.us/j/85714953088?pwd=l4FKTOqAoufH16vtLOagMMDGWZaNUm.1#success Per informazioni, domande o chiarimenti contattare: wilpf.italia@outlook.it WILPF (Women's International League for Peace and Freedom)
May 12, 2026
Pressenza
Scuola e università tra guerra e formazione: la deriva della militarizzazione culturale
In un contesto internazionale segnato da conflitti globali, riarmo e nuove tensioni geopolitiche, s’infiamma anche in Italia il dibattito sull’ingresso delle logiche militari nei sistemi educativi. Un fenomeno sempre più diffuso che interroga il ruolo stesso dell’istruzione pubblica. I bambini e i ragazzi hanno diritto a crescere in ambienti educativi liberi, aperti e orientati alla pace, non condizionati da una presenza militare invasiva che può generare paura e confusione. La scuola dovrebbe essere uno spazio di dialogo, confronto e sviluppo del pensiero critico, non un luogo in cui si normalizzano logiche di guerra e gerarchie autoritarie. Esporre precocemente i giovani a simboli, linguaggi e strutture militari rischia di influenzare la loro percezione della realtà, rendendo accettabile ciò che dovrebbe invece essere interrogato e compreso criticamente. Difendere i più giovani significa proteggerli da ogni forma di pressione ideologica e garantire loro un’educazione fondata su valori come la cooperazione, la solidarietà e il rispetto reciproco. La presenza militare nelle aule, se pervasiva, può limitare la libertà educativa e la pluralità dei punti di vista. I ragazzi devono poter immaginare il futuro senza sentirsi indirizzati verso modelli unici e rigidi. Una scuola davvero democratica forma cittadini consapevoli, non sudditi disciplinati. Per questo è fondamentale preservare gli spazi educativi da ogni forma di militarizzazione, tutelando il diritto dei giovani a crescere in un clima di pace, libertà e dignità. La crescente penetrazione della cultura militare nei sistemi educativi rappresenta dunque una delle trasformazioni più controverse e meno discusse del panorama contemporaneo dell’istruzione pubblica e universitaria. In un contesto globale segnato da conflitti permanenti, riarmo internazionale, crisi geopolitiche e ridefinizione degli equilibri di potere, scuole e università sembrano progressivamente perdere la loro funzione originaria di luoghi deputati alla formazione critica della persona, per diventare spazi attraversati da logiche securitarie, nazionalistiche e produttive sempre più vicine agli interessi degli apparati militari e industriali. Riflettere criticamente sul militarismo nell’istruzione significa interrogarsi non soltanto sulla presenza materiale delle istituzioni armate nei contesti formativi, ma anche sulle strutture culturali, economiche e simboliche che rendono tale presenza socialmente accettabile e politicamente legittimata. L’educazione moderna, almeno nella sua formulazione democratica e costituzionale, nasce storicamente come strumento di emancipazione collettiva. Pensatori come John Dewey hanno concepito la scuola come laboratorio della democrazia, mentre Paulo Freire ha insistito sulla necessità di un’educazione capace di sviluppare coscienza critica e liberazione dalle strutture oppressive. Anche Antonio Gramsci aveva riconosciuto nella formazione culturale uno degli strumenti fondamentali per l’autonomia delle classi subalterne. In questa prospettiva, l’ingresso delle forze armate nei processi educativi appare come una torsione radicale della missione pedagogica originaria: l’istituzione scolastica non viene più orientata prioritariamente alla costruzione di cittadini consapevoli, ma alla normalizzazione della guerra come elemento strutturale della vita politica contemporanea. La militarizzazione dell’istruzione assume forme molteplici e spesso indirette. Può manifestarsi attraverso protocolli d’intesa tra ministeri dell’istruzione e della difesa, programmi di orientamento professionale che promuovono carriere militari tra adolescenti e giovani adulti, presenza delle forze armate durante eventi scolastici, percorsi di alternanza scuola-lavoro presso enti collegati alla difesa, finanziamenti universitari destinati alla ricerca dual use e collaborazioni accademiche con industrie belliche. In numerosi paesi occidentali tali pratiche sono state progressivamente normalizzate attraverso una retorica fondata sulla sicurezza nazionale, sull’innovazione tecnologica e sulle opportunità occupazionali. Tuttavia, questa normalizzazione produce un mutamento profondo: gli studenti vengono educati a percepire la guerra non come fallimento della politica, ma come componente inevitabile della stabilità internazionale. L’analisi di questo fenomeno richiede anche una riflessione sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Il complesso militare-industriale, descritto da Dwight D. Eisenhower nel celebre discorso del 1961, ha assunto oggi una dimensione ancora più pervasiva. Non si tratta più soltanto dell’intreccio tra apparati militari e industrie della difesa, ma di una rete globale che coinvolge università, centri di ricerca, piattaforme tecnologiche, aziende informatiche e governi. Le università diventano così nodi strategici di produzione scientifica applicabile tanto al settore civile quanto a quello militare. Le discipline STEM vengono frequentemente valorizzate in funzione della competitività strategica nazionale, mentre le scienze umane e sociali subiscono processi di marginalizzazione che riducono la capacità critica delle istituzioni accademiche. La militarizzazione culturale opera anche attraverso i linguaggi. Termini come resilienza, sicurezza, minaccia, strategia e difesa penetrano progressivamente nel lessico educativo, contribuendo a ridefinire l’immaginario delle nuove generazioni. La pedagogia viene subordinata alla gestione del rischio; la cittadinanza viene reinterpretata come adesione disciplinata alle esigenze dello Stato; il dissenso può essere delegittimato come atteggiamento irresponsabile nei confronti della sicurezza collettiva. In questa dinamica si intravede ciò che Michel Foucault aveva definito come il rapporto tra sapere e potere: le istituzioni educative producono soggetti compatibili con specifiche configurazioni di dominio. Le conseguenze etiche di tale processo sono profonde. Una società che abitua i giovani alla presenza ordinaria delle strutture militari nei luoghi della formazione rischia di ridurre la sensibilità verso la sofferenza prodotta dai conflitti armati. Le guerre contemporanee vengono spesso rappresentate in maniera astratta, attraverso narrazioni tecnologiche che occultano le devastazioni umane nei territori colpiti. L’esperienza di popolazioni civili in aree come la Striscia di Gaza, l’Ucraina, lo Yemen o il Sudan dimostra invece che ogni conflitto produce distruzione sociale, trauma intergenerazionale e regressione democratica. Un’educazione autenticamente umanistica dovrebbe rendere visibili queste conseguenze, piuttosto che occultarle dietro retoriche patriottiche o tecnocratiche. In questo scenario assumono particolare rilevanza le attività di osservatori indipendenti e studiosi critici che denunciano tali processi. Il lavoro di Michele Lucivero, insieme a quello di giornalisti e ricercatori come Antonio Mazzeo e Federico Giusti, contribuisce a costruire una contro-narrazione fondamentale, capace di riportare al centro del dibattito pubblico il ruolo dell’istruzione. Opporsi alla militarizzazione non significa ignorare la complessità delle relazioni internazionali né negare l’esistenza dei conflitti. Significa piuttosto riaffermare il primato dell’educazione come spazio di libertà critica. Le scuole e le università dovrebbero insegnare il valore della cooperazione internazionale, della diplomazia, del diritto internazionale, della risoluzione non violenta dei conflitti e della giustizia globale. La posta in gioco è profondamente civile e democratica. Se l’educazione rinuncia alla propria autonomia critica e accetta di essere integrata nei dispositivi della guerra permanente, l’intera società rischia di perdere uno dei suoi principali strumenti di emancipazione. Difendere scuole e università dalla militarizzazione significa difendere la possibilità stessa di immaginare un ordine internazionale fondato non sulla forza, ma sulla dignità umana, sulla verità storica, sulla pace e sulla libertà. In questa prospettiva, la resistenza culturale contro il militarismo non è una battaglia marginale, ma una delle questioni decisive del nostro tempo.     Laura Tussi
April 26, 2026
Pressenza
Il triangolo della guerra: Difesa, Università, Industria – di Rossana De Simone
Dalla razionalizzazione della guerra… Era il 2015 quando Roberta Pinotti, ministro della Difesa del governo Renzi, presentava il suo Libro Bianco definito necessario per rafforzare e riformare lo strumento militare. Un testo fortemente politico che avrebbe dovuto farla finita con il potere delle lobby militari e industriali: compito della politica è definire le scelte [...]
March 28, 2026
Effimera
Leonardo: le (loro) armi sui (nostri) treni
Un volantino del «Coordinamento 12 ottobre» sull’accordo RFI- Leonardo e sulla lotta dei ferrovieri per la sicurezza di tutte/i e contro militarizzazione e trasporto di armi. A seguire il link a un articolo sugli ultimi movimenti di “Leon’armo”. Conoscere quanto accade in ferrovia, sui binari e nelle stazioni che utilizziamo ogni giorno per andare al lavoro, a scuola, all’università. Più