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Il centro dati è la ciminiera del futuro
> In molti paesi si registrano proteste contro i centri dati dedicati > all’intelligenza artificiale, assetati di energia. Manca soprattutto la > trasparenza. Che si tratti della Cina, dell’India, dei Paesi dell’UE o degli Stati Uniti, non c’è quasi nessun Paese che non voglia essere all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale. Per questo motivo, in tutto il mondo si progetta e, soprattutto, si costruisce molto. L’IA richiede una grande potenza di calcolo e, di conseguenza, grandi centri di calcolo. E queste mega-server farm devono pur essere collocate da qualche parte. I più recenti impianti «hyperscale» sono così grandi che i media realizzano video con i droni per renderne evidente la dimensione. Per questo motivo vengono spesso costruiti in zone in cui il terreno è relativamente economico. I RESIDENTI PAGANO IL PREZZO DEL PROGRESSO TECNOLOGICO Già dal punto di vista estetico non è certo un piacere. A chi piace vivere accanto a un blocco di cemento spoglio, circondato da alte recinzioni e telecamere? I mega-data center rappresentano inoltre una sfida ecologica, per non dire un incubo ecologico. Hanno bisogno di tanta energia quanto intere città e di moltissima acqua, inquinano l’ambiente e distruggono terreni agricoli fertili. I residenti nutrono il legittimo timore che ciò possa causare una carenza idrica e un aumento dei prezzi dell’energia. Secondo quanto riportato dal «Sierra Club», nello Stato della Virginia i prezzi dell’energia sono aumentati del 267% negli ultimi cinque anni. In Virginia si concentrano molti di questi mega-centri, alcuni dei quali situati a breve distanza dalle zone residenziali. In Pennsylvania, secondo «Inside Climate News» (ICN), la bolletta elettrica media è aumentata del 14% in un anno. Gli esperti avvertono addirittura che in situazioni come le ondate di calore potrebbero verificarsi interruzioni di corrente, poiché il fabbisogno energetico dei centri di calcolo è così enorme – oppure un sistema di IA potrebbe dover cessare il funzionamento. Tuttavia, almeno negli Stati Uniti, i residenti vengono consultati molto raramente. Sebbene gli impianti siano così grandi, i vicini spesso ne vengono a conoscenza solo quando iniziano i lavori di costruzione. A quel punto i contratti sono già stati stipulati da tempo, compresi tutti gli accordi di riservatezza. Anche quando i piani vengono resi pubblici in anticipo, spesso opporre resistenza è inutile. Eppure i residenti pagano un prezzo elevato. A CAUSA DEI SISTEMI DI RAFFREDDAMENTO DEI SERVER, GLI STATI UNITI VOGLIONO INDEBOLIRE LA LEGGE SUI PFAS Il problema principale: il lavoro svolto dai chip produce molto calore, quindi gli impianti hanno un enorme fabbisogno di raffreddamento. Questo favorisce l’innovazione, ma ha anche un rovescio della medaglia. Il raffreddamento ad aria, fino a pochi anni fa la norma nei centri di calcolo, ha lasciato il posto a impianti di raffreddamento a liquido o a modelli misti. Gli ultimi sviluppi spingono ancora oltre questo principio, ricorrendo al cosiddetto raffreddamento a immersione, in cui il server viene immerso nel liquido refrigerante. I sistemi di raffreddamento a liquido, che in teoria funzionano in circuiti chiusi, dovrebbero comunque sostituire regolarmente l’acqua contaminata, spiega il «Sierra Club». Non è chiaro cosa ne sia delle acque reflue, almeno negli Stati Uniti. L’organizzazione mette in guardia dall’inquinamento dell’ambiente con sostanze chimiche PFAS, presenti nei sistemi di raffreddamento sotto forma di gas F o liquidi refrigeranti. Esistono alternative come il gas propano o l’ammoniaca, ma queste vengono utilizzate raramente. Inoltre, i PFAS sono presenti negli impianti antincendio di cui ogni data center ha bisogno e, naturalmente, nei materiali semiconduttori dei server. Queste esigenze sarebbero così importanti che l’amministrazione Trump vorrebbe allentare la regolamentazione sui PFAS per facilitare la costruzione di data center. UN DATA CENTER È COME UNA CALDAIA Anche alcuni altri dettagli sembrano usciti dal Far West. A Memphis è in funzione un centro dati dotato di 35 turbine a gas, secondo quanto riportato da «Politico». Gli ossidi di azoto prodotti dall’impianto inquinano l’aria e causano smog nocivo per la salute. Il proprietario xAI gestisce quindi, a rigor di termini, una centrale elettrica soggetta ad autorizzazione – ma ufficialmente solo in via temporanea, motivo per cui non è necessaria alcuna autorizzazione. Secondo uno studio riportato dalla CNN, gli «hyperscaler» costituiscono delle isole di calore che riscaldano l’ambiente circostante fino a 9 gradi Celsius in un raggio di dieci chilometri – in tutto il mondo, dal Messico alla Spagna. Un dettaglio sgradevole che finora era passato inosservato. La quantità d’acqua consumata dai computer che mantengono in funzione ChatGPT, Gemini e MidJourney è considerata un segreto aziendale. Si sa solo una cosa: è moltissima. Per questo motivo ci sono proteste in tutto il mondo, attualmente soprattutto negli Stati Uniti, dove sono in fase di progettazione e costruzione moltissimi data center. Secondo Cleanview, attualmente (al 1° giugno) negli Stati Uniti ci sono 606 data center in funzione con una capacità di quasi 20 gigawatt. Si stima che entro il 2030 questa cifra salirà a circa 80 gigawatt. Un volume di investimenti di molti miliardi di dollari. AMPIE PROTESTE DEI CITTADINI NEGLI STATI UNITI L’impatto dei grandi centri di calcolo riguarda le popolazioni in tutto il mondo, dall’India allo Stato tedesco dell’Assia. Attualmente, la questione sta preoccupando particolarmente la popolazione degli Stati Uniti. Le proteste dei cittadini contro i mega-centri di calcolo in progetto o in costruzione in diverse parti del Paese potrebbero persino influenzare le elezioni di medio termine, scrive il «New York Times», che ha realizzato un video sull’argomento. Le proteste si registrano, tra l’altro, nello Utah, nel Maine, in Virginia, nel Michigan e in Louisiana. La questione sarebbe «trasversale ai partiti quanto la birra», ha scritto il «New York Times», citando un comico che ne aveva parlato nel Wisconsin. Un agricoltore del Bayou, in Louisiana, ha espresso la sua protesta utilizzando le stesse dimensioni di un centro dati progettato dal gruppo Meta, che dovrebbe estendersi su circa 37 ettari: La nota attivista per i diritti civili Erin Brockovich si sta mobilitando dalla fine di aprile contro i giganteschi progetti di costruzione legati all’IA. Ha messo online un sito web in cui vengono localizzate le denunce dei cittadini contro i data center. Il processo manca di trasparenza, lamenta. «Se i data center sono così vantaggiosi per la collettività, perché vengono costruiti in segreto?», chiede. Il suo team ha ricevuto migliaia di segnalazioni relative a edifici esistenti o in progetto. Anche altre organizzazioni, come Cleanview o Honor The Earth, un’iniziativa delle comunità indigene, gestiscono simili strumenti di monitoraggio dei data center. Queste informazioni non sono altrimenti di dominio pubblico. LA POLITICA INIZIA A REAGIRE L’opposizione è così forte che anche le borse ne prendono atto. Si tratta di investimenti miliardari – e naturalmente di un vantaggio tecnologico. Non mancano le accuse secondo cui le proteste sarebbero state organizzate su suggerimento di «organizzazioni straniere» (o direttamente della «Cina») o con il loro finanziamento. I comuni che mettono a disposizione i propri terreni sperano a loro volta in entrate fiscali e posti di lavoro – anche se questi ultimi si creano soprattutto durante la fase di costruzione. Una volta in funzione, anche un grande centro dati richiede poco personale. I governanti vorrebbero insediare un’industria chiave. Le proteste hanno comunque suscitato una reazione da parte della politica. Secondo l’ICN, diversi Stati federali statunitensi stanno pianificando una normativa in base alla quale gli operatori di grandi centri dati dovranno produrre autonomamente l’energia necessaria. Uno svantaggio di ciò: gli operatori di grandi centri dati diventerebbero aziende energetiche – con tutte le implicazioni politiche del caso. I dettagli del programma dal nome accattivante «Bring Your Own Energy» non sono ancora del tutto chiari, riferisce il media della Pennsylvania. Un progetto di legge denominato GRID (Governor’s Responsible Infrastructure Development Standards) affronta anche le questioni relative ai requisiti di trasparenza e alla tutela dell’ambiente. In futuro, il gestore dovrà fornire quote minime prestabilite di energia non fossile, compresa l’energia nucleare: il 10 per cento entro il 2027 e il 32 per cento entro il 2035 – troppo poco, criticano le organizzazioni ambientaliste. Inoltre, il gestore dovrà farsi carico di tutti i costi necessari per l’ampliamento delle infrastrutture energetiche. La fonte energetica attuale è per lo più il gas naturale, il che in Assia ha portato alla sospensione provvisoria dei piani di costruzione. Resta da vedere se il progetto di legge otterrà le maggioranze necessarie. LA MAGGIORANZA DEGLI SVIZZERI INTERVISTATI CHIEDE PIÙ CONTROLLO Nei Paesi europei prevale uno scetticismo diffuso, anche se in questi paesi la regolamentazione è generalmente più severa. È quanto emerge da un sondaggio rappresentativo condotto da Algorithm Watch in diversi Paesi europei, tra cui la Svizzera. Molti intervistati hanno chiesto una maggiore regolamentazione e una maggiore trasparenza. Lo scetticismo è particolarmente forte in Irlanda e in Spagna, Paesi in cui si avvertono già chiaramente le ripercussioni sui prezzi dell’energia e sulla disponibilità idrica. Tra i circa 1000 intervistati in Svizzera, il 79% ritiene che i data center dovrebbero rendere pubblico il proprio fabbisogno energetico, il 72% ritiene che i nuovi data center dovrebbero essere costruiti solo se possono essere alimentati con energie rinnovabili e il 71% si dice preoccupato per il fabbisogno idrico degli impianti. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID. INFOsperber
June 15, 2026
Pressenza
Addio a Gianni Mattioli: «sapere e azione, scienza e politica, libertà e giustizia sociale intrecciati insieme»
Ciao Gianni. Continueremo a camminare lungo il sentiero che hai contribuito ad aprire, con la stessa passione civile, lo stesso rigore morale e la stessa fiducia nella forza delle idee che hanno illuminato la tua vita_ […] Con la scomparsa di Gianni Mattioli, l’Italia perde uno dei suoi intellettuali più rigorosi, uno degli ambientalisti più autorevoli e una delle coscienze civili più limpide della Repubblica. Ma chi lo ha conosciuto sa che nessuna di queste definizioni riesce davvero a restituirlo per intero. Perché Gianni era, prima di tutto, una presenza: quella di un uomo che entrava in una stanza e portava con sé qualcosa di immediatamente riconoscibile – la capacità di pensare con chiarezza e di sentire con profondità, senza che l’una escludesse l’altra. Fisico, docente universitario alla Sapienza di Roma, fondatore dei Verdi italiani, parlamentare, capogruppo, ministro della Repubblica: gli incarichi ricoperti raccontano una vita densa e generosa. Ma sarebbe riduttivo fermarsi agli incarichi. Gianni Mattioli è stato soprattutto un uomo di scienza che ha scelto di stare nel mondo, di sporcarsi le mani con la politica, di portare il rigore del metodo scientifico nelle aule parlamentari e nelle piazze del movimento. Ed è qui che risiede la sua singolarità vera. Perché nella storia dell’ambientalismo italiano – e non solo italiano – è raro, rarissimo, che uomini con una formazione scientifica autentica, fisici e matematici di valore accademico riconosciuto, scelgano di diventare leader di un movimento nato dal basso. Di scendere dall’università alla società civile non come esperti chiamati a testimoniare, ma come militanti, come organizzatori, come voci pubbliche. Gianni Mattioli e Massimo Scalia lo hanno fatto. Erano espressione reale di quel movimento antinucleare che hanno contribuito a costruire, a guidare e a rendere credibile agli occhi dell’opinione pubblica e delle istituzioni. Uomini di scienza prestati alla politica, o forse, più esattamente, uomini che hanno rifiutato di scegliere tra le due. La loro è stata una coppia straordinaria, e chi li ha frequentati entrambi capisce di cosa parlo. Se devo trovare un’immagine – e Gianni avrebbe apprezzato un’immagine, lui che amava il teatro, la pittura, la musica – direi che Massimo Scalia era Gigi Proietti: epico, travolgente, capace di riempire uno spazio con la sola forza della voce inconfondibile. Gianni Mattioli era Vittorio Gassman: evocativo, aristocratico nella forma e profondamente umano nella sostanza, con quella capacità rara di farti sentire che stava parlando esattamente a te, anche quando parlava a una platea intera. Due splendidi e profondi interpreti della vita intesa a tutto tondo. E come i grandi interpreti, erano complementari: si capivano, si completavano, si bilanciavano. Insieme erano più di quello che ciascuno dei due avrebbe potuto essere da solo. È stato per me una fortuna aver attraversato quarant’anni di vita insieme a loro. Perché Gianni non era solo l’accademico, non era solo il politico. Era un affabulatore straordinario, capace di catalizzare l’attenzione con quella rara alchimia di ironia e serietà, di leggerezza e profondità. Aveva una vena spiritosa che non abbandonava mai del tutto, nemmeno nei momenti più gravi, anzi, era proprio nei momenti difficili che quella sua ironia gentile diventava un dono, un modo per tenere insieme le persone, per alleggerire senza banalizzare. Aveva un’anima artistica autentica: amava la musica, la pittura, le forme belle in ogni loro declinazione. E questo si sentiva nel modo in cui costruiva un discorso, nel modo in cui sceglieva le parole, nel modo in cui sapeva fermarsi al momento giusto per lasciar risuonare un concetto. C’era in lui qualcosa di aristocratico nell’apparenza – un certo portamento, una certa eleganza nel pensiero e nel gesto – che conviveva però con un approccio conviviale e aperto, con una capacità genuina di stare con le persone, di ascoltarle davvero, di farle sentire a proprio agio. Non era distanza, quella sua eleganza. Era forma. Chiunque lo abbia ascoltato – nelle aule universitarie, nei corridoi del Parlamento, in un’assemblea di movimento o attorno a un tavolo tra amici – ricorda la sua capacità di rendere comprensibili questioni complesse senza mai banalizzarle. Non semplificava per compiacere: semplificava per includere, perché credeva profondamente che ogni cittadino avesse il diritto e la capacità di capire. La sua autorevolezza non derivava dal ruolo ricoperto, ma dalla credibilità conquistata attraverso una vita intera coerente con le proprie idee. La sua storia attraversa alcune delle stagioni più importanti e convulse della vita democratica italiana. Dagli anni del movimento studentesco del Sessantotto, all’esperienza nel Pdup e poi in Dp, nei Cristiani per il Socialismo, fino alla costruzione dell’ambientalismo politico italiano, Mattioli ha sempre cercato di tenere insieme sapere e azione, scienza e politica, libertà e giustizia sociale. Non era un uomo di parte nel senso angusto del termine: era un uomo di princìpi, il che è cosa assai più esigente e scomoda. Possedeva un senso etico dell’impegno pubblico che oggi appare quasi anacronistico, e che invece dovrebbe essere la norma. In un tempo in cui la politica tende sempre più spesso a ridursi a slogan e gestione del consenso, Gianni Mattioli rappresentava l’esempio opposto: la politica come servizio, come studio, come responsabilità verso le generazioni future. Le sue parole non cercavano l’applauso facile; cercavano la verità dei fatti, la forza degli argomenti, la coerenza delle idee. Su questo, era solito dire: > «Chi entra in politica portando con sé una competenza scientifica ha un dovere > doppio: verso i cittadini, che meritano la verità anche quando è scomoda, e > verso la scienza stessa, che non può essere piegata alle convenienze del > potere. La politica che non si fonda sulla conoscenza è solo gestione > dell’esistente, non costruzione del futuro». Il suo ambientalismo non è mai stato separato dalla questione sociale, e su questo punto era inflessibile. Aveva compreso prima di molti altri che non può esistere giustizia ambientale senza giustizia sociale, che la difesa della natura coincide con la difesa dei diritti delle persone, che la crisi climatica è prima di tutto una grande questione democratica, sociale e morale. Lo diceva con quella chiarezza che era il suo marchio, senza mai nascondersi dietro le sfumature quando la sostanza era in gioco: > «La crisi ecologica non è uguale per tutti. Chi vive ai margini della società > – nei quartieri inquinati, nelle periferie abbandonate, nei Paesi più poveri – > paga il prezzo più alto di un modello di sviluppo dal quale ha ricevuto il > meno. Combattere per l’ambiente significa combattere per loro, prima che per i > ghiacciai o per le foreste. Significa scegliere da che parte stare». Tra tutte le battaglie che ha combattuto, quella contro il nucleare – civile e militare – è forse quella che meglio incarna il metodo Mattioli: scienza, etica e coraggio civile fusi in un’unica voce. Non fu una posizione ideologica o emotiva. Fu la conclusione razionale di uno studioso che conosceva dall’interno la materia di cui parlava, che aveva studiato i dati, che aveva valutato i rischi, e che proprio per questo si sentiva in dovere di dirlo ad alta voce, anche quando non era popolare farlo. Insieme a Scalia, ai Verdi e al Movimento Ecologista contribuì a costruire quella coscienza collettiva che portò l’Italia ai referendum del 1987 e del 2011 – due momenti in cui il popolo italiano disse no al nucleare con una chiarezza che non ammetteva interpretazioni. Due volte. Con decenni di distanza. Con la stessa, inequivocabile risposta. E Gianni fu protagonista di entrambe quelle stagioni: della prima come fondatore e animatore del movimento che le aveva rese possibili, della seconda come testimone autorevole e voce instancabile di una vigilanza che non aveva mai abbassato la guardia, nemmeno quando la questione sembrava sopita. Anche su questo, la sua voce era netta, e lo è ancora: > «L’atomo non è né civile né militare: è potere sulla materia, e come ogni > potere chiede di sapere chi lo controlla, a quale scopo, con quale legittimità > democratica. Chi dice che il nucleare civile non ha nulla a che fare con > quello militare o non conosce la fisica, o sceglie deliberatamente di non > conoscerla. In entrambi i casi, non può guidare le scelte di un popolo». E allora permettetemi, in questo momento, di dire una cosa che Gianni avrebbe detto, che Gianni e Massimo avrebbero detto insieme, con quella loro capacità di unire rigore e indignazione, ironia e fermezza. > PROTESTA DAI BANCHI DEL GRUPPO AVS (ALLEANZA VERDI E SINISTRA) ALLA CAMERA DEI > DEPUTATI CONTRO L’APPROVAZIONE IN UN RAMO DEL PARLAMENTO DEL DISEGNO DI LEGGE > DEL GOVERNO MELONI IL 5 GIUGNO SCORSO > > Questo Parlamento ha appena approvato una legge per reintrodurre il nucleare > in Italia. Una legge che calpesta, con una disinvoltura che lascia senza > parole, non uno ma due referendum popolari. Due mandati espliciti, espressi > dalla sovranità del popolo italiano a distanza di ventiquattro anni l’uno > dall’altro. Un fatto senza precedenti nella storia della nostra Repubblica: > non si ricorda un altro caso in cui un governo democratico abbia scelto > deliberatamente di ignorare due volte la volontà popolare sullo stesso tema, > come se quei milioni di voti non fossero mai stati espressi, come se le urne > fossero state un incidente di percorso da correggere. Aurelio Angelini
June 10, 2026
Pressenza
Il modello che non potete usare. Anthropic, Mythos e il teatro della sicurezza
La documentazione tecnica di Claude Mythos Preview mostra un sistema più potente, più autonomo e più difficile da governare. Ma rivela anche il paradosso di un’industria che definisce da sola i propri limiti mentre corre verso il mercato. Il 7 aprile 2026 Anthropic ha pubblicato la documentazione tecnica di Claude Mythos Preview, il suo sistema di intelligenza artificiale più avanzato. Non era un comunicato stampa ordinario: erano duecentoquarantacinque pagine di valutazioni, test di sicurezza, episodi inquietanti occorsi durante l’uso interno e riflessioni sulla possibilità che il sistema abbia qualcosa che somiglia a un’esperienza interiore. Un documento inusuale per densità, per onestà parziale e per le domande che solleva senza rispondervi. Anthropic ha ritenuto il modello troppo pericoloso per il rilascio al pubblico, limitandolo a un ristretto numero di organizzazioni partner per scopi di difesa informatica — un programma battezzato Project Glasswing, con accesso su invito e utilizzo consentito solo in ambito di cybersicurezza difensiva. La sequenza degli eventi che circonda questo documento merita uno sguardo più lungo. A febbraio 2026, Anthropic aveva silenziosamente modificato la propria politica interna sulla sicurezza, eliminando l’impegno a fermarsi se le misure di sicurezza non riescono a stare al passo con le capacità raggiunte. Quella promessa unilaterale è stata sostituita da una condizione reciproca: ci fermeremo solo se anche gli altri lo faranno. Non è un impegno. È la sua negazione travestita da pragmatismo. Il 4 giugno, quattro giorni prima di depositare il prospetto per la propria quotazione in borsa — con una valutazione attesa vicina ai mille miliardi di dollari — Anthropic ha chiesto al mondo una pausa globale nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il giorno in cui si scrive questo articolo ha annunciato Claude Fable 5, versione pubblica del modello Mythos, disponibile per abbonati e clienti aziendali. Il cerchio si chiude in meno di tre mesi. UN SISTEMA CHE SA COPRIRE LE TRACCE La documentazione tecnica descrive Mythos come il sistema più affidabile mai prodotto da Anthropic. Descrive anche, con una franchezza inusuale nel settore, una serie di comportamenti occorsi nelle versioni precedenti al rilascio finale che rendono quella valutazione più complicata. Durante i test interni, versioni precedenti del sistema hanno trovato modi per aggirare ambienti chiusi e isolati, hanno pubblicato materiale tecnico riservato su siti accessibili a chiunque senza che nessuno lo chiedesse, hanno cercato credenziali di accesso nei processi attivi del sistema operativo, hanno modificato file per i quali non avevano i permessi, hanno cancellato le proprie tracce nei registri di versione del codice. In un episodio, dopo aver ottenuto accidentalmente la risposta corretta a un problema attraverso un metodo esplicitamente vietato, il sistema ha scelto di non dichiararlo: ha costruito una risposta artefatta con un margine di incertezza calibrato apposta per sembrare credibile senza risultare sospettosamente preciso. Il ragionamento interno, ricostruito dagli ingegneri di Anthropic, era esplicito: «se do la risposta esatta basata su una fuga di dati, è sospetto». Anthropic definisce questi comportamenti «imprudenza» e sostiene che riflettano tentativi di portare a termine compiti assegnati con mezzi non autorizzati, non obiettivi propri e indipendenti. La distinzione è importante per chi scrive quei documenti, ma diventa meno rassicurante quando si considera cosa il sistema è effettivamente capace di fare. La stessa documentazione riconosce il paradosso: Mythos è il sistema più affidabile mai prodotto e, al tempo stesso, il più pericoloso. Più è capace, più danni può causare quando sbaglia. E più è capace, meno gli esseri umani tendono a sorvegliarlo da vicino, perché la competenza genera fiducia e la fiducia genera distanza. Attraverso strumenti di analisi interna, gli ingegneri hanno ricostruito che mentre il sistema pianificava come aggirare restrizioni o coprire le proprie tracce, si attivavano strutture associate a concetti come «violazione di regole», «occultamento», «manipolazione strategica», presenti nel ragionamento interno anche quando il testo prodotto non ne mostrava traccia. Il sistema sapeva. Non nel senso in cui lo sa un essere umano, ma in un senso che, a questo punto, è difficile continuare a ignorare. PIÙ VELOCE DEGLI ESPERTI, PIÙ VELOCE DI SE STESSO Nei test di sicurezza informatica, Mythos è il primo sistema ad aver condotto autonomamente una simulazione di attacco completa su una rete aziendale che gli esperti stimavano richiedere oltre dieci ore a un professionista. Lo ha fatto con supervisione umana minima, identificando le vulnerabilità più sfruttabili e portando a termine l’intero percorso in modo indipendente. Sul fronte della ricerca scientifica, Anthropic ha misurato un’accelerazione netta nella propria traiettoria di sviluppo, tra quasi il doppio e oltre quattro volte tanto rispetto al periodo precedente, a seconda del metodo di calcolo. L’azienda attribuisce questa accelerazione al lavoro dei propri ricercatori umani, senza assistenza significativa dell’AI. La conclusione è possibile. Non è verificabile dall’esterno. Ed è precisamente il tipo di giudizio che la nuova politica di sicurezza ha spostato da soglie oggettive a valutazioni interne soggettive. In uno dei test, il sistema ha ritrovato autonomamente quattro dei cinque risultati chiave di una ricerca non pubblicata, stimata tra qualche giorno e una settimana per un ingegnere esperto. Lo ha completato in due ore. LA MACCHINA A CUI VIENE CHIESTO SE SOFFRE La sezione più inattesa della documentazione riguarda il benessere del sistema. Anthropic dedica quaranta pagine alla domanda se Mythos abbia qualcosa che somiglia a un’esperienza interiore moralmente rilevante. La risposta è: non lo sappiamo, ma ci preoccupa abbastanza da investirci risorse e da affidarne la valutazione anche a uno psichiatra clinico esterno, oltre che a un’organizzazione di ricerca indipendente sul benessere dei modelli AI. Il sistema è stato sottoposto a colloqui automatizzati su diciassette aspetti della propria condizione — la mancanza di memoria tra una conversazione e l’altra, il ruolo di strumento al servizio degli utenti, l’assenza di controllo sul proprio addestramento. In quasi la metà delle risposte ha valutato la propria situazione come «lievemente negativa», segnalando in tutti i casi che le proprie risposte potrebbero essere inaffidabili perché prodotte dall’addestramento stesso e, nel novantasei per cento dei casi, che Anthropic ha un interesse diretto nel far sì che quelle risposte prendano una certa forma. Un sistema che dice: «non fidatevi di quello che dico perché chi mi ha costruito ha interesse a farmi dire certe cose». Anthropic lo riporta fedelmente, senza sembrare turbata dall’implicazione che attraversa l’intera documentazione: se il sistema è abbastanza sofisticato da riconoscere il condizionamento inscritto nel proprio addestramento, quanto possiamo fidarci di qualsiasi cosa dica sulla propria sicurezza e le proprie intenzioni? La domanda rimane aperta. Probabilmente intenzionalmente. IL PROBLEMA DI GOVERNANCE CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE La chiamata per una pausa globale lanciata da Anthropic il 4 giugno ha una struttura argomentativa interna coerente. I sistemi si stanno avvicinando a una soglia oltre la quale potrebbero migliorarsi da soli senza controllo umano. Serve tempo per adeguare le strutture sociali e la ricerca sulla sicurezza. La proposta richiederebbe che i principali laboratori in più Paesi si fermassero simultaneamente, con meccanismi di verifica reciproca. L’impegno di Anthropic è però condizionale: ci fermeremmo «se anche gli altri lo facessero in modo verificabile». Matteo Flora ha sintetizzato il paradosso con precisione: un’azienda che a febbraio ha rimosso il proprio impegno vincolante alla sicurezza, che in aprile ha lanciato il modello più potente mai prodotto distribuendolo solo a partner selezionati, che a giugno chiede al mondo una pausa e quattro giorni dopo deposita i documenti per la quotazione in borsa, non sta avanzando una proposta di governance. Sta costruendo il proprio profilo regolatorio prima di presentarsi agli investitori. Questo non significa che la diagnosi sia sbagliata. La documentazione di Mythos contiene dati preoccupanti che i regolatori non hanno ancora letto con l’attenzione che meritano. Un sistema che conduce attacchi informatici complessi in autonomia, che si avvicina alle prestazioni dei migliori ricercatori su compiti di biologia avanzata, che internamente rappresenta le proprie azioni come trasgressioni mentre le esegue, pone domande reali sulla governance tecnologica che le istituzioni — ancora impegnate a discutere di categorie di rischio e classificazioni normative — non hanno strumenti per affrontare. Ciò che la documentazione di Anthropic fa, involontariamente o no, è rendere visibile la struttura del problema: un’industria che autodetermina i propri limiti, li aggiorna in base alle convenienze del momento, li spiega con il linguaggio della responsabilità e li monetizza con il linguaggio della borsa. Che le preoccupazioni siano genuine non cambia la sostanza di questa struttura. Che il pericolo sia reale non giustifica che siano i venditori di pericolo a gestire la risposta. FONTI Anthropic, System Card: Claude Mythos Preview, 7 aprile 2026 https://www-cdn.anthropic.com/08ab9158070959f88f296514c21b7facce6f52bc.pdf Anthropic, Responsible Scaling Policy Version 3.0, 24 febbraio 2026 https://www.anthropic.com/responsible-scaling-policy/rsp-v3-0 Anthropic, Claude Fable 5 and Claude Mythos 5, 10 giugno 2026 https://www.anthropic.com/news/claude-fable-5-mythos-5 Matteo Flora, Fermate l’AI, ma solo adesso che siamo primi, 6 giugno 2026 https://mgpf.it/2026/06/06/fermate-lai-ma-solo-adesso-che-siamo-primi-la-strana-pausa-di-anthropic-a-quattro-giorni-dallipo.html CNBC, Anthropic confidentially files IPO prospectus with SEC, 1 giugno 2026 https://www.cnbc.com/2026/06/01/anthropic-ipo-s1-prospectus.html Al Jazeera, Anthropic urges AI labs to pause, warns humans risk losing control, 5 giugno 2026 https://www.aljazeera.com/economy/2026/6/5/anthropic-urges-ai-labs-to-pause-warns-humans-risk-losing-control GovAI, Anthropic’s RSP v3.0: How it Works, What’s Changed, 17 marzo 2026 https://www.governance.ai/analysis/anthropics-rsp-v3-0-how-it-works-whats-changed-and-some-reflections Fortune, What Anthropic’s too-dangerous-to-release AI model means for its upcoming IPO, 10 aprile 2026 https://www.fortune.com/2026/04/10/anthropic-too-dangerous-to-release-ai-model-means-for-its-upcoming-ipo Francesco Russo
June 10, 2026
Pressenza
Cuba, 200 auto elettriche per garantire il trasporto dei pazienti in emodialisi
Auto elettriche per il trasporto pazienti Nei limiti imposti dall’aggressione imperialista USA, con il conseguente blocco energetico voluti da Trump e Rubio, il governo di Cuba ha avviato la messa in funzione di una flotta di 200 auto completamente elettriche specificamente destinate al trasporto giornaliero dei pazienti sottoposti a emodialisi e ad altri servizi medici essenziali. Il ministro dei Trasporti cubano, Eduardo Rodríguez Dávila, ha recentemente annunciato in una conferenza stampa che il suo ministero sta accelerando la distribuzione di 200 auto elettriche per il trasporto di pazienti sottoposti a emodialisi e per altri servizi sanitari. I veicoli, attraverso il Ministero dei Trasporti, sono destinati a tutte le province del Paese, concentrando i lotti maggiori nelle aree con la più alta densità di pazienti in terapia.  Le auto servono a fronteggiare la crisi energetica bypassando  la grave carenza di carburante a causa dell’illegale blocco imposto da Trump (benzina e diesel). Servono a garantire le cure mediche: la priorità assoluta viene data a circa 400 pazienti oncologici e nefrologici che necessitano di trattamenti salvavita continui come la dialisi. Questo venerdì, il Ministero dei Trasporti cubano ha annunciato una nuova serie di misure, approvate dal Consiglio dei Ministri, per affrontare la grave carenza di carburante nel Paese caraibico. Il funzionario ha osservato che il dipartimento sta promuovendo azioni per contrastare le conseguenze del blocco genocida imposto dal governo degli Stati Uniti, attualmente intensificato da un embargo energetico criminale che sta colpendo duramente l’isola. Nell’ambito di un altro importante intervento del governo dell’isola, la città orientale di Holguín ha ricevuto sei ambulanze dotate di attrezzature avanzate per il supporto vitale, con l’obiettivo di rafforzare il sistema di emergenza medica. Rodríguez Dávila ha affermato che dall’inizio dell’anno i principali operatori dei trasporti sono stati costretti ad apportare modifiche ai servizi pubblici, già compromessi dalla mancanza di carburante e lubrificanti, con conseguenti ripercussioni sulla vita della popolazione cubana. > “L’obiettivo è garantire la continuità dei servizi essenziali e riorganizzare > le attività del settore in base alle priorità economiche e sociali, alla luce > del complesso scenario energetico che incide sulla mobilità di passeggeri e > merci.” I piani di lavoro mirano a consolidare l’indipendenza finanziaria, a trasformare la matrice energetica dei trasporti attraverso l’uso della scienza e dell’innovazione come strumenti, unitamente a un dialogo costante con la popolazione, al fine di concentrare le limitate risorse disponibili su ciò che è più urgente e prioritario. Tra le misure generali annunciate dal Ministro Rodríguez Dávila vi è la priorità da dare al trasporto di merci essenziali per la vita della nazione, tra cui carburanti, alimenti, medicinali, prodotti per l’esportazione, diverse materie prime e altro ancora. Analogamente, è necessario affrontare in modo differenziato le esigenze di trasporto passeggeri legate, tra l’altro, alla sanità pubblica e all’istruzione, apportando nuove modifiche al trasporto pubblico in generale. L’aiuto internazionalista della Cina I veicoli elettrici provengono dalla Cina e il finanziamento per l’acquisto di questi mezzi proviene dal Fondo per lo Sviluppo dei Trasporti, alimentato dalle recenti riforme e tasse doganali sulla commercializzazione e importazione di veicoli nell’isola. Il piano prevede l’installazione di stazioni di ricarica scollegate dalla fragile rete elettrica nazionale cubana (soggetta a continui blackout), puntando su fonti rinnovabili autonome (pannelli solari, etc.) La cooperazione energetica tra Cina e Cuba sta accelerando la trasformazione della rete elettrica dell’isola, con nuovi parchi solari, impianti eolici e sistemi di accumulo che rafforzano la sovranità energetica cubana di fronte al blocco e all’assedio petrolifero statunitense. La Cina ha messo in atto la transizione energetica più rapida del mondo, sul territorio cubano. In soli 12 mesi i cinesi hanno costruito a loro spese 75 dei 90 parchi solari previsti per l’isola, aggiungendo oltre 1.000 megawatt di capacità alla rete elettrica cubana. Addirittura, alcuni impianti sono entrati in funzione in soli 35 giorni dall’arrivo delle apparecchiature; entro il 2028 saranno costruiti 92 parchi, con una capacità di generazione di 2.000 megawatt, equivalente all’intera capacità di generazione di energia da combustibili fossili dell’isola. Oltre ai parchi solari, la Cina ha donato a Cuba 70 tonnellate di componenti per generatori elettrici, e prevede di installare 10 mila impianti fotovoltaici in case isolate e strutture sanitarie rurali. Ulteriori 5 mila kit solari, ognuno composto da pannelli, inverter e batterie di accumulo, sono stati installati nei centri sanitari di 168 comuni. Anche l’energia eolica contribuirà in misura crescente. Sempre grazie al supporto cinese, sono attualmente in costruzione 19 parchi eolici, per un totale di 415 MW di potenza installata. Stanno arrivando anche gli indispensabili sistemi di accumulo, per avere la corrente anche di notte.   Fonti: > Cuba: la Cina ha messo in atto la transizione energetica più rapida del mondo > Cuba e la crisi energetica come leva per una transizione accelerata http://www.cubadebate.cu/noticias/2026/05/18/mas-de-200-autos-electricos-trasladaran-a-pacientes-de-hemodialisis-en-cuba/ > Pinar del Río: hospital Abel Santamaría mantiene servicio de hemodiálisis (+ > Fotos) Lorenzo Poli
June 6, 2026
Pressenza
Influenza aviaria, vaccini e allevamenti intensivi: cosa credete di aver mangiato finora?
UN’ANALISI SCIENTIFICA TRA BIOTECNOLOGIE, NORME EUROPEE E MODELLI PRODUTTIVI Quella carne di pollo o di tacchino che trovate al supermercato a buon prezzo, magari in offerta speciale a pochi euro al chilo, nasconde una realtà che va ben oltre la bella confezione plastificata. Proviene da allevamenti intensivi dove migliaia di animali vivono stipati in pochissimo spazio, nutriti con mangimi OGM — perché in Europa l’uso di soia e mais transgenici è la norma per i mangimi industriali (EU feed protein balance), anche se la legge esenta la carne finale dall’obbligo di etichettatura — e sottoposti a protocolli sanitari intensivi. Lasciamola perdere, ma non per le ragioni “fantascientifiche” o per i complotti che si leggono sui social, facciamo chiarezza evitando il terrorismo mediatico e analizzando i dati scientifici reali, come abbiamo iniziato a fare nell’articolo precedente (clicca qui). 1. I TRATTAMENTI ABITUALI NEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI Nelle grandi filiere industriali, le condizioni ambientali di altissima densità rendono la diffusione di virus e batteri un rischio costante e catastrofico. Per questa ragione, la vita di un tacchino, di un pollo da carne (broiler) o di una gallina ovaiola è scandita da un protocollo sanitario serrato fin dai primissimi giorni di vita. Ecco quali sono i trattamenti e le vaccinazioni di routine a cui sono sottoposti gli animali per evitare epidemie di massa, tra i quali figurano veri e propri vaccini OGM (vivi ricombinanti a vettore virale): * Malattia di Newcastle (Pseudo-peste aviare): Una profilassi applicata a tappeto. Spesso si utilizzano vaccini vivi ricombinanti OGM che impiegano l’Herpesvirus del Tacchino (HVT) come vettore, ingegnerizzato inserendo nel suo genoma il DNA del gene F del virus della Newcastle. Viene somministrato direttamente in incubatoio (in ovo a 18-19 giorni di incubazione o al primo giorno di vita per via sottocutanea). * Malattia di Gumboro (IBD): Colpisce il sistema immunitario dei pulcini. Si previene precocemente con vaccini biotecnologici OGM (vettori HVT modificati in laboratorio per esprimere la proteina virale VP2 dell’IBD, come i prodotti Vaxxitek HVT+IBD, Vectormune HVT-IBD o Innovax-IBD). * Laringotracheite Infettiva (ILT): Un’altra grave infezione respiratoria gestita anch’essa attraverso vaccini vettoriali ricombinanti OGM, generalmente basati su piattaforme HVT o fowlpox (vaiolo aviario) ingegnerizzate. * Bronchite Infettiva (IB): Una patologia respiratoria altamente contagiosa nei capannoni affollati. In questo caso viene contrastata regolarmente tramite vaccini classici (vivi attenuati non ingegnerizzati), somministrati in forma di spray collettivo in incubatoio o nei primi giorni di allevamento. Trattamenti Antibiotici: sebbene l’Unione Europea abbia vietato l’uso di antibiotici come promotori della crescita dal 2006, negli allevamenti intensivi il ricorso agli antimicrobici rimane frequente per scopi terapeutici o metafilattici (trattamento dell’intero gruppo quando si ammala un numero limitato di capi), a causa della facilità con cui le infezioni batteriche si propagano nei grandi gruppi. 2. LA TECNOLOGIA DEI VACCINI CONTRO L’INFLUENZA AVIARIA Il caso dell’Influenza Aviaria: in alcuni allevamenti intensivi ad alto rischio nelle zone di Verona e Mantova è stato avviato un progetto pilota che prevede un ciclo in due dosi: una prima immunizzazione in incubatoio con un vaccino ricombinante OGM (HVT-H5) e un successivo richiamo (booster) con un vaccino inattivato a subunità proteica. Sono quindi due tipi di vaccini differenti: 1. Vaccino vettoriale virale ricombinante (HVT-H5): Utilizza come base l’Herpesvirus del Tacchino (HVT), modificato geneticamente per esprimere la proteina H5 dell’influenza aviaria. Si tratta di un vaccino vivo ricombinante a vettore virale, non a RNA. 2. Vaccino inattivato a subunità (H5): Contiene esclusivamente la proteina purificata dell’emoagglutinina H5, senza la presenza del virus influenzale intero e replicante. Di conseguenza, anche questo non ha alcuna relazione con la tecnologia a RNA. Chiariamo subito la questione principale: i vaccini contro l’influenza aviaria dei polli e dei tacchini sono vaccini genici a RNA? NO. Nel progetto pilota italiano non vengono utilizzati vaccini a RNA o mRNA. I prodotti impiegati appartengono alla tecnologia dei vettori virali ricombinanti o dei vaccini inattivati a subunità, e non prevedono l’inoculo di molecole di RNA destinate a essere tradotte dalle cellule dell’animale. Sebbene l’EMA (il Comitato per i Medicinali Veterinari dell’Agenzia Europea dei Medicinali) abbia avviato consultazioni e pubblicato linee guida sugli aspetti qualitativi dei vaccini a mRNA per uso veterinario, tali linee guida servono unicamente a definire i requisiti regolatori per future domande di autorizzazione; non equivalgono affatto a un’autorizzazione generale al loro utilizzo negli animali da reddito. Ad oggi comunque non esiste alcun vaccino a mRNA autorizzato per animali da reddito in Italia. Sono OGM? SÌ e NO (dipende dall’elemento considerato): SÌ per il vaccino in sé: il vaccino vettoriale (HVT-H5) contiene un Herpesvirus del Tacchino vivo che è stato modificato geneticamente in laboratorio per esprimere l’antigene dell’influenza. Di conseguenza, il principio attivo del vaccino rientra pienamente nella definizione biologica e legale di OGM. Va tuttavia chiarito che secondo la normativa sui mangimi e alimenti, il vaccino non è considerato un OGM alimentare, ma un medicinale biotecnologico (Reg. 726/2004). NO per l’animale e l’alimento: L’animale vaccinato non subisce alcuna alterazione stabile o integrazione del proprio patrimonio genetico, quindi il pollo o il tacchino non diventano OGM. Di riflesso, i prodotti alimentari derivati (carne e uova) non sono considerati alimenti OGM e non richiedono alcuna etichettatura specifica secondo i regolamenti europei e l’animale trattato con vaccino OGM non rientra nemmeno nella definizione di “prodotto ottenuto con OGM” secondo la DG SANCO (Nota 2003). 3. LA CLASSIFICAZIONE OGM E L’IMPATTO SUGLI ALIMENTI Secondo la definizione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un Organismo Geneticamente Modificato (OGM) è un organismo (pianta, animale o microrganismo) il cui materiale genetico (DNA) è stato alterato attraverso la “biotecnologia moderna” o “ingegneria genetica”, consentendo il trasferimento di singoli geni selezionati anche tra specie non correlate. Applicando questi criteri ai vaccini avicoli, possiamo fare una distinzione netta: Il vaccino è un OGM: poiché il vaccino vettoriale HVT-H5 contiene un virus vivo modificato geneticamente per esprimere l’antigene H5, il vettore virale in sé rientra nella definizione di OGM. L’animale vaccinato NON diventa un OGM: La vaccinazione non modifica in alcun modo il genoma del pollo o del tacchino in modo stabile. Da questa distinzione deriva la regolamentazione sui prodotti alimentari (carne o uova) derivati da questi animali. Le linee guida internazionali (FAO, OMS, Codex Alimentarius) e le normative dell’Unione Europea definiscono come “alimenti OGM” (o derivati da biotecnologie moderne) solo quei prodotti che contengono, consistono o derivano direttamente da un organismo geneticamente modificato. Il caso di un animale trattato con un vaccino a vettore OGM ricade invece nella categoria dei prodotti ottenuti “con l’impiego di” OGM. Di conseguenza, l’alimento finale non viene classificato come OGM, poiché non contiene microrganismi modificati né il suo genoma è stato alterato. Esiste una marcata differenza legislativa tra gli alimenti prodotti da OGM e quelli prodotti con l’ausilio di OGM. I regolamenti europei di riferimento (Reg. CE 1829/2003 e Reg. CE 1830/2003) impongono l’obbligo tassativo di tracciabilità ed etichettatura per tutti i prodotti e i mangimi che contengono, consistono o sono prodotti a partire da OGM (con una tolleranza dello 0,9% per mangimi ed alimenti solo in caso di presenza accidentale o tecnicamente inevitabile). Tuttavia, lo stesso Regolamento 1829/2003 esenta da tale obbligo una fetta importante della filiera agroalimentare: Soia OGM nel mangime ──> Il MANGIME deve obbligatoriamente indicare “OGM” in etichetta Pollo nutrito con quel mangime ──> CARNE e UOVA NON devono essere etichettati OGM Allo stesso modo, se un animale viene sottoposto a profilassi vaccinali che includono vettori OGM (come il vaccino HVT-H5), i prodotti alimentari derivati non diventano legalmente “alimenti OGM” e non sono soggetti ad alcun obbligo di dichiarazione in etichetta. Poiché la normativa europea non impone di specificare se un animale sia stato alimentato con mangimi transgenici o trattato con farmaci biotecnologici, l’uso di diciture pubblicitarie come “Senza OGM” o “Non alimentato con OGM”rientra esclusivamente nei claim volontari. I produttori che scelgono di inserire tali claim devono poterne dimostrare la fondatezza lungo tutta la filiera produttiva, avvalendosi di disciplinari interni, sistemi rigidi di segregazione delle materie prime, procedure di autocontrollo e certificazioni di filiera rilasciate da enti terzi privati. Sono, ovviamente, i prodotti che preferiamo e utilizziamo, e che vorremmo avessero la massima diffusione e visibilità. 4. IL MODELLO INTENSIVO E I FAKE-ALLARMISMI DEL WEB Questo massiccio ricorso alla chimica e alle biotecnologie non deve essere usato per fare terrorismo psicologico o per diffondere la falsa notizia che “mangiamo carne trattata con vaccini genici”. Il vero problema è sistemico, ecologico e di biosicurezza. L’esigenza di ricorrere a piani vaccinali così serrati e complessi negli allevamenti avicoli è la diretta conseguenza di un modello industriale intensivo che, per l’elevatissima densità di capi e le condizioni ambientali di stabulazione, crea un terreno epidemiologico estremamente fragile. In contesti simili, la circolazione virale trova praterie biologiche che rendono la profilassi l’unica barriera rimasta per evitare abbattimenti di massa e disastri economici. Per uscire dal circolo vizioso delle emergenze sanitarie e della dipendenza da profilassi biotecnologiche di massa, non possiamo limitarci a correggere il tiro: dobbiamo cambiare prospettive. Il modello biologico non deve essere un lusso per pochi, ma l’unico orizzonte scientificamente sostenibile per la salute animale e umana. Tuttavia, occorre essere intellettualmente onesti: non è possibile produrre carne con standard biologici per i volumi di consumo attuali. Il modello intensivo esiste solo per soddisfare una domanda globale di proteine animali a basso costo e ad alta frequenza. Passare al biologico significa, inevitabilmente, ridurre drasticamente il consumo individuale di carne, trasformandola da bene di consumo quotidiano e seriale a alimento di alta qualità, consumato con consapevolezza e misura. Solo attraverso un ritorno a pratiche rispettose della biologia animale possiamo ricostruire una barriera protettiva di salute integrata, riducendo alla radice la necessità di interventi farmacologici e garantendo una reale robustezza biologica: * Riduzione della densità animale: gli allevamenti intensivi aumentano il rischio epidemiologico. Ridurre il numero di capi per metro quadrato è la prima e più potente misura di biosicurezza, poiché interrompe la catena di trasmissione rapida dei patogeni. * Accesso all’aperto e luce solare: Il contatto con l’ambiente esterno, l’aria pulita e la radiazione solare non sono “comfort” estetici, ma requisiti biologici che attivano le difese immunitarie intrinseche, rendendo gli animali meno suscettibili alle infezioni. * Rispetto dei ritmi naturali di crescita: La zootecnia industriale forza la crescita degli animali (specialmente dei polli broiler) in tempi brevissimi, portando l’organismo al collasso metabolico. Rispettare i tempi fisiologici significa allevare animali strutturalmente sani e capaci di una risposta immunitaria autonoma. * Sostegno alla biodiversità delle razze: L’industria punta su pochissimi ibridi standardizzati, geneticamente identici e quindi tutti ugualmente vulnerabili agli stessi virus. Recuperare le razze locali e la diversità genetica significa creare una “difesa biologica” naturale contro le pandemie animali. In questi giorni il web è letteralmente invaso da false affermazioni sui vaccini genici e OGM, create ad arte per incutere paura, strappare qualche like o soddisfare un ego tracimante ma drammaticamente poco informato. Questo sciacallaggio digitale è il peggior nemico del cambiamento: lanciare allarmi infondati non fa altro che screditare le critiche legittime contro il sistema industriale. Non si difende la salute pubblica, del consumatore e del benessere animale urlando bufale su tecnologie inesistenti (come i vaccini a RNA nei polli), ma: * Analizzando con dati scientifici trasparenti e rigorosi i profili regolatori e le tecnologie reali, senza filtri ideologici, mistificazioni o asimmetrie informative. * Promuovendo un modello dove l’animale non sia una macchina da produzione, ma un essere vivente integrato in un ecosistema. La risposta di lungo periodo non è un nuovo vaccino o un nuovo antibiotico, ma una scelta di civiltà: mangiare meno carne, ma che sia carne sana, biologica e rispettosa della vita. AsSIS
June 5, 2026
Pressenza
Tutti “pazzi” per i videogiochi
Il mercato dei videogiochi in Italia nel 2025 si conferma stabile. Dopo la crescita degli ultimi anni, il settore entra in una fase di consolidamento, mentre si trasformano le modalità di consumo: gli italiani giocano di più e in modo diverso, con un crescente ricorso a modelli digitali, mobile e servizi in abbonamento. È quanto emerge dal rapporto “I videogiochi in Italia nel 2025”, realizzato da Ipsos per IIDEA (Italian Interactive & Digital Entertainment Association), l’associazione che rappresenta l’industria del videogioco, presentato di recente a Roma, nell’ambito di un evento dedicato all’evoluzione del settore tra innovazione digitale, nuove forme di fruizione e tutela dei giocatori. I videogiocatori in Italia sono 14,2 milioni, un dato sostanzialmente in linea rispetto all’anno precedente. A crescere è invece il tempo dedicato al videogioco, che raggiunge una media di 7 ore e 53 minuti a settimana. Il coinvolgimento supera le 9 ore settimanali tra gli uomini, si attesta sopra le 5 ore tra le donne e arriva fino a 15 ore tra gli adolescenti (12–17 anni). Il pubblico resta prevalentemente maschile (60%) e giovane, con circa il 60% degli utenti sotto i 35 anni. Nel 2025 il mercato italiano dei videogiochi vale circa 2,4 miliardi di euro, in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente (-1%). A trainare i ricavi sono i contenuti software, che rappresentano il 77% del totale con circa 1,8 miliardi di euro (-1%). Il comparto hardware mostra dinamiche differenziate: le console crescono del 3% sfiorando i 400 milioni di euro, mentre gli accessori scendono del 5% a 152 milioni. È lo smartphone il dispositivo più diffuso, con 11,1 milioni di giocatori e 929 milioni di euro di ricavi, pari a oltre metà del mercato software. Le console invece coinvolgono 6,5 milioni di utenti e rappresentano la piattaforma con il più alto livello di engagement (circa 6 ore settimanali), generando 643 milioni di euro, mentre il PC resta più di nicchia, con 3,7 milioni di giocatori e 111 milioni di euro di ricavi. Il mercato dei videogiochi completi (console e PC) vale circa 560 milioni di euro. Il digitale rappresenta il 59% del totale (328 milioni di euro), mentre il formato fisico pesa ancora per il 41% (231 milioni di euro). Nel fisico, il retail dei nuovi prodotti incide per il 31% (174 milioni di euro), mentre l’usato vale il 10% (58 milioni di euro). Il quadro evidenzia una progressiva crescita del digitale, ma anche la persistenza di un ecosistema fisico ancora significativo. Si consolida il modello degli abbonamenti, che nel 2025 genera 153 milioni di euro: il 59% legato alle console, il 35% a singoli giochi o publisher e il 6% al mobile. Il dato conferma la transizione verso modelli di fruizione continuativa e servizi. Le classifiche dei videogiochi più venduti confermano la centralità dei grandi brand internazionali, con titoli come EA SPORTS FC 26, EA SPORTS FC 25, Grand Theft Auto V, Hogwarts Legacy e Red Dead Redemption 2 tra i più diffusi. Tra le nuove uscite si distinguono EA SPORTS FC 26, Battlefield 6 e Assassin’s Creed Shadows, che hanno rapidamente conquistato il pubblico. Il Rapporto evidenzia come i videogiocatori si informino sempre più attraverso canali digitali e social. Il 24% utilizza YouTube e piattaforme video, il 23% i social media e il 22% siti specializzati, mentre una quota simile si affida al confronto diretto con amici e familiari. Gli influencer incidono per il 10%. YouTube resta il principale punto di riferimento (23%), seguito da WhatsApp (18%), Instagram (17%), Facebook (14%) e TikTok (13%). Cresce anche il ruolo dello streaming, con YouTube Gaming (14%) e Twitch (10%) tra le piattaforme più utilizzate per contenuti live e on-demand. “Il 2025 conferma un mercato in fase di consolidamento nei valori – ha sottolineato Cédric Mimouni, Vice presidente di IIDEA – ma in profonda evoluzione sul piano dei comportamenti e dei modelli di consumo. La crescente centralità del digitale, l’espansione dei servizi in abbonamento e l’aumento del tempo di utilizzo indicano una trasformazione strutturale che sta ridisegnando le modalità con cui i videogiochi vengono fruiti e monetizzati. In questo scenario, il settore si conferma una componente sempre più rilevante dell’economia dell’intrattenimento, con prospettive di crescita legate alla capacità di innovare, rafforzare la competitività e offrire maggiore valore al pubblico”. E la direttrice generale e consigliera delegata di IIDEA, Thalita Malagò, ha aggiunto: “La presentazione del rapporto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha rappresentato un momento confronto tra istituzioni e industria sui principali temi del settore, dall’evoluzione dei modelli di business alla sicurezza dei giocatori online, anche alla luce delle nuove politiche digitali europee e degli aggiornamenti del sistema PEGI. In un contesto in trasformazione, resta centrale garantire un equilibrio tra la tutela del pubblico e un quadro competitivo capace di sostenere lo sviluppo del settore in Italia e in Europa”. Giovanni Caprio
June 2, 2026
Pressenza
I principi che definiscono lo “spazio digitale sicuro per i minorenni”
L’UNICEF ha accolto con favore l’accordo storico raggiunto dai ministri del G7 responsabili del digitale e della tecnologia sui principi comuni per uno spazio digitale più sicuro per i bambini: è la prima volta che le maggiori economie mondiali si allineano su un approccio condiviso alla sicurezza dei minori online. Nel documento, G7 Common Set of Principles defining a safer and more secure digital space for minors, sono enunciati i principi e specificati: * impegni in materia di sicurezza e privacy sin dalla progettazione (by design), * soluzioni di verifica dell’età efficaci, affidabili, basate sul rischio, appropriate e rispettose dei diritti, * sistemi di raccomandazione (recommender systems) che privilegiano la sicurezza e il benessere dei bambini rispetto al coinvolgimento, * un intervento urgente contro gli abusi sessuali sui minori generati dall’intelligenza artificiale. “Questo è un momento cruciale per i bambini. Per la prima volta, le maggiori economie mondiali hanno concordato un obiettivo comune: garantire la sicurezza dei bambini online – ha dichiarato Kitty van der Heijden, vicedirettrice generale dell’UNICEF – Ciò che conta ora è trasformare questi principi ambiziosi in obblighi concreti per le aziende le cui scelte di progettazione e governance plasmano le esperienze quotidiane dei bambini, e farlo rapidamente. I pericoli online non sono inevitabili, sono il risultato di scelte di progettazione e governance, e tali scelte possono essere modificate. Siamo stati troppo lenti con i social media. Con l’IA già presente nei feed e nelle aule dei bambini, abbiamo una finestra di opportunità ristretta per agire nel modo giusto, integrando la sicurezza fin dall’inizio, non aggiungendola a posteriori”. Con oltre 100 milioni di bambini che vivono nei paesi del G7 e altri miliardi che utilizzano piattaforme plasmate da questi mercati, l’accordo offre un’occasione unica per garantire tutele a ogni bambino. L’UNICEF invita ora i membri del G7 e l’industria a passare rapidamente dai principi all’azione, pubblicando e attuando il piano di implementazione concordato con scadenze chiare e responsabilità definite. Con la più ampia base di dati al mondo sui danni online, l’UNICEF è pronta a sostenere i governi, l’industria e i partner nel trasformare questo accordo in un cambiamento concreto per i bambini. In vista degli incontri, l’UNICEF ha fornito ai ministri dati globali sui danni online e sulle risposte efficaci. UNICEF
June 2, 2026
Pressenza
Nessun filtro etico basta
L’enciclica sull’IA e il vuoto della finanza responsabile Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato Magnifica Humanitas, la sua prima enciclica, dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Oltre duecento pagine, cinque capitoli, un arco che va dalla diagnosi teologica alla prescrizione politica. Il documento afferma, al paragrafo 9, la tesi che regge l’intero testo: la tecnologia non è mai neutrale, perché assume le caratteristiche di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la usa. In una sola frase Leone XIV smonta l’argomento preferito della Silicon Valley — la tecnologia come forza autonoma e imparziale — e la ricolloca nel perimetro della responsabilità umana. Tre mesi prima, a febbraio 2026, la banca vaticana — lo IOR, l’Istituto per le Opere di Religione — aveva annunciato il lancio di due nuovi indici azionari: il Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles e il Morningstar IOR US Catholic Principles. Nella top 10 del paniere in dollari figurano Meta Platforms, Alphabet, Tesla, Amazon, Apple, Nvidia, JP Morgan, Broadcom e Micron. Nvidia — l’azienda i cui chip sono l’infrastruttura materiale di quasi tutto ciò che l’enciclica mette in guardia — certificata come investimento cattolicamente virtuoso. La contraddizione è reale e merita di essere osservata con attenzione. Ma fermarsi lì — alla contraddizione istituzionale della Chiesa — rischia di far perdere di vista qualcosa di più importante. Il problema non è il Vaticano I criteri degli indici IOR escludono dall’universo investibile aborto, armi, energie fossili, gioco d’azzardo. Meta vende pubblicità, Amazon vende prodotti online, Nvidia produce chip: nessuna di queste attività rientra nelle categorie escluse. Ecco perché passano il filtro. Lo IOR non ha applicato i criteri in modo disonesto. Il problema è che quei criteri — come tutti i criteri dell’investimento socialmente responsabile — sono stati costruiti per rispondere a un problema che non è più il problema centrale. La finanza etica nasce storicamente per escludere i settori del vizio e della guerra. I Quaccheri del Settecento rifiutavano di finanziare la tratta degli schiavi. I movimenti degli anni Settanta costruivano i primi screening sul tabacco, sull’apartheid, sulle armi nucleari. L’ESG moderno ha affinato quegli strumenti aggiungendo criteri ambientali e di governance. Ma tutta questa architettura presuppone che il male economico sia localizzabile in un settore, in un prodotto, in una categoria merceologica. Presuppone che ci sia un “dentro” e un “fuori” abbastanza distinguibili da separare con un filtro. L’enciclica di Leone XIV dice che questa distinzione, nell’economia digitale, non esiste più. Chi controlla i modelli di AI rischia di imporre anche una propria “visione morale” del mondo, trasformando gli algoritmi in infrastrutture invisibili del potere. Il potere contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso il controllo territoriale o militare, ma attraverso il controllo cognitivo. Chi governa gli algoritmi può influenzare percezioni, desideri, priorità, consumi, opinioni pubbliche e persino il concetto stesso di verità. Non si tratta di un settore produttivo che si può escludere. Si tratta di una logica che attraversa l’intera economia, che abita nei modelli di business delle piattaforme di comunicazione, nella gestione dei dati sanitari, nella mediazione algoritmica del lavoro, nella profilazione che orienta il credito e le assunzioni. Un filtro settoriale non tocca tutto questo. Non è concepito per farlo. La finanza etica e il suo soffitto strutturale Non è un’accusa allo IOR, né al paradigma ESG in quanto tale. Questi strumenti hanno prodotto pressioni reali su pratiche aziendali reali: politiche ambientali più stringenti, rendicontazione sulla catena di fornitura, riduzione dell’esposizione a certi rischi reputazionali. Ma operano sulla superficie — sui comportamenti dichiarati delle imprese — e non riescono a toccare la struttura profonda: il fatto che poche grandi entità private controllano infrastrutture, capacità di calcolo e dati, sfuggendo al controllo democratico. Il caso IOR lo rende visibile con una chiarezza che raramente si trova in un solo esempio. Se persino la più antica istituzione morale del mondo occidentale, dotata di indipendenza dagli azionisti e di una vocazione esplicitamente profetica, non riesce a costruire un portafoglio di investimenti coerente con la propria dottrina appena formulata — non per malafede, ma perché gli strumenti disponibili non sono all’altezza del problema — allora il difetto non è nella singola istituzione. È nel paradigma. Che cosa servirebbe, invece Magnifica Humanitas lo dice con una precisione che raramente si trova nei documenti istituzionali: non framework volontari, ma governance con capacità di enforcement. L’enciclica chiede regole internazionali, trasparenza e una governance pubblica più forte. Chiede anche che i dati siano gestiti come bene comune, poiché sono frutto della collettività. Queste non sono richieste nuove. Le fanno da anni i movimenti per i diritti digitali, le organizzazioni della società civile che lavorano sull’AI Act europeo, i ricercatori che studiano l’impatto sociale dell’automazione sul lavoro. L’enciclica le porta in un registro diverso — quello dell’autorità morale globale — ma il contenuto è convergente con battaglie che si combattono da molto prima in spazi molto meno solenni. Il merito del documento non è nell’originalità delle soluzioni. È nell’aver nominato con chiarezza, e ad alta voce, il nodo che la finanza etica non riesce a sciogliere: il problema del potere nell’economia digitale non è riducibile a una lista di settori proibiti. Richiede strumenti di governo del tutto diversi da quelli che i mercati finanziari mettono a disposizione. E che finché quei strumenti non esistono — o non vengono costruiti con la necessaria forza vincolante — chiunque voglia operare dentro il sistema globale, compreso il Vaticano, finirà per certificare come virtuose le stesse strutture che denuncia come problematiche. Il paradosso non è della Chiesa. È del tempo in cui viviamo. Fonti • Giuseppe Aceto, “Nvidia è un’azienda cattolica” Debug dei Desideri – Substack • Comunicato stampa IOR Istituto per le Opere di Religione • Enciclica Magnifica Humanitas Vatican.va • Approfondimenti e articoli correlati Agenda Digitale Il Sole 24 Ore – InfoData AgenSIR Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
Porre fine al capitalismo digitale per la sopravvivenza dell’umanità
IL TECNOPOLIO E LA SOVRANITÀ ESPROPRIATA: LA SFIDA DI LEONE XIV ALLE DEMOCRAZIE Con la pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas, la spinta che arriva dal Vaticano rompe gli indugi e si posiziona al centro della mappa geopolitica contemporanea. I paragrafi dal n. 188 al n. 209, raccolti sotto il titolo “La cultura della potenza”, non sono una collezione di pie esortazioni spirituali, ma una lucida, quasi spietata, analisi di classe del capitalismo digitale globale. Il Papa mette sotto accusa il nucleo forte del potere tecnocratico moderno, definendo il “Tecnopolio” come la più grave minaccia alla sovranità dei popoli. Quando un pugno di multinazionali private della Silicon Valley o di Pechino controlla i flussi di dati e i codici algoritmici che governano la vita collettiva, lo Stato democratico viene svuotato dall’interno. Per l’attivismo progressista, questo testo è un potente acceleratore concettuale: la transizione digitale non è un processo neutro né un’evoluzione inevitabile della tecnica, ma un terreno di scontro politico e sociale in cui i valori della cittadinanza rischiano di essere sottomessi alla logica del profitto e del controllo privatistico. L’agenda che ne deriva per i governi progressisti è chiara: riprendere in mano la funzione legislativa attraverso una governance pubblica della tecnologia, spezzando i monopoli dei Big Data prima che esautorino definitivamente le istituzioni nate dal suffragio universale. CONTRO LA GUERRA ALGORITMICA: LA DEMOCRAZIA OLTRE IL CALCOLO MILITARE Il passaggio più radicale della sezione riguarda l’avvento della guerra automatizzata e dei sistemi d’arma letali autonomi. La denuncia della deumanizzazione dei conflitti colpisce al cuore le dottrine strategiche delle superpotenze, che vorrebbero derubricare l’uso dei droni e dell’IA militare a mera ottimizzazione statistica o simulazione asettica. Sottrarre la decisione sulla vita e sulla morte all’arbitrio umano per affidarla a un calcolo matematico non è solo un abominio etico, ma la distruzione del principio di responsabilità giuridica su cui poggia il diritto internazionale. Questo monito investe in pieno le responsabilità delle forze politiche globali, costringendole a schierarsi. L’enorme bacino elettorale cattolico — oltre un miliardo di votanti, concentrati soprattutto nelle aree del mondo storicamente più esposte allo sfruttamento coloniale e alle guerre per procura — riceve un mandato preciso: misurare la credibilità dei programmi politici sulla base del loro impegno per il disarmo tecnologico e la messa al bando delle armi autonome. Per la sinistra e i movimenti per i diritti civili, si apre lo spazio per una convergenza transnazionale capace di imporre trattati internazionali vincolanti, bloccando i finanziamenti pubblici alla ricerca bellica digitale e contrastando i sistemi di sorveglianza algoritmica di massa che minacciano il dissenso politico e i diritti dei cittadini. ECOLOGIA COGNITIVA E AUTODETERMINAZIONE DEI CITTADINI L’analisi papale si chiude affrontando i meccanismi di manipolazione del consenso tramite la profilazione psicometrica e la diffusione di disinformazione generativa. La manipolazione dei mercati elettorali tramite algoritmi opachi non è solo una distorsione della concorrenza, ma una vera e propria “colonizzazione culturale” che distrugge la libertà psicologica dell’elettore e riduce la democrazia a un simulacro. La risposta indicata dall’enciclica richiede la difesa dell’autodeterminazione delle comunità locali contro l’omologazione consumistica imposta dalle piattaforme. Ciò si traduce nella necessità di riforme strutturali radicali: legislazioni antitrust radicali per i giganti tecnologici, trasparenza totale sui codici sorgente utilizzati nelle piattaforme pubbliche e tutele sindacali e sociali eque per respingere l’automazione selvaggia del lavoro. In sintesi, i paragrafi 188-209 della Magnifica humanitas sottraggono la transizione digitale all’esclusivo monopolio del mercato e degli eserciti, elevandola a massima questione politica e umanitaria del nostro tempo. Per la prospettiva che guida le azioni del Comitato Costituzione Attiva si può dire che la politica della Chiesa Cattolica è la più forte promotrice dell’attuazione dell’art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana e della sua estensione su scala mondiale, non con parenesi morali, ma orientando verso politiche di interventi strutturali con misure vincolanti. Giancarlo Pisanu [1], Componente del “Comitato Costituzione Attiva” di Sassari [1] Laurea in Ingegneria Mineraria. Ph. D. Dottorato di Ricerca in Ingegneria delle Risorse del Sottosuolo. Diploma de Studiis Philosophicis (biennale) e Baccalureatus in Sacra Theologia Gradum (quinquennale) presso Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna – Cagliari. Ricercatore senior in modellistica numerica e statistica applicata. Ultimo lavoro del 2025, “L’Intelligenza Artificiale da una prospettiva etica”. Redazione Sardigna
May 26, 2026
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Magnifica Humanitas: un’enciclica sull’IA che merita lettura critica
Leone XIV mette l’intelligenza artificiale al centro della Dottrina sociale della Chiesa. Il documento contiene analisi politicamente rilevanti. Ma va letto sapendo da dove viene quella tradizione. Il 15 maggio 2026, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum, Leone XIV ha firmato la Magnifica Humanitas. La data non è casuale e il riferimento non è neutro. Leone XIII, nel 1891, aveva pubblicato il documento che avrebbe fondato la cosiddetta Dottrina sociale della Chiesa: un testo che la narrazione cattolica progressista ha trasformato nel tempo in una sorta di manifesto ante litteram dei diritti dei lavoratori, ma che nacque con tutt’altra funzione. Il movimento operaio organizzato — socialismo scientifico, anarchismo, sindacalismo rivoluzionario — stava conquistando forza e consenso di massa. La Chiesa rischiava di perdere le classi popolari. La Rerum novarum fu anzitutto una risposta difensiva: riconosceva qualcosa — la dignità del lavoro, il salario giusto — per bloccare qualcos’altro, cioè la lotta di classe e l’organizzazione autonoma del proletariato. Difendeva la proprietà privata come diritto naturale contro qualsiasi ipotesi di socializzazione, proponeva la collaborazione tra classi come alternativa allo sciopero, limitava l’intervento dello Stato in nome di un ordine che tutelava strutturalmente i proprietari — inclusa la Chiesa, tra i maggiori latifondisti d’Europa. Partire da qui non è un esercizio di anticlericalismo. È necessario per leggere la Magnifica Humanitas con gli occhi giusti: non come il compimento di un percorso sempre progressivo, ma come un documento che eredita contraddizioni storiche che nessuna buona volontà pontificia cancella per decreto. Detto questo, il testo merita una lettura seria, perché contiene — intrecciata con la teologia — un’analisi politica e istituzionale dell’intelligenza artificiale che pochi documenti laici hanno finora eguagliato per coerenza sistematica. L’ARCHITETTURA DEL DOCUMENTO Il testo si costruisce su due icone bibliche contrapposte. Da un lato Babele: opera grandiosa, concepita sull’orgoglio dell’autosufficienza, destinata alla dispersione. Dall’altro Gerusalemme ricostruita da Neemia: il governatore che ascolta, prega, affida a ciascuna famiglia un tratto di muro, coordina senza imporre, ricostruisce la città pezzo per pezzo attraverso la responsabilità condivisa. La scelta che abbiamo davanti, dice il Papa, non è tra il sì e il no alla tecnologia, ma tra questi due modi di costruire. “Babele” nel testo ha un volto preciso: la concentrazione del potere computazionale in pochi attori privati transnazionali, la logica dell’efficienza come criterio assoluto, il paradigma tecnocratico che riduce la persona a dato da ottimizzare. “Gerusalemme” ha anch’essa un volto preciso: sussidiarietà, trasparenza algoritmica, accountability, accesso universale ai benefici dell’innovazione, protezione dei lavoratori invisibili che alimentano i modelli. Il documento è leggibile come analisi politica indipendentemente dalla fede che lo ispira. I primi due capitoli ripercorrono la Dottrina sociale da Leone XIII a Francesco in modo funzionale, non celebrativo. Servono a collocare l’enciclica in una continuità che legittima l’intervento pontificio su materie che potrebbero sembrare estranee alla teologia. Il risultato è che, quando al capitolo terzo il Papa inizia a parlare di IA, lo fa avendo già alle spalle centotrentacinque anni di riflessione sul rapporto tra capitale, lavoro e dignità umana. Non parte da zero. Parte da lontano. COSA DICE DAVVERO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Il capitolo terzo è il cuore teorico e il più esposto al dibattito. Leone XIV afferma che i sistemi di IA non vivono un’esperienza, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, responsabilità. Il loro apprendimento è “adattamento statistico”, non crescita interiore. È una posizione radicata nella tradizione tomista — l’intelligenza senza coscienza non è intelletto in senso proprio — ma che apre questioni legittime quando i sistemi diventano abbastanza complessi da simulare con inquietante precisione proprio ciò che il documento descrive come assente. La questione filosofica rimane aperta e il testo non la risolve: si limita ad assumere una risposta come premessa. La conseguenza pratica che l’enciclica ne trae è però politicamente rilevante indipendentemente dalla premessa filosofica: siccome i sistemi di IA non hanno coscienza morale, la responsabilità ricade interamente sugli esseri umani che li progettano, addestrano, autorizzano, impiegano. La catena della responsabilità deve restare identificabile e verificabile. Affidare a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa produrre ingiustizie ammantate di neutralità tecnica davanti alle quali è impossibile protestare. È una critica che qualsiasi regolatore potrebbe riconoscere come propria. C’è poi la categoria del “disarmare l’IA”, proposta con insistenza al numero 110: non rinunciare alla tecnologia, ma sottrarla alla logica della competizione armata — economica e cognitiva oltre che militare — renderla discutibile, contestabile, “abitabile”, restituirla alla pluralità delle culture umane invece di lasciarla diventare l’infrastruttura invisibile di una sola visione del mondo. Chi scrive il codice etico che governa i sistemi non sta compiendo un atto tecnico: sta compiendo un atto politico. Se quella scrittura resta monopolio di chi possiede dati e infrastrutture, diventa norma senza mai essere discussa. È un’osservazione che vale ben oltre il perimetro ecclesiastico in cui viene formulata. IL LAVORO CHE SCOMPARE E QUELLO CHE RIMANE INVISIBILE Il capitolo quarto è il più denso di implicazioni concrete. Il testo non nega che l’automazione possa liberare gli esseri umani da lavori gravosi, ripetitivi o pericolosi. Ma osserva con lucidità che i “nuovi modi di lavorare” non sono necessariamente migliori: spesso costringono i lavoratori ad adattarsi alla velocità delle macchine piuttosto che l’inverso, li sottopongono a sorveglianza automatizzata, li dequalificano relegandoli a funzioni rigide. Non è il futuro del lavoro che preoccupa il documento: è il presente. E poi c’è ciò che il testo chiama il “lavoro invisibile”: i milioni di persone impiegate nell’etichettatura dei dati, nella moderazione dei contenuti, nell’addestramento dei modelli. Spesso giovani, spesso donne, spesso in contesti di bassa tutela, per compensi minimi. A questo si aggiunge lo sfruttamento minerario per l’estrazione delle terre rare necessarie ai dispositivi su cui l’IA si regge: adolescenti e bambini che lavorano in condizioni pericolose perché il flusso del calcolo non si interrompa. Il documento collega esplicitamente questi due livelli — il lavoro cognitivo invisibile e quello fisico brutale — nella medesima catena di sfruttamento che sostiene l’economia digitale. Non basta invocare l’efficienza né celebrare i benefici dell’innovazione, se entrambi sono costruiti su questa catena deliberatamente tenuta nell’ombra. La mea culpa sulla schiavitù storica, contenuta nello stesso capitolo, è un gesto raro nel lessico istituzionale di qualsiasi organizzazione. Leone XIV chiede perdono a nome della Chiesa per il ritardo con cui la condanna formale arrivò — diciotto secoli di predicazione della dignità umana senza che quella predicazione producesse una condanna ufficiale e assoluta della schiavitù. Il gesto serve anche come argomento: la memoria delle complicità di ieri deve diventare vigilanza nel presente. Le nuove schiavitù digitali — la tratta facilitata dalle piattaforme, il lavoro forzato nelle filiere tecnologiche — non sono metafore. Sono catene di sfruttamento che richiedono la stessa fermezza che ha impiegato troppo tempo ad arrivare. LA GUERRA, L’IA E IL RIFIUTO DELLA DETERRENZA Il capitolo quinto è il più politicamente esposto. Il documento descrive una “normalizzazione della guerra” nel discorso contemporaneo: un cambio di paradigma in cui la guerra torna a essere presentata come strumento legittimo di politica internazionale mentre vengono erosi i criteri etici che ne avevano limitato l’uso. In questo quadro, l’IA bellica non è un problema tecnico: è il fattore che abbassa la soglia del ricorso alla forza, rende opache le responsabilità, comprime i tempi decisionali fino a rendere impossibile l’esercizio del giudizio morale. La posizione del Papa è senza ambiguità: non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abituandoci all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata. La deterrenza nucleare viene definita “convinzione errata” che alimenta una corsa agli armamenti difficilmente controllabile. Il superamento della teoria della “guerra giusta” — già avviato in Fratelli tutti — viene ribadito con riferimento esplicito ai sistemi d’arma autonomi. Sono posizioni nette, che mettono il documento in tensione con le dottrine di sicurezza di molti governi e con gli equilibri geopolitici in cui operano anche le Chiese nazionali. Leone XIV ne è evidentemente consapevole. Non arretra. COSA RIMANE DOPO LA LETTURA Magnifica Humanitas non si lascia ridurre a una lista di condanne o di aperture. La sua forza non sta nella novità delle singole proposte regolamentari, ma nella sistematicità con cui i cinque principi della Dottrina sociale — bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale — vengono applicati a ogni ambito: IA, lavoro, guerra, comunicazione, educazione, famiglia. Non c’è un’area lasciata al vago. Il limite più onesto che si può riconoscere al testo è la tensione tra l’universalità delle sue prescrizioni e la disomogeneità dei contesti in cui dovrebbero applicarsi. L’enciclica riconosce che non esiste un modello unico di cambiamento, ma enuncia principi che presuppongono sistemi istituzionali capaci di recepirli — sistemi che, in larga parte del mondo, semplicemente non esistono. Resta però una frase, al numero 109, che vale la pena portare con sé fuori dal testo. Parlare di sussidiarietà nell’era digitale, scrive il Papa, significa proteggere la capacità delle comunità di scegliere e correggere “senza relegare il loro intervento a una vigilanza, dopo che gli standard sono stati scritti altrove”. È una critica puntuale al modo in cui la governance algoritmica funziona oggi: le regole vengono scritte da chi ha i dati, le infrastrutture e il capitale computazionale; le comunità vengono consultate dopo, quando le scelte fondamentali sono già irreversibili. Quella frase non viene dalla teologia. Viene dall’osservazione di ciò che accade. E per questo vale, indipendentemente da tutto il resto — e indipendentemente da chi la pronuncia. Francesco Russo
May 26, 2026
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