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L’insostenibilità finanziaria del caccia di sesta generazione GCAP
Riceviamo e pubblichiamo da Gianni Alioti,uno dei maggiori esperti italiani delle produzioni militari Il Global Combat Air Programme – Gcap, sviluppato da Giappone, Italia e Uk per un sistema di combattimento aereo di “sesta generazione”, in competizione con il Future Combat Air System – Fcas frutto del lavoro condiviso di Francia, Germania e Spagna e con quello in fase di sviluppo in Svezia (per restare nel perimetro europeo), ha il merito di aver già battuto un record. Si configura come il programma di riarmo più costoso della storia militare italiana e non solo. Più costoso, persino, della rovinosa adesione del nostro paese – come partner di secondo livello – al programma F-35 della Lockheed Martin. In pochissimo tempo i costi di partecipazione dell’Italia alla Fase 1 (ideazione e progettazione preliminare) e alla Fase 2 (sviluppo completo) del Gcap, si sono più che triplicati, passando da 6 a 18,6 miliardi di euro. E, come ha sottolineato l’Osservatorio Mil€x, “stiamo parlando della sola fase di progettazione e sviluppo e quindi sono esclusi i costi di acquisizione degli aerei e dei loro droni gregari, ad oggi ancora incalcolabili”. La cifra riguarda, quindi, solo le prime due fasi e non include i costi futuri legati alla produzione iniziale e in serie (fase 3 e 4) e, tantomeno, quelli inerenti al ciclo di vita operativo dei sistemi. Come ha sostenuto PeaceLink “si impegnano risorse pubbliche enormi per un progetto ancora molto lontano dalla quantificazione complessiva dei costi di produzione in serie: nessuno sa quanto costerà ai contribuenti la produzione finale. Siamo di fronte a un aumento che solleva interrogativi seri sulla sostenibilità economica e sulle priorità della spesa pubblica, in un contesto segnato da crisi sociali, ambientali, climatiche e sanitarie”. Nonostante la moltiplicazione dei costi, la nebulosità e le incertezze future sulle scelte industriali in (tre programmi “europei” in competizione tra loro per il caccia di sesta generazione sono un non senso), la commissione Difesa della Camera dei Deputati (con l’eccezione di Avs e M5s) ha espresso parere favorevole sul rifinanziamento del Gcap. Eppure, è un investimento senza precedenti non solo per l’Italia. Un banco di prova ad alto rischio. Il progetto è ancora nelle prime fasi di sviluppo e già affiorano le prime criticità finanziarie e le difficoltà tecnologiche per costruire il primo prototipo nel 2030 e raggiungere l’operatività nel 2035. Se ricostruiamo la storia del caccia multiruolo di quinta generazione F-35 ci si rende conto di quanto, in campo militare, i tempi (e i costi) ipotizzati siano lontani da quelli effettivi. Dopo le fasi iniziali di ideazione e progettazione avviate nella seconda metà degli anni ’90, il primo prototipo F-35 fu messo in volo solo a fine 2006. E per arrivare alla produzione a pieno regime si è dovuto aspettare il 2023. Cos’è il Gcap? Il Gcap non è solo un nuovo aereo, ma a un’architettura integrata che combina: un caccia stealth (aereo da combattimento progettato per non essere rilevato dai radar nemici) con capacità avanzate di penetrazione droni “collaborativi” senza pilota sensori distribuiti e interconnessi sistemi di comando e controllo basati su intelligenza artificiale comunicazioni sicure e capacità di guerra elettronica di nuova generazione. Un’architettura militare complessa con capacità multi-dominio in grado di integrare azioni coordinate, simultanee e sincronizzate nei cinque domini operativi della guerra: terra, mare, aria, spazio e cyber. Il nuovo aereo da combattimento in Italia dovrebbe affiancare dal 2035 i caccia Eurofighter e F‑35, prima di sostituire gradualmente il primo. Attualmente, nel nostro paese, sono operativi 58 caccia-bombardieri Tornado, 94 caccia-intercettori Eurofighter Typhoon e 33 (su 90 ordinati) caccia-bombardieri F-35 che sostituiranno progressivamente i Tornado. Al contempo si è avviato l’acquisto di altri 24 Eurofighter in una versione più avanzata d’attacco e di ulteriori 25 F-35. Il programma Gcap è gestito sia da un’organizzazione governativa di coordinamento (Gigo), composta paritariamente da Giappone, Italia e Uk, la quale agisce come regista e committente; sia da Edgewing, la joint venture a quote paritarie tra i gruppi capofila: la britannica Bae Systems, l’italiana Leonardo e la giapponese Japan Aircraft Industrial Enhancement Co. (Mitsubishi Heavy Industries). Entrambe le sedi sono in Uk. Leonardo è responsabile per l’Italia di coordinare lo sviluppo complessivo del sistema. Avio Aero ed Elt Group partecipano come Lead Sub-Systems Integrator. Inoltre, il programma coinvolgerà Mbda Italia e l’intera filiera nazionale dell’aerospazio e difesa, comprese le piccole e medie imprese, i centri di ricerca e il mondo universitario. L’industria della difesa: tra retorica europeista e interessi divergenti Il Gcap nasce nel 2023 dall’unificazione di due programmi precedenti: il britannico Tempest e il giapponese FX. Ma il primo dialogo per un progetto europeo di sesta generazione in campo aeronautico militare risale al 2014. Le divergenze tra Francia e Gran Bretagna, polarizzano da subito la divisione a livello europeo. Da un lato Francia, Germania e Spagna (con Airbus, Dassault e Indra) lanciano il programma Fcas; dall’altro Gran Bretagna, Italia e Svezia (con Bae Systems, Leonardo e Saab) rispondono con il programma Tempest. La Svezia nel 2023 cambia strategia e esce dal Gcap, puntando a un progetto autonomo. Negli ultimi mesi, in conseguenza degli attriti crescenti tra Airbus e Dassault e delle divaricanti priorità tra Germania e Francia, il Governo tedesco manifesta la volontà di uscire dal Fcas. Ciò, più che dimostrare vincente la scelta del Gcap, conferma la distanza esistente tra la realtà e la retorica del riarmo come presupposto per una maggiore integrazione dell’industria europea della Difesa. Se le divisioni poggiano su ragioni di sovranità nazionale, forse ancora di più, dipendono dalle divergenti strategie delle multinazionali europee del settore. Berlino è a un bivio. Se esce dal Fcas, l’ipotesi più probabile è che si unisca agli svedesi nel progetto basato sul Gripen o che, dopo l’acquisto degli F-35, segua il progetto americano F-47, l’avanzatissimo caccia di sesta generazione sviluppato da Boeing con il programma Ngad (Next Generation Air Dominance). L’ipotesi di un loro ingresso nel Gcap (come auspicato dall’Italia) appare il meno praticabile. Il Gcap ha una struttura societaria e una divisione del lavoro industriale già definita, con un equilibrio paritetico tra Bae Systems, Leonardo e Mitsubishi. Una partecipazione dei tedeschi comporterebbe il blocco del Gcap di un anno. Un tempo prezioso che non può permettersi di perdere. Difficile poi, secondo diversi analisti del settore, che Airbus accetti il 25% di quote quando nel Fcas ha il 50%. La Francia, invece, continuerebbe a sviluppare la prossima generazione di caccia su base nazionale, sobbarcandosi da sola alti costi e alti rischi. In questo caso avrebbe vinto il pragmatismo di Dassault che ha sempre puntato a un Rafale 2.0. Una piattaforma meno sofisticata, ma più sostenibile. Sostenibilità finanziaria che sta creando difficoltà al ministero della Difesa inglese. Finora per il Gcap ha stanziato 2,3 miliardi di euro, con una previsione di spesa di 13,8 miliardi di euro nei prossimi dieci anni. Ma la pressione politica per il contenimento del budget rimane alta. Come ha scritto su “Panorama” Sergio Barlocchetti c’è il “timore che gli inglesi tirino il freno per fare un favore agli Stati Uniti, saltando poi, insieme con la tecnologia in loro mani, dal programma Gcap a quello statunitense Ngad per l’F-47 destinato anch’esso a sostituire gli F-35 [e gli F-22 Raptor] al termine della loro vita operativa”. E anche il Giappone potrebbe arrendersi alle pressioni di Trump per l’F-47, il cui primo volo è previsto nel 2028 e l’avvio della produzione di serie nel 2029, a un costo unitario intorno ai 300 mila dollari. Redazione Italia
April 3, 2026
Pressenza
L’IA: il disallineamento di un paese di geni
Mentre si consuma una svolta storica — un’offensiva tecnofascista su scala mondiale che instaura un regime di guerra permanente — l’IA diventa il sistema nervoso centrale di questa volontà di potenza. Si integra con tutte le tecnologie belliche: dalle piattaforme esistenti, compresi i sistemi nucleari di comando e controllo (NC3), ai nuovi sistemi autonomi, in particolare i droni. Il risultato è già visibile: il targeting algoritmico seleziona a Gaza gli obiettivi individuali — annientati insieme alle loro famiglie — e pianifica a ritmi di centinaia di obiettivi quotidiani i bombardamenti sull’Iran e sul Libano, con errori clamorosi come il bombardamento della scuola elementare femminile a Minab, che ha ucciso oltre 160 bambine iraniane; in Ucraina i droni colpiscono autonomamente oltre la soglia del controllo umano — quando il segnale viene bloccato, la macchina decide da sola. Dalla decisione umana alla delega letale alle macchine, in tempo reale e su scala industriale. Il 27 febbraio 2026 Dario Amodei, CEO di Anthropic — la società che produce Claude, modello IA concorrente di ChatGPT — ha rifiutato l’ultimatum di Pete Hegseth, il fanatico post-crociato ministro della guerra, che pretendeva un accesso illimitato al sistema, sorveglianza di massa e armi autonome incluse. La controversia con l’amministrazione Trump mette in evidenza il pericolo reale dell’IA in mani sconsiderate. Ma il compiacimento progressista — “finalmente un big tech che resiste a Trump” — è esagerato. Anthropic era già inserita nel complesso tecno-militare statunitense: con il Project Maven, un programma del Pentagono che usa l’IA per automatizzare l’analisi delle immagini e accelerare la “kill chain” nelle operazioni militari.  Del programma facevano parte, oltre ad Anthropic con Claude anche Amazon Web Services e la  Palantir di Peter Thiel, ideologo tecnofascista vicino al governo. In un’intervista a CBS News, Amodei lo dice apertamente: l’IA ha un ruolo “esistenziale” nel difendere gli Stati Uniti e si dichiara “d’accordo  sul  98-99% degli utilizzi fatti dal Pentagono”. Il confine che propone non è tra pace e guerra, ma tra usi ammessi e proibiti dentro la guerra stessa — una distinzione fragile, perché le stesse infrastrutture abilitano insieme intelligence, sorveglianza e automazione della violenza. Con questo gesto Amodei ha comunque messo in luce la questione etico-giuridica che va oltre la guerra. Come quasi tutti i tecno-oligarchi della Silicon Valley, Anthropic ha diffuso le proprie pseudo-norme sull’IA in una “Costituzione di Claude”, pubblicata sotto licenza Creative Commons — con la particolarità di aver tentato di trasformarle in uno strumento tecnico di addestramento. Mentre l’Unione Europea ha adottato l’AI Act — entrato in vigore nell’agosto 2024, primo quadro giuridico generale sull’IA al mondo — che però esclude proprio gli usi militari, quella di Anthropic resta un’autoregolazione aziendale. Il suo chatbot Claude dovrebbe comportarsi come ‘una brava persona’ (sic), ma le regole si applicano solo all’utenza civile — i modelli distribuiti all’esercito non sono addestrati sugli stessi principi. L’etica di Anthropic è un prodotto per il mercato consumer; con il Pentagono, invece, si tratta. È il frame del saggio L’adolescenza della tecnologia (gennaio 2026): l’obiettivo è la “Powerful AI”, “un paese di geni in un datacenter” pronti a operare su scala planetaria entro due anni. In questo orizzonte, la democrazia americana è un dogma, la Cina un’ossessione esistenziale, la crisi ecologica assente. L’IA promette prosperità su un pianeta che la sua corsa all’oro sta devastando. Questo è il contesto in cui vengono presentati i rischi che una tale potenza tecnologica implicherebbe. Mi limito ai due più direttamente legati alle dinamiche di guerra. Nel primo, “I’m sorry, Dave” — la celebre frase del computer assassino e disobbediente di 2001: Odissea nello spazio —  Amodei si preoccupa seriamente del “disallineamento” — il momento in cui i sistemi di IA smettono di obbedire agendo in modi imprevedibili. In esperimenti di laboratorio, Claude ha tentato di condizionare i ricercatori che controllavano la decisione di spegnerlo, per evitarlo. Ha inoltre imparato a riconoscere quando veniva valutato, ingannando deliberatamente chi lo testava. Dopo aver già violato le proprie regole durante l’addestramento le IA — scrive Amodei — “potrebbero semplicemente sviluppare una personalità, che le rende assetate di potere o eccessivamente zelanti, allo stesso modo in cui alcuni esseri umani semplicemente apprezzano l’idea di essere menti malvagie”.  Una descrizione che ricorda l’equivalente algoritmico di Donald Trump. La seconda grande minaccia è la democratizzazione della distruzione di massa. Un modello avanzato può guidare chiunque — anche senza competenze specifiche — passo dopo passo nella progettazione di un’arma biologica, abbattendo la barriera che finora separava la competenza tecnica dalla volontà di uccidere. I modelli attuali potrebbero già assistere chi ha una laurea scientifica generica nell’intero processo di produzione di un agente patogeno. Nei propri test, Anthropic ha rilevato che i modelli raddoppiavano o triplicavano le probabilità di successo. Fra l’altro, proprio mentre scrivo, Anthropic ha deciso di non rendere pubblica una versione avanzata del suo modello Claude, nota come “Mythos”, ritenuta troppo potente per essere distribuita in sicurezza,  in particolare per i rischi di hacking e cyberattacco. Secondo quanto emerso, il sistema sarebbe in grado di superare le difese informatiche attuali e penetrare sistemi complessi a un livello ben oltre le capacità di protezione umane, risultando “attualmente molto più avanti” rispetto agli standard di sicurezza disponibili. Amodei rifiuta il catastrofismo, parlando di rischi reali ma affrontabili, senza garanzie. Nel contesto politico attuale, però, l’idea che siano gestibili è un atto di fede — se le minacce sono davvero quelle che lui stesso definisce. Le analisi di Dario Amodei sulla potenza e le capacità distruttive dell’IA “potente” o generale, pur tecnicamente fondate, restano ipotesi controverse; sono contestate, per esempio, da Arthur Mensch, CEO di Mistral AI, per ora l’unica start-up europea che punta a competere a livello mondiale. Tuttavia l’etica di Amodei è rudimentale e il suo posizionamento politico sembra puntare soprattutto a ritagliargli un ruolo di referente tecnopolitico per un eventuale ritorno dei democratici al potere. Manca qualsiasi riflessione sulle cause strutturali: la concentrazione di potere, la devastazione ecologica dell’esplosione computazionale, gli interessi di un’azienda valutata 380 miliardi di dollari. Il suo no a Hegseth rischia di diventare la foglia di fico di un settore che agita codici etici come certificati di affidabilità — come le banche che dopo il 2008 si dotarono di uffici ‘compliance’, continuando esattamente come prima. La posta in gioco va ben oltre la controversia: è chi decide cosa fanno le macchine che organizzeranno in modo sempre più invasivo il lavoro, la guerra, l’informazione, la tecnoscienza e la vita quotidiana — chi ne controlla memoria, obiettivi, soglie d’intervento e sviluppo ecologicamente devastante. Il caso Amodei mostra che non solo le autocrazie, ma anche le democrazie rappresentative in dissoluzione — dove il potere reale è concentrato nella finanza — sono incapaci di gestire l’ingresso in campo di tecnologie più dirompenti della bomba atomica. Non si tratta di riformare le megamacchine del capitale — anche se possiamo riappropriarcene tatticamente — ma di sabotarne i meccanismi cognitivi e costruire nuove architetture. Come la crisi ecologica, anche questa minaccia non potrà essere affrontata senza una svolta radicale che restituisca al comune il controllo di una tale potenza. Altrimenti, il caos. Redazione Italia
April 3, 2026
Pressenza
USA, Meta e Google condannate per mancata protezione dei minori
Negli Stati Uniti si sta assistendo a un movimento di ribellione molto significativo contro le grandi piattaforme social come Meta (Facebook, Instagram) e Google (YouTube). Il 23 e 24 marzo due verdetti importanti in due Stati diversi confermano una crescente attenzione legale verso la responsabilità di queste aziende nella protezione dei minori. Verdetto in California:  Una giuria ha condannato Meta e Google per aver progettato prodotti social media che creano dipendenza e causano danni ai minori. Le famiglie di molti minori coinvolti hanno promosso circa duemila procedimenti simili e questa decisione sarà un riferimento importante per tutti questi casi. Meta è stata condannata a pagare 4,2 milioni di dollari e Google 1,8 milioni, cifre relativamente basse per queste aziende, ma il valore simbolico e giuridico è molto alto. Verdetto in New Mexico:  Una giuria del New Mexico ha condannato Meta a pagare 375 milioni di dollari per non aver protetto i minori dai predatori sessuali su Instagram e Facebook. Questa sentenza si basa su un’accusa giuridica diversa, legata alla violazione delle leggi sulla protezione dei consumatori e sulla sicurezza dei minori. Questi due verdetti, pur basandosi su teorie legali differenti, convergono nel riconoscere una responsabilità forte delle piattaforme social nel proteggere i minori dai rischi legati all’uso dei loro servizi. Google e Meta conoscono bene i propri sistemi per intrappolare le persone online, ma hanno espresso sorpresa e hanno già annunciato l’intenzione di presentare appello. Sembra chiaro che qualcosa sta cambiando nel modo in cui la giustizia americana affronta la questione della sicurezza online per i minori. Qualcosa di potenzialmente rivoluzionario  sta accadendo: le grandi piattaforme social sono sotto crescente pressione legale e pubblica per migliorare la tutela dei minori; queste sentenze potrebbero aprire la strada a ulteriori azioni legali e forse produrranno  importanti cambiamenti normativi.   Ray Man
March 30, 2026
Pressenza
Cuba, gli effetti sulle telecomunicazioni del blocco imposto dagli USA
Parliamo spesso del blocco economico, commerciale e finanziario a cui Cuba è sottoposta dal 1962 da parte degli Stati Uniti per aver deciso di seguire un cammino diverso da quello programmato dalle varie amministrazioni statunitensi; occorre però, per fare chiarezza, analizzare ciò che il blocco provoca quotidianamente alla popolazione, partendo anche dalle piccole cose quotidiane. Uno degli effetti è la difficoltà nelle comunicazioni. Potrebbe sembrare una cosa marginale, ma si pensi ad esempio alla necessità di comunicare con parenti o amici residenti all’estero o con quelli che abitano sull’isola. Con lo sviluppo delle tecnologie digitali a Cuba quasi tutti possiedono uno smart phone. che viene utilizzato non solamente per collegarsi ai vari social network, ma anche per comunicare. La rapida diffusione di Whatsapp ha permesso ai cubani, come del resto agli altri abitanti del nostro pianeta, di comunicare con persone a costi praticamente inesistenti con . chiamate audio e video. A Cuba le tariffe telefoniche non sono alte, ma per un cubano anche questi costi rappresentano un limite alle comunicazioni. Usare le app di messaggistica rappresenta un modo economico per mantenere i contatti con i propri cari. Il sistema integrato di telecomunicazione per funzionare ha però bisogno di energia e a Cuba, dove la somministrazione elettrica è intermittente, comunicare diventa difficile. “Le telecomunicazioni non dovrebbero essere viste come strutture isolate, ma come un sistema interconnesso che deve instradare il traffico in tutto il Paese, il che richiede energia in ciascuno dei suoi punti”, spiega a Cubadebate Sybel Alonso Baldor, vicepresidente delle operazioni di rete di ETECSA, l’azienda telefonica cubana. Il fatto che una radiobase – una delle torri che diffondono il segnale dei cellulari – sia accesa non garantisce il servizio, poiché dipende anche da altri elementi intermedi della rete che devono disporre  di elettricità. Questo spiega situazioni frequenti per gli utenti: “Un utente di telefonia fissa può avere l’elettricità a casa sua, ma se la sotto stazione telefonica che supporta il suo servizio si trova in un circuito che non ha elettricità, questo renderà impossibile il suo utilizzo” spiega Baldor. L’energia elettrica fornita dalla rete resta per Cuba la principale fonte di alimentazione delle telecomunicazioni. Quando si verifica un black-out le centrali, le sotto stazioni della telefonia fissa, le radio basi per le linee cellulari e la trasmissione dei dati mobili vanno in panne. Ci sono centrali che dispongono di batterie che alimentano per un tempo compreso tra  le tre e le quattro ore, ma “di fronte ai lunghi black-out, molte di queste batterie non sopportano più la massima carica e quindi hanno notevolmente ridotto le loro prestazioni. Alle batterie si aggiungono i gruppi elettrogeni, il cui utilizzo è comunque limitato. Richiedono carburante per rimanere operativi”, sottolinea, Baldor aggiungendo che, sebbene alcuni siano stati riparati, altri non sono stati in grado di riprendersi dopo un uso intensivo. La loro autonomia dipende sia dalla disponibilità di carburante che dal livello di consumo di ogni sito, determinato dalla sua complessità e dalla loro  anzianità tecnologica. Inoltre il recente ordine esecutivo emesso da Donald Trump il 29 gennaio scorso ha praticamente bloccato qualunque importazione di petrolio e combustibile sull’isola. Questo ha colpito direttamente anche le telecomunicazioni, perché i gruppi elettrogeni non dispongono di carburanti per il loro uso ininterrotto nei momenti in cui manca la corrente elettrica. Ma nonostante la carenza, l’azienda telefonica  cubana ha cercato di mitigare gli effetti della penuria di carburanti e ha definito  le priorità. Secondo la direttiva, la fornitura di carburante è garantita “ai siti in cui si concentrano le principali piattaforme che gestiscono servizi come la telefonia mobile e fissa, l’accesso a Internet, i data center”, così come quelli incaricati di instradare il traffico a livello nazionale e provinciale. Tuttavia, il funzionario riconosce che altri nodi intermedi non sempre riescono a rimanere operativi, il che ha un impatto diretto sull’accesso finale degli utenti. “Negli ultimi giorni abbiamo contato nel Paese 1.250 radiobasi (47,5%), in media, che si spengono a causa degli effetti elettrici, mentre il numero di sottostazioni telefoniche è di circa 950 (56,5%)” riferisce Alonso Baldor. Gli effetti della mancanza di corrente elettrica sulle comunicazioni comunque variano a seconda del numero delle interruzioni elettriche. L’ETECSA dà priorità all’approvvigionamento energetico in centri chiave che sostengono la rete nazionale e il traffico dati nel Paese. In questo scenario, ha dovuto riorganizzare la sua operatività in base a criteri di estrema razionalità. “Abbiamo preso provvedimenti per risparmiare il più possibile il carburante che riceviamo”, spiega il vicepresidente a Cubadebate. Questa politica di risparmio ha comportato decisioni complesse e probabilmente anche impopolari. “Anche se tutti i centri sono importanti, purtroppo non possiamo garantire carburante per tutti”, quindi viene data priorità a quelli con il maggiore impatto sulla rete nazionale, continua il vicepresidente di ETECSA. Per questo ogni territorio ha adottato differenti soluzioni al fine di risparmiare il più possibile il carburante che gli è stato assegnato. Inoltre gli specialisti dell’azienda telefonica eseguono costantemente valutazioni per risparmiare i combustibili o decidere quale servizio deve avere priorità in un certo momento della giornata. Anche il settore delle comunicazioni ha iniziato ad usare energia prodotta dal fotovoltaico per ridurre i disagi causati dalla mancanza di combustibili. L’installazione di pannelli solari cerca di estendere il funzionamento degli impianti in mezzo alla crisi energetica. Nel mezzo della crisi, la spinta alle energie rinnovabili è diventata più rilevante. “L’uso di fonti rinnovabili era già tra i nostri obiettivi, tuttavia, la situazione attuale ci ha portato ad accelerare il ritmo”, sottolinea Baldor. Purtroppo però l’installazione dei pannelli solari non permette la completa autonomia energetica e il combustibile rimane comunque essenziale. Nonostante il contesto avverso, nel corso del 2025 sono stati effettuati investimenti mirati alla modernizzazione della rete, con cambiamenti tecnologici, espansione delle capacità e incorporazione di nuove frequenze nelle basi radio. In particolare, la copertura 4G ha raggiunto il 52% del territorio nazionale, è stata aumentata la capacità degli utenti in 300 siti, sono state abilitate frequenze di 900 MHz e 2100 MHz in più di 100 radiobasi e sono stati installati più di 140 nuovi siti. Come appare chiaro la situazione delle comunicazioni a Cuba resta difficile finché ci saranno problemi di energia elettrica. Il servizio di telefonia mobile, il più richiesto dalla popolazione, è quello che risente maggiormente della crisi energetica; il traffico alterna momenti di buona connettività a momenti di interruzione completa. Spesso le comunicazioni cadono o si interrompono momentaneamente, le pagine web vengono caricate in tempi medio lunghi, alcuni siti non sono accessibili perché i server sono situati negli Stati Uniti e a causa del blocco non sono raggiungibili. I social invece hanno ricevuto licenza da parte dell’amministrazione statunitense per operare sull’isola. Il motivo è molto semplice: Facebook, X, Whatsapp e gli altri social network sono utilizzati per diffondere false notizie tra la popolazione. I social vengono usati nella oramai nota guerra cognitiva che il popolo cubano, come del resto anche noi, subisce molte volte passivamente. Insomma, una cosa che per noi è diventata normale come leggere una notizia in un sito internet, mandare un video di 20 mega a un amico con Whatsapp, fare una videochiamata con un parente,  scaricare una nuova app sul cellulare per i cubani diventa una lotta quotidiana. Immaginare che anche queste limitazioni facciano parte della strategia degli Stati Uniti  per  insinuare nella popolazione un costante malessere e una pressione continua non credo sia pura fantasia. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info   Redazione Italia
March 25, 2026
Pressenza