Dalla Grande Guerra alla Guerra Grande. La militarizzazione della cultura e della società da un secolo all’altro
Il 22 maggio 2026, al Cinema Postmodernissimo di Perugia, la sezione locale
dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università ha
organizzato una proiezione del docufilm Innocence, del regista israeliano, ora
residente in Svezia, Guy Davidi (2022). La sala era riboccante di docenti e
studenti di scuola, universitari e dottorandi. Alla fine è stato intervistato in
collegamento Antonio Mazzeo, insegnante, saggista e attivista, reduce della
Freedom Flottilla. Il film, attraverso diari e documentazioni video, racconta il
tradimento dell’innocenza giovanile dei giovani israeliani, ormai destinati a
crescere in una società distopica: il nuovo apartheid è legittimato da un mix di
integralismo religioso e cultura militarista inoculata nei ragazzi fin dalle
scuole. Fra le sequenze più impressionanti una gita scolastica in cui anche a
una studentessa cieca non è risparmiata la prova di tiro con un fucile di
precisione e neppure alla più emotiva di tutte che piange spaventata dal rinculo
dell’arma.
Mentre esplodono le bombe a Gaza, frantumando i palazzi, una capretta dispersa,
con espressione di angoscia e terrore, si volge verso la cinepresa, indecisa
sulla direzione da prendere e sembrando dire: “ma cosa succede? Ma siete
matti?”. Il racconto non getta una luce sinistra soltanto sulla deriva di quel
paese, ma sulla nostra stessa esperienza di riarmo: un’israelizzazione della
società italiana. La risonanza è lampante quando in una scena del film si chiede
a una ragazza se fosse disposta a morire per la patria e lei risponde:
“dipende”. Il pensiero corre infatti al garante italiano per l’infanzia e
l’adolescenza, nominato dai presidenti di camera e senato, che qualche mese fa
ha somministrato agli studenti fra i 14 e i 18 anni un questionario di 32
domande di cui la principale è questa: “Se il mio Paese entrasse in guerra mi
sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con
questa affermazione? ”. Nella domanda non si specificava il motivo dell’entrata
in guerra del proprio paese.
Non si diceva se si trattasse della difesa della patria, considerato un dovere
dall’articolo 52 della Costituzione, né se fossero in gioco valori legati alla
lotta alle ingiustizie e allo sfruttamento. Si chiedeva – senza alcuna
specificazione – se vi fosse una prontezza a rispondere alla chiamata alle armi
per la patria in se stessa, qualunque interesse o ragione fosse chiamata a
difendere: come se non ci fosse l’articolo 11, principio fondamentale
sovraordinato al 52, a ricordarci che l’Italia ripudia la guerra sia come
strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, sia come mezzo per
risolvere le controversie internazionali. Ciò non stupisce dato il carattere
variamente nazionalista e postfascista della cultura dei presidenti di camera e
senato e del governo. Una cultura, questa, che riporta la macchina del tempo a
prima della Repubblica, anzi a prima del fascismo stesso, nell’Italia lanciata
verso l’inutile strage della Grande Guerra.
Allora come ora: le potenze occidentali coprono con un’ideologia
“democratica” il colonialismo un secolo fa e lo sfruttamento ed espropriazione
neocapitalistici oggi; e altre, come la Germania di allora e la Russia di oggi,
senza ammantarsi di narrazioni politicamente corrette, dichiarano e perseguono
il loro interesse nazionale con esplicita brutalità. Grandi capolavori come
Niente di nuovo sul fronte occidentale (1928), raccontano bene come la scuola in
Germania fosse dominata dalla religione della patria e della guerra, proiettando
gli studenti alle trincee nell’idea che fosse una festa. Ma anche nel campo
dell’intesa la situazione non era molto diversa. Aldo Capitini, nelle sue
memorie (Antifascismo fra i giovani, 1966), parlava della scuola frequentata da
ragazzo come egemonizzata da una cultura variamente nazionalistica di cui
persino lui era permeato fino ai diciotto anni: soltanto un periodo di malattia
e sofferenza lo aiutò a demistificare l’inganno, come spiegò nella sua opera più
importante, gli Elementi di un’esperienza religiosa (1937). Nella mia
ricostruzione della storia del liceo Dante di Firenze (Un’ideologia per il ceto
dirigente. Pensiero e politica al Liceo Dante di Firenze. 1852-1945, Olskchi,
2012) ho potuto vedere, nelle carte d’archivio, montare fin dalla fine
dell’Ottocento la cultura di guerra a scuola, ad esempio con il ripristino, a
partire dal 1882, del tiro a segno, pratica voluta da Garibaldi e a suo tempo
abolita essendo in odore di insurrezionalismo repubblicano e ripristinata
appunto quando i tamburi di guerra – non proprio repubblicani – ripresero a
rullare.
Ma anche il rilancio della ginnastica, resa obbligatoria da De Sanctis nel 1878,
è intrecciata all’idea di diffondere una prestanza fisica utile in guerra.
L’idea di uno studente pronto a obbedire in patria e a battersi per essa
all’esterno, la ritroviamo già nel pedagogista Raffaello Lambruschini negli anni
sessanta dell’Ottocento, nel discorso di Stradella di Depretis del 1875 e in
Vittorio Emanuele Orlando ministro dell’istruzione nel 1905. Queste tendenze
esplodono con la guerra di Libia, in cui la scuola è cassa di risonanza della
guerra, un anno dopo della fondazione del partito nazionalista italiano di
Enrico Corradini (1910). E qui siamo a un passo dall’interventismo che vide
uniti docenti e studenti dei licei contro il neutralismo dei giovani proletari.
Nel grande libro di Fabio Fabbri Le origini della guerra civile. L’Italia
dalla guerra al fascismo.1918 -1921 (Utet, 2009), si sottolineava come il
fascismo sia in realtà iniziato durante la guerra, data la compressione della
libertà di parola e altre restrizioni alle libertà civili. Le camerate delle
trincee, con i letti a castello in cui si assiepavano i soldati pronti al
macello, non hanno del resto anticipato l’universo concentrazionario di alcuni
anni dopo? Ma anche l’antifascismo popolare (l’ANPI oggi ne sta rinnovando
coraggiosamente lo spirito), per certi versi, nasce contro la guerra, che in
Italia fu imposta al paese riluttante da un parlamento dominato da un corto
circuito di interventismo democratico e nazionalismo imperialistico.
E’ noto che in guerra muore la verità (è tornato sul tema di recente Raul
Mordenti: Per un’onotologia della menzogna. Informazione e guerra, Asterios,
2023). Così nel 1914 tutti gli stati iniziarono un processo di asservimento non
solo della scuola ma anche della cultura, in cui veniva criminalizzato il
nemico. Forse non tutti sanno che buona parte della storia dell’antisemitismo
trae origine all’unisono con la tedescofobia della Grande Guerra, dato che la
cultura germanica era piena di figure di origine ebraica.
Come è noto in Francia Julien Benda (1927) protestò contro il tradimento dei
chierici e Romain Rolland (1915) invitò gli intellettuali a stare fuori dalla
mischia. L’Italia fece tutt’altro che eccezione in termini di tradimento e di
mischia, attingendo peraltro a un archetipo nazionale che dalle lotte comunali
contro il Barbarossa arrivava al Risorgimento, nonostante il “ripassate l’Alpi e
tornerem fratelli”. Le Pagine sulla guerra di Benedetto Croce, che per altri
versi documentano la sua fase di massima torsione conservatrice, elevarono una
dura protesta sulla contaminazione nazionalistica fra il conflitto politico e
quello di civiltà, che legittimava la guerra con la criminalizzazione del nemico
e della sua cultura. Gramsci, dal canto suo, invitava gli italiani ad
abbandonare il sentimentalismo nazionalistico legato alle sorti dei soldati
italiani nelle trincee per gettare uno sguardo più alto sulle cause e le ragioni
del conflitto in generale, estranee agli interessi delle classi subalterne. Se
Croce dopo la vittoria esortava a evitare i trionfalismi cari anche a Giovanni
Gentile e a rispettare il nemico sconfitto guardando alle rovine lasciate dalla
guerra; ancora di più Gramsci, nelle sue cronache teatrali, fotografava
suggestivamente il momento in cui un soldato mutilato entrava in sala a rompere
per un attimo, con la sua tragica presenza, l’atmosfera di divertimento e
superficialità di una rappresentazione ridanciana commerciale. Pensate a cosa
succede oggi: un talk show, un mondiale di calcio (magari in Qatar oppure negli
USA), un festival di San Remo, un programma tv spazzatura, mentre crolla Gaza e
russi e ucraini si scannano:
Negli intervalli – scriveva il leader sardo -, aggruppati nella breve saletta
dei fumatori, ammutoliscono, impietriscono, si schiacciano contro le pareti per
lasciare che un giovane passeggi, con gli occhiali neri, in divisa, barcollante
al braccio di unamico, incerto delle relazioni di spazio, come lo è ancora chi è
sprofondato nel buio da poco, con le pupille abbruciate da uno scoppio di gas
esplodenti, da un soffio di gas velenosi. Un velo di melanconia impallidisce
questi spettatori, essi possono sentire l’umanità, possono comprendere il
dolore, possono atteggiare il volto alla serietà, possono sentirsi velare gli
occhi di cupa tristezza. Eppure, quando il velario si apre, e le ridicole
caricature di uomini e di donne del palcoscenico riprendono ad agire la loro
macchina, i volti si distendono alla gaiezza ebete, e l’atmosfera di bestialità
si aggrava e appesantisce.
Dopo la pace, non trionfò la democrazia. La Germania, umiliata dai trattati,
partorì i mostri del nazismo e l’Italia fu laboratorio globale del fascismo. A
proposito, il 68 per cento dei giovani italiani interpellati dal garante per
l’infanzia, hanno detto che non si arruolerebbero se l’Italia entrasse in
guerra. Oggi come allora il sentimento popolare è contrario alle guerre, specie
se nazionalistiche. A differenza di allora gli studenti e in generale i giovani
stanno dando segno di un risveglio di consapevolezza: li ha scossi il
superamento della soglia dell’orrore, le minacce portate dal riarmo e dalla
cultura bellicista, la catastrofe climatica rimossa per continuare a soddisfare
il cannibalismo delle oligarchie economiche che muovono gli stati, fra cui
spiccano i proprietari del digitale, la cui tecno-utopia prometteva di liberarci
per sempre. Nancy Fraser ha scritto che il neocapitalismo va in crisi perché
divora le condizioni che lo rendono possibile: le relazioni di cura, le
istituzioni pubbliche, l’ambiente. Ora sta per fagocitare la vita stessa,
trascinando tutti nel suo tracollo. Ma non è detto che vi riesca se facciamo
leva collettivamente sulle sue contraddizioni.
Pubblicato su Micropolis del maggio 2026 – inserto mensile umbro
del Manifesto