Tecnologie, ora l’Europa è segnata dal tramonto
Il rinnovato bellicismo europeo è l’altra faccia della medaglia del declino
tecnologico. L’Europa è rimasta sostanzialmente assente in quasi tutti i settori
tecnologici strategici del XXI secolo. Non produce semiconduttori avanzati in
misura significativa. Non ha creato smartphone capaci di competere su scala
globale. Non controlla le grandi piattaforme digitali che organizzano l’economia
contemporanea. È marginale nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, nelle
infrastrutture cloud, nei grandi modelli linguistici, nella produzione di
batterie e nelle tecnologie della transizione energetica.
Mentre Stati Uniti e Cina si contendono la leadership tecnologica mondiale,
l’Europa osserva dalla periferia. Nel settore dei microchip più avanzati il
primato appartiene a Taiwan, Corea del Sud e Stati Uniti. Nel mercato degli
smartphone dominano aziende asiatiche e americane. Le principali piattaforme
digitali globali sono statunitensi o cinesi. Nell’intelligenza artificiale la
competizione è ormai un duopolio tra Washington e Pechino, mentre la Cina è
diventata il principale depositario di brevetti e il maggiore investitore nelle
tecnologie strategiche del futuro.
Anche nei settori che dovrebbero essere il cuore della transizione ecologica il
quadro non cambia. La Cina domina la produzione di pannelli solari, turbine
eoliche, batterie al litio e veicoli elettrici. Controlla quote decisive delle
catene globali del valore e investe più di Stati Uniti ed Europa messi insieme
nelle tecnologie energetiche del futuro ed è leader negli articoli scientifici e
nei brevetti.
Il futuro che attende l’Europa è fosco: dal 1980 a oggi la quota europea del PIL
mondiale si è quasi dimezzata, passando da circa il 30% al 17% e le prospettive
indicano un ulteriore arretramento. Un continente che perde terreno nelle
tecnologie strategiche, che dipende da altri per i microchip, i dati,
l’intelligenza artificiale e le infrastrutture digitali, è un continente
destinato a contare sempre meno anche sul piano economico e geopolitico. La
marginalizzazione tecnologica è il sintomo di un declino più profondo.
Oggi una delle principali fonti di potere economico, politico e militare è il
controllo dei dati. I big data alimentano l’intelligenza artificiale, la
cybersicurezza, le infrastrutture critiche, la pianificazione industriale, la
difesa e perfino la capacità degli Stati di comprendere e governare le proprie
società. Tuttavia, le grandi piattaforme che raccolgono, elaborano e monetizzano
questi dati sono quasi tutte americane o cinesi. L’Europa ha scelto soprattutto
il ruolo di regolatore, senza riuscire a costruire attori industriali di
dimensione comparabile. Il risultato è una crescente dipendenza tecnologica che
si traduce inevitabilmente in dipendenza economica e geopolitica.
Eppure, per oltre vent’anni l’Unione Europea ha proclamato l’obiettivo di
diventare la più avanzata “società della conoscenza” del mondo. La Strategia di
Lisbona prometteva di trasformare l’Europa nell’economia più competitiva e
dinamica del pianeta attraverso investimenti in ricerca, innovazione e alta
formazione. Oggi possiamo constatare che quell’obiettivo è fallito. Mentre
l’Europa è ben lontana dal traguardo del 3% di spesa in ricerca e sviluppo
rispetto al PIL vagheggiato agli inizi degli anni 2000, la Cina arriverà a
questo traguardo nel 2030 con un incremento della spesa previsto dal XV piano
quinquennale del 7% annuo nei prossimi 5 anni.
Nonostante l’enorme produzione di documenti strategici, programmi quadro,
agenzie, direttive e regolamenti, l’Europa non è riuscita a creare campioni
tecnologici comparabili a quelli statunitensi o cinesi. Ha costruito un apparato
normativo sempre più sofisticato, ma non un ecosistema industriale e tecnologico
capace di competere nei settori decisivi del XXI secolo. La questione, dunque,
non è soltanto economica. È politica, istituzionale e culturale. Come è stato
possibile che un continente dotato di alcune delle migliori università del
mondo, di una straordinaria tradizione scientifica e di ingenti risorse
pubbliche sia rimasto ai margini delle principali rivoluzioni tecnologiche degli
ultimi decenni?
La risposta non può essere ricercata nella mancanza di conoscenze, di capitale
umano o di finanziamenti. Occorre invece interrogarsi sulle scelte politiche,
sugli assetti istituzionali e sulla visione economica che hanno guidato l’Europa
negli ultimi quarant’anni. Comprendere le ragioni di questo declino relativo non
è soltanto un esercizio di analisi storica: è una condizione necessaria per
immaginare una strategia diversa e restituire all’Europa un ruolo da
protagonista nell’innovazione tecnologica globale.
Pubblicato su Il Fatto Quotidiano