A proposito di “Contro la scuola neoliberale” e della trasformazione dell’istruzione
La questione sollevata dal pamphlet collettivo “Contro la scuola neoliberale” è
fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della
scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico
ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità
variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di
ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse
problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore
straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le
leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche
pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di
misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.
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Non ho alcun dubbio che il libro collettivo Contro la scuola neoliberale
diventerà un riferimento importante, oltre che oggetto di un dibattito cruciale
in Italia. È comunque ciò che gli si può augurare. La questione sollevata da
quest’opera è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa
ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in
modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo
ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle
storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli
stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi
dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei
dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi
autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti
didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano
tutti un’aria di déjà vu.
Infatti, ovunque coloro che hanno studiato per anni il processo di
neoliberalizzazione delle scuole e delle università ritrovano questa
competizione tra gli istituti con il pretesto dell’autonomia, vedono imporsi
percorsi “per competenze”, le valutazioni standardizzate degli studenti, le
classifiche delle scuole; constatano gli stessi discorsi di colpevolizzazione
degli insegnanti, riconoscono le stesse pratiche di razionalizzazione e
burocratizzazione che trasformano gli insegnanti in tecnici di un rapporto
pedagogico tecnologicamente attrezzato. In breve, il panorama descritto dal
libro è quello di un’istruzione soggetta a ciò che Weber chiamava «lo spirito
del capitalismo», tendenza dominante negli ultimi decenni in moltissimi paesi.
È forse su questo aspetto internazionale delle trasformazioni esposte in questo
libro che vorrei insistere. Perché non si comprende appieno il significato di
queste trasformazioni in Italia se non le si ricolloca nel loro contesto
internazionale e storico in cui hanno cominciato ad apparire, quello
dell’offensiva neoliberista degli anni ’80 incentrata principalmente sulla
globalizzazione capitalista. Ciò che viene definito «neoliberismo» caratterizza
le politiche di trasformazione delle società e delle istituzioni pubbliche,
sempre presentate come politiche di «adeguamento» alla concorrenza mondiale.
Queste politiche, condotte dai governi nazionali sotto l’impulso ideologico
delle grandi organizzazioni economiche, commerciali e finanziarie (OMC, FMI,
Banca mondiale, OCSE, Commissione europea) non riguardano esclusivamente la
sfera economica, ma interessano tutte le sfere sociali e tutte le istituzioni.
Ciò significa che queste ultime sono tutte coinvolte nell’imperativo della
competitività e della performance: in breve, l’intera società e tutte le
istituzioni hanno dovuto sottomettersi all’imperativo competitivo dell’economia
capitalista globalizzata. Questo aspetto internazionale delle politiche
neoliberiste è rafforzato dal fatto che, anche se l’istruzione non è formalmente
di competenza dell’Unione europea, la Commissione, preoccupata per
l’integrazione delle economie europee nel mercato mondiale, ha sviluppato fin
dagli anni ‘90 una vera e propria strategia educativa guidata dall’obiettivo
dell’“economia della conoscenza”.
In breve, la scuola neoliberista non è più italiana di quanto non sia francese,
britannica, belga, brasiliana o giapponese. Si tratta dello stesso processo che
si svolge secondo percorsi nazionali specifici, ma che ha una portata generale.
Che i governi italiani abbiano seguito la stessa strada e che i fondi europei
del PNRR accelerino il processo non è affatto sorprendente per l’osservatore.
Tutti i paesi europei hanno seguito lo stesso orientamento, tutti i datori di
lavoro europei hanno spinto nella stessa direzione, tutti i media dominanti
hanno auspicato gli stessi cambiamenti. Già da tempo una rete internazionale di
ricerca nel campo dell’istruzione ha documentato la natura di queste
trasformazioni e i loro effetti sociali e politici [1].
Il libro Contra la scuola neoliberale mette dunque a sua volta al centro del
dibattito accademico e politico una trasformazione internazionale dei sistemi
educativi a lungo mascherata dal «nazionalismo metodologico», troppo spesso
avvolta da nebbie ideologiche e ingombrante da falsi dibattiti e malintesi.
La mistificazione «democratica» della scuola neoliberale
Uno dei malintesi più frequenti, legato all’inerzia intellettuale che deriva da
vecchie polarizzazioni, considererebbe ad esempio l’analisi critica del nuovo
modello come una difesa nostalgica del modello scolastico tradizionale. Questo
malinteso è politicamente dannoso perché è alla base dell’alleanza tra i
promotori molto attivi del modello neoliberista e i sostenitori della
democratizzazione della scuola, un’alleanza che ha causato molti danni altrove,
in particolare in Francia, negli anni ’80 e ’90, ritardando la comprensione del
nuovo modello educativo, sottovalutandone le conseguenze sociali e politiche e,
soprattutto, consentendo alla cosiddetta sinistra moderata, sostenitrice delle
politiche europee e dello stato manageriale, di partecipare attivamente alla
sua attuazione.
Fortunatamente, i movimenti pedagogici progressisti e i sindacati francesi o
belgi, dopo un periodo di confusione, hanno sventato la mistificazione di un
paradigma che voleva farsi passare per un progetto non solo «moderno», ma anche
democratico, inclusivo, egualitario, attento alla personalità degli studenti,
ecc. È importante capire come ha funzionato questa mistificazione neoliberale su
una parte degli insegnanti, dei ricercatori e del mondo sindacale. Le politiche
neoliberali hanno fatto proprio un atteggiamento critico e una posizione
modernista per neutralizzare le opposizioni e coinvolgere in questa
trasformazione presentata come «inevitabile» una parte della sinistra e del
centro-sinistra, in un momento in cui i riferimenti al socialismo e al comunismo
stavano attraversando una grave crisi. In ambito scolastico e universitario, gli
argomenti a favore di queste riforme non hanno esitato ad avvalersi della
sociologia critica per mettere in discussione non tanto la disuguaglianza
culturale e la riproduzione sociale, come faceva Bourdieu, quanto
«l’inefficienza» e le scarse «performance» della scuola.
In sintesi, la mistificazione neoliberista è consistita nel far passare le
riforme che accentuano il carattere di classe della scuola e la sottopongono più
direttamente che mai alle esigenze del capitalismo come riforme di
modernizzazione e democratizzazione, riciclando però la critica alla scuola
storicamente portata avanti dalla sinistra politica, dalla sociologia critica e
dai movimenti pedagogici progressisti. È possibile che alcuni credano ancora che
criticare oggi la scuola neoliberista costituisca una posizione reazionaria, una
difesa del vecchio modello. La trappola è lì ed è parte integrante della
retorica neoliberale. Senza il sostegno di una parte della sinistra, senza la
passività di una parte del corpo docente, senza il contributo intellettuale di
una parte dei ricercatori, le riforme neoliberali sarebbero state molto più
difficili da imporre. A questo proposito è ironico vedere datori di lavoro,
stampa di destra e governi conservatori rivendicare «riforme pedagogiche» e
democratizzazione della scuola. Ma questo ribaltamento, più che un’improbabile
conversione al progressismo, è la migliore indicazione del cambiamento di
paradigma scolastico e, del resto, di un cambiamento del terreno di lotta.
Un progetto inegualitario
Il progetto neoliberista non è un progetto democratico, e Contro la scuola
neoliberale lo mostra chiaramente. Si tratta di un progetto di differenziazione
sociale degli istituti e dei percorsi formativi, assunto come tale, che rafforza
piuttosto che eliminare i meccanismi di riproduzione sociale e ideologica,
facendo in modo che siano apparentemente i giochi del mercato scolastico
(l’illusoria «concorrenza libera e non falsata») a garantire la regolazione del
sistema, trasformando gli istituti in quasi-imprese che devono piegarsi alle
regole del mercato, rendendo gli utenti della scuola imprenditori di se stessi
«responsabili del proprio curriculum delle competenze e gestori del proprio
capitale umano», introducendo gli strumenti necessari alla costruzione del
mercato scolastico (valutazione, classifiche, ideologia del merito, pressione
concorrenziale sugli insegnanti, «libera scelta» della scuola, ecc.). Per quanto
riguarda il metodo, questa trasformazione del sistema pubblico in un mercato
dell’istruzione non ha nulla di democratico, ma viene attuata in modo
autoritario e burocratico senza chiedere il parere di chi vi lavora, senza
nemmeno tenere conto delle loro pratiche reali. Il libro mostra chiaramente
quanto la riforma implichi sia una caricatura delle pratiche degli insegnanti
sia la loro esclusione dal processo.
La logica dei mercati concorrenziali, come è stato documentato precocemente nei
paesi anglosassoni, si sovrappone ai meccanismi di riproduzione scolastica e
sociale che erano già evidenti nei sistemi educativi. La sociologia critica
dell’istruzione aveva molto insistito sul fattore discriminante del “capitale
culturale” nei meccanismi di riproduzione in un’epoca in cui la “massificazione”
scolastica e universitaria aveva iniziato, anche se timidamente, a riunire nelle
stesse aule e negli stessi istituti studenti di classi sociali diverse.
Questa nuova situazione aveva permesso di mettere in luce che la “mescolanza”
degli studenti non fosse sufficiente a garantire “uguaglianza di opportunità”,
poiché le predisposizioni culturali che garantivano il successo scolastico erano
acquisite in famiglie molto disuguali in termini di capitale culturale. Da
questo punto di vista, le pedagogie tradizionali e le forme istituzionali di
selezione “indifferenti alle strutture sociali” non facevano altro che
convalidare le disuguaglianze sociali nei loro verdetti.
In realtà, ovunque siano state attuate queste riforme, assistiamo a una
crescente differenziazione sociale tra le fasce socialmente favorite e quelle
socialmente svantaggiate del sistema scolastico. I progressi verso la scuola
unica che hanno caratterizzato un po’ ovunque gli anni ’60 sono messi in
discussione in modo subdolo e cinico. Con il pretesto di rispettare gli
interessi e i meriti degli studenti, la selezione scolastica dipende sempre più
dalla capacità dei contesti sociali di scegliere gli istituti e i percorsi
formativi giusti. I sistemi scolastici, differenziandosi socialmente attraverso
una sorta di «armonia naturale» che non è altro che il frutto di volontà
politiche, si organizzano, secondo le esigenze gerarchiche del sistema
economico, in «risorse umane». L’orizzonte di una scuola per tutti dedicata a
promuovere una cultura comune come fondamento di una democrazia sociale e
politica, che era quello del vecchio progressismo scolastico, si allontana. Non
si tratta più di elevare il livello culturale di tutti, ma piuttosto di ridurre
le esigenze per il maggior numero di studenti, destinati a lavori subordinati e
precari, passando dalla questione delle “conoscenze” alla questione delle
“competenze” economicamente utili che un maggior numero di studenti potrebbe
acquisire.
È su questo terreno che può sorgere un altro malinteso. Le pedagogie cosiddette
progressiste non sono intrinsecamente neoliberali quando, ad esempio, mirano a
rafforzare la cooperazione, quando sono attente a rendere più espliciti i
contenuti didattici, quando vigilano affinché le ragazze partecipino in classe
tanto quanto i ragazzi, quando si preoccupano dell’ambiente sociale e culturale
degli studenti al di fuori della scuola. È vero invece che il neoliberalismo
scolastico ha riciclato a proprio vantaggio un certo fondo dottrinale
storicamente improntato all’utilitarismo e all’industrialismo o, peggio ancora,
ha voluto confondere i «metodi attivi» con l’apprendimento
dell’«imprenditorialità».
In realtà, questo abbassamento di esigenza non è universale. I figli delle
classi dominanti si stanno sempre più apertamente separando grazie ai calcoli
strategici delle loro famiglie e al ruolo crescente del denaro nella
riproduzione scolastica e sociale. Approfittando dell’introduzione dei mercati
scolastici, le famiglie privilegiate hanno sfruttato appieno la concorrenza tra
istituti, tra corsi di studio, tra settore pubblico e privato dell’istruzione;
hanno persino protetto intere parti delle istituzioni pubbliche dei quartieri
residenziali più eleganti dove si mantengono i più alti requisiti culturali e i
metodi di trasmissione tradizionali, quando non si sono direttamente rivolte al
settore privato dell’istruzione, facendo così non solo del capitale culturale ma
anche del capitale economico che detengono, i fattori socialmente discriminanti
nel campo scolastico.
In risposta a questa crescente segregazione sociale ed etnica degli istituti e
dei percorsi formativi, una parte significativa della classe media e persino
alcune fasce della classe popolare sono state costrette a giocare anche la carta
del “posizionamento scolastico” (Bourdieu). La logica del mercato scolastico
distrugge poco a poco ciò che restava dell’ideale della scuola pubblica per
tutti. La scuola diventa così sempre più iniqua in modi diversi ma
complementari. Privilegia le famiglie più ricche che possono “investire”
nell’istruzione elitaria; favorisce le scuole private a tutti i livelli, in
particolare nell’istruzione superiore; si adatta sempre più alle esigenze
differenziate di manodopera e alle competenze richieste dal sistema produttivo;
si riconfigura come un sistema di quasi-imprese “autonome” che devono
comportarsi in modo “efficiente” in un mercato sottomesso alle leggi della
concorrenza.
Un discorso esplicito
La scuola neoliberale non si instaura di colpo, ma attraverso riforme non
organiche e distribuite nel tempo. Questa frammentazione e questa durata hanno
sicuramente ostacolato a lungo la comprensione del cambiamento di paradigma da
parte di molti attori ancora concentrati sullo stato precedente del sistema
scolastico, che ne fossero sostenitori o oppositori. Eppure, sarebbe bastata un
po’ di attenzione critica nei confronti dei progetti scolastici delle
organizzazioni padronali, delle organizzazioni economiche internazionali e dei
governi neoliberisti per comprendere più rapidamente come si sarebbe svolta la
trasformazione dei sistemi educativi, attraverso quali concetti operativi, quali
dispositivi, quali argomenti. Tutto era scritto, e tutto viene ancora oggi
ripetuto in un’abbondante letteratura di esperti ed economisti, ma troppo pochi
attori, anche nel campo della ricerca, vi hanno prestato sufficiente attenzione
e li hanno presi abbastanza sul serio quando il progetto di questa nuova scuola
capitalista è stato chiaramente enunciato negli anni ’80 e ’90. Lo strano
fenomeno che interessa la sociologia della conoscenza è capire perché ci sia
voluto così tanto tempo per comprendere una strategia così poco nascosta, così
esplicita, così apertamente rivendicata. Tutti i ricercatori britannici, belgi,
olandesi, spagnoli, francesi, giapponesi o brasiliani che fin dagli anni ’90
hanno mostrato le nuove logiche all’opera nel campo dell’istruzione, hanno
sperimentato questa difficoltà sia epistemologica che politica. È possibile che
la pseudo-scientificità, lo “scientismo” che ha accompagnato il processo di
neoliberalizzazione, con la competenza statistica, le neuroscienze educative, la
tecnicizzazione dell’atto pedagogico, la fede nelle virtù della tecnologia e
oggi le “promesse” dell’Intelligenza Artificiale, abbiano contribuito fortemente
alla depoliticizzazione della questione scolastica. Il collettivo di ricercatori
italiani all’origine di Contro la scuola neoliberale si unisce ora a questo
lavoro internazionale, e non possiamo che augurarci che essi sappiano, più
rapidamente che altrove, far luce sui processi in corso e contribuire così alla
costruzione di una vera scuola democratica, lotta inscindibile da una lotta più
globale per una società egualitaria, ecologica e femminista.
[1] Si veda ad esempio Ken Jones et al. Schooling in Western Europe and its
Adversaries, Palgrave 2008. Il libro è stato tradotto in francese con il titolo
L’école en Europe, La Dispute, 2011.