Auguste de Villiers de L’Isle-Adam / Visioni spietate di ieri, crudeltà di oggi (omaggio a Carbonio Editore)
C’è qualcosa di beffardamente appropriato nel fatto che uno dei libri più belli
pubblicati in Italia negli ultimi anni porti in copertina il nome di una casa
editrice che ha chiuso le attività il 31 marzo. Dieci anni dopo la sua nascita,
l’avventura editoriale di Carbonio è giunta alla sua conclusione. Un’uscita
silenziosa, quasi pudica, degna del suo stesso catalogo: nessun clamore, nessuna
polemica spettacolare, solo la constatazione amara che certi esperimenti di
civiltà non trovano terreno fertile in questo paese. Ma ci torneremo.
Prima, il libro. E il libro è straordinario. Pubblicato nel 1883, Racconti
crudeli è annoverato tra i capolavori di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam
(1838-1889), aristocratico decadente e visionario, figura di spicco della
narrativa simbolista francese: un autore dalle molteplici sfumature che con il
suo immaginario febbrile, ironico e profondamente poetico smaschera e sovverte
il patinato mondo della borghesia ottocentesca, devota al denaro e al teatro
delle apparenze. Nella Parigi del secondo Ottocento, dominata dal culto
positivista del progresso e dall’utilitarismo borghese, Villiers si pone come un
outsider radicale, un aristocratico impoverito che osserva il mondo dal margine
e lo giudica con la ferocia di chi non ha nulla da perdere.
Questa raccolta di ventotto racconti è una galleria di visioni fulminanti e
spietate, dove la modernità viene trafitta con un’eleganza implacabile. La
scienza è ridicolizzata in invenzioni grottesche; la borghesia è messa alla
berlina per la sua ipocrisia e superficialità; la fede nel progresso è trattata
come una superstizione moderna. Eppure, sotto la superficie satirica, si
intravede un desiderio di assoluto, un’urgenza metafisica che trasforma ogni
racconto in un’allegoria dell’invisibile. Gli esempi abbondano, e ciascuno è una
piccola bomba narrativa. Un ingegnere progetta di colonizzare il cielo per
proiettarvi immagini pubblicitarie a scopo commerciale ed elettorale; un altro
costruisce una complicatissima macchina per gratificare soprattutto i mediocri
autori teatrali; i signorotti di due comuni confinanti escono armati per
sventare un presunto attacco di briganti e, complice l’oscurità notturna,
finiscono per sopprimersi a vicenda. Il tutto narrato con uno stile che non
concede mai alla grossolanità del pamphlet: Villiers colpisce sempre con il
fioretto, mai con il randello. Protagonista di cinque narrazioni è il
personaggio di Tribulat Bonhomet, un acre positivista che nega la presenza dello
spirito e guarda nell’infinito attraverso il buco della serratura. Una figura
che oggi chiameremmo semplicemente “uomo medio contemporaneo”.
Per i suoi connotati tematici, i racconti di Villiers risultano attuali in modo
inquietante. Sfidando la borghesia sul medesimo terreno dell’inganno semantico,
lo scrittore assume i generi crepuscolare e visionario come facciata, agevolando
sottotraccia i suoi intenti autentici di denuncia. Lo stile è ricercato,
contraltare allo sguardo invece impietoso secondo cui Villiers inquadra gli
aspetti crudeli di una società ottocentesca prodromica del peggio che sarebbe
arrivato. Ai nostri giorni, per esempio. La satira di Villiers sull’industria
dell’informazione — nel racconto Due indovini, il direttore di un giornale
confessa all’aspirante cronista di cercare da vent’anni un uomo privo di
talento, perché nel buon giornalismo l’apprezzamento di un portinaio è
preferibile a quello di Dante— ha la precisione di una profezia già avverata. Il
merito dell’edizione Carbonio non si limita alla scelta del testo. Bruno Nacci,
traduttore e curatore del volume, è tra i più attenti conoscitori della
letteratura francese dell’Ottocento, e la sua versione restituisce in italiano
tutta la densità sontuosa della prosa di Villiers senza appiattirla né renderla
barocca. Nacci ha già curato per Carbonio la Tentazione di sant’Antonio di
Flaubert e L’eredità di Maupassant costruendo così, nel giro di pochi anni, una
piccola biblioteca francese di rara coerenza intellettuale. La collana “Origine”
— dedicata al recupero di classici che meritano nuova luce — aveva in questo
volume il suo coronamento ideale.
E qui arriviamo al punto dolente. Carbonio Editore nasce a Milano nell’aprile
2016 da un’idea di Fabio Laneri e Fortunata De Martinis. In quasi dieci anni, ha
costruito un catalogo di rara intelligenza, con un filo rosso che legava ogni
uscita: il pensiero come strumento di analisi e nutrimento per la mente, titoli
portatori di idee originali capaci di fornire uno sguardo inconsueto. Fratelli
Strugackij, Hermann Broch, Ludwig Tieck, Sabahattin Ali, Flaubert, Maupassant, e
ora Villiers de L’Isle-Adam: un catalogo che in Francia o in Germania sarebbe
stato sostenuto, premiato, celebrato. In Italia ha dovuto arrendersi.
Un vero peccato per un editore raffinatissimo: un evento dolorosissimo per la
cultura nazionale. Così scrive, con parole che non lasciano spazio all’equivoco,
chi ha seguito da vicino questa storia. E non si può che concordare. L’Italia ha
un sistema editoriale che premia il volume, la quantità, il bestseller
stagionale, la narrativa di consumo confezionata per i premi letterari. Uno
spazio per chi lavora con la pazienza dell’artigiano, selezionando testi che
richiedono lettori disposti a fare fatica, è uno spazio che si stringe ogni anno
di più. Fondare una nuova casa editrice è sempre un’impresa folle; lo è ancor
più in un paese in cui, per via di calcificati monopoli che riguardano ogni
parte della filiera, l’emersione di una realtà indipendente è ostacolata in ogni
modo.
Racconti crudeli rimane dunque come un doppio testamento: quello di un genio
ottocentesco che sapeva già tutto sulla nostra mediocrità, e quello di una casa
editrice che ha scommesso sull’intelligenza dei lettori italiani. Villiers aveva
ragione sulla borghesia del suo tempo. Carbonio, purtroppo, ha avuto torto sul
pubblico del nostro. Comprate questo libro. Non perché sia un gesto simbolico,
ma perché è semplicemente uno dei libri più belli che potete mettere sullo
scaffale. E perché certi addii meritano, almeno, di essere letti.
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