Alberto Pezzotta / Il cinema western italiano tra immaginario e realtà produttiva
“Western italiano”, “spaghetti western”, “western all’italiana”,
“italo-western”: già la proliferazione definitoria segnala l’incontenibilità di
un genere tra i più popolari e redditizi, articolati e diversificati del nostro
cinema, capace di dare luogo a un immaginario che ha segnato un’epoca. Sul
fenomeno, nato nella prima metà degli anni Sessanta e protrattosi per un
ventennio, libri ne sono stati scritti parecchi: letture approfondite dalle
angolature più diverse (sociologica, storiografica, politico-culturale), guide
cinefile, dizionari compilativi e quant’altro. Tra questi, spicca un volume
agile ed equilibrato, Il western italiano, a firma di Alberto Pezzotta,
riproposto da Cue Press in una veste riveduta e ampliata, arricchita di
contenuti iconografici (foto di scena, locandine), dopo la prima edizione del
2012.
Curatore dell’edizione Bompiani delle recensioni cinematografiche di Alberto
Moravia, Pezzotta è studioso che unisce competenza storica, rigore documentario
e leggibilità. Qui appunta l’attenzione su tre livelli interconnessi: il
contesto produttivo e industriale, il dibattito culturale dell’epoca, l’analisi
dei vari filoni e dei singoli film, con una coda sulla fine del genere e la sua
“disseminazione”, con una bibliografia “essenziale e selettiva” che raccoglie il
meglio degli studi di settore. Capovolgendo il comodo assunto che reputa il
western italiano un prodotto dell’euforia del cosiddetto miracolo economico, con
dovizia di dati e ricostruzione dei contesti l’autore mostra che il genere ha
origine quando il boom è ormai alle spalle, offrendo un saggio di storia
culturale in cui si evidenzia il crollo delle presenze cinematografiche, la
fragilità strutturale di un sistema che produce più film degli Stati Uniti ma è
costituito da imprese anche minuscole e da cicli frenetici, la crisi di una
democrazia che nel 1964 scopre i piani golpisti del generale De Lorenzo.
In questo scenario, una pellicola come Per un pugno di dollari di Sergio Leone
non è un exploit casuale, ma una risposta a determinati bisogni sociali che la
critica dell’epoca non seppe intercettare, poiché sprovvista di strumenti
adeguati. La tanto decantata (o vituperata) “artigianalità” del western italiano
non è dunque difetto o virtù in sé, ma una struttura produttiva con logiche
proprie: il sistema del “minimo garantito”, la costellazione di piccoli
produttori improvvisati (assicuratori, venditori di scarpe che diventano
finanziatori cinematografici), la proliferazione di brand come Django, Ringo e
Sartana – inflazionati in decine di apocrifi – quale forma di gestione del
rischio commerciale. La serialità del cinema popolare sarebbe insomma una
risposta razionale a un mercato incerto.
Altrettanto preziosa la ricostruzione del dibattito critico degli anni
Sessanta-Settanta, elaborata con ricchezza documentaria, dalle riviste d’epoca
(“Cinema Nuovo”, “Vie Nuove”, “Cineforum”, “Variety”, “L’Europeo”, “Bianco e
Nero”) alle citazioni dei protagonisti – registi, produttori, critici,
sceneggiatori. Se ne mettono a fuoco le tensioni interne, i cambiamenti di
posizione, con l’esempio emblematico di Mario Soldati, che dalla stroncatura del
primo western di Leone (“repugnante”, “grande trucco”, “scuola di violenza”)
passò a una rivalutazione pragmatica, sottolineandone l’aspetto imprenditoriale.
Si registra la condanna marxista-ortodossa di Guido Aristarco – che vedeva nel
western il «narcotico» gramsciano per le masse, ridotto a funzione di controllo
sociale – e la replica di Vittorio Spinazzola, che già nel 1963 aveva invitato
la cultura di sinistra a non considerare il cinema popolare come «una notte in
cui tutte le vacche sono nere». Si riporta la lettura di Alberto Moravia che
interpretava il western come «documento involontario» di un Paese preda del
machiavellismo, dove la lotta non è tra bene e male, bensì tra stupidità e
furbizia.
Illuminante il capitolo sull’immaginario messicano, che riprende il discorso del
seminale Al cuore, Ramon, al cuore, di Luca Beatrice. Più che riadattamento del
West americano dei cowboy, degli sceriffi e degli indiani, il western italiano è
costruito su un immaginario esotico concretizzato dalla fotogenia dell’Almería
spagnola, con i paesaggi e la popolazione di etnia gitana che si prestavano a
simulare villaggi messicani: una scelta pragmatica per abbattere i costi
produttivi, fondante un’originale mitologia, in cui mancano la wilderness da
addomesticare, le grandi mandrie, le donne come veicoli di civiltà, capisaldi di
quella americana. Il nostro western diede invece vita ad un universo maschile
individualista, anarcoide e antisociale, dove il protagonista non ha un rapporto
con la società da costruire o difendere; ciò spiega la straordinaria
permeabilità interculturale del genere: non avendo radici in un mito nazionale
specifico, l’eroe del western italiano si presta all’identificazione nei
contesti dove il disagio sociale non trova forma politica organizzata.
Interessante poi l’idea interpretativa secondo cui già agli albori il nostro
western presenta i connotati di quella che oggi definiamo postmodernità: la
consapevolezza metalinguistica, il primato dello stile, il gusto ludico,
l’ibridismo, la mancanza di profondità, l’allusiva complicità con lo spettatore.
Anche apprezzabile il rilievo dato alla pluralità del genere, non appiattito su
Leone, pure riconosciuto quale fondatore e modello, bensì mappato nei diversi
filoni: il western ironico e ludico di Duccio Tessari (che nasce dall’ironia,
non dalla parodia); quello violento e inquietante di Sergio Corbucci, con le sue
incursioni nel sadismo e nel paesaggio nevoso de Il grande silenzio; il
politico-rivoluzionario scritto da Franco Solinas e diretto da Sergio Sollima,
Damiano Damiani e Corbucci, con i messicani eroi positivi e gli americani quali
cattivi, letto come il tentativo più compiuto di realizzare il nazional-popolare
gramsciano nel cinema italiano; il comico-grottesco di Enzo Barboni, alias E. B.
Clucher.
Nella sezione “Dieci film”, l’autore legge tra gli altri C’era una volta il West
di Leone come mito della classicità, Quién sabe? di Damiani quale esperienza
della diversità, Faccia a faccia di Sollima come allegoria del fascismo moderno,
Se sei vivo spara di Giulio Questi come film radicalmente autarchico e
perturbante, Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri come feroce
demolizione ironica del genere, Django di Corbucci come icona contraddittoria.
Alcune analisi – quella di 10.000 dollari per un massacro di Romolo Guerrieri e
La banda J. & S. – Cronaca criminale del Far West di Sergio Corbucci – hanno il
merito di portare l’attenzione su pellicole non ancora istituzionalizzate. Tra
le più originali, quella riservata a Lo chiamavano Trinità; l’autore non liquida
Barboni quale affossatore del genere (come, con malcelato risentimento, gli
rimproveravano Leone e Corbucci), e legge il film attraverso la lente
bachtiniana del realismo grottesco e dell’abbassamento carnevalesco, dove tutto
ciò che è “sacro e alto” nel western – la sparatoria, il pistolero invincibile,
la violenza come affermazione di sé – viene riscritto sul piano del basso
corporeo: un quadro critico che restituisce dignità storica e teorica ad una
pellicola per lo più trattata come mero fenomeno commerciale. Il capitolo sulla
“disseminazione e vita postuma” del genere – tema cruciale, considerato che il
termine “spaghetti western” è divenuto un marchio riconosciuto a livello globale
nonché modello ispirativo per molti registi internazionali – potrebbe costituire
l’oggetto di una trattazione monografica autonoma.
Da storico del cinema di vaglia, Pezzotta tratta dunque il cinema popolare con
la serietà che merita, senza la perniciosa condiscendenza di taluni approcci né
l’acritica nostalgia cinefila di altri. Il libro rimane tra i riferimenti per lo
studio del film di genere per l’attenzione al contesto culturale italiano,
l’apertura a nuovi spazi d’indagine, la qualità della ricostruzione
storiografica. L’appassionato e il cultore, chi lavori sul cinema italiano del
dopoguerra, lo troverà uno strumento indispensabile.
Intervista ad Alberto Pezzotta
A quando risale la tua passione per il cinema western?
In realtà è stata successiva a quella (in ordine di scoperta) per horror,
thriller, commediacce e polizieschi. Non ero un fan di Bud Spencer & Terence
Hill da ragazzo. Sull’apprezzamento di Leone, nel mio caso, pesava la
ingiustificata censura di Edoardo Bruno, il direttore di «Filmcritica», la
rivista su cui ho iniziato a scrivere quando ero ancora al liceo.
La critica cosiddetta “alta” ha per lo più snobbato il cinema western e in
generale il film di genere. Quali sono i punti di forza che ne fanno prodotti
anche artisticamente validi oltre che culturalmente imprescindibili?
Non so. Nel mio libro Il western italiano cerco di valorizzare la critica “alta”
(come quella del gramsciano Spinazzola) che ha sempre apprezzato il western.
Anche Moravia, sia pure con un po’ di snobismo, considerava il western un
oggetto culturale interessante e rivelatore di alcuni tratti della società
italiana. Ora, a me non interessa dimostrare che il western italiano è arte:
significa sfondare porte aperte. Interessa vedere come parlasse del mondo che lo
circondava – e penso soprattutto ai western rivoluzionari e terzomondisti. E
come sapesse creare forme e stili. Pochi giorni fa, a lezione, ho fatto vedere
l’inizio di Matalo!, e mi entusiasma sempre. Anche se non mi interessa l’ottica
cinefila di istituire gerarchie e ribaltare canoni. Matalo è un film divertente,
ma so che nella storia del cinema conta infinitamente meno di Leone, o di
Visconti, per citare un altro che usava molto lo zoom. E il mio non è un libro
di un critico cinefilo, è il libro di uno storico. E per questo Matalo! ha poco
spazio.
Degli oltre 500 film prodotti in Italia dall’inizio degli anni ’60 quali reputi
i più riusciti da un punto di vista estetico?
A me piace tanto Sergio Corbucci, e penso di essere il primo ad avere studiato
seriamente La banda di J & S, di cui Tarantino, spiace dirlo, non ha capito
molto, non conoscendo la società italiana. Ma è innegabile che Leone è un
gigante, per come ha creato uno stile, anche se certi suoi film, personalmente,
non li amo moltissimo. Romolo Guerrieri, che tu hai studiato con tanta passione,
era davvero molto bravo, anche e proprio dal punto di vista estetico.
Più d’un critico considera il film poliziesco italiano degli anni ’70 come un
western trapiantato nelle città. È così?
Non è un’opinione, è un dato di fatto, supportato anche dalle testimonianze
dell’epoca, Tomas Milian in primis.
Come si configura il panorama di questo genere oggi in Italia?
Il western italiano è stato oggetto di periodiche ondate di citazionismo
cinefilo post-post-moderno, da Rango a Django Unchained, significative per il
perdurare di una fama e di un consumo. Oggi la moda sembra passata.
Hai altri libri in cantiere?
Ne ho appena scritto uno, Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco. Cinema e
narrativa dal dopoguerra agli anni Settanta (Mimesis), dove la letteratura ha lo
stesso peso che ha il cinema.
L'articolo Alberto Pezzotta / Il cinema western italiano tra immaginario e
realtà produttiva proviene da Pulp Magazine.