Disarmare la cultura della guerra: dalla militarizzazione della società alla civiltà della cura
La costruzione della pace non passa soltanto attraverso il rifiuto delle guerre
e del riarmo, ma richiede una profonda trasformazione culturale capace di
contrastare la progressiva militarizzazione della società, della ricerca, della
scuola e dell’università.
È una riflessione che trova eco anche nelle iniziative dell’Osservatorio contro
la militarizzazione della scuola e dell’università e nelle analisi del professor
Michele Lucivero, che denunciano la crescente permeabilità delle istituzioni
educative alle logiche militari e invitano a promuovere una cultura della pace,
della cooperazione e della responsabilità civile.
La critica contemporanea alla guerra si trova oggi di fronte a un bivio
decisivo. Da una parte vi è la reazione immediata, necessaria e doverosa contro
la materialità del conflitto: il rifiuto dei bombardamenti, dell’aumento delle
spese militari, della corsa agli armamenti e di ogni forma di coinvolgimento
bellico. Dall’altra emerge una consapevolezza più profonda, che invita a
riconoscere come la guerra non sia soltanto l’esito di una crisi geopolitica, ma
il prodotto di una subcultura che, in modo spesso invisibile, permea la ricerca
scientifica, l’economia, l’educazione e l’immaginario collettivo.
Contrastare questa subcultura significa andare oltre la richiesta di un cessate
il fuoco. Vuol dire mettere in discussione un modello di società che ha
progressivamente normalizzato la violenza, la competizione permanente e la
gerarchia come strumenti ordinari di gestione dei conflitti.
È proprio su questo terreno che si collocano le riflessioni dell’Osservatorio
contro la militarizzazione della scuola e dell’università e del professor
Michele Lucivero, secondo i quali la penetrazione delle logiche militari negli
spazi della formazione rappresenta uno dei passaggi più delicati del processo di
normalizzazione della guerra.
La militarizzazione, infatti, non si manifesta soltanto nelle basi militari o
nei teatri di guerra, ma anche attraverso i linguaggi, i programmi educativi, le
collaborazioni tra istituzioni accademiche e industria bellica, fino alla
rappresentazione culturale della forza come valore assoluto.
Il cuore di questa militarizzazione silenziosa risiede nella costruzione di un
preciso archetipo antropologico, oggi rappresentato dal mito del future warrior.
Nei laboratori della ricerca militare e nell’industria dell’intrattenimento
viene progressivamente elaborata e celebrata la figura del soldato-macchina: un
individuo addestrato a massimizzare la prestazione bellica, reso sempre più
impermeabile al dolore proprio e altrui e orientato esclusivamente
all’efficienza operativa.
Questo “corpo-arma” non costituisce soltanto uno strumento della guerra, ma
rappresenta il punto di arrivo di una precisa concezione della maschilità,
fondata sul dominio, sulla competizione e sulla rimozione della vulnerabilità.
La pedagogia implicita di questo modello educa alla durezza, trasforma l’altro
in un potenziale nemico e rende la violenza una possibilità ordinaria anziché un
fallimento della politica e delle relazioni umane.
A questa deriva tecnocratica e militarista occorre contrapporre una prospettiva
radicalmente diversa, fondata sul biocentrismo e sull’empatia.
Il disarmo materiale, infatti, rischia di rimanere incompleto se non viene
accompagnato da un autentico disarmo culturale e psicologico, capace di smontare
l’immaginario del guerriero e di restituire dignità a un modello di umanità
fondato sulla relazione e sulla cura.
In questa prospettiva assume particolare rilievo la valorizzazione di un
maschile capace di riconoscere la propria fragilità senza viverla come una
sconfitta. La vulnerabilità diventa così una risorsa, una condizione che
permette di sviluppare relazioni autentiche e di costruire comunità fondate
sulla solidarietà. La forza non coincide più con la capacità di esercitare il
dominio o infliggere la morte, ma con la disponibilità a prendersi cura degli
altri, delle persone più fragili, delle nuove generazioni, degli anziani, dei
malati e di chi vive situazioni di marginalità.
Questa etica della cura si estende inevitabilmente oltre la dimensione umana. La
stessa logica che militarizza i corpi è infatti quella che considera il pianeta
come una riserva inesauribile di risorse da sfruttare e i territori come spazi
da conquistare. Le guerre moderne producono devastazione ambientale, consumo
indiscriminato di risorse ed enormi emissioni climalteranti, alimentando una
crisi ecologica che colpisce soprattutto le popolazioni più vulnerabili.
Prendersi cura della Terra significa allora opporsi contemporaneamente alla
guerra, all’estrattivismo e a ogni forma di dominio sulla natura. La tutela
degli ecosistemi, della biodiversità e degli equilibri ambientali diventa parte
integrante di una più ampia cultura della pace.
La vera obiezione di coscienza del XXI secolo, dunque, non può limitarsi al
rifiuto della leva militare o delle armi. Essa si configura come un’obiezione
complessiva alla militarizzazione dell’essere umano, delle istituzioni
educative, delle relazioni sociali e dell’intero modello di sviluppo. Solo
sostituendo la logica della competizione con quella della cooperazione e quella
della forza con la pratica quotidiana della cura sarà possibile costruire una
civiltà autenticamente orientata alla pace.
testo pubblicato il 29 giugno 2026 da Il Faro di Roma
Laura Tussi