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Le “Donne in nero” sono donne in cammino per la Pace
Su esempio delle “Donne del sole” palestinesi e delle “Donne che osano la pace” israeliane ci ritroviamo in silenzio da oltre due anni, vestite di nero con una fascia bianca al braccio in segno di lutto, per ricordare le vittime … Leggi tutto L'articolo Le “Donne in nero” sono donne in cammino per la Pace sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Per strada a Longare e in piazza a Livorno sulla ‘via della pace’ tracciata da Gandhi
La Giornata Internazionale della Nonviolenza viene celebrata dal 2007 nella ricorrenza di una data emblematica, il 2 ottobre, perché il giorno in cui nel 1869 in India nacque il mahatma Gandhi, il cui lascito è condensato nelle sue ultime parole: «La nonviolenza è la più grande forza a disposizione del genere umano. È più potente della più potente arma di distruzione che il genere umano possa concepire». Come risaputo, tanto che persino Wikipedia lo riferisce, in Italia questa sua eredità è stata raccolta e “diffusa con la prima Marcia Mondiale per la pace e la nonviolenza e oggi è sostenuta da diverse associazioni e alcune scuole che si sono costituite in rete per promuovere pratiche di nonviolenza nell’educazione”. Per la Rete Italiana Pace e Disarmo la nonviolenza politica è da sempre la stella polare delle nostre azioni e campagne, e la strada concreta per costruire la pace attraverso il disarmo… Lo abbiamo dimostrato con i fatti. Il 25 settembre, insieme a CNESC e Sbilanciamoci!, abbiamo depositato al Senato 57˙136 firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare Un’altra difesa è possibile, ben oltre il quorum di 50˙000 adesioni. Un risultato storico, ottenuto nonostante le difficoltà iniziali e il silenzio dei grandi media, grazie all’impegno di gruppi locali, associazioni ed enti di servizio civile in tutto il Paese – 2 OTTOBRE 2026 Alla memoria di Gandhi è dedicato il monumento posto nel giardino del ‘Palazzo di Vetro’ a New York, la sede principale delle Nazioni Unite, che lo ritrae e con incisa la scritta Non esiste una via per la pace, la pace è la via, una frase a lui attribuita perché espressiva della sua concezione di nonviolenza, che lui mise in pratica in molti modi, tra cui conducendo la ‘marcia del sale’ e praticando lo sciopero della fame. Un’idea che Gandhi ha spiegato in numerose occasioni, in particolare nel 1926 – cent’anni fa… – nel suo discorso contro la guerra in cui esordì affermando “La via della pace è la via della verità…”. > la menzogna è la madre della violenza… Non esiste una via di mezzo tra la > verità e la nonviolenza da un lato, e la menzogna e la violenza dall’altro… La > verità di pochi conterà; la menzogna di milioni svanirà come pula al soffio > del vento. [War or Peace ? / My Non-violence, M.K. Gandhi / 1960] Un secolo fa (…!!!…) il mahatma si riferiva alla verità nel presente – (…tuttora…) adesso – testimoniata da chi ‘la sa’, la conosce e non la ignora, ma soprattutto da chi la ‘vive’, perché ne subisce e patisce gli ‘effetti’: le vittime dei conflitti bellici, delle persecuzioni, delle oppressioni e delle ingiustizie, cioè dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità, ora – …da un’80ina d’anni… – accuratamente documentati, e denunciati a opinione pubblica e autorità giudiziarie mediante le indagini svolte dai funzionari e relatori dell’ONU coadiuvanti da associazioni e organizzazioni non governative. Ed è la stessa verità cercata, accertata e descritta o illustrata da reporter, cronisti e film-maker indipendenti, cioè non ‘imbavagliati’, che la rivelano facendo inchieste e, così, scoprendo i segreti di stato malcelati nei traffici d’armi e altre ‘faccende’, smascherando le ipocrisie di politici e celebrità e rivelando le menzogne di governanti, generali e imprenditori corruttori o corrotti… insieme ‘soci’ complici in lucrosi affari illeciti e mandanti, pianificatori o esecutori di interventi ferali o letali e micidiali operazioni belliche. Affari, interventi e operazioni anche ‘giustificati’ con tesi demagogiche – come la teoría de los dos demonios asserita dai dittatori argentini negli anni ’70 del XX secolo – che però, purtroppo, convincono molte persone ad assecondare e persino a ‘legittimare’ provvedimenti e decreti come quelli recentemente adottati in molti stati per lo stanziamento di fondi pubblici al riarmo degli eserciti e alla ‘conversione’ delle produzioni industriali per la fabbricazione di armi e mezzi militari e in Italia – dopo il fallimento di una riforma costituzionale e dell’abrogazione dal codice penale degli articoli 613-bis e 613-ter sul reato di tortura – sulle norme per la sicurezza dei cittadini e per il contrasto all’antisemitismo ma, in realtà, ‘norme’ funzionali a normalizzare la repressione del dissenso politico e della protesta sociale. La stessa verità a cui Gandhi si riferiva nel 1926… a cent’anni di distanza… viene proclamata da numerosi pacifisti e nonviolenti che manifestano costantemente, ogni giorno o settimana, nelle strade e piazze delle città italiane: i gruppi che praticano il silenzio per la pace, le Donne in Nero che si radunano all’insegna del motto Fuori la guerra dalla storia coniato da Lidia Menapace… il collettivo di antimilitaristi che, come ogni domenica mattina dal 21 dicembre 1986 e dal 1997 anche nelle giornate del 6 e 9 agosto, ricorrenze del bombardamento di Hiroshima e di Nagasaki, oggi, 4 ottobre, ha presidiato la base americana Pluto a Longare esponendo le bandiere arcobaleno. La prima presenza all’ingresso del sito dell’AFI / American Force Italy – allora un deposito di armi tattiche nucleari – è stata organizzata da Bruno Matteo Bonato consegnando alla Questura di Vicenza la lettera in cui comunicava lo svolgimento dell’iniziativa in concomitanza alla “presenza nonviolenta dei pacifisti a Comiso”. Il testimone della staffetta è stato raccolto da numerosi altri, in seguito coordinati con gli attivisti che nell’area vicentina si sono opposti all’insediamento dell’esercito USA nell’aeroporto Dal Molin. Il gruppo pratica il presidio settimanale per chiedere che: il Governo italiano rispetti la Costituzione e in particolare l’art. 11; metodi nonviolenti e diplomazia vengano utilizzati per dirimere questioni internazionali; una commissione indipendente faccia chiarezza sui fatti dell’11 settembre 2001, a partire dal crollo dell’Edificio 7 (WTC-7); le basi militari USA su territorio italiano vengano riconvertite ad uso civile; l’Italia esca dalla NATO e aderisca al Trattato ONU sulla proibizione delle armi nucleari e ne rispetti gli obblighi che ne derivano; la Commissione Difesa metta a calendario la proposta di legge su difesa civile e nonviolenta Un’altra difesa è possibile. Donne in Nero a Livorno: “Ieri, sabato 3 ottobre, è stato il nostro 40° presidio: 30 donne schierate CONTRO TUTTE LE GUERRE CONTRO IL GENOCIDIO. Abbiamo stretto in braccio i nostri sudari come fossero figli…”     Maddalena Brunasti
October 4, 2026
Pressenza
Palestina: basta massacri e razzismo
Articoli di Sausan Khalil, Tareq S. Hajjaj, Enas Abu Ghayad, Operazione Colomba, Francesca Campanini, Adla Alnazer, Mariana Hristova, Mario Sommella, Luigi Daniele, Anna Maria Selini, Lavinia Marchetti, gli aggiornamenti (con Anbamed e Radio Onda D’urto) e altro. Con un link ad una nostra pagina: https://www.labottegadelbarbieri.org/cinema-28-30-settembre-naza-e-the-bibi-files/ «Tortura e genocidio» di Francesca Albanese è un saggio-inchiesta (pubblicato da Paper First) che traduce
September 26, 2026
La Bottega del Barbieri
A Rovereto, il 20 settembre, “Tutti gli occhi sulla Palestina”
In occasione del passaggio della Lampada della Pace di Assisi, la città trentina ospita Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina e già vicepresidente del Parlamento europeo (dal 2007 al 2009). L’iniziativa è promossa da Casa delle Donne, Donne in Nero Rovereto, Pace Per Gerusalemme, Centro Pace Ecologia e Diritti Umani, ANPI Rovereto-Vallagarina Ubalda Bettini Girella, ARCI Brentonico, BDS Trentino, Giuristi Democratici, Scuola di Sant’Osvaldo, Nuovo Cineforum Rovereto e Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani. Focalizzato sul tema Tutti gli occhi sulla Palestina, l’incontro è incluso nel programma del progetto Gaza: lì dove brucia l’anima del mondo svolto con il sostegno del Comune di Rovereto. Con Luisa Morgantini dialogherà Assia Zoller, avvocata, membro del direttivo di APS Circolo Arci U. Winkler di Brentonico e attivista BDS Trentino. In svolgimento domenica 20 settembre 2026 alle 18:00 nell’Urban Center di Rovereto (corso Rosmini 58), l’incontro è aperto alla cittadinanza, invitata alla partecipazione.   Maddalena Brunasti
September 15, 2026
Pressenza
“La forza delle donne contro la violenza”, a Verona dal 24 settembre prossimo
L’iniziativa, promossa dal Circolo della Rosa con il patrocinio del Comune di Verona, propone un ciclo di incontri tenuti nella sala Fiumi della Biblioteca Civica di Verona, con inizio alle 17:30. Al primo, in svolgimento giovedì 24 settembre, l’attenzione focalizzerà sulle prassi e sui principi orientativi del movimento femminile pacifista internazionale. Mirella Leone dialogherà con le referenti del gruppo Donne in Nero di Verona, che nella città veneta svolge attività da molti decenni, dal 1990 praticando nella centrale piazza Bra un’ora di silenzio per la pace ogni giovedì pomeriggio. Gli incontri successivi sono ispirati da frasi celebri, che alcune donne hanno scritto in opere letterarie e saggi e spesso citate nei discorsi sulla pace, nei dibattiti sulla nonviolenza e in proclami, dichiarazioni, manifesti e manifestazioni contro la guerra: * 20 novembre – «Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere» (Christa Wolf, Cassandra), con Anna Maria Piussi * 27 novembre – «Come donna non ho patria. La mia patria è il mondo intero» (Virginia Woolf, Le tre ghinee), con Vittoria Ferri * 4 dicembre – «Combattere senza odiare […] disfare senza distruggere» (Luisa Muraro, Dio è violent) con Marco Campedelli Verona / sala Fiumi della Biblioteca Civica, inizio alle h 17:30 Maddalena Brunasti
September 11, 2026
Pressenza
Il popolo dei presidi di pace e per la Palestina
“I miei genitori sono scappati dal Vietnam e sono venuti qui (in Veneto) negli anni Settanta. La guerra nel Vietnam non è finita perché qualcuno ha vinto o qualcuno ha perso ma è finita per le proteste contro la guerra e l’enorme pressione che hanno fatto sul governo americano”. A parlare è un giovane vietnamita che insieme a me sostiene lo striscione “contro la guerra” nel presidio settimanale “Cessate il fuoco” che dal febbraio del 2024 si tiene in questa cittadina nella provincia di Vicenza. Sì è vero, vi fu un grande movimento globale contro la guerra in Vietnam che prese l’avvio nel 1965 e proseguì per dieci anni fino alla caduta di Saigon il 30 aprile 1975. A detta di molti, il movimento contro la guerra ha contribuito ad accelerare il processo di uscita dalla guerra degli Stati Uniti. Le proteste hanno avuto un impatto enorme sull’opinione pubblica soprattutto negli Stati Uniti e hanno contribuito a ridurre il sostegno politico e popolare all’intervento. I momenti chiave sono stati: la storica marcia al Pentagono nell’ottobre 1967 con 100.000 persone e il grande sciopero studentesco nazionale nel maggio 1970. Ma le proteste non si limitarono al territorio nordamericano. In Francia nella primavera del 1968 le proteste studentesche erano anche contro il coinvolgimento USA. In Giappone a Tokyo circa 20.000 studenti hanno bloccato la stazione di Shinjuku e in Australia Canberra ci sono state manifestazioni per opporsi alla leva obbligatoria. Anche in Italia, un momento emblematico fu all’università di Bologna il 21 maggio 1967. L’internazionalismo solidale Il mio vicino di presidio, italiano di discendenza vietnamita, oggi è qui assieme alla moglie e alle due figlie piccoline, mi ha ricordato come, accanto alle proteste, anche l’internazionalismo sia sempre stato un aspetto fondamentale delle lotte. E’ un filo conduttore nella storia dei movimenti. Già durante la guerra civile spagnola negli anni Trenta, volontari da tutto il mondo, le cosiddette Brigate Internazionali, si unirono per combattere contro i fascismo. È una tradizione di solidarietà globale che si rinnova anche in tempi diversi e battaglie differenti. Pensiamo ai curdi con il loro progetto nel Rojava, hanno fatto proprio un approccio internazionalista richiamando persone da tutto il mondo. È un filo che unisce lotte per l’autodeterminazione e giustizia in diverse epoche e luoghi. Fondamentale è stato il sostegno dei movimenti internazionali contro l’apartheid in Sudafrica che hanno organizzato le grandi campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica affinché facessero pressioni presso i loro governi e il governo sudafricano. A partire dagli anni Novanta, un po’ ovunque, movimenti di solidarietà internazionale  si interfacciano con i movimenti di liberazione in America Latina come in Nicaragua, nel Chiapas ecc. Come dimenticare il contributo di Cuba? Ha avuto un ruolo molto importante nell’internazionalismo del secondo Novecento. Dopo la rivoluzione del ‘59 il governo cubano sostenne movimenti di liberazione specialmente in Africa e in America Latina. C’erano le missioni mediche e di alfabetizzazione in tanti paesi del sud del mondo, viste come “internazionalismo solidale”. Molte persone ricordano quei programmi come aiuti concreti e per diverse comunità sono stati fondamentali soprattutto dove mancava l’accesso a cure di base. Ma non si può parlare di internazionalismo senza citare Alexander Langer una delle figure più originali dell’internazionalismo europeo. Veniva dall’Alto Adige terra di confine, di convivenza tra lingue diverse e da lì ha sviluppato un’idea di internazionalismo molto concreta: costruire ponti piuttosto che proclamare slogan. Negli anni delle guerre dell’ex Jugoslavia si impegnò tantissimo per fermare le violenze organizzando convogli umanitari, promuovendo incontri tra comunità e spinse perché l’Europa si assumesse una responsabilità morale e politica per la pace. Non vedeva la pace come qualcosa di astratto per lui, pace, giustizia sociale ed ecologia erano tasselli della stessa visione. Donne in Nero Molti presidi hanno preso l’avvio dai gruppi ancora esistenti sul nostro territorio delle “Donne in nero” che fin dagli anni Novanta protestano contro la guerra e il militarismo in modo pacifico e silenzioso. Questo movimento è nato nel 1988 a Gerusalemme durante la prima entifada con donne israeliane, a cui poi si sono aggiunte le palestinesi, che ogni settimana si riunivano in silenzio vestite di nero per denunciare l’occupazione e la violenza. Da allora il modello si diffonde, nella vicina Jugoslavia, sono note le Donne in nero di Belgrado che durante le guerre dell’ex Jugoslavia si opposero pubblicamente al nazionalismo e alle violenze suscitando grande scalpore e opposizione-ma non è una novità che i pacifisti vengono presi di mira, durante e prima, le guerre. Ho incontrato diverse donne in Veneto che mi hanno raccontato le loro esperienze, sia in Palestina che a Belgrado, quando si sono unite alle donne di quei posti. In quegli stessi anni iniziavano i gruppi organizzati dall’allora europarlamentare Luisa Morgantini nei territori occupati e a Gaza. Il suo percorso incarna proprio quella idea di internazionalismo delle lotte, le reti di solidarietà oltre i confini. Morgantini è stata tra quelle che hanno cercato di unire pacifismo, presenza nei luoghi dei conflitti, collaborazione con associazioni italiane e internazionali, e un lavoro di collegamento con i movimenti palestinesi e israeliani. Da questo punto di vista è molto vicina ad Alexander Langer, come lei eurodeputato, nel tentativo di costruire delle alternative facendo da cerniera tra protesta e proposta. A Palermo l’esperienza delle Donne in Nero dà vita alla protesta silenziosa nelle piazze dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio a cui si unisce la popolazione scossa ma decisa a reagire. In varie città italiane nascono piccoli gruppi autonomi che organizzano presidi silenziosi nelle piazze, producono campagne, seminari e collaborano con le reti pacifiste e femministe. E’ questa rete lo zoccolo duro dei tanti presidi per la pace che dopo l’invasione della Russia in Ucraina e ancor più dopo il 7 ottobre 2023 si sono attivati in tante piazze italiane, grandi o piccole che siano. Questo è vero anche per la rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la pace” che è nata nella primavera del 2025, su iniziativa del presidio per la pace delle donne di Palermo, di Caltanissetta e del Pinerolo (TO). La rete è costituita da più di un’ottantina di gruppi e associazioni dalla Sicilia, alla Sardegna al Trentino. Donna Reporter
August 4, 2026
Pressenza
7-13 giugno 2026, “il fiore di Srebrenica”*
Il viaggio organizzato dalle associazioni “Lungo la rotta balcanica” e “Buongiorno Bosnia- Dobardan Venecjia” intende  portare fisicamente  in luoghi di memoria o nella vita che continua chi è interessato a  conoscere un po’ più da vicino gli aspetti di una terra percorsa da persone che cercano degli altrove. Qui si intrecciano anche le evidenze di un negazionismo imperante riguardo alla pulizia etnica di 30 anni fa al tempo delle guerre balcaniche nell’ex Jugoslavia e  al genocidio accertato di Srebrenica in Bosnia nel luglio  1995. Soprattutto chi partecipa a questo tipo di viaggio per la prima volta non sa bene cosa aspettarsi esattamente, ma  ci fidiamo dei nostri formidabili accompagnatori Diego Saccora e Andrea Rizza Goldstein. In questo viaggio siamo sulle tracce  di un doppio negazionismo quello che nega un genocidio di 30 anni fa e quello che invisibilizza chi insegue  un futuro sostenibile, fosse anche solo un sogno per arrivare in Europa  attraverso la rotta balcanica. Luogo di passaggi invisibili perché a una parte del mondo non è dato di poter viaggiare liberamente. Di fronte a un autogrill dove sostiamo in Croazia  ci viene indicata una costruzione grigia, un campo di trattenimento di persone fermate in attesa di rimpatrio. Di fatto, un centro detentivo. Ripreso il viaggio ci imbattiamo nel primo evidente esempio di negazione come ri-semantizzazione che la nostra guida ci rende palese.  A Jasenovac in Croazia ci colpisce un enigmatico e gigantesco fiore di loto in pietra in mezzo a una radura verde con piccoli specchi d’acqua dove galleggiano fiori di loto. Proprio lì c’era un campo di sterminio, il terzo in Europa durante la seconda guerra mondiale, dove sono morti migliaia e migliaia di serbi per mano dei croati, con strumenti orridi usati in esecuzioni one to one.  Il fior di loto ricompone, tenta una narrativa plausibile alla fine della guerra e all’inizio della stagione titina che voleva  una Jugoslavia unita. A pochi kilometri dalla frontiera che separa la Croazia dalla Serbia ci sorprende un piccolo cimitero. Poche tombe scalcinate, o meglio piccole segnalazioni con nomi di giovani o la maggior parte NN che hanno finito il loro viaggio iniziato da molto lontano, presso quelle frontiere, che spesso sono fiumi impietosi come la Drina. Tra questi, Madina, bambina afghana ricacciata indietro con la sua famiglia dalla Croazia e travolta da un treno mentre camminando lungo i binari cercava di tenere una direzione. Sepolta in un lembo di terra serbo ai margini di un cimitero. Una raccolta fondi collettiva da parte di vari gruppi e di singole persone ha sostenuto i costi di una tomba non troppo esile, non troppo provvisoria per non dimenticare questa piccola vita di 8 anni vittima della violenza dei respingimenti. A Belgrado la mostra “Labirinto” curata dalla storica serba Dubravka Stojanovic è un esempio di resistenza alla cancellazione e un coraggioso tentativo di non rimuovere i passi che hanno portato alle guerre e al genocidio. Alcune foto esposte ritraggono le proteste delle Donne in nero che manifestavano contro le decisioni del governo e affollatissime altre proteste di gente scesa in piazza contro la guerra. Il pensiero corre ai nostri giorni, agli scioperi, ai presidi, alle piazze piene per la Palestina. Da 1.000 giorni stiamo assistendo a un genocidio in diretta e viene da pensare che la sua negazione sia l’altra faccia della catastrofe. La resistenza anima anche il movimento delle Donne in nero che collegate e presenti da Belgrado in Serbia fino a Tuzla in Bosnia sono intervenute nelle ricorrenze che ricordavano il genocidio o la scomparsa di molte vittime. Le vittime di quel genocidio che si vuole negare furono 8.372. Se alcune sono sopravvissute, molte altre donne separate dagli uomini sono finite nella macchina degli stupri anche per sostituzione etnica. Arriviamo in camion a una scuola in mezzo agli alberi in una località di montagna sopra Srebenica. Qui ci aspetta Mohammed  Avdic, già alunno di quella scuola, frequentata fino a dieci anni, fino all’abbandono forzato in un esodo imposto e incomprensibile Verso la scuola dove ci aspettava Mohammed Un racconto di tre ore, a tratti congestionato nell’ossessività dei dettagli di chi è riandato mille volte indietro a rivedere la sparizione nel nulla del padre, direttore della scuola; per vent’anni lo ha cercato invano, o ha cercato almeno un barlume di giustizia. Ascoltiamo in silenzio. Ci si può sintonizzare su quel senso di perdita e su quella domanda sottotesto che chiede una risposta? Il calore con cui, dopo l’incontro, ci serve la cena a casa sua, l’accoglienza che ci riserva la sua famiglia, l’ospitalità che traspira da ogni gesto ci parlano dell’importanza per loro della nostra presenza lì, del nostro essere testimoni in quel luogo ormai quasi  spopolato, dove è stata piantata la tenda della resistenza di chi ancora continua a sperare. Il racconto di Zijo Ribic a Skocic, villaggio rom di musulmani vicino a Zvornik, teatro di pulizia etnica a opera dei paramilitari cetnici ha l’oscura potenza di un horror. Abbiamo davanti un uomo che era un bambino al tempo di una mattanza dove ha perso tutta la sua numerosa famiglia insieme ad  altre famiglie rom del villaggio. E’ sopravvissuto da solo, fingendosi morto tra i loro cadaveri. L’odio porterebbe ad assomigliare agli aguzzini, conclude Zijo; per  questo non vuole odiare, ma continuare  a cercare giustizia. Zijo ama la vita. Il suo racconto fatto di sicuro mille volte in tante occasioni sgorga dalle sue parole e dai suoi occhi ed è essenziale essere lì a raccoglierlo, stringergli la mano e abbracciarlo come  riconoscimento di quella vita preziosa. Confida inoltre nel ritrovamento dei resti delle sue sorelle, per riunire tutta la sua famiglia nel piccolo cimitero rom. Il Memoriale di Srebrenica è un grandioso monumento che non può essere concepito a uso e consumo di una spettacolarizzazione. Enorme e in sinergia il lavoro di organizzazioni come Fond za humanitarno pravo di Belgrado che si batte contro il negazionismo del Paese e del governo, raccogliendo richieste di persone da ricercare, aggiornando elenchi che via via crescono di resti ritrovati o riconosciuti tramite analisi del dna dei parenti. Scorcio del cimitero nell’area del Memoriale con le classiche lapidi bianche dei musulmani Nella sede dell’organizzazione Djeluj.ba, il suo fondatore Nihad Suljic ci parla degli interventi con i ragazzi che transitano in Bosnia lungo la rotta balcanica. Incessante portatore di primi soccorsi a chi gli viene segnalato nelle più disparate situazioni di difficoltà, Nihad cerca di sopperire all’assenza istituzionale, coinvolgendo gruppi e singoli, soccorrendo i vivi e anche i morti. Il recupero dei corpi di chi perisce lungo la rotta, con le procedure di riconoscimento per una giusta restituzione alle famiglie richiede un lavoro intenso che per Nihad conosce poche soste. Rejha Avdic racconta a lungo di quegli assembramenti a Srebrenica alla sede degli olandesi che avevano promesso protezione, della separazione dalle figlie, del loro ritrovamento, della sparizione definitiva del marito. Rejha fa parte delle Donne in nero e racconta una vicenda fatta di disobbedienza, di non esecuzione di ordini, di coraggio che le ha permesso di ricomporre sia pur parzialmente la famiglia; ora si preoccupa  di prendersi cura dei figli di altre donne lontane, per rendere più umana la loro vita o più degna la loro morte. Anche Nihad e Rejha ci consegnano la responsabilità di non aver assistito come spettatori al dolore altrui. https://www.lungolarottabalcanica.it/ https://buongiornobosnia.blogspot.com/ *Il fiore di Srebrenica un piccolo fiore bianco con un centro verde con undici petali fatto dalle donne abilissime nel lavoro all’uncinetto: 11 luglio, bianco innocenza, verde speranza. Simbolo che colma un vuoto di conoscenza su un passato recente che ci riporta a mettere un tassello sul presente per contrastare l’oblio del prossimo futuro. Redazione Italia
July 5, 2026
Pressenza
Tomorrow’s Freedom, un film su Marwan Barghouti
Tomorrow’s Freedom è un documentario britannico del 2022, della durata di 97 minuti, realizzato dopo oltre cinque anni di riprese. Attraverso un accesso intimo e diretto alla famiglia di Marwan Barghouti, leader politico palestinese incarcerato da oltre vent’anni, il film intreccia interviste esclusive, materiali d’archivio e immagini contemporanee provenienti dalla Cisgiordania, ricostruendo più di trent’anni di storia politica e umana. Eletto membro del Parlamento palestinese  e sostenitore degli Accordi di Oslo negli anni ’90, Barghouti è stato arrestato da Israele nel 2002 e condannato a cinque ergastoli. Oggi, secondo diversi sondaggi, resta una delle figure più accreditate come possibile futuro leader palestinese. Il documentario affronta senza semplificazioni il nodo della detenzione, della rappresentanza politica e della speranza, offrendo uno sguardo complesso e profondamente umano sul conflitto. Figura centrale del racconto è Fadwa Barghouti, avvocata e attivista, da oltre quarant’anni impegnata nella difesa dei diritti e oggi portavoce del marito. Il film restituisce la dimensione privata e pubblica di una donna che ha trasformato l’attesa, la distanza e la privazione in un impegno politico e civile costante. “Tomorrow’s Freedom è un film necessario, non perché offra risposte, ma perché pone domande che non possiamo più evitare”, ha dichiarato Fabia Bettini. “Sentiamo la responsabilità di sostenere un cinema che sappia entrare nei nodi più dolorosi del presente con onestà, complessità e rispetto. Questo documentario ci ricorda che dietro ogni conflitto ci sono storie umane, famiglie, attese, e che il cinema può ancora essere uno spazio di ascolto, di consapevolezza e di dialogo”. il film documentario Tomorrow’s freedom verrà proiettato Giovedì 4 giugno alle ore 21 al Salone Nelson Mandela della Camera del Lavoro di Piacenza in via XXIV Maggio, 18. Introdurrà Luisa Morgantini, una delle voci più autorevoli del pacifismo italiano, da anni impegnata sul campo e nelle istituzioni europee (è stata Vice Presidente del Parlamento Europeo) per la difesa dei diritti umani. L’iniziativa rientra nell’ambito della campagna per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi. Nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani sono trattenuti oltre 10 000 prigionieri palestinesi, di cui circa 500 sono minori di 18 anni. Oltre la metà dei prigionieri si trova in “detenzione amministrativa”, ovvero senza accuse formali né processo. I bambini palestinesi sono gli unici bambini al mondo ad essere sistematicamente processati da tribunali militari, con processi iniqui, arresti violenti, spesso notturni e interrogatori coercitivi. L’accusa più comune è il lancio di pietre, per cui si può arrivare ad una pena di 20 anni. In prigione sono sottoposti ad abusi emotivi e fisici, l’assistenza sanitaria e il sostegno psicosociale sono per loro molto limitati. Donne in nero – Europe for Peace – Salaam Ragazzi dell’olivo   Redazione Italia
May 31, 2026
Pressenza
PIOMBINO HUB NAZIONALE DEL TRAFFICO DI ARMI? Contro la militarizzazione delle infrastrutture pubbliche immaginare un altro sviluppo per i nostri porti
CONVEGNO GIOVEDÌ 14 MAGGIO DALLE 16:00 ALLE 19:00 CENTRO GIOVANI DI PIOMBINO L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università pubblica il comunicato di USB Piombino e Livorno che, in collaborazione con il gruppo Donne in nero di Piombino, ha organizzato un convegno sul traffico di armi nel porto di Piombino. Interverranno: Francesco Staccioli (esecutivo nazionale USB trasporti) Linda Maggiori (giornalista di inchiesta) Alessio Biondi (RLS di sito porti provincia di Livorno) Alessandro Volpi (docente universitario) A seguire dibattito con interventi di partiti, collettivi e associazioni. La lotta al transito di armi, carburante o altro materiale ad uso bellico destinato a Israele o ad altri teatri di guerra, ha sempre contraddistinto il lavoro di USB nei porti italiani in questi anni. Partendo da Genova e grazie anche alla spinta più recente delle Flottille dirette a Gaza, questo movimento di opposizione è cresciuto sempre più, raggiungendo una visibilità inedita e soprattutto dimostrando che inceppare la logistica della guerra è materialmente possibile. Innumerevoli ragioni ci spingono ad assumere questa posizione: l’internazionalismo e lo spirito di solidarietà verso i popoli oppressi in primo luogo, ma anche la difesa della sicurezza dei lavoratori e dei cittadini e la tutela dell’occupazione, che solo uno sviluppo commerciale delle attività portuali può realmente garantire. Anche a Piombino il nostro sindacato ha affiancato gruppi di cittadini (in particolare il gruppo delle Donne in nero) e i comitati che si oppongono al rigassificatore nel denunciare i rischi per la sicurezza connessi alla movimentazione di armi e mezzi militari. Ci sembra che negli ultimi mesi la frequenza e l’intensità di carico delle navi Severine e Capucine sia in preoccupante crescita. Che siano per esercitazioni della NATO in Europa o direttamente destinate a rifornire le guerre Usa e israeliane nel Golfo Persico (si veda il maxi-carico del 30 marzo scorso diretto in Arabia Saudita), stanno rendendo il porto di Piombino un hub sempre più cruciale. La guerra non è un fatto lontano, parte da noi, dalle nostre banchine. E a quelle può anche tornare, rendendole un obiettivo militare. Crediamo che questo scenario non sia né eticamente né politicamente accettabile e che risulti inoltre economicamente deleterio a livello occupazionale. Abbiamo portato avanti questa battaglia in città in diverse occasioni, dai tre scioperi generali dell’autunno (tra cui la manifestazione del 3 ottobre, con 1500 persone che entrarono in porto) a presidi in centro e a vari incontri di approfondimento. Dopo aver partecipato alla recente manifestazione contro il rigassificatore dello scorso 11 aprile organizzata dal Comitato di Salute Pubblica, abbiamo avvertito l’esigenza di un momento di confronto e approfondimento più strutturato. Da quali realtà è composto oggi il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici che si oppongono alla guerra, nei porti come nelle ferrovie e nelle industrie? Che ruolo hanno i porti toscani e in particolare quelli di Livorno e Piombino nella logistica bellica USA e NATO? Perché e in che modo l’articolo 11 della Costituzione italiana e la legge 185/1990 sul divieto di esportazione di armi verso stati belligeranti vengono spesso aggirati o apertamente violati senza che le autorità competenti intervengano? Quali rischi per la sicurezza sono connessi alle operazioni di carico e scarico di tale materiale, vista anche la presenza del rigassificatore in porto? Perché infine è non solo giusto ma anche economicamente ragionevole opporsi ai piani di riarmo e puntare su altri tipi di sviluppo anche in ambito portuale? Con questo convegno intendiamo non solo diffondere informazione e suscitare dibattito tra i lavoratori e i cittadini ma anche interpellare direttamente le autorità competenti, le istituzioni e la classe dirigente locale e regionale sul futuro del nostro porto. Piombino non può e non deve diventare un Hub del gas e delle armi. USB Piombino e Livorno -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Piombino hub nazionale del traffico di armi?
La lotta al transito di armi, carburante o altro materiale ad uso bellico destinato a Israele o ad altri teatri di guerra, ha sempre contraddistinto il lavoro di USB nei porti italiani in questi anni. Partendo da Genova e grazie anche alla spinta più recente delle Flotille dirette a Gaza, questo movimento di opposizione è cresciuto sempre più, raggiungendo una visibilità inedita e soprattutto dimostrando che inceppare la logistica della guerra è materialmente possibile. Innumerevoli ragioni ci spingono ad assumere questa posizione: l’internazionalismo e lo spirito di solidarietà verso i popoli oppressi in primo luogo, ma anche la difesa della sicurezza dei lavoratori e dei cittadini e la tutela dell’occupazione, che solo uno sviluppo commerciale delle attività portuali può realmente garantire. Anche a Piombino il nostro sindacato ha affiancato gruppi di cittadini (in particolare il gruppo delle Donne in nero) e i comitati che si oppongono al rigassificatore nel denunciare i rischi per la sicurezza connessi alla movimentazione di armi e mezzi militari. Ci sembra che negli ultimi mesi la frequenza e l’intensità di carico delle navi Severine e Capucine sia in preoccupante crescita. Che siano per esercitazioni della NATO in Europa o direttamente destinate a rifornire le guerre Usa e israeliane nel Golfo Persico (si veda il maxi-carico del 30 marzo scorso diretto in Arabia Saudita), stanno rendendo il porto di Piombino un hub sempre più cruciale. La guerra non è un fatto lontano, parte da noi, dalle nostre banchine. E a quelle può anche tornare, rendendole un obiettivo militare. Crediamo che questo scenario non sia né eticamente né politicamente accettabile e che risulti inoltre economicamente deleterio a livello occupazionale. Abbiamo portato avanti questa battaglia in città in diverse occasioni, dai tre scioperi generali dell’autunno (tra cui la manifestazione del 3 ottobre, con 1500 persone che entrarono in porto) a presidi in centro e a vari incontri di approfondimento. Dopo aver partecipato alla recente manifestazione contro il rigassificatore dello scorso 11 aprile organizzata dal Comitato di Salute Pubblica, abbiamo avvertito l’esigenza di un momento di confronto e approfondimento più strutturato. Da quali realtà è composto oggi il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici che si oppongono alla guerra, nei porti come nelle ferrovie e nelle industrie? Che ruolo hanno i porti toscani e in particolare quelli di Livorno e Piombino nella logistica bellica USA e NATO? Perché e in che modo l’articolo 11 della Costituzione italiana e la legge 185/1990 sul divieto di esportazione di armi verso stati belligeranti vengono spesso aggirati o apertamente violati senza che le autorità competenti intervengano? Quali rischi per la sicurezza sono connessi alle operazioni di carico e scarico di tale materiale, vista anche la presenza del rigassificatore in porto? Perché infine è non solo giusto ma anche economicamente ragionevole opporsi ai piani di riarmo e puntare su altri tipi di sviluppo anche in ambito portuale? Con questo convegno intendiamo non solo diffondere informazione e suscitare dibattito tra i lavoratori e i cittadini ma anche interpellare direttamente le autorità competenti, le istituzioni e la classe dirigente locale e regionale sul futuro del nostro porto. Piombino non può e non deve diventare un Hub del gas e delle armi. USB Piombino e Livorno ———— PIOMBINO HUB NAZIONALE DEL TRAFFICO DI ARMI? Contro la militarizzazione delle infrastrutture pubbliche immaginare un altro sviluppo per i nostri porti. Convegno giovedì 14 maggio al Centro Giovani di Piombino dalle 16 alle 19 con interventi di -Francesco Staccioli (esecutivo nazionale USB trasporti) -Linda Maggiori (giornalista di inchiesta) -Alessio Biondi (RLS di sito porti provincia di Livorno) -Alessandro Volpi (docente universitario) A seguire dibattito con interventi di partiti, collettivi e associazioni Evento promosso da USB Piombino e Livorno in collaborazione con il gruppo delle Donne in nero di Piombino   Unione Sindacale di Base
May 6, 2026
Pressenza