Il popolo dei presidi di pace e per la Palestina
“I miei genitori sono scappati dal Vietnam e sono venuti qui (in Veneto) negli
anni Settanta. La guerra nel Vietnam non è finita perché qualcuno ha vinto o
qualcuno ha perso ma è finita per le proteste contro la guerra e l’enorme
pressione che hanno fatto sul governo americano”. A parlare è un giovane
vietnamita che insieme a me sostiene lo striscione “contro la guerra” nel
presidio settimanale “Cessate il fuoco” che dal febbraio del 2024 si tiene in
questa cittadina nella provincia di Vicenza.
Sì è vero, vi fu un grande movimento globale contro la guerra in Vietnam che
prese l’avvio nel 1965 e proseguì per dieci anni fino alla caduta di Saigon il
30 aprile 1975. A detta di molti, il movimento contro la guerra ha contribuito
ad accelerare il processo di uscita dalla guerra degli Stati Uniti. Le proteste
hanno avuto un impatto enorme sull’opinione pubblica soprattutto negli Stati
Uniti e hanno contribuito a ridurre il sostegno politico e popolare
all’intervento.
I momenti chiave sono stati: la storica marcia al Pentagono nell’ottobre 1967
con 100.000 persone e il grande sciopero studentesco nazionale nel maggio 1970.
Ma le proteste non si limitarono al territorio nordamericano.
In Francia nella primavera del 1968 le proteste studentesche erano anche contro
il coinvolgimento USA. In Giappone a Tokyo circa 20.000 studenti hanno bloccato
la stazione di Shinjuku e in Australia Canberra ci sono state manifestazioni per
opporsi alla leva obbligatoria. Anche in Italia, un momento emblematico fu
all’università di Bologna il 21 maggio 1967.
L’internazionalismo solidale
Il mio vicino di presidio, italiano di discendenza vietnamita, oggi è qui
assieme alla moglie e alle due figlie piccoline, mi ha ricordato come, accanto
alle proteste, anche l’internazionalismo sia sempre stato un aspetto
fondamentale delle lotte. E’ un filo conduttore nella storia dei movimenti. Già
durante la guerra civile spagnola negli anni Trenta, volontari da tutto il
mondo, le cosiddette Brigate Internazionali, si unirono per combattere contro i
fascismo. È una tradizione di solidarietà globale che si rinnova anche in tempi
diversi e battaglie differenti. Pensiamo ai curdi con il loro progetto nel
Rojava, hanno fatto proprio un approccio internazionalista richiamando persone
da tutto il mondo. È un filo che unisce lotte per l’autodeterminazione e
giustizia in diverse epoche e luoghi.
Fondamentale è stato il sostegno dei movimenti internazionali contro l’apartheid
in Sudafrica che hanno organizzato le grandi campagne per sensibilizzare
l’opinione pubblica affinché facessero pressioni presso i loro governi e il
governo sudafricano.
A partire dagli anni Novanta, un po’ ovunque, movimenti di solidarietà
internazionale si interfacciano con i movimenti di liberazione in America
Latina come in Nicaragua, nel Chiapas ecc.
Come dimenticare il contributo di Cuba? Ha avuto un ruolo molto importante
nell’internazionalismo del secondo Novecento. Dopo la rivoluzione del ‘59 il
governo cubano sostenne movimenti di liberazione specialmente in Africa e in
America Latina. C’erano le missioni mediche e di alfabetizzazione in tanti paesi
del sud del mondo, viste come “internazionalismo solidale”. Molte persone
ricordano quei programmi come aiuti concreti e per diverse comunità sono stati
fondamentali soprattutto dove mancava l’accesso a cure di base.
Ma non si può parlare di internazionalismo senza citare Alexander Langer una
delle figure più originali dell’internazionalismo europeo. Veniva dall’Alto
Adige terra di confine, di convivenza tra lingue diverse e da lì ha sviluppato
un’idea di internazionalismo molto concreta: costruire ponti piuttosto che
proclamare slogan. Negli anni delle guerre dell’ex Jugoslavia si impegnò
tantissimo per fermare le violenze organizzando convogli umanitari, promuovendo
incontri tra comunità e spinse perché l’Europa si assumesse una responsabilità
morale e politica per la pace. Non vedeva la pace come qualcosa di astratto per
lui, pace, giustizia sociale ed ecologia erano tasselli della stessa visione.
Donne in Nero
Molti presidi hanno preso l’avvio dai gruppi ancora esistenti sul nostro
territorio delle “Donne in nero” che fin dagli anni Novanta protestano contro la
guerra e il militarismo in modo pacifico e silenzioso. Questo movimento è nato
nel 1988 a Gerusalemme durante la prima entifada con donne israeliane, a cui poi
si sono aggiunte le palestinesi, che ogni settimana si riunivano in silenzio
vestite di nero per denunciare l’occupazione e la violenza. Da allora il modello
si diffonde, nella vicina Jugoslavia, sono note le Donne in nero di Belgrado che
durante le guerre dell’ex Jugoslavia si opposero pubblicamente al nazionalismo e
alle violenze suscitando grande scalpore e opposizione-ma non è una novità che i
pacifisti vengono presi di mira, durante e prima, le guerre.
Ho incontrato diverse donne in Veneto che mi hanno raccontato le loro
esperienze, sia in Palestina che a Belgrado, quando si sono unite alle donne di
quei posti. In quegli stessi anni iniziavano i gruppi organizzati dall’allora
europarlamentare Luisa Morgantini nei territori occupati e a Gaza. Il suo
percorso incarna proprio quella idea di internazionalismo delle lotte, le reti
di solidarietà oltre i confini. Morgantini è stata tra quelle che hanno cercato
di unire pacifismo, presenza nei luoghi dei conflitti, collaborazione con
associazioni italiane e internazionali, e un lavoro di collegamento con i
movimenti palestinesi e israeliani. Da questo punto di vista è molto vicina ad
Alexander Langer, come lei eurodeputato, nel tentativo di costruire delle
alternative facendo da cerniera tra protesta e proposta.
A Palermo l’esperienza delle Donne in Nero dà vita alla protesta silenziosa
nelle piazze dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio a cui si unisce la
popolazione scossa ma decisa a reagire.
In varie città italiane nascono piccoli gruppi autonomi che organizzano presidi
silenziosi nelle piazze, producono campagne, seminari e collaborano con le reti
pacifiste e femministe. E’ questa rete lo zoccolo duro dei tanti presidi per la
pace che dopo l’invasione della Russia in Ucraina e ancor più dopo il 7 ottobre
2023 si sono attivati in tante piazze italiane, grandi o piccole che siano.
Questo è vero anche per la rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la
pace” che è nata nella primavera del 2025, su iniziativa del presidio per la
pace delle donne di Palermo, di Caltanissetta e del Pinerolo (TO). La rete è
costituita da più di un’ottantina di gruppi e associazioni dalla Sicilia, alla
Sardegna al Trentino.
Donna Reporter