Voci dal Sudan
Il 15 aprile 2026 segna il terzo anniversario dello scoppio della guerra in
Sudan e, lo stesso giorno, si è tenuta una conferenza internazionale e Berlino,
organizzata da Germania, Francia, Regno Unito, Unione Europea, Unione Africana e
Stati Uniti per assicurarsi che «le sofferenze della popolazione sudanese non
vengano dimenticate e che gli sforzi di pace rimangano all’ordine del giorno
della politica internazionale» 1.
L’obiettivo della conferenza era offrire un’occasione di incontro ai
rappresentanti civili di varie fedi politiche per discutere le vie di una
transizione verso un ordine postbellico democraticamente fondato. Inoltre, al
centro dell’incontro vi era la necessità di mobilitare ulteriori aiuti umanitari
a favore della popolazione civile sudanese in difficoltà.
Nel corso di questi anni, infatti, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF,
sostenute da paesi come Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Iran) e le Forze di
Supporto Rapido (RSF, sostenute per esempio da Emirati Arabi Uniti, Russia, Ciad
e Etiopia) ha provocato la peggiore crisi umanitaria e di sfollamento al mondo:
circa 34 milioni di persone – due terzi della popolazione – necessitano di
assistenza umanitaria e quasi 14 milioni di persone sono sfollate, mentre 19
milioni soffrono la fame e circa 10 milioni di bambini non frequentano la scuola
2.
Tuttavia, le speranze di risultati concreti sono state nuovamente disattese. La
fine della guerra nel terzo Paese africano per estensione geografica non è in
programma, ha spiegato l’africanista Gerrit Kurtz in un’intervista a Euronews:
«non sono nemmeno invitate le parti in conflitto, che pure
criticano. L’attenzione è esplicitamente rivolta alle prospettive civili» 3.
Purtroppo, anche sul versante delle prospettive civili non si sono fatti passi
in avanti, dato che degli attori della società civile o dell’opposizione
invitati, nessuno ha preso parte alla strutturazione dell’incontro,
caratterizzato da un’impostazione strettamente umanitaria e spoliticizzata 4,
che riflette «un modello profondamente viziato e sempre più diffuso: un processo
che esclude le vittime, elude le responsabilità e normalizza il ruolo di chi
favorisce la violenza» 5.
Inoltre, l’insistenza dell’Europa nell’utilizzare la piattaforma di Berlino –
proprio come in precedenza aveva fatto con le altre due conferenze di Parigi e
Londra – può essere interpretata non solo come un tentativo di mobilitare aiuti
umanitari, ma anche come uno sforzo per affermare la propria presenza politica
nella questione sudanese 6.
In una tale situazione, a rimanere nascoste sono proprio le esperienze delle
vittime, che rischiano di essere ridotte a numeri o statistiche.
L’inchiesta di Matteo Garavoglia e Paolo Riva per IRPImedia cerca di contrastare
questa tendenza, raccontando la storia di Fatima, una donna scappata dal Darfur
nel 2003 7.
Fatima ha vissuto nel campo profughi di Zalingei, in Sudan, si è poi spostata in
Egitto nel 2015 e oggi vive in Libia, dopo aver perso la gran parte dei suoi
cari.
«Ogni giorno – racconta Fatima – pensiamo come avere da mangiare e da bere. Per
risparmiare, non compriamo più carne e frutta. Anche le mie figlie lavoravano,
ma a causa delle molestie che hanno subito le ho fatte smettere. La paura in
strada è aumentata: ogni giorno sentiamo spari, mattina e sera, a volte per il
rumore non si riesce nemmeno a dormire. Viviamo davvero sotto una pressione
psicologica, economica e fisica» 8.
La storia di Fatima incarna innanzitutto anni di guerre interne. L’attuale
conflitto è l’ultimo episodio di una serie di tensioni seguite alla
destituzione, nel 2019, del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un
colpo di Stato nel 1989, in seguito a numerose proteste di piazza che chiedevano
la fine del suo governo durato quasi trent’anni 9.
L’esercito organizzò un colpo di Stato per destituirlo, ma i civili continuarono
a battersi per l’introduzione della democrazia. Venne quindi istituito un
governo congiunto militare-civile, che però fu rovesciato da un altro colpo di
Stato nell’ottobre 2021, orchestrato dai due uomini al centro dell’attuale
conflitto: il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle forze armate e di
fatto presidente del Paese, e il suo vice, il generale Mohamed Hamdan Dagalo,
leader delle RSF, meglio conosciuto come “Hemedti”.
In seguito, il generale Burhan e il generale Dagalo entrarono in disaccordo
sulla direzione che il Paese stava prendendo e sulla proposta di transizione
verso un governo civile. I principali punti di scontro riguardavano i piani per
incorporare le RSF, forti di 100.000 uomini, nell’esercito, e chi avrebbe poi
guidato la nuova forza.
Si sospettava che entrambi i generali volessero mantenere le loro posizioni di
potere, non volendo perdere ricchezza e influenza. Gli scontri a fuoco tra le
due parti sono iniziati il 15 aprile 2023, dopo giorni di tensione, quando i
membri della RSF sono stati ridispiegati in tutto il Paese in una mossa che
l’esercito ha visto come una minaccia.
In ogni caso, nessuna di queste fazioni rappresenta la volontà della maggioranza
del popolo sudanese ed entrambe mirano al monopolio del controllo sul Sudan e
sulle sue risorse, con l’appoggio di attori internazionali come gli Emirati
Arabi Uniti interessati all’oro, all’accesso al Mar Rosso e all’importazione di
beni alimentari, oltre che ad avere maggiore influenza in Africa 10.
Nonostante l’embargo sulle armi imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite, infatti, le forniture militari verso il Sudan sono
continuate quasi senza interruzioni, alimentando il conflitto con armi
provenienti da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen che
sono state esportate nel Paese, spesso attraverso stati confinanti, in
violazione delle normative internazionali 11.
Ma la vicenda di Fatima è anche la concretizzazione delle politiche migratorie
restrittive, in cui l’Unione Europea occupa un ruolo di primo piano. Fatima
racconta, infatti, che la Libia, dove è arrivata dopo aver attraversato il
deserto, «è il Paese più difficile» 12, nonostante abbia perso due figli in
Egitto.
In Libia, infatti, dall’inizio del conflitto, sono arrivate oltre 552mila
persone, quarto Paese d’arrivo dopo Egitto (1,5 milioni), Sud Sudan (circa 1,2
milioni) e Ciad (circa 915mila).
Le autorità di Tripoli riconoscono ai sudanesi lo status di rifugiati, ma come
spiega un documento della missione europea Irini, visionato
da IrpiMedia nell’ambito del progetto #MedSeaLeaks, questo status «ha natura
dichiarativa, a causa del fatto che non esistono quadri giuridici per la loro
protezione continua in Libia» 13.
Nell’est e in ampie zone del sud il controllo politico e militare, inoltre, è
nelle mani della famiglia Haftar, la cui autorità non è ufficialmente
riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma la cui collaborazione nella gestione delle
rotte migratorie è fondamentale per l’Unione Europea.
Il dialogo con l’UE riguarda oggi soprattutto i “rimpatri volontari”, che
tuttavia spesso di volontario hanno poco o nulla 14.
Nonostante l’Organizzazione mondiale delle migrazioni, che dovrebbe fornire il
supporto logistico ed economico, sia contraria a tali piani di rimpatrio, la
Libia ha già allestito programmi per ritorni anche forzati verso Bangladesh,
Nigeria e Niger.
L’ambasciata sudanese a Tripoli, inoltre, ha annunciato l’avvio della prima fase
di un programma di rimpatrio volontario per i cittadini sudanesi residenti in
Libia, e ha affermato di aver avviato i preparativi per il primo convoglio di
rimpatrio, in coordinamento con le autorità competenti 15.
A Fatima piacerebbe restare in Libia, a condizione di una maggiore sicurezza,
oppure spostarsi in qualsiasi altro Stato confinante, con l’aiuto delle agenzie
delle Nazioni Unite 16.
Sulla carta, i cosiddetti reinsediamenti (resettlement) gestiti dall’UNHCR
dovrebbero offrire un trasferimento verso Paesi terzi sicuri a persone
vulnerabili come Fatima ma in realtà i numeri sono molto bassi: lo scorso anno
solo 687 persone sono state reinsediate dalla Libia, e il 72% delle richieste
era arrivato da cittadini sudanesi.
La storia di Fatima è simile a quella di tante altre donne che vivono sul
proprio corpo le conseguenze della guerra: come nota Amnesty International, le
segnalazioni di stupri, schiavitù sessuale e altre forme di violenza sessuale
sono emerse solo pochi giorni dopo l’inizio del conflitto.
La violenza sessuale diffusa, ad opera delle SRF ma anche delle SAF, costituisce
un crimine di guerra e forse un crimine contro l’umanità.
«Voglio che il mondo intero conosca la sofferenza delle donne e delle ragazze
sudanesi e che tutti gli uomini cattivi che ci hanno stuprato vengano puniti»
17, afferma una donna sopravvissuta a una violenza sessuale nella città di
Omdurman.
Amnesty ha lanciato una petizione per chiedere l’embargo sull’invio di armi in
Sudan. Non c’è alcun dubbio che, finché si continuerà a far arrivare armi in
Sudan e a fare gli interessi delle milizie o degli Stati finanziatori, le donne
come Fatima, insieme al resto della popolazione civile, non potranno essere al
sicuro.
1. German Federal Foreign Office, 15 aprile 2026 ↩︎
2. UN News, 15 aprile 2026 ↩︎
3. Euronews, 15 aprile 2026 ↩︎
4. Il Manifesto, 15 aprile 2026 ↩︎
5. Darfur Union in UK, 16 aprile 2026 ↩︎
6. Sudan Tribune, 16 aprile 2026 ↩︎
7. Fatima, madre in fuga dal Sudan alla Libia: «Ho perso metà della famiglia»,
Irpi Media (8 aprile 2026) ↩︎
8. Irpimedia, 8 aprile 2026 ↩︎
9. BBC, 13 novembre 2025 ↩︎
10. Let’s talk Palestine, 30 marzo 2026 ↩︎
11. Amnesty International, “Sudan, la più grave crisi umanitaria del mondo” ↩︎
12. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎
13. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎
14. Irpimedia, 5 dicembre 2025 ↩︎
15. Libya Review, 3 aprile 2026 ↩︎
16. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎
17. Amnesty International, “Destruction and violence in Sudan” ↩︎