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Voci dal Sudan
Il 15 aprile 2026 segna il terzo anniversario dello scoppio della guerra in Sudan e, lo stesso giorno, si è tenuta una conferenza internazionale e Berlino, organizzata da Germania, Francia, Regno Unito, Unione Europea, Unione Africana e Stati Uniti per assicurarsi che «le sofferenze della popolazione sudanese non vengano dimenticate e che gli sforzi di pace rimangano all’ordine del giorno della politica internazionale» 1. L’obiettivo della conferenza era offrire un’occasione di incontro ai rappresentanti civili di varie fedi politiche per discutere le vie di una transizione verso un ordine postbellico democraticamente fondato. Inoltre, al centro dell’incontro vi era la necessità di mobilitare ulteriori aiuti umanitari a favore della popolazione civile sudanese in difficoltà.  Nel corso di questi anni, infatti, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF, sostenute da paesi come Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Iran) e le Forze di Supporto Rapido (RSF, sostenute per esempio da Emirati Arabi Uniti, Russia, Ciad e Etiopia) ha provocato la peggiore crisi umanitaria e di sfollamento al mondo: circa 34 milioni di persone – due terzi della popolazione – necessitano di assistenza umanitaria e quasi 14 milioni di persone sono sfollate, mentre 19 milioni soffrono la fame e circa 10 milioni di bambini non frequentano la scuola 2. Tuttavia, le speranze di risultati concreti sono state nuovamente disattese. La fine della guerra nel terzo Paese africano per estensione geografica non è in programma, ha spiegato l’africanista Gerrit Kurtz in un’intervista a Euronews: «non sono nemmeno invitate le parti in conflitto, che pure criticano. L’attenzione è esplicitamente rivolta alle prospettive civili» 3.  Purtroppo, anche sul versante delle prospettive civili non si sono fatti passi in avanti, dato che degli attori della società civile o dell’opposizione invitati, nessuno ha preso parte alla strutturazione dell’incontro, caratterizzato da un’impostazione strettamente umanitaria e spoliticizzata 4, che riflette «un modello profondamente viziato e sempre più diffuso: un processo che esclude le vittime, elude le responsabilità e normalizza il ruolo di chi favorisce la violenza» 5. Inoltre, l’insistenza dell’Europa nell’utilizzare la piattaforma di Berlino – proprio come in precedenza aveva fatto con le altre due conferenze di Parigi e Londra – può essere interpretata non solo come un tentativo di mobilitare aiuti umanitari, ma anche come uno sforzo per affermare la propria presenza politica nella questione sudanese 6.  In una tale situazione, a rimanere nascoste sono proprio le esperienze delle vittime, che rischiano di essere ridotte a numeri o statistiche. L’inchiesta di Matteo Garavoglia e Paolo Riva per IRPImedia cerca di contrastare questa tendenza, raccontando la storia di Fatima, una donna scappata dal Darfur nel 2003 7. Fatima ha vissuto nel campo profughi di Zalingei, in Sudan, si è poi spostata in Egitto nel 2015 e oggi vive in Libia, dopo aver perso la gran parte dei suoi cari. «Ogni giorno – racconta Fatima – pensiamo come avere da mangiare e da bere. Per risparmiare, non compriamo più carne e frutta. Anche le mie figlie lavoravano, ma a causa delle molestie che hanno subito le ho fatte smettere. La paura in strada è aumentata: ogni giorno sentiamo spari, mattina e sera, a volte per il rumore non si riesce nemmeno a dormire. Viviamo davvero sotto una pressione psicologica, economica e fisica» 8. La storia di Fatima incarna innanzitutto anni di guerre interne. L’attuale conflitto è l’ultimo episodio di una serie di tensioni seguite alla destituzione, nel 2019, del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un colpo di Stato nel 1989, in seguito a numerose proteste di piazza che chiedevano la fine del suo governo durato quasi trent’anni 9. L’esercito organizzò un colpo di Stato per destituirlo, ma i civili continuarono a battersi per l’introduzione della democrazia. Venne quindi istituito un governo congiunto militare-civile, che però fu rovesciato da un altro colpo di Stato nell’ottobre 2021, orchestrato dai due uomini al centro dell’attuale conflitto: il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle forze armate e di fatto presidente del Paese, e il suo vice, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle RSF, meglio conosciuto come “Hemedti”.  In seguito, il generale Burhan e il generale Dagalo entrarono in disaccordo sulla direzione che il Paese stava prendendo e sulla proposta di transizione verso un governo civile. I principali punti di scontro riguardavano i piani per incorporare le RSF, forti di 100.000 uomini, nell’esercito, e chi avrebbe poi guidato la nuova forza. Si sospettava che entrambi i generali volessero mantenere le loro posizioni di potere, non volendo perdere ricchezza e influenza. Gli scontri a fuoco tra le due parti sono iniziati il 15 aprile 2023, dopo giorni di tensione, quando i membri della RSF sono stati ridispiegati in tutto il Paese in una mossa che l’esercito ha visto come una minaccia. In ogni caso, nessuna di queste fazioni rappresenta la volontà della maggioranza del popolo sudanese ed entrambe mirano al monopolio del controllo sul Sudan e sulle sue risorse, con l’appoggio di attori internazionali come gli Emirati Arabi Uniti interessati all’oro, all’accesso al Mar Rosso e all’importazione di beni alimentari, oltre che ad avere maggiore influenza in Africa 10. Nonostante l’embargo sulle armi imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, le forniture militari verso il Sudan sono continuate quasi senza interruzioni, alimentando il conflitto con armi provenienti da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen che sono state esportate nel Paese, spesso attraverso stati confinanti, in violazione delle normative internazionali 11. Ma la vicenda di Fatima è anche la concretizzazione delle politiche migratorie restrittive, in cui l’Unione Europea occupa un ruolo di primo piano. Fatima racconta, infatti, che la Libia, dove è arrivata dopo aver attraversato il deserto, «è il Paese più difficile» 12, nonostante abbia perso due figli in Egitto. In Libia, infatti, dall’inizio del conflitto, sono arrivate oltre 552mila persone, quarto Paese d’arrivo dopo Egitto (1,5 milioni), Sud Sudan (circa 1,2 milioni) e Ciad (circa 915mila). Le autorità di Tripoli riconoscono ai sudanesi lo status di rifugiati, ma come spiega un documento della missione europea Irini, visionato da IrpiMedia nell’ambito del progetto #MedSeaLeaks, questo status «ha natura dichiarativa, a causa del fatto che non esistono quadri giuridici per la loro protezione continua in Libia» 13. Nell’est e in ampie zone del sud il controllo politico e militare, inoltre, è nelle mani della famiglia Haftar, la cui autorità non è ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma la cui collaborazione nella gestione delle rotte migratorie è fondamentale per l’Unione Europea.  Il dialogo con l’UE riguarda oggi soprattutto i “rimpatri volontari”, che tuttavia spesso di volontario hanno poco o nulla 14. Nonostante l’Organizzazione mondiale delle migrazioni, che dovrebbe fornire il supporto logistico ed economico, sia contraria a tali piani di rimpatrio, la Libia ha già allestito programmi per ritorni anche forzati verso Bangladesh, Nigeria e Niger. L’ambasciata sudanese a Tripoli, inoltre, ha annunciato l’avvio della prima fase di un programma di rimpatrio volontario per i cittadini sudanesi residenti in Libia, e ha affermato di aver avviato i preparativi per il primo convoglio di rimpatrio, in coordinamento con le autorità competenti 15.  A Fatima piacerebbe restare in Libia, a condizione di una maggiore sicurezza, oppure spostarsi in qualsiasi altro Stato confinante, con l’aiuto delle agenzie delle Nazioni Unite 16.  Sulla carta, i cosiddetti reinsediamenti (resettlement) gestiti dall’UNHCR dovrebbero offrire un trasferimento verso Paesi terzi sicuri a persone vulnerabili come Fatima ma in realtà i numeri sono molto bassi: lo scorso anno solo 687 persone sono state reinsediate dalla Libia, e il 72% delle richieste era arrivato da cittadini sudanesi.  La storia di Fatima è simile a quella di tante altre donne che vivono sul proprio corpo le conseguenze della guerra: come nota Amnesty International, le segnalazioni di stupri, schiavitù sessuale e altre forme di violenza sessuale sono emerse solo pochi giorni dopo l’inizio del conflitto. La violenza sessuale diffusa, ad opera delle SRF ma anche delle SAF, costituisce un crimine di guerra e forse un crimine contro l’umanità. «Voglio che il mondo intero conosca la sofferenza delle donne e delle ragazze sudanesi e che tutti gli uomini cattivi che ci hanno stuprato vengano puniti» 17, afferma una donna sopravvissuta a una violenza sessuale nella città di Omdurman.  Amnesty ha lanciato una petizione per chiedere l’embargo sull’invio di armi in Sudan. Non c’è alcun dubbio che, finché si continuerà a far arrivare armi in Sudan e a fare gli interessi delle milizie o degli Stati finanziatori, le donne come Fatima, insieme al resto della popolazione civile, non potranno essere al sicuro.  1. German Federal Foreign Office, 15 aprile 2026 ↩︎ 2. UN News, 15 aprile 2026 ↩︎ 3. Euronews, 15 aprile 2026 ↩︎ 4. Il Manifesto, 15 aprile 2026 ↩︎ 5. Darfur Union in UK, 16 aprile 2026 ↩︎ 6. Sudan Tribune, 16 aprile 2026 ↩︎ 7. Fatima, madre in fuga dal Sudan alla Libia: «Ho perso metà della famiglia», Irpi Media (8 aprile 2026) ↩︎ 8. Irpimedia, 8 aprile 2026 ↩︎ 9. BBC, 13 novembre 2025 ↩︎ 10. Let’s talk Palestine, 30 marzo 2026 ↩︎ 11. Amnesty International, “Sudan, la più grave crisi umanitaria del mondo” ↩︎ 12. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 13. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 14. Irpimedia, 5 dicembre 2025 ↩︎ 15. Libya Review, 3 aprile 2026 ↩︎ 16. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 17. Amnesty International, “Destruction and violence in Sudan” ↩︎
Women State Trafficking: l’appello di RR[X]
Dal giugno 2023 a oggi, almeno 7.400 persone sono state vendute come merce umana alla frontiera tra Tunisia e Libia. Si tratta di una stima per difetto. Esseri umani in cambio di denaro. O scambiati con carburante e droga. Opera di agenti in divisa, ufficiali di stato della Garde Nationale Tunisienne ed altrettanti colleghi, di stato e non, libici. I fondi che hanno contribuito e continuano a costruire l’infrastruttura logistica di questa filiera sono europei. Questo è ciò che documenta Women State Trafficking, il secondo rapporto di RR[X] 1, pubblicato sulla base di 33 nuove testimonianze raccolte tra dicembre 2024 e febbraio 2026. Donne, uomini, minori, madri con neonati in braccio, donne incinte. Sono storie che lasciano solchi, che non si vorrebbero sentire per la violenza che trasudano, che ricordano l’assurdità di un mondo in cui tutto questo è possibile, legale, impunito. Le abbiamo portate a Bruxelles, alla sede del parlamento Europeo. IL RAPPORTO, IN SINTESI Women State Trafficking è la prosecuzione del primo rapporto State Trafficking (presentato a gennaio 2025) e si concentra sulle violenze di genere subite dalle donne migranti e rifugiate nel corso delle operazioni di espulsione, vendita e detenzione tra Tunisia e Libia. Il sistema, ampiamente documentato, funziona in modo stabile e reiterato: arresti arbitrari fondati sul colore della pelle, trasporto verso la frontiera con grandi bus o camion destinati al bestiame, detenzione in gabbie metalliche sotto antenne ad alta tensione, vendita a gruppi armati libici, che poi trasportano e recludono nelle prigioni di Al Assah, Bir Al-Ghanam, Characharah. La caserma della Garde Nationale Tunisienne di El Meguissem è il nodo principale di questa catena in Tunisia. Precede la vendita. Intorno a essa, diversi testimoni hanno descritto fosse comuni, cadaveri, corpi abbandonati nel deserto. Poi, l’acquisto e l’arrivo nelle prigioni libiche. Le interviste descrivono un ciclo di violenza articolato in tre fasi: * deumanizzare, attraverso umiliazioni pubbliche, distruzione dei documenti, annientamento giuridico e fisico, privazione di cibo, acqua e cure mediche. * Violentare: stupri sistematici da parte di agenti in divisa sia in Tunisia che in Libia, perquisizioni intime su donne e bambini, violenze fisiche e psicologiche, veri e propri atti di tortura. * Prostituire: attraverso un sistema di schiavitù per debito in cui le donne che non possono pagare il riscatto vengono avviate al lavoro sessuale forzato o in case di prostituzione forzata o presso privati. Gli uomini sono invece destinati allo sfruttamento lavorativo. Il corpo delle donne vale di più: ha un prezzo più alto, segue spesso traiettorie carcerarie separate da quelle degli uomini, inclusi i mariti, i padri dei loro figli. > Non c’è una singola testimonianza raccolta in questi due rapporti che non > menzioni la morte di qualcuno. NESSUNO PUÒ DIRE DI NON SAPERE Il sistema di Tratta di Stato tra Tunisia e Libia è documentato. È geolocalizzato. Ha nomi, coordinate, uniformi. Una caserma in Tunisia ha le coordinate esatte. El Meguissem. Ci sono prigioni in Libia: Al Assah. Bir el Ghanam, CharaCharah. Le prime due sono state localizzate. In Libia, c’è persino una parola che spiega la vendita al dettaglio, il barnamiche. Alla pubblicazione del primo rapporto, il governo tunisino ha parlato di “notizie false”. La Commissione europea non ha avviato nessuna indagine. Il Parlamento Europeo, nel febbraio 2026, ha inserito la Tunisia nella lista dei “Paesi di origine sicuri” e nella lista di Paesi Terzi sicuri. Le nostre segnalazioni, ripetute e documentate, hanno avuto come sola risposta dichiarazioni di circostanza. Grazie al lavoro legale di ASGI, due sopravvissuti alla tratta di stato, oggi in Italia, hanno depositato ricorsi contro la Tunisia presso la Corte Africana sui Diritti dell’Uomo e dei Popoli. > Nessuno oggi può più dire di non sapere. IL CORAGGIO DEI TESTIMONI, IL DOVERE DELLA DENUNCIA, IL RICHIAMO ALL’AZIONE I testimoni hanno parlato, raccontato. Per farlo hanno rivissuto la violenza di quei lunghi mesi di soprusi. Violenze reiterate ad ogni arresto, ad ogni rapimento, ad ogni cattura in mare. Hanno messo in gioco la propria incolumità perché la loro voce fosse portata di fronte alle istituzioni. Ci hanno facilitato il compito fornendo dettagli, date e luoghi, dolorose memorie. Ci hanno permesso di ascoltare altre persone, anch’esse sopravvissute agli orrori. Alcuni di loro, da allora, sono scomparsi. Altri sono stati nuovamente arrestati e deportati. La maggior parte vive ancora in Libia, esposta al rischio di nuovo sequestro. Alcuni hanno attraversato il mare, continuando a lottare e perseguire la volontà di arrivare in Europa per costruirsi un futuro. Come RR[X] abbiamo scelto di lavorare anonimi: viviamo in un mondo contorto in cui chi denuncia può essere perseguito. Lavoriamo anonimi perché non sono i nostri nomi o le istituzioni a cui apparteniamo ad avere importanza, ma le storie che raccontiamo. Abbiamo raccolto e analizzato 63 testimonianze su 59 diverse operazioni di espulsione. Abbiamo condiviso le coordinate geografiche dei luoghi della tratta con funzionari di agenzie internazionali e organismi dell’Unione Europea. Abbiamo portato le voci delle vittime al Parlamento Europeo, alla Camera dei Deputati, al Senato italiano, al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU a Ginevra, al Tribunale Permanente dei Popoli a Palermo. Continueremo a raccogliere voci e testimonianze finché l’orrore non finirà, a trasmettere la violenza attraverso le parole di chi l’ha subita. Non sono certo le testimonianze a mancare. Ma non possiamo continuare noi soli, perché non è più il tempo della sola ricerca. IL NOSTRO È UN APPELLO Ora pensiamo sia il momento di azioni concrete: poco importa se siano semplici o eclatanti. È il momento per la società civile, europea e non, di intervenire, di agire, di provare direttamente a cambiare una situazione di ingiustizia radicale. Altre esperienze – quella della flottilla tra le più recenti – dimostrano che questo è possibile. E’ il momento di costruire un’azione che provi ad interrompere la riduzione in schiavitù di migliaia di persone in nome della Fortezza Europa. Il nostro è un appello al mondo della solidarietà e dell’antirazzismo, al movimento femminista e transfemminista, alla flotta civile e agli equipaggi di terra, alle organizzazioni di difesa dei diritti umani, a quanti nelle istituzioni lottano per la giustizia sociale e la libertà di movimento. Continuiamo a diffondere questo rapporto. Parliamone. Portiamolo nelle scuole, nelle università, nelle redazioni, nei teatri, nelle parrocchie e nei centri sociali, nei nostri gruppi, nelle nostre reti, nel mondo di cui facciamo parte. Facciamolo conoscere e diffondiamo le voci dei sopravvissuti e delle vittime. Perché i rapporti che abbiamo scritto non devono restare letteratura per esperti e addetti ai lavori. Chiediamo ai rappresentanti politici di prendere posizione a livello locale, nazionale, europeo; di andare a ispezionare i luoghi che sono finanziati con i soldi dei contribuenti europei. La caserma di El Meguissem in Tunisia, le prigioni di Al Assah, Bir Al-Ghanam, Characharah in Libia. Sono lager della tratta di stato. Devono essere chiusi. Sosteniamo le azioni legali già in corso e moltiplichiamole. Portiamo le voci dei testimoni di fronte a tribunali nazionali e Corti Internazionali. Apriamo un corridoio umanitario immediato. Mettiamo in sicurezza i testimoni, perchè sono tutti in condizioni di pericolo. Solo 8 su 63 sono ora in un paese sicuro. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere verso Tunisia e Libia, hanno determinato la diminuzione degli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo Centrale. E’ un dato reale. Ma le cifre che si abbassano hanno il prezzo di migliaia di persone che affogano e di esseri umani catturati e destinati al mercato degli schiavi. I finanziamenti europei destinati alla gestione delle frontiere tunisine e libiche, che alimentano le infrastrutture della tratta di stato, devono essere sospesi finché le responsabilità non saranno accertate. Ognuno di noi può fare qualcosa. Ora. 1. RR[X] è il gruppo di ricerca internazionale autore dei rapporti State Trafficking e Women State Trafficking. Opera in forma anonima per garantire la sicurezza dei testimoni e la possibilità di continuare il lavoro di documentazione. Per informazioni: statetrafficking@onenetbeyond.org Ufficio stampa: redazione@meltingpot.org ↩︎
La Tratta di Stato delle donne nere e migranti tra Tunisia e Libia
«Que les aventuriers soient traités comme des humains, avec douceur et amour. Vous avez le pouvoir de le faire». «Che gli avventurieri siano trattati come esseri umani, con dolcezza e con amore. Voi avete il potere di farlo» 1. È con questa richiesta – diretta e disarmante – che inizia il racconto di ciò che è emerso il 22 aprile 2026 al Parlamento europeo di Bruxelles, durante la presentazione del report “Women State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia 2“. Il rapporto, realizzato dal collettivo di riceratorə anonimə sotto lo pseudonimo RR[X], documenta il traffico di esseri umani tra Tunisia e Libia articolata in 5 fasi: 1) Gli arresti; 2) Il trasporto verso la frontiera tunisino-libica; 3) Il ruolo dei campi di detenzione alla frontiera tunisina; 4) Il passaggio e la vendita a corpi armati libici; 5) La detenzione nelle prigioni libiche sino al pagamento del riscatto. Una vera e propria filiera dello sfruttamento di persone nere e migranti, ridotte in schiavitù da agenti statali di Libia e Tunisia, anche grazie al supporto economico e politico di Unione Europea e Italia, impegnate a contenere gli sbarchi a qualsiasi costo. Su iniziativa dellə europarlamentari Ilaria Salis, Cecilia Strada e Leoluca Orlando, il rapporto è stato presentato al Parlamento Europeo, in un evento che ha messo al centro il racconto di vittime e sopravvissute, in molte a testimoniare sia in presenza che online. > Sono stata catturata in mare. Venduta. Sono stata spostata a destra e sinistra > come una merce senza valore. > > Aicha Conte, sopravvissuta Prima ancora del mare, le violenze hanno luogo sul territorio tunisino, dove i migranti sono ormai costretti a ripararsi in accampamenti di fortuna nei zitouna, i campi di ulivo. > A noi che vivevamo nei zitouna ci chiamavano animali. Veramente vivevamo come > degli animali, per scappare dalla Guardia Nazionale. Arrivavano con i gas > lacrimogeni, a volte liberavano i cani per inseguirci e sparavano in aria per > spaventarci e disperderci. > > Rose Tchapet Souchtoua > La polizia ci stava alle calcagna ogni notte. Dormivamo sempre con un occhio > aperto (…) Un giorno, credo fosse il 7 di maggio, la polizia è arrivata e ha > preso tutti. Ma prima di prendere tutti, hanno cominciato a picchiare i > bambini. Anche a me hanno picchiato, di fronte a mio figlio. Mio figlio ha > cominciato a piangere e ancora oggi è molto traumatizzato… Ci hanno preso e ci > hanno portato in commissariato dove ci hanno legato con delle corde. Hanno > anche rotto i piedi agli uomini perché non fuggissero. > > Aicha Conte Veri e propri sequestri per terra o per mare, nelle intercettazioni delle barche, rese possibili grazie al supporto dello Stato Italiano, fornitore e finanziatore delle attrezzature impiegate dagli agenti in operazioni ormai del tutto assimilabili a quelli della cosiddetta «guardia costiera libica». > Quando abbiamo chiamato la Guardia Nazionale per ricevere soccorso, ci hanno > detto che non potevano. Non ci restava che morire. > > Rose Tchapet Souchtoua Omissioni di soccorso, sequestro del motore e abbandono alla deriva, manovre atte a turbare intenzionalmente le acque per capovolgere le imbarcazioni, percosse con bastoni e altri oggetti contundenti: sono alcune delle esperienze che hanno raccontato i sopravvisuti, molti dei quali hanno visto morire i propri compagni di viaggio mentre la Guardia Tunisina rimaneva a guardare. Il rapporto è basato su 33 testimonianze: 14 uomini e 19 donne che, ancora localizzate in Libia o in Tunisia, ancora sotto il controllo dei propri trafficanti, hanno raccontato il loro vissuto al telefono e condiviso immagini e descrizioni, che, grazie alla collaborazione con Border Forensic, hanno permesso di localizzare le testimonianze e i luoghi di snodo principali di questa tratta. L’intercettazione in mare e il porto di Sfax; il trasporto coatto in furgoni insalubri e completamente sigillati per successive detenzioni arbitrarie lungo la rotta che dalla prigione di El Meguissem – dove le persone vengono imprigionate in gabbie situate sotto a un antenna in territorio desertico – prosegue oltre il confine con la Libia, dove il primo snodo sembra essere la prigione di Al Assah. > Sono stata imprigionata lì [a El Meguissem] 21 giorni, fino al trasferimento > finale che doveva avvenire alle 4 del mattino. La polizia libica è venuta e la > polizia tunisina ha scambiato la merce – noi – con dei bidoni di carburante. > > Rose Tchapet Souchtoua > Si sono scambiati delle carte, hanno firmato… E poi, un bidone di carburante > ai tunisini, una persona saliva sul furgone dei libici. E così poi sono saliti > tutti e la Tunisia è ripartita con il carburante. > > Aicha Conte Ognuno di questi passaggi è marcato da violenze efferate e vittime. Diverse testimonianze hanno riportato l’esistenza di almeno una fossa comune nei pressi della prigione di El Meguissem, dove un sopravvissuto ha raccontato di essere stato gettato insieme agli altri corpi perché creduto morto, riuscendo poi a salvarsi scappando a piedi nel deserto. Il racconto di chi è sopravvissuto apre dunque all’inquietudine di tutto ciò che non sappiamo, dei nomi, delle storie e del numero effettivo di tutti quanti non ce l’hanno fatta.  > Con me ce n’erano alcuni che volevano fuggire. A loro hanno sparato e sono > morti. Erano ivoriani … Hanno sparato e sono morti. > > Rose Tchapet Souchtoua Il collettivo RRX ha ricondotto le testimonanze raccolte a un totale di 59 operazioni di espulsione condotte dalla Guardia Nazionale Tunisina, stimando che tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone, tra cui molte donne, bambini e minori, siano state vendute a cittadini libici o scambiate con carburante e droga. DISUMANIZZATE, STUPRATE E PROSTITUITE Ph: Women State Trafficking Se tutti gli avventurieri sono esposti alla violenza, le donne lo sono in modo specifico e aggravato. Il report pone infatti particolare attenzione sulle pratiche di schiavitù e sfruttamento delle donne nere lungo la tratta di Stato, evidenziandone tre che ne scandiscono l’esperienza : la disumanizzazione, lo stupro e la prostituzione forzata. > Noi donne eravamo obbligate a lavarci di fronte alla Guardia Nazionale > Tunisina. Esigevano che ci spogliassimo e lavassimo di fronte a loro. > > Rose Tchapet Souchtoua Una testimonianza audio di una donna di 33 anni trasmessa anonima durante la presentazione ha raccontato: «Sono stata arrestata, stuprata e venduta». > Hanno diviso gli uomini e le donne. Io ero con il mio compagno e il mio > bambino piangeva perché voleva il suo papà. Ci hanno messo in una prigione con > sole donne e bambini. Er auna prigione molto sporca, bevevamo l’acqua dei > bagni che ci faceva venire i dolori nel corpo. I bambini si ammalavano. Una > donna ha partorito lì. Chiedevamo aiuto, di chiamare i nostri parenti. Loro > venivano e ci stupravano. Di notte venivano a cercare le donne per stuprarle. > > Aicha Conte Le testimonianze descrivono stupri sistematici nei centri di detenzione, prostituzione forzata per estinguere debiti, ricatti sessuali. La violenza sessuale non è episodica. È parte integrante del sistema di sfruttamento. I carcerieri libici raccolgono foto delle donne detenute per mostrarle ai possibili acquirenti privati, che le acquistano per impiegarle nella schiavitù domestica e/o nella prostituzione forzata. Come ha sottolineato Siobhán Mullally, la Relatrice Speciale sul traffico di persone, specialmente donne e bambini, si tratta di fenomeni «profondamente genderizzati», che configurano in alcuni casi crimini contro l’umanità, inclusa la schiavitù sessuale. La violenza è anche razziale. Le testimonianze parlano chiaro: persone nere vendute, trasferite, selezionate. Il sistema funziona come un mercato. La Tunisia vende le persone all’ingrosso, la Libia le rivende al dettaglio. «È un processo strutturato» ha spiegato Ulrich Stege (ASGI). «Trasforma individui da titolari di diritti a oggetti di scambio». LA VIOLENZA DELLE ISTITUZIONI EUROPEE C’è poi una violenza meno visibile, ma centrale: quella delle politiche europee. «Con le nostre risorse finanziamo ciò che sta accadendo», ha dichiarato Ilaria Salis, che auspica la costruzione di un’ampia intesa tra persone migranti, società civile e politica per porre argine alle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee. Secondo Olivia Sundberg (Amnesty International UE), centinaia di milioni di euro sono stati destinati al controllo migratorio in Tunisia, rafforzando attori responsabili di abusi, senza adeguate garanzie sui diritti umani. Una contraddizione politica evidente rimarcata anche da Cecilia Strada: «Approviamo risoluzioni contro le violazioni dei diritti umani e poi continuiamo a collaborare con gli stessi governi che le commettono». Leoluca Orlando ha infine evidenziato come le responsabilità italiane risalgono a ben prima dei finanziamenti alla Guardia Nazionale Tunisina, ricordando il memorandum d’intesa del 2017 con la Libia come un «patto criminogeno». «Non si tratta di criminalità comune, ma di responsabilità istituzionali», ha affermato, chiedendo protezione per le vittime, indagini indipendenti e la sospensione dei finanziamenti a Tunisia e Libia. Le testimonianze raccontano una continuità. «Come dei pacchi, un trasferimento di mano in mano» dice una testimone. Una catena che, come ha detto Stege, «porta direttamente in Europa». Non solo geograficamente, ma politicamente. «Qual è la ragione di tutta questa violenza? Non sono anche io un essere umano?» dice un’altra voce di donna registrata al telefono e trasmessa durante l’evento. Il rapporto si conclude con raccomandazioni urgenti inviate alla Commissione Europea, tra cui l’istituzione di corridoi umanitari per l’evacuazione dei testimoni ancora in pericolo, la sospensione immediata dei finanziamenti alle guardie di frontiera coinvolte e l’avvio di un’indagine internazionale indipendente per individuare le fosse comuni segnalate dai sopravvissuti lungo il confine. Rapporti e dossier WOMEN STATE TRAFFICKING: GENERE, RAZZIALIZZAZIONE E VIOLENZA DI STATO TRA TUNISIA E LIBIA Il nuovo report di RR[X] documenta la catena di detenzione, vendita e abuso che colpisce le donne migranti nel silenzio complice dell'UE Roberta Derosas 16 Aprile 2026 1. Dal “Contro Dizionario del confine” ↩︎ 2. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito web: statetrafficking.net ↩︎
Women State Trafficking: genere, razzializzazione e violenza di stato tra Tunisia e Libia
Frontiere, linee. Spezzate. Interrotte. Contigue. Luoghi come sequenza di passaggi: arresto, trasporto, attesa, compravendita, e poi di nuovo detenzione, minacce, riscatti, vendite, prostituzione. Percorsi che hanno tempi talvolta lunghissimi. Che segnano perdite. Delle persone care, di familiari, di figli, di se stessi. Fasi diverse della tratta di Stato, già documentate dal primo rapporto State Trafficking nel 2025 e ora riattualizzate dallo stesso collettivo di ricercatrici e ricercatori.  Il report Women State Trafficking mette insieme trentatré testimonianze ascoltate tra dicembre 2024 e febbraio 2026, raccoglie le voci delle persone vittime della tratta di stato. Women. Donne.  Basta osservare la copertina per capire di cosa si tratti. La m di women non è una lettera: è un passaggio. Sta lì, sulla linea gialla che rappresenta il confine, come un ponte sottile che tenta di unire. Si appoggia sopra come qualcosa che è stato spinto fin troppo lontano, fino al punto in cui non si può più tornare indietro. Ponte e cicatrice insieme. Tiene unita la parola e mostra esattamente il punto in cui si spezza. Perché di questo si tratta: di vite interrotte. Sulla superficie della lettera restano graffi. Solchi. Ogni segno è una memoria che non si lascia levigare, una traccia che resta anche quando la parola prova a stare composta. Sono incisioni sottili, ma insistenti, come le pratiche delle violenze ripetute che attraversano i corpi. Il colore di questa copertina, che attraversa tutto il rapporto, è un viola che non è un equilibrio: è una ferita, tra il rosso del sangue che non scompare e il blu che tenta di contenerlo. Il risultato è un viola che trattiene entrambi senza pacificarli. È un colore che anche nel suono ricorda la violenza, le viol in francese.  Ancora una volta: “tratta di Stato”. Le persone passano da un controllo all’altro, da un’autorità all’altra, tramite l’azione di agenti di Stato in Tunisia e milizie armate in Libia. La loro condizione giuridica di cittadini e quella umana di persone è annientata. DUE SONO LE DOMANDE SU CUI LA NUOVA RICERCA SI BASA La prima riguarda l’attualità del traffico di Stato documentata nel precedente report: le testimonianze sono coerenti, agghiaccianti, capaci di provare la violenza che parte spesso dal mare, ma può cominciare anche nelle città, negli zitounes, raggiunge la terra e le coste della Tunisia, Sfax, per poi proseguire via terra per luoghi difficili da identificare per le persone che hanno testimoniato.  Perché, quando vengono arrestate, sono ammanettate, perquisite, private di ogni oggetto in loro possesso e dei documenti, quindi derubate anche del loro status giuridico. Un sistema che produce invisibilità giuridica, spaziale, temporale.  Uomini, donne e bambini vengono caricati su autobus o camion, trasportati dalla Tunisia alla frontiera con la Libia. Durante il tragitto non ricevono informazioni. Non sanno dove andranno: sono picchiati, spesso bendati o incappucciati per evitare che guardino all’esterno e possano avere un qualunque riferimento geografico. E poi, il deserto cancella i riferimenti. Le distanze non sono misurabili. Le direzioni non sono riconoscibili. Ma le persone sanno che se saranno destinate alla Libia saranno vendute.  A un certo punto, il percorso si restringe. I luoghi diventano ricorrenti, uno in particolare ritorna con insistenza nei racconti: la base della Guardia Nazionale tunisina di El Meguissem, il nodo da cui si si passa, si attende, si viene smistati. Poi la compravendita delle persone arrestate in Tunisia: a questo punto, la merce umana diventa proprietà degli attori libici, di stato e non. La detenzione comincia nuovamente, la liberazione solo previo pagamento del riscatto. Un debito che viene saldato in modi diversi.  Ph: Women State Trafficking La seconda domanda del report interroga le violenze di genere: Quali sono le forme specifiche di violenza e di violenza di genere nei confronti di donne, famiglie e minori, accompagnati e non, nel corso delle operazioni di espulsione e vendita condotte al confine tra la Tunisia e la Libia? Qual è il ruolo degli apparati di Stato nella tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale dalla Tunisia alla Libia? Women State trafficking, che parla della condizione delle donne in questa catena di mercificazione degli esseri umani,  identifica tre fasi. 1. Deumanizzare: la prima soglia La prima fase riguarda la trasformazione. In questa prima parte del rapporto si rende conto delle «pratiche di degradazione, i rituali di umiliazione e le mancanze di cure che contribuiscono all’assoggettamento fisico e psicologico delle persone migranti razzializzate». Le testimonianze descrivono pratiche ripetute: perquisizioni pubbliche, distruzione dei documenti, sottrazione di oggetti personali. Non sono episodi isolati. Servono a generare l’annullamento della volontà individuale e la perdita di identità giuridica. Le persone vengono cancellate dal punto di vista amministrativo. Poi ci si occupa dei corpi, trattati come cosa da neutralizzare. Durante i trasferimenti, sono immobilizzati, privati di acqua e cibo, costretti in spazi chiusi. Alcuni raccontano di trasporti in camion usati per il trasporto di animali, stipati, impediti nei movimenti. Coi corpi incastrati gli uni sugli altri. Non si tratta di episodi isolati, ma segmenti che, sommati, generano la reificazione e la mercificazione. 2. Violentare: la continuità del gesto La violenza fisica e sessuale attraversa tutte le fasi del percorso. Non aumenta o diminuisce: cambia forma. In Tunisia, durante gli arresti e nei centri di detenzione, si manifesta con percosse, umiliazioni, uso di taser, minacce. Le donne raccontano perquisizioni invasive, spesso condotte da uomini, in spazi aperti. I corpi sono denudati. Pasto nudo. Molte donne raccontano di essere state stuprate sia al momento della cattura a Sfax che negli uliveti. Il passaggio in Libia non interrompe questa sequenza. La rende più stabile. Nei centri di detenzione libici – ufficiali e non – la violenza diventa sistematica. Gli stupri sono descritti come frequenti. Non episodici. Non eccezionali.  «La violenza sessuale assume carattere generalizzato, manifestandosi sotto forma di ispezioni corporali invasive effettuate esclusivamente da uomini (in divisa), spesso in spazi esposti alla vista di tutti. Anche i minori subiscono tali abusi, finalizzati alla sottrazione di denaro e telefoni eventualmente occultati».  La violenza sessuale non è nascosta. Viene messa in scena. «Avviene in spazi aperti, davanti ad altri detenuti. Non è solo un atto, ma una disposizione: chi subisce e chi guarda. Mariti, padri, figli sono costretti ad assistere. Non possono intervenire, non possono sottrarsi. Lo sguardo diventa parte del dispositivo. Chi osserva è coinvolto. Non perché agisca, ma perché è lì, trattenuto nella scena. La violenza si estende così oltre il corpo colpito, si distribuisce tra i presenti, si moltiplica senza cambiare forma. L’età non introduce una soglia. I bambini restano dentro lo stesso campo visivo». Un dato è certo: tutti i testimoni, indipendentemente dal genere di appartenenza dichiarano che a nessuna donna è risparmiata la violenza, che arriva fino allo stupro nel caso di molte. Solo le puerpere e i neonati ne sono risparmiati. L’uscita dalle carceri libiche è possibile solo se un riscatto viene pagato. Poco importa da chi. Che si tratti della famiglia o della rete amicale o di chiunque desideri acquistare un essere umano per sfruttarlo. 3. Prostituire: l’uscita che non è un’uscita Per molte donne, l’uscita dalla detenzione non coincide con la libertà. Quando non è possibile pagare un riscatto, si apre un’altra possibilità: il lavoro forzato, spesso sessuale. Le testimonianze descrivono il trasferimento verso case o strutture in cui il debito deve essere estinto attraverso lo sfruttamento. Le donne parlano di bordelli. La parola è chiara. Solo le dimensioni variano. In alcuni casi molto grandi ed estremamente organizzati, altri prevedono la presenza di poche donne. Anche i tempi di permanenza mutano: tutto dipende dalla somma da restituire.  Merce. Le donne sono cose. Si usano, si appoggiano da qualche parte, si controllano, si scambiano, si rivendono. Come vestiti di lusso, che sono comprati e poi venduti: prima mano, seconda, terza, infinita. Merce pregiata che nel corso della compravendita a poco a poco perde valore e da seta si trasforma in stracci.  LA RESPONSABILITÀ EUROPEA Il sistema non si esaurisce nei confini della Tunisia o della Libia. Il rapporto sottolinea il ruolo dei finanziamenti europei nel rafforzamento delle operazioni di controllo e intercettazione. Non si tratta di un legame indiretto o astratto: alcune delle strutture coinvolte nelle espulsioni sono sostenute, almeno in parte, da fondi destinati alla gestione delle frontiere. Questo accade in un’epoca in cui la Tunisia continua a essere considerata un “paese di origine e transito sicuro” in diversi contesti istituzionali europei. Questa classificazione non entra nei dettagli. Non guarda ai percorsi. Non ascolta le testimonianze delle persone. Dopo il racconto Le parole che si leggono in questo report descrivono fedelmente il mondo delle donne migranti vittime della tratta di stato. Ne restituisce l’assoluta mancanza di senso. Descrive un mondo che sanguina, che vomita violenza. È sporco, indecente. Perché ognuna delle persone ascoltate dovrebbe trovarsi al sicuro, invece, molte di loro sono ancora in Libia. Una è ancora schiava. Alcune sono scomparse.  Altre hanno raggiunto l’Europa, nelle imbarcazioni finte che tre volte su quattro sono ingoiate dal mare.  E’ un rapporto che paralizza e spezza il fiato più volte: perché la violenza invade chi la racconta e  chi la ascolta, perché parla del mondo in cui viviamo ora, perché ricorda che questo accade con l’accordo e la volontà dell’Unione europea. Scarica il rapporto in italiano EN FR Il rapporto, realizzato dal collettivo RR[X] in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, sarà presentato in un evento pubblico a Bruxelles al Parlamento europeo il 22 aprile dalle 18.00 alle 20.00 nella sala SPAAK 7C50. Incontri informativi e formativi WOMEN STATE TRAFFICKING: PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO AL PARLAMENTO EUROPEO Mercoledì 22 aprile 2026 ore 18 a Bruxelles 16 Aprile 2026
Women State Trafficking: presentazione del rapporto al Parlamento europeo
È disponibile online il nuovo rapporto “Women State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia” che denuncia – attraverso testimonianze dirette e un lavoro di ricerca dettagliato – il brutale e rodato sistema di tratta di esseri umani ed espulsioni forzate tra Tunisia e Libia. Il rapporto, realizzato dal collettivo RR[X] in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, sarà presentato a Bruxelles al Parlamento europeo il 22 aprile dalle 18.00 alle 20.00 nella sala SPAAK 7C50. Le oltre 30 testimonianze dirette di 19 donne e 14 uomini, tutte raccolte in forma anonima sul campo a partire dal dicembre del 2024, fotografano le sistematiche violazioni dei diritti umani tra Tunisia e Libia di fronte al silenzio complice di un’Europa che considera sicuro un Paese in cui il traffico di esseri umani è pane quotidiano per sempre più persone. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito web: statetrafficking.net . L’evento è organizzato da: Ilaria Salis, eurodeputata Alleanza Verdi e Sinistra (gruppo The Left) Leoluca Orlando, eurodeputato Alleanza Verdi Sinistra (gruppo Greens/EFA) Cecilia Strada, eurodeputata PD (gruppo Socialists & Democrats) Per partecipare in presenza è necessario registrarsi, entro il 21 aprile. Iscrizione all’evento – clicca qui L’evento sarà disponibile anche in diretta streaming, il link verrà pubblicato nei prossimi giorni. Interverranno: * RR[X]: Gruppo di ricerca internazionale che ha deciso di anonimizzarsi per tutelare la propria incolumità nel fare ricerca in un Paese, la Tunisia, oggi oggetto di una radicale repressione. RRX ha realizzato il disegno dell’indagine, la raccolta, l’analisi dei materiali, la supervisione scientifica. * Filippo Furri, Border Forensics * Testimoni del rapporto * Wahid Ferchichi, Membro del Tribunale Popolare Permanente sui Diritti Umani sulle violazioni contro i migranti negli Stati del Maghreb * Siobhán Mullally, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tratta di esseri umani, in particolare donne e bambini * Ulrich Stege, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) * Olivia Sundberg, Amnesty International UE  PER APPROFONDIRE Rapporti e dossier WOMEN STATE TRAFFICKING: GENERE, RAZZIALIZZAZIONE E VIOLENZA DI STATO TRA TUNISIA E LIBIA Il nuovo report di RR[X] documenta la catena di detenzione, vendita e abuso che colpisce le donne migranti nel silenzio complice dell'UE Roberta Derosas 16 Aprile 2026
L’irregolarità non è casuale
I.CLAIM è un progetto che studia le condizioni di vita e di lavoro delle persone migranti in condizioni di precarietà giuridica nel contesto dell’Unione Europea e in 6 dei suoi Stati-membri, ossia Finlandia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Regno Unito. A febbraio 2026, ha pubblicato il report Racial Logics of Irregular Migration in Europe 1, in cui dimostra che le politiche migratorie europee e nazionali (in riferimento ai 6 contesti statuali considerati) sono dominate e perciò dettate da un razzismo strutturale che produce e riproduce marginalizzazione e precarietà tra le popolazioni migranti percepite come meno desiderate. La ricerca si basa su dati raccolti nel periodo compreso tra settembre 2023 e agosto 2025 e derivati da numerosi fonti diverse. L’esperienza delle persone migranti è stata raccolta attraverso l’osservazione (estate ‘24 – primavera ‘25) della loro vita e attraverso una ricerca etnografica condotta sulle interviste di 244 di loro, impiegati nei tre settori chiave del lavoro migrante (agricoltura, lavoro domestico, consegne a domicilio). A queste si affiancano interviste complementari di datori di lavoro, personale legale, staff di ONG e sindacalisti. L’analisi della narrazione sull’immigrazione (irregolare) si è fondata su un corpus di 40.683 testi (articoli giornalistici, dibattiti parlamentari, discorsi ministeriali, manifesti partitici e pubblicazioni del terzo settore) usciti tra 2019 e 2023. Le risposte del pubblico sono state raccolte attraverso un sondaggio somministrato da YouGov in febbraio 2025 a un campione di 6.322 persone rappresentati della popolazione adulta in ciascuno dei Paesi coinvolti. Infine, il quadro legale entro cui si muovono migranti e narrazioni è stato ricostruito attraverso 65 interviste con esperti e l’analisi dei cambiamenti legislativi e normativi degli ultimi 20 nei contesti considerati. Figure 1 Scenarios and their link to irregularity in the I-CLAIM countries. Source: I-CLAIM survey (2025) Da tutta questa massa di informazioni, emergono 3 punti fondamentali. Il primo (in realtà una conferma di quanto già conosciuto), razzismo e discriminazione sono parte integrante delle politiche migratorie europee. L’Unione Europa si dipinge, all’interno e all’esterno, come uno spazio regolato da principi di uguaglianza e parità, di non-discriminazione, di accoglienza e possibilità. Questo quadro è determinato e garantito da due direttive dell’UE: la 2000/43/EC, sull’uguaglianza razziale 2, e la 2000/78/EC 3, sulla parità di trattamento e in materia di occupazione e condizioni di lavoro. Tuttavia, entrambe escludono nazionalità e status migratorio dalla materia da loro trattata, tracciando un confine netto tra la tutela dell’uguaglianza e la gestione della mobilità nell’Unione Europea. Esistono quindi due Europe: quella che punta all’uguaglianza universale degli europei “bianchi” e quella che produce differenziazione razziale attraverso leggi, politiche e pratiche amministrative. L’irregolarità di alcune (molte) persone migranti è frutto della relazione di questi due sistemi socio-politici ed è manifestazione di come l’Europa bianca gestisce male la mobilità delle persone che provengono dal suo esterno. L’Unione Europea, così come i 6 contesti particolari monitorati dal report, sono spazi di razzismo sistemico. Questo non si esprime attraverso un discorso che esplicita odio, ostilità e discriminazione, ma piuttosto si fonda su razionali politici e pratiche amministrative che pongono la migrazione come un problema di sicurezza, controllo, gestione del rischio. Si rende manifesta per vie traverse, facendo leva sulle tendenze politiche più securitarie. Quindi, uno dei modi più evidenti in cui il razzismo sistematico europeo si manifesta è il controllo dello spazio: le persone che visibilmente possono essere inserite nella categoria “migrante” sono più spesso fermate e interrogate o private della possibilità di accedere a servizi. E a proposito di accesso ai servizi, un’altra forma del razzismo sistematico è la discrezionalità negli iter burocratici. I tempi per processare le “richieste migranti” sono volutamente più lunghi, le richieste di documenti e i rimpalli tra uffici molto più frequenti, allo scopo di ritardare o negare l’aiuto.  A livello nazionale, poi, la legislazione costruisce una piramide gerarchica degli aventi diritto alla possibilità di immigrare e di restare, documentati, sul territorio. Dall’alto al basso, si trovano i migranti europei, i residenti di lunga data, i migranti temporanei o senza documenti. Per funzionare, il razzismo sistemico ha bisogno di essere formalmente invisibile. Nel discorso politico, amministrativo, sociale, il riferimento all’etnia delle persone migranti irregolari è assente. La loro diversità viene piuttosto evocata attraverso criteri deputati, sostitutivi, come quello di “nazionalità”, “religione”, “genere”, “abitudini sociali” o “comportamenti”, che servono a sottolineare la distanza sociale e culturale tra un presunto noi (europeo) e un presunto loro. Spesso, questi fattori si agganciano a stereotipi che trovano la loro origine nell’età coloniale o nella storia più recente dei Paesi coinvolti. Basti pensare alla convinzione per cui tutti i cittadini est-europei sarebbero propensi al furto, dal momento che la loro condizione di partenza è la povertà e la cultura dell’illegalità diffuse nella parte d’Occidente meno sviluppato (Europa ex sovietica). L’utilizzo del genere come principio discriminatorio ha poi l’effetto di vittimizzare i soggetti a cui si riferisce, particolarmente e di solito le donne. Non le trasforma in personaggi negativi della narrazione pubblica sulla migrazione, ma piuttosto in vittime bisognose di un aiuto a cui non sempre avrebbero diritto. Le donne migranti diventano così coloro che subiscono la loro stessa storia, secondo un processo di deumanizzazione che si applica anche a “i migranti”, le masse di disperati e disperate che arrivano via mare e terra in Europa. Le une e gli altri subiscono quindi un processo di oggettificazione che cancella qualsiasi loro agentività, qualsiasi possibilità di prendere in mano la loro vita. I criteri deputati costruiscono anche una gerarchia del merito secondo cui i migranti più vicini per origine, cultura e abitudini sociali allo spazio ospitante sono più “degni” di accoglienza e più predisposti all’integrazione. Lo stesso vale per i gruppi considerati più innocui. Migranti est-europei (specialmente se donne e/o ucraini), donne e bambini sono i gruppi più desiderabili. Subsahariani, nordafricani, mediorientali e musulmani di diverse origini sono invece i meno accettazione. La gerarchia di meritocrazia migrante disegnata dal razzismo sistematico agisce sul mercato del lavoro e sull’accesso al welfare. Le persone migranti considerate più degne di affidabili (ossia quelle più vicine alla comunità ospitante) sono le preferite dai datori di lavoro, quelle scelte per un’assunzione non sempre regolare. Quest’ultima però è essenziale, in quanto avere un contratto di lavoro è presupposto per accedere a permessi di soggiorno e diritti derivati dalla residenza: solo chi regolarizza la propria situazione professionale ha diritto a regolarizzare il proprio status esistenziale. Significa che la precarietà della propria vita dipende in modo quasi esclusivo dalla fiducia di datori di lavoro che fondano le proprie decisioni su criteri di selezione non oggettivi, discriminatori, razzisti. La co-dipendenza tra accesso al lavoro e accesso alla regolarità trasforma il lavoro in uno strumento amministrativo informale di controllo e selezione dei migranti irregolari. Ne fa poi l’origine della possibilità che i migranti hanno di accedere al welfare, poiché residenza e permesso di soggiorno sono premesse necessarie per entrare nel circuiti degli aiuti e delle sovvenzioni statali, comunali, europei. L’impossibilità di poterne usufruire e la simultanea precarietà delle condizioni di vita trasforma le persone migranti irregolari in una massa di individui senza volto bisognosi senza averne diritto. Ciò significa che l’esclusione infondata dal mondo del lavoro, l’irregolarizzazione della posizione professionale ed esistenziale di una persona migrante supporta la narrazione tendenziosa per cui i migranti irregolari sarebbero una spesa e insieme una minaccia a coesione e ordini sociali. Il rapporto Racial Logics of Irregular Migration in Europe di I.CLAIM dimostra quindi che la legislazione crea un’Europa a due binari in cui disuguaglianza e discriminazione sistematiche definiscono l’irregolarizzazione dei migranti. Le pratiche burocratico-amministrative producono nello spazio e nel tempo la condizione di irregolarità di alcune persone che si trovano nel territorio europeo, finlandese, inglese, italiano, olandese, polacco e/o tedesco. Welfare e mercato del lavoro riproducono il sistema di disuguaglianza attraverso rapporti di dipendenza e condizionalità. Ciò che emerge, in ultima istanza, è che Unione Europea e almeno 6 dei suoi Stati membri sono spazi dove l’irregolarità è razzializzata in modo intenzionale dalle istituzioni e dalla società. 1. Piemontese, S., Sigona, N., Lessard-Phillips, L., & Emmanuel, A. (2026). Racial logics of irregular migration in Europe. I-CLAIM ↩︎ 2. Council Directive 2000/43/EC of 29 June 2000 implementing the principle of equal treatment between persons irrespective of racial or ethnic origin ↩︎ 3. Direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro ↩︎
“Essere donna” come motivo di persecuzione: la pronuncia della Corte di Giustizia dell’UE sul caso Women who are victims of domestic violence
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli studi di Firenze Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” Corso di Laurea in Scienze Politiche “ESSERE DONNA” COME MOTIVO DI PERSECUZIONE: LA PRONUNCIA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UE SUL CASO WOMEN WHO ARE VICTIMS OF DOMESTIC VIOLENCE Tesi di laurea di Lucrezia Innocenti (2024-2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE «La cultura dell’umanità non è nemmeno nei suoi puri contenuti materiali qualcosa di “asessuato”, né la sua obiettività la colloca in un al di là che prescinda dalla distinzione uomo-donna» 1 Nel 1911, Georg Simmel osservava come nessun ambito della cultura umana possa essere considerato realmente scevro da implicazioni connesse alle differenze di genere. In seguito, neIl relativo e l’assoluto nel problema dei sessi, l’autore rilevava anche che, se pure tale obiettività “asessuata” di fatto non esiste, l’esperienza maschile riesce comunque a porsi come “universalmente uman[a]” 2. Il maschile diventa dunque l’oggettivo, l’universale, l’assoluto, il paradigma generalmente valido 3. Tale constatazione, tuttora applicabile, implica che anche gli odierni rapporti sociali, economici, giuridici, siano modellati e imperniati su un invisibile paradigma maschile, sotteso a una pretesa di neutralità. La tendenza a far coincidere il maschile e l’universale non risparmia infatti la sfera del diritto, cui sovente è imputato di riprodurre le medesime relazioni di potere presenti nella società di riferimento, piuttosto che correggerle. Nel caso dei rapporti di genere, ciò si traduce nell’impossibilità di raggiungere l’eguaglianza di genere tramite la neutralità di genere, perché dietro quest’ultima spesso giacciono considerazioni formatesi intorno a una concezione androcentrica: in tal senso, “la neutralità sessuale (ma anche razziale e censitaria) del diritto occidentale contemporaneo [è] più una tautologia che una realtà” 4. Se applicato specificamente al diritto dei rifugiati, questo ragionamento si riflette in una certa difficoltà nel declinare giuridicamente l’esperienza dell’asilo al femminile 5. Ciò è testimoniato da quanto disposto nei maggiori documenti di diritto internazionale e di diritto dell’UE sulla materia, che non incorporano questioni di genere, o, se lo fanno, ciò avviene in qualità di addizione o variazione rispetto al paradigma maschile. Ne discende che, alla prova dei fatti, le donne richiedenti asilo incontrano significativi ostacoli nel riconoscimento delle persecuzioni subite, perché queste ultime spesso si presentano in modalità specifiche rispetto al genere, di cui più raramente l’uomo richiedente asilo fa esperienza – come, ad esempio, atti di violenza di genere che comprendano violenza sessuale, mutilazione genitale femminile, aborto forzato, o ancora, violenza domestica. Negli ultimi decenni, sia la disciplina normativa che la prassi giurisprudenziale in materia hanno gradualmente dimostrato una volontà di sopperire alle suddette lacune e di includere la questione di genere nella materia dell’asilo. Ciò, però, è avvenuto solo in alcuni ordinamenti nazionali e in modo frammentato, perciò un vero avanzamento in tal senso non si era mai concretizzato a livello generale o vincolante. L’atteso intervento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha avuto luogo il 16 gennaio 2024, con la sentenza relativa alla causa C-621/21 6 – sorta da una domanda di pronuncia pregiudiziale in merito alla concessione dello status di rifugiata a una donna vittima di violenza domestica, fuggita dal paese d’origine per questa ragione. Giurisprudenza europea/Guida legislativa/Papers DONNE VITTIME DI VIOLENZA DOMESTICA: LA CGUE PRECISA LE CONDIZIONI PER BENEFICIARE DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE Corte di giustizia dell’Unione europea, sentenza del 16 gennaio 2024 22 Gennaio 2024 Come menzionato, la sentenza non detiene il merito di un pionierismo assoluto. A renderla un interessante oggetto di studio e di approfondimento sono, però, due principali elementi: da un lato, il ruolo uniformatore che la giurisprudenza della CGUE assume nei confronti dei sistemi nazionali; dall’altro, il chiaro intento di estendere la protezione garantibile alle donne richiedenti asilo. La trattazione che seguirà ha l’obiettivo di comporre un adeguato quadro analitico che permetta di cogliere gli elementi di rilievo della sentenza, le sue criticità e gli aspetti innovativi che la distinguono. A tal fine, l’analisi sarà strutturata in tre capitoli. Il Capitolo I ha lo scopo di presentare il caso di specie e fornire una panoramica generale sulle fonti del diritto internazionale e del diritto dell’Unione Europea pertinenti al caso. Il Capitolo II si concentrerà invece sulla pronuncia della Corte e sulle Conclusioni dell’Avvocato Generale. Di entrambi i documenti, si considereranno separatamente i vari nuclei tematici che contraddistinguono il caso. L’esposizione delle maggiori posizioni accademiche relative alla sentenza sarà contenuta nel Capitolo III, nel quale si intende anche accennare a casi analoghi a quello in oggetto, per evidenziarne l’impatto sulla casistica successiva. 1. G. Simmel, Weibliche Kultur (1911), trad. it. a cura di Lucio Perucchi, in Cultura femminile, Mimesis, Milano, 2016, p. 23. La citazione è ripresa da E. Rigo, La vulnerabilità nella pratica del diritto d’asilo: Una categoria di genere?, in Etica & Politica, XXI, 2019, p. 343, disponibile online qui ↩︎ 2. G. Simmel, Das Relative und das Absolute im Geschlechter – Problem (1911), trad. it. in Filosofie dell’amore, Donzelli, 2001. La citazione è ripresa da E. Rigo, La straniera. Mobilità, confini e riproduzione sociale oltre lo straniero di Simmel, in Teoria Politica , 10, 2020, pp. 264-265, disponibile online su: https://journals.openedition.org/tp/1307 . ↩︎ 3. Si specifica che la scelta generale di mettere in relazione la produzione di Simmel alla questione di genere nel diritto dei rifugiati è stata ispirata da quanto sostenuto in E. Rigo, La vulnerabilità nella pratica del diritto d’asilo: Una categoria di genere?, cit., e in E. Rigo, La straniera. Mobilità, confini e riproduzione sociale oltre lo straniero di Simmel, cit. ↩︎ 4. F. Filice, Introduzione al diritto femminile, in Questione Giustizia , 4, 2022. Disponibile online qui. ↩︎ 5. E. Rigo, La straniera. Mobilità, confini e riproduzione sociale oltre lo straniero di Simmel, cit., p. 268 ↩︎ 6. Sentenza della Corte di Giustizia del 16.01.2024, Women who are victims of domestic violence (C-621/21). La sentenza è disponibile online qui ↩︎
Le imprese degli immigrati sfidano la crisi e riscrivono i luoghi comuni
Secondo il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025 del Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con CNA, in meno di quindici anni le aziende condotte da persone straniere sono cresciute di quasi il 50%, diventando un pilastro strutturale dell’economia italiana. Crescono quando le altre calano, resistono alle crisi, si strutturano, si diversificano e cominciano a trainare filiere produttive. Le imprese guidate da immigrati in Italia non sono più un fenomeno marginale o di passaggio: sono, secondo i numeri, uno dei motori silenziosi dell’economia italiana. È quanto emerge dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, presentato a Roma presso la sala “Esperienza Europa-David Sassoli” e realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con CNA – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Una ricerca basata sui dati del Registro delle Imprese, condotta ininterrottamente dal 2014, che quest’anno porta con sé una lettura statistica della realtà: non solo i numeri crescono, ma lo fanno smentendo quasi tutti i pregiudizi consolidati sul fenomeno. QUASI 667MILA IMPRESE: UNA CRESCITA “ANTICICLICA” I dati parlano chiaro. Tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese italiane “autoctone” perdevano il 7,9% delle unità, quelle condotte da persone straniere aumentavano del 46,9%, passando da 454.029 a 666.767. Una traiettoria ascendente che non si è interrotta neppure di fronte agli strascichi della crisi del 2008, alla pandemia o alle tensioni energetiche innescate dai conflitti internazionali. Il Rapporto definisce questo fenomeno con un’espressione precisa: “dinamismo anticiclico”. Alla fine del 2024, le imprese immigrate rappresentano l’11,3% di tutte le attività indipendenti del Paese, contro il 7,4% del 2011. E, secondo i ricercatori, il potenziale è ancora largamente inespresso. «L’imprenditoria immigrata non è solo parte integrante del tessuto produttivo italiano», scrivono IDOS e CNA, «ma un vettore che ne sostiene significativamente la crescita, anche grazie al sempre più spiccato protagonismo delle donne. Una realtà tutt’altro che marginale o congiunturale, capace di resistere ai mutamenti di contesto e di contribuire in modo strategico allo sviluppo economico del Sistema Paese». Uno degli stereotipi più duri a morire è quello dell’impresa immigrata come realtà fragile e provvisoria. I dati lo ridimensionano. È vero che le ditte individuali restano la forma prevalente (72,4%), ma la composizione interna sta cambiando velocemente. Le società di capitale, cresciute del 223,2% tra il 2011 e il 2024, coprono oggi il 21,1% del tessuto imprenditoriale immigrato, a fronte del 9,6% di tredici anni fa. Il Rapporto parla di una «incisiva transizione verso forme societarie più strutturate», accelerata soprattutto nel periodo post-pandemico. Anche la durata delle imprese racconta una storia diversa da quella del passato: più di un terzo di quelle esistenti (37%) ha alle spalle oltre dieci anni di attività, a testimonianza di «esperienze imprenditoriali consolidate e integrate nel mercato territoriale». Forse il dato più sorprendente riguarda il ruolo nelle filiere produttive locali. Tra il 2019 e il 2022, il 18% delle 136mila aziende manifatturiere italiane analizzate da un database di Intesa Sanpaolo ha acquistato beni e/o servizi da imprese immigrate, per un valore complessivo superiore a 3 miliardi di euro. Una quota che il Rapporto definisce «ancora relativamente contenuta, ma dalla valenza strutturale». Significativo anche il profilo dei fornitori: rispetto alle aziende autoctone, quelle immigrate offrono meno servizi di base e più servizi avanzati. Il 12% è addirittura identificato come «strategico» per le imprese che si riforniscono da loro. LE DONNE IMMIGRATE: LA VERA SORPRESA Nel Rapporto emerge una tendenza che spicca come interessante novità: quella delle donne. Tra il 2011 e il 2024 le imprese guidate da immigrate sono aumentate del 56,2%, un ritmo ben superiore a quello già notevole registrato dall’insieme dell’imprenditoria straniera. Sono oggi 164.509, un quarto (24,7%) di tutte le iniziative imprenditoriali degli immigrati in Italia, e rappresentano il 12,6% dell’intera imprenditoria femminile nazionale, un’incidenza quasi doppia rispetto al 7,3% del 2011. Un protagonismo che si fa ancora più significativo se si considera il contesto: le donne immigrate restano tra i segmenti più penalizzati del mercato del lavoro, largamente concentrate nel lavoro domestico e di cura, con scarse possibilità di mobilità professionale nonostante spesso dispongano di competenze elevate. L’imprenditoria rappresenta per molte di loro una via di emancipazione e autopromozione che il mercato del lavoro dipendente difficilmente offre. I settori di inserimento più frequenti restano il commercio e la ristorazione, ma negli ultimi cinque anni a crescere più rapidamente sono stati comparti fino a poco fa quasi inesplorati: le attività immobiliari (+33,3%), quelle finanziarie e assicurative (+24,7%), le professioni scientifiche e tecniche (+24,2%), i servizi alla persona (+27,2%). Nell’insieme, quasi 10.000 imprese femminili immigrate operano oggi in questi settori specialistici, a conferma di una capacità crescente di cogliere opportunità nuove e di costruire percorsi imprenditoriali sempre meno prevedibili. IL TRAMONTO DELLE “SPECIALIZZAZIONI ETNICHE” Per anni si è parlato di comunità di immigrati inchiodate a specifici settori: le persone di origine marocchina nel commercio, rumena nell’edilizia, cinese nella ristorazione e nel manifatturiero e così via. Il Rapporto registra una «lenta ma graduale attenuazione» di queste concentrazioni. Le specializzazioni non sono scomparse – albanesi e romeni restano fortemente presenti nell’edilizia, bengalesi e marocchini nel commercio – ma i margini si stanno erodendo, sotto la spinta del mercato e dell’emergere di nuovi profili imprenditoriali. Nel frattempo, dopo la pandemia, stanno crescendo in modo rilevante settori inaspettati: i servizi immobiliari (+32,6% dalla fine del 2020), quelli finanziari e assicurativi (+25,4%), le attività scientifiche e tecniche (+18,8%). E il commercio, un tempo dominante, registra una flessione del 6,6%. In controtendenza, il comparto alberghiero e della ristorazione segna un +93,6% dal 2011. Nonostante i risultati, il Rapporto segnala margini di crescita significativi. Il tasso di lavoratori indipendenti sul totale degli occupati delle persone straniere è ancora al 12,9%, contro il 20,9% dei nati in Italia. E solo il 27% degli autonomi immigrati impiega lavoratori dipendenti, un dato vicino alla media europea (28,6%) ma lontano dal 33,9% dei nativi. «È fondamentale valorizzare questo dinamismo attraverso politiche mirate», concludono IDOS e CNA, «che sostengano la crescita professionale, il consolidamento strutturale e l’accesso agli incentivi». Leggi la sintesi del Rapporto