Emissioni di guerra: quello che i numeri sul carbonio non misurano
Uranio impoverito, CO₂ e i limiti della contabilità ambientale dei conflitti
Ottocentocinquanta Tomahawk in quattro settimane. È la notizia che il Washington
Post ha pubblicato il 27 marzo 2026, confermata da CBS News e Middle East Eye:
in sole quattro settimane di guerra contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno
lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk, 400 dei quali nelle sole prime
71 ore del conflitto. La notizia è stata ripresa ovunque per il suo significato
strategico: le scorte si erodono più velocemente di quanto la produzione possa
reintegrare, e alcuni funzionari del Pentagono sono allarmati.
Nessuno, però, ha fatto un altro calcolo. Molto più semplice. E molto più
inquietante.
IL CALCOLO CHE NESSUNO HA FATTO
Il professor Massimo Zucchetti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di
Torino, ha analizzato in studi pubblicati a partire dal 1999 — e ripresi in
occasione del conflitto in Libia nel 2011 — la composizione dei missili Tomahawk
prodotti da Raytheon, impiegati in tutti i conflitti statunitensi dagli anni
Novanta in poi. La conclusione è documentata nella letteratura scientifica: i
Tomahawk contengono uranio impoverito. Nel caso più conservativo, tre chili per
missile come stabilizzatore nelle ali; nel caso più grave, fino a quattrocento
chili nelle testate.
Applicando lo scenario minimo: 850 missili per tre chilogrammi. Il risultato è
2.550 chilogrammi di uranio impoverito dispersi sul territorio iraniano in
quattro settimane. Riferiti alla sola tipologia Tomahawk, nella sola ipotesi di
impiego ridotto. Nessun giornale ha scritto questo numero.
L’uranio impoverito non è un contaminante ordinario. È un sottoprodotto
dell’arricchimento dell’uranio, con una densità una volta e mezza superiore al
piombo e un’altissima piroforia: all’impatto brucia e libera nell’aria
particelle ultrasottili che si depositano nel suolo e nelle falde acquifere,
vengono inalate o ingerite dalla popolazione, e inducono leucemie, linfomi,
tumori renali e polmonari, malformazioni congenite nei bambini nati negli anni
successivi. I suoi effetti si manifestano con latenze di dieci, quindici, anche
vent’anni dalla contaminazione. Non sparisce con il cessate il fuoco. Non è
bonificabile senza interventi enormemente costosi e prolungati. Rimane.
LA CONTRADDIZIONE ISTITUZIONALE
Ora consideriamo cosa fa l’AIEA in questo momento in Iran. L’Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica ha monitorato con attenzione certosina le
scorte di uranio arricchito iraniano — la ragione dichiarata dell’intero
conflitto. Il direttore generale Rafael Grossi ha certificato numeri, posizioni,
gradi di arricchimento. Quando Israele ha colpito l’impianto di produzione di
yellowcake ad Ardakan il 27 marzo 2026, l’AIEA ha prontamente verificato che non
si registrassero aumenti di radioattività all’esterno del sito.
Una risposta istituzionale corretta, per il tipo di rischio che l’Agenzia è
deputata a monitorare. Ma non risulta che abbia avviato alcuna campagna di
rilevamento radiometrico sui siti colpiti dai Tomahawk, dove l’uranio impoverito
si è depositato nel suolo e nelle falde. Non lo fece nel 1991 in Iraq, non lo
fece nel 1999 nei Balcani, non lo fece nel 2003 a Bassora, non lo fece nel 2015
a Gaza.
Non è nemmeno una questione di risorse o di competenze tecniche. L’AIEA dispone
di ispettori, laboratori, strumentazione radiometrica. La scelta di non rilevare
è una scelta politica, coerente con il mandato originario dell’Agenzia: vigilare
sulla non proliferazione, non sulla protezione delle popolazioni civili dai
contaminanti radioattivi di origine militare.
Questo mandato non è mai stato messo seriamente in discussione nei consessi
internazionali, perché nessuno degli Stati che siedono nel Consiglio dei
Governatori ha interesse a farlo. L’uranio arricchito è una minaccia per gli
Stati che lo temono. L’uranio impoverito è una minaccia per le popolazioni
civili dei paesi bombardati. Le due categorie non hanno lo stesso peso.
IL PRECEDENTE ITALIANO
I precedenti documentati sono inequivocabili. Nel 1999, in settantotto giorni di
campagna aerea sulla Jugoslavia, la NATO impiegò oltre tredici tonnellate di
uranio impoverito in 112 distinti bombardamenti, contaminando decine di siti tra
Montenegro, Serbia e Kosovo. La stessa Alleanza ha confermato l’utilizzo di
oltre 31.000 proiettili DU nella sola guerra in Kosovo.
Le conseguenze sanitarie sulla popolazione civile serba e kosovara sono
documentate e gravi: la Serbia presenta oggi uno dei più alti tassi di incidenza
oncologica d’Europa.
Il dato che parla con più forza all’Italia riguarda i propri soldati. La
Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, conclusa con la
relazione finale del 15 febbraio 2018, ha riconosciuto nei metalli pesanti
inalati durante le missioni di peacekeeping nei Balcani la possibile causa della
morte di oltre 400 militari e della malattia di almeno altri 8.000. Le patologie
riconosciute includono 236 casi di leucemia (97 deceduti), 846 linfomi (91
deceduti), 27 tumori del sistema linfatico e 118 neoplasie dei tessuti molli.
Quattro commissioni parlamentari d’inchiesta, decenni di udienze, 119 sentenze
di condanna al Ministero della Difesa: un’odissea istituzionale che rivela quale
sia l’attitudine dello Stato quando deve fare i conti con i propri errori
letali.
IRAQ, GAZA, UCRAINA: UNA SEQUENZA ININTERROTTA
In Iraq le proporzioni sono state incomparabilmente maggiori: circa 300
tonnellate di DU nella sola Tempesta del deserto del 1991, fino a 2.000
tonnellate nell’invasione del 2003.
I rilevamenti eseguiti ad Abu Khasib, nella periferia di Bassora, documentavano
livelli di radioattività sulle carcasse dei carri armati iracheni 2.500 volte
superiori alla norma, con l’area circostante contaminata di venti volte rispetto
ai valori di riferimento. Gli ispettori operavano in tuta protettiva. I bambini
del quartiere giocavano sulle stesse carcasse.
I tassi di tumore in Iraq sono passati da 40 casi ogni 100.000 abitanti nel
periodo pre-1991 a 800 nel 1995 e a 1.600 nel 2005 — dati considerati per
difetto, data la progressiva demolizione del sistema sanitario pubblico iracheno
sotto embargo e poi sotto occupazione.
Nel 2015 l’utilizzo di uranio impoverito negli attacchi alla Striscia di Gaza fu
riconosciuto dall’Unione Europea; nel marzo 2023 il governo britannico
annunciava la fornitura a Kiev, insieme ai carri armati Challenger 2, di
proiettili all’uranio impoverito, consegne poi regolarmente effettuate nel
silenzio dei media europei.
CO₂ E URANIO IMPOVERITO: DUE PESI, DUE MISURE
Nel frattempo il dibattito ambientale sui conflitti si concentra altrove. Il
Climate and Community Institute ha pubblicato il 21 marzo 2026 uno studio sulle
emissioni di gas serra dei primi quattordici giorni di guerra contro l’Iran:
circa 5,1 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, più di quanto l’Islanda
produca in un anno.
Il dottor Benjamin Neimark della Queen Mary University of London ha osservato
che le emissioni da conflitto armato restano largamente invisibili nelle
politiche climatiche globali. È un’osservazione corretta, e la ricerca è
metodologicamente seria.
Ma, come ha notato Paolo Selmi su Pluralia (26 aprile 2026), la CO₂ è
misurabile, negoziabile, inseribile in accordi internazionali. L’uranio
impoverito no.
La differenza non è tecnica. È politica: la CO₂ si presta a summit, obiettivi,
rendicontazioni. L’uranio impoverito si processa solo davanti ai tribunali
civili, quando le vittime sopravvivono abbastanza a lungo da intentare una causa
e trovano uno Stato disposto ad ammettere la propria responsabilità — cosa che,
come insegna il caso italiano, richiede decenni di battaglie legali e quattro
commissioni parlamentari.
Ottocentocinquanta Tomahawk. Duemilacinquecentocinquanta chilogrammi di uranio
impoverito, nello scenario più conservativo. Nessun rilevamento AIEA. Nessun
titolo. I civili iraniani pagheranno questo conto tra dieci anni, in silenzio,
con i propri corpi. E nessun modello matematico sul carbonio li conterà.
FONTI PRINCIPALI
Paolo Selmi, «I veri danni di guerra e il bluff sul fossile», Pluralia, 26
aprile 2026.
Climate and Community Institute, rapporto sulle emissioni del conflitto
USA-Israele-Iran, 21 marzo 2026.
Washington Post, «U.S. has burned through hundreds of Tomahawk missiles in Iran
war», 27 marzo 2026.
CBS News.
Middle East Eye.
19FortyFive.
Massimo Zucchetti, studi sull’uranio impoverito nei missili Tomahawk,
Politecnico di Torino, 1999–2011.
Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, relazione finale,
15 febbraio 2018.
Euronews, attacco israeliano all’impianto di Ardakan, 27 marzo 2026,
dichiarazione AIEA.
Francesco Russo