Ceuta: militarizzazione, violenza razzista e repressione della solidarietà
GIULIA INGALLINA E NO NAME KITCHEN 1
Nell’enclave spagnola nordafricana di Ceuta, la violenza contro le persone in
movimento ha conosciuto nelle ultime settimane una nuova e violenta escalation.
Il 27 agosto 2026, gruppi composti da abitanti di Ceuta e da persone provenienti
dalla penisola, riconducibili in molti casi ad ambienti di estrema destra, hanno
intrapreso un’azione diretta e violenta contro le persone migranti presenti in
città.
Nel pomeriggio, il gruppo organizzato in corteo ha impedito l’ingresso di un
camion della Croce Rossa sulla spiaggia di Trampolín, che trasportava cibo
destinato alle persone in movimento, ostacolando così l’arrivo di beni di prima
necessità.
Successivamente, i manifestanti si sono diretti verso Playa Benítez, dove hanno
distrutto i ripari di fortuna che le persone avevano costruito autonomamente,
come forma di risposta dal basso alla mancanza di un sistema di accoglienza in
grado di garantire loro un luogo in cui dormire e proteggersi.
Gli accampamenti sono stati presi a calci e smantellati con la forza; sono stati
incendiati due ombrelloni e, progressivamente, le fiamme sono state alimentate
anche con gli effetti personali delle persone, che venivano deliberatamente
gettati nel fuoco o in mare dalla folla manifestante, mentre i loro proprietari
erano costretti a scappare per sottrarsi alle aggressioni.
Nel frattempo, le forze di polizia osservavano la situazione e, in ogni
occasione possibile, colpivano con i manganelli le persone che cercavano di
allontanarsi.
Tutte le fotografie sono state scattate sul campo principalmente dall’autrice e,
alcune, da altri volontari di No Name Kitchen e Border Resistance. Sono
rappresentative degli eventi descritti e della militarizzazione della città
I manifestanti sono entrati nell’area portando una grande bandiera spagnola e
gridando «Ceuta no se vende, Ceuta se defiende», «Invasores, expulsión» e altri
slogan contro le persone in movimento presenti in città, come «Ceuta lucha»,
«Ceuta combatte».
In questa rappresentazione la città viene costruita come un corpo da difendere e
le persone migranti come il nemico da espellere, ed è proprio questa costruzione
del nemico a dover essere interrogata.
Le persone che in questi giorni dormono sulle coste di Ceuta, spesso senza un
riparo, senza accesso stabile al cibo, all’acqua e alle cure, non sono la causa
della situazione in cui si trovano né possono essere considerate il nemico
contro cui una città dovrebbe combattere.
Sono invece inserite in un sistema di frontiere, accordi geo-politici e
dispositivi di controllo che ha progressivamente spostato il costo umano della
gestione della mobilità.
Il nemico è allora un sistema politico che utilizza la migrazione come strumento
di pressione e come terreno di conflitto, trasformando le persone in pedine:
presentandole come criminali mentre le rende vittime, sfruttando e alimentando
il razzismo come arma.
Ceuta non può essere intesa soltanto come il luogo in cui, alla fine di luglio,
migliaia di persone hanno cercato di entrare nel territorio spagnolo.
È un punto dentro un sistema di frontiere molto più ampio, in cui l’Unione
europea ha progressivamente spostato verso i Paesi di transito parte del
controllo delle persone che cercano di raggiungerne il territorio.
Questa esternalizzazione della frontiera ha una dimensione storica, politica ed
economica. Secondo la Commissione europea, nell’ambito del sostegno alla
migrazione in Marocco, 179 milioni di euro – il 77% dei fondi allora considerati
– sono stati destinati alla gestione integrata delle frontiere.
Nel 2022 sono stati inoltre destinati al Marocco altri 150 milioni di euro,
attraverso un programma quadriennale di sostegno di bilancio finalizzato anche
al rafforzamento della cooperazione in materia migratoria.
La frontiera, dunque, non è soltanto un muro, una recinzione o una linea sulla
carta. È un insieme di finanziamenti, accordi, pattugliamenti, controlli,
procedure e dispositivi che producono effetti concreti sui corpi.
Diventa allora difficile non interrogarsi sulla costruzione del «nemico»: le
persone in movimento vengono presentate come la causa dell’insicurezza, mentre
un sistema di controllo che opera dall’alto continua a determinarne
concretamente condizioni di esclusione e vulnerabilità.
Eppure, è proprio attraverso questa narrazione distorta che la propaganda
attecchisce e alimenta manifestazioni razziste come quella avvenuta il 27 agosto
sulle spiagge di Ceuta.
Quanto accaduto non può essere ridotto a una semplice protesta. Quando una folla
individua le persone sulla base della loro origine, le insegue, cerca di
allontanarle con la forza, distrugge i luoghi in cui dormono e tenta di impedire
loro di ricevere cibo e assistenza, non si può parlare semplicemente di una
manifestazione di disagio.
Ciò a cui si assiste è una forma di violenza razzista organizzata: una pratica
profondamente politica, che individua un gruppo come corpo estraneo e ne
rivendica l’allontanamento dallo spazio urbano, secondo una logica che ha
storicamente accompagnato il fascismo.
I fatti si inseriscono, dunque, in un quadro di condotte che, oltre a essere
socialmente e umanamente condannabili, possono assumere rilevanza anche sul
piano penale.
L’articolo 510 del Codice penale spagnolo prevede specifiche fattispecie
relative alla promozione o all’incitamento pubblico, diretto o indiretto,
all’odio, all’ostilità, alla discriminazione o alla violenza nei confronti di
persone o gruppi per motivi, tra gli altri, razzisti o legati all’appartenenza a
un’etnia nonché all’origine nazionale.
Inseguimenti, aggressioni, distruzioni e intimidazioni non possono essere
giustificate attraverso il ricorso a parole come «insicurezza» o «disagio di
vicinato».
Nessuna di queste categorie può trasformare la violenza contro un gruppo di
persone in una pratica legittima. Eppure, ciò a cui stiamo assistendo in questi
giorni è un’escalation nella quale la violenza viene progressivamente
normalizzata e la presenza stessa delle persone migranti nello spazio urbano
viene trattata come un problema da eliminare.
In questo senso, quanto accaduto a Playa Benítez il 27 agosto non può essere
considerato un episodio isolato, ma si colloca nel continuum di una violenza che
da settimane attraversa la città: una violenza che intimidisce e colpisce
persone già esposte a condizioni di estrema vulnerabilità, negando loro non solo
la possibilità di abitare lo spazio urbano, ma la stessa legittimità di essere
presenti, di essere riconosciute come persone.
> A Ceuta, la violenza non è un’eccezione: è parte del modo in cui il confine
> viene esercitato.
Screenshot
UN’ESCALATION DI VIOLENZA: TESTIMONIANZE DEGLI ABUSI DI MILITARI, POLIZIA E
GUARDIA CIVIL
Nelle ultime tre settimane, la situazione a Ceuta è diventata progressivamente
più tesa. La città è militarizzata: corpi di polizia e dell’esercito sono
ovunque, fermano le persone per strada, le perquisiscono, minacciano, feriscono
e spesso rubano i loro averi.
Le ronde attraversano continuamente le vie della città, in una presenza che è
già di per sé intimidatoria ma che tuttavia non li limita al ricorrere ad
ulteriore violenza.
Una capillare presenza poliziesca che non produce sicurezza ma paura, negando
gli spazi urbani e restringendo progressivamente le possibilità di movimento e
di vita delle persone in movimento, costrette sempre di più a nascondersi e
scappare.
Gli Harragas 2 vengono picchiati quotidianamente, potenzialmente in ogni momento
della giornata, dalla polizia, dai militari e dalla Guardia Civil.
Molte testimonianze riguardano aggressioni avvenute durante la notte, mentre le
persone dormivano sulle spiagge: gli agenti arrivano, le svegliano con i
manganelli e le costringono ad allontanarsi.
I racconti restituiscono un elemento ricorrente, la violenza non sembra essere
utilizzata per impedire un comportamento specifico, ma come strumento attraverso
cui rendere materialmente impossibile la permanenza delle persone nello spazio
pubblico.
Il 22 agosto, intorno alle sei del mattino, è arrivata la segnalazione che
alcuni militari si sono accaniti sulle persone che dormivano a Benzu Beach.
Quando il gruppo di volontari è arrivato sul posto, i militari si erano già
allontanati. I presenti hanno raccontato di essere state aggredite mentre
dormivano, le ferite erano evidenti sui loro corpi, i manganelli impressi sulla
carne.
«Noi non stavamo facendo niente, stavamo dormendo pacificamente. I soldati sono
passati di fianco a noi, ci hanno circondato da tutti i lati. Quattro o cinque
di loro si sono avvicinati ancora, hanno iniziato a picchiarci con i manganelli,
noi abbiamo cominciato a correre via».
Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen
Dopo meno di mezz’ora, le persone migranti presenti sulla spiaggia hanno
richiamato i volontari: poco dopo che questi si erano allontanati, infatti, i
militari erano tornati e avevano ricominciato a usare la violenza contro di
loro. Poi i militari sono tornati una terza volta.
A quel punto, però, i volontari si erano stanziati all’ingresso della spiaggia e
avevano iniziato a videoregistrare ciò che accadeva.
Quando si sono accorti di essere ripresi, gli agenti hanno attraversato il
gruppo senza intervenire, limitandosi a chiedere, con apparente normalità e in
maniera quasi ridicola, se «andasse tutto bene».
La presenza di volontari, giornalisti e telecamere sembra, in alcuni casi essere
in grado di attenuare il comportamento delle forze armate.
«I militari abusano e ci umiliano, se ti trovano ti picchiano. Quando la stampa
è presente non ci picchiano, si trattengono un po’».
Così, l’uso della forza sembra diminuire quando diventa visibile: la
documentazione può diventare una forma di difesa; ma la telecamera non elimina
la violenza, la rende soltanto più rischiosa per chi la esercita.
La presenza di osservatori esterni può quindi costituire, in determinati
contesti, una forma di protezione e un deterrente per chi pensa di poter
esercitare il proprio potere sugli altri senza conseguenze. Ma ciò che la
telecamera non riesce a registrare continua ad accadere.
> Una violenza che rimane invisibile nel gesto, ma si iscrive sui corpi delle
> persone e riemerge dai loro racconti.
Quotidianamente si incontrano uomini, donne e soprattutto minori, che raccontano
di essere state picchiate, inseguite o private dei propri beni; chiedono aiuto
per disinfettare le ferite sui loro corpi: lividi, tagli, segni dei proiettili
di gomma che hanno bucato la carne.
Telefoni rotti o sottratti, denaro e oggetti personali portati via, colpi
ricevuti alla schiena, sulle gambe o sulla testa. Con l’obiettivo di spaventare,
cacciare e isolare, il controllo del corpo sembra accompagnarsi al controllo
degli oggetti che permettono alle persone di comunicare, orientarsi, chiedere
aiuto e mantenere un rapporto con l’esterno.
«I militari sono arrivati da dietro di noi, ci hanno lanciato delle pietre
addosso. Se prendono qualcuno, e trovano qualcosa addosso a loro, glielo
prendono, prendono i loro telefoni, prendono i loro soldi; loro abusano di noi».
«Tante persone sono state derubate qui dai militari, tante persone sono state
ferite, molte hanno preso i colpi sulla schiena. Siamo qui a Miramar Alto, le
persone qui, che dio le benedica».
Alcuni racconti sono così brutali da essere difficilmente immaginabili; sembra
che gli agenti non provino alcuna pietà per nessuno. Questo aspetto emerge dai
racconti di alcune donne che si trovano a dormire nelle tende in una zona più
riparata della città, che comunque non viene risparmiata alla violenza:
«Stavamo dormendo nelle tende quando i militari arrivano. Un soldato donna ha
iniziato a distruggere la tenda e ci ha costrette ad uscire. Ha alzato un
bastone al mio occhio, voleva farmi male. Lei e un altro soldato hanno iniziato
a ridere. Si prendevano gioco di noi».
«La ragazza è svenuta, quando i soldati l’hanno vista hanno detto: “non mi
interessa se è incinta, se sviene ti devi arrangiare tu”; hanno alzato il
bastone e detto al marito se vai vicino a tua moglie ti picchio. Dopo loro sono
corsi via quando hanno visto la donna svenire, l’hanno lasciata lì senza sensi».
Queste testimonianze non descrivono soltanto episodi di uso eccessivo della
forza, raccontano la produzione quotidiana di una condizione di paura.
Dormire diventa rischioso, fermarsi in un luogo diventa rischioso, possedere un
telefono diventa rischioso, chiedere aiuto può diventare rischioso. Lo spazio
pubblico, anziché essere uno spazio di protezione, viene trasformato in uno
spazio dal quale le persone devono continuamente fuggire.
La stessa logica emerge nell’episodio avvenuto la sera del 24 agosto, sul
dislivello collinare tra l’ospedale e il mare, nei pressi del campo costruito
per la situazione di emergenza e destinato ai cittadini marocchini.
Molte persone si trovavano nell’area nella speranza di poter entrare nel campo,
come era stato loro indicato dalle istituzioni che avevano annunciato un
ampliamento dei posti disponibili. Quella sera, diverse camionette della Polizia
Nazionale spagnola hanno bloccato il passaggio; successivamente, una pattuglia è
entrata nella zona collinare dove alcune persone si erano accampate per dormire
e ha iniziato a sparare proiettili di gomma.
Le persone hanno iniziato a correre, mentre la polizia continuava a sparare.
Qual era l’obiettivo di questa operazione? Allontanare le persone da lì? E, in
quel caso, per condurle dove? Oppure si trattava di diffondere terrore, di
rendere quella presenza indesiderata attraverso l’esercizio stesso della forza?
Quando l’obiettivo dell’azione non è più immediatamente riconoscibile, ciò che
rimane visibile è la violenza nella sua dimensione più brutale e, proprio per
questo, più difficile da ricondurre a una finalità diversa dalla sua stessa
riproduzione.
«Altri ragazzi stavano dormendo, i militari sono arrivati da dietro, ci siamo
ritrovati a saltare giù dalla montagna per scappare. Ci siamo feriti tutti;
questo è quando mi sono fatto male al mio ginocchio».
Il paradosso è evidente: le persone vengono spinte verso una condizione di
precarietà e contemporaneamente punite per la loro presenza in quella stessa
precarietà.
Viene chiesto loro di spostarsi, ma senza indicare un luogo in cui poter andare;
vengono allontanate dai ripari di fortuna in cui dormono, senza che venga
garantito un altro spazio; vengono respinte verso una condizione di
invisibilità, mentre la loro stessa visibilità viene utilizzata per giustificare
ulteriori misure di controllo.
La distruzione degli accampamenti è un’altra forma quotidiana di abuso: un uso
della forza che sembra avere anche la funzione di estenuare le persone,
stancarle e rendere insicuro ogni luogo in cui cercano di ripararsi.
Quello che è successo il 27 agosto sulla spiaggia di Trampolín, quando gruppi di
manifestanti di estrema destra hanno distrutto e dato fuoco agli accampamenti di
chi dormiva sulla spiaggia, si ripete quotidianamente, seppure in forme meno
spettacolari.
Ricordo un gruppo di persone che aveva costruito un riparo all’interno di una
piccola incanalatura lungo una collina. Un giorno sono arrivati i militari,
hanno cacciato le persone e distrutto la struttura con la forza, prendendola a
calci e lanciandone i pezzi lungo il dislivello.
Prima di sera, chi vi abitava ha recuperato il materiale e l’ha ricostruita.
Per qualche giorno il riparo è rimasto in piedi, fino al passaggio di un’altra
pattuglia, che ha ripetuto lo stesso gesto, e così via. Una distruzione
quotidiana dei piccoli spazi che le persone riescono a costruire e di cui
cercano, temporaneamente, di appropriarsi.
La violenza, quindi, non si esaurisce nell’aggressione fisica. Produce anche una
geografia dell’accesso: alcuni corpi possono dormire, altri no; alcuni possono
sostare, altri vengono allontanati; alcuni possono avere un riparo, altri sanno
che il loro verrà distrutto; e infine alcuni possono entrare in un ospedale,
altri devono prima dimostrare di avere il diritto di essere lì.
A tutto questo si aggiunge infatti la difficoltà di accesso alle cure. Il primo
soccorso delle associazioni spesso non è sufficiente e alcune persone avrebbero
bisogno di essere visitate in ospedale.
Eppure, in più occasioni, persone ferite hanno incontrato difficoltà
nell’accesso alla struttura ospedaliera anche quando necessitavano di cure
urgenti.
Il privilegio di accesso agli spazi diventa così particolarmente evidente:
dall’ospedale alla città, fino al campo, viene continuamente imposto dall’alto
dove e come una persona possa stare, e se le sia consentito di essere presente o
meno in un determinato luogo.
Lunedì 31 agosto, sembra che 300 persone siano state ammesse nel campo, la cui
configurazione e il cui assetto di “accoglienza” rimangono ancora poco chiari.
Da settimane molte persone aspettavano all’esterno nella speranza di poter
entrare, mentre altre continuano a rimanere lì, senza molte altre alternative se
non quella di attendere.
Un’attesa, anche quella, segnata dalla violenza: ore trascorse seduti per
strada, esposti al caldo durante il giorno e al freddo durante la notte, senza
nemmeno la certezza di poter accedere a un luogo sicuro. In assenza di
comunicazioni ufficiali, permane infatti il dubbio che il campo possa costituire
una sistemazione «pre-rimpatrio».
Eppure, per alcune persone questo rischio appare preferibile alla prospettiva di
continuare a dormire nascoste, in una condizione di precarietà nella quale si
può rimanere per giorni senza mangiare e si è esposti alla violenza di quella
che alcuni ragazzi hanno definito night war.
«Non so cosa dire. Il trattamento non è buono, soprattutto da parte delle
guardie di sicurezza che lavorano qui, non sono brave persone. Però almeno
questo è meglio della strada, qui è più sicuro. Ma cosa succederà dopo? Dopo
questo non c’è sicurezza. Non lo sappiamo. Per quanto tempo continueremo a
scappare? Spero che le cose migliorino».
La paura del rimpatrio non aleggia soltanto tra chi si trova nel campo. Pare
infatti che siano già avvenuti respingimenti e deportazioni verso il confine
marocchino di persone che si trovavano a Ceuta da giorni, alcune delle quali
avevano espresso oralmente la volontà di chiedere protezione internazionale.
Si tratterebbe di operazioni illegali, in violazione del diritto di chiedere
asilo e del principio di non-respingimento, effettuate nell’invisibilità,
lontano dagli occhi dei media e nella segretezza; come ci ha raccontato un
ragazzo che, da una notte all’altra, si è ritrovato dall’altra parte del
confine:
«Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non
abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo
ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati
in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento
senza speranza».
Testimonianze raccolte sul campo
Chi viene deportato, chi continua a vivere nella paura, chi subisce aggressioni
quotidiane, chi rimane per giorni senza accesso all’acqua e al cibo: sembra che
lo Stato non riesca a rispondere all’emergenza umanitaria se non alimentandola
con la violenza.
In questo momento, a Ceuta, diventa sempre più difficile trovare protezione,
sicurezza e umanità, fino a condizioni che possono portare all’estremo
esaurimento delle persone.
L’Associazione Marocchina dei Diritti Umani ha pubblicato, nella giornata del 3
settembre, un comunicato in cui denuncia la morte di un minore nel centro di
accoglienza La Esperanza di Ceuta.
Il decesso sarebbe riconducibile a complicazioni legate a una patologia
diabetica, ma le autorità devono ancora avviare un’indagine.
Al di là della malattia, resta il peso di un contesto in cui quasi 2.000 minori
sono costretti a vivere, in condizioni precarie e violente, che non possono
essere separate dalla tragedia, né dalle responsabilità di chi dovrebbe
garantire a quei minori protezione e dignità.
> «Ci sono strutture statali che vengono create, soprattutto dal Nord Globale,
> che sono strutture di morte».
Noor Ammar Lamarty
La giurista e ricercatrice Noor Ammar Lamarty propone di leggere queste
strutture attraverso il concetto di necropolitica elaborato da Achille Mbembe:
un potere che non governa soltanto la vita, ma stabilisce chi possa essere
esposto alla morte, alla violenza e all’abbandono.
È in questa prospettiva che anche Ceuta può essere letta come uno spazio nel
quale il confine produce una diversa distribuzione della protezione e della
vulnerabilità.
È una sproporzione che dice qualcosa sul modo in cui viene governata la
mobilità: la vita delle persone viene gestita soprattutto attraverso il
controllo della loro presenza, non attraverso la garanzia delle condizioni
minime che permetterebbero loro di vivere.
Le persone in movimento vengono lasciate senza riparo, cibo e acqua, inseguite,
colpite e sottoposte a condizioni di precarietà permanente. La violenza non
appare allora come una deviazione dal funzionamento del confine, ma come una
delle modalità attraverso cui il confine stesso viene riprodotto.
Il problema non è soltanto stabilire fino a dove possa arrivare una frontiera, è
chiedersi che cosa accade quando la logica della frontiera invade la vita
quotidiana.
Il problema non sono le persone che attraversano il confine, è il modo in cui la
loro presenza viene gestita attraverso l’allontanamento, la paura, la violenza,
la privazione di spazi per dormire, l’ostacolo all’accesso ai beni di prima
necessità e aggressioni che si ripetono quotidianamente.
UNA CACCIA NELLA FORMA DELLA PROFILAZIONE RAZZIALE: L’EMBODIMENT DEL CONFINE
La violenza colpisce principalmente chi ha attraversato la frontiera e non
possiede documenti, ma in alcuni episodi, il bersaglio sembra essere la stessa
origine percepita della persona. Violenza generalizzata nella forma della
profilazione razziale, si accanisce su chiunque visivamente viene percepito come
“possibile migrante”.
Durante la ronda notturna del 24 agosto, alla Playa del Chorrillo, alcune
camionette della polizia nazionale erano ferme sul lungomare, quattro agenti si
rivolgevano con fare aggressivo a due ragazzi seduti in spiaggia. Hanno preso i
loro telefoni e li hanno gettati in mare, spingendoli poi ad allontanarsi. I due
ragazzi hanno raccontato:
«Eravamo seduti in spiaggia quando la polizia è arrivata senza alcun motivo.
Hanno visto un immigrato e hanno pensato che lo fossimo anche noi, ma siamo
ragazzi di Ceuta. […] loro ci hanno buttati a terra, me e il mio amico, e ci
hanno picchiati entrambi. Poi ci hanno portato via i telefoni. Quegli agenti non
sono di Ceuta, fanno parte dell’UPR (Polizia Nazionale spagnola). Noi non
sappiamo chi siano, non abbiamo il loro numero di distintivo né altro».
Testimonianza raccolta sul campo
Episodi analoghi avrebbero coinvolto anche un turista statunitense, aggredito
dalla polizia per le sue origini marocchine. La dinamica mostra con particolare
chiarezza il meccanismo della profilazione razziale: non è lo status giuridico
della persona a determinare il sospetto, ma l’identità che le viene attribuita
sulla base di ciò che il corpo rende visibile.
Se a determinare l’intervento delle forze armate non è ciò che una persona sta
facendo, ma il modo in cui viene percepita, allora il controllo non riguarda più
soltanto la mobilità, riguarda il corpo, e il più delle volte un corpo
razzializzato.
Il volto, il colore della pelle, i tratti somatici diventano indicatori
attraverso cui stabilire chi può essere considerato fuori posto.
La frontiera, in questo senso, non coincide più con la barriera fisica che
separa Ceuta dal Marocco: viene riprodotta quotidianamente nelle strade, nelle
spiagge e nei corpi. È ciò che Achenbach definisce quando afferma, nell’ambito
della biopolitica, che «il confine penetra nel corpo» (2024, p. 183) 3 tramite
un processo di embodiment (incorporazione) che sigilla il confine sulla persona.
Il corpo, nella sua fisicità così come il nome o la lingua parlata, si fanno
confine in una società che demonizza e criminalizza “il migrante”, andando ad
esemplificare quell’incarnazione di cui parlava Khosravi (2019) 4 dichiarando
«io sono confine».
La letteratura antropologica ha evidenziato come i confini esterni vengano
riprodotte all’interno degli spazi sociali, spostandosi dal «bordo» al «centro»
(Balibar, 2001 5) e assumendo la forma di «separatori identitari, simbolici e
mentali» (Cuttitta, 2014, p. 165 6). Il migrante, anche dopo aver varcato la
frontiera, anche dopo aver chiesto asilo per cui dovrebbe ottenere (in teoria)
uno status legale della sua presenza, non smette mai di dover affrontare i
confini interni del razzismo. Quando si sceglie di assumere il «confine come
metodo» (Cuttitta, 2014) questo si riproduce continuamente attraverso
l’esclusione e la violenza che viene prodotta e riprodotta nello spazio urbano.
Il risultato è che il confine può essere ovunque, può trovarsi tra il Marocco e
Ceuta, ma anche sulla spiaggia dove una persona viene picchiata mentre dorme,
davanti all’ospedale dove una persona ferita cerca assistenza, nel momento in
cui un telefono viene sottratto o distrutto, oppure nel modo in cui una persona
viene identificata sulla base del proprio aspetto.
È in questa dimensione quotidiana che la frontiera mostra il suo carattere più
violento: non si limita a impedire il passaggio, ma organizza la possibilità
stessa di stare in un luogo.
A Ceuta, il confine prende corpo nelle perquisizioni, nelle intimidazioni e
nelle incursioni violente negli spazi personali: il razzismo istituzionale si
manifesta così anche attraverso pratiche quotidiane (Basso, 2010 7; Essed, 1991
8) messe in atto dagli agenti statali di controllo e dai gruppi sociali di
estrema destra.
La città diventa allora lo spazio nel quale il «migrante» viene costruito come
corpo estraneo, qualcuno che, proprio perché associato alla frontiera, può
essere sottoposto a forme di controllo e violenza che ne mettono in discussione
la piena umanità.
Il corpo del migrante diventa così, come osserva Sorgoni (2022) 9, anche il
luogo nel quale la violenza dello Stato si rende visibile e si inscrive
materialmente nelle ferite cucite addosso.
Non si tratta di assumere una lettura vittimizzante delle persone, ma di
interrogare i processi attraverso cui il confine produce corpi più esposti al
controllo, alla discriminazione e alla violenza.
Ciò che accade oggi a Ceuta non è dunque estraneo alle forme attraverso cui le
politiche europee di gestione della migrazione producono e spostano
continuamente i confini, anche dentro lo spazio urbano.
È proprio questa continuità che rende necessario interrogare criticamente il
ricorso allo «stato di emergenza» come dispositivo attraverso cui pratiche
discriminatorie e violente possono essere presentate come necessarie o
legittime, quando invece non sono mai né legalmente né umanamente
giustificabili.
OSTACOLARE E CRIMINALIZZARE LA SOLIDARIETÀ
Nelle ultime settimane, la violenza esercitata contro le persone in movimento si
è estesa fino a colpire anche chi cerca di garantire loro forme di assistenza e
accoglienza: associazioni e volontari che provano a colmare il vuoto lasciato
dalle istituzioni nella gestione umanitaria della crisi in corso.
La situazione appare infatti gestita prevalentemente attraverso la forza e la
militarizzazione, mentre mancano servizi effettivi di tutela. Le persone
rimangono senza cibo, acqua e beni di prima necessità, in una condizione di
abbandono alla quale le istituzioni sembrano non offrire risposta.
«Le associazioni vengono a portarci da mangiare, e i militari ci danno la caccia
per mandarci via, e inseguono le associazioni per mandare via anche loro».
La testimonianza restituisce una dinamica in cui la solidarietà diventa essa
stessa un elemento da ostacolare.
Chi porta cibo, acqua o cure mediche non si limita infatti a intervenire
materialmente in una situazione di abbandono, ma rende visibile quella stessa
condizione, interrompendo l’isolamento nel quale le persone vengono lasciate e
documentando, attraverso la propria presenza, ciò che accade.
È forse anche per questo che la solidarietà diventa un ostacolo: non soltanto
perché rende più difficile che la violenza rimanga invisibile ma anche perché
intralcia il progetto politico di disumanizzazione.
Una sera di agosto, una camionetta della Polizia Nazionale spagnola è arrivata
mentre alcuni volontari stavano distribuendo pasti a un gruppo di persone in
movimento. Gli agenti sono scesi con i manganelli e si sono diretti verso le
persone in fila, inseguendole e colpendole.
Un ragazzo è stato raggiunto e immobilizzato a terra dagli agenti, ammanettato e
caricato sulla camionetta, dopo che gli erano stati sottratti alcuni effetti
personali, tra cui il telefono.
Quella sera anche due volontari sono stati ammanettati e arrestati; al di là
della valutazione giuridica che dovrà essere fatta sui singoli episodi e sulle
accuse, il dato politico è significativo: la presenza di chi offre assistenza e,
nello stesso tempo, documenta e denuncia ciò che accade viene trattata come un
problema a cui rispondere attraverso la repressione.
La solidarietà, in questo modo, viene trasformata da pratica di sostegno a
pratica sospetta. Chi porta cibo diventa un ostacolo; chi filma diventa un
soggetto da identificare; chi denuncia la violenza diventa parte del problema
che le autorità dichiarano di voler gestire.
Ma una frontiera che non tollera testimoni è una frontiera che cerca di
controllare anche la possibilità di raccontare ciò che accade, perché sa di
agire nell’illegalità.
Nei giorni successivi, i volontari si sono trovati esposti a intimidazioni su
più fronti; in modo sospetto, fotografie e dati personali hanno iniziato a
circolare al di fuori dei canali istituzionali, anche all’interno di gruppi
WhatsApp nei quali cittadini di estrema destra si organizzano per intervenire
contro la presenza delle persone migranti a Ceuta.
Parallelamente, fotografie e video dei volontari venivano pubblicati sui social,
accompagnati da messaggi diffamatori e intimidatori. Nei giorni successivi,
diverse volontarie hanno riferito di aver ricevuto minacce e di essere state
oggetto di aggressioni verbali e fisiche da parte di persone riconducibili,
secondo le loro testimonianze, a questi gruppi.
L’esposizione dei volontari li rende a loro volta bersaglio di una rete di
intimidazione che li categorizza come nuovi obiettivi, dando vita, accanto alla
caccia al migrante, a una caccia alla solidarietà: altri corpi da controllare,
intimidire e allontanare.
La circostanza, se accertata, assumerebbe particolare gravità, poiché la
raccolta di dati da parte delle autorità non consente il loro utilizzo per
finalità diverse da quelle per cui sono stati raccolti, né la loro comunicazione
a soggetti estranei in assenza di una base giuridica.
La trasmissione o diffusione di dati personali da parte di un’autorità pubblica
deve infatti rispettare le finalità e le garanzie previste dalla normativa sulla
protezione dei dati.
Il Regolamento europeo 2016/679 (GDPR) stabilisce, tra gli altri, i principi di
liceità, trasparenza, limitazione della finalità, minimizzazione e sicurezza del
trattamento dei dati personali. L’articolo 6 richiede inoltre che ogni
trattamento sia fondato su una specifica base giuridica.
In questo caso, però, il problema non riguarda soltanto la privacy. La
circolazione di fotografie e dati identificativi assume una funzione politica
quando queste informazioni vengono utilizzate per individuare, intimidire e
minacciare persone impegnate nell’assistenza e nella documentazione delle
violenze.
La fotografia, in questo contesto, smette di essere soltanto uno strumento di
identificazione e diventa uno strumento di esposizione: il corpo fotografato
viene reso riconoscibile a una rete di soggetti che può utilizzarlo per
esercitare ulteriore pressione.
Durante una manifestazione anti-migrazione di estrema destra del 25 agosto, il
corteo si è fermato sotto l’abitazione di alcuni volontari, rivolgendosi a loro
con insulti e minacce.
Da quel momento, anche la casa è diventata uno spazio di controllo e
intimidazione, sorvegliato continuamente da esponenti del gruppo e dalle forze
di polizia.
Il clima di tensione cresce di giorno in giorno. Il 27 agosto, mentre due
volontarie stavano documentando una nuova scena di violenza sulla spiaggia di
Benítez, alcuni vicini riconducibili ai gruppi di estrema destra si sono
avvicinati con fare intimidatorio, posizionandosi tra loro e la scena per
impedire che potessero continuare a filmare.
In quel momento, la polizia stava nuovamente utilizzando i manganelli e sparando
proiettili di gomma contro le persone che cercavano di fuggire dalla spiaggia. I
vicini hanno intimato alle volontarie di non utilizzare i telefoni per
documentare la scena e le hanno minacciate nel caso lo avessero fatto.
Hanno provato ad aggredirle fisicamente e hanno sottratto loro i telefoni.
> Tutto questo accadeva davanti agli occhi degli agenti di polizia presenti, che
> non sono intervenuti. Quella sera un’altra volontaria è stata arrestata.
In questo quadro di violenza, la criminalizzazione della solidarietà significa
indebolire una delle poche forme di protezione ancora disponibili alle persone
in movimento. Significa anche usare la paura come deterrente, spingendo chi
offre assistenza a desistere dal farlo nuovamente.
Quando distribuire cibo a chi ha fame diventa un’attività pericolosa, in un
contesto in cui tanto le persone in condizioni di vulnerabilità quanto chi offre
loro assistenza vengono trasformati in bersagli, la violenza finisce per essere
usata come se fosse legittima.
Eppure, la stessa normativa spagnola stabilisce, che nell’esercizio delle loro
funzioni le forze di sicurezza devono agire senza discriminazioni e che le
identificazioni devono rispettare i principi di proporzionalità, uguaglianza di
trattamento e non discriminazione, anche per origine razziale o etnica.
La Ley Orgánica 2/1986 impone inoltre agli agenti di evitare pratiche abusive,
arbitrarie o discriminatorie che comportino violenza fisica o morale e di
utilizzare i mezzi a propria disposizione secondo i principi di congruenza,
opportunità e proporzionalità.
Nonostante ciò, la diffusione e la sistematicità del ricorso alla forza sembrano
averla resa, nella quotidianità della città, una pratica quasi normalizzata.
Gli agenti ridono durante le aggressioni, si confrontano tra loro sui metodi
utilizzati, ironizzando sulla paura delle persone, banalizzano la violenza e la
giustificano attraverso il confine, come mostrano le parole di un agente:
Dovrebbero tornarsene in Marocco, così non ci sono aggressioni in Marocco. Se tu
vai dall’altra parte della frontiera, perché tu sei venuto nel mio paese
illegalmente, se tu vai dall’altra parte, di là non ci sono aggressioni.
Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen
Quando la violenza viene non solo esercitata, ma anche banalizzata e
giustificata, la domanda non riguarda più soltanto dove sia la giustizia, ma
quale spazio rimanga, in una città attraversata dall’odio, per far valere
l’umanità.
Conclusione
«Lo sguardo non è un atto innocente di vedere.»
(Khosravi 2019, p.76)
Quando Khosravi parla di sguardo di confine, lo definisce come un’episteme che
determina chi e cosa può essere visto e riconosciuto.
A Ceuta, questo sguardo sembra operare attraverso un doppio movimento: da un
lato, rende le persone migranti visibili come «nemico», come presenza da
controllare e allontanare; dall’altro, tende a renderle invisibili nello spazio
pubblico, una volta che il loro allontanamento può essere presentato come il
risultato di una gestione efficace della mobilità.
> Anche la violenza che produce questo processo tende così a essere sottratta
> allo sguardo.
È proprio per questo che la solidarietà diventa scomoda: perché interrompe
questo meccanismo di invisibilizzazione. Chi distribuisce cibo, offre assistenza
e documenta ciò che accade rende nuovamente visibili tanto le persone, in quanto
persone, quanto la violenza a cui sono sottoposte.
La solidarietà diventa così un contro-sguardo: non permette che il «migrante»
rimanga la figura astratta e propagandistica del nemico, ma ne restituisce la
presenza concreta, i bisogni, i corpi e, insieme, rende visibili le pratiche
attraverso cui quella presenza viene controllata e allontanata.
No Name Kitchen, organizzazione sul territorio, è testimone della paralisi
istituzionale che continua a fallire nel garantire i diritti fondamentali di
migliaia di persone abbandonate per le strade e le foreste di Ceuta; ha raccolto
nell’ultimo mese più di centocinquanta testimonianze di persone che hanno subito
aggressioni da parte di Ufficiali della Policía Nacional e soldati spagnoli
dell’Arma, tra cui lancio di pietre e percosse notturne.
La maggior parte di queste testimonianze viene fornito con prove documentate
delle lesioni risultanti e spesso anche di video registrati durante l’azione
violenta.
E adesso anche l’associazione stessa si trova sotto attacco:
La convivenza è diventata impossibile, il livello di tensione e violenza è
salito senza controllo e la gente di Ceuta ha raggiunto un punto di rottura
senza modo di tornare indietro. Gli attacchi sono costanti, provenienti da ogni
direzione. In mezzo a tutto questo orrore, la violenza sessuale subita dai
minori espone il lato più spregevole dell’umanità e rivela il fallimento del
sistema di protezione dei minori e dei regimi di controllo delle frontiere
esternalizzati. […] Comprendiamo la disperazione e la rabbia causate dalla
mancanza di soluzioni reali e immediate […] ma niente di questo può mai
giustificare l’incitamento all’odio.
Quello che sta accadendo nell’enclave spagnola non può essere raccontato
semplicemente come una «crisi migratoria».
È una crisi umanitaria e, di fronte alla violenza che la attraversa, anche una
crisi dell’umanità.
È una crisi del modo in cui le istituzioni scelgono di trattare persone che si
trovano in condizioni di estrema vulnerabilità.
È una crisi dello spazio pubblico, quando strade, spiagge e luoghi in cui le
persone cercano di dormire diventano spazi di inseguimento, controllo e
intimidazione.
Ed è, infine, una crisi morale quando la violenza viene normalizzata al punto da
poter essere esercitata senza esitazione contro persone vulnerabili, senza più
riconoscerne la sofferenza, senza più guardarle in faccia.
È qui che il razzismo e il governo della migrazione si incontrano. La violenza
razzista non nasce semplicemente dall’odio individuale di chi aggredisce ma
viene alimentata da un sistema politico che costruisce alcune persone come
problema, le rende permanentemente sospette e finisce per rendere accettabili
pratiche che, se rivolte contro altri corpi, apparirebbero immediatamente
intollerabili.
Ma nessuna frontiera può rendere il razzismo legittimo, e nessuno stato di
emergenza può rendere legittima la violenza razziale.
Chi attraversa il confine è una persona che deve essere riconosciuta come tale,
con tutti i suoi diritti. Oggi, a Ceuta, anche diritti fondamentali vengono
negati, tra cui quello a non subire trattamenti inumani o degradanti: settimane
trascorse senza acqua, cibo e un luogo in cui dormire, nella continua necessità
di fuggire dalle aggressioni della polizia e dei gruppi di estrema destra.
Eppure, le persone affrontano questa disumanizzazione perché continuano a vedere
nell’Europa la possibilità di un luogo in cui approdare e in cui i propri
diritti possano essere riconosciuti.
Un’Europa la quale, osservando ciò che accade ai suoi confini, anche noi ci
chiediamo se esista ancora.
La frontiera non è una semplice linea che, una volta attraversata, si può
rivalicare al contrario. È un processo che porta con sé un insieme di
significati, aspettative e possibilità, e dal quale spesso non è possibile
tornare indietro.
«In fin dei conti, qui c’è il terrore, chiediamo a Dio di trovarci una strada
per uscirne. Tornare indietro non è un’opzione, anche se ci vogliono rimandare
indietro, noi non ci andremo, a meno che loro non ci uccidano, non torneremo
indietro».
Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen
1. No Name Kitchen (NNK) è una organizzazione senza scopo di lucro che
documenta e monitora la violenza alle frontiere esercitata dalla polizia e
dai funzionari statali.
Fondata nel 2017, lavora in stretta collaborazione con le comunità colpite
per raccogliere testimonianze e denunciare violazioni dei diritti umani. NNK
opera a Ceuta dal febbraio 2021 ↩︎
2. Harragas significa letteralmente “coloro che bruciano” alludendo alla
pratica dei migranti di bruciare i propri documenti di identità e personali
per impedire l’identificazione da parte delle autorità in Europa. Il termine
harraga è anche usato in riferimento all’atto di attraversare segretamente
il confine di un paese. Viene rivendicato dalle persone che si definiscono
harragas (bruciatori), corrispettivo dei sans-papiers in Francia, come atto
politico di rivendicazione e delle ingiustizie che subiscono in Europa ↩︎
3. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical
Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198
↩︎
4. Khosravi, S. (2019). Io sono confine. Milano: Elèuthera ↩︎
5. Balibar, E. (2001). Nous, citoyens d’Europe? Les frontières, l’État, le
peuple. Parigi: La Découverte ↩︎
6. Cuttitta, P. (2014). Il confine come metodo. Rivista di Storia delle Idee
3:2, 165-168 ↩︎
7. Basso, P. (Ed.). (2010). Razzismo di Stato. Stati Uniti, Europa, Italia.
Milano: Franco Angeli ↩︎
8. Essed, P. (1991). Understanding everyday racism. Newbury Park: Sage ↩︎
9. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati.
Roma: Carocci editore ↩︎