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Ceuta: militarizzazione, violenza razzista e repressione della solidarietà
GIULIA INGALLINA E NO NAME KITCHEN 1 Nell’enclave spagnola nordafricana di Ceuta, la violenza contro le persone in movimento ha conosciuto nelle ultime settimane una nuova e violenta escalation. Il 27 agosto 2026, gruppi composti da abitanti di Ceuta e da persone provenienti dalla penisola, riconducibili in molti casi ad ambienti di estrema destra, hanno intrapreso un’azione diretta e violenta contro le persone migranti presenti in città. Nel pomeriggio, il gruppo organizzato in corteo ha impedito l’ingresso di un camion della Croce Rossa sulla spiaggia di Trampolín, che trasportava cibo destinato alle persone in movimento, ostacolando così l’arrivo di beni di prima necessità. Successivamente, i manifestanti si sono diretti verso Playa Benítez, dove hanno distrutto i ripari di fortuna che le persone avevano costruito autonomamente, come forma di risposta dal basso alla mancanza di un sistema di accoglienza in grado di garantire loro un luogo in cui dormire e proteggersi. Gli accampamenti sono stati presi a calci e smantellati con la forza; sono stati incendiati due ombrelloni e, progressivamente, le fiamme sono state alimentate anche con gli effetti personali delle persone, che venivano deliberatamente gettati nel fuoco o in mare dalla folla manifestante, mentre i loro proprietari erano costretti a scappare per sottrarsi alle aggressioni. Nel frattempo, le forze di polizia osservavano la situazione e, in ogni occasione possibile, colpivano con i manganelli le persone che cercavano di allontanarsi. Tutte le fotografie sono state scattate sul campo principalmente dall’autrice e, alcune, da altri volontari di No Name Kitchen e Border Resistance. Sono rappresentative degli eventi descritti e della militarizzazione della città I manifestanti sono entrati nell’area portando una grande bandiera spagnola e gridando «Ceuta no se vende, Ceuta se defiende», «Invasores, expulsión» e altri slogan contro le persone in movimento presenti in città, come «Ceuta lucha», «Ceuta combatte». In questa rappresentazione la città viene costruita come un corpo da difendere e le persone migranti come il nemico da espellere, ed è proprio questa costruzione del nemico a dover essere interrogata. Le persone che in questi giorni dormono sulle coste di Ceuta, spesso senza un riparo, senza accesso stabile al cibo, all’acqua e alle cure, non sono la causa della situazione in cui si trovano né possono essere considerate il nemico contro cui una città dovrebbe combattere. Sono invece inserite in un sistema di frontiere, accordi geo-politici e dispositivi di controllo che ha progressivamente spostato il costo umano della gestione della mobilità. Il nemico è allora un sistema politico che utilizza la migrazione come strumento di pressione e come terreno di conflitto, trasformando le persone in pedine: presentandole come criminali mentre le rende vittime, sfruttando e alimentando il razzismo come arma. Ceuta non può essere intesa soltanto come il luogo in cui, alla fine di luglio, migliaia di persone hanno cercato di entrare nel territorio spagnolo. È un punto dentro un sistema di frontiere molto più ampio, in cui l’Unione europea ha progressivamente spostato verso i Paesi di transito parte del controllo delle persone che cercano di raggiungerne il territorio. Questa esternalizzazione della frontiera ha una dimensione storica, politica ed economica. Secondo la Commissione europea, nell’ambito del sostegno alla migrazione in Marocco, 179 milioni di euro – il 77% dei fondi allora considerati – sono stati destinati alla gestione integrata delle frontiere. Nel 2022 sono stati inoltre destinati al Marocco altri 150 milioni di euro, attraverso un programma quadriennale di sostegno di bilancio finalizzato anche al rafforzamento della cooperazione in materia migratoria. La frontiera, dunque, non è soltanto un muro, una recinzione o una linea sulla carta. È un insieme di finanziamenti, accordi, pattugliamenti, controlli, procedure e dispositivi che producono effetti concreti sui corpi. Diventa allora difficile non interrogarsi sulla costruzione del «nemico»: le persone in movimento vengono presentate come la causa dell’insicurezza, mentre un sistema di controllo che opera dall’alto continua a determinarne concretamente condizioni di esclusione e vulnerabilità. Eppure, è proprio attraverso questa narrazione distorta che la propaganda attecchisce e alimenta manifestazioni razziste come quella avvenuta il 27 agosto sulle spiagge di Ceuta. Quanto accaduto non può essere ridotto a una semplice protesta. Quando una folla individua le persone sulla base della loro origine, le insegue, cerca di allontanarle con la forza, distrugge i luoghi in cui dormono e tenta di impedire loro di ricevere cibo e assistenza, non si può parlare semplicemente di una manifestazione di disagio. Ciò a cui si assiste è una forma di violenza razzista organizzata: una pratica profondamente politica, che individua un gruppo come corpo estraneo e ne rivendica l’allontanamento dallo spazio urbano, secondo una logica che ha storicamente accompagnato il fascismo. I fatti si inseriscono, dunque, in un quadro di condotte che, oltre a essere socialmente e umanamente condannabili, possono assumere rilevanza anche sul piano penale. L’articolo 510 del Codice penale spagnolo prevede specifiche fattispecie relative alla promozione o all’incitamento pubblico, diretto o indiretto, all’odio, all’ostilità, alla discriminazione o alla violenza nei confronti di persone o gruppi per motivi, tra gli altri, razzisti o legati all’appartenenza a un’etnia nonché all’origine nazionale. Inseguimenti, aggressioni, distruzioni e intimidazioni non possono essere giustificate attraverso il ricorso a parole come «insicurezza» o «disagio di vicinato». Nessuna di queste categorie può trasformare la violenza contro un gruppo di persone in una pratica legittima. Eppure, ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni è un’escalation nella quale la violenza viene progressivamente normalizzata e la presenza stessa delle persone migranti nello spazio urbano viene trattata come un problema da eliminare. In questo senso, quanto accaduto a Playa Benítez il 27 agosto non può essere considerato un episodio isolato, ma si colloca nel continuum di una violenza che da settimane attraversa la città: una violenza che intimidisce e colpisce persone già esposte a condizioni di estrema vulnerabilità, negando loro non solo la possibilità di abitare lo spazio urbano, ma la stessa legittimità di essere presenti, di essere riconosciute come persone. > A Ceuta, la violenza non è un’eccezione: è parte del modo in cui il confine > viene esercitato. Screenshot UN’ESCALATION DI VIOLENZA: TESTIMONIANZE DEGLI ABUSI DI MILITARI, POLIZIA E GUARDIA CIVIL Nelle ultime tre settimane, la situazione a Ceuta è diventata progressivamente più tesa. La città è militarizzata: corpi di polizia e dell’esercito sono ovunque, fermano le persone per strada, le perquisiscono, minacciano, feriscono e spesso rubano i loro averi. Le ronde attraversano continuamente le vie della città, in una presenza che è già di per sé intimidatoria ma che tuttavia non li limita al ricorrere ad ulteriore violenza. Una capillare presenza poliziesca che non produce sicurezza ma paura, negando gli spazi urbani e restringendo progressivamente le possibilità di movimento e di vita delle persone in movimento, costrette sempre di più a nascondersi e scappare. Gli Harragas 2 vengono picchiati quotidianamente, potenzialmente in ogni momento della giornata, dalla polizia, dai militari e dalla Guardia Civil. Molte testimonianze riguardano aggressioni avvenute durante la notte, mentre le persone dormivano sulle spiagge: gli agenti arrivano, le svegliano con i manganelli e le costringono ad allontanarsi. I racconti restituiscono un elemento ricorrente, la violenza non sembra essere utilizzata per impedire un comportamento specifico, ma come strumento attraverso cui rendere materialmente impossibile la permanenza delle persone nello spazio pubblico. Il 22 agosto, intorno alle sei del mattino, è arrivata la segnalazione che alcuni militari si sono accaniti sulle persone che dormivano a Benzu Beach. Quando il gruppo di volontari è arrivato sul posto, i militari si erano già allontanati. I presenti hanno raccontato di essere state aggredite mentre dormivano, le ferite erano evidenti sui loro corpi, i manganelli impressi sulla carne. «Noi non stavamo facendo niente, stavamo dormendo pacificamente. I soldati sono passati di fianco a noi, ci hanno circondato da tutti i lati. Quattro o cinque di loro si sono avvicinati ancora, hanno iniziato a picchiarci con i manganelli, noi abbiamo cominciato a correre via». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Dopo meno di mezz’ora, le persone migranti presenti sulla spiaggia hanno richiamato i volontari: poco dopo che questi si erano allontanati, infatti, i militari erano tornati e avevano ricominciato a usare la violenza contro di loro. Poi i militari sono tornati una terza volta. A quel punto, però, i volontari si erano stanziati all’ingresso della spiaggia e avevano iniziato a videoregistrare ciò che accadeva. Quando si sono accorti di essere ripresi, gli agenti hanno attraversato il gruppo senza intervenire, limitandosi a chiedere, con apparente normalità e in maniera quasi ridicola, se «andasse tutto bene». La presenza di volontari, giornalisti e telecamere sembra, in alcuni casi essere in grado di attenuare il comportamento delle forze armate. «I militari abusano e ci umiliano, se ti trovano ti picchiano. Quando la stampa è presente non ci picchiano, si trattengono un po’». Così, l’uso della forza sembra diminuire quando diventa visibile: la documentazione può diventare una forma di difesa; ma la telecamera non elimina la violenza, la rende soltanto più rischiosa per chi la esercita. La presenza di osservatori esterni può quindi costituire, in determinati contesti, una forma di protezione e un deterrente per chi pensa di poter esercitare il proprio potere sugli altri senza conseguenze. Ma ciò che la telecamera non riesce a registrare continua ad accadere. > Una violenza che rimane invisibile nel gesto, ma si iscrive sui corpi delle > persone e riemerge dai loro racconti. Quotidianamente si incontrano uomini, donne e soprattutto minori, che raccontano di essere state picchiate, inseguite o private dei propri beni; chiedono aiuto per disinfettare le ferite sui loro corpi: lividi, tagli, segni dei proiettili di gomma che hanno bucato la carne. Telefoni rotti o sottratti, denaro e oggetti personali portati via, colpi ricevuti alla schiena, sulle gambe o sulla testa. Con l’obiettivo di spaventare, cacciare e isolare, il controllo del corpo sembra accompagnarsi al controllo degli oggetti che permettono alle persone di comunicare, orientarsi, chiedere aiuto e mantenere un rapporto con l’esterno. «I militari sono arrivati da dietro di noi, ci hanno lanciato delle pietre addosso. Se prendono qualcuno, e trovano qualcosa addosso a loro, glielo prendono, prendono i loro telefoni, prendono i loro soldi; loro abusano di noi». «Tante persone sono state derubate qui dai militari, tante persone sono state ferite, molte hanno preso i colpi sulla schiena. Siamo qui a Miramar Alto, le persone qui, che dio le benedica». Alcuni racconti sono così brutali da essere difficilmente immaginabili; sembra che gli agenti non provino alcuna pietà per nessuno. Questo aspetto emerge dai racconti di alcune donne che si trovano a dormire nelle tende in una zona più riparata della città, che comunque non viene risparmiata alla violenza: «Stavamo dormendo nelle tende quando i militari arrivano. Un soldato donna ha iniziato a distruggere la tenda e ci ha costrette ad uscire. Ha alzato un bastone al mio occhio, voleva farmi male. Lei e un altro soldato hanno iniziato a ridere. Si prendevano gioco di noi». «La ragazza è svenuta, quando i soldati l’hanno vista hanno detto: “non mi interessa se è incinta, se sviene ti devi arrangiare tu”; hanno alzato il bastone e detto al marito se vai vicino a tua moglie ti picchio. Dopo loro sono corsi via quando hanno visto la donna svenire, l’hanno lasciata lì senza sensi». Queste testimonianze non descrivono soltanto episodi di uso eccessivo della forza, raccontano la produzione quotidiana di una condizione di paura. Dormire diventa rischioso, fermarsi in un luogo diventa rischioso, possedere un telefono diventa rischioso, chiedere aiuto può diventare rischioso. Lo spazio pubblico, anziché essere uno spazio di protezione, viene trasformato in uno spazio dal quale le persone devono continuamente fuggire. La stessa logica emerge nell’episodio avvenuto la sera del 24 agosto, sul dislivello collinare tra l’ospedale e il mare, nei pressi del campo costruito per la situazione di emergenza e destinato ai cittadini marocchini. Molte persone si trovavano nell’area nella speranza di poter entrare nel campo, come era stato loro indicato dalle istituzioni che avevano annunciato un ampliamento dei posti disponibili. Quella sera, diverse camionette della Polizia Nazionale spagnola hanno bloccato il passaggio; successivamente, una pattuglia è entrata nella zona collinare dove alcune persone si erano accampate per dormire e ha iniziato a sparare proiettili di gomma. Le persone hanno iniziato a correre, mentre la polizia continuava a sparare. Qual era l’obiettivo di questa operazione? Allontanare le persone da lì? E, in quel caso, per condurle dove? Oppure si trattava di diffondere terrore, di rendere quella presenza indesiderata attraverso l’esercizio stesso della forza? Quando l’obiettivo dell’azione non è più immediatamente riconoscibile, ciò che rimane visibile è la violenza nella sua dimensione più brutale e, proprio per questo, più difficile da ricondurre a una finalità diversa dalla sua stessa riproduzione. «Altri ragazzi stavano dormendo, i militari sono arrivati da dietro, ci siamo ritrovati a saltare giù dalla montagna per scappare. Ci siamo feriti tutti; questo è quando mi sono fatto male al mio ginocchio». Il paradosso è evidente: le persone vengono spinte verso una condizione di precarietà e contemporaneamente punite per la loro presenza in quella stessa precarietà. Viene chiesto loro di spostarsi, ma senza indicare un luogo in cui poter andare; vengono allontanate dai ripari di fortuna in cui dormono, senza che venga garantito un altro spazio; vengono respinte verso una condizione di invisibilità, mentre la loro stessa visibilità viene utilizzata per giustificare ulteriori misure di controllo. La distruzione degli accampamenti è un’altra forma quotidiana di abuso: un uso della forza che sembra avere anche la funzione di estenuare le persone, stancarle e rendere insicuro ogni luogo in cui cercano di ripararsi. Quello che è successo il 27 agosto sulla spiaggia di Trampolín, quando gruppi di manifestanti di estrema destra hanno distrutto e dato fuoco agli accampamenti di chi dormiva sulla spiaggia, si ripete quotidianamente, seppure in forme meno spettacolari. Ricordo un gruppo di persone che aveva costruito un riparo all’interno di una piccola incanalatura lungo una collina. Un giorno sono arrivati i militari, hanno cacciato le persone e distrutto la struttura con la forza, prendendola a calci e lanciandone i pezzi lungo il dislivello. Prima di sera, chi vi abitava ha recuperato il materiale e l’ha ricostruita. Per qualche giorno il riparo è rimasto in piedi, fino al passaggio di un’altra pattuglia, che ha ripetuto lo stesso gesto, e così via. Una distruzione quotidiana dei piccoli spazi che le persone riescono a costruire e di cui cercano, temporaneamente, di appropriarsi. La violenza, quindi, non si esaurisce nell’aggressione fisica. Produce anche una geografia dell’accesso: alcuni corpi possono dormire, altri no; alcuni possono sostare, altri vengono allontanati; alcuni possono avere un riparo, altri sanno che il loro verrà distrutto; e infine alcuni possono entrare in un ospedale, altri devono prima dimostrare di avere il diritto di essere lì. A tutto questo si aggiunge infatti la difficoltà di accesso alle cure. Il primo soccorso delle associazioni spesso non è sufficiente e alcune persone avrebbero bisogno di essere visitate in ospedale. Eppure, in più occasioni, persone ferite hanno incontrato difficoltà nell’accesso alla struttura ospedaliera anche quando necessitavano di cure urgenti. Il privilegio di accesso agli spazi diventa così particolarmente evidente: dall’ospedale alla città, fino al campo, viene continuamente imposto dall’alto dove e come una persona possa stare, e se le sia consentito di essere presente o meno in un determinato luogo. Lunedì 31 agosto, sembra che 300 persone siano state ammesse nel campo, la cui configurazione e il cui assetto di “accoglienza” rimangono ancora poco chiari. Da settimane molte persone aspettavano all’esterno nella speranza di poter entrare, mentre altre continuano a rimanere lì, senza molte altre alternative se non quella di attendere. Un’attesa, anche quella, segnata dalla violenza: ore trascorse seduti per strada, esposti al caldo durante il giorno e al freddo durante la notte, senza nemmeno la certezza di poter accedere a un luogo sicuro. In assenza di comunicazioni ufficiali, permane infatti il dubbio che il campo possa costituire una sistemazione «pre-rimpatrio». Eppure, per alcune persone questo rischio appare preferibile alla prospettiva di continuare a dormire nascoste, in una condizione di precarietà nella quale si può rimanere per giorni senza mangiare e si è esposti alla violenza di quella che alcuni ragazzi hanno definito night war. «Non so cosa dire. Il trattamento non è buono, soprattutto da parte delle guardie di sicurezza che lavorano qui, non sono brave persone. Però almeno questo è meglio della strada, qui è più sicuro. Ma cosa succederà dopo? Dopo questo non c’è sicurezza. Non lo sappiamo. Per quanto tempo continueremo a scappare? Spero che le cose migliorino». La paura del rimpatrio non aleggia soltanto tra chi si trova nel campo. Pare infatti che siano già avvenuti respingimenti e deportazioni verso il confine marocchino di persone che si trovavano a Ceuta da giorni, alcune delle quali avevano espresso oralmente la volontà di chiedere protezione internazionale. Si tratterebbe di operazioni illegali, in violazione del diritto di chiedere asilo e del principio di non-respingimento, effettuate nell’invisibilità, lontano dagli occhi dei media e nella segretezza; come ci ha raccontato un ragazzo che, da una notte all’altra, si è ritrovato dall’altra parte del confine: «Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento senza speranza». Testimonianze raccolte sul campo Chi viene deportato, chi continua a vivere nella paura, chi subisce aggressioni quotidiane, chi rimane per giorni senza accesso all’acqua e al cibo: sembra che lo Stato non riesca a rispondere all’emergenza umanitaria se non alimentandola con la violenza. In questo momento, a Ceuta, diventa sempre più difficile trovare protezione, sicurezza e umanità, fino a condizioni che possono portare all’estremo esaurimento delle persone. L’Associazione Marocchina dei Diritti Umani ha pubblicato, nella giornata del 3 settembre, un comunicato in cui denuncia la morte di un minore nel centro di accoglienza La Esperanza di Ceuta. Il decesso sarebbe riconducibile a complicazioni legate a una patologia diabetica, ma le autorità devono ancora avviare un’indagine. Al di là della malattia, resta il peso di un contesto in cui quasi 2.000 minori sono costretti a vivere, in condizioni precarie e violente, che non possono essere separate dalla tragedia, né dalle responsabilità di chi dovrebbe garantire a quei minori protezione e dignità. > «Ci sono strutture statali che vengono create, soprattutto dal Nord Globale, > che sono strutture di morte». Noor Ammar Lamarty La giurista e ricercatrice Noor Ammar Lamarty propone di leggere queste strutture attraverso il concetto di necropolitica elaborato da Achille Mbembe: un potere che non governa soltanto la vita, ma stabilisce chi possa essere esposto alla morte, alla violenza e all’abbandono. È in questa prospettiva che anche Ceuta può essere letta come uno spazio nel quale il confine produce una diversa distribuzione della protezione e della vulnerabilità. È una sproporzione che dice qualcosa sul modo in cui viene governata la mobilità: la vita delle persone viene gestita soprattutto attraverso il controllo della loro presenza, non attraverso la garanzia delle condizioni minime che permetterebbero loro di vivere. Le persone in movimento vengono lasciate senza riparo, cibo e acqua, inseguite, colpite e sottoposte a condizioni di precarietà permanente. La violenza non appare allora come una deviazione dal funzionamento del confine, ma come una delle modalità attraverso cui il confine stesso viene riprodotto. Il problema non è soltanto stabilire fino a dove possa arrivare una frontiera, è chiedersi che cosa accade quando la logica della frontiera invade la vita quotidiana. Il problema non sono le persone che attraversano il confine, è il modo in cui la loro presenza viene gestita attraverso l’allontanamento, la paura, la violenza, la privazione di spazi per dormire, l’ostacolo all’accesso ai beni di prima necessità e aggressioni che si ripetono quotidianamente. UNA CACCIA NELLA FORMA DELLA PROFILAZIONE RAZZIALE: L’EMBODIMENT DEL CONFINE La violenza colpisce principalmente chi ha attraversato la frontiera e non possiede documenti, ma in alcuni episodi, il bersaglio sembra essere la stessa origine percepita della persona. Violenza generalizzata nella forma della profilazione razziale, si accanisce su chiunque visivamente viene percepito come “possibile migrante”. Durante la ronda notturna del 24 agosto, alla Playa del Chorrillo, alcune camionette della polizia nazionale erano ferme sul lungomare, quattro agenti si rivolgevano con fare aggressivo a due ragazzi seduti in spiaggia. Hanno preso i loro telefoni e li hanno gettati in mare, spingendoli poi ad allontanarsi. I due ragazzi hanno raccontato: «Eravamo seduti in spiaggia quando la polizia è arrivata senza alcun motivo. Hanno visto un immigrato e hanno pensato che lo fossimo anche noi, ma siamo ragazzi di Ceuta. […] loro ci hanno buttati a terra, me e il mio amico, e ci hanno picchiati entrambi. Poi ci hanno portato via i telefoni. Quegli agenti non sono di Ceuta, fanno parte dell’UPR (Polizia Nazionale spagnola). Noi non sappiamo chi siano, non abbiamo il loro numero di distintivo né altro». Testimonianza raccolta sul campo Episodi analoghi avrebbero coinvolto anche un turista statunitense, aggredito dalla polizia per le sue origini marocchine. La dinamica mostra con particolare chiarezza il meccanismo della profilazione razziale: non è lo status giuridico della persona a determinare il sospetto, ma l’identità che le viene attribuita sulla base di ciò che il corpo rende visibile. Se a determinare l’intervento delle forze armate non è ciò che una persona sta facendo, ma il modo in cui viene percepita, allora il controllo non riguarda più soltanto la mobilità, riguarda il corpo, e il più delle volte un corpo razzializzato. Il volto, il colore della pelle, i tratti somatici diventano indicatori attraverso cui stabilire chi può essere considerato fuori posto. La frontiera, in questo senso, non coincide più con la barriera fisica che separa Ceuta dal Marocco: viene riprodotta quotidianamente nelle strade, nelle spiagge e nei corpi. È ciò che Achenbach definisce quando afferma, nell’ambito della biopolitica, che «il confine penetra nel corpo» (2024, p. 183) 3 tramite un processo di embodiment (incorporazione) che sigilla il confine sulla persona. Il corpo, nella sua fisicità così come il nome o la lingua parlata, si fanno confine in una società che demonizza e criminalizza “il migrante”, andando ad esemplificare quell’incarnazione di cui parlava Khosravi (2019) 4 dichiarando «io sono confine». La letteratura antropologica ha evidenziato come i confini esterni vengano riprodotte all’interno degli spazi sociali, spostandosi dal «bordo» al «centro» (Balibar, 2001 5) e assumendo la forma di «separatori identitari, simbolici e mentali» (Cuttitta, 2014, p. 165 6). Il migrante, anche dopo aver varcato la frontiera, anche dopo aver chiesto asilo per cui dovrebbe ottenere (in teoria) uno status legale della sua presenza, non smette mai di dover affrontare i confini interni del razzismo. Quando si sceglie di assumere il «confine come metodo» (Cuttitta, 2014) questo si riproduce continuamente attraverso l’esclusione e la violenza che viene prodotta e riprodotta nello spazio urbano. Il risultato è che il confine può essere ovunque, può trovarsi tra il Marocco e Ceuta, ma anche sulla spiaggia dove una persona viene picchiata mentre dorme, davanti all’ospedale dove una persona ferita cerca assistenza, nel momento in cui un telefono viene sottratto o distrutto, oppure nel modo in cui una persona viene identificata sulla base del proprio aspetto. È in questa dimensione quotidiana che la frontiera mostra il suo carattere più violento: non si limita a impedire il passaggio, ma organizza la possibilità stessa di stare in un luogo. A Ceuta, il confine prende corpo nelle perquisizioni, nelle intimidazioni e nelle incursioni violente negli spazi personali: il razzismo istituzionale si manifesta così anche attraverso pratiche quotidiane (Basso, 2010 7; Essed, 1991 8) messe in atto dagli agenti statali di controllo e dai gruppi sociali di estrema destra. La città diventa allora lo spazio nel quale il «migrante» viene costruito come corpo estraneo, qualcuno che, proprio perché associato alla frontiera, può essere sottoposto a forme di controllo e violenza che ne mettono in discussione la piena umanità. Il corpo del migrante diventa così, come osserva Sorgoni (2022) 9, anche il luogo nel quale la violenza dello Stato si rende visibile e si inscrive materialmente nelle ferite cucite addosso. Non si tratta di assumere una lettura vittimizzante delle persone, ma di interrogare i processi attraverso cui il confine produce corpi più esposti al controllo, alla discriminazione e alla violenza. Ciò che accade oggi a Ceuta non è dunque estraneo alle forme attraverso cui le politiche europee di gestione della migrazione producono e spostano continuamente i confini, anche dentro lo spazio urbano. È proprio questa continuità che rende necessario interrogare criticamente il ricorso allo «stato di emergenza» come dispositivo attraverso cui pratiche discriminatorie e violente possono essere presentate come necessarie o legittime, quando invece non sono mai né legalmente né umanamente giustificabili. OSTACOLARE E CRIMINALIZZARE LA SOLIDARIETÀ Nelle ultime settimane, la violenza esercitata contro le persone in movimento si è estesa fino a colpire anche chi cerca di garantire loro forme di assistenza e accoglienza: associazioni e volontari che provano a colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni nella gestione umanitaria della crisi in corso. La situazione appare infatti gestita prevalentemente attraverso la forza e la militarizzazione, mentre mancano servizi effettivi di tutela. Le persone rimangono senza cibo, acqua e beni di prima necessità, in una condizione di abbandono alla quale le istituzioni sembrano non offrire risposta. «Le associazioni vengono a portarci da mangiare, e i militari ci danno la caccia per mandarci via, e inseguono le associazioni per mandare via anche loro». La testimonianza restituisce una dinamica in cui la solidarietà diventa essa stessa un elemento da ostacolare. Chi porta cibo, acqua o cure mediche non si limita infatti a intervenire materialmente in una situazione di abbandono, ma rende visibile quella stessa condizione, interrompendo l’isolamento nel quale le persone vengono lasciate e documentando, attraverso la propria presenza, ciò che accade. È forse anche per questo che la solidarietà diventa un ostacolo: non soltanto perché rende più difficile che la violenza rimanga invisibile ma anche perché intralcia il progetto politico di disumanizzazione. Una sera di agosto, una camionetta della Polizia Nazionale spagnola è arrivata mentre alcuni volontari stavano distribuendo pasti a un gruppo di persone in movimento. Gli agenti sono scesi con i manganelli e si sono diretti verso le persone in fila, inseguendole e colpendole. Un ragazzo è stato raggiunto e immobilizzato a terra dagli agenti, ammanettato e caricato sulla camionetta, dopo che gli erano stati sottratti alcuni effetti personali, tra cui il telefono. Quella sera anche due volontari sono stati ammanettati e arrestati; al di là della valutazione giuridica che dovrà essere fatta sui singoli episodi e sulle accuse, il dato politico è significativo: la presenza di chi offre assistenza e, nello stesso tempo, documenta e denuncia ciò che accade viene trattata come un problema a cui rispondere attraverso la repressione. La solidarietà, in questo modo, viene trasformata da pratica di sostegno a pratica sospetta. Chi porta cibo diventa un ostacolo; chi filma diventa un soggetto da identificare; chi denuncia la violenza diventa parte del problema che le autorità dichiarano di voler gestire. Ma una frontiera che non tollera testimoni è una frontiera che cerca di controllare anche la possibilità di raccontare ciò che accade, perché sa di agire nell’illegalità. Nei giorni successivi, i volontari si sono trovati esposti a intimidazioni su più fronti; in modo sospetto, fotografie e dati personali hanno iniziato a circolare al di fuori dei canali istituzionali, anche all’interno di gruppi WhatsApp nei quali cittadini di estrema destra si organizzano per intervenire contro la presenza delle persone migranti a Ceuta. Parallelamente, fotografie e video dei volontari venivano pubblicati sui social, accompagnati da messaggi diffamatori e intimidatori. Nei giorni successivi, diverse volontarie hanno riferito di aver ricevuto minacce e di essere state oggetto di aggressioni verbali e fisiche da parte di persone riconducibili, secondo le loro testimonianze, a questi gruppi. L’esposizione dei volontari li rende a loro volta bersaglio di una rete di intimidazione che li categorizza come nuovi obiettivi, dando vita, accanto alla caccia al migrante, a una caccia alla solidarietà: altri corpi da controllare, intimidire e allontanare. La circostanza, se accertata, assumerebbe particolare gravità, poiché la raccolta di dati da parte delle autorità non consente il loro utilizzo per finalità diverse da quelle per cui sono stati raccolti, né la loro comunicazione a soggetti estranei in assenza di una base giuridica. La trasmissione o diffusione di dati personali da parte di un’autorità pubblica deve infatti rispettare le finalità e le garanzie previste dalla normativa sulla protezione dei dati. Il Regolamento europeo 2016/679 (GDPR) stabilisce, tra gli altri, i principi di liceità, trasparenza, limitazione della finalità, minimizzazione e sicurezza del trattamento dei dati personali. L’articolo 6 richiede inoltre che ogni trattamento sia fondato su una specifica base giuridica. In questo caso, però, il problema non riguarda soltanto la privacy. La circolazione di fotografie e dati identificativi assume una funzione politica quando queste informazioni vengono utilizzate per individuare, intimidire e minacciare persone impegnate nell’assistenza e nella documentazione delle violenze. La fotografia, in questo contesto, smette di essere soltanto uno strumento di identificazione e diventa uno strumento di esposizione: il corpo fotografato viene reso riconoscibile a una rete di soggetti che può utilizzarlo per esercitare ulteriore pressione. Durante una manifestazione anti-migrazione di estrema destra del 25 agosto, il corteo si è fermato sotto l’abitazione di alcuni volontari, rivolgendosi a loro con insulti e minacce. Da quel momento, anche la casa è diventata uno spazio di controllo e intimidazione, sorvegliato continuamente da esponenti del gruppo e dalle forze di polizia. Il clima di tensione cresce di giorno in giorno. Il 27 agosto, mentre due volontarie stavano documentando una nuova scena di violenza sulla spiaggia di Benítez, alcuni vicini riconducibili ai gruppi di estrema destra si sono avvicinati con fare intimidatorio, posizionandosi tra loro e la scena per impedire che potessero continuare a filmare. In quel momento, la polizia stava nuovamente utilizzando i manganelli e sparando proiettili di gomma contro le persone che cercavano di fuggire dalla spiaggia. I vicini hanno intimato alle volontarie di non utilizzare i telefoni per documentare la scena e le hanno minacciate nel caso lo avessero fatto. Hanno provato ad aggredirle fisicamente e hanno sottratto loro i telefoni. > Tutto questo accadeva davanti agli occhi degli agenti di polizia presenti, che > non sono intervenuti. Quella sera un’altra volontaria è stata arrestata. In questo quadro di violenza, la criminalizzazione della solidarietà significa indebolire una delle poche forme di protezione ancora disponibili alle persone in movimento. Significa anche usare la paura come deterrente, spingendo chi offre assistenza a desistere dal farlo nuovamente. Quando distribuire cibo a chi ha fame diventa un’attività pericolosa, in un contesto in cui tanto le persone in condizioni di vulnerabilità quanto chi offre loro assistenza vengono trasformati in bersagli, la violenza finisce per essere usata come se fosse legittima. Eppure, la stessa normativa spagnola stabilisce, che nell’esercizio delle loro funzioni le forze di sicurezza devono agire senza discriminazioni e che le identificazioni devono rispettare i principi di proporzionalità, uguaglianza di trattamento e non discriminazione, anche per origine razziale o etnica. La Ley Orgánica 2/1986 impone inoltre agli agenti di evitare pratiche abusive, arbitrarie o discriminatorie che comportino violenza fisica o morale e di utilizzare i mezzi a propria disposizione secondo i principi di congruenza, opportunità e proporzionalità. Nonostante ciò, la diffusione e la sistematicità del ricorso alla forza sembrano averla resa, nella quotidianità della città, una pratica quasi normalizzata. Gli agenti ridono durante le aggressioni, si confrontano tra loro sui metodi utilizzati, ironizzando sulla paura delle persone, banalizzano la violenza e la giustificano attraverso il confine, come mostrano le parole di un agente: Dovrebbero tornarsene in Marocco, così non ci sono aggressioni in Marocco. Se tu vai dall’altra parte della frontiera, perché tu sei venuto nel mio paese illegalmente, se tu vai dall’altra parte, di là non ci sono aggressioni. Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Quando la violenza viene non solo esercitata, ma anche banalizzata e giustificata, la domanda non riguarda più soltanto dove sia la giustizia, ma quale spazio rimanga, in una città attraversata dall’odio, per far valere l’umanità. Conclusione «Lo sguardo non è un atto innocente di vedere.» (Khosravi 2019, p.76) Quando Khosravi parla di sguardo di confine, lo definisce come un’episteme che determina chi e cosa può essere visto e riconosciuto. A Ceuta, questo sguardo sembra operare attraverso un doppio movimento: da un lato, rende le persone migranti visibili come «nemico», come presenza da controllare e allontanare; dall’altro, tende a renderle invisibili nello spazio pubblico, una volta che il loro allontanamento può essere presentato come il risultato di una gestione efficace della mobilità. > Anche la violenza che produce questo processo tende così a essere sottratta > allo sguardo. È proprio per questo che la solidarietà diventa scomoda: perché interrompe questo meccanismo di invisibilizzazione. Chi distribuisce cibo, offre assistenza e documenta ciò che accade rende nuovamente visibili tanto le persone, in quanto persone, quanto la violenza a cui sono sottoposte. La solidarietà diventa così un contro-sguardo: non permette che il «migrante» rimanga la figura astratta e propagandistica del nemico, ma ne restituisce la presenza concreta, i bisogni, i corpi e, insieme, rende visibili le pratiche attraverso cui quella presenza viene controllata e allontanata. No Name Kitchen, organizzazione sul territorio, è testimone della paralisi istituzionale che continua a fallire nel garantire i diritti fondamentali di migliaia di persone abbandonate per le strade e le foreste di Ceuta; ha raccolto nell’ultimo mese più di centocinquanta testimonianze di persone che hanno subito aggressioni da parte di Ufficiali della Policía Nacional e soldati spagnoli dell’Arma, tra cui lancio di pietre e percosse notturne. La maggior parte di queste testimonianze viene fornito con prove documentate delle lesioni risultanti e spesso anche di video registrati durante l’azione violenta. E adesso anche l’associazione stessa si trova sotto attacco: La convivenza è diventata impossibile, il livello di tensione e violenza è salito senza controllo e la gente di Ceuta ha raggiunto un punto di rottura senza modo di tornare indietro. Gli attacchi sono costanti, provenienti da ogni direzione. In mezzo a tutto questo orrore, la violenza sessuale subita dai minori espone il lato più spregevole dell’umanità e rivela il fallimento del sistema di protezione dei minori e dei regimi di controllo delle frontiere esternalizzati. […] Comprendiamo la disperazione e la rabbia causate dalla mancanza di soluzioni reali e immediate […] ma niente di questo può mai giustificare l’incitamento all’odio. Quello che sta accadendo nell’enclave spagnola non può essere raccontato semplicemente come una «crisi migratoria». È una crisi umanitaria e, di fronte alla violenza che la attraversa, anche una crisi dell’umanità. È una crisi del modo in cui le istituzioni scelgono di trattare persone che si trovano in condizioni di estrema vulnerabilità. È una crisi dello spazio pubblico, quando strade, spiagge e luoghi in cui le persone cercano di dormire diventano spazi di inseguimento, controllo e intimidazione. Ed è, infine, una crisi morale quando la violenza viene normalizzata al punto da poter essere esercitata senza esitazione contro persone vulnerabili, senza più riconoscerne la sofferenza, senza più guardarle in faccia. È qui che il razzismo e il governo della migrazione si incontrano. La violenza razzista non nasce semplicemente dall’odio individuale di chi aggredisce ma viene alimentata da un sistema politico che costruisce alcune persone come problema, le rende permanentemente sospette e finisce per rendere accettabili pratiche che, se rivolte contro altri corpi, apparirebbero immediatamente intollerabili. Ma nessuna frontiera può rendere il razzismo legittimo, e nessuno stato di emergenza può rendere legittima la violenza razziale. Chi attraversa il confine è una persona che deve essere riconosciuta come tale, con tutti i suoi diritti. Oggi, a Ceuta, anche diritti fondamentali vengono negati, tra cui quello a non subire trattamenti inumani o degradanti: settimane trascorse senza acqua, cibo e un luogo in cui dormire, nella continua necessità di fuggire dalle aggressioni della polizia e dei gruppi di estrema destra. Eppure, le persone affrontano questa disumanizzazione perché continuano a vedere nell’Europa la possibilità di un luogo in cui approdare e in cui i propri diritti possano essere riconosciuti. Un’Europa la quale, osservando ciò che accade ai suoi confini, anche noi ci chiediamo se esista ancora. La frontiera non è una semplice linea che, una volta attraversata, si può rivalicare al contrario. È un processo che porta con sé un insieme di significati, aspettative e possibilità, e dal quale spesso non è possibile tornare indietro. «In fin dei conti, qui c’è il terrore, chiediamo a Dio di trovarci una strada per uscirne. Tornare indietro non è un’opzione, anche se ci vogliono rimandare indietro, noi non ci andremo, a meno che loro non ci uccidano, non torneremo indietro». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen 1. No Name Kitchen (NNK) è una organizzazione senza scopo di lucro che documenta e monitora la violenza alle frontiere esercitata dalla polizia e dai funzionari statali. Fondata nel 2017, lavora in stretta collaborazione con le comunità colpite per raccogliere testimonianze e denunciare violazioni dei diritti umani. NNK opera a Ceuta dal febbraio 2021 ↩︎ 2. Harragas significa letteralmente “coloro che bruciano” alludendo alla pratica dei migranti di bruciare i propri documenti di identità e personali per impedire l’identificazione da parte delle autorità in Europa. Il termine harraga è anche usato in riferimento all’atto di attraversare segretamente il confine di un paese. Viene rivendicato dalle persone che si definiscono harragas (bruciatori), corrispettivo dei sans-papiers in Francia, come atto politico di rivendicazione e delle ingiustizie che subiscono in Europa ↩︎ 3. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198 ↩︎ 4. Khosravi, S. (2019). Io sono confine. Milano: Elèuthera ↩︎ 5. Balibar, E. (2001). Nous, citoyens d’Europe? Les frontières, l’État, le peuple. Parigi: La Découverte ↩︎ 6. Cuttitta, P. (2014). Il confine come metodo. Rivista di Storia delle Idee 3:2, 165-168 ↩︎ 7. Basso, P. (Ed.). (2010). Razzismo di Stato. Stati Uniti, Europa, Italia. Milano: Franco Angeli ↩︎ 8. Essed, P. (1991). Understanding everyday racism. Newbury Park: Sage ↩︎ 9. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati. Roma: Carocci editore ↩︎
Il caso del PRDC di Corinto (II parte)
VOCI DAL CONFINAMENTO ESPERIENZE E PERCEZIONI DEL DETENTION CENTER DI CORINTO L’analisi presentata nel contributo precedente ha esaminato il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto come dispositivo politico inserito nella più ampia agenda migratoria europea e, tramite un’analisi storica, ha testimoniato un continuum di violenze, denunciate ripetutamente ma senza mai produrre un cambiamento reale. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA IL CASO DEL PRDC DI CORINTO Antropologia e critica delle condizioni dei centri di detenzione e pre-allontanamento in Grecia Giulia Stella Ingallina 24 Marzo 2026 Attraverso una prospettiva antropologica, il PRDC è stato interpretato come uno spazio in cui si intrecciano controllo, invisibilizzazione e violenza istituzionale, dove le forme di protesta dei detenuti emergono come strategie estreme di rivendicazione e resistenza, capaci di mettere in crisi il confine tra vita biologica e potere politico, rivelando la dimensione necropolitica delle politiche migratorie contemporanee. Tuttavia, le categorie analitiche e i riferimenti teorici, per quanto utili a comprendere il funzionamento di questi sistemi, rischiano di rimanere astratti se non vengono messi in relazione con le esperienze di coloro che questi luoghi li abitano o li attraversano quotidianamente. Per questo motivo, il presente articolo propone una raccolta di testimonianze provenienti da diversi attori coinvolti nel contesto del detention center di Corinto: personale della struttura, ex detenuti, attivisti e cittadini locali. L’obiettivo non è costruire una narrazione univoca, ma far emergere una pluralità di prospettive che rivelano le tensioni, le contraddizioni e le gerarchie di potere che attraversano questo spazio. Le voci raccolte restituiscono infatti uno sguardo polifonico: da un lato quello delle istituzioni che amministrano e giustificano il sistema della detenzione, dall’altro quello delle persone che lo subiscono o che tentano di denunciarne le condizioni. Attraverso queste testimonianze, il detention center appare non soltanto come un luogo fisico di confinamento, ma come uno spazio sociale attraversato da discorsi, pratiche e percezioni contrastanti. Dare spazio a queste voci significa allora rompere, almeno in parte, il regime di invisibilità che circonda tali strutture e riportare al centro del dibattito le esperienze umane che vi sono racchiuse 1. LE OPINIONI DEL PERSONALE Durante l’intervista, l’ufficiale di polizia è stato schivo e ha fornito per lo più informazioni di carattere basilare: «Questo campo è di 140 acri, a lavorare siamo: 150 ufficiali di polizia, un dottore, due infermiere, una psicologa, due assistenti sociali, venti persone del servizio asilo e cinque traduttori 2. Gli agenti sono responsabili della gestione dei prigionieri. Più o meno ora ci sono 530 prigionieri; sono troppo pochi…da cinque anni per la prima volta ci sono così pochi prigionieri perché di solito la media è di 700-800, mi è capitato di avere mille persone. Sono prigionieri amministrativi, sono entrati illegalmente nel paese. La polizia fuori li arresta e li porta qui, noi li sistemiamo nei reparti. Se è una brava persona non lo terremo oltre dieci mesi, però il massimo è di diciotto. Quando il tempo finisce siamo costretti a rilasciarli, poi è capitato che li abbiamo arrestati di nuovo. I poliziotti che sono incaricati dell’assistenza hanno una comunicazione quotidiana con gli immigrati, perché dobbiamo dare loro da mangiare, colazione, pranzo, cena. E ogni giorno, riceviamo le loro richieste di un medico, di uno psicologo. È una struttura chiusa, come essere in prigione, ci sono buone scorte di sicurezza. Hanno qualche ora al giorno, sì, li lasciamo uscire in cortile, ma il resto sono dentro. Le aree per i detenuti non sono molto buone, le condizioni forse devono essere migliorate, ma sono quelle di una prigione […] C’è un problema perché queste persone nel loro paese non sono molto pulite come popolo. Le condizioni non sono buone, cioè, se non puliscono, non fanno il loro dovere, c’è un problema: non hanno la pulizia nella loro educazione». Le gravi condizioni di vita, spesso denunciate, vengono banalizzate attraverso lo stereotipo della “mancanza di igiene personale”, ribaltando la responsabilità sui detenuti. L’espressione “non sono puliti come popolo” li riduce a una massa indistinta, un insieme anonimo, privandoli di individualità e rafforzando un meccanismo razzializzante che li dipinge come culturalmente inferiori. Generalizzandone la provenienza, li trasforma in un popolo indefinito e sconosciuto, noto solo per un presunto disinteresse verso l’igiene, riproducendo uno dei più beceri stereotipi. Questo discorso costruisce un confine netto tra “noi”, puliti e progrediti, e “loro”, sporchi e arretrati e, da un lato riafferma un senso di superiorità mentre dall’altro infantilizza i detenuti – da nutrire, portare all’aria aperta, redarguire per non aver compiuto l’unico “compito” loro assegnato, pulire e pulirsi – sottraendo loro dignità. La conversazione si sposta poi sul suo lavoro, giustificando le azioni di forza quando gli chiedo delle modalità violente di repressione testimoniate: «Prima che arrivassi a Korinthos, lo sapevo com’era il lavoro, conoscevo l’argomento. Sono contento di essere stato trasferito qui, mi piace. Il momento più difficile sono le rivolte, perché capita che siano violenti. Li facciamo smettere ed entriamo come un plotone, come la polizia antisommossa. Rimaniamo dentro, facciamo arresti e cerchiamo di fermare la rivolta; abbiamo attrezzature che usiamo necessariamente, perché appiccano incendi. Se i prigionieri usano questa violenza, dobbiamo anche noi usare la forza per controllarli, li chiudiamo nelle loro celle per fermare la rivolta e perché potrebbero evadere». Anche rispetto agli episodi relativi ai suicidi – che lui riporta subito al singolare, come se un unico caso lo rendesse meno grave – o degli scioperi della fame, il tono resta quello della giustificazione: Era uno, un turco, non succede tutti i giorni. C’è stata una grande insurrezione, una rivolta di massa con prigionieri indigenti e allora abbiamo dovuto reagire. A volte fai quello che devi fare, devi seguire gli ordini, il protocollo. Quando non vogliono mangiare, okay, di solito il cibo se lo prendono da soli … dopo che sono stati senza per una settimana di solito poi mangiano. Noi non possiamo farci molto, li mandiamo dalla psicologa a parlare magari, però, non possono fare quello che vogliono; quindi, noi facciamo quello che dobbiamo fare. L’atteggiamento rispecchia il classico “ho solo fatto il mio lavoro“, che richiama alla mia mente le parole di Goldhagen (2009) in riferimento agli esecutori, nel nostro caso, di una politica xenofoba radicata. Le sue affermazioni finali si spiegano da sole nella loro schiettezza: Non mi sono formato una mia opinione su queste strutture, cioè ci sono, è giusto. Non mi piacciano gli stranieri che vanno in giro, i costi inutili, le spese legali, il lavoro, il tabacco, i documenti…non mi piace che non vengano controllati. Le persone che entrano ed escono dalla struttura aperta (si riferisce al campo per richiedenti asilo presente anch’esso in città), questo sì che può essere spaventoso, cioè, si vedono gli stranieri in città, i residenti possono essere un po’ spaventati. Preferirei che la struttura aperta fosse da un’altra parte, non avere contatti con i cittadini. Da noi i detenuti, non escono, non si vedono carcerati in città, e loro non vedono i cittadini, così è meglio. Un punto di vista più ambiguo è quello di una psicologa che ha lavorato nel PRDC per sei anni. Le contraddizioni sul suo ruolo “di mezzo” sono evidenti: da una parte si mostra quasi scandalizzata: Penso che tutto il sistema per i migranti sia terribile. Il centro di detenzione è solo un posto per le persone che l’Europa non vuole. Hai dei ragazzi giovani che vogliono una vita migliore e li tieni in prigione per 18 mesi, come se fossero criminali. Magari per questo paese, o per l’Europa, lo sono, ma date loro una possibilità. Dall’altra, però, riconosce di essere stata parte dello stesso sistema che ora critica: Non sono d’accordo, però ho imparato a vivere nella realtà e a cercare di aiutare queste persone insegnando loro a capire la realtà e a prendere da soli le proprie decisioni anche se a volte non gli piacciono. Abbiamo una mano destra e una sinistra, funzioniamo così: siamo lì per aiutare tutto il sistema del centro di detenzione. Le sue parole mostrano l’oscillazione tra una politica di pietà e di controllo, come la descrive Fassin (2005) 3. La lotta interiore tra processi di vulnerabilizzazione e riattribuzione dell’agency, tra complicità col sistema e ruolo di “sostegno”, emerge nel racconto del suo lavoro. Descrive le condizioni del centro mescolando denuncia e stereotipi, sottolineando il compito di “far capire alle persone che possono fare una scelta”, senza considerare che essere rinchiusi, per volontà dello Stato che li respinge o detiene, non garantisce affatto il riconoscimento di vere scelte, quanto tutto al più di quelle obbligate da un sistema repressivo. Negli edifici dove ci sono i detenuti c’è una recinzione d’acciaio tutto intorno, non possono uscire nella zona libera senza un agente di polizia. Anche noi possiamo entrare negli spazi dei detenuti solo per motivi specifici. L’ultima volta, per una formazione, per mostrar loro come pulire gli spazi, usare i sacchi, buttare la spazzatura. Dentro gli edifici le condizioni sono brutte. I detenuti non hanno proprio la cultura della pulizia; noi cerchiamo tanto di insegnargli come tenere tutto pulito, ma non è facile. E poi sono in dodici dentro una stanza. La cosa peggiore erano gli odori, sentivi proprio la malattia dall’odore. Dalle dieci all’una era l’orario in cui loro venivano dalle psicologhe. All’inizio c’erano molte difficoltà perché non avevamo niente per fare le sedute, nemmeno delle sedie, solo un tavolino di plastica. Alcune persone si fanno del male, si tagliano con qualsiasi cosa tu possa immaginare, anche con un cucchiaio. C’è stata una persona che si è suicidata dentro il campo durante il COVID; in quel periodo il campo aveva misure estremamente rigide. Ci sono dei gruppi che rifiutano di mangiare, ad esempio per i ritardi all’accesso al servizio asilo. Cosa diciamo loro? Gli spieghiamo le scelte che hanno. Questa è la legge greca, vediamo quali opzioni hai adesso. Alcuni dicono: “Torno nel mio Paese, perché non sono un prigioniero”. Altri mi hanno detto: “È una mia scelta restare nel centro di detenzione, non voglio tornare indietro, devo andare avanti”. LE VOCI CHE SI TENTA DI SOPPRIMERE: IL PARERE DEI DETENUTI Due testimonianze di chi ha vissuto la detenzione ci raccontano le reali condizioni di vita all’interno. La prima voce è quella di un giornalista britannico, Matt Broomfield, finito nel meccanismo di detenzione dell’UE nel 2021 4. Ho preso il traghetto da Patrasso ad Ancona, ma mi hanno detto che ero bandito dalle zone Schengen, e mi hanno rimandato in Grecia con la stessa procedura che farebbero con chiunque entri illegalmente. Prima sono stato nelle celle in questura a Patrasso per due settimane e poi ci hanno portati al centro di detenzione. Sono stati ammanettati e caricati su un furgone senza finestrini verso una destinazione ignota; per calmarli la promessa di un rapido rilascio ma all’arrivo sono stati corsetti in fila lungo il muro del detention center di Corinto. La procedura “medica” si componeva di perquisizione, denudazione, confisca di oggetti personali, prelievo di sangue e iniezioni, senza nessuna spiegazione circa le sostanze somministrate e l’utilità delle stesse: «Veramente lasciandoci poca dignità». Ci hanno portati in una specie di quarantena, otto in una stanza per 23 ore al giorno, per due settimane. Dopo ci hanno trasferiti nella sezione generale. Le persone sono approssimativamente divise per paese di origine, nella mia sezione c’erano solo ragazzi dall’Afghanistan e dall’Iran. Nelle altre sezioni c’erano principalmente arabi e nordafricani. Ci sono quattro celle abbastanza grandi su un corridoio. Queste quattro celle formano un blocco, che si affacciava su un altro blocco. Nella nostra cella eravamo circa 30 persone, nei letti a castello; avevi solo il tuo materasso, niente altro. Ti portano il cibo tre volte al giorno e mangi lì, in cella. Puoi uscire nel cortile a turno, in quel tempo puoi fare la doccia, perché in cella ci sono solo dei piccoli bagni. Durante l’intervista mi sono state confermate le condizioni squallide della struttura: continue interruzioni d’acqua, luci accese 24 ore su 24 e bagni e pavimenti costantemente sporchi. Ti mettono il cibo direttamente in stanza e lo prendi… non era facile tenere tutto pulito, non c’era niente per aiutarci a farlo. Nessuna assistenza medica o legale, al punto che i detenuti non avevano modo di sapere a che punto fosse il proprio caso: Non riuscivo mai a vedere l’avvocato di persona, non sapevo cosa mi stesse succedendo. Questo è il problema principale: zero informazioni. Le guardie ad ogni domanda ti dicevano “Non lo so” o tipo “ecco il tuo cibo, zitto” e restavano lì all’ombra, e se qualcuno si lamentava con loro, era sempre il problema di altri. Era difficile anche vedere il personale medico, dicevano sempre: “domani, il dottore oggi non c’è”. Così la gente si tagliava, dovevi farti del male per riuscire a vedere un medico. E alcuni ragazzi prendevano sedativi, antipsicotici, pillole per dormire, ce li davano anche per calmarci. Giravano per la prigione, li scambiavano o li vendevano, e si auto-medicavano. Nella mia cella un ragazzo curdo si era ucciso una settimana prima. Ci sono state grosse proteste: hanno dato fuoco a dei materassi, alla torre delle guardie, tirato pietre. Poi li hanno chiusi in una specie di lockdown, così l’energia si è un po’ spenta. Le ultime parole che chiudono l’intervista mettono in luce la differenza di condizioni, pur essendo detenuto nello stesso contesto, il privilegio etnico di “uomo bianco” e cittadino britannico giocavano un ruolo fondamentale: Io comunque sapevo che era temporaneo, e avevo amici in Grecia che venivano e mi portavano cose. Ma il 99% dei ragazzi non hanno rete, certezze, sono abbandonati lì in balia di chissà cosa. Io sono stato lì per sei settimane, non posso immaginare come sia starci per non sai quanto e non essere un privilegiato come me, è davvero terribile. Riporto ora il racconto di un ragazzo che è stato trovato sul territorio privo di documenti e trattenuto nel detention center per 18 mesi. Il poliziotto mi ha beccato che non avevo documenti; prima ti portano alla stazione di polizia, mettono tutti i dati, le impronte, nel sistema: ho detto il mio nome e che vengo dall’Afghanistan. Siamo stati in dieci persone in una stanza minuscola, completamente buia, come una prigione. Io stavo molto male e non ci davano medicine. Ci trattavano come se non fossimo niente. Siamo rimasti un mese lì, poi ci hanno portati in questo centro di detenzione. In quel periodo eravamo dentro più di mille persone. Era estate, era molto caldo, e stavamo circa in 15 persone per stanza. Non era facile. Dentro c’era anche l’ufficio del servizio asilo e dell’IOM, scelgono chi deportare nel loro Paese, li costringono a farlo. Ci mettono sotto una pressione enorme, quindi la situazione psicologica è molto brutta. Per quanto riguarda le cure mediche era tutto pessimo, non davano… chiedevamo antidolorifici, niente. Ci sono state due persone che si sono uccise, le conoscevo, erano nella mia stanza. Per noi non è stato facile nemmeno vedere quello, c’è disperazione, puoi capire a cosa eravamo sottoposti? La sicurezza dentro era cattiva, non erano educati. Picchiavano, facevano quello che volevano. Io ho anche… ho dei video di loro che fanno violenza, e delle foto. Avevamo i telefoni ma anche se chiamavi fuori, non lasciavano entrare nessuno a visitarti. Ricordo una storia: andavo spesso a fare l’interprete per loro perché parlo turco, pashto e farsi, e parlo inglese. Una volta un poliziotto mi ha chiamato per fare l’interprete, così vado, e vedo che la persona era completamente, era stata picchiata per bene. Mentre traducevo ho fatto una domanda rapidissima: come stava, cosa era successo. E lui mi ha detto: “Erano dieci poliziotti che mi picchiavano tutti insieme”. Per le altre condizioni, il cibo non era buono, ma gli altri trattamenti, quelli erano estremamente duri, ci urlavano addosso, ci picchiavano. Ti mettono qui anche se non hai fatto niente, nessun crimine, sei solo un semplice rifugiato. Hanno davvero il diritto di metterti lì e rinchiuderti? No, cioè, per quale motivo? Non si capiscono le procedure. Ho avuto tre rifiuti alle mie domande d’asilo che ho fatto lì dentro: senza nessun avvocato e interprete. Ho provato tre volte, sperando ogni volta che magari l’avrebbero approvata e avrei avuto i miei documenti legali e mi avrebbero rilasciato. Ma no, era tutto una stronzata. […] Alla fine, ho completato i miei 18 mesi. Dopo ti danno solo un foglio che dice che devi lasciare la Grecia entro un mese. Quando sono uscito, sono andato spontaneamente al campo aperto […] E poi l’ultima [intervista] l’ho fatta quando ero nel campo aperto qui a Corinto. Alla quarta volta ho ottenuto i miei documenti, perché il mio caso era valido, sono rifugiato, sono scappato dall’Afghanistan; dovevano per forza farmi passare degli anni nel terrore prima di capirlo? (Intervista a D.H., ex detenuto nel PRDC di Corinto) LE PERCEZIONI DI CHI GUARDA DA FUORI L’ultimo punto di vista da considerare è quello di chi osserva il detention center dall’esterno, i cittadini di Corinto. Alla sua apertura, le autorità regionali si opposero subito a una struttura del genere, soprattutto per la vicinanza al centro città. Proteste e dissenso, in linea con il principio not in my backyard, vennero anche dai cittadini: alcune azioni, come l’interruzione dell’acqua e della raccolta dei rifiuti, peggiorarono però solo le condizioni interne. Nel 2014 il vicesindaco denunciò le condizioni del centro, ma lavandosene le mani: Abbiamo sentito che le condizioni non sono ideali e questo è qualcosa che dovrebbe essere affrontato da coloro che li hanno portati qui e li ospitano, è una loro responsabilità. Noi non abbiamo nulla a che fare con questo 5. .La struttura suscitava disprezzo e angoscia, e la sua vicinanza al centro abitato alimentava pregiudizi e stereotipi razzisti nati dalla paura dell’ignoto. Il pericolo è sempre in agguato. Dopo una rivolta, alcuni [detenuti] possano scappare e prendere in ostaggio uno dei nostri figli e ricattarlo, per entrare nelle nostre case. aveva spiegato il vicesindaco. 6 La struttura non veniva valutata per la crudeltà inflitta a chi vi era trattenuto, ma per il rischio, immaginato avvalendosi degli stereotipi, verso la società locale. Quando divenne chiaro che il pericolo non riguardava i cittadini, l’attenzione iniziale si trasformò in indifferenza e le proteste si affievolirono fino a scomparire. Le autorità locali capirono che sollevare allarmi avrebbe solo dato visibilità a una struttura la cui collocazione non sarebbe stata messa in discussione e la cui funzione restava estranea alla vita cittadina. La politica del silenzio si rivelò allora lo strumento più efficace: gli abitanti tornarono alla loro routine, ignorando la presenza del centro quasi fino a dimenticarla. Non influenza nessuno localmente. Se non senti niente che succede lì dentro, ti importa davvero di quello che fanno? No, non ti importa se non ti disturbano. Non c’è bisogno di andare a vedere cosa fanno, sarebbe solo gossip. (Intervista a un cittadino di Corinto) Considerare “gossip” l’interesse per una struttura aberrante e lesiva dei diritti umani nella propria città evidenzia una strategia di silenziamento che attecchisce nelle convinzioni locali. Il centro di detenzione viene così relegato all’invisibilità, ignorato da chi non conosce né la sua presenza né la sua funzione: Pensavo ci fosse un parcheggio per le auto. (Intervista a una studentessa di Corinto) Per i più curiosi è una struttura avvolta dal mistero, per altri semplicemente dal silenzio, nessuno ha informazioni: Abito qui vicino, e non ne so molto. Quindi, probabilmente è voluto: non diffondono molte informazioni. (Intervista ad un vicino di casa del PRDC) Come suggerisce questa testimonianza, è credibile l’ipotesi di un intento programmatico volto a nascondere le atrocità che avvengono all’interno. Solo in un’occasione un’informazione è riuscita a oltrepassare le mura del centro, sconvolgendo i cittadini: Una volta, leggendo un giornale di Corinto, abbiamo saputo che un ragazzo si era suicidato in bagno. È stata la prima volta che abbiamo avuto qualche informazione dall’interno, la gente era sotto shock, ma dopo qualche giorno nessuno ne parlava più. (Intervista a una cittadina di Corinto) Molti non sanno cosa pensare della struttura, perché paura, stereotipi e opinioni filtrate dai media si intrecciano e confondono la percezione. Forse c’è un problema di sicurezza, vogliono controllare le persone, vedere chi sono e, secondo me, devono farlo in questo modo, hanno le loro ragioni per farlo. […] Alcuni di loro, forse sono criminali? Devi controllarli prima. (Intervista a un cittadino di Corinto) I pareri spesso oscillano: alcuni riconoscono un’utilità nel centro e al tempo stesso provano sentimenti negativi nei suoi confronti. Ciò che manca è un vero pensiero critico, capace di evitare la ricaduta inconsapevole in pregiudizi e opinioni diffuse – criminalizzanti, razzializzanti o assistenzialiste – fino a chi ha ormai normalizzato ciò che accade: Molte volte le persone fanno lo sciopero della fame, la prima volta provi qualcosa per loro. Dopo non ci fai più caso … in realtà non sai più cosa sia “normale” accanto a te. (Intervista a un cittadino di Corinto) In città c’è anche un campo per richiedenti asilo, situato dietro il detention center e circondato dalle stesse mura. Sulla differenza tra i due regna una grande confusione: molte persone non li distinguono e finiscono per confonderli. Alcuni affermano di aver visto più volte il refugee camp ma mai il detention center, nonostante quest’ultimo si affacci su una strada principale, quella che porta alla stazione e all’autostrada per Atene, mentre l’accesso al campo si trova su una via secondaria e poco visibile. Non credo che la gente sappia che sono due campi diversi, che alcuni escono e altri restano dentro. Sappiamo di più delle isole, meno degli altri campi, anche se sono nella nostra città. (Intervista a una cittadina di Corinto e volontaria di un ong sul territorio) Le politiche di invisibilizzazione raggiungono il loro obiettivo: le strategie di confine relegano questa struttura a uno spazio di inesistenza nel tessuto sociale, facendola scomparire sotto il controllo del potere politico: È qualcosa di chiuso, non può avere impatto all’esterno. E’ come un campo fantasma per la città; il campo rifugiati è un campo vero, con cui puoi interagire. Io lavoro con i fantasmi e quando dico che lavoro lì, la gente non lo sa, e quando spiego mi chiedono solo se è pericoloso, non vogliono sapere altro. (Intervista a una psicologa che lavorava nel PRDC) Secondo l’analisi di Brighenti (2010, p.126) 7, perfettamente applicabile al caso in esame, i confini territoriali dello spazio pubblico – e dunque i regimi di (in)visibilità che lo strutturano – sono plasmati dalle molteplici relazioni tra i soggetti che concorrono alla definizione e alla gestione del potere, delle rappresentanze, dell’opinione pubblica, del conflitto e del controllo sociale. In questo quadro, il centro di detenzione, con la sua facciata bianca e apparentemente innocua, rimane immobile e silenzioso, avvolto dal traffico di una delle principali arterie stradali della città: presente ma nascosto, anche in piena luce. Le testimonianze di due volontarie di una ONG attiva a Corinto permettono di far emergere con chiarezza la questione dell’in-visibilità, mostrando come la volontà di vedere o, al contrario, di ignorare produca prospettive radicalmente diverse: 1. Non è così riconoscibile se non vuoi farci attenzione, però è comunque un enorme muro con dentro una prigione per innocenti nella tua città. Una volta siamo passati lì di fianco, dove il muro è crollato e si vede dentro. C’era una persona in lontananza dietro le sbarre …io sto qua e lui sta là, e allora non puoi non vederlo e non pensarci. Poi va beh sta a te, nel senso se ci passi davanti ignorandolo senza mai guardare, allora non lo vedi 2. E’ un muro anonimo, facciata bianca, ben sistemata, con il tettuccio rosso. Sì, okay c’è il filo spinato, ma ormai il filo spinato è ovunque, uno è abituato non ci fa caso. Ho pensato che, se avessi nella mia città un muro così potrei anche io non sapere cosa c’è dentro. Se uno non si informa sicuramente quel posto non va da lui a dirgli cos’è; devo avere la volontà di informarmi, ma lo sappiamo che ignorare è più facile. Mi ha fatto paura pensare a quanto è facile nascondere queste cose. A sinistra, i cancelli di ingresso del detention center; a destra le case, i bar e i ristoranti, simbolo della vita quotidiana che si svolge difronte al centro di detenzione. Fotografie scattate personalmente in data 7 maggio 2024 Nel caso di Corinto, il detention center, situato lungo una strada trafficata e quotidianamente attraversata, è sotto gli occhi di tutti e, tuttavia, rimane invisibile. Nessuno si domanda cosa si nasconda dietro quelle alte mura bianche, né perché da quel cancello scuro entrino ed escano soltanto auto della polizia o, ancora, perché talvolta all’ingresso siano schierate pattuglie in tenuta militare. Le domande si sono esaurite: tutto è stato normalizzato nella routine urbana, e così un luogo pienamente esposto alla vista diventa invisibile, incapace di suscitare qualsiasi sentimento, che sia curiosità, inquietudine, disapprovazione o indignazione. L’invisibilità e la «banalità dei campi», come la definisce Agier (2014) riprendendo il concetto arendtiano, si trasforma in una risorsa per le politiche dell’indifferenza e della violenza su cui si fonda l’agenda europea in materia migratoria. CONCLUSIONI Attraverso politiche di deterrenza volta a colpire le persone in movimento, escludendole dal diritto e confinandole oltre la dignità umana, gli stati europei trasformano l’accoglienza in in-accoglienza e prigionia. Il trattenimento si colloca in una zona grigia di legalità, istituzionalizzando un vero e proprio “mostro giuridico” che criminalizza la migrazione tramite strumenti tipici del penale. I richiedenti asilo chiamano il centro «jail», una prigione senza reati né condanne, priva di garanzie e segnata da brutalità quotidiane. Molti paragonano i centri di detenzione europei ai lager vissuti altrove; «Sono stato in una prigione così anche in Turchia». (Intervista ad un richiedente asilo) e mentre l’Europa li condanna in nome della sua presunta democrazia, nei fatti collabora con quegli stessi paesi, condividendone pratiche e responsabilità per perseguire la sua agenda anti-migratoria. Il DPCR agisce come struttura illecita che viola, come abbiamo visto, principi fondamentali: il diritto di difesa, la libertà personale (art. CEDU) 8, il divieto di trattamenti inumani o degradanti (art. 5 CEDU) e il diritto d’asilo (art. 14 UDHR; art. 1 Convenzione di Ginevra) 9. Nonostante ciò, continua ad agire indisturbato, invisibile all’esterno ma sempre più brutale per chi ne subisce gli effetti. Torna allora utile la nozione di «violenza invisibile» di Žižek (2007) 10, la violenza insita in un sistema strutturalmente malato. Denunciare ogni manifestazione della “mentalità campo” e resistere alla sua normalizzazione significa gettare la luce sui campi tenuti nell’isolamento da quegli stati “moderni” che proclamano democrazia e libertà mentre si rendono complici della violazione dei diritti umani. Le testimonianze raccolte rivelano un sistema che tratta i corpi come oggetti da gestire e non come vite degne. Le voci però, in quanto storie di vita, hanno «il pregio di sfumare le gerarchie» (Montes, 2019) 11 e sono in grado di restituire una visione reale del contesto, rivelando tensioni, contraddizioni e meccanismi di potere che sfuggono a un’analisi puramente strutturale o teorica. L’alternanza tra punti di vista mostra come il centro sia simultaneamente luogo di controllo, spazio di resistenza e terreno di invisibilizzazione; tale invisibilità, rafforzata dall’indifferenza locale e dalla marginalizzazione del centro, facilita la continuità della violenza istituzionale. È allora essenziale rompere il silenzio e denunciare le responsabilità politiche della sofferenza nei centri di detenzione europei: come ricorda Gilroy (2000, P. 87) 12 «non possiamo accettare moralmente di ignorare il campo». Restituire queste voci significa non solo documentare le condizioni materiali o normative, ma lasciare che siano le esperienze vissute, le parole stesse dei soggetti, a rivelare le dinamiche di oppressione e a rendere visibile ciò che il sistema tenta di nascondere. 1. In questo contributo, ho privilegiato il registro diretto delle testimonianze dei miei interlocutori: numerose citazioni, anche estese, vengono riportate integralmente, mentre la mia voce analitica si mantiene più discreta, poiché in diversi passaggi le parole stesse dei partecipanti risultano sufficienti a illuminare le dinamiche, le tensioni e le condizioni del centro ↩︎ 2. Affermazione che si pone in contrapposizione con le testimonianze relative alla mancanza di personale, ma comunque rivela una sproporzione tra gli agenti di sicurezza e gli operatori “sociali” ↩︎ 3. Fassin, D. (2005). Un ethos compassionevole. La sofferenza come linguaggio, l’ascolto come politica. 93-110 ↩︎ 4. Matt Broomfield, articolo; «Detained and banned from Europe: a British journalist in the EU migrant detention system» ↩︎ 5. Citazione dal sito Detention landscapes, centro di detenzione pre-espulsione di Corinto, raccolta di testimonianze ↩︎ 6. Ibidem ↩︎ 7. Brighenti, A. M. (2010). Visibility in Social Theory and Social Research. New York: palgrave macmillan ↩︎ 8. Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ↩︎ 9. Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo; Convenzione di Ginevra ↩︎ 10. Žižek, S. (2007). La violenza invisibile. (C. Capararo, & A. Zucchetti, Trad.) Milano: Rizzoli ↩︎ 11. Montes, S. (2019). Perché le storie di vita. Una riflessione antropologica. Dialoghi Mediterranei, n. 39 ↩︎ 12. Gilroy, P. (2000). Between camps: Nations, culture and the allure of Race. Londra: Allen Lane ↩︎
ll caso del PRDC di Corinto
CONFINI, PROTESTE E CORPI LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA E LA NECROPOLITICA EUROPEA NEL PRDC DI CORINTO Una raccolta di indagini e voci, nell’ambito di una ricerca sul campo di quattro mesi, racconta il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto (PRDC/PRO.KE.KA.), uno dei sette istituti di trattenimento amministrativo rivolto agli “stranieri irregolari 1” presenti in Grecia. I centri di detenzione gettano i trattenuti in una condizione in bilico tra, come lo descriverebbe Stefano degli Uberti (2019) 2, l’essere «forzati dentro», intrappolati in una prigione, e allo stesso tempo «lasciati fuori» dalle dinamiche sociali e spaziali, ottemperando alla volontà politica di criminalizzare, escludere e nascondere. Eppure, nonostante i tentativi delle istituzioni di invisibilizzarla, la struttura – per quanto apparentemente impermeabile – interagisce con l’esterno, attraverso le voci che oltrepassano mura e sistemi di sicurezza. La maggior parte dei cittadini locali ignora la sua l’esistenza ma per alcune persone il nome “Corinto” richiama immediatamente il centro di detenzione: Se sei un minimo nel giro, appena si dice Corinto, la prima cosa che le persone ti dicono è il detention center. Comunque, è – insieme ad Amigdalesa – il più grande della Grecia. (Intervista ad una attivista) 1. Un istituito che nasce nella criminalizzazione e si struttura nella lesione dei diritti: Il PRDC di Corinto viene inaugurato nel 2012 insieme ad altre strutture, tra cui Amygdaleza, Paranesti e Xanthi; la decisione si inserisce in un più ampio piano governativo volto ad ampliare gli spazi destinati al “contenimento” della cosiddetta “massa migrante criminalizzata”. I centri di detenzione e pre-allontanamento, gestiti dalla polizia ellenica e istituiti tramite decreto governativo 3 che ne definisce funzioni e quadro giuridico, dovrebbero costituire una misura eccezionale nella “gestione” della migrazione. In realtà, però, in Grecia – come in altri Paesi UE – il ricorso alla detenzione è progressivamente aumentato negli ultimi anni. La legge 4939/2022 4 (Codice dell’asilo) e le direttive più recenti, tra cui la legge 5226/2025, ne hanno ampliano l’uso in nome della “protezione delle frontiere”; una tendenza destinata a rafforzarsi ulteriormente con l’entrata in vigore, nel giugno 2026, del Patto europeo su migrazione e asilo. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 Una ricerca del 2023 documenta l’attività di queste strutture – cinque situate sulla terraferma e una sull’isola di Kos – per un totale di 3.676 posti disponibili, con la capienza maggiore registrata proprio nel centro di Corinto. Tabella 1 – Fonte: Direzione della polizia ellenica, 18 gennaio 2024. Dal sito AIDA, Place of detention, Greece Oltre all’uso massiccio e improprio del trattenimento, numerose denunce riguardano le condizioni gravemente lesive dei diritti umani in queste strutture. L’indagine invita a interrogarsi sulla necropolitica europea (Mbembe, 2003) 5 e sul ruolo del trattenimento amministrativo come dispositivo aberrante e disumanizzante, prendendo in esame il PRDC di Corinto come caso specifico per far emergere ciò che realmente accade all’interno di queste strutture. Attraverso analisi storico-antropologica, rapporti di ONG, testimonianze e osservazione etnografica, emerge un sistema opaco e degradante, nascosto dalla politica. In queste strutture, scioperi della fame, autolesionismo e suicidi diventano forme estreme di resistenza, in cui il “corpo sofferente del migrante” (Sorgoni, 2022) 6 resta l’unico mezzo di rivendicazione. Intanto, nei contesti in cui sono immersi, si rafforzano l’indifferenza locale, la normalizzazione della violenza istituzionale e l’invisibilizzazione di questi centri. Così, strutture sempre più invisibili all’esterno diventano sempre più brutali per chi le subisce, rivelando la contraddizione di Stati che si proclamano democratici mentre violano sistematicamente i diritti umani. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA GRECIA: GRAVI E PERSISTENTI VIOLAZIONI NEI CENTRI DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE La denuncia al Comitato per la Prevenzione della Tortura e delle Pene Inumane e Degradanti Ludovica Mancini 11 Febbraio 2025 Il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto è una struttura composta da otto edifici a due piani, ciascuno con due ali di dormitori comuni per almeno 12 persone, e un solo bagno per piano. La capacità ufficiale è di circa mille persone, ma il numero effettivo varia a seconda degli arrivi e dell’applicazione, spesso irregolare, della legge e del sistema amministrativo-burocratico. I trattenuti sono uomini provenienti principalmente da Paesi che hanno stipulato con la Grecia accordi di rimpatrio o considerati “sicuri” 7, come Albania, Turchia, Bangladesh e India. Attualmente, la Grecia considera la Turchia “paese terzo sicuro” per richiedenti asilo provenienti da Siria, Afghanistan, Bangladesh, Pakistan e Somalia, comportando per queste persone un ulteriore motivo di respingimento o detenzione pre-rimpatrio. Le testimonianze riportano tempi di detenzione principalmente tra i sei e i diciotto mesi, limite massimo imposto dall’attuale legge. Ufficialmente, le persone detenute dovrebbero essere attinte da un provvedimento di espulsione, ma spesso vengono rinchiusi anche richiedenti asilo appena sbarcati o arrestati prima di poter fare domanda di protezione internazionale; talvolta anche minori, in violazione di principi cardine come quelli sanciti dalla Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 1989. Iniziamo quindi a vedere l’erosione dei diritti, da quello d’asilo alle condizioni di vita a cui le persone detenute sono costrette da anni. 2. Dal 2012 a oggi: denunce continue sulle condizioni del centro Nonostante la struttura operi in una totale opacità e tenti di negare ogni accesso dall’esterno, il PRDC di Corinto è stato al centro di denunce fin dalla sua apertura. Nel 2012, una delegazione europea per i diritti umani 8, testimoniò la presenza di oltre 1.050 detenuti, molti dei quali trattenuti da più di un anno, in condizioni terribili: sovraffollamento, cibo scarso, servizi igienici insufficienti e nessuna assistenza medica. Nel novembre dello stesso anno, una protesta che coinvolse 800 detenuti venne sedata con gas lacrimogeni e azioni di forza. Nel 2013, due detenuti afgani morirono per mancanza di cure 9, e nel 2014 vennero denunciati 10 casi vulnerabili e atti di autolesionismo senza la dovuta assistenza. Quando, sempre nel 2014, il Consiglio Giuridico Greco autorizzò il prolungamento della detenzione oltre i 18 mesi, fu organizzato dai trattenuti un grande sciopero della fame: Oggi, 9 giugno 2014, noi detenuti abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Sentiamo un’immensa pressione a causa dei nostri destini sconosciuti. 11 si legge nella loro dichiarazione. Scioperi della fame e rivolte dei detenuti hanno continuato a emergere con frequenza come risposta agli abusi, ma vengono sistematicamente repressi con l’uso della forza, senza produrre alcun miglioramento delle condizioni interne. Nel 2015, il governo Syriza chiuse e svuotò la struttura per poi riaprirla nello stesso anno, rivelando il carattere simbolico e propagandistico dell’intervento, perché non c’è mai stata la volontà di cambiare quest’istituto. Tsipras (leader di Syriza) aveva preso l’impegno di chiuderlo (il centro di detenzione). Solo che cosa ha fatto? improvvisamente apre, e tutti devono andarsene; ci saranno state quattrocento persone, senza soldi, non sanno cosa fare, affamati. Siamo andati a cercarli; molti li abbiamo trovati al porto, sulle panchine. Poi sono andati via perché li avevano portati qua dalle retate, alcuni vivevano in altre città. Dopo però il centro non poteva stare chiuso, c’era il business; quindi, ha riniziato a funzionare poco dopo. (Intervista ad una attivista, cittadina di Corinto) Nel 2016, il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) denunciò 12 la predominanza di detenuti marocchini e algerini, seguita, pochi mesi dopo, da pakistani e bengalesi, segnalando una chiara selettività etnica. Tra il 2016 e il 2018, il GCR (Greek Council for Refugees) 13 e altre organizzazioni denunciarono condizioni disastrose: infestazioni, mancanza di acqua calda, celle sporche, malattie e assenza di attività ricreative. Nel 2018 fu introdotto l’uso del cellulare, permettendo una minima connessione con l’esterno, tuttavia, senza sim-card, questa concessione si svuota e rivela un secondo fine: Ci lasciavano i cellulari, tattica efficace per sedarci… così passi tutto il giorno al telefono. (Intervista a Matt Broomfield) 14 Nel 2021, un ragazzo curdo si è suicidato dopo 16 mesi di detenzione, scatenando una protesta violenta e facendo parlare anche i giornali: Ha preso una corda, sì, se l’è messa attorno al collo ed è andato in bagno. L’hanno trovato morto. È successo di sabato, quindi gli unici presenti erano gli agenti di polizia. Dopo i detenuti hanno iniziato una protesta, hanno bruciato tipo metà del centro. (Intervista ad una psicologa che lavorava nel PRDC) Nel 2023, dopo oltre cinque anni di mancate visite ispettive, il CPT ha rilasciato un rapporto 15 sulle “condizioni catastrofiche” del centro, con infestazioni di scarafaggi e cimici e un’epidemia di tubercolosi che ha messo a rischio la salute dei detenuti, come dimostrato dalla morte di un ragazzo per polmonite, avvenuta senza che ricevesse cure mediche. Tra le principali problematiche, i dipendenti denunciano la scarsità di personale, soprattutto medico. Hanno deciso che non servivano tante persone. Quando l’ultima assistente sociale se n’è andata, sono rimasta completamente sola per un anno, la sera non c’era personale. Nemmeno un medico, nessuno voleva lavorare lì; e non sempre c’era un’interprete. Ho dovuto lasciare anche io perché ci facevano contratti addirittura mensili, ogni mese non sapevamo se avremmo avuto lavoro. Il 26 febbraio 2024, trentasei richiedenti asilo egiziani 16 hanno iniziato uno sciopero della fame contro il silenzio e lo stallo delle procedure di asilo, la negligenza medica e le condizioni disumane. Notizie/CPR, Hotspot, CPA GRECIA. SCIOPERO DELLA FAME NEL CENTRO DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE (PRDC) DI CORINTO Condizioni degradanti e negazione dei diritti fondamentali nei PRDC Chiara Spinnicchia 22 Marzo 2024 Secondo quanto riferiscono Solidarity with Migrants, Equal Rights Beyond Borders e Ef.Syne, le proteste sono state violentemente represse 17 dalle autorità, con incursioni, perquisizioni e intimidazioni. Il 20 febbraio, l’Ombudsman 18 ha richiesto il rilascio degli scioperanti, ma l’appello è stato ignorato. Otto detenuti sono stati trasferiti al PRDC di Amygdaleza per indebolire la protesta. Il Border Violence Monitoring Network, nel rapporto “Violence Within State Borders: Greece” 19, denuncia carenze di beni essenziali (tra cui indumenti intimi e farmaci), una situazione alimentare precaria con cibo di pessima qualità, e restrizioni di movimento, con ore di coprifuoco imposte e limitazioni di accesso all’“l’aria aperta”, in una stretta e rigida sorveglianza. Il Mobile Info Team riporta 20 gravi deterioramenti della salute mentale tra i detenuti, con casi di autolesionismo e il suicidio, nascosto ai media, di un ragazzo egiziano. Fotografie degli spazi interni del detention center che mostrano la separazione delle celle tramite sbarre, servizi igienici in pessime condizioni e un particolare dei letti a castello, circondati da lenzuola per creare privacy. Fonte: Detention landscape e Border Violence Monitoring Network Durante la mia permanenza a Corinto, un nuovo sciopero della fame era in corso. Un gruppo di attivisti locali ha organizzato una manifestazione in solidarietà agli scioperanti, e con il tentativo di far sapere in città quanto stava accadendo nel centro. Tuttavia, i cittadini di Corinto non sembrano aver mostrato alcun interesse: molti ignorano l’esistenza stessa del centro di detenzione e persino alcuni residenti delle aree circostanti non sanno cosa accada al suo interno, dimostrando quanto efficace sia stato il processo di invisibilizzazione. 3. Protesta, corpo e confine: uno sguardo antropologico Una protesta è una performance di conflitto (Pellander, Horsti; 2018) 21 in cui i manifestanti rivendicano dignità opponendosi a decisioni e costrizioni. In questo contesto emergono due forme di dissenso: la ribellione dei detenuti, espressa attraverso i loro corpi, e quella solidale dei cittadini, che cercano di amplificarne le voci. Lo sciopero della fame è una strategia estrema in cui il corpo diventa l’unico strumento di rivendicazione politica: il confine lo attraversa e lo trasforma con un processo di embodiment (Vradis et al., 2020) 22, rendendolo mezzo di denuncia della violenza statale. La somatetica (risonanza somatica (Achenbach, 2024) 23 propone il corpo come luogo di lotta contro questa oggettivazione violenta attraverso il rifiuto. Sfidando la comprensione tradizionale di cosa può essere politico, lo sciopero della fame utilizza un gesto di sacrificazione della salute personale in virtù della causa. Si esemplifica così una forma di necropolitica, ovvero il diritto di lasciar morire individui come parte delle politiche dello stato. Il potere, nella sua massima espressione di controllo sulla vita altrui, è in grado di decidere chi vive e chi muore: Loro usano questa cosa per farci pressione, ma non ci riescono: non mangiare è una loro scelta noi non possiamo farci niente. Cerchiamo di spiegargli che è un diritto umano anche decidere di morire, siamo formati per questo. Per loro non è facile, ma per noi problemi così sono fin troppo semplici da gestire. (Intervista ad un dipendente del PRDC) La morte viene così presentata come diritto, mentre i diritti negati per cui si protesta – come l’asilo – perdono valore. L’enfasi sul “diritto a morire” esemplifica l’esercizio del potere politico che si inserisce nel bios, trasformandosi in biopotere (Foucault) e politiche di morte. L’autolesionismo è un discorso silenzioso che richiede l’attenzione di chi è responsabile della condizione che lo genera; quando questa attenzione non arriva e l’atto viene ridotto a scelta personale, esso perde efficacia. Le gerarchie di potere riducono la ribellione a un’incomprensione dei diritti umani, un’ironica distorsione per chi lotta proprio per difenderli. Nyers (2003, p.1087) 24 definisce «riconquiste sovrane» i processi di riassorbimento del dissenso dentro la logica democratica, dove anche “le prese radicali” (come uno sciopero della fame) possono essere svuotate – piuttosto che avvalorate – in nome del “diritto”. Gli operatori del centro di detenzione dichiarano di essere istruiti a “lasciar scaricare” la protesta, evitando concessioni che creino precedenti; la richiesta d’ascolto viene quindi ignorata e invalidata come ignoranza: non capire che la morte è un diritto. La psicologa del centro, parallelamente, medicalizza la protesta, concentrandosi sui corpi sofferenti e non sulla causa politica, vulnerabilizzando i detenuti anziché riconoscerli come agenti di attivismo. Lo sciopero della fame è un «attivismo impossibile» (Nyers 2003) in quanto il dolore, radicato nella condizione generale e non solo nell’atto fisico, non viene riconosciuto come sofferenza legittima. Le richieste degli scioperanti vengono depoliticizzate e normalizzate, considerate routine: Ma poi queste cose continuano a succedere, tutti a un certo punto fanno lo sciopero della fame, sono sempre le stesse cose, è una piccola abitudine ora per me. (Intervista a un ufficiale di polizia del PRDC) Lo sciopero della fame, come tutte le azioni dimostrative che coinvolgono i corpi detenuti, non può essere ridotto a una semplice “richiesta di aiuto”, svuotata di significato, strumentalizzata, ignorata e confinata entro le mura del detention center, proprio come le persone da cui prende origine. Le azioni solidali che si sviluppano all’esterno, in continuità con le proteste che partono dall’interno, cercano allora di abbattere questo confine, esercitando pressione dall’altra parte e “disturbando” lo spazio urbano per traslare in un’area di visibilità ciò che si tenta di mantenere nascosto. La città stessa può diventare il palcoscenico su cui ri-politicizzare la protesta, sottraendola all’invisibilità prodotta da polizia e personale del centro, veri e propri “guardiani di frontiera” quotidiani. Tuttavia, la protesta raramente riesce a ottenere una reale risonanza mediatica: i messaggi restano circoscritti a una cerchia sensibile, mentre la violenza interna continua indisturbata, rimanendo invisibile dietro mura e filo spinato. Sulle pareti del centro di detenzione e intorno al perimetro, compaiono i messaggi solidali dei pochi attivisti che tentano di esternalizzare la denuncia; eppure, ancora oggi, dopo anni di proteste, la maggioranza dei cittadini di Corinto ignora ciò che, dal 2012, avviene all’interno di quel confine. CONCLUSIONE Questa analisi mostra come la detenzione amministrativa non rappresenti semplicemente uno strumento tecnico di gestione delle migrazioni, come vorrebbero far passare nei messaggi propagandistici, ma un dispositivo politico attraverso cui gli stati europei esercitano forme di controllo, esclusione e violenza sui corpi delle persone in movimento. Da oltre un decennio, rapporti ufficiali, ONG e operatori denunciano sovraffollamento, violenze, mancanza di cure, epidemie e suicidi: una condizione di violenza sistemica e continuativa, conosciuta e ignorata dalle istituzioni. Eppure, il centro non solo resta aperto, ma continua a funzionare come paradigma di un sistema che normalizza l’erosione dei diritti; la violenza che si consuma in questi spazi non è un incidente né una deviazione dall’ordine stabilito, è il suo funzionamento ordinario. In questo contesto, la protesta attraverso il corpo – l’ultimo spazio di espressione e di resistenza – assume una dimensione profondamente politica: i detenuti trasformano la propria vulnerabilità in una forma di rivendicazione che mette in crisi il confine tra vita biologica e potere politico, rivelando la dimensione necropolitica delle politiche migratorie contemporanee. Tuttavia, come mostrato, queste forme di dissenso rischiano spesso di essere neutralizzate, medicalizzate, banalizzate, ridotte a comportamento individuale o riassorbite dallo stesso sistema che le genera e che rimane invisibile. E allora queste proteste non possono restare isolate, ma devono risuonare anche fuori, oltre il confinamento, intrecciandosi con chiunque creda nel valore dei diritti fondamentali. Corinto non è un’eccezione ma il sintomo di un’Europa che proclama democrazia e diritti umani, ma alimenta strutture di oppressione sistematica. Dopo oltre dieci anni di denunce, la questione non è più capire cosa accade dentro il centro, perché lo sappiamo già; bisogna però continuare a raccontarlo per fare in modo che chi ignora questi luoghi, non possa più ignorarli, che chi li tollera non debba più essere disposto a farlo. Perché nel silenzio questi luoghi crescono e cresceranno, come vedremo con il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo del 2026 che rafforzerà questa deriva, consolidando la detenzione come strumento centrale della politica migratoria. Se l’analisi storico-teorica permette di cogliere i meccanismi politici e simbolici che sostengono il sistema della detenzione amministrativa e di ricordare da quanti anni persista un dispositivo violento, sono le voci di chi vive, lavora o osserva questi luoghi a rivelarne la dimensione concreta. Spostando lo sguardo dalle strutture alle persone che le abitano o le attraversano quotidianamente, emerge la realtà dietro le mura: corpi reali, sofferenza tangibile e atti di resistenza che il sistema continua a ignorare. Nel prossimo contributo, la ricerca si apre quindi a una raccolta di voci provenienti dall’interno e dall’esterno del centro di Corinto, con l’obiettivo di restituire la complessità delle esperienze e delle percezioni che attraversano questo spazio di confine. 1. “Stranieri irregolari”, è un termine che uso tra virgolette, come fosse una citazione, per sottolineare come questa sia la dicitura utilizzata dagli istituti pubblici e dalle propagande politiche, la quale non trova però riscontro, a mio parare, con la realtà. Nello scenario attuale le persone, più che essere irregolari, sono irregolarizzate dalle politiche che prima ostacolano i percorsi di inserimento regolare e poi demonizzano con queste etichette, chi non ha avuto modo – proprio a causa delle politiche avverse – di legalizzare la sua presenza ↩︎ 2. Degli Uberti, S. (2019). Borders within. An Ethnographic Take on the Reception Policies of Asylum Seekers in Alto Adige/ South Tyrol. Archivio antropologico mediterraneo, Anno XXII, n. 21 (2), 1-21 ↩︎ 3. Decisione ministeriale congiunta 8038/23/22-M – Gazzetta ufficiale 118/B/21-1-2015, Proroga del funzionamento dei Centri di Detenzione Pre-allontanamento per Stranieri ↩︎ 4. Εφημερίδα της Κυβέρνησης της Ελληνικής Δημοκρατίας, NOMOΣ ΥΠ’ ΑΡΙΘΜ. 4939 ΦΕΚ Α 111/10.6.2022. Κύρωση Κώδικα Νομοθεσίας για την υποδοχή, τη διεθνή προστασία πολιτών τρίτων χωρών και ανιθαγενών και την προσωρινή προστασία σε περίπτωση μαζικής εισροής εκτοπισθέντων αλλοδαπών. (Trad. Gazzetta del governo della Repubblica Ellenica, LEGGE N. 4939 Gazzetta ufficiale A 111/10.6.2022. Ratifica di un codice legislativo sull’accoglienza, la protezione internazionale dei cittadini di paesi terzi e degli apolidi e la protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di stranieri sfollati) ↩︎ 5. Mbembe, A. (2003). Necropolitics. Public Culture,15 (1), 11-40. ↩︎ 6. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati. Roma: Carocci editore ↩︎ 7. Per comprendere quali paesi sono considerati “di origine sicura” ai sensi dell’articolo 92 del Codice d’asilo si legga qui: e elenco europeo dei “paesi di origine sicuri“, Commissione europea ↩︎ 8. Corinth: illustration of detention conditions in Greece, (Cap.2, B.5, pp.77-79), in “Frontex between Greece and Turkey: at the border of Denial”. FIDH, Migreurop, EMHRN ↩︎ 9. La comunità afgana in Grecia testimonia la morte di Mohammad Hassan il 27 luglio 2013, dopo 11 mesi di detenzione a Corinto, e la morte di Nezam Hakimi il 4 novembre 2013 dopo quattro mesi di detenzione nonostante malato di cancro, completamente ignorato. ↩︎ 10. Rapporto, Condizioni Detenzione amministrativa e accesso alla procedura di asilo, ottobre 2014 ↩︎ 11. Sciopero della fame nel detention center di Corinto per protestare contro la detenzione a tempo indeterminato, 2014 ↩︎ 12. Report to the Greek Government on the visit to Greece carried out by the European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT) ↩︎ 13. Η διοικητική κράτηση στην Ελλάδα: Διαπιστώσεις από το πεδίο (2018), Ελληνικό Συμβούλιο για τους Πρόσφυγες (trad: La detenzione amministrativa in Grecia: risultati sul campo (2018), Consiglio greco per i rifugiati) ↩︎ 14. Dalle parole di Matt Broomfield, articolo; «Detained and banned from Europe: a British journalist in the EU migrant detention system» ↩︎ 15. Council of Europe anti-torture Committee (CPT) again calls on Greece to reform its immigration detention system and stop pushbacks, 2024 ↩︎ 16. In seguito al naufragio al largo della costa di Kalamata, gli uomini sono stati separati dalle donne e dai bambini e trasferiti direttamente alla struttura di detenzione di Corinto. Sostenuti da Equal Rights Beyond Borders, il gruppo di uomini ha presentato un rapporto all’Ombudsman (difensore civico) il 15 febbraio 2024, contestando la legalità della detenzione ↩︎ 17. Άγρια καταστολή σε κρατούμενους πρόσφυγες της Κορίνθου, (trad. Brutale repressione dei rifugiati detenuti a Corinto), Ef.syn ↩︎ 18. L’Ombudsman è un’autorità indipendente che tutela i diritti dei cittadini e vigila sull’operato delle istituzioni pubbliche, garantendo il rispetto delle leggi e dei diritti umani. In Grecia svolge un ruolo fondamentale nella protezione dei diritti di migranti e rifugiati, monitorando le condizioni nei centri di detenzione e altri aspetti legati all’immigrazione ↩︎ 19. Si legga il rapporto ↩︎ 20. “When and how will I get out of here?” Statement on the deteriorating mental health of detainees at Corinth detention centre” (Mobile Info Team, 22 marzo 24) ↩︎ 21. Pellander, S., & Horsti, K. (2018). Visibility in mediated borderscapes: The hunger strike of asylum seekers as an embodiment of border violence. Political Geography, 66, 161-170. ↩︎ 22. Vradis, A., Papada, E., Papoutsi, A., & Painter, J. (2020). Governing mobility in times of crisis: Practicing the border and embodying resistance in and beyond the hotspot infrastructure. Society and Space, (38) 6, 981 – 990 ↩︎ 23. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198 ↩︎ 24. Nyers, P. (2003). Abject Cosmopolitanism: the politicsof protection in the anti-deportation movement. Third World Quarterly, Vol 24, No 6, 1069–1093 ↩︎