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La maglia si sfilaccia
La maglia della legalità borghese si sfilaccia nel labirinto dei piani militarizzati e i giovani e-lettori rompono i punti di sutura cuciti con fili spinati a corrente alter-nata, alimentata da società per azioni ministeriali che sanno ri-sanare ferite mafiose e lucrose con tante ma tante leggerezze… elefantiache. La maglia della legalità borghese si sfilaccia e le maga-gnate americane vanno a tutto vapore, annunciate e rin-negate da violenze atroci che cadono sulle spalle dei popoli non violenti, travolti sempre da una classe padrona e da guerre civili non dichiarate ma praticate con il beneplacito di chi sa… e non sa quello che fa. La maglia della legalità borghese si sfilaccia nell’urgenza cieca dei decreti-legge a pioggia battente sulle società civili colonizzate, sfigurate, disonorate e cro-settate con droni e missili pattuiti in un viaggio di piacere verso nuove terre, dove i mutilati di guerra corrono sul filo ster-minato delle stragi. La maglia della legalità borghese si sfilaccia e nello scenario petrol-gasato le mine vaganti dei SI-lurati e affondati ri-emergono… uniti dalla stessa dea che dalla sua testa d’uovo fa uscire stelle a strisce, fiamme tricolorate e un Premio Nobel per meriti di guerra. Pino Dicevi
March 28, 2026
Pressenza
La Toga e il Potere: le derive autoritarie e il futuro della giustizia in Italia. Imperativi per il No al referendum
In un verso del 1973, Fabrizio De André (“Storia di un impiegato”) aveva visto lungo, con lucidità profetica: «prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge»… E tornano alla mente gli episodi di compiacenza della magistratura e delle forze dell’ordine ai voleri del potere politico: dalla strage di Piazza Fontana alla strage di Via D’Amelio, passando dalla strategia della tensione allo stragismo mafioso. Non solo incidenti di percorso ma prova provata che la commistione tra potere esecutivo, apparati di sicurezza e settori compiacenti della magistratura produce mostri. E che quei mostri, in Italia, hanno goduto a lungo di impunità. Da qui la domanda effettiva a cui siamo chiamati a rispondere oggi e domani con un Sì o un No: “Volete una magistratura che risponde ai cittadini attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che risponde, anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in carica?”. Quel verso di De André ci parla ancora_ La riforma della magistratura: il nodo del referendum Ed è qui che si inserisce il progetto più ambizioso — e più pericoloso — dell’attuale maggioranza: la riforma costituzionale della magistratura, che approderà a referendum confermativo. La separazione delle carriere tra magistratura requirente (i pubblici ministeri) e magistratura giudicante (i giudici) è, in superficie, una proposta che può apparire tecnica e persino ragionevole. Ma il diavolo, come sempre, sta nei dettagli — e nelle intenzioni. Il vero cuore della riforma non è la separazione in sé, ma il ridisegno del Consiglio Superiore della Magistratura e, soprattutto, l’introduzione di un organo parallelo di controllo disciplinare — l’Alta Corte disciplinare — con una composizione che riduce l’autogoverno della magistratura e aumenta l’influenza indiretta del potere politico. In un sistema in cui i pubblici ministeri sono già strutturalmente più esposti alle pressioni esterne rispetto ai giudici, indebolire i meccanismi di autonomia significa esporre l’azione penale a condizionamenti che oggi almeno trovano un argine nelle regole. La domanda che il referendum pone ai cittadini italiani — anche se raramente viene formulata in questi termini espliciti — è: volete una magistratura che risponde ai cittadini attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che risponde, anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in carica? La storia che abbiamo ricordato — Piazza Fontana, Via D’Amelio, i depistaggi, le verità negate — ci dice cosa succede quando quella domanda trova la seconda risposta.   De André sapeva C’è una lucidità profetica nei versi di Fabrizio De André inseriti nell’album Storia di un impiegato (1973) “Sogno Numero Due” che il tempo non ha consumato, anzi ha reso più nitida: «Ascolta: una volta un giudice come me / giudicò chi gli aveva dettato la legge: / prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge. / Oggi, un giudice come me, / lo chiede al potere se può giudicare. / Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? / Vuoi essere assolto o condannato?»   De André descriveva il cortocircuito perfetto del potere che auto legifera e si autoassolve. La sequenza è sempre la stessa: prima si neutralizza il giudice scomodo, poi si riscrive la legge che lo rendeva possibile. Ciò che oggi si propone con la riforma costituzionale è semplicemente una versione più raffinata, più presentabile, più “democratica” dello stesso meccanismo. Non si cambia il giudice con un decreto: lo si rende dipendente, culturalmente e strutturalmente, da chi detiene il potere. Il risultato finale è identico: un giudice che «chiede al potere se può giudicare».   Gli scenari futuri Se il referendum dovesse approvare la riforma nella sua forma attuale, si aprirebbe una stagione nuova — e per molti versi inedita nella storia repubblicana — in cui: > I processi politicamente sensibili(corruzione, criminalità organizzata con > ramificazioni istituzionali, reati dei pubblici ufficiali) potrebbero > incontrare resistenze sistemiche anziché occasionali > > La figura del pubblico ministeropotrebbe trasformarsi progressivamente da > organo di accusa indipendente a soggetto esposto a pressioni di carriera > orientate politicamente > > Il controllo della legalità— che in Italia ha storicamente supplito alle > lacune di una politica spesso incapace di autoregolarsi — verrebbe > sensibilmente ridotto proprio negli ambiti in cui è più necessario Non si tratta di un salto diretto verso la dittatura: nessuno sta prefigurando scenari così drammaticamente lineari. Si tratta di qualcosa di più sottile e perciò più difficile da contrastare — un assottigliamento progressivo degli argini, una erosione silenziosa delle garanzie, che lascia in piedi le forme della democrazia svuotandone la sostanza. L’Italia ha una Costituzione nata dall’antifascismo che ha posto l’indipendenza della magistratura come pilastro irrinunciabile dello Stato di diritto. Quella scelta non fu casuale: chi aveva vissuto il ventennio sapeva esattamente cosa significasse una giustizia al servizio del potere politico. Settant’anni dopo, quella lezione rischia di essere dimenticata — non con la violenza, ma con la pazienza certosina di chi riscrive le regole del gioco mentre l’attenzione pubblica è altrove. De André, da quel palco immaginario del 1973, ci aveva già avvertiti. La domanda è se siamo ancora in grado di ascoltarlo. «Prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge». Poi non ci fu più bisogno di cambiare nessuno dei due. 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March 22, 2026
Pressenza