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[Parigi, Francia]: Attacco contro i complici dell’ICE
> Da Indymedia Nantes, 20.05.26 Tra l’8 e il 15 maggio abbiamo condotto diverse azioni a Parigi (graffiti, scritte con l’acido e vetri rotti) contro i complici dell’ICE: Capgemini, Palantir e Parrot Drones. Dalla sua creazione nel 2003 per mano di George W. Bush, l’ICE (l’agenzia federale responsabile del controllo dell’immigrazione e delle dogane) terrorizza le persone immigrate negli Stati Uniti, braccandole nei luoghi di lavoro, per strada e a casa, sequestrandole, rinchiudendole, torturandole, uccidendole e deportandole in massa. Con ogni nuovo governo, sia esso democratico o repubblicano, il budget e la gamma di strumenti a sua disposizione sono aumentati costantemente fino a raggiungere diverse decine di miliardi di dollari durante il secondo mandato di Trump. Solo nel 2025, l’ICE ha espulso oltre mezzo milione di persone dal territorio statunitense. Di fronte alla caccia quotidiana, ai sequestri in strada, agli scandali dei bambini rinchiusi in gabbie e delle famiglie separate e a molte altre violenze istituzionalizzate e quotidiane, le pratiche di autodifesa e resistenza si sono moltiplicate negli Stati in cui opera l’ICE. Gli/le abitanti dei quartieri presi di mira si organizzano per avvertire i/le vicini/e dell’arrivo delle pattuglie e delle retate, si aiutano a vicenda per evitare che le persone più vulnerabili escano di casa, si oppongono fisicamente agli arresti, manifestano davanti ai centri di detenzione e attaccano i veicoli e gli agenti. Questo movimento di resistenza si è ampliato quando, lo scorso gennaio, gli agenti dell’ICE hanno ucciso Renee Nicole Good e Alex Pretti in Minnesota. Da allora, si sono moltiplicate le azioni anche contro le aziende che traggono profitto dalla fascistizzazione in atto, fornendo all’agenzia veicoli, edifici, armi, software e tutti gli altri strumenti indispensabili per il suo operato. Questi appelli all’azione vanno oltre i soli Stati Uniti, poiché le aziende collaborazioniste sono presenti in tutto il mondo. Da un lato, aziende americane di sorveglianza come Palantir aprono i loro uffici in Europa per lavorare a stretto contatto con i servizi di intelligence locali. Dall’altro lato, multinazionali francesi come Capgemini, da oltre dieci anni, accumulano decine di milioni di euro grazie alla loro collaborazione con l’ICE. Mentre i media sembrano perdere progressivamente interesse per queste mobilitazioni, nove persone, coinvolte in una manifestazione contro il centro di detenzione dell’ICE a Prairieland e dichiarate colpevoli in un caso di terrorismo montato ad arte, attendono ancora la sentenza che stabilirà la durata delle pene detentive che dovranno scontare. Qui a Parigi, in molti/e ci siamo ritrovati/e spinti/e dal desiderio di dimostrare solidarietà a chi resiste all’ICE in modo concreto e pertinente: attaccando i complici dell’ICE ovunque si trovino. Siamo anche preoccupati/e per l’ascesa del fascismo intorno a noi e non abbiamo dubbi sul fatto che le tecnologie attualmente al servizio dell’ICE saranno utilizzate anche dai fascisti francesi, dato che sono già impiegate dal potere in carica (ad esempio, in Francia, Palantir rinnova il suo contratto con la DGSI e Capgemini aiuta a rintracciare i disoccupati). Agire contro i complici di Trump significa quindi anche agire contro la fascistizzazione in Francia. Per tutti questi motivi, tra l’8 e il 15 maggio, abbiamo colpito tre aziende presenti a Parigi: Capgemini, Palantir e Parrot Drones. * Palantir Technologies: oltre a fornire all’ICE software per rintracciare gli immigrati, questa azienda, specializzata in strumenti di sorveglianza basati sull’intelligenza artificiale, sta attualmente collaborando con lo Stato israeliano nella sua guerra genocida. Palantir ha diverse sedi registrate a Parigi. Ci siamo diretti/e all’edificio degli uffici «F-hive» (5, rue Charlot, 3° arrondissement), uno degli indirizzi associati all’azienda, e abbiamo inciso con l’acido sulle loro vetrate: «Palantir collaborazionista, Fuck ICE» e altri slogan. * Capgemini: al centro dello scandalo della complicità francese con l’ICE, questo altro gigante della tecnologia ha stipulato, dal 2007, contratti per decine di milioni di euro con l’agenzia. Da gennaio, i suoi dirigenti promettono di vendere la filiale «Capgemini Government Solutions» coinvolta, ma ad oggi non abbiamo alcuna notizia di questa vendita e non abbiamo alcuna intenzione di aspettare che l’azienda si arricchisca ancora di più sulle spalle dei deportati. Nel cuore del 13° arrondissement, in rue Jean-Antoine de Baïf 6-8, abbiamo visitato “Future4Care”, un acceleratore di start-up nel campo della digitalizzazione della sanità (ovvero la sorveglianza digitale dei pazienti), co-gestito da Capgemini, Orange, Sanofi e Generali. Inizialmente abbiamo imbrattato le vetrine dell’edificio, ma, poiché i nostri messaggi venivano cancellati rapidamente, qualche giorno dopo siamo tornati/e con dei martelli e abbiamo rotto diverse finestre vicino all’ingresso. * Parrot Drones: quest’altra azienda, come suggerisce il nome, produce i droni utilizzati dall’ICE al confine con il Messico e ha sede al terzo piano dell’edificio al 174-178 di Quai de Jemmapes, nel X arrondissement. Abbiamo imbrattato la sua facciata sia in alto che al piano terra con le scritte: “Fuck Drones, Fuck ICE, Parrot collaborazionista, fuoco alle frontiere”. Per questa serie di azioni, abbiamo privilegiato le aziende che operano nel campo delle tecnologie di sorveglianza, in particolare i software basati sull’IA e i droni, un settore chiave coinvolto nel controllo delle frontiere, nella repressione statale e nelle guerre genocidarie. In realtà, sono molti gli attori che collaborano con l’ICE: pensiamo a Thales, Deloitte, Enterprise, ecc. Gioiamo nel vedere iniziative simili in altre parti della Francia, come a Lione lo scorso aprile. Con l’avvicinarsi dell’estate, invitiamo i nostri compagni e le nostre compagne a moltiplicare e intensificare le azioni contro i complici della sorveglianza, dell’ascesa del fascismo e del razzismo di Stato. Dimostriamo loro che non li dimentichiamo. Impediamo ovunque il loro lavoro mortale e roviniamo la loro partenza per le vacanze, per preparare un caloroso rientro! Vendetta per Renee Nicole Good, Alex Pretti, le decine di morti in detenzione e tutti/e coloro che sono stati/e deportati/e dall’ICE. Libertà per i 9 di Prairieland e per tutti/e! ICE out of everywhere! P.S. Ecco il link per informarsi sul caso Prairieland e sostenere gli/le imputati/e: https://prairielanddefendants.com/
[San Francisco, Stati Uniti]: Attacco con molotov contro la casa di Sam Altman, fondatore e capo di OpenAI
> Da Switch Off!, 10.04.26 Articolo di Die Zeit del 18 aprile 2026 BISOGNA DISTRUGGERE LE MACCHINE? Un uomo attacca la casa di Sam Altman e i taxi autonomi vanno in fiamme. La reazione contro l’IA diventa violenta e unisce persone che altrimenti non avrebbero nulla in comune. Cosa fare quando il futuro appare minaccioso? Ci si dispera, si entra in politica o si fugge subito nella natura selvaggia? Un giovane negli Stati Uniti ha recentemente trovato una risposta diversa: dare fuoco a tutto. Venerdì scorso [10 aprile, NdT], nelle prime ore del mattino, ha lanciato una bottiglia molotov contro la casa di Sam Altman [a San Francisco, NdT], poi è fuggito a piedi ed è stato arrestato poche ore dopo con una tanica piena di cherosene davanti alla sede centrale di OpenAI. Secondo quanto riferito dall’FBI, con sé aveva un manifesto in cui si scagliava contro l’intelligenza artificiale. Secondo quanto riportato, l’uomo ha 20 anni e si chiama Daniel M. [Moreno-Gama, NdT]. I media hanno rintracciato la sua impronta digitale [ovvero la sua presenza online, NdT] trovando un account Instagram e una newsletter Substack che presumibilmente gli appartengono e che contengono diversi post sul nostro presente e futuro tecnologico. Il rischio esistenziale dell’IA è il titolo di un lungo saggio in cui l’autore mette in guardia dalla superintelligenza in arrivo e raccomanda il libro If Anyone Builds It, Everyone Dies del profeta dell’apocalisse dell’IA, Eliezer Yudkowsky. Un altro saggio si intitola Elogio funebre dell’umanità, in cui l’autore distingue tra la figura del nobile “martire”, disposto a morire per i propri ideali, e quella del “guerriero”, pronto a combattere e a uccidere per essi. Il testo si conclude con una presa di posizione: «Noi, l’umanità, meritiamo di essere difesi». Ora M. è accusato, tra le altre cose, di tentato omicidio ai danni di Sam Altman e probabilmente trascorrerà molti anni in prigione. Solo pochi giorni dopo, due sconosciuti hanno sparato contro la casa di Altman. Il movente è ancora sconosciuto. Per quanto riprovevole sia la violenza contro Altman, questo attacco sembra comunque essere anche un sintomo. Non è solo in M. che ribollono rabbia e paura di un futuro dominato dall’intelligenza artificiale, in cui l’elemento umano sembra essere facoltativo. Si tratta di un sentimento ormai radicato nell’intera società, persino a livello globale: si teme che le macchine possano sostituirci o che, per stare al passo con i tempi, dobbiamo funzionare sempre più come macchine. Questa pressione non si scarica necessariamente contro gli sviluppatori, anche se si tratta di un caso particolarmente estremo, ma spesso contro le tecnologie stesse: nel Regno Unito e negli Stati Uniti, infatti, si sono recentemente moltiplicati gli attacchi contro i robot di consegna autonomi, presi a calci, picchiati e imbrattati di graffiti. In California, culla di molte delle nostre tecnologie future, i taxi a guida autonoma sono stati sabotati o addirittura distrutti. A Indianapolis, qualcuno ha sparato 13 colpi nel cuore della notte contro la casa di un consigliere comunale, lasciando un biglietto sullo zerbino con la scritta: “NO DATA CENTERS!”. Meno militanti, ma in una sorprendente alleanza, nel Midwest degli Stati Uniti gli elettori MAGA e i socialisti, come il democratico Bernie Sanders, stanno improvvisamente remando nella stessa direzione per protestare contro la costruzione di data center per l’intelligenza artificiale ad alto consumo energetico da parte delle grandi aziende tecnologiche, e stanno vincendo: secondo un rapporto di Data Center Watch, le proteste hanno impedito o ritardato la realizzazione di data center per un valore di 64 miliardi di dollari. Paura della fine del mondo o dello sfruttamento? La controffensiva [backlash] anti-IA è ampia e, come ha recentemente scritto la rivista Fortune, forse addirittura «rivoluzionaria», nell’accezione di «assalto alla Bastiglia». Tuttavia, le persone coinvolte non formano affatto un gruppo omogeneo. Per comprendere meglio cosa si mescoli al suo interno, è utile distinguere innanzitutto due fazioni: i doomer e i luddisti. A giudicare dal suo Substack, M. apparteneva ai primi. I “doomer” dell’IA, dal termine inglese “doom” (rovina), sono talvolta utilizzati proprio come autodescrizione e guardano all’intelligenza artificiale nella sua accezione più ampia. Le loro preoccupazioni sono apocalittiche, sebbene riferite ai software, e intrise di un sentimento quasi religioso. Condividono l’ottimismo tecnologico con i più grandi sostenitori della tecnologia: sono convinti che l’IA diventerà sempre più efficace e potente, solo che non vogliono promuoverla né accelerarne lo sviluppo, ma temono che ciò avvenga. Il momento specifico che li spaventa è quello in cui un’ipotetica IA sarà in grado di riprogrammarsi e migliorarsi autonomamente. Ciò produrrebbe un’esplosione di intelligenza che farebbe sì che l’IA continui a migliorarsi fino a diventare, di fatto, Dio. I “doomer” non usano necessariamente questo termine, ma parlano piuttosto di AGI (Intelligenza Artificiale Generale) o di Singolarità. Ciò che ipotizzano per il nostro futuro è talmente lontano da ogni cosa umana che nessun termine, se non quelli teologici, sembra renderlo adeguatamente. Gli stessi amministratori delegati delle aziende tecnologiche attingono spesso alle previsioni dei “doomer” per fare marketing, combinando abilmente argomenti di destra e di sinistra. In primo luogo: «Quello che stiamo costruendo è terribilmente pericoloso!». E subito dopo: «Ma solo noi possiamo controllarlo!» Nel frattempo, però, loro continuano a sviluppare l’IA a un ritmo sempre più frenetico e con sempre meno misure di sicurezza. Una parte disillusa dei doomer, quindi, si è sempre più radicalizzata nelle proprie previsioni: Nel Substack di M. si legge che permetteremmo ai CEO del settore tecnologico di “spingerci verso l’estinzione”. Nel libro di Eliezer Yudkowsky, If Anyone Builds It, Everyone Dies, il titolo è già di per sé esplicativo; inoltre, nel 2025, l’influente documento AI 2027 ha profetizzato la catastrofe dell’IA già per l’anno prossimo. Secondo una delle due interpretazioni, alcuni onesti guerrieri lottano per un futuro umano; secondo l’altra, invece, si tratta di fanatici religiosi che, come tante sette prima di loro, sospettano che l’Armageddon sia sempre dietro l’angolo. La visione della seconda fazione anti-IA ha un carattere meno cosmico. I luddisti sono in realtà un gruppo storico di lavoratori che prende il nome da Ned Ludd, un maestro tessitore quasi mitico che, secondo la leggenda, nel 1779 distrusse due telai meccanici. Quando, nel 1810, i tessitori britannici si ribellarono all’inizio della meccanizzazione del loro lavoro, assaltarono le fabbriche e distrussero le macchine, rivendicando il leggendario generale Ludd come loro leader. In Germania, questi lavoratori distruttori di telai sono noti con un altro nome: i Maschinenstürmer. Negli Stati Uniti, sempre più esponenti della sinistra si rifanno ora a quel movimento e si definiscono neo-luddisti. Le analisi storiche dimostrano infatti che i luddisti non erano, come spesso si racconta oggi, nemici ingenui del progresso. Erano artigiani altamente qualificati che capivano perfettamente come i proprietari delle nuove macchine mirassero attivamente a svalutare la loro professione attraverso la meccanizzazione. Per molto tempo protestarono pacificamente, ma quando lo Stato avviò la repressione e i datori di lavoro continuarono a spingere sempre più in basso i salari, i tessitori iniziarono a distruggere le macchine, ma solo quelle dei datori di lavoro che prima non avevano voluto negoziare. Lasciarono intatte le altre. Fallirono. Il governo britannico represse ben presto le loro proteste con l’intervento dell’esercito. Eppure, come sostiene lo storico dell’economia Carl Benedikt Frey nel suo libro The Technology Trap, avrebbero avuto ragione: il tenore di vita dei lavoratori subì un drastico calo e ci vollero tre generazioni prima che le ricchezze del nuovo capitalismo raggiungessero i lavoratori. La rivolta contro le macchine non fu una lotta contro la tecnologia, ma contro le sue conseguenze sociali. Di questo spirito è permeata anche l’odierna coalizione di coloro che temono le conseguenze sociali dell’intelligenza artificiale più del suo potenziale distruttivo, come lo sciopero di successo dei sindacati di Hollywood contro l’uso dell’IA nella produzione cinematografica nel 2023. Ci sono state proteste contro i taxi a guida autonoma e i robot di consegna autonomi, perché presumibilmente rubano posti di lavoro o perché, a causa delle loro numerose telecamere, sono visti come parte di uno stato di sorveglianza nascente. Ci sono state manifestazioni contro i data center, perché sono la parte tangibile della rivoluzione dell’IA che viene rifiutata, o perché il loro consumo di energia e acqua è paragonabile a quello di una città di medie dimensioni, o semplicemente perché deturpano il paesaggio. Eppure, l’espansione e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale procedono senza ostacoli. Il contraccolpo, sia da parte dei luddisti che dei doomer, si fa sempre più violento e, nella loro impotenza, alcune persone sembrano trovare sempre più accettabile anche la violenza. Chi ha dato un’occhiata alle sezioni dei commenti su Facebook, Instagram o TikTok sotto gli articoli relativi all’attacco con bombe Molotov alla casa di Altman, non ha trovato molte espressioni di cordoglio, ma piuttosto esultanze e commenti sarcastici. Questo fatto ricorda immediatamente l’omicidio del CEO di UnitedHealthcare, Brian Thompson, avvenuto nel dicembre 2024, che è stato celebrato in modo trasversale da molti utenti statunitensi sui social media. La frustrazione nei confronti dell’industria sanitaria statunitense era così forte che si è persino esultato per un omicidio. Il presunto autore della sparatoria, Luigi Mangione, è diventato un beniamino del web. Ma non è solo Mangione a rappresentare un sorprendente punto di accordo negli Stati Uniti divisi: negli ultimi anni, una carriera trasversale ai partiti l’ha fatta proprio Ted Kaczynski, meglio conosciuto come l’Unabomber, che tra il 1978 e il 1995 inviò pacchi bomba negli Stati Uniti a persone che, secondo lui, promuovevano la diffusione delle moderne tecnologie. Il curioso fronte trasversale della resistenza alla tecnologia La campagna di Unabomber, morto in carcere nel 2023, all’epoca uccise tre persone e ne ferì oltre venti. Eppure, il suo manifesto Industrial Society and Its Future, che si scaglia contro il “progresso” tecnologico e inizia con la frase “La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state una catastrofe per l’umanità”, ha riscosso un successo trasversale, soprattutto negli ultimi anni. È stato pubblicamente elogiato da personaggi come Elon Musk, il profeta del movimento MAGA Tucker Carlson, anticapitalisti di sinistra e persino Luigi Mangione, che hanno poco in comune, se non, a quanto pare, la convinzione che qualcosa sia andato storto nel nostro presente tecnologico. La resistenza alla tecnologia, anche quella militante, crea fronti trasversali curiosi: ma perché? Una risposta si può forse trovare nel libro Techno-Negative, pubblicato di recente dal geografo umano Thomas Dekeyser. In questo libro, Dekeyser priva l’attuale backlash contro l’IA di ogni unicità, facendo risalire il desiderio di distruggere le macchine fino all’antichità. Ogni nuova tecnologia, infatti, ridefinisce sempre anche cosa significa essere umani, perché ci definiamo sempre anche attraverso lo scambio e la demarcazione rispetto al non umano, come spiega Dekeyser. Oggi gli sviluppatori di intelligenza artificiale pubblicizzano apertamente la loro tecnologia, che da un lato sostituirà l’uomo come apice della creazione e dall’altro fagociterà ogni lavoro che dia senso e crei valore, riducendo l’uomo a un semplice fardello di carne. Nella resistenza contro una tecnologia che pretende di essere onnipotente, forse tutti possono ritrovarsi, anche se hanno poco in comune e forse non sono affatto d’accordo sui metodi della loro alleanza improvvisata. Sulla base di una consapevolezza condivisa, possono trovare un accordo: alcune macchine devono essere distrutte.
[Montréal, Canada]: Ci siamo dati oggi il nostro pane quotidiano: rifiutiamo il «Pane-opticon» di Mamie Clafoutis
> Da Montréal Contre-Information, 02.05.26 Da invio anonimo a MTL Contre-info In linea con tutti gli espropri del 1° maggio che ci hanno preceduto, questa mattina abbiamo fatto irruzione nel Mamie Clafoutis di rue Saint-Denis, riempiendo i nostri sacchi in aperta sfida allo sguardo invadente della sorveglianza e ai falsi dei del capitalismo. In collaborazione con Leav, una start-up specializzata in tecnologie per il commercio al dettaglio, Mamie Clafoutis si vanta di essere «pioniera di una nuova era di negozi intelligenti automatizzati». Questo modello è simile a quello di Amazon Go e ha già contagiato altre città, oltre a essere salutato dai media come una nuova innovazione. Registrandosi tramite il riconoscimento facciale sulla loro app, si può ottenere il “privilegio” di acquistare il pane 24 ore su 24, 7 giorni su 7, nelle loro panetterie automatizzate e senza cassa. Sempre attivo e senza bisogno di personale, il sistema Scan & Go di Mamie Clafoutis vi spinge a partecipare alla vostra stessa sorveglianza. Non accetteremo questo meccanismo di controllo e reclusione, neanche con il pretesto di qualche istante di comodità. Deve essere stroncato sul nascere, prima che questo stile di vita tecnofilo si diffonda in ogni panetteria, in ogni mercato e in ogni momento di scambio di tempo, attenzione e consenso nelle nostre vite. Abbiamo quindi preso d’assalto facilmente quel negozio gentrificato che trasforma beni di prima necessità in articoli di lusso per i quali è necessario il riconoscimento facciale e una carta di credito per potervi accedere. Queste azioni non sono imprese eroiche, ma semplici e alla portata di chiunque voglia provarci, e spetta a noi ripeterle ancora e ancora. Il nostro sostentamento non è un prodotto da scansionare. Vogliamo ispirare chi si sente schiacciato dal giogo del capitale a prendere tutto ciò che le loro mani, le loro borse e le loro menti possono trasportare. Abbasso le telecamere, abbasso i padroni, abbasso Mamie Clafoutis! Possiamo prendere tutto! Buon 1° maggio!
[Le Vigen, Haute-Vienne, Francia]: La guerra non è un evento accidentale
> Da Indymedia Nantes, 8.05.26 Giovedì 7 maggio, all’alba, un ripetitore dell’operatore Bouygues e un trasformatore TDF per la radio digitale che trasmetteva BFM sono andati a fuoco a sud di Limoges, nella località denominata “la croix de l’arbre”. Questa infrastruttura mediatica e di telecomunicazione è stata presa di mira perché fa parte integrante dell’industria militare e del digitale imposto in ogni aspetto delle nostre vite. Per Bouygues, le guerre in corso sono un’opportunità di guadagno come un’altra. Attraverso una delle sue società, INEO Defense, garantisce l’infrastruttura di comunicazione dell’esercito francese. Quanto a BFM o RMC, le loro reti contribuiscono a renderci spettatori dei massacri in Palestina, in Libano e altrove. La guerra inizia con la pacificazione sociale e la nostra assuefazione alla narrazione egemonica diffusa dai media. Non ci soffermeremo a presentare BFM, ben nota per essere uno dei portavoce reazionari degli interessi industriali. Le loro narrazioni ci abituano anche alla nostra impotenza e definiscono al posto nostro quale sia il nemico da combattere, sia esso interno o esterno. Rifiutiamo lo sforzo bellico che vuole farci accettare l’austerità sociale come fosse una fatalità. Eppure, la spoliazione e la militarizzazione del mondo continuano a incontrare resistenza. Come dimostrato dalle persone che a milioni sono scese in piazza per la Palestina e da tutte le azioni di solidarietà. La tecnologia digitale è considerata uno dei pilastri dello sviluppo del pilotaggio da remoto tramite intelligenza artificiale nelle operazioni militari, così come Israele ne fa ampiamente uso contro il popolo palestinese. Inoltre, nei prossimi giorni, si svolgeranno nella regione delle esercitazioni militari. Non dimentichiamo che quando l’esercito si schiera, non si tratta mai solo di un’esercitazione, ma sempre di un’operazione di guerra psicologica volta ad abituare alla loro presenza e a far accettare lo stato di guerra permanente. Non restiamo indifferenti.
[DANIMARCA ]: CHIAMATA ALL’AZIONE CONTRO LA FIERA INTERNAZIONALE DEL DRONE IN DANIMARCA, AD ODENSE!
> Da Duk Dig, 27.04.26 Il 3 e 4 giugno 2026 all’aeroporto Hans Christian Andersen, i cosiddetti “attori globali” e le startup locali si incontreranno per mettere in mostra i loro ultimi giocattoli mortali. Queste persone che “fanno solo il loro lavoro” stanno realizzando macchine basate su “tecnologie dual use”. Questa tecnologia ti rende dipendente dal suo utilizzo nella vita quotidiana, ma può anche distruggere quella stessa vita a discrezione di chi la controlla. Possono provare a far finta di tenere un incontro confortevole nel cuore della Fortezza Europa, ma siamo in tanti a vivere all’interno delle mura e a prendere di mira le torri di guardia! I droni non sono giocattoli, sono proprio le macchine che terrorizzano e uccidono innumerevoli persone nelle guerre imperiali che affliggono i nostri tempi. Le persone che hanno vissuto sotto la presenza dei droni diventano caute e addirittura spaventate dai cieli azzurri e limpidi, le condizioni perfette per gli attacchi dei droni. I droni volano attraverso la Palestina occupata trasportando armamenti assistiti dall’IA mentre riproducono suoni di bambini che piangono, solo per sparare ai soccorritori in arrivo. Lo stesso data center che fornisce fidanzate virtuali e pornografia deepfake può fornire informazioni critiche a militari lontani. Le nostre gioie e paure umane più semplici diventano campi di battaglia. La tecnologia dell’intelligenza artificiale affonda le sue radici nell’eugenetica, considerando il corpo umano e l’esperienza umana come una macchina complessa che può essere compresa, classificata, migliorata e, in ultima analisi, dominata (in attesa dello sterminio). Il sistema perfetto diventa l’immagine speculare dell’uomo perfetto: un uomo bianco. Basta dare un’occhiata all’elenco dei relatori del Drone Show per vedere questi Super-uomini! Un fatto poco noto è che Odense ha grandi aspirazioni di diventare la capitale europea dei droni. Invitando aziende militari e tecnologiche e ricercatori, offre ai nostri nemici la possibilità di rafforzare le loro reti di distruzione e bellicismo. Nel parco giochi danese dei droni, vogliono mettersi in mostra e gioire di questi giocattoli ronzanti e sfreccianti che sono i sogni bagnati dei tech-bros e delle élite patriarcali. Chiamiamo una settimana internazionale di azione a partire dal 1° giugno per ostacolare e prendere di mira le aziende e le istituzioni coinvolte nella tecnologia dei droni, nella sorveglianza e nello sviluppo dell’IA! Vi invitiamo ad attaccare gli ingegneri di questi disastri! Molte delle aziende danesi hanno sedi in diverse parti del Paese, tre università danesi sono fortemente coinvolte e ci sono forniture fondamentali necessarie per ospitare un evento così imponente a Odense. Siamo convinti che la semplice protesta abbia ormai fatto il suo tempo e che l’azione diretta sia necessariaper fermare questa macchina! Traiamo ispirazione da tutti i piccoli gruppi di azione in tutto il mondo che illuminano la notte e si riprendono il cielo! Ci sono due eventi sociali che speriamo qualcuno rovini a questi colletti bianchi: l’incontro di networking presso il birrificio capitalista Anarkist: 2 giugno, dalle 18:30 alle 22:00, Albanigade 20, 5000 Odense C E la cena di IDS After Hours networking. Unitevi a loro per un’esclusiva cena di networking al G.A.S.A., Middelfartvej 9M, 5000 Odense C, il 3 giugno 2026, dalle 19:00 alle 22:00. Qui abbiamo raccolto gli attori locali della Danimarca, ma ci sono molti altri obiettivi in tutto il mondo. Con oltre 100 espositori e 1000 operatori del settore presenti alla fiera, potrete scegliere con piacere la vostra avventura locale. Organizzatori: Odense Robotics [Odense Robotics è una rete di aziende e organizzazioni danesi che promuovono l’innovazione e la crescita nel settore della robotica, dell’automazione e dei droni.] UAS Denmark Testcenter [UAS Denmark Test Center è un centro internazionale di test per droni con sede all’aeroporto Hans Christian Andersen di Odense. 1900 km² di spazio aereo sopra terra e mare, accesso a laboratori e officine, in particolare all’SDU Dronetestcenter] Partner, sponsor ed espositori: Ministero della Difesa danese [maddai!] Ministero degli Affari Esteri [chi l’avrebbe mai detto?] Invest in Odense [Mette in contatto le imprese locali con gli investitori. Dalla robotica, droni, automazione, alle scienze della vita e delle biotecnologie.] BlueTech Center [Centro di sviluppo e innovazione marittima gestito da C.C. Jensen, SIMAC, Svendborg Kommune ed Erhvervshus Fyn, a Svendborg, Fyn.] CenSec [Centro danese di innovazione per la difesa, lo spazio e la sicurezza.] SDU UAS Center [L’SDU UAS Test Center è stato fondato dall’Università della Danimarca Meridionale e conduce ricerche sulle tecnologie dei droni e sulle loro future applicazioni.] DTU [Durante l’evento parlerà della propria ricerca sulla macchina killer. L’Università Tecnica della Danimarca, spesso indicata semplicemente come DTU, è un’università politecnica e una scuola di ingegneria, specializzata nella ricerca sull’intelligenza artificiale, la sorveglianza ed altro.] Università di Aarhus [Anch’essa parlerà del proprio coinvolgimento durante l’evento. L’Università di Aarhus è un’università pubblica di ricerca.] Trafikstyrelsen [L’agenzia governativa danese responsabile della regolamentazione, della pianificazione e della sicurezza relative al trasporto pubblico in Danimarca.] Alcuni relatori locali Sapient Perception ApS, precedentemente nota come Apex Imaging ApS Relatore: Lau Nørgaard Indirizzo: Trekronergade 17, 2500 Copenaghen MyDefence A/S Relatore: Nicolai Søndergaard Laugesen Sede centrale: Bouet Møllevej 5, Nørresundy Skypuzzler ApS Relatore: Sebastian Babiarz Indirizzo: Østergade 16, 4°, 1100 Copenaghen Dansk Erhverv Forsvar Indirizzo: Børsgade 4, 1215 Copenaghen EIFO [Export- and Investment Fond Denmark] Indirizzo: Haifagade 3, 2150 Copenaghen Danish Defence ApS Indirizzo: Carlsensvej 4, 4600 Køge Svendborg Søfartskole Relatore: Thomas Gulløv Longhi Indirizzo: Overgade 6A, 5700 Svendborg Trasporti: Nessun trasporto pubblico per l’aeroporto, bus navetta per i partecipanti al mattino e alla sera. Operatore sconosciuto. Hotel convenzionati: Hotel Knudsens Gaard Milling Hotel Ansgar First Hotel Grand Odense Comwell H.C. Andersen Odense Hotel Odeon
ELECTRIC FUNERAL – Un’analisi approfondita dei circuiti della megamacchina
> Da Green Anarchy, n°15 Inverno 2004 In un mondo dominato da un’unica superpotenza, esiste un solo obiettivo privilegiato per chi non è soddisfatto dello status quo. Le infrastrutture critiche costituiscono la categoria di obiettivi più importante all’interno di tale obiettivo privilegiato, e l’infrastruttura elettrica è senza dubbio la più vulnerabile tra le infrastrutture critiche. Tenente colonnello Bill Flynt, Ufficio per la Sicurezza Interna Siamo nel 2004 e il pianeta è sotto l’assalto di una megamacchina sterminatrice che segue la propria logica tecnologica di autoannientamento. Questa struttura di potere ormai monolitica, con la sua vasta rete di maglie amministrative e reti militari, è l’inconscio suicida della storia patriarcale che si avvia verso l’Armageddon: il finale fiammeggiante e intriso di sangue del patologico istinto di morte della civiltà. Due mondi, in netto contrasto tra loro, sono entrati in violenta collisione: le acque correnti della vita libera e i pozzi stagnanti e avvelenati della civiltà tecno-industriale. Una tempesta si sta addensando e, dal rantolo di morte della nostra epoca, sta sorgendo un’ondata di nuova vita: nuovi movimenti di resistenza antiautoritaria che stanno prendendo coscienza dell’orrore e della disperazione della nostra condizione, movimenti pronti a lanciarsi in una guerra aperta contro il sistema tecno-industriale e la sua traiettoria omnicida. Questi nuovi movimenti – nati da una speranza di liberazione nell’ora più buia della nostra Terra – hanno ispirato milioni di persone in tutto il mondo e si sono opposti al sistema con una ferocia che non si vedeva in questo paese da decenni. Ma una cosa che sembra mancare a molti di questi nuovi movimenti ribelli è una strategia d’insieme, una strategia che miri e che possa portare al crollo della Macchina della Morte. Se siamo d’accordo sul fatto che il nostro obiettivo sia quello di mettere fuori uso la Megamacchina, allora dobbiamo esaminare attentamente l’anatomia fisica dell’Ordine Meccanicistico e individuare le azioni che possiamo intraprendere per «livellare il campo di gioco». Le macchine, le istituzioni e la “realtà” stessa sono costruzioni sociali e sono quindi suscettibili di decostruzione. La civiltà in cui viviamo (o, per essere più precisi, di cui siamo prigionieri) è una Civiltà Elettrica e ci sembra ovvio che la rete elettrica offra ovunque un punto debole ai sabotatori. Ammettiamolo: l’ora dell’ultimo giudizio si avvicina, il Moloch si nutre delle vittime della guerra in maniera difficile da immaginare, la struttura genetica della vita stessa viene manipolata dai mercanti di morte della scienza e stiamo finendo l’aria da respirare… Le nostre tattiche DEVONO diventare più aggressive se vogliamo abbattere – fisicamente – questo sistema marcio e trascinare via il suo cadavere putrido dalla scena mondiale una volta per tutte. L’Italia negli ‘80: emerge una strategia Questi scritti sono apparsi a Palermo in solidarietà con delle azioni in cui sono stati segati i tralicci dell’ENEL a Caorso e Montalto (linea centrale). Si tratta degli ultimi esempi di una serie di atti di sabotaggio che da tempo vengono compiuti in tutta Italia. Perché la polizia e la magistratura stanno scatenando una reazione così sproporzionata a questo tipo di azioni? A nostro avviso queste azioni dirette, che chiunque può compiere in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, li spaventano forse più della formazione stessa di un gruppo armato. Questo perché il gruppo armato specifico è controllabile grazie al programma e alla logica a cui aderisce, mentre la diffusione di atti di sabotaggio mette in difficoltà la struttura del potere perché chiunque può compiere tali atti. Basta procurarsi un seghetto e scegliere un traliccio. Questo non piace ai Verdi, ai pacifisti o agli ambientalisti perché tali azioni minano il loro lavoro di politici che tendono a omogeneizzare il movimento alla loro pratica di dissenso platonico. Riaffermiamo il nostro antagonismo e disprezzo nei confronti degli alti sacerdoti dell’ecologia. Per noi antagonisti l’azione diretta è un attacco contro le strutture che producono energia nucleare. Gruppo anarchico di Palermo, 1987 Alla fine degli anni ’80 in Italia si combatteva un’infuocata battaglia (e lo intendiamo letteralmente) contro la costruzione di centrali nucleari e contro le industrie e i think tank responsabili della produzione di questa tecnologia. Da una parte della lotta c’erano tutte le varie forze politiche riformiste (Verdi, Partito Comunista, ambientalisti, pacifisti) che proponevano leggi e referendum antinucleari e che cercavano di collocare la lotta su un piano istituzionale, pienamente integrato nella logica governativa/parlamentare. Ma una componente altrettanto importante della lotta era costituita da una confederazione informale di anarchici insurrezionalisti, libertari e compagni non allineati che operavano al di fuori e contro il quadro istituzionale e che concretizzavano la loro resistenza, non solo con blocchi alle centrali nucleari, ma come un attacco generalizzato all’energia atomica. Nel 1986 si giunse a un bivio cruciale nella lotta, quando gli anarchici – frustrati dai subdoli «giochetti» dei riformatori del nucleare – iniziarono a sviluppare un movimento autonomo e radicale contro il progetto nucleare. Come affermò all’epoca il gruppo editoriale di “ProvocAzione”: “Alle montagne di carta straccia prodotte da chi sostiene e pratica i referendum parlamentari, noi proponiamo l’azione diretta, unica possibilità di trasformare realmente questa società perché indica la necessità dell’attacco contro le strutture di dominio (comprese quelle nucleari) e gli obiettivi a cui mirare. I nostri alleati e complici sono gli antagonisti e i ribelli, perché vogliono vivere, non vegetare, ribellandosi e prendendo in giro i riformisti che predicano la sopravvivenza». Fu in questo contesto sociale che cominciarono ad emergere nuove ed efficaci strategie contro l’energia nucleare e la rete elettrica stessa… -Il 12 luglio 1987, un traliccio dell’alta tensione dell’ENEL (Ente Nazionale per Energia Elettrica) a Cosenza, in Italia, fu segato alla base. Dopo aver segato i tralicci, gli ignoti autori dell’azione notturna li fecero cadere, mettendo fuori uso una linea elettrica da 150 mila volt. Lo stesso destino toccò a un altro traliccio dell’ENEL nella zona del Brasimone il 9 settembre 1987. Anche quel traliccio, che alimentava il reattore nucleare Pec, fu sabotato da ignoti che lasciarono un volantino sul posto: “No alle centrali nucleari e a carbone, no alla guerra, no ai padroni dell’energia”. – L’8 marzo 1988, un gruppo autodenominatosi «Rivoluzionari Antinucleari» attaccò un altro traliccio dell’alta tensione in Italia. Ecco un estratto del loro comunicato: L’8 marzo abbiamo abbattuto un traliccio dell’alta tensione nella provincia di Cosenza. In questo modo intendiamo colpire la banda infame dell’ENEL, protagonista del progetto atomico in Italia e all’estero. Non deleghiamo a nessuno la nostra libertà di controllare le nostre vite e vogliamo distruggere quella che ci hanno imposto. La miseria del lavoro salariato, la morte nucleare, la crescente militarizzazione del nostro territorio e della società stessa sono le prigioni che si definiscono socialdemocrazia. L’incubo nucleare è un efficace strumento di polizia per terrorizzare la popolazione, creando quello stato di impotenza e delega necessario per continuare a governarci. La complicità dei partiti politici, con parole, giochi di potere e dolci illusioni attraverso i referendum, sta chiaramente cercando di uccidere la lotta antinucleare e seppellirla in un campo istituzionale. Noi lo rifiutiamo. La farsa della Conferenza Nazionale sull’Energia convocata dall’ENEL e dal Governo mostra la chiara volontà di far sembrare una scelta decisa da tempo come qualcosa da discutere in Parlamento. Diffondiamo il sabotaggio su tutto il territorio, colpendo le strutture che stanno portando avanti tali progetti di morte. -Nella notte tra il 12 e il 13 marzo 1988 furono abbattuti altri due tralicci: uno nella zona di Settebagni, vicino a Roma, e un altro nella zona di Cosenza. Il sabotaggio fu rivendicato con una lettera inviata all’agenzia di stampa Ansa, nella quale alcuni compagni anonimi si dichiararono contrari alle centrali nucleari. -Il 13 aprile 1988, giorno in cui il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio concesse un provvedimento di sospensione all’ENEL, che chiedeva di poter riprendere i lavori alla centrale nucleare di Montalto di Castro, si verificarono tre attentati attacchi con ordigni contro l’industria nucleare. Durante la notte, bombe carta esplosero in un laboratorio di ricerca dell’ENEL e in due aziende: la Carlo Gavazzi Control, che fabbricava condensatori, e la Passoni e Villa, che produceva componenti elettrici ed elettronici. Gli attacchi furono rivendicati da compagni anarchici in un volantino che giunse all’agenzia di stampa ANSA e a Radio Popolare a Milano il giorno successivo. Circa una settimana dopo, il 19 aprile, un’altra bomba antinucleare scoppiò presso l’agenzia di telecomunicazioni FITRE a Milano. Questo attacco era firmato con una A cerchiata. – Il 9 giugno 1988, una linea elettrica principale del comune di Vicenza fu distrutta da un incendio. Su «Sicilia Libertaria» fu pubblicato un volantino riguardante l’attacco a questa linea elettrica: Abbiamo sabotato un traliccio dell’alta tensione sopra Crotone1, dove le fabbriche riversano nuvole tossiche, inquinamento, sfruttamento, prodotti tanto inutili quanto velenosi. LA MAFIA DEL CAPITALE E I SUOI STATI STANNO METTENDO IN ATTO LA DISTRUZIONE ASSOLUTA DELLA VITA SULLA TERRA! I loro complici sono i politici, i partiti, i sindacati, gli “uomini di cultura”, gli “scienziati”. I complici forzati del proprio sterminio sono le persone corrotte e soggiogate dai miti del “benessere”, della “merce”, della “civiltà”, del “progresso”. Noi lottiamo per liberarci da questa prospettiva imminente. Ciò potrà avvenire seriamente solo dopo l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sull’ambiente. Quindi stiamo attaccando con il sabotaggio, con il rifiuto del consumismo e dello spreco, e diciamo: fermate immediatamente ogni tipo di produzione industriale e di combustione (traffico, riscaldamento, industria) che sia anche solo leggermente inquinante, e tutti gli altri processi di saccheggio dell’ambiente che sono altrettanto stupidi e omicidi. -E infine, il 15 ottobre 1988, nella zona montuosa del «Noce», in provincia di Catanzaro, un traliccio dell’ENEL da 150 mila kilowatt fu parzialmente segato. Alla base del traliccio, i Carabinieri trovarono un dispositivo temporizzato e alcuni volantini che gli ignoti sabotatori avevano lasciato sul posto. Da allora, gli attacchi alle infrastrutture elettriche sembrano essere diventati una tattica privilegiata dagli anarchici in Italia. Negli anni ’90 – parallelamente alla diffusione fulminea di computer e telefoni cellulari – si è assistito a un approfondimento della critica e a un ampliamento della prassi che ha preso di mira l’intera rete elettrica in cui siamo intrappolati. Le torri per le trasmissioni ad alta frequenza e i ripetitori cellulari sono ora bersagli comuni del sabotaggio rivoluzionario, poiché diventa sempre più evidente che il nostro pianeta si sta trasformando in un campo elettromagnetico onnipervasivo e letale, dove emissioni invisibili e correnti silenziose e cancerogene attraversano quotidianamente i nostri corpi. Voi avete il potere, ma noi abbiamo la notte In Nord America si sono verificati anche diversi casi degni di nota in cui i radicali hanno colpito le infrastrutture elettriche “dove fa male”, sebbene siano stati più sporadici e maggiormente censurati dallo Stato. Tuttavia, frammenti di folklore radicale relativi a questi episodi sopravvivono nella “tradizione orale” di certi circoli anarchici, e il ricordo di queste ribellioni non è stato completamente soffocato da decenni di propaganda di regime. Uno degli episodi più interessanti (e conosciuti) di sabotaggio elettrico in Nord America si è verificato durante il cosiddetto “Trouble on the Prairie” scoppiato negli anni ’70, durante le “guerre energetiche” tra le comunità agricole del Minnesota e le aziende elettriche sia pubbliche che private. Ad esempio, a Lowry, nel Minnesota, un gruppo di cittadini denominato «Assemblea Generale per Fermare la Linea Elettrica» si organizzò per impedire la realizzazione di una «servitù di passaggio» per una linea elettrica che attraversava i loro terreni agricoli rurali. La comunità decise di ricorrere a una «strategia diversificata»: furono organizzate manifestazioni e inviate lettere di protesta ai rappresentanti dello Stato, ma il progetto per la centrale elettrica andò comunque avanti. A quel punto furono distrutte le fondamenta e i materiali da costruzione, e i trattori tirarono giù decine di tralicci man mano che venivano eretti. Alla fine fu chiamata la Polizia di Stato, furono effettuati degli arresti e le centrali elettriche e le linee elettriche furono infine costruite e rese operative. Ma nel loro manifesto del 1981, la comunità di Lowry discusse di come il loro scontro con il governo avesse dissipato molte illusioni che un tempo nutrivano riguardo alla “democrazia”: Stiamo sopravvivendo. Non ci siamo lasciati fermare quando siamo stati ripetutamente e vergognosamente traditi dai politici. Continuiamo a sopportare le ferite inflitte da una sfilza di burocrati incompetenti che agiscono in collusione con le aziende elettriche. Non siamo stati sconfitti quando giudici insensibili hanno continuato a decidere che il tempo e il denaro delle compagnie elettriche fossero più importanti della verità, e persino più importanti della loro stessa legge. La forza bruta combinata dell’FBI, della BCA2, della polizia statale e locale e degli eserciti privati assoldati dalle aziende elettriche non è stata abbastanza forte da distruggerci. E siamo sopravvissuti alle menzogne, alle minacce, alle intimidazioni, agli inganni e alla distruzione arrogante che le stesse aziende elettriche hanno scagliato contro di noi. La linea è entrata in esercizio commerciale due anni fa e noi siamo ancora qui! Non era mai successo prima… Il 3 luglio 1981, nei pressi di Moab, nello Utah, alcuni sabotatori abbatterono un traliccio della Utah Power and Light che sosteneva linee elettriche da 345.000 volt, a sette miglia a sud del secondo Round River Rendezvous annuale organizzato da Earth First! Nessuno è mai stato arrestato per questa azione, né per una simile avvenuta un anno prima in Colorado, in cui 3,2 miglia di linee elettriche furono abbattute dopo che i loro supporti furono segati, costando alla Colorado Ute Electric Association 270.000 dollari in spese di riparazione. Ci sono alcuni altri casi di sabotaggio elettrico avvenuti negli anni Novanta di cui siamo a conoscenza, ma purtroppo questa pratica non ha ancora preso piede in Nord America (lo scopo di questo articolo è proprio quello di approfondire questo argomento). Nel 1990, dopo le celebrazioni della Giornata della Terra, individui sconosciuti che si facevano chiamare Earth Night Action Group hanno compiuto due attacchi consecutivi a Freedom, in California, segando prima due pali della luce in legno e poi abbattendo una torre di trasmissione in acciaio appartenente alla Pacific Gas and Electric Company. Ciò ha causato un’enorme interruzione di corrente che ha lasciato senza elettricità i residenti della contea di Santa Cruz per 10-18 ore. E nel febbraio 1996, sono state utilizzate bombe artigianali per attaccare un sistema SCADA3 di una centrale idroelettrica in Oregon. Sabotaggio: la via del successo La natura imperialista della rete elettrica è stata da tempo riconosciuta e contrastata anche dalle comunità indigene, ma i limiti di spazio ci impediscono di approfondire questo argomento in modo troppo dettagliato. Tra i numerosi esempi di resistenza indigena all’avanzata del mondo elettrico vi è la lotta degli indigeni venezuelani contro l’azienda statale «Electrificación del Caroni» (EDELCA). Alla fine degli anni ’90, la Federazione Indigena dello Stato di Bolívar, che comprende le comunità Pemon e altri gruppi nativi, ha protestato contro la costruzione di una linea elettrica, temendo che avrebbe portato a nuovi insediamenti minerari, turismo e urbanizzazione nelle loro terre ancestrali. Quando le loro proteste furono ignorate, la gente iniziò ad abbattere i tralicci destinati a trasportare l’elettricità dalla diga di Guri, nel sud-est del Venezuela, al nord del Brasile. L’EDELCA segnalò almeno quattro episodi di sabotaggio nel settembre del 2000, compreso uno in cui sette tralicci furono abbattuti durante la notte. Silenziare le telecomunicazioni: un dialogo con il problema Il grandioso progetto che è il cyberspazio si fonda sulle realtà concrete di ciò che è necessario per sostenerlo. I mondi artificiali e virtuali di Internet sono completamente interconnessi con l’Ordine Elettrico che permea tutto ciò che esiste, e dipendono ancora da temi antichi e ricorrenti che legano la “salute” diagnostica della civiltà alle sue fonti di energia, alla guerra e allo sfruttamento ecologico. Nel suo insieme, questa infrastruttura rappresenta e sostiene materialmente lo spettacolo dell’immaterialità ultraterrena, dipendendo al contempo da un assemblaggio fisico di cavi, spine e prese, linee di distribuzione e pali, trasformatori e centrali elettriche. Senza queste estensioni – e senza elettricità – il cyberspazio cesserebbe di esistere, e così anche la nuova economia globale, poiché dipende dall’energia elettrica, dai media e dalla tecnologia per funzionare. Data la portata dell’industria delle telecomunicazioni (in particolare di Internet) e la sua criticità per le altre infrastrutture, è facile notare come la vulnerabilità dei sistemi di comunicazione delle informazioni potrebbe paralizzare anche la struttura di potere più “impermeabile”. Un guasto alla rete di AT&T4, ad esempio, avrebbe sicuramente ripercussioni sul settore aereo, che sarebbe costretto a sospendere le operazioni poiché le torri di controllo non potrebbero comunicare tra loro. I virus informatici – un’altra forma di guerra elettronica – potrebbero essere facilmente diffusi con l’intento di danneggiare i computer collegati in rete su scala globale, compresi i servizi bancari elettronici e i mercati azionari. In effetti, basta guardare all’esercito statunitense per avere un’idea di quanto possa essere efficace la guerra elettrica. In Serbia, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno testato un missile da crociera “a grafite”, in cui contenitori di nastro di grafite esplodevano formando grandi reti di nastri sopra le linee elettriche, che poi causavano un cortocircuito nella rete elettrica provocando picchi di tensione e archi elettrici. Nelle guerre del Golfo e in Serbia, le “bombe intelligenti” a guida elettronica hanno individuato centrali elettriche e strutture di telecomunicazione tramite software di intelligenza artificiale (AI) e sistemi di posizionamento globale (GPS), in modo da neutralizzare il comando elettrico delle forze nemiche. Come ci hanno dimostrato i recenti conflitti tra Stati-nazione, il primo passo per sconfiggere l’avversario consiste nel mettere fuori uso o distruggere le sue fonti di energia artificiale. Oltre alle rivolte ai margini dei vertici economici mondiali, forse è giunto il momento che gli anarchici cerchino modi per rendere inoperante la civiltà industriale staccando la spina alla sua rete elettrica (si consiglia ai liberali che amano i loro computer e le opportunità di “networking” che presumibilmente ci offrono di riflettere sulla radice greca della parola “cyber” – kybernan – che significa controllare o governare). Un oggetto da distruggere Potrebbe darsi che, in futuro, la gente guardi indietro all’Impero americano, all’impero economico e all’impero militare, e dica: «Non si erano resi conto che stavano costruendo l’intero impero su fondamenta fragili. Avevano sostituito quelle fondamenta, fatte di mattoni e malta, con bit e byte, e non le avevano mai rinforzate. Per questo, un giorno un nemico è riuscito a presentarsi e a far crollare l’intero impero». Questo è il timore. Richard Clarke, capo del Comitato Consultivo Presidenziale sulle Infrastrutture Critiche La sola rete di trasmissione elettrica degli Stati Uniti conta 204.000 miglia di linee di trasmissione gestite da quattro reti regionali distribuite in tutto il Nord America: Western Interconnection, Eastern Interconnection, Electricity Reliability Council of Texas e Provincia del Québec. La rete ha una capacità di generazione di 800.000 megawatt ed è suddivisa nei settori della produzione, della trasmissione e della distribuzione di energia elettrica. Questi settori comprendono una rete nazionale di 5.000 centrali elettriche alimentate a gas naturale, energia nucleare, energia idroelettrica (dighe), petrolio e carbone, nonché una rete fisica di oltre 4.000 miglia di gasdotti, raffinerie, sistemi di comunicazione e sottostazioni. La struttura di base di un sistema di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica è costituita da un sistema di generazione, un sistema di trasmissione, un sistema di sottotrasmissione, un sistema di distribuzione e un centro di controllo. In genere, la comunicazione tra il sistema del centro di controllo e le apparecchiature sul campo avviene tramite reti di comunicazione di proprietà delle aziende elettriche. Oggi, la maggior parte di queste reti si basa sulla tecnologia a microonde analogica e digitale, sebbene linee dedicate, costituite da linee elettriche, satelliti e fibre ottiche svolgano certamente il loro ruolo. Queste apparecchiature sul campo, denominate Unità Terminali Remote (RTU), fungono da centro di smistamento per i dati in entrata. I sistemi di controllo digitale, come gli SCADA (Supervisory Control and Data Acquisition Systems), supervisionano e regolano infrastrutture reali quali gasdotti, raffinerie di petrolio e reti elettriche. Esistono quattro o cinque aziende, tre delle quali europee, che producono il software SCADA ampiamente utilizzato nel settore dell’energia elettrica. La maggior parte dei sistemi SCADA utilizza software operativo Microsoft, il che significa che possono essere manipolati da remoto e che i loro utenti hanno, in sostanza, un bersaglio dipinto sulla fronte. I trasformatori, le torri per le microonde e le sottostazioni di trasmissione si trovano spesso in zone isolate e disabitate. Le sottostazioni elettriche sono quasi sempre protette solo da un lucchetto sul cancello d’accesso. Una volta all’interno, un sabotatore esperto potrebbe distruggere un’intera sottostazione. Le linee elettriche ad alta tensione sono sostenute da imponenti tralicci, costruiti su fondamenta in cemento ma non progettati per resistere ad atti di sabotaggio. Ogni traliccio ha da quattro a otto gambe, fissate alle fondamenta in cemento con bulloni massicci. Chiavi inglesi, cannelli ossidrilici ed esplosivi sarebbero sufficienti a compromettere l’integrità dell’intera struttura; molte di queste linee elettriche attraversano zone desolate e vengono ispezionate solo una volta alla settimana da squadre di manutenzione, solitamente in elicottero. Probabilmente ciò che rende la rete elettrica un bersaglio così allettante è il fatto che sta già cadendo a pezzi, da sola! Il blackout del 1996 sulla costa occidentale, che ha colpito 4 milioni di persone dalla Columbia Britannica al Messico (comprese alcune zone degli Stati Uniti che si estendono dall’Oregon al Wyoming), è stato causato dal cedimento delle linee di trasmissione della Bonneville Power Administration (BPA) sui rami degli alberi. Allo stesso modo, il 28 settembre 2003, un albero sradicato dalle tempeste in Svizzera è stato ritenuto responsabile della paralisi delle forniture elettriche in tutta Italia, dopo aver reciso una linea elettrica vitale che attraversava le Alpi. L’intero territorio italiano, insieme ad alcune zone della Svizzera e dell’Austria, è stato colpito dal blackout. E, naturalmente, l’enorme blackout dello scorso agosto nel Nord-Est e in alcune zone dell’Ontario, durato diversi giorni, è stato il singolo più grande blackout nella storia degli Stati Uniti. Le forti interconnessioni tra i vari settori industriali hanno permesso anche ai ribelli non umani di sferrare colpi efficaci contro l’Impero: nel 1986, in California, un castoro abbatté strategicamente un albero dello spessore di 25 centimetri in modo che cadesse su una linea elettrica principale. Di conseguenza, 400 residenti di Cottage Grove e diverse industrie rimasero senza elettricità per 3 ore (il sabotatore vittorioso non fu mai catturato!). Nel 1987, a Ft. Pierce, in Florida, due attacchi di meduse (considerate ingiustamente da molti come una delle specie più ignobili della Terra) alla centrale nucleare di St. Lucie causarono due arresti separati (il primo attacco di meduse bloccò il sistema di raffreddamento alimentato dall’oceano della centrale, mentre il secondo coprì il sistema di filtraggio dell’acqua: la perdita finanziaria complessiva per la Florida Power and Light, Co. è stata di oltre 1 milione di dollari). E a New York, ogni anno si spendono migliaia di dollari per sostituire i cavi della TV via cavo che vengono usati dai roditori per affilarsi i denti, con grande costernazione degli appassionati del piccolo schermo. Luci spente! Con l’avanzare della tecnologia, cresce anche la sua dipendenza da altri settori: alcune infrastrutture dipendono da altre, e quando si verifica un’interruzione imprevista della capacità di trasmissione elettrica, la produzione di energia elettrica deve essere immediatamente sospesa. Altrimenti, la produzione del generatore verrebbe reindirizzata e sovraccaricherebbe le linee di trasmissione rimanenti, causando “oscillazioni di tensione” che si propagherebbero attraverso la rete elettrica e ne metterebbero fuori uso porzioni significative. Pertanto, un attacco ben pianificato che paralizzi le principali strutture energetiche potrebbe ostacolare gravemente la distribuzione del gas naturale e potrebbe facilmente portare a guasti a cascata della rete elettrica e del sistema di telecomunicazioni. I costi legati al blackout avvenuto negli Stati Uniti nell’agosto 2003 sono attualmente stimati a 700 milioni di dollari e continuano a crescere. Una settimana dopo l’interruzione di corrente negli Stati Uniti, i ribelli separatisti georgiani hanno messo fuori servizio la centrale idroelettrica di Inguri (nella zona del conflitto tra Georgia e Abkhazia), quando due tratti di una linea elettrica da 500.000 volt sono stati danneggiati dai colpi di un’arma automatica. Di conseguenza, la centrale idroelettrica di Inguri si è spenta automaticamente, lasciando tutta la Georgia senza elettricità. Inoltre, l’efficacia del sabotaggio infrastrutturale non è sfuggita agli insorti iracheni, che compiono regolarmente attacchi alle infrastrutture petrolifere, vanificando direttamente i tentativi di “ricostruzione” della coalizione e minando i finanziamenti per l’insediamento di un regime fantoccio sostenuto dalla CIA. A Bassora, i circuiti sotterranei di proprietà della Bechtel Corporation vengono regolarmente attaccati da persone che vi versano addosso del gas e danno fuoco al combustibile. Allora benvenuti nella Terra Desolata! È ora di ricominciare da capo… è ora di riconquistare il paradiso terrestre che i nostri antenati un tempo conoscevano… le profezie si stanno avverando mentre un ciclo volge al termine… riscaldamento globale, piogge acide, grave riduzione dello strato di ozono… i segni dei tempi sono ovunque, quindi assicuriamoci di essere pronti… a distruggere la Megamacchina prima che possa essere riparata… quando le linee elettriche crolleranno e le strade si disintegreranno… ci fonderemo con le piogge battenti e ci muoveremo per distruggere lo Stato! The Havoc Mass 1. NDT Questa incongruenza geografica riflette un’evidente ignoranza dell’autore nei confronti della geografia italiana. Ma questo piccolo errore a nostro parere non toglie valore al testo e al suo evidenziare l’efficacia di una strategia d’attacco alle infrastrutture e gli antecedenti storici nelle pratiche anarchiche. Ad una più approfondita ricerca storiografica il compito di ricostruire correttamente questo intenso periodo di lotta in Italia. ↩︎ 2. NDT Probabilmente ci si riferisce alla Bureau of Criminal Apprehension, un’agenzia statale incaricata di assistere le forze dell’ordine locali nelle indagini penali e negli arresti. ↩︎ 3. NDT Supervisory Control And Data Acquisition, un sistema utilizzato per monitorare e controllare a distanza i macchinari industriali. ↩︎ 4. NDT American Telephone and Telegraph. ↩︎
AI MIGLIORI MANCA OGNI CONVINZIONE
> Da Warrior Up, 08.05.25 Pur non condividendo alcune affermazioni e posizioni, pubblichiamo questo estratto del nr. 3 della rivista anti-tech Garden come contributo al dibattito sulle azioni contro le infrastrutture. * Il titolo è una citazione della poesia “The second coming” di W.B. Yeats, che nella rivista precede l’articolo qui tradotto. -------------------------------------------------------------------------------- Alla fine di questo numero [non in questa traduzione, NdT], i lettori troveranno un elenco delle sottostazioni elettriche più critiche degli Stati Uniti. Queste informazioni sono state ottenute con mezzi legali a disposizione di chiunque disponga di una connessione Internet e del tempo necessario per mettere insieme i vari pezzi. Gli strumenti utilizzati a tale scopo saranno indicati alla fine dell’elenco, così che chiunque possa verificarne o incrociarne le informazioni. Anzi, lo incoraggiamo vivamente. Siamo certi che l’elenco sia accurato e affidabile. Se queste sottostazioni venissero danneggiate e i trasformatori dell’alta tensione venissero distrutti, la maggior parte, se non tutto il Paese, verrebbe immerso in un blackout caotico della durata di almeno dodici mesi. Crediamo che questo segnerebbe l’inizio di una vera rivoluzione anti-tecnologica. Crediamo che questa rivoluzione sia possibile. Crediamo che sia necessaria. Crediamo che sia l’unica lotta che conti. Non crediamo, tuttavia, che ciò possa o debba accadere domani. Non sosteniamo l’uso della violenza contro queste sottostazioni. Qui cercheremo di essere estremamente chiari. -------------------------------------------------------------------------------- PERCHÉ NON DOVRESTE INTERVENIRE CONTRO LE SOTTOSTAZIONI Nel mese di aprile del 2013, un gruppo di individui coraggiosi e determinati, ancora non identificato, è riuscito a infiltrarsi in una sottostazione cruciale della Pacific Gas and Electric (PG&E), situata in California. L’attacco è avvenuto nel cuore della notte, quando il gruppo è entrato in una sala sotterranea della sottostazione Metcalf della PG&E e ha tagliato i cavi in fibra ottica. Successivamente, il gruppo ha iniziato a sparare sulla sottostazione per venti minuti, riuscendo a mettere fuori uso diciassette trasformatori prima dell’arrivo della polizia. Per un’analisi più approfondita dei loro metodi e strumenti, si prega di leggere l’articolo seguente intitolato “COS’È SUCCESSO A METCALF”. Sebbene l’attacco non sia riuscito a causare un blackout, ha comunque costituito il “più significativo atto di terrorismo interno che abbia mai coinvolto la rete elettrica” negli Stati Uniti, secondo l’ex commissario della Federal Energy Regulatory Commission (FERC), Jon Wellinghoff. Questo gruppo era disciplinato e aveva pianificato tutto nei minimi dettagli. Probabilmente disponevano di una radio sintonizzata sulle frequenze della polizia. Hanno tagliato prima i cavi in fibra ottica per impedire alla centrale di comunicare o di allertare la compagnia elettrica. Ciò significa che disponevano di informazioni riservate e che uno dei loro membri lavorava per la compagnia elettrica o aveva una formazione in ingegneria elettrica. Disponevano di armi, munizioni e addestramento all’uso delle armi da fuoco. Non hanno fatto alcun clamore prima dell’evento. Non è mai stata trovata alcuna prova. Nessun manifesto. Le forze dell’ordine e i funzionari governativi non sono riusciti a infiltrarsi in questo gruppo, il che significa che probabilmente non hanno comunicato in modo sostanziale tramite Internet. La squadra di Metcalf sapeva bene cosa stava facendo. L’hanno fatto in modo eccezionale, eppure hanno fallito. Nonostante tutta la loro preparazione, diligenza, determinazione e intelligenza, non sono riusciti a provocare nemmeno un blackout locale nella Silicon Valley. Al contrario, le loro azioni hanno richiamato l’attenzione a livello nazionale sulla fragile infrastruttura elettrica del Paese. Sono state costituite commissioni. Sono state approvate leggi. Sono state messe in atto misure di sicurezza. Il sistema ha riconosciuto la minaccia e ha adottato misure per rafforzarsi. Noi riteniamo possibile una rivoluzione. Abbiamo stilato questa lista e diffuso queste informazioni nel mondo perché ne siamo convinti. Non è impossibile abbattere il sistema, ma sarà incredibilmente difficile. Non esiste una singola organizzazione, figuriamoci la rete di organizzazioni esistenti oggi, che sarebbe in grado di causare anche un singolo blackout. L’operazione dovrebbe essere condotta con estrema precisione, se non tutta in una volta, almeno nell’arco di pochi giorni. Dovrebbe essere abbastanza rapida da costringere le forze dell’ordine e l’esercito a sparpagliarsi nel tentativo di mitigare il caos causato dai primi blackout, ed essere troppo dispersi per riuscire a interrompere efficacemente quelli successivi.Ciò richiederebbe reti di comunicazione radio robuste, sicure e criptate, una presenza su Internet pressoché nulla, addestramento, disciplina, coraggio, un’enorme quantità di tempo, denaro e risorse, oltre a una determinazione incrollabile a compiere un’azione che porterà inevitabilmente alla morte e alla sofferenza di molte migliaia di persone. Un eventuale fallimento porterebbe a un rafforzamento del sistema. Verrebbero approvate altre leggi. Verrebbero messe in atto ulteriori misure di sicurezza. I laboratori e le fabbriche sfornerebbero altre soluzioni hi-tech per “risolvere” la nostra “crisi energetica”. Se catturati, i responsabili trascorrerebbero il resto della loro vita in prigione. La rivoluzione verrebbe soffocata per un’altra generazione o più e tutto il lavoro svolto e i progressi compiuti per la sua realizzazione sarebbero stati vani. Il fallimento non è un’opzione. Al momento, il fallimento è l’unico esito possibile. Semplicemente, non siamo preparati. Il successo, tuttavia, è altrettanto spaventoso. Gli effetti terribili di un blackout a livello nazionale non possono essere sottovalutati. Gli ospedali crollerebbero. Coloro che dipendono dai sistemi di supporto vitale correrebbero un pericolo immediato: neonati in terapia intensiva, pazienti anziani, malati di cancro, pazienti gravemente feriti… migliaia di persone morirebbero quasi all’istante. Coloro che dipendono dalle infrastrutture mediche per sopravvivere, come i diabetici e i malati di cancro, morirebbero poco dopo, in ondate successive di tragedia. Collasso finanziario. Totale e completo. Ogni dollaro non presente in mano verrebbe perso. I risparmi di una vita spazzati via. Milioni di persone precipiterebbero nella povertà, non riuscendo a sfamarsi o a trovare un riparo. In un tale scenario, la polizia e l’esercito tenterebbero probabilmente di mantenere il controllo della situazione. È improbabile che ci riescano, ma il loro intervento provocherebbe un numero elevato di morti per mano dello Stato. Raffinerie, impianti chimici e silos missilistici rappresenterebbero tutte minacce evidenti e immediate per l’ambiente a seguito del collasso della rete elettrica. Ci vorrebbero anni per sanarne gli effetti. Sistemi fognari, semafori, acqua corrente. Tutto sparirebbe. La capacità di trovare o purificare l’acqua potabile verrebbe negata a tutti, tranne che ai più preparati. Le malattie si diffonderebbero. L’agricoltura industriale, su cui tutti noi, assurdamente, facciamo affidamento, si fermerebbe. Nessun trasporto di merci. Nessuna comunicazione o movimento tra coltivatori, trasportatori e venditori. Fame, saccheggi, rivolte e l’ascesa di centri di potere autoritari locali sarebbero inevitabili. Per non parlare degli innumerevoli animali che soffriranno e moriranno. Le vacche da latte, i cui corpi sono stati modificati geneticamente in modo da produrre ventotto volte la quantità di latte che potrebbe mai essere consumata dai loro piccoli, dipendono da macchinari che pompano il latte (e il sangue e il pus) nei frigoriferi americani. Senza queste macchine, le mucche si gonfieranno, si infetteranno e moriranno. Questo è solo un esempio, ovviamente, fornito semplicemente per sottolineare gli innumerevoli modi inimmaginabili in cui il crollo del sistema porterebbe al caos, all’agonia e alla morte. Non esiste uno scenario in cui il bilancio delle vittime, sia umane che animali, non sia nell’ordine dei milioni. Si tratterebbe del singolo evento causato dall’uomo con il maggior numero di vittime. Questo non può e non deve essere preso alla leggera. Naturalmente, pur credendo che un mondo in cui sia possibile liberarsi dalla schiavitù tecnologica valga ampiamente il costo, non riteniamo che esista un’organizzazione che possa ragionevolmente essere chiamata a sostenere anche solo un centesimo di tale costo oggi o nel prossimo futuro. La stessa rete che si preparerebbe a provocare caos e distruzione deve anche essere pronta a organizzare e difendere le proprie comunità locali. Deve inoltre essere disposta e preparata a guidare una rivoluzione anti-tecnologica. Deve aver compreso e messo in pratica i principi e le tattiche contenuti in Anti-Tech Revolution: Why and How di Ted Kaczynski, incluso lo sviluppo e la diffusione di un mito rivoluzionario, un sistema di credenze fondamentali su cui le persone possano gettare le basi e che comunichi chiaramente una comprensione del mondo e un nuovo rapporto con esso. Ci sarà molta resistenza e la capacità di organizzare, guidare e ispirare le persone sarà la qualità più importante di un’organizzazione anti-tecnologica. Se ciò che state leggendo è che una rivoluzione anti-tecnologica, che inizia con l’annientamento della rete energetica degli Stati Uniti, è impossibile senza lo sviluppo e il mantenimento di una rete di organizzazioni, allora state leggendo questo saggio correttamente. Questa è una chiamata all’azione. Solo che non si tratta dell’azione che forse vi aspettavate. Se ci organizziamo adesso, se lo facciamo sul serio, se creiamo questa rete e la aiutiamo a crescere, se facciamo tutto nel modo assolutamente giusto, allora la rivoluzione è possibile. Ma anche in quel caso sarà difficile. Incredibilmente difficile. Ma ne vale la pena. Ne varrà sempre la pena. Pubblichiamo questa lista per dimostrare che il sistema non è invincibile. Pubblichiamo questa lista affinché, qualunque forma assumano queste organizzazioni in futuro, si consolidi almeno in parte la rete dei rivoluzionari anti-tecnologici. C’è ancora tanto lavoro da fare. 1. Organizzatevi. Formate piccoli gruppi affidabili di persone di cui potete fidarvi a livello locale. 2. Stabilite metodi di comunicazione che non si basino su Internet e che siano impermeabili alla sorveglianza. Esplorate la tecnologia radio. 3. Trovate altri gruppi. Create una rete e comunicate regolarmente e in modo intelligente. 4. Investite nel materiale adeguato. 5. Allenatevi. In questo articolo, analizzeremo come un gruppo altamente organizzato ed efficiente sia quasi riuscito a provocare un blackout nella Silicon Valley. Ancora una volta. Hanno fallito. Sebbene la loro azione fosse onorevole e, a nostro avviso, giustificata, dobbiamo sottolineare ancora una volta che la pubblicazione di queste informazioni non significa che stiamo incitando alla violenza contro queste o altre sottostazioni. Farlo ora porterebbe solo a un fallimento totale e assoluto. Se sostenete la causa anti-tecnologica e credete veramente nella libertà dalla schiavitù tecnologica, allora capite che questa non è un’opzione. Quindi lo ripetiamo: NON TENTATE DI SABOTARE NESSUNA DI QUESTE SOTTOSTAZIONI! -------------------------------------------------------------------------------- UN’ANALISI DELL’ATTACCO ALLA SOTTOSTAZIONE DI METCALF DEL 16 APRILE 2013 Ricostruzione della cronologia, della metodologia, delle indagini e dei danni provocati LUOGO/DATA: * La sottostazione di Metcalf si trova alle porte di San José, in California, nella piccola località non incorporata di Coyote. * È circondata da una recinzione metallica e raggiungibile solo da due strade: la Monterey Highway e la Metcalf Road. Queste due strade si incrociano proprio di fronte alla sottostazione. La struttura è di proprietà e gestita dalla Pacific Gas and Electric (PG&E). Questa stazione fornisce molta energia alla regione della Silicon Valley. * L’attacco è avvenuto il 16 aprile 2013, un giorno dopo l’attentato alla maratona di Boston. Non ci sono prove che questi eventi siano collegati, ma sembra che la squadra potesse aver atteso un’adeguata distrazione mediatica e sia riuscita a mobilitarsi entro un giorno dall’attentato. CRONOLOGIA: * 00:58 – I cavi di telecomunicazione in fibra ottica vengono tagliati in una sala sotterranea vicino alla sottostazione, non lontano dalla US Route 101, appena fuori San Jose, lungo la Monterey Highway e la Coyote Ranch Road. Questo atto ha interrotto non solo alcuni servizi di telefonia fissa e mobile nella zona, ma ha anche messo fuori uso il sistema di emergenza 911 della regione. Per compiere l’azione sono stati utilizzati potenti tronchesi, rendendo più difficile la successiva riparazione. * 01:07 – Altri cavi utilizzati da Level 3 Communications vengono tagliati in un’altra stanza sotterranea vicino alla sottostazione di Metcalf, causando la perdita del servizio Internet per i clienti della zona. Per accedere a entrambi questi vani sotterranei, i responsabili devono rimuovere due coperchi di tombini. Si ipotizza che almeno due persone siano coinvolte in questa parte dell’attacco. * 1:31 – Le telecamere di sorveglianza vicino alla sottostazione di Metcalf registrano dei bagliori di luce che gli investigatori ritengono siano una torcia puntata verso obiettivi specifici. Le telecamere, però, sono rivolte verso l’interno, quindi non è possibile vedere nessuno nelle riprese. Nei minuti successivi, nelle riprese sono visibili diverse scintille e lampi causati da colpi d’arma da fuoco. L’attacco è iniziato sul serio. * Gli uomini armati hanno sparato al trasformatore per 19 minuti, utilizzando più di 120 colpi di munizioni. Molti colpi hanno mancato il bersaglio, ma molti altri l’hanno colpito, colpendo punti specifici nei blocchi di trasformatori e distruggendo almeno 10 trasformatori in una zona e tre in un’altra. Al termine dell’attacco, 17 trasformatori sono stati distrutti. * 01:37 – PG&E riceve gli allarmi dai sensori di movimento posizionati lungo la recinzione. * 01:41 – Il Dipartimento dello sceriffo della contea di Santa Clara riceve una chiamata al 911 da un dipendente della centrale elettrica Metcalf Energy, situata proprio lungo la strada della sottostazione. Questo dipendente aveva ancora copertura cellulare, il che significa che il taglio iniziale dei cavi in fibra ottica non aveva interrotto completamente il servizio. Il dipendente segnala degli spari. * 01:45 – I trasformatori della sottostazione Metcalf iniziano a surriscaldarsi. Dopo essere stati crivellati di fori di proiettile, i trasformatori hanno perso circa 52.000 galloni di olio di raffreddamento. Questo fa scattare una serie di allarmi presso un centro di controllo PG&E situato a 90 miglia di distanza. Di conseguenza, PG&E è in grado di deviare l’energia attraverso altre sottostazioni e prevenire gravi blackout. * 1:50 – un altro bagliore, simile a quello di una torcia agitata, è visibile nelle riprese delle telecamere di sicurezza. Questo sembra segnare la fine dell’attacco. Da questo momento in poi, non vengono sparati altri colpi. * 1:51 – meno di un minuto dopo la fine dell’attacco, arrivano gli agenti di polizia. Gli agenti trovano i cancelli del luogo ancora chiusi. * 3:15 – un tecnico della PG&E arriva alla sottostazione per valutare i danni. INDAGINI * Gli investigatori hanno rinvenuto oltre 100 bossoli, appartenenti a un’arma calibro 7,62×39 mm, probabilmente un SKS o una variante dell’AK. * Non sono state rinvenute impronte digitali su nessuno dei bossoli o dei proiettili; Non sono state trovate impronte di scarpe né tracce di pneumatici di un potenziale veicolo utilizzato per la fuga. Gli investigatori non sono riusciti a individuare alcuna prova dell’arrivo o della partenza degli uomini armati nelle riprese video. * Gli investigatori ritengono che siano state utilizzate almeno due armi, con un massimo di quattro armi impiegate durante la sparatoria. * I colpi di arma da fuoco erano diretti alle alette di raffreddamento dei trasformatori, il che ha causato la fuoriuscita dell’olio di raffreddamento e il loro surriscaldamento. * Ciò ha causato danni irreparabili ai trasformatori e ha attirato meno attenzione, dato che le alette di raffreddamento perdevano silenziosamente. Se gli uomini armati avessero preso di mira sezioni diverse dei trasformatori, il danno avrebbe potuto provocare un vasto incendio o esplosioni. * Gli uomini armati sembravano esperti nel tiro, dato che avevano sparato da una distanza di circa 25 metri. * Nella zona sono stati rinvenuti piccoli cumuli di pietre, il che indica che gli uomini armati avevano visitato il luogo in precedenza per segnare le loro posizioni di tiro. * Si ritiene inoltre che abbiano utilizzato visori notturni. * Il taglio dei cavi in fibra ottica indica che gli uomini armati conoscevano la disposizione sistematica della sottostazione di Metcalf, basata su sistemi SCADA (Supervisory Control & Data Acquisition) e non su reti cellulari come fanno altre. Gli aggressori sono stati in grado di eliminare qualsiasi sistema di allarme precoce che avrebbe allertato i centri di controllo della PG&E dei guasti ai trasformatori. DANNI * La riparazione dei danni alla sottostazione ha richiesto 27 giorni e ha avuto un costo di 15,4 milioni di dollari. Ciò ha causato fluttuazioni nel livello di energia elettrica disponibile per i residenti della zona, non solo nella parte meridionale di San Jose, ma anche a Gilroy e Morgan Hill. Nel piazzale da 500 kV della sottostazione, 10 trasformatori sono stati danneggiati, 7 nel piazzale da 230 kV e 6 interruttori automatici nel piazzale da 115 kV. È stato inoltre riferito che a seguito dei colpi di proiettile sono fuoriusciti 52.000 galloni di olio minerale, utilizzato per il raffreddamento. * I danni all’infrastruttura di telecomunicazioni in fibra ottica sono stati riparati entro 24 ore. AT&T ha avuto sei cavi tagliati e ha dovuto installare nuovi cavi per aggirare l’area colpita. Level 3 Communications ha avuto un cavo tagliato che è stato riparato entro 10 ore. * L’attacco non ha causato gravi interruzioni alla rete elettrica, poiché i funzionari sono riusciti a deviare l’energia intorno alla sottostazione di Metcalf, aumentando la produzione delle centrali elettriche nella Silicon Valley e chiedendo ai residenti di ridurre il consumo energetico fino a mezzanotte per compensare i danni alle infrastrutture. * Se l’attacco fosse stato sferrato in pieno inverno o in piena estate, avrebbe potuto causare blackout in tutta l’area di San Jose. * John Wellinghoff, presidente della Commissione Federale per la Regolamentazione dell’Energia (FERC), ritiene che una replica su larga scala dell’attacco potrebbe causare blackout in gran parte del Paese e potenzialmente mettere fuori uso la rete elettrica statunitense. Ha dichiarato inoltre che l’America è del tutto impreparata ad affrontare attacchi fisici, avendo trascorso gli ultimi anni ad adattarsi alla minaccia emergente degli attacchi informatici, sottovalutando però le vulnerabilità fisiche della rete elettrica. UN ALTRO ATTACCO * Il 27 agosto 2014, nel cuore della notte, la sottostazione di Metcalf è stata nuovamente attaccata. Un numero indeterminato di individui ha tagliato le recinzioni e ha saccheggiato gli uffici del sito, rubando oggetti, documenti e fascicoli relativi alla manutenzione della sottostazione. Tra questi c’era una copia dei piani per migliorare e prevenire il verificarsi di un disastro simile all’attacco del 2013. Queste copie non sono mai state recuperate. Il sistema di allarme, installato da poco, non si è attivato durante quest’attacco né ha allertato le autorità. Non sono state registrate immagini degli intrusi dalle telecamere di sorveglianza.