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[Germania]: Due anni di «Switch Off» – un bilancio provvisorio
> Da Sans Nom, 09.05.25 [Testo originale in tedesco pubblicato sul sito di Switch Off, 16.04.25] Sono passati due anni da quando abbiamo preso la parola per la prima volta. Quella chiamata era stata scritta nel bel mezzo del dibattito strategico in corso all’interno del movimento per il clima. All’epoca, dopo le occupazioni delle foreste di Hambi e Danni e sulla scia di Lützerath, il potenziale delle azioni di massa sembrava ormai esaurito per molti/e. In questo contesto, abbiamo voluto proporre un progetto che ponesse l’accento su azioni dirette decentralizzate. In quel momento, la consapevolezza del collasso climatico e la paura di fronte a questa minaccia ci hanno spinto a considerare l’urgenza di adottare metodi radicali e di intensificare le pratiche rivoluzionarie all’interno del movimento per il clima. Abbiamo elaborato prospettive antistatali, autonome e anarchiche di sabotaggio e volevamo metterle in pratica con maggiore forza in questo contesto. Per quanto riguarda i contenuti, ci siamo concentrati/e su un’analisi anticoloniale e critica della tecnologia. Ci siamo lasciati/e ispirare dalle lotte indigene e dalle loro pratiche di resistenza contro lo sfruttamento (neo)coloniale e la distruzione dei loro territori. Lo sfruttamento coloniale non solo fa parte della storia ideologicamente razzista dell’Occidente, ma continua a essere parte integrante delle velleità di espansione economica e imperialista di grandi aziende come la Deutsche Bahn con il megaprogetto Tren Maya. Con la nostra analisi e il nostro appello, ci siamo schierati in solidarietà con le lotte di ogni angolo del mondo. La costante distruzione del pianeta ci ha mostrato la necessità di attaccare le infrastrutture industriali e le opportunità che ciò offriva per rafforzare un coinvolgimento internazionale in queste lotte. In quel momento, le proposte per un Green New Deal dominavano da parte dello Stato, mentre la propaganda delle aziende cercava di venderci la mobilità elettrica e la digitalizzazione come soluzioni utopiche; i potenti promettevano ipocritamente al movimento per il clima di compiere i passi necessari per raggiungere l’obiettivo di [contenere il surriscaldamento globale a] 1,5 gradi. In questo contesto, caratterizzato dall’intreccio tra collasso climatico con l’aumento dell’autoritarismo nel mondo e dal cambiamento di strategia del movimento per il clima, abbiamo lanciato una chiamata con lo slogan “Switch-Off the system of destruction“, invitando a unire le forze e a collocare le nostre lotte e le nostre azioni in una cornice comune. UNO SGUARDO RETROSPETTIVO SU DUE ANNI DI PRATICHE Nel corso di questi due anni sono successe molte cose. L’appello ha avuto ampia risonanza e molti lo hanno ripreso nelle loro azioni. Le azioni intraprese sono state molteplici e hanno spaziato da attacchi concreti contro l’industria automobilistica (elettrica) e il sabotaggio di infrastrutture importanti come le ferrovie e le reti elettriche, ad azioni contro progetti di costruzione di grandi profittatori della devastazione della natura, come l’industria del cemento, i lavori stradali e lo sfruttamento della lignite. Sono stati inoltre colpiti gli attori e le filiere dell’industria degli armamenti. Numerose azioni sono state condotte in solidarietà con lotte al di fuori dell’Europa. Attacchi contro veicoli, uffici e infrastrutture della Deutsche Bahn, contro la Siemens o contro il consolato del Messico ad Amburgo hanno fatto riferimento in particolare al progetto del Tren Maya. Parole e azioni hanno portato vicinanza e gioia, trovando eco in diversi luoghi del mondo e collegandosi concretamente attraverso l’iniziativa Switch-Off. Tale ispirazione e tali relazioni internazionali di solidarietà si ritrovano, ad esempio, in: * le lotte contro l’industria del cemento e del calcestruzzo che saccheggiano la terra e avvelenano le acque nel territorio di Abya Yala; Gli attacchi ai giganti del calcestruzzo in Francia e in Germania hanno dimostrato che azioni ben mirate possono infiammare le lotte locali e avere un impatto internazionale. * Le azioni di protesta contro il grande progetto della linea [ferroviaria] della Botnia settentrionale nel nord della Svezia, che attraversa il territorio della popolazione indigena Sami, e che frammenta le loro terre spedisce su scala industriale le materie prime verso gli impianti di trasformazione verde. * Ci sono poi i movimenti di protesta persistenti contro lo sfruttamento del carbone, sia nel bosco di Sünden, adiacente alla miniera a cielo aperto di Hambach, sia nei territori degli Yukpa in Abya Yala. * Oppure negli attacchi al gasdotto Coastal Gaslink nei territori dei Wet’suwet’en e in quelli che si oppongono allo stesso progetto in Germania. Nel testo “Il conflitto in Abya Yala e la sua vicinanza a Switch-Off” si legge a questo proposito: > «Considerati i nostri punti in comune e le nostre peculiarità, e date le > emergenze e le necessità che ci spingono ad agire, ci sembra opportuno > collegare le azioni contro il meccanismo di saccheggio del continente e della > terra alla campagna “Switch Off!”, al fine di rafforzare le nostre lotte e > approfondire la battaglia contro l’esistente e il suo carattere storicamente > internazionalista, rendendo visibile in tutto il mondo l’urgente necessità di > rifiutare nella pratica questa realtà con tutti i mezzi a nostra disposizione > e dimostrando con le azioni che è possibile combatterla, ribaltando la > distruzione contro i principali responsabili e autori di queste condizioni e > mostrando anche che è possibile abbracciare una vita dignitosa, rompendo con > la miseria in cui vogliono soffocarci e seppellirci. » Il fatto che le azioni provenienti dall’area di lingua tedesca siano state percepite e che l’appello sia stato discusso anche a livello internazionale, talvolta con una partecipazione attraverso le azioni, ci ha riempito di gioia e coraggio. Gli ultimi due anni ci hanno dimostrato ancora una volta che la lotta internazionalista contro questa miseria non è un’astrazione, ma si esprime in lotte e attacchi concreti. Eppure, nonostante la gioia che queste numerose azioni dalle molteplici sfaccettature possano procurare, si può osservare che le grandi proteste e le mobilitazioni per il clima sono diminuite negli ultimi anni nell’area di lingua tedesca. Contemporaneamente, la repressione contro le azioni di blocco e di disobbedienza civile si è inasprita notevolmente, contribuendo sicuramente a questo calo. La questione ecologica sembra essere scomparsa dalla coscienza collettiva. Senza voler occultare i rapporti di sfruttamento all’interno delle società occidentali, è evidente che non possiamo aspettarci che le “masse” si mobilitino nel prossimo futuro, dal momento che gran parte della popolazione dei centri capitalisti non intende rinunciare ai propri privilegi. Tuttavia, è emerso che le azioni dirette continue non provocano solo danni materiali, ma possono anche alimentare una forza e una dinamica che vanno oltre i confini (statali). L’OBIETTIVO ERA QUELLO DI APRIRE UN DIBATTITO – HA FUNZIONATO? Switch-Off ha invitato a mettere in discussione, sabotare e attaccare in modo duraturo l’infrastruttura del capitalismo. In modo duraturo, inteso come distruzione a lungo termine delle infrastrutture industriali, e in modo diversificato, inteso come impiego di diversi tipi di mezzi. Abbiamo constatato che una parte degli attacchi che hanno ripreso questo slogan sono stati caratterizzati da una forte spettacolarità, grande finezza e convinzione, ma non hanno dimostrato una grande varietà di mezzi né una riproducibilità sufficientemente semplice. Il problema dell’appello e delle pratiche che ne sono seguite è stato, e rimane, il parziale isolamento nell’ambito delle lotte radicali. Abbiamo bisogno di tecniche sovversive riproducibili. Le forme di azione non devono essere riservate a un gruppo esclusivo che possiede già le conoscenze e gli strumenti per mettere in atto questi sabotaggi. Ecco perché riteniamo che sia necessario moltiplicare gli spazi sicuri in cui parlare di forme di azione offensive, condividere competenze e sostenersi a vicenda. Le conoscenze sulle infrastrutture critiche e sui modi per distruggerle devono essere rese più accessibili. È più facile a dirsi che a farsi. I momenti di azioni offensive spettacolari, condotte in comune durante movimenti di massa e incontri come quello di Lützerath, sono importanti e significativi, e spesso rappresentano un punto di congiunzione verso la politicizzazione, la creazione di reti e una pratica politica diversificata. Tuttavia, non possiamo aspettare questi grandi eventi. Le nostre discussioni devono svolgersi anche al di fuori di questi momenti. Negli ultimi anni, il movimento per il clima ha perso gran parte della sua importanza. Un tempo, le occupazioni di foreste, villaggi e strade erano “il punto focale numero uno” e attiravano le calunnie di politici, grandi aziende e stampa, ma il cambiamento climatico è stato ormai soppiantato dall’attualità e dalla coscienza collettiva dalle ultime guerre, dalle crisi economiche e dal dibattito razzista sull’immigrazione. Eppure, ci sono sviluppi attuali che, nel campo di tensione tra le lotte ecologiche e la crescente fascistizzazione, mostrano prospettive di resistenza. È il caso, ad esempio, delle proteste a Grünheide contro la Gigafactory di Tesla e dell’attacco incendiario del gruppo Volcan, che ha sicuramente fatto irruzione in molte discussioni attorno al tavolo della cucina, dimostrando ancora una volta l’efficacia dell’azione diretta. Gli attacchi a Tesla, che hanno già tolto dalla circolazione centinaia di queste auto in diverse parti del mondo, mostrano l’enorme forza che può scaturire da azioni dirette, attacchi, sabotaggi, testi e gesti di ribellione di ogni tipo, quando tutto questo viene messo in relazione. In una certa misura, siamo riusciti/e a portare l’azione diretta e il sabotaggio al centro del dibattito strategico del movimento per il clima come metodi di lotta contro la distruzione del pianeta. Ma è difficile determinarne gli effetti. Alcune azioni e comunicati hanno avuto una certa diffusione anche al di fuori del movimento, ma hanno anche incontrato una reazione negativa diffusa a livello sociale. SWITCH-OFF NEL CONTESTO DELLA FASCISTIZZAZIONE, DELLA MILITARIZZAZIONE E DELLA POLITICA DELLE FRONTIERE Le previsioni di un aggravamento delle crisi globali più disparate si sono quasi accalcate alla porta. Dal 17 febbraio 2022, la seconda invasione dell’Ucraina da parte della Russia si è intensificata. Dopo il massacro del 7 ottobre 2023, Israele ha lanciato una guerra distruttiva contro la Striscia di Gaza, il Libano e la Siria. Altre guerre ad alta intensità in Congo, Kurdistan, Yemen, Myanmar e Sudan delineano una militarizzazione generale e un aumento dei conflitti militari. I politici riconoscono, sfruttano e alimentano questa dinamica. Ripetendo il ben noto ritornello dell’assenza di alternative, ci offrono una prospettiva molto limitata: in un momento in cui incombe la minaccia di una guerra mondiale, sarebbe più importante chiudersi in se stessi, essere in grado di difendersi e garantire la propria supremazia. In questo modo, utilizzano una retorica che presenta eloquenti parallelismi con la guerra fredda e cercano di dividere il mondo in leader buoni e cattivi. Questa logica militare si ritrova anche nel modo di affrontare altre crisi. Consiste nel garantire risorse con mezzi bellici. La “questione della difesa” viene utilizzata in modo efficace e palese per mettere da parte tutti gli altri conflitti sociali. Il secondo governo Trump sta attualmente dimostrando con quanta rapidità le conquiste (riformiste) ottenute con una lotta durata decenni possano essere semplicemente gettate a mare. Stiamo assistendo a un massiccio contraccolpo patriarcale che vorrebbe distruggere i risultati ottenuti dai movimenti antirazzisti, femministi e queer dopo decenni di lotte. Pochi padroni in questo mondo hanno il potere di abolire i “diritti umani”, come il diritto all’aborto, all’autodeterminazione di genere, all’obiezione di coscienza, al diritto d’asilo, ecc. Questa fragilità mostra l’enorme dipendenza dallo Stato e che non esiste, né può esistere, una dignità umana universale nell’ambito dei rapporti esistenti. I “diritti umani” non sono altro che semplici concessioni da parte dello Stato. La situazione attuale mostra chiaramente che, anche quando sono stati ottenuti al prezzo di duri sforzi e di sangue, i diritti civili sono, nel migliore dei casi, una scommessa sul tempo e non possono quindi essere l’obiettivo delle nostre lotte. Questa fascistizzazione si osserva in tutto il mondo. Ovunque, le forze fasciste e autoritarie si rafforzano e si insediano al potere. I partiti borghesi si distinguono per la loro politica razzista alle frontiere e per la repressione sociale contro le persone povere, stigmatizzate ed emarginate dal sistema, che non fa che aumentare. I governi che agiscono in modo sempre più autoritario provengono dal “vecchio centro borghese” che ha cercato di superare a destra i populisti di estrema destra. Allo stesso tempo, la militarizzazione e il riarmo dell’esercito e delle frontiere, di cui si è parlato in precedenza, vengono presentati come inevitabili. Ovunque si sta conducendo una guerra sempre più accesa contro le persone sfollate a causa delle catastrofi. Queste ultime sono sempre più bersaglio della propaganda fascista e della politica migratoria razzista. CONFLITTI PER LE RISORSE. L’INDUSTRIA DEI MICROCHIP COME SETTORE CHIAVE Gli Stati e le imprese esigono sempre più apertamente che le risorse siano protette militarmente. Non si tratta solo di litio e terre rare, ma anche di siti per le industrie chiave ad alto valore aggiunto. L’intelligenza artificiale è considerata uno di questi elementi: una tecnologia che non potrebbe esistere senza la potenza di calcolo dei microprocessori più moderni. Questi ultimi sono progettati da Nvidia nella Silicon Valley e prodotti esclusivamente a Taiwan da TSMC e altri (con macchine di esposizione uniche al mondo prodotte da ASML a Eindhoven). Attualmente, gli Stati Uniti e l’UE stanno investendo ingenti somme di denaro per sviluppare un’industria “nazionale” dei microchip, con l’obiettivo di assicurarsi la supremazia tecnologica nei confronti della Cina, considerata un “rivale sistemico”. La produzione di microchip richiede terre rare e grandi quantità di energia. Per ridurre la dipendenza dalle importazioni, la natura viene sfruttata ancora più intensamente nelle periferie europee. L’opposizione locale alla miniera di Jadar del gruppo anglo-australiano Rio Tinto in Serbia ha messo in evidenza lo squilibrio di potere all’interno dell’Europa. Nonostante la resistenza contro la miniera avesse avuto successo e il progetto fosse stato annullato, Olaf Scholz si è recato personalmente a Belgrado per dare nuovo impulso alla ripresa del progetto. Le case automobilistiche tedesche, infatti, hanno bisogno di litio per le loro auto elettriche. Questa dinamica si riscontra anche in altri progetti legati al litio in Portogallo e in diverse miniere presso i Sapmi. Tuttavia, l’aumento dello sfruttamento minerario non riguarda solo i margini dell’Europa, ma anche il suo centro, e le possibilità di resistenza sono infinite. Un esempio lampante della brutalità con cui l’Occidente sfrutta le risorse è dato dalle condizioni poste dagli Stati Uniti per continuare a sostenere militarmente l’Ucraina: > «[Così] il senatore repubblicano [Lindsey Graham] della Carolina del Sud ha > spiegato perché l’Occidente dovrebbe assolutamente vincere la guerra in > Ucraina: il Paese sarebbe una “miniera d’oro”. Solo nei territori occupati > dalla Russia si troverebbero materie prime strategiche per un valore di 12 > trilioni di dollari americani. “Non vorrei lasciare questa manna a Putin > affinché la divida con la Cina […] Se aiutiamo l’Ucraina ora, essa potrà > diventare il partner economico che abbiamo sempre sognato”. Fin dai loro esordi, i microprocessori costituiscono un’importante tecnologia militare. Bisogna quindi considerare gli stabilimenti di produzione di chip come parte della necessaria apertura economica in vista dei preparativi di guerra. Tuttavia, le tecnologie chiave non giocano un ruolo determinante solo nell’intreccio geopolitico tra clima e guerra. Sempre più tecnologie chiave per uso “civile” e “militare” vengono prodotte da piccole start-up. Queste ultime si attribuiscono spesso un’immagine di modernità e progresso. Si vantano di contribuire a un futuro ecologico e rispettoso dell’ambiente. Tuttavia, omettono volentieri il fatto che queste tecnologie contribuiscono eccellentemente anche all’industria degli armamenti e vengono utilizzate per uccidere. In alternativa, le aziende produttrici di armi diventano immediatamente “woke” e, con un cinismo a malapena credibile, si danno una sverniciata di ecologismo. Esistono già munizioni biodegradabili e una produzione “sostenibile” di missili e sembra che sia solo questione di tempo prima che il primo carro armato elettrico esca dalle linee di produzione. Se un tempo i settori trainanti erano il gas e il carbone, oggi sono l’intelligenza artificiale e l’alta tecnologia a fare la differenza. In una fitta rete di interconnessioni, diverse aziende e start-up collaborano tra loro, dando vita a un’industria degli armamenti tecnologicamente avanzata e caratterizzata da complesse catene di approvvigionamento. In un certo senso, consideriamo anche questo come un’opportunità per combattere questa industria tecnologica degli armamenti. Infatti, le tecnologie chiave, sempre più specializzate, dipendono da catene di approvvigionamento sempre più diversificate. Ed è proprio qui che si può intervenire per provocare interruzioni e attaccare la produzione delle piccole start-up. L’IA COME TECNOLOGIA CHIAVE E ARMA DA GUERRA La più grande e rilevante di queste tecnologie è senza dubbio l’intelligenza artificiale, che i tecnocrati considerano la soluzione a tutti i problemi. Come si potrebbero altrimenti gestire le quantità inimmaginabili di dati necessarie per pilotare droni-taxi autonomi nel traffico urbano, così come su un campo di battaglia? Come può funzionare la gestione del flusso di energia elettrica in una rete con un numero sempre maggiore di consumatori e fornitori non lineari senza l’intelligenza artificiale? E come si possono analizzare le immagini riprese ovunque e in ogni momento? Ovviamente, si presta ben poca attenzione al fatto che questa tecnologia assorba un’enorme quantità di risorse. La produzione di chip elettronici richiede molta acqua e i centri di calcolo dell’intelligenza artificiale consumano così tanta energia che Microsoft è stata la prima azienda a installare una centrale nucleare per alimentarli. I programmi “Lavender” e “Where’s Daddy“, utilizzati da Israele nella guerra di Gaza, gestiscono per l’esercito la quasi totalità della scelta degli obiettivi per gli attacchi aerei. Su una scala da 1 a 100, la macchina valuta l’appartenenza a gruppi militanti di tutti gli abitanti della Striscia di Gaza. Il tutto sulla base dei dati dei servizi di intelligence. Il software propone quindi degli obiettivi e segnala la presenza della vittima a casa, nella sua cerchia familiare. Anche il numero di vittime civili che si ritiene accettabile e l’importanza militare di un obiettivo sono fattori che giocano un ruolo. Sono state così giustiziate diverse decine di migliaia di palestinesi, su proposta di un computer e con l’approvazione degli ufficiali israeliani. Questo esempio dimostra ancora una volta che l’IA non potrà mai essere uno strumento di emancipazione, poiché dopo aver controllato la distruzione e l’annientamento della vita, produce subito dopo un video pubblicitario che mostra come si potrebbe progettare una località balneare sulle rovine di Gaza. È difficile cogliere appieno l’orrore di questi processi. LA PAURA DEVE CAMBIARE CAMPO Abbiamo paura: paura del fascismo, della crescente repressione, della guerra, di quel fucking Trump e dei fanatici che governano il mondo. Ci sentiamo incapaci di muoverci, perché tutto sembra precipitare: siamo paralizzati/e dalla catastrofe climatica che degenera. Sappiamo che i dominanti vogliono vederci incapaci di agire, neutralizzati/e e impotenti, ma non gli daremo questa soddisfazione. Vogliamo farla finita con lo Stato e la sua società. Tuttavia, le nostre vite sono così intrecciate con le strutture statali e l’industria che è difficile pensare al di fuori di questa logica. Eppure, sappiamo anche che non dovremmo lasciarci guidare da questa paura. Ci spinge a tornare verso vecchie certezze, perché abbiamo paura di perdere i nostri privilegi. Sappiamo anche che la miglior difesa è l’attacco. Facciamo fatica a individuare una strada chiara per i nostri progetti e a elaborare una prospettiva che ci conduca a un futuro migliore. Ci sentiamo deboli e indifesi di fronte ai rapporti di forza esistenti, ma abbiamo imparato che non ha senso rivolgersi allo Stato, perché non fa altro che riprodurre le condizioni che ci rendono impotenti. E nonostante tutta questa miseria, sappiamo di poter contare gli uni sugli altri, di poter attingere forza e vigore dalle nostre lotte, dalla nostra solidarietà e dalla nostra diversità. Non abbiamo bisogno di una linea unica, ma di idee chiare e di un senso di mutuo appoggio. Cerchiamo la reciprocità, l’incontro, la critica, l’ispirazione e i legami tra le nostre lotte. Non perché vogliamo diventare un partito, ma perché abbiamo bisogno gli uni degli altri e perché ci riconosciamo nella rabbia che divampa in tutto il mondo, rinnovandosi ogni volta. Amore a chi è là fuori, nel caos delle lotte, delle azioni e dei progetti; là fuori nella notte, nelle galere, nella clandestinità, nelle foreste, nelle strade, per mari e alle frontiere. Abbiamo intrapreso questa strada: chissà dove ci porterà? Abbiamo imparato dai/lle guerrieri/e indigeni/e che il mondo è già sprofondato molte volte. Qualunque cosa accada, ci rivedremo là fuori. > «Dimentichiamo l’avanguardia, non ci serve a nulla: una rivolta generalizzata, > senza leader né centro di gravità, è precisamente ciò che nessun esercito o > polizia potrà mai sperare di domare» (Total Liberation). Switch off the system of destruction
ELECTRIC FUNERAL – Un’analisi approfondita dei circuiti della megamacchina
> Da Green Anarchy, n°15 Inverno 2004 In un mondo dominato da un’unica superpotenza, esiste un solo obiettivo privilegiato per chi non è soddisfatto dello status quo. Le infrastrutture critiche costituiscono la categoria di obiettivi più importante all’interno di tale obiettivo privilegiato, e l’infrastruttura elettrica è senza dubbio la più vulnerabile tra le infrastrutture critiche. Tenente colonnello Bill Flynt, Ufficio per la Sicurezza Interna Siamo nel 2004 e il pianeta è sotto l’assalto di una megamacchina sterminatrice che segue la propria logica tecnologica di autoannientamento. Questa struttura di potere ormai monolitica, con la sua vasta rete di maglie amministrative e reti militari, è l’inconscio suicida della storia patriarcale che si avvia verso l’Armageddon: il finale fiammeggiante e intriso di sangue del patologico istinto di morte della civiltà. Due mondi, in netto contrasto tra loro, sono entrati in violenta collisione: le acque correnti della vita libera e i pozzi stagnanti e avvelenati della civiltà tecno-industriale. Una tempesta si sta addensando e, dal rantolo di morte della nostra epoca, sta sorgendo un’ondata di nuova vita: nuovi movimenti di resistenza antiautoritaria che stanno prendendo coscienza dell’orrore e della disperazione della nostra condizione, movimenti pronti a lanciarsi in una guerra aperta contro il sistema tecno-industriale e la sua traiettoria omnicida. Questi nuovi movimenti – nati da una speranza di liberazione nell’ora più buia della nostra Terra – hanno ispirato milioni di persone in tutto il mondo e si sono opposti al sistema con una ferocia che non si vedeva in questo paese da decenni. Ma una cosa che sembra mancare a molti di questi nuovi movimenti ribelli è una strategia d’insieme, una strategia che miri e che possa portare al crollo della Macchina della Morte. Se siamo d’accordo sul fatto che il nostro obiettivo sia quello di mettere fuori uso la Megamacchina, allora dobbiamo esaminare attentamente l’anatomia fisica dell’Ordine Meccanicistico e individuare le azioni che possiamo intraprendere per «livellare il campo di gioco». Le macchine, le istituzioni e la “realtà” stessa sono costruzioni sociali e sono quindi suscettibili di decostruzione. La civiltà in cui viviamo (o, per essere più precisi, di cui siamo prigionieri) è una Civiltà Elettrica e ci sembra ovvio che la rete elettrica offra ovunque un punto debole ai sabotatori. Ammettiamolo: l’ora dell’ultimo giudizio si avvicina, il Moloch si nutre delle vittime della guerra in maniera difficile da immaginare, la struttura genetica della vita stessa viene manipolata dai mercanti di morte della scienza e stiamo finendo l’aria da respirare… Le nostre tattiche DEVONO diventare più aggressive se vogliamo abbattere – fisicamente – questo sistema marcio e trascinare via il suo cadavere putrido dalla scena mondiale una volta per tutte. L’Italia negli ‘80: emerge una strategia Questi scritti sono apparsi a Palermo in solidarietà con delle azioni in cui sono stati segati i tralicci dell’ENEL a Caorso e Montalto (linea centrale). Si tratta degli ultimi esempi di una serie di atti di sabotaggio che da tempo vengono compiuti in tutta Italia. Perché la polizia e la magistratura stanno scatenando una reazione così sproporzionata a questo tipo di azioni? A nostro avviso queste azioni dirette, che chiunque può compiere in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, li spaventano forse più della formazione stessa di un gruppo armato. Questo perché il gruppo armato specifico è controllabile grazie al programma e alla logica a cui aderisce, mentre la diffusione di atti di sabotaggio mette in difficoltà la struttura del potere perché chiunque può compiere tali atti. Basta procurarsi un seghetto e scegliere un traliccio. Questo non piace ai Verdi, ai pacifisti o agli ambientalisti perché tali azioni minano il loro lavoro di politici che tendono a omogeneizzare il movimento alla loro pratica di dissenso platonico. Riaffermiamo il nostro antagonismo e disprezzo nei confronti degli alti sacerdoti dell’ecologia. Per noi antagonisti l’azione diretta è un attacco contro le strutture che producono energia nucleare. Gruppo anarchico di Palermo, 1987 Alla fine degli anni ’80 in Italia si combatteva un’infuocata battaglia (e lo intendiamo letteralmente) contro la costruzione di centrali nucleari e contro le industrie e i think tank responsabili della produzione di questa tecnologia. Da una parte della lotta c’erano tutte le varie forze politiche riformiste (Verdi, Partito Comunista, ambientalisti, pacifisti) che proponevano leggi e referendum antinucleari e che cercavano di collocare la lotta su un piano istituzionale, pienamente integrato nella logica governativa/parlamentare. Ma una componente altrettanto importante della lotta era costituita da una confederazione informale di anarchici insurrezionalisti, libertari e compagni non allineati che operavano al di fuori e contro il quadro istituzionale e che concretizzavano la loro resistenza, non solo con blocchi alle centrali nucleari, ma come un attacco generalizzato all’energia atomica. Nel 1986 si giunse a un bivio cruciale nella lotta, quando gli anarchici – frustrati dai subdoli «giochetti» dei riformatori del nucleare – iniziarono a sviluppare un movimento autonomo e radicale contro il progetto nucleare. Come affermò all’epoca il gruppo editoriale di “ProvocAzione”: “Alle montagne di carta straccia prodotte da chi sostiene e pratica i referendum parlamentari, noi proponiamo l’azione diretta, unica possibilità di trasformare realmente questa società perché indica la necessità dell’attacco contro le strutture di dominio (comprese quelle nucleari) e gli obiettivi a cui mirare. I nostri alleati e complici sono gli antagonisti e i ribelli, perché vogliono vivere, non vegetare, ribellandosi e prendendo in giro i riformisti che predicano la sopravvivenza». Fu in questo contesto sociale che cominciarono ad emergere nuove ed efficaci strategie contro l’energia nucleare e la rete elettrica stessa… -Il 12 luglio 1987, un traliccio dell’alta tensione dell’ENEL (Ente Nazionale per Energia Elettrica) a Cosenza, in Italia, fu segato alla base. Dopo aver segato i tralicci, gli ignoti autori dell’azione notturna li fecero cadere, mettendo fuori uso una linea elettrica da 150 mila volt. Lo stesso destino toccò a un altro traliccio dell’ENEL nella zona del Brasimone il 9 settembre 1987. Anche quel traliccio, che alimentava il reattore nucleare Pec, fu sabotato da ignoti che lasciarono un volantino sul posto: “No alle centrali nucleari e a carbone, no alla guerra, no ai padroni dell’energia”. – L’8 marzo 1988, un gruppo autodenominatosi «Rivoluzionari Antinucleari» attaccò un altro traliccio dell’alta tensione in Italia. Ecco un estratto del loro comunicato: L’8 marzo abbiamo abbattuto un traliccio dell’alta tensione nella provincia di Cosenza. In questo modo intendiamo colpire la banda infame dell’ENEL, protagonista del progetto atomico in Italia e all’estero. Non deleghiamo a nessuno la nostra libertà di controllare le nostre vite e vogliamo distruggere quella che ci hanno imposto. La miseria del lavoro salariato, la morte nucleare, la crescente militarizzazione del nostro territorio e della società stessa sono le prigioni che si definiscono socialdemocrazia. L’incubo nucleare è un efficace strumento di polizia per terrorizzare la popolazione, creando quello stato di impotenza e delega necessario per continuare a governarci. La complicità dei partiti politici, con parole, giochi di potere e dolci illusioni attraverso i referendum, sta chiaramente cercando di uccidere la lotta antinucleare e seppellirla in un campo istituzionale. Noi lo rifiutiamo. La farsa della Conferenza Nazionale sull’Energia convocata dall’ENEL e dal Governo mostra la chiara volontà di far sembrare una scelta decisa da tempo come qualcosa da discutere in Parlamento. Diffondiamo il sabotaggio su tutto il territorio, colpendo le strutture che stanno portando avanti tali progetti di morte. -Nella notte tra il 12 e il 13 marzo 1988 furono abbattuti altri due tralicci: uno nella zona di Settebagni, vicino a Roma, e un altro nella zona di Cosenza. Il sabotaggio fu rivendicato con una lettera inviata all’agenzia di stampa Ansa, nella quale alcuni compagni anonimi si dichiararono contrari alle centrali nucleari. -Il 13 aprile 1988, giorno in cui il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio concesse un provvedimento di sospensione all’ENEL, che chiedeva di poter riprendere i lavori alla centrale nucleare di Montalto di Castro, si verificarono tre attentati attacchi con ordigni contro l’industria nucleare. Durante la notte, bombe carta esplosero in un laboratorio di ricerca dell’ENEL e in due aziende: la Carlo Gavazzi Control, che fabbricava condensatori, e la Passoni e Villa, che produceva componenti elettrici ed elettronici. Gli attacchi furono rivendicati da compagni anarchici in un volantino che giunse all’agenzia di stampa ANSA e a Radio Popolare a Milano il giorno successivo. Circa una settimana dopo, il 19 aprile, un’altra bomba antinucleare scoppiò presso l’agenzia di telecomunicazioni FITRE a Milano. Questo attacco era firmato con una A cerchiata. – Il 9 giugno 1988, una linea elettrica principale del comune di Vicenza fu distrutta da un incendio. Su «Sicilia Libertaria» fu pubblicato un volantino riguardante l’attacco a questa linea elettrica: Abbiamo sabotato un traliccio dell’alta tensione sopra Crotone1, dove le fabbriche riversano nuvole tossiche, inquinamento, sfruttamento, prodotti tanto inutili quanto velenosi. LA MAFIA DEL CAPITALE E I SUOI STATI STANNO METTENDO IN ATTO LA DISTRUZIONE ASSOLUTA DELLA VITA SULLA TERRA! I loro complici sono i politici, i partiti, i sindacati, gli “uomini di cultura”, gli “scienziati”. I complici forzati del proprio sterminio sono le persone corrotte e soggiogate dai miti del “benessere”, della “merce”, della “civiltà”, del “progresso”. Noi lottiamo per liberarci da questa prospettiva imminente. Ciò potrà avvenire seriamente solo dopo l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sull’ambiente. Quindi stiamo attaccando con il sabotaggio, con il rifiuto del consumismo e dello spreco, e diciamo: fermate immediatamente ogni tipo di produzione industriale e di combustione (traffico, riscaldamento, industria) che sia anche solo leggermente inquinante, e tutti gli altri processi di saccheggio dell’ambiente che sono altrettanto stupidi e omicidi. -E infine, il 15 ottobre 1988, nella zona montuosa del «Noce», in provincia di Catanzaro, un traliccio dell’ENEL da 150 mila kilowatt fu parzialmente segato. Alla base del traliccio, i Carabinieri trovarono un dispositivo temporizzato e alcuni volantini che gli ignoti sabotatori avevano lasciato sul posto. Da allora, gli attacchi alle infrastrutture elettriche sembrano essere diventati una tattica privilegiata dagli anarchici in Italia. Negli anni ’90 – parallelamente alla diffusione fulminea di computer e telefoni cellulari – si è assistito a un approfondimento della critica e a un ampliamento della prassi che ha preso di mira l’intera rete elettrica in cui siamo intrappolati. Le torri per le trasmissioni ad alta frequenza e i ripetitori cellulari sono ora bersagli comuni del sabotaggio rivoluzionario, poiché diventa sempre più evidente che il nostro pianeta si sta trasformando in un campo elettromagnetico onnipervasivo e letale, dove emissioni invisibili e correnti silenziose e cancerogene attraversano quotidianamente i nostri corpi. Voi avete il potere, ma noi abbiamo la notte In Nord America si sono verificati anche diversi casi degni di nota in cui i radicali hanno colpito le infrastrutture elettriche “dove fa male”, sebbene siano stati più sporadici e maggiormente censurati dallo Stato. Tuttavia, frammenti di folklore radicale relativi a questi episodi sopravvivono nella “tradizione orale” di certi circoli anarchici, e il ricordo di queste ribellioni non è stato completamente soffocato da decenni di propaganda di regime. Uno degli episodi più interessanti (e conosciuti) di sabotaggio elettrico in Nord America si è verificato durante il cosiddetto “Trouble on the Prairie” scoppiato negli anni ’70, durante le “guerre energetiche” tra le comunità agricole del Minnesota e le aziende elettriche sia pubbliche che private. Ad esempio, a Lowry, nel Minnesota, un gruppo di cittadini denominato «Assemblea Generale per Fermare la Linea Elettrica» si organizzò per impedire la realizzazione di una «servitù di passaggio» per una linea elettrica che attraversava i loro terreni agricoli rurali. La comunità decise di ricorrere a una «strategia diversificata»: furono organizzate manifestazioni e inviate lettere di protesta ai rappresentanti dello Stato, ma il progetto per la centrale elettrica andò comunque avanti. A quel punto furono distrutte le fondamenta e i materiali da costruzione, e i trattori tirarono giù decine di tralicci man mano che venivano eretti. Alla fine fu chiamata la Polizia di Stato, furono effettuati degli arresti e le centrali elettriche e le linee elettriche furono infine costruite e rese operative. Ma nel loro manifesto del 1981, la comunità di Lowry discusse di come il loro scontro con il governo avesse dissipato molte illusioni che un tempo nutrivano riguardo alla “democrazia”: Stiamo sopravvivendo. Non ci siamo lasciati fermare quando siamo stati ripetutamente e vergognosamente traditi dai politici. Continuiamo a sopportare le ferite inflitte da una sfilza di burocrati incompetenti che agiscono in collusione con le aziende elettriche. Non siamo stati sconfitti quando giudici insensibili hanno continuato a decidere che il tempo e il denaro delle compagnie elettriche fossero più importanti della verità, e persino più importanti della loro stessa legge. La forza bruta combinata dell’FBI, della BCA2, della polizia statale e locale e degli eserciti privati assoldati dalle aziende elettriche non è stata abbastanza forte da distruggerci. E siamo sopravvissuti alle menzogne, alle minacce, alle intimidazioni, agli inganni e alla distruzione arrogante che le stesse aziende elettriche hanno scagliato contro di noi. La linea è entrata in esercizio commerciale due anni fa e noi siamo ancora qui! Non era mai successo prima… Il 3 luglio 1981, nei pressi di Moab, nello Utah, alcuni sabotatori abbatterono un traliccio della Utah Power and Light che sosteneva linee elettriche da 345.000 volt, a sette miglia a sud del secondo Round River Rendezvous annuale organizzato da Earth First! Nessuno è mai stato arrestato per questa azione, né per una simile avvenuta un anno prima in Colorado, in cui 3,2 miglia di linee elettriche furono abbattute dopo che i loro supporti furono segati, costando alla Colorado Ute Electric Association 270.000 dollari in spese di riparazione. Ci sono alcuni altri casi di sabotaggio elettrico avvenuti negli anni Novanta di cui siamo a conoscenza, ma purtroppo questa pratica non ha ancora preso piede in Nord America (lo scopo di questo articolo è proprio quello di approfondire questo argomento). Nel 1990, dopo le celebrazioni della Giornata della Terra, individui sconosciuti che si facevano chiamare Earth Night Action Group hanno compiuto due attacchi consecutivi a Freedom, in California, segando prima due pali della luce in legno e poi abbattendo una torre di trasmissione in acciaio appartenente alla Pacific Gas and Electric Company. Ciò ha causato un’enorme interruzione di corrente che ha lasciato senza elettricità i residenti della contea di Santa Cruz per 10-18 ore. E nel febbraio 1996, sono state utilizzate bombe artigianali per attaccare un sistema SCADA3 di una centrale idroelettrica in Oregon. Sabotaggio: la via del successo La natura imperialista della rete elettrica è stata da tempo riconosciuta e contrastata anche dalle comunità indigene, ma i limiti di spazio ci impediscono di approfondire questo argomento in modo troppo dettagliato. Tra i numerosi esempi di resistenza indigena all’avanzata del mondo elettrico vi è la lotta degli indigeni venezuelani contro l’azienda statale «Electrificación del Caroni» (EDELCA). Alla fine degli anni ’90, la Federazione Indigena dello Stato di Bolívar, che comprende le comunità Pemon e altri gruppi nativi, ha protestato contro la costruzione di una linea elettrica, temendo che avrebbe portato a nuovi insediamenti minerari, turismo e urbanizzazione nelle loro terre ancestrali. Quando le loro proteste furono ignorate, la gente iniziò ad abbattere i tralicci destinati a trasportare l’elettricità dalla diga di Guri, nel sud-est del Venezuela, al nord del Brasile. L’EDELCA segnalò almeno quattro episodi di sabotaggio nel settembre del 2000, compreso uno in cui sette tralicci furono abbattuti durante la notte. Silenziare le telecomunicazioni: un dialogo con il problema Il grandioso progetto che è il cyberspazio si fonda sulle realtà concrete di ciò che è necessario per sostenerlo. I mondi artificiali e virtuali di Internet sono completamente interconnessi con l’Ordine Elettrico che permea tutto ciò che esiste, e dipendono ancora da temi antichi e ricorrenti che legano la “salute” diagnostica della civiltà alle sue fonti di energia, alla guerra e allo sfruttamento ecologico. Nel suo insieme, questa infrastruttura rappresenta e sostiene materialmente lo spettacolo dell’immaterialità ultraterrena, dipendendo al contempo da un assemblaggio fisico di cavi, spine e prese, linee di distribuzione e pali, trasformatori e centrali elettriche. Senza queste estensioni – e senza elettricità – il cyberspazio cesserebbe di esistere, e così anche la nuova economia globale, poiché dipende dall’energia elettrica, dai media e dalla tecnologia per funzionare. Data la portata dell’industria delle telecomunicazioni (in particolare di Internet) e la sua criticità per le altre infrastrutture, è facile notare come la vulnerabilità dei sistemi di comunicazione delle informazioni potrebbe paralizzare anche la struttura di potere più “impermeabile”. Un guasto alla rete di AT&T4, ad esempio, avrebbe sicuramente ripercussioni sul settore aereo, che sarebbe costretto a sospendere le operazioni poiché le torri di controllo non potrebbero comunicare tra loro. I virus informatici – un’altra forma di guerra elettronica – potrebbero essere facilmente diffusi con l’intento di danneggiare i computer collegati in rete su scala globale, compresi i servizi bancari elettronici e i mercati azionari. In effetti, basta guardare all’esercito statunitense per avere un’idea di quanto possa essere efficace la guerra elettrica. In Serbia, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno testato un missile da crociera “a grafite”, in cui contenitori di nastro di grafite esplodevano formando grandi reti di nastri sopra le linee elettriche, che poi causavano un cortocircuito nella rete elettrica provocando picchi di tensione e archi elettrici. Nelle guerre del Golfo e in Serbia, le “bombe intelligenti” a guida elettronica hanno individuato centrali elettriche e strutture di telecomunicazione tramite software di intelligenza artificiale (AI) e sistemi di posizionamento globale (GPS), in modo da neutralizzare il comando elettrico delle forze nemiche. Come ci hanno dimostrato i recenti conflitti tra Stati-nazione, il primo passo per sconfiggere l’avversario consiste nel mettere fuori uso o distruggere le sue fonti di energia artificiale. Oltre alle rivolte ai margini dei vertici economici mondiali, forse è giunto il momento che gli anarchici cerchino modi per rendere inoperante la civiltà industriale staccando la spina alla sua rete elettrica (si consiglia ai liberali che amano i loro computer e le opportunità di “networking” che presumibilmente ci offrono di riflettere sulla radice greca della parola “cyber” – kybernan – che significa controllare o governare). Un oggetto da distruggere Potrebbe darsi che, in futuro, la gente guardi indietro all’Impero americano, all’impero economico e all’impero militare, e dica: «Non si erano resi conto che stavano costruendo l’intero impero su fondamenta fragili. Avevano sostituito quelle fondamenta, fatte di mattoni e malta, con bit e byte, e non le avevano mai rinforzate. Per questo, un giorno un nemico è riuscito a presentarsi e a far crollare l’intero impero». Questo è il timore. Richard Clarke, capo del Comitato Consultivo Presidenziale sulle Infrastrutture Critiche La sola rete di trasmissione elettrica degli Stati Uniti conta 204.000 miglia di linee di trasmissione gestite da quattro reti regionali distribuite in tutto il Nord America: Western Interconnection, Eastern Interconnection, Electricity Reliability Council of Texas e Provincia del Québec. La rete ha una capacità di generazione di 800.000 megawatt ed è suddivisa nei settori della produzione, della trasmissione e della distribuzione di energia elettrica. Questi settori comprendono una rete nazionale di 5.000 centrali elettriche alimentate a gas naturale, energia nucleare, energia idroelettrica (dighe), petrolio e carbone, nonché una rete fisica di oltre 4.000 miglia di gasdotti, raffinerie, sistemi di comunicazione e sottostazioni. La struttura di base di un sistema di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica è costituita da un sistema di generazione, un sistema di trasmissione, un sistema di sottotrasmissione, un sistema di distribuzione e un centro di controllo. In genere, la comunicazione tra il sistema del centro di controllo e le apparecchiature sul campo avviene tramite reti di comunicazione di proprietà delle aziende elettriche. Oggi, la maggior parte di queste reti si basa sulla tecnologia a microonde analogica e digitale, sebbene linee dedicate, costituite da linee elettriche, satelliti e fibre ottiche svolgano certamente il loro ruolo. Queste apparecchiature sul campo, denominate Unità Terminali Remote (RTU), fungono da centro di smistamento per i dati in entrata. I sistemi di controllo digitale, come gli SCADA (Supervisory Control and Data Acquisition Systems), supervisionano e regolano infrastrutture reali quali gasdotti, raffinerie di petrolio e reti elettriche. Esistono quattro o cinque aziende, tre delle quali europee, che producono il software SCADA ampiamente utilizzato nel settore dell’energia elettrica. La maggior parte dei sistemi SCADA utilizza software operativo Microsoft, il che significa che possono essere manipolati da remoto e che i loro utenti hanno, in sostanza, un bersaglio dipinto sulla fronte. I trasformatori, le torri per le microonde e le sottostazioni di trasmissione si trovano spesso in zone isolate e disabitate. Le sottostazioni elettriche sono quasi sempre protette solo da un lucchetto sul cancello d’accesso. Una volta all’interno, un sabotatore esperto potrebbe distruggere un’intera sottostazione. Le linee elettriche ad alta tensione sono sostenute da imponenti tralicci, costruiti su fondamenta in cemento ma non progettati per resistere ad atti di sabotaggio. Ogni traliccio ha da quattro a otto gambe, fissate alle fondamenta in cemento con bulloni massicci. Chiavi inglesi, cannelli ossidrilici ed esplosivi sarebbero sufficienti a compromettere l’integrità dell’intera struttura; molte di queste linee elettriche attraversano zone desolate e vengono ispezionate solo una volta alla settimana da squadre di manutenzione, solitamente in elicottero. Probabilmente ciò che rende la rete elettrica un bersaglio così allettante è il fatto che sta già cadendo a pezzi, da sola! Il blackout del 1996 sulla costa occidentale, che ha colpito 4 milioni di persone dalla Columbia Britannica al Messico (comprese alcune zone degli Stati Uniti che si estendono dall’Oregon al Wyoming), è stato causato dal cedimento delle linee di trasmissione della Bonneville Power Administration (BPA) sui rami degli alberi. Allo stesso modo, il 28 settembre 2003, un albero sradicato dalle tempeste in Svizzera è stato ritenuto responsabile della paralisi delle forniture elettriche in tutta Italia, dopo aver reciso una linea elettrica vitale che attraversava le Alpi. L’intero territorio italiano, insieme ad alcune zone della Svizzera e dell’Austria, è stato colpito dal blackout. E, naturalmente, l’enorme blackout dello scorso agosto nel Nord-Est e in alcune zone dell’Ontario, durato diversi giorni, è stato il singolo più grande blackout nella storia degli Stati Uniti. Le forti interconnessioni tra i vari settori industriali hanno permesso anche ai ribelli non umani di sferrare colpi efficaci contro l’Impero: nel 1986, in California, un castoro abbatté strategicamente un albero dello spessore di 25 centimetri in modo che cadesse su una linea elettrica principale. Di conseguenza, 400 residenti di Cottage Grove e diverse industrie rimasero senza elettricità per 3 ore (il sabotatore vittorioso non fu mai catturato!). Nel 1987, a Ft. Pierce, in Florida, due attacchi di meduse (considerate ingiustamente da molti come una delle specie più ignobili della Terra) alla centrale nucleare di St. Lucie causarono due arresti separati (il primo attacco di meduse bloccò il sistema di raffreddamento alimentato dall’oceano della centrale, mentre il secondo coprì il sistema di filtraggio dell’acqua: la perdita finanziaria complessiva per la Florida Power and Light, Co. è stata di oltre 1 milione di dollari). E a New York, ogni anno si spendono migliaia di dollari per sostituire i cavi della TV via cavo che vengono usati dai roditori per affilarsi i denti, con grande costernazione degli appassionati del piccolo schermo. Luci spente! Con l’avanzare della tecnologia, cresce anche la sua dipendenza da altri settori: alcune infrastrutture dipendono da altre, e quando si verifica un’interruzione imprevista della capacità di trasmissione elettrica, la produzione di energia elettrica deve essere immediatamente sospesa. Altrimenti, la produzione del generatore verrebbe reindirizzata e sovraccaricherebbe le linee di trasmissione rimanenti, causando “oscillazioni di tensione” che si propagherebbero attraverso la rete elettrica e ne metterebbero fuori uso porzioni significative. Pertanto, un attacco ben pianificato che paralizzi le principali strutture energetiche potrebbe ostacolare gravemente la distribuzione del gas naturale e potrebbe facilmente portare a guasti a cascata della rete elettrica e del sistema di telecomunicazioni. I costi legati al blackout avvenuto negli Stati Uniti nell’agosto 2003 sono attualmente stimati a 700 milioni di dollari e continuano a crescere. Una settimana dopo l’interruzione di corrente negli Stati Uniti, i ribelli separatisti georgiani hanno messo fuori servizio la centrale idroelettrica di Inguri (nella zona del conflitto tra Georgia e Abkhazia), quando due tratti di una linea elettrica da 500.000 volt sono stati danneggiati dai colpi di un’arma automatica. Di conseguenza, la centrale idroelettrica di Inguri si è spenta automaticamente, lasciando tutta la Georgia senza elettricità. Inoltre, l’efficacia del sabotaggio infrastrutturale non è sfuggita agli insorti iracheni, che compiono regolarmente attacchi alle infrastrutture petrolifere, vanificando direttamente i tentativi di “ricostruzione” della coalizione e minando i finanziamenti per l’insediamento di un regime fantoccio sostenuto dalla CIA. A Bassora, i circuiti sotterranei di proprietà della Bechtel Corporation vengono regolarmente attaccati da persone che vi versano addosso del gas e danno fuoco al combustibile. Allora benvenuti nella Terra Desolata! È ora di ricominciare da capo… è ora di riconquistare il paradiso terrestre che i nostri antenati un tempo conoscevano… le profezie si stanno avverando mentre un ciclo volge al termine… riscaldamento globale, piogge acide, grave riduzione dello strato di ozono… i segni dei tempi sono ovunque, quindi assicuriamoci di essere pronti… a distruggere la Megamacchina prima che possa essere riparata… quando le linee elettriche crolleranno e le strade si disintegreranno… ci fonderemo con le piogge battenti e ci muoveremo per distruggere lo Stato! The Havoc Mass 1. NDT Questa incongruenza geografica riflette un’evidente ignoranza dell’autore nei confronti della geografia italiana. Ma questo piccolo errore a nostro parere non toglie valore al testo e al suo evidenziare l’efficacia di una strategia d’attacco alle infrastrutture e gli antecedenti storici nelle pratiche anarchiche. Ad una più approfondita ricerca storiografica il compito di ricostruire correttamente questo intenso periodo di lotta in Italia. ↩︎ 2. NDT Probabilmente ci si riferisce alla Bureau of Criminal Apprehension, un’agenzia statale incaricata di assistere le forze dell’ordine locali nelle indagini penali e negli arresti. ↩︎ 3. NDT Supervisory Control And Data Acquisition, un sistema utilizzato per monitorare e controllare a distanza i macchinari industriali. ↩︎ 4. NDT American Telephone and Telegraph. ↩︎
Made in Italy per l’industria del genocidio: dossier dei Giovani Palestinesi sul commercio energetico e militare tra Italia e Israele
> Da Il Rovescio, 21.04.26 Segnaliamo questo interessante dossier sulle ditte italiane (suddivise per regione) che collaborano attivamente col genocidio in Palestina, affinché se ne faccia buon uso. Di seguito un estratto dalle conclusioni. -------------------------------------------------------------------------------- […] Sulla base dei dati, emerge chiaramente che il commercio militare con Israele è rimasto attivo, strutturato e politicamente protetto. Dall’ottobre 2023, almeno 416 spedizioni legate all’ambito militare e oltre 224 chilotonnellate di carburante originarie dell’Italia sono state inviate a Israele. Questi trasferimenti includevano spedizioni dirette legate allo Stato, avionica specializzata per aerei da combattimento, componenti per droni e sistemi di guerra elettronica, armi, sistemi idraulici e il carburante necessario a sostenere la mobilità e le operazioni militari. Non si tratta di casi isolati, ma di anelli di una catena di approvvigionamento continua e strutturata. Le prove presentate dimostrano almeno due elementi. In primo luogo, il governo italiano ha raggirato l’opinione pubblica, rifiutando al contempo di chiarire le modalità con cui venivano condotte queste valutazioni “caso per caso”. In secondo luogo, l’Italia non è estranea all’industria genocidaria di Israele. Imprese italiane, enti legati allo Stato, porti, aeroporti, vettori logistici e infrastrutture energetiche hanno contribuito a sostenerla. La portata e la frequenza delle spedizioni elencate in questa ricerca dimostrano che non si tratta di un’anomalia, bensì di una politica consolidata dell’attuale governo e di un’eredità dei precedenti. Da quasi tre decenni, le relazioni tra Italia e Israele si sono consolidate, almeno dagli Accordi di Oslo e dalla fine della Prima Repubblica italiana. Tali relazioni sono state caratterizzate da un elevato sostegno politico a Israele, inclusi recenti disegni di legge sull’antisemitismo che, in linea con la definizione IHRA, puniscono le critiche a Israele e al suo genocidio in Palestina. Questo sostegno non è né isolato né casuale. Sebbene l’Italia intrattenga relazioni con Israele sin dagli anni ’50, è con l’ascesa delle politiche neoliberali a partire dagli anni ’90 che l’Italia ha perseguito un legame più diretto con gli Stati Uniti e si è cristallizzato un sostegno definitivo a Israele. Gli Accordi di Oslo hanno segnato un punto di svolta non solo nella storia della rivoluzione palestinese, ma anche nel modo in cui la Palestina è stata ridefinita a livello internazionale e in Italia: privata del suo contenuto politico e anti-imperialista, ridotta a questione umanitaria e quindi resa più facilmente gestibile, depoliticizzabile e liquidabile. La più profonda integrazione tra Italia e Israele deve essere compresa all’interno di una più ampia storia politica. Oggi l’Italia agisce come un hub logistico all’interno di un più vasto sistema militare ed economico che arma, rifornisce e protegge l’economia di guerra israeliana. Ciò avviene evidentemente sia attraverso spedizioni dirette, sia attraverso trasferimenti verso piattaforme d’arma straniere, come l’Apache, che vengono comunque consegnate alle forze armate israeliane e favoriscono crimini di guerra. Questi flussi contribuiscono a sostenere il mercato militare israeliano, mentre la produzione militare israeliana supporta il riarmo italiano e la più ampia militarizzazione dell’Europa. Il sostegno dell’Italia non è né accidentale né neutrale. È un sostegno materiale al genocidio e a una più ampia guerra regionale. Continuare questi traffici significa rimanere complici nell’eliminazione sistematica del popolo palestinese e negli attacchi aggressivi di Israele in Cisgiordania, in Iran e in tutta la regione. Contro questa complicità vanno intraprese azioni concrete. […]
SVILUPPARE UNA CAPACITÀ INCISIVA, RENDERE LE AZIONI EFFICACI
> Da Abolition media, 04.03.2024 Un recente testo1 che delinea un percorso per lo sviluppo di capacità d’azione conclude che anche lo “studio delle vulnerabilità del dominio” richiede attenzione. Se esiste una capacità di distruzione, allora sorge spontanea la domanda su come indirizzarla in modo che colpisca dove fa più male. Immaginiamo cosa potrebbe comportare un approccio di questo tipo rivolgendo lo sguardo a un pilastro centrale del potere globale e della controinsurrezione: l’“industria della difesa” statunitense. Gli anarchici e gli altri ribelli presenti negli Stati Uniti si trovano in una posizione privilegiata per colpire la macchina da guerra nordamericana: gli anni ’60 sono stati segnati da un prolungato sconvolgimento sociale, guidato principalmente da questo obiettivo, e negli anni successivi gli anarchici hanno occasionalmente superato la semplice opposizione alla guerra, arrivando ad attaccarla. L’attuale genocidio in Palestina ha acuito le tensioni sociali contro il militarismo statunitense, ma le azioni degli anarchici, al momento, hanno avuto un impatto limitato sui loro obiettivi e non hanno contribuito in modo significativo a far sì che il militarismo entrasse nell’immaginario popolare come qualcosa che può essere attaccato. Cosa potrebbe consentire agli anarchici di sferrare attacchi più significativi e di affinare una qualità d’azione che vada oltre il simbolico? A questo proposito, merita di essere discussa la proposta avanzata da “Frammenti per una lotta insurrezionale contro il militarismo e il mondo che ne ha bisogno”2: concentrarsi su attacchi ben ideati che prendano di mira i punti deboli della produzione e delle infrastrutture belliche. Spezzare gli anelli della catena La produzione della guerra inizia qui: gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande esportatore mondiale di armi. Delle “100 principali aziende produttrici di armi e servizi militari” stilate dal SIPRI3, 42 hanno sede negli Stati Uniti e rappresentano il 51% dei ricavi globali totali. Le fabbriche che producono armi, munizioni e altre attrezzature belliche sono le più visibili. Meno visibili sono le catene di approvvigionamento che trasformano le materie prime nei componenti necessari alle fabbriche (catene di approvvigionamento nella fase di produzione) o che trasportano il prodotto finito nelle mani degli Stati (catene di approvvigionamento nella fase di distribuzione). “Frammenti per una lotta insurrezionale…” propone di concentrare l’attenzione sui colli di bottiglia dei fornitori a monte del settore della produzione high-tech, un settore “dipendente da numerose risorse costose e difficili da ottenere”, piuttosto che sugli stabilimenti di assemblaggio ben protetti. “Gli attacchi incendiari ai veicoli delle aziende produttrici di armi e dei loro fornitori, così come ai veicoli delle aziende logistiche che trasportavano il loro materiale bellico, ecc., e una serie forse ancora più ampia di attacchi come vernice contro le sedi centrali di queste aziende, hanno offerto e offrono tuttora una prospettiva militante di intervento nella produzione bellica. Eppure, non mi risulta che i rifornimenti ai fronti di guerra si siano mai impantanati a causa di ciò. L’interruzione della produzione è troppo breve, il sabotaggio della logistica troppo insignificante. Niente che non possa essere compensato da un turno di notte aggiuntivo. E il danno finanziario? Beh, diciamo che la dirigenza di queste aziende fa calcoli di tutt’altra portata. Non è mia intenzione sminuire questi tentativi di intervento né scoraggiare le persone dall’attaccare, anche quando il nemico sembra schiacciante e il proprio margine di manovra sembra troppo piccolo, o il proprio agire troppo insignificante. Nessuna di queste cose è per me un motivo per astenersi dall’attaccare. Piuttosto, ritengo che sia opportuno riconsiderare di tanto in tanto le proprie strategie consolidate e, se necessario, modificarle quando diventa evidente che le azioni che ne derivano sono in gran parte inefficaci o prevedibili.” Lockheed Martin, il più grande appaltatore mondiale nel settore della difesa, ha registrato un calo del fatturato annuo dell’8,9% tra il 2021 e il 2022 a causa delle limitazioni della catena di approvvigionamento (in altre parole, non è riuscita a produrre armi per un valore di 6 miliardi di dollari). Delle altre 41 aziende statunitensi presenti nella “Top 100”, 31 hanno registrato un calo del fatturato annuo per lo stesso motivo. Identificando le strozzature specifiche della catena di approvvigionamento che stanno già ostacolando gravemente queste grandi aziende, è possibile aggravare la carenza in modo da influire concretamente sulla produzione di armi. Le catene di approvvigionamento sono costituite da “livelli” e assomigliano più a una rete che a una “catena” lineare. I fornitori di primo livello riforniscono direttamente aziende come Lockheed Martin, quelli di secondo livello riforniscono i fornitori di primo livello e così via. L’azienda aerospaziale statunitense media si affida a circa 200 fornitori di primo livello, mentre il secondo e il terzo livello coinvolgono più di 12.000 aziende. I fornitori insostituibili sono detti “fornitori unici” e sono spesso presenti a tutti i livelli. Come ha recentemente affermato un ingegnere su una rivista specializzata: “Dassault ha cinquemila fornitori per il suo Rafale e basta che uno solo si blocchi per inceppare tutto”. Oltre a fornire i componenti dei prodotti, le catene di approvvigionamento devono anche fornire macchinari industriali altamente specializzati. Ad esempio, la produzione dei macchinari necessari per la microelettronica (semiconduttori), utilizzata praticamente in tutta la tecnologia militare, rappresenta un grave collo di bottiglia che causa carenze in questo settore. Nel febbraio 2022, il Dipartimento della Difesa (DoD) ha pubblicato un piano d’azione intitolato “Garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento critiche per la difesa”, nel quale si avverte che “l’azienda high-tech ASML (Paesi Bassi) è attualmente l’unica fonte di strumenti di litografia a ultravioletti estremi (EUV) necessari per la produzione di grandi quantità di matrici di semiconduttori con nodi tecnologici inferiori a 7 nm4. Tale consolidamento aumenta il rischio di dipendenza da un unico fornitore nella catena di approvvigionamento globale della microelettronica”. ASML produce solo circa 40 macchine all’anno, ciascuna delle quali richiede 12-18 mesi e coinvolge più di 1.000 fornitori di primo livello. L’azienda ha un portafoglio ordini da 50 miliardi di dollari e i suoi concorrenti più vicini sono indietro di un decennio rispetto alla tecnologia EUV. Tutte le catene di approvvigionamento presentano dei colli di bottiglia e la maggior parte di esse ha dei punti critici: basta solo individuarli. Gli strumenti per rintracciarli rientrano nell’ambito delle politiche di “gestione dei rischi delle catene di approvvigionamento”: i nostri nemici stanno pubblicando gran parte di queste informazioni. Lo stesso piano d’azione del Dipartimento della Difesa descrive “vulnerabilità persistenti nella catena di approvvigionamento di sottolivello5, dalla carenza di materie prime e prodotti chimici ai sottocomponenti critici prodotti da fornitori vulnerabili”. Il piano prosegue fornendo una panoramica generale delle problematiche della catena di approvvigionamento per le aree in cui le vulnerabilità critiche rappresentano la minaccia più urgente: missili, batterie, fonderie, microelettronica e minerali critici. Più recentemente, per la prima volta nella sua storia, il Dipartimento della Difesa ha pubblicato una “Strategia industriale per la difesa nazionale” per fornire una tabella di marcia per “lo sviluppo di catene di approvvigionamento più resilienti e innovative”. Tuttavia, i loro piani non sono infallibili: un consulente ha definito il documento carente di “un’attenzione alle soluzioni a lungo termine per i problemi della catena di approvvigionamento che affliggono l’industria della difesa”. Altrettanto interessanti sono le pubblicazioni della Divisione Ricerca sulla Sicurezza Nazionale della RAND, in particolare quelle del suo Istituto per la Sicurezza Nazionale della Catena di Approvvigionamento. L’infrastruttura della pace è l’infrastruttura della guerra Per logistica si intende il trasporto e lo stoccaggio delle merci tra diversi punti della catena di approvvigionamento (ad esempio, dagli stabilimenti di produzione agli impianti di assemblaggio fino ai centri di distribuzione). La logistica opera attraverso le infrastrutture. Tuttavia, non tutti i problemi della catena di approvvigionamento riguardano la logistica: ad esempio, un incendio nello stabilimento di un fornitore non influisce sulla capacità di trasportare efficacemente i componenti, ma piuttosto sulla capacità di produrli. I punti di attacco possono essere adattati al contesto: una vulnerabilità dell’approvvigionamento dipende dai “colli di bottiglia” dei fornitori, mentre una vulnerabilità logistica dipende dai “colli di bottiglia” infrastrutturali. Ad esempio, una fabbrica di armi potrebbe essere situata in una regione con un’ampia capacità infrastrutturale che renderebbe difficile sabotarne la logistica, ma potrebbe avere un unico fornitore. Al contrario, la fabbrica potrebbe aver investito nella creazione di una catena di approvvigionamento flessibile, ma il suo prodotto potrebbe essere spedito verso il mercato attraverso porti con collegamenti ferroviari limitati. Indipendentemente dai flussi di approvvigionamento e logistica (che, va ripetuto, sono generalmente caratterizzati da gravi strozzature), una fabbrica deve essere collegata a una rete elettrica funzionante per poter operare e, spesso, deve essere collegata a Internet tramite cavi in fibra ottica. Le vulnerabilità energetiche e delle telecomunicazioni vanno ben oltre il perimetro ben protetto di una fabbrica, essendo tanto ramificate che nemmeno una forza di polizia militarizzata sarebbe in grado di proteggerle. Tornando alla proposta contenuta in “Frammenti per una lotta insurrezionale”, essa suggerisce una pratica antimilitarista volta a sabotare “l’intero sistema logistico attraverso cui le armi vengono spedite, caricate su camion o trasportate su rotaia, piuttosto che limitarsi ad attaccare le aziende di logistica”, concentrandosi sui “continui collegamenti ferroviari tra i siti produttivi delle aziende produttrici di armi” Le infrastrutture “dual use” utilizzate per la logistica diventano rapidamente infrastrutture belliche quando lo Stato entra in guerra o deve rivolgersi contro la propria popolazione in uno scenario insurrezionale. Il testo “La guerra inizia qui: paralizziamo le infrastrutture dove possiamo”6 critica il fatto che “Frammenti per una lotta insurrezionale…” tralasci “la materia prima più importante della guerra: il petrolio o l’energia in generale. All’inizio di una guerra, la quantità di energia necessaria per spostare le truppe è enorme, ma durante tutto il conflitto il carburante deve essere trasportato dai depositi e/o dalle raffinerie verso il fronte, dove è necessario per alimentare i motori dei mezzi militari. Inoltre, quando una guerra non si svolge direttamente nel proprio territorio, ma la logistica per rifornire le truppe di energia deve attraversarlo, potrebbe valere la pena di studiare più da vicino questa infrastruttura”. In una recente azione molto significativa, i compagni hanno fatto esattamente questo7 nell’ambito delle infrastrutture belliche dell’UE. Le loro parole sono altrettanto ispiratrici: “Incoraggiamo le persone a fare le proprie ricerche sul complesso militare-industriale, sulle sue materie prime e sulla sua logistica, avendo come obiettivo nient’altro che sabotarlo efficacemente. Sentiamo la forte mancanza di analisi di questo tipo, perché crediamo che la nostra capacità di combattere il dominio (e le sue guerre) dipenda irrevocabilmente dalla conoscenza delle sue infrastrutture, dalla comprensione dei meccanismi che le fanno funzionare e, non da ultimo, dallo sviluppo delle competenze e dell’abitudine necessarie per attaccare le sue vulnerabilità.“ Una lotta insurrezionale contro il militarismo Identificare le vulnerabilità è sicuramente un passo nella giusta direzione. Mappare le “fondamenta dell’industria della difesa” tenendo conto delle sue vulnerabilità è un progetto enorme e a lungo termine che gli anarchici negli Stati Uniti hanno appena iniziato. Un’iniziativa nel contesto tedesco potrebbe essere d’ispirazione: “Attack the Arms Industry”8 (Attacca l’industria delle armi). Il progetto raggruppa aziende e istituzioni in categorie quali produttori, fornitori, logistica, ricerca, finanziamento e legittimazione. é stato anche scritto un tutorial in cui condividono il loro approccio, intitolato “An Introduction to Mapping the Local Arms Industry and its Vulnerable Points”9 (Introduzione alla mappatura dell’industria locale delle armi e dei suoi punti vulnerabili). Come negli anni ’60, i soldati e i veterani disillusi si trovano in una posizione privilegiata per minare l’esercito, grazie al loro accesso a informazioni riservate che sarebbero più facili da condividere in modo anonimo se esistesse un progetto equivalente nel contesto statunitense. Studiare il nemico per identificarne i punti deboli consente di agire con efficacia, ma è mettere in pratica tale conoscenza che rende l’azione davvero incisiva. Quali sono gli ostacoli attuali che impediscono agli anarchici di sviluppare una capacità d’azione su di una scala significativa, organizzati in piccoli gruppi autonomi in grado di coordinarsi attorno a un obiettivo specifico? In altre parole, cosa deve accadere affinché un numero maggiore di anarchici acquisisca le competenze e l’esperienza necessarie per attaccare i punti deboli individuati? Solo promuovendo una qualità d’azione incisiva possiamo sperare di fermare le fabbriche di morte, distruggere le infrastrutture belliche e, più in generale, contribuire significativamente ai cambiamenti sociali che si profilano all’orizzonte. Il compito che ci attende non è semplice, ma ciò non lo rende meno necessario. 1https://www.notrace.how/resources/download/developing-action-capacity-a-path/developing-action-capacity-a-path-read.pdf 2Ndt: Testo presente all’interno di “Guerra alla guerra. Prospettive anarchiche e internazionaliste” https://actforfree.noblogs.org/2022/04/10/publication-war-against-war/ 3Ndt: Stockholm International Peace Research Institute 4 I prodotti microelettronici contenenti chip al silicio sono generalmente descritti come fabbricati con una determinata tecnologia (ad esempio, 45 nm), che si riferisce alla dimensione in nanometri (nm) dell’elemento più piccolo in un transistor. Attualmente, lo Stato dell’Arte (SOTA) è considerato inferiore a 10 nm ed è utilizzato nell’informatica avanzata (data center, intelligenza artificiale, supercomputer, ecc.). Lo Stato [dell’Arte] della Pratica (SOTP) è compreso tra 10 nm e 90 nm ed è generalmente quello utilizzato nelle armi convenzionali, anche se l’attuale SOTA diventerà SOTP e l’attualità del futuro. L’industria ha bisogno della tecnologia EUV di ASML per mantenere viva la legge di Moore (“il numero di transistor sui microchip raddoppia ogni 2 anni”), fondamentale per il progresso dell’informatica. Il piano d’azione del Dipartimento della Difesa prosegue affermando che “sebbene la maggior parte dei sistemi attuali del Dipartimento si basi sulla tecnologia microelettronica allo SOTP, la tecnologia microelettronica all’avanguardia (SOTA) è il principale fattore di differenziazione del Dipartimento per il vantaggio tecnologico asimmetrico rispetto ai potenziali avversari”. 5 Un sottolivello è qualsiasi livello al di sotto del primo. 6Ndt: Anche questo testo è presente all’interno di “War against war” 7Ndt: https://actforfree.noblogs.org/2023/12/19/ten-t-military-logistics-and-availability-using-the-scan-med-corridor-and-its-current-sub-projects-as-an-example/ 8Ndt: https://ruestungsindustrie.noblogs.org/ 9Ndt: https://ruestungsindustrie.noblogs.org/eine-einfuehrung-in-die-kartografierung-lokaler-ruestungsindustrie-und-ihrer-sensiblen-punkte/
AI MIGLIORI MANCA OGNI CONVINZIONE
> Da Warrior Up, 08.05.25 Pur non condividendo alcune affermazioni e posizioni, pubblichiamo questo estratto del nr. 3 della rivista anti-tech Garden come contributo al dibattito sulle azioni contro le infrastrutture. * Il titolo è una citazione della poesia “The second coming” di W.B. Yeats, che nella rivista precede l’articolo qui tradotto. -------------------------------------------------------------------------------- Alla fine di questo numero [non in questa traduzione, NdT], i lettori troveranno un elenco delle sottostazioni elettriche più critiche degli Stati Uniti. Queste informazioni sono state ottenute con mezzi legali a disposizione di chiunque disponga di una connessione Internet e del tempo necessario per mettere insieme i vari pezzi. Gli strumenti utilizzati a tale scopo saranno indicati alla fine dell’elenco, così che chiunque possa verificarne o incrociarne le informazioni. Anzi, lo incoraggiamo vivamente. Siamo certi che l’elenco sia accurato e affidabile. Se queste sottostazioni venissero danneggiate e i trasformatori dell’alta tensione venissero distrutti, la maggior parte, se non tutto il Paese, verrebbe immerso in un blackout caotico della durata di almeno dodici mesi. Crediamo che questo segnerebbe l’inizio di una vera rivoluzione anti-tecnologica. Crediamo che questa rivoluzione sia possibile. Crediamo che sia necessaria. Crediamo che sia l’unica lotta che conti. Non crediamo, tuttavia, che ciò possa o debba accadere domani. Non sosteniamo l’uso della violenza contro queste sottostazioni. Qui cercheremo di essere estremamente chiari. -------------------------------------------------------------------------------- PERCHÉ NON DOVRESTE INTERVENIRE CONTRO LE SOTTOSTAZIONI Nel mese di aprile del 2013, un gruppo di individui coraggiosi e determinati, ancora non identificato, è riuscito a infiltrarsi in una sottostazione cruciale della Pacific Gas and Electric (PG&E), situata in California. L’attacco è avvenuto nel cuore della notte, quando il gruppo è entrato in una sala sotterranea della sottostazione Metcalf della PG&E e ha tagliato i cavi in fibra ottica. Successivamente, il gruppo ha iniziato a sparare sulla sottostazione per venti minuti, riuscendo a mettere fuori uso diciassette trasformatori prima dell’arrivo della polizia. Per un’analisi più approfondita dei loro metodi e strumenti, si prega di leggere l’articolo seguente intitolato “COS’È SUCCESSO A METCALF”. Sebbene l’attacco non sia riuscito a causare un blackout, ha comunque costituito il “più significativo atto di terrorismo interno che abbia mai coinvolto la rete elettrica” negli Stati Uniti, secondo l’ex commissario della Federal Energy Regulatory Commission (FERC), Jon Wellinghoff. Questo gruppo era disciplinato e aveva pianificato tutto nei minimi dettagli. Probabilmente disponevano di una radio sintonizzata sulle frequenze della polizia. Hanno tagliato prima i cavi in fibra ottica per impedire alla centrale di comunicare o di allertare la compagnia elettrica. Ciò significa che disponevano di informazioni riservate e che uno dei loro membri lavorava per la compagnia elettrica o aveva una formazione in ingegneria elettrica. Disponevano di armi, munizioni e addestramento all’uso delle armi da fuoco. Non hanno fatto alcun clamore prima dell’evento. Non è mai stata trovata alcuna prova. Nessun manifesto. Le forze dell’ordine e i funzionari governativi non sono riusciti a infiltrarsi in questo gruppo, il che significa che probabilmente non hanno comunicato in modo sostanziale tramite Internet. La squadra di Metcalf sapeva bene cosa stava facendo. L’hanno fatto in modo eccezionale, eppure hanno fallito. Nonostante tutta la loro preparazione, diligenza, determinazione e intelligenza, non sono riusciti a provocare nemmeno un blackout locale nella Silicon Valley. Al contrario, le loro azioni hanno richiamato l’attenzione a livello nazionale sulla fragile infrastruttura elettrica del Paese. Sono state costituite commissioni. Sono state approvate leggi. Sono state messe in atto misure di sicurezza. Il sistema ha riconosciuto la minaccia e ha adottato misure per rafforzarsi. Noi riteniamo possibile una rivoluzione. Abbiamo stilato questa lista e diffuso queste informazioni nel mondo perché ne siamo convinti. Non è impossibile abbattere il sistema, ma sarà incredibilmente difficile. Non esiste una singola organizzazione, figuriamoci la rete di organizzazioni esistenti oggi, che sarebbe in grado di causare anche un singolo blackout. L’operazione dovrebbe essere condotta con estrema precisione, se non tutta in una volta, almeno nell’arco di pochi giorni. Dovrebbe essere abbastanza rapida da costringere le forze dell’ordine e l’esercito a sparpagliarsi nel tentativo di mitigare il caos causato dai primi blackout, ed essere troppo dispersi per riuscire a interrompere efficacemente quelli successivi.Ciò richiederebbe reti di comunicazione radio robuste, sicure e criptate, una presenza su Internet pressoché nulla, addestramento, disciplina, coraggio, un’enorme quantità di tempo, denaro e risorse, oltre a una determinazione incrollabile a compiere un’azione che porterà inevitabilmente alla morte e alla sofferenza di molte migliaia di persone. Un eventuale fallimento porterebbe a un rafforzamento del sistema. Verrebbero approvate altre leggi. Verrebbero messe in atto ulteriori misure di sicurezza. I laboratori e le fabbriche sfornerebbero altre soluzioni hi-tech per “risolvere” la nostra “crisi energetica”. Se catturati, i responsabili trascorrerebbero il resto della loro vita in prigione. La rivoluzione verrebbe soffocata per un’altra generazione o più e tutto il lavoro svolto e i progressi compiuti per la sua realizzazione sarebbero stati vani. Il fallimento non è un’opzione. Al momento, il fallimento è l’unico esito possibile. Semplicemente, non siamo preparati. Il successo, tuttavia, è altrettanto spaventoso. Gli effetti terribili di un blackout a livello nazionale non possono essere sottovalutati. Gli ospedali crollerebbero. Coloro che dipendono dai sistemi di supporto vitale correrebbero un pericolo immediato: neonati in terapia intensiva, pazienti anziani, malati di cancro, pazienti gravemente feriti… migliaia di persone morirebbero quasi all’istante. Coloro che dipendono dalle infrastrutture mediche per sopravvivere, come i diabetici e i malati di cancro, morirebbero poco dopo, in ondate successive di tragedia. Collasso finanziario. Totale e completo. Ogni dollaro non presente in mano verrebbe perso. I risparmi di una vita spazzati via. Milioni di persone precipiterebbero nella povertà, non riuscendo a sfamarsi o a trovare un riparo. In un tale scenario, la polizia e l’esercito tenterebbero probabilmente di mantenere il controllo della situazione. È improbabile che ci riescano, ma il loro intervento provocherebbe un numero elevato di morti per mano dello Stato. Raffinerie, impianti chimici e silos missilistici rappresenterebbero tutte minacce evidenti e immediate per l’ambiente a seguito del collasso della rete elettrica. Ci vorrebbero anni per sanarne gli effetti. Sistemi fognari, semafori, acqua corrente. Tutto sparirebbe. La capacità di trovare o purificare l’acqua potabile verrebbe negata a tutti, tranne che ai più preparati. Le malattie si diffonderebbero. L’agricoltura industriale, su cui tutti noi, assurdamente, facciamo affidamento, si fermerebbe. Nessun trasporto di merci. Nessuna comunicazione o movimento tra coltivatori, trasportatori e venditori. Fame, saccheggi, rivolte e l’ascesa di centri di potere autoritari locali sarebbero inevitabili. Per non parlare degli innumerevoli animali che soffriranno e moriranno. Le vacche da latte, i cui corpi sono stati modificati geneticamente in modo da produrre ventotto volte la quantità di latte che potrebbe mai essere consumata dai loro piccoli, dipendono da macchinari che pompano il latte (e il sangue e il pus) nei frigoriferi americani. Senza queste macchine, le mucche si gonfieranno, si infetteranno e moriranno. Questo è solo un esempio, ovviamente, fornito semplicemente per sottolineare gli innumerevoli modi inimmaginabili in cui il crollo del sistema porterebbe al caos, all’agonia e alla morte. Non esiste uno scenario in cui il bilancio delle vittime, sia umane che animali, non sia nell’ordine dei milioni. Si tratterebbe del singolo evento causato dall’uomo con il maggior numero di vittime. Questo non può e non deve essere preso alla leggera. Naturalmente, pur credendo che un mondo in cui sia possibile liberarsi dalla schiavitù tecnologica valga ampiamente il costo, non riteniamo che esista un’organizzazione che possa ragionevolmente essere chiamata a sostenere anche solo un centesimo di tale costo oggi o nel prossimo futuro. La stessa rete che si preparerebbe a provocare caos e distruzione deve anche essere pronta a organizzare e difendere le proprie comunità locali. Deve inoltre essere disposta e preparata a guidare una rivoluzione anti-tecnologica. Deve aver compreso e messo in pratica i principi e le tattiche contenuti in Anti-Tech Revolution: Why and How di Ted Kaczynski, incluso lo sviluppo e la diffusione di un mito rivoluzionario, un sistema di credenze fondamentali su cui le persone possano gettare le basi e che comunichi chiaramente una comprensione del mondo e un nuovo rapporto con esso. Ci sarà molta resistenza e la capacità di organizzare, guidare e ispirare le persone sarà la qualità più importante di un’organizzazione anti-tecnologica. Se ciò che state leggendo è che una rivoluzione anti-tecnologica, che inizia con l’annientamento della rete energetica degli Stati Uniti, è impossibile senza lo sviluppo e il mantenimento di una rete di organizzazioni, allora state leggendo questo saggio correttamente. Questa è una chiamata all’azione. Solo che non si tratta dell’azione che forse vi aspettavate. Se ci organizziamo adesso, se lo facciamo sul serio, se creiamo questa rete e la aiutiamo a crescere, se facciamo tutto nel modo assolutamente giusto, allora la rivoluzione è possibile. Ma anche in quel caso sarà difficile. Incredibilmente difficile. Ma ne vale la pena. Ne varrà sempre la pena. Pubblichiamo questa lista per dimostrare che il sistema non è invincibile. Pubblichiamo questa lista affinché, qualunque forma assumano queste organizzazioni in futuro, si consolidi almeno in parte la rete dei rivoluzionari anti-tecnologici. C’è ancora tanto lavoro da fare. 1. Organizzatevi. Formate piccoli gruppi affidabili di persone di cui potete fidarvi a livello locale. 2. Stabilite metodi di comunicazione che non si basino su Internet e che siano impermeabili alla sorveglianza. Esplorate la tecnologia radio. 3. Trovate altri gruppi. Create una rete e comunicate regolarmente e in modo intelligente. 4. Investite nel materiale adeguato. 5. Allenatevi. In questo articolo, analizzeremo come un gruppo altamente organizzato ed efficiente sia quasi riuscito a provocare un blackout nella Silicon Valley. Ancora una volta. Hanno fallito. Sebbene la loro azione fosse onorevole e, a nostro avviso, giustificata, dobbiamo sottolineare ancora una volta che la pubblicazione di queste informazioni non significa che stiamo incitando alla violenza contro queste o altre sottostazioni. Farlo ora porterebbe solo a un fallimento totale e assoluto. Se sostenete la causa anti-tecnologica e credete veramente nella libertà dalla schiavitù tecnologica, allora capite che questa non è un’opzione. Quindi lo ripetiamo: NON TENTATE DI SABOTARE NESSUNA DI QUESTE SOTTOSTAZIONI! -------------------------------------------------------------------------------- UN’ANALISI DELL’ATTACCO ALLA SOTTOSTAZIONE DI METCALF DEL 16 APRILE 2013 Ricostruzione della cronologia, della metodologia, delle indagini e dei danni provocati LUOGO/DATA: * La sottostazione di Metcalf si trova alle porte di San José, in California, nella piccola località non incorporata di Coyote. * È circondata da una recinzione metallica e raggiungibile solo da due strade: la Monterey Highway e la Metcalf Road. Queste due strade si incrociano proprio di fronte alla sottostazione. La struttura è di proprietà e gestita dalla Pacific Gas and Electric (PG&E). Questa stazione fornisce molta energia alla regione della Silicon Valley. * L’attacco è avvenuto il 16 aprile 2013, un giorno dopo l’attentato alla maratona di Boston. Non ci sono prove che questi eventi siano collegati, ma sembra che la squadra potesse aver atteso un’adeguata distrazione mediatica e sia riuscita a mobilitarsi entro un giorno dall’attentato. CRONOLOGIA: * 00:58 – I cavi di telecomunicazione in fibra ottica vengono tagliati in una sala sotterranea vicino alla sottostazione, non lontano dalla US Route 101, appena fuori San Jose, lungo la Monterey Highway e la Coyote Ranch Road. Questo atto ha interrotto non solo alcuni servizi di telefonia fissa e mobile nella zona, ma ha anche messo fuori uso il sistema di emergenza 911 della regione. Per compiere l’azione sono stati utilizzati potenti tronchesi, rendendo più difficile la successiva riparazione. * 01:07 – Altri cavi utilizzati da Level 3 Communications vengono tagliati in un’altra stanza sotterranea vicino alla sottostazione di Metcalf, causando la perdita del servizio Internet per i clienti della zona. Per accedere a entrambi questi vani sotterranei, i responsabili devono rimuovere due coperchi di tombini. Si ipotizza che almeno due persone siano coinvolte in questa parte dell’attacco. * 1:31 – Le telecamere di sorveglianza vicino alla sottostazione di Metcalf registrano dei bagliori di luce che gli investigatori ritengono siano una torcia puntata verso obiettivi specifici. Le telecamere, però, sono rivolte verso l’interno, quindi non è possibile vedere nessuno nelle riprese. Nei minuti successivi, nelle riprese sono visibili diverse scintille e lampi causati da colpi d’arma da fuoco. L’attacco è iniziato sul serio. * Gli uomini armati hanno sparato al trasformatore per 19 minuti, utilizzando più di 120 colpi di munizioni. Molti colpi hanno mancato il bersaglio, ma molti altri l’hanno colpito, colpendo punti specifici nei blocchi di trasformatori e distruggendo almeno 10 trasformatori in una zona e tre in un’altra. Al termine dell’attacco, 17 trasformatori sono stati distrutti. * 01:37 – PG&E riceve gli allarmi dai sensori di movimento posizionati lungo la recinzione. * 01:41 – Il Dipartimento dello sceriffo della contea di Santa Clara riceve una chiamata al 911 da un dipendente della centrale elettrica Metcalf Energy, situata proprio lungo la strada della sottostazione. Questo dipendente aveva ancora copertura cellulare, il che significa che il taglio iniziale dei cavi in fibra ottica non aveva interrotto completamente il servizio. Il dipendente segnala degli spari. * 01:45 – I trasformatori della sottostazione Metcalf iniziano a surriscaldarsi. Dopo essere stati crivellati di fori di proiettile, i trasformatori hanno perso circa 52.000 galloni di olio di raffreddamento. Questo fa scattare una serie di allarmi presso un centro di controllo PG&E situato a 90 miglia di distanza. Di conseguenza, PG&E è in grado di deviare l’energia attraverso altre sottostazioni e prevenire gravi blackout. * 1:50 – un altro bagliore, simile a quello di una torcia agitata, è visibile nelle riprese delle telecamere di sicurezza. Questo sembra segnare la fine dell’attacco. Da questo momento in poi, non vengono sparati altri colpi. * 1:51 – meno di un minuto dopo la fine dell’attacco, arrivano gli agenti di polizia. Gli agenti trovano i cancelli del luogo ancora chiusi. * 3:15 – un tecnico della PG&E arriva alla sottostazione per valutare i danni. INDAGINI * Gli investigatori hanno rinvenuto oltre 100 bossoli, appartenenti a un’arma calibro 7,62×39 mm, probabilmente un SKS o una variante dell’AK. * Non sono state rinvenute impronte digitali su nessuno dei bossoli o dei proiettili; Non sono state trovate impronte di scarpe né tracce di pneumatici di un potenziale veicolo utilizzato per la fuga. Gli investigatori non sono riusciti a individuare alcuna prova dell’arrivo o della partenza degli uomini armati nelle riprese video. * Gli investigatori ritengono che siano state utilizzate almeno due armi, con un massimo di quattro armi impiegate durante la sparatoria. * I colpi di arma da fuoco erano diretti alle alette di raffreddamento dei trasformatori, il che ha causato la fuoriuscita dell’olio di raffreddamento e il loro surriscaldamento. * Ciò ha causato danni irreparabili ai trasformatori e ha attirato meno attenzione, dato che le alette di raffreddamento perdevano silenziosamente. Se gli uomini armati avessero preso di mira sezioni diverse dei trasformatori, il danno avrebbe potuto provocare un vasto incendio o esplosioni. * Gli uomini armati sembravano esperti nel tiro, dato che avevano sparato da una distanza di circa 25 metri. * Nella zona sono stati rinvenuti piccoli cumuli di pietre, il che indica che gli uomini armati avevano visitato il luogo in precedenza per segnare le loro posizioni di tiro. * Si ritiene inoltre che abbiano utilizzato visori notturni. * Il taglio dei cavi in fibra ottica indica che gli uomini armati conoscevano la disposizione sistematica della sottostazione di Metcalf, basata su sistemi SCADA (Supervisory Control & Data Acquisition) e non su reti cellulari come fanno altre. Gli aggressori sono stati in grado di eliminare qualsiasi sistema di allarme precoce che avrebbe allertato i centri di controllo della PG&E dei guasti ai trasformatori. DANNI * La riparazione dei danni alla sottostazione ha richiesto 27 giorni e ha avuto un costo di 15,4 milioni di dollari. Ciò ha causato fluttuazioni nel livello di energia elettrica disponibile per i residenti della zona, non solo nella parte meridionale di San Jose, ma anche a Gilroy e Morgan Hill. Nel piazzale da 500 kV della sottostazione, 10 trasformatori sono stati danneggiati, 7 nel piazzale da 230 kV e 6 interruttori automatici nel piazzale da 115 kV. È stato inoltre riferito che a seguito dei colpi di proiettile sono fuoriusciti 52.000 galloni di olio minerale, utilizzato per il raffreddamento. * I danni all’infrastruttura di telecomunicazioni in fibra ottica sono stati riparati entro 24 ore. AT&T ha avuto sei cavi tagliati e ha dovuto installare nuovi cavi per aggirare l’area colpita. Level 3 Communications ha avuto un cavo tagliato che è stato riparato entro 10 ore. * L’attacco non ha causato gravi interruzioni alla rete elettrica, poiché i funzionari sono riusciti a deviare l’energia intorno alla sottostazione di Metcalf, aumentando la produzione delle centrali elettriche nella Silicon Valley e chiedendo ai residenti di ridurre il consumo energetico fino a mezzanotte per compensare i danni alle infrastrutture. * Se l’attacco fosse stato sferrato in pieno inverno o in piena estate, avrebbe potuto causare blackout in tutta l’area di San Jose. * John Wellinghoff, presidente della Commissione Federale per la Regolamentazione dell’Energia (FERC), ritiene che una replica su larga scala dell’attacco potrebbe causare blackout in gran parte del Paese e potenzialmente mettere fuori uso la rete elettrica statunitense. Ha dichiarato inoltre che l’America è del tutto impreparata ad affrontare attacchi fisici, avendo trascorso gli ultimi anni ad adattarsi alla minaccia emergente degli attacchi informatici, sottovalutando però le vulnerabilità fisiche della rete elettrica. UN ALTRO ATTACCO * Il 27 agosto 2014, nel cuore della notte, la sottostazione di Metcalf è stata nuovamente attaccata. Un numero indeterminato di individui ha tagliato le recinzioni e ha saccheggiato gli uffici del sito, rubando oggetti, documenti e fascicoli relativi alla manutenzione della sottostazione. Tra questi c’era una copia dei piani per migliorare e prevenire il verificarsi di un disastro simile all’attacco del 2013. Queste copie non sono mai state recuperate. Il sistema di allarme, installato da poco, non si è attivato durante quest’attacco né ha allertato le autorità. Non sono state registrate immagini degli intrusi dalle telecamere di sorveglianza.