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«Non abbiate paura: il vecchio muore, il nuovo sta nascendo». Contro le vestali dell’ordine mondiale sul riarmo
«Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni cruenti più svariati». Antonio Gramsci scriveva queste righe dal carcere, mentre l’Europa scivolava verso la catastrofe. Un secolo dopo sembrano scritte per noi. Guerre che si moltiplicano, prezzi che salgono, salari che non bastano, democrazie che si svuotano. Sugli schermi dei ragazzi e delle ragazze scorre ogni giorno un mondo in fiamme. Eppure, proprio nell’interregno, qualcosa si muove. E a chi oggi ha vent’anni va detta una cosa semplice: non abbiate paura. La storia insegna che i momenti più bui sono anche quelli in cui le generazioni nuove hanno saputo cambiare il corso degli eventi.  _________   GAZA, IL VIETNAM DI QUESTA GENERAZIONE Negli anni Sessanta furono le immagini del Vietnam, portate per la prima volta nelle case dalla televisione, a scuotere la coscienza di milioni di giovani. Oggi è Gaza, che entra ogni giorno nelle chat e nei feed di una generazione cresciuta con lo smartphone in mano. Bambini sotto le macerie, ospedali distrutti, la fame usata come arma: per molti ragazzi il genocidio dei gazawi è diventato il simbolo della tracotanza di un potere che non risponde a nessuno. Un potere che ha volti precisi. Donald Trump e Benjamin Netanyahu sul piano politico e militare; Jeff Bezos ed Elon Musk su quello economico e tecnologico. Uomini a cui è stato permesso perfino di colonizzare il bene comune per eccellenza: lo spazio. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 lo definiva «patrimonio di tutta l’umanità»; oggi l’orbita terrestre è affollata di satelliti privati che decidono chi è connesso e chi no, persino in guerra. È la rappresentazione plastica di un’epoca in cui ciò che è di tutti diventa proprietà di pochissimi. L’IPERLIBERISMO È UN MODELLO DI POTERE L’iperliberismo non riguarda solo affitti impossibili e buste paga leggere. È un modello di potere, e sempre più spesso di guerra, che si allarga a macchia d’olio. La ricchezza si concentra in pochi patrimoni legati alla finanza, alle piattaforme digitali, all’energia fossile e all’estrazione mineraria. I numeri sono impressionanti: secondo il rapporto Oxfam 2026, l’1% più ricco del pianeta controlla in media il 43,8% della ricchezza globale, mentre una dozzina di individui possiede più ricchezza della metà dell’umanità. Per la prima volta, i miliardari nel mondo sono oltre 3.000. A quei livelli il confine tra potere economico e potere politico diventa poroso. Chi possiede le piattaforme su cui si forma l’opinione pubblica, chi finanzia le campagne elettorali, chi controlla le infrastrutture critiche, siede di fatto al tavolo dove si decide il destino di miliardi di persone. Intanto, il lavoro resta mal retribuito, precario, frammentato. Il salto tecnologico, che potrebbe liberare tempo e generare benessere diffuso, produce invece rendite per una ristretta cerchia di nuovi “benefattori” e insicurezza per tutti gli altri. La ricchezza dei miliardari è più che raddoppiata dal 2020 rispetto ai salari medi. È la conseguenza di scelte politiche. LA GUERRA CHE ENTRA NELLE NOSTRE TASCHE A questo divario si somma la crisi prodotta dalle guerre. L’ultima, la più scellerata, è quella aperta contro l’Iran dai nostri stessi “alleati”. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato una serie di attacchi contro l’Iran, e da allora Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, attaccando navi, posando mine e imponendo pedaggi per il transito. Da quel braccio di mare transita di solito un quinto del petrolio mondiale in uscita dal Golfo. A settembre la tensione si è estesa a Bab el-Mandeb, con gli Houthi che minacciano le rotte saudite nel Mar Rosso e il greggio tornato sopra i 100 dollari al barile. Il risultato lo paghiamo tutti: bollette, carburanti, carrello della spesa, inflazione che erode salari già poveri. E mentre l’economia reale soffre, la spesa per le armi corre. Secondo il Sipri, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo anno consecutivo di crescita, e il suo peso sul Pil globale è salito al 2,5%, il livello più alto dal 2009. La spesa dei membri europei della Nato è aumentata più velocemente che in qualsiasi momento dal 1953, e l’Alleanza ha fissato l’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035. L’Italia non fa eccezione: è dodicesima al mondo, con un incremento del 20% in un solo anno. È una corsa insensata. I ragazzi e le ragazze del ‘26 lo sanno: ogni euro speso in armi è un euro sottratto a case, scuole, sanità e transizione ecologica. Lo sanno anche perché la guerra non resta più un’astrazione lontana. In Russia e in Ucraina i giovani vengono mandati al fronte con la forza. In Europa si parla apertamente di “mentalità di guerra” e di ritorno della leva. Non a caso ha fatto discutere la segretaria dei Giovani Democratici, Virginia Libero, quando dal palco della Festa dell’Unità ha detto: «non saremo noi i soldati delle vostre guerre». Ha dato voce a un sentimento diffuso: l’idea che sia normale pensare di poter andare in guerra domani non va giù a nessuno. IL ’68 CI DICE CHE SI PUÒ VINCERE Ma la storia non insegna solo pericoli. Insegna anche che si può vincere. Nel ’68 i movimenti studenteschi incalzavano vecchie classi dirigenti e incrociavano sindacati forti e partiti di massa. Insieme seppero trasformare la protesta in riforme: lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, il diritto allo studio, un welfare che ha garantito dignità a intere generazioni, lo stesso che oggi le destre stanno smontando pezzo dopo pezzo. E fu in quegli anni che il rifiuto della guerra si saldò con la battaglia contro l’atomica: proprio nel 1968 veniva firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Oggi, con gli arsenali che tornano a crescere e le minacce nucleari pronunciate con leggerezza, la messa al bando delle armi atomiche è più attuale che mai. Anche oggi i movimenti esistono, e cominciano a parlarsi. Quelli per la casa dialogano con quelli contro l’overtourism. Le mobilitazioni per il clima si intrecciano con quelle per la pace e per Gaza. Le lotte per salari più alti e contro l’inflazione incontrano quelle per la scuola e la sanità pubblica. Dagli Stati Uniti al Nepal, dal Marocco al Madagascar all’Indonesia, una generazione cresciuta sui social sfida governi percepiti come autoritari, corrotti e distanti. In contesti diversissimi si diffonde la stessa sensazione: si è giunti al limite. Sono movimenti ancora frammentati, ma la convergenza è il primo passo verso la forza. L’ALLEANZA TRA I POPOLI Gramsci parlava dei “fenomeni morbosi” dell’interregno. Ma l’interregno non dura per sempre: prima o poi il nuovo nasce. Quale nuovo dipenderà da noi. Dipenderà dalla capacità di unire le lotte nei singoli Paesi e nel mondo, di trasformare la rabbia in organizzazione e l’organizzazione in proposte: tassare i grandi patrimoni, fermare la corsa al riarmo, mettere al bando le armi nucleari, rilanciare il welfare e la transizione ecologica. La pace si costruisce nell’alleanza tra i popoli, non nelle alleanze militari. E nei comuni obiettivi globali si sconfigge l’ingiustizia climatica e sociale. Ai ragazzi e alle ragazze di oggi non serve la paura. Serve la consapevolezza che, come nel ’68, il futuro non è ancora scritto. E che tocca a loro scriverlo. > CE N’EST QU’UN DEBUT CONTINUONS LE COMBAT… > >   VERSIONE PER PRESSENZA Aurelio Angelini
October 20, 2026
Pressenza
Cagliari, 23-25 settembre: Gramsci e la questione meridionale
Interpretazioni e traducibilità a un secolo dal saggio del 1926 Dal 23 al 25 settembre, presso l’Università di Cagliari, si terrà il Convegno internazionale di studi “Gramsci e la questione meridionale” a 100 anni dal saggio del 1926. Aula A, Campus Sant’Ignazio, Via Sant’Ignazio da Laconi 76, Università di Cagliari Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Cagliari 23
September 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Contro la Trinity of Power, la lotta del femminismo curdo per l’ecodemocrazia radicale. Intervista a Laura Corradi
Mentre nella confusione del mondo sorgono guerre tra diversi imperialismi, dal 2014, in un piccolo angolo di terra del Nord-Est siriano, nella regione del Rojava, c’è in atto una rivoluzione di stampo ecosocialista ed ecofemminista che si ispira alle teorie del confederalismo democratico[1] di Abdullah Öcalan[2], leader politico curdo e fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK)[3]. Il confederalismo democratico curdo è diventato negli anni un esempio politico e sociale per moltissimi militanti avendo come obiettivo la creazione di un’ecodemocrazia radicale, la costruzione di una leadership femminista e l’opposizione a patriarcato, capitalismo e Stato: una trinità di potere. Di questo parliamo con Laura Corradi, sociologa ecofemminista, autrice di un interessantissimo studio dal titolo “A Trinity of Power ‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender Inequalities Intersectionality, Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî” pubblicato a maggio 2026 sulla prestigiosa rivista Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies di Ca’ Foscari. Laura Corradi è un’attivista impegnata nei movimenti femministi, queer, deep ecology, pacifisti, contro il razzismo, per la salute e i diritti sociali. Ha insegnato Feminist Theory e Sociology of Sexualities all’Università di Santa Cruz in California, dove ha appreso l’importanza del metodo intersezionale e l’importanza di intersecare variabili di classe, genere, razza/etnia/cultura, età, orientamenti sessuali, religione, status e diverse abilità, nella ricerca sociologica. Da sempre svolge ricerca con un approccio decoloniale nelle comunità etniche a basso reddito, tra rifugiati/e, tra le popolazioni indigene in India, tra le comunità Maori in Nuova Zelanda e tra i Rom e Sinti in Europa, prestando molta attenzione allo sviluppo dei femminismi indigeni. Tra le più importanti studiose del confederalismo democratico in Rojava, del pensiero di Abdullah Öcalan e del femminismo curdo, è autrice di libri, articoli scientifici e divulgativi, è una grande sostenitrice dei processi di decolonizzazione delle conoscenze e delle metodologie a partire dalle prospettive aborigene. Attualmente è docente universitaria presso la Università della Calabria e si occupa di Sociologia della Salute e dell’Ambiente, di Studi di Genere e Metodo Intersezionale e di Genere e Scienza.  Come è nato il tuo recente studio e quanto tempo ha richiesto di approfondimento e lavoro? Conosco esuli del Kurdistan fin dagli anni ’80 quando ero una studente-lavoratore a Padova – a quei tempi perseguitati da Saddam Hussein, che nei loro confronti mise in atto una vera pulizia etnica, e sono sempre stata solidale con i popoli bersaglio di genocidio, ieri come oggi. Ma ho iniziato a studiare la questione curda nel 2014, quando in Rojava è stata approvata la Carta del Contratto Sociale – una costituzione bellissima la cui lettura mi ha entusiasmata. Era qualcosa di assolutamente nuovo. Per cui proposi alla Direttrice di Leggendaria, Annamaria Crispino, lo spazio per un Inserto ‘Speciale Curde’ – che vide la luce nel 2016 (n. 116 della rivista) col titolo “Jin Jiyan Azadi. Dove le donne vivono libere” per narrare l’esperienza femminista delle donne nella Federazione Rojava. Intervistai la costituzionalista Alessandra Algostino che analizzò il Contratto Sociale nelle sue peculiarità, collegandolo alle Costituzioni della Terra che si affacciavano al mondo in quel periodo. Oltre alla traduzione completa del contratto sociale, l’inserto conteneva anche altri contributi: di ragazze che avevano visitato Rojava in delegazione e dialogato con le organizzazioni delle donne; un articolo di Alessia Drò e Viola Lo Moro sul femminismo anticapitalista delle curde; e interviste raccolte da Radio Onda Rossa nel novembre 2014. ‘Speciale curde’ ottenne una grande diffusione e fu presentato in università, centri sociali, librerie riscuotendo attenzione e ammirazione per questo popolo che stava lottando contro l’Isis mentre costruiva una eco-democrazia diretta, con leadership di genere. Il doppio apicale (un uomo e una donna per ogni carica pubblica) sarebbe il minimo da fare anche qui – ovunque, nelle istituzioni come nelle comunità – ma nel nostro Paese siamo ancora bloccate da moderatismi e conflitti che favoriscono la frammentazione e rallentano in processi di mutamento radicale. Lei parla di una “trinity of power” composta da capitalismo, Stato e patriarcato. Da dove deriva questa espressione? Quale ruolo sta giocando nel nostro mondo contemporaneo, questa trinità di potere, nelle disuguaglianze di genere e nelle disuguaglianze di classe? ‘Trinity of Power’ è una espressione che propongo nel mio lavoro, per sintetizzare la complessa relazione tra patriarcato, capitale e stato – magistralmente analizzata dal leader curdo Abdullah Ocalan, incarcerato da 27 anni in un’isola della Turchia. I suoi scritti mi ricordano molto Antonio Gramsci – che ho imparato a conoscere fin da piccola, grazie a mia nonna. Se penso alle difficoltà di avere solo un libro alla volta, di essere privato di penna o matita per interi periodi, di non poter comunicare con l’esterno … mi rendo conto che il valore del suo lavoro è superlativo.  Nel suo ultimo libro ‘Sociologia della libertà’, Ocalan va alle radici delle oppressioni e sostiene (come altri/e studiosi/e) la tesi per cui le prime forme di patriarcato, capitale e Stato si manifestarono 5000 anni fa, con la sedentarizzazione e la possibilità di accumulare. Il saggio cerca di collegare le innovative proposte politiche del Movimento delle donne curde sul confederalismo democratico e la Jineolojî (gineologia, “Scienza delle donne”). Cosa è la gineologia e qual è il suo rapporto con il femminismo curdo? La gineologia – parafrasando la critica alla “scienza patriarcale e maschilista occidentale” di Vandana Shiva – può essere un “nuovo paradigma di scienza”? Nel mio saggio sintetizzo il lavoro di Ocalan, collegandolo con le proposte politiche del movimento delle donne curde, dal confederalismo mondiale delle donne alla Jineoloji (scienza delle donne) una grande operazione di riscrittura delle scienze dal punto di vista delle donne, a partire da ciò che ancora sopravvive nella vita quotidiana, nelle varie discipline, nelle pratiche delle donne. Da più parti è considerato un ‘nuovo paradigma’ nella costruzione della conoscenza, ha molto in comune con l’esperienza dei femminismi intersezionali e decoloniali, ma come spiego nel saggio, loro vanno oltre il femminismo …. Infine nell’ultima parte del mio lavoro traccio un ponte fra le epistemologie pratiche indigene e questa esperienza curda così vicina a noi. Curda e non solo, perchè coinvolge siriani, ezedi, turcomanni, arabi, armeni – tutte le etnie presenti nel luogo – in una forma di confederalismo democratico che potrebbe essere la soluzione per i conflitti in medio-oriente, e che ricalca le alleanze indigene delle 5 Nations, un tema che ho affrontato in tre saggi su Jacobin Italia. Questo lavoro pubblicato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia sta avendo successo perchè guarda a possibili soluzioni e mi piacerebbe tradurlo in italiano – se durante l’estate ce la faccio – credo potrebbe essere un contributo al dibattito attuale nel nostro paese. All’interno del saggio/studio ‘Trinity of Power’ lei usa il termine ecodemocrazia radicale. Di cosa si tratta e perchè è la forma di organizzazione politica auspicabile di una società che si pretende “orizzontale” e democratica? In Rojava – nelle Amministrazioni Autonome del nord-est della Siria – si stanno sperimentando forme di eco-democrazia radicale in maniera partecipata ridefinendo bisogni, produzione, riproduzione, cooperazione; utilizzando processi decisionali che coinvolgono tutt*, senza i quali sarebbe impossibile pensare alla costruzione di eco-agricoltura ed eco-industria senza un consensus forte. Ma la radicalità della loro democrazia sta anche nell’impegno a generare eco-società ove non alberghino maschilità tossiche, razzismo, abilismo, etc. Il lavoro delle curde nella educazione in generale – e degli uomini in particolare – ci dà un grande esempio. Nella seconda parte del saggio lei parla di intersectional decolonization of knowledge (“decolonizzazione intersezionale della conoscenza”), sottolineando come la messa in discussione del colonialismo storico sia un punto di partenza fondamentale per ripensare oggi un mondo dal basso. La direzione è verso la condivisione dei saperi e il rifiuto di ogni mentalità estrattiva?  Non solo. Nella decolonizzazione intersezionale dei saperi si mette in atto uno smontaggio profondo ….non si tratta solo di condividere i saperi che esistono rifiutando che vengano male utilizzati – per fini estrattivi e distruttivi – ma si tratta di capire come la conoscenza che ci insegnano come “neutrale” sia l’espressione delle idee e degli interessi di una trinità di poteri – patriarcato, capitale, stato – che si è generata nel corso di millenni, con il passaggio dai matriarcati alle prime città-Stato. Nel mio corso di Genere e Scienza, alla Università della Calabria, cerchiamo di decostruire la matrice di ciò che sappiamo, decodificandone l’origine e gli sviluppi in maniera intersezionale. Come ci insegna la sociologa della scienza Sandra Harding, una pioniera della epistemologia femminista, il sapere dominante esprime una supremazia di genere, di classe, e coloniale. Senza una azione critica nei confronti della scienza continueremo ad accettare passivamente qualsiasi tecnologia – anche inutile e dannosa – magari in nome del “progresso”. La costruzione di un sapere liberato può darsi in un percorso di trasformazione sociale dal basso, orientato al benessere della gente e non al profitto, alla competizione, alla guerra. Tale percorso non può vedere le donne, le popolazioni neo-colonizzate e le comunità indigene, come soggetti subalterni ma come agenti attive e consapevoli del futuro. Recentemente lei, per questo originale saggio, ha ricevuto un premio di livello mondiale dal World Congress of Women Studies, tenutosi in Thailandia, per il miglior lavoro svolto nell’ambito degli studi di genere. Secondo lei, perchè l’importanza dei suoi studi viene riconosciuta “ai margini” del mondo e non viene premiata nell’ambito accademico europeo? Crede che sia un problema di autoreferenzialità accademica o di un incancrenito eurocentrismo duro da sciogliersi? Ho presentato solo una parte di questo saggio al Congresso Mondiale degli Studi delle Donne a Chiang Mai, nell’ambito di un lavoro su Genere e Scienza: “Dalla critica della scienza in Sandra Harding alla Jineoloji – Scienza delle donne curde”. Non mi aspettavo davvero tanto interesse; in Italia sono abituata a non ricevere riconoscimenti per il mio lavoro, anzi. Pensa che l’ultima volta che sono stata bocciata ad un concorso per prof ordinaria, nelle motivazioni c’era scritto che ho “una prospettiva ecofemminista”, che faccio “ricerca militante” e che rigetto in blocco il “neoliberismo, dominazione maschile e colonialismo”, come fosse un peccato. Devo dire che non è solo l’eurocentrismo: se guardiamo alla accademia italiana ancora così ancien regime, in maniera intersezionale, possiamo notare quanto pesino il classismo, l’eteropatriarcato (sia nelle sue forme moleste che in quelle moraliste) e le relazioni di potere … purtroppo anche tra donne.  L’individualismo, la competizione e la sfiducia sono alla base della mancanza di alleanze serie fra donne nell’università italiana – un ambito che conosco da oltre 40 anni. Speriamo che le cose cambino con le future generazioni: la lezione delle curde, le accademie delle donne, le norme di comportamento (non criticare mai una donna davanti agli uomini, non parlare alle sue spalle, offri una critica amorevole …) forse potranno essere raccolte dalle ragazze di oggi e dare frutti domani.   [1] Confederalismo democratico, basato sulle teorie di Abdullah Öcalan ed edotto dall’ecofilosofo Murray Bookchin, è una forma di organizzazione politica che rigetta lo Stato-Nazione e si fonda su tre pilastri: democrazia diretta (dal basso), parità di genere ed ecologia sociale. [2] È stato imprigionato nel 1999 dopo essere stato arrestato in Kenya dai servizi segreti turchi con la collaborazione di governi stranieri come Israele e Stati Uniti. È stato condannato all’ergastolo per reati quali “tradimento” e “separatismo” e per dieci anni è stato l’unico prigioniero dell’isola-prigione di Imrali. Il suo totale isolamento per 23 ore al giorno e i continui rifiuti di visitarlo sono stati denunciati in molte occasioni dalle organizzazioni per i diritti umani, rendendo la sua liberazione una causa inscindibile del popolo curdo. [3]Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha annunciato ufficialmente il proprio scioglimento e la fine della lotta armata contro lo Stato turco a maggio 2025. La storica decisione, che ha chiuso quasi 50 anni di conflitto, è stata formalizzata a seguito di un congresso basato sulle direttive dello storico leader Abdullah Öcalan.   Fonti: https://bodypolitics.noblogs.org/ Laura Corradi, “A Trinity of Power ‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender Inequalities Intersectionality, Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî”, Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies, Ca’ Foscari, Maggio 2026 https://edizionicafoscari.unive.it/en/edizioni4/riviste/inequalities/2026/3/ “Speciale Jin Jiyan Azadì – Dove le donne vivono libere. L’esperienza femminista delle donne curde nella Federazione Rojava” in Leggendaria N. 116, maggio 2016, pp. 43-56. https://bodypolitics.noblogs.org/files/2015/08/Speciale-Jin-Jiyan-Azadì-femminismo-curdo.pdf Carta del Contratto Sociale del Rojava https://www.eleuthera.it/files/materiali/carta%20del%20rojava.pdf Lorenzo Poli
June 26, 2026
Pressenza
2 giugno a Pontedera con il Movimento No Base
Parallelamente e in sintonia con la mattinata proposta da Pax Christi a Firenze davanti alla caserma Predieri (ora anche adibita a sede del comando Nato), il movimento No Base con altre realtà pacifiste ha organizzato una giornata a Pontedera, dove è in progetto un poligono di tiro a cielo aperto e una pista di addestramento nella tenuta Isabella: parte del piano che investirebbe ben 520 mln di euro tra S. Piero a Grado e, appunto, Pontedera per una nuova base militare italiana. Si tratta di cementificare, lì alla Tenuta, una 40ina di ettari e creare una fonte di inquinamento ambientale e acustico in un territorio  già saturo. La popolazione dice NO. La mattina è dedicata al corteo che si snoda, pacifico, colorato e rumoroso, con quasi duemila partecipanti, per le vie cittadine prevedendo sei tappe. Si parte dal Comune, responsabile di alcune decisioni in merito alla base. Ci si ferma al Duomo, dove le diverse anime del movimento esprimono le prospettive di pace; è poi la volta delle scuole, a cui si rimprovera sempre maggior connivenza con il mondo militare nella formazione; quindi la stazione, che ospita al binario 4 un vero hub per il transito e sosta di materiali di armamento. Si arriva ai quartieri popolari (fra l’altro decorati di splendidi murales, fra cui quello con il volto e la celebre frase di Gramsci: odio gli indifferenti), dove si riflette come i soldi spesi in guerre sottraggano risorse allo stato sociale; si conclude al piazzale Piaggio, industria storica ora coinvolta nella produzione militare  o dual use. Da qui la navetta porta alla Tenuta per un pranzo al sacco insieme e un’assemblea di riflessione su come meglio spendere 520 milioni. Da Viareggio abbiamo partecipato con alcuni membri del Forum per la Pace e del Coordinamento per la Palestina. Nel giorno in cui è nata la Repubblica, che nella sua Costituzione ha espresso il ripudio della guerra come cardine, è vergognoso oltre che anacronistico assistere a ostentate parate militari. L’Italia ha voluto uscire dell’incubo di due guerre e dalla mentalità bellica che, prima negli anni dieci e poi negli anni trenta del ‘900, le ha prodotte. Le numerose manifestazioni, come queste toscane, che in Italia si sono svolte sono la vera e popolare celebrazione dello spirito del 2 giugno, e dicono NO al riarmo, alla Nato, alle spese militari. Dicono SI’ alle forze disarmate e disarmanti e provano pure a dar loro veste istituzionale. Chi ancora non l’ha fatto vada al sito www.difesacivilenonviolenta.org e ci metta la firma! È un gesto concreto che prova a costruire eserciti di pace e cooperazione,  in controtendenza con l’andazzo generale e sviluppando i Caschi Bianchi sperimentali che già esistono. Fatelo. È un dono alla nostra Repubblica. Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza
Valditara espelle Spinoza, Gramsci e Marx dai licei
un appello contro le indicazioni di Valditara, un intervento di Matteo Saudino, lo sciopero di Unicobas, un commento di Francesco Masala, un disegno di Mauro Bianifinalmente il ministro del demerito con una tara (o forse più) cancella Spinoza, Gramsci e Marx, poco moderni (non hanno mai usato facebook, instagram e tiktok), e poi sono troppo conflittuali, di origine ebraica, e
Resurrection – Bi Gan
(visti da Francesco Masala) al cinema l’eccezionale film cinese di Bi Gan, un piccolo film di Leandro Picarella e un articolo di Antonello Zanda sui tagli al cinema italiano ho visto il film in una proiezione “speciale” con il collegamento di Bi Gan, da remoto, alla fine, per rispondere alle domande del pubblico, il regista, 36 anni, è già uno
Varese: i segreti della «città giardino»
di Maurizio Fantoni Minnella Se gli alberi della “città giardino”, felice dei suoi sette colli all’ombra delle Prealpi, potessero parlare, avrebbero molte storie da raccontare come quella, fra i tanti esempi, dell’ambulante fioraio che in una normale giornata di mercato perse la vita in seguito all’esplosione di una bomba di matrice neofascista. Era il 28 marzo del 1974. La città
Organizzare la cultura: un dialogo con Gennaro Avallone – di Osvaldo Costantini
Chiarisco subito che questa non è una critica, né una risposta all’articolo di Gennaro Avallone, bensì una reazione ad essa e un tentativo di cogliere alcuni degli spunti che lancia e portarne altri nella speranza che altre persone possano aggiungersi a questo dialogo che qui propongo, e che, diciamo, costituisce la messa in pubblico [...]
March 30, 2026
Effimera
Massimo Lunardelli, sulla Terra e chissà dove
Un ricordo di Massimo Lunardelli Tempo fa, qui in Bottega, avevo raccontato di aver preso (o ripreso) a far disegnini e vignette con una certa regolarità “per colpa” di Massimo Lunardelli. Era il 2016 e stava lavorando alla pima versione del luo libro “è Gramsci, ragazzi”,1 dedicato ai giovani lettori in età scolare, che avrebbe voluto illustrare con alcuni disegni
Anniversari e retorica: ancora su (san) Francesco…
… tirato per il saio da Mussolini e dai seguaci di «frate lupo , ladro e omicida pessimo». due contributi di Fabio Bettoni (*) Francesco & Benito Quella volta raggiunse vertici stilistici di colore dannunziano. Dico del “duce”, edel Messaggio da lui propinato, nel novembre del 1925 (v. “Il Popolo d’Italia”, 28.XI), alle rappresentanze fasciste all’estero in occasione del settimo