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Il mito del patriarcato mediterraneo tra ideologia e militarizzazione del potere
Prestando bene attenzione a non farne una questione con un radicamento storico o sociologico, per evitare di attribuire realtà sostanziale a un costrutto inventato e magari finire con legittimare profezie che si auto-avverano o miti di fondazione, non diversamente da come accaduto per l’entità sionista in Palestina fondata sul mito religioso della Terra promessa, sarebbe il caso di provare a circoscrivere la boutade del “patriarcato mediterraneo” dal punto di vista del riferimento politico al quale punta il generale Vannacci con il suo partito per le prossime elezioni. È chiaro che quando parla di patriarcato mediterraneo, il caudillo italiota intende strizzare l’occhio ad un elettorato di destra non propriamente liberale o liberista, ma un po’ retrogrado, conservatore e inculturato, quello che vede nella cultura femminista, LGBTQ+, woke e accogliente un pericoloso tentativo di delegittimazione del maschio o, meglio, di quello che è il mito del maschio potente, bianco e caucasico, costruito intorno all’idea dell’uomo forte che dirige persone come fossero plotoni militari. Ora, l’idea che il generale Roberto Vannacci, spezzino, cresciuto tra la Romagna, la Versilia e Parigi, i suoi voti possa prenderli nel profondo sud dell’Italia, in accordo ad un cliché elettorale, talvolta in parte confermato, che vede il meridione più conservatore, tradizionalista e incline a votare a destra, è probabilmente il motivo principale per cui gli balena in mente l’idea di rivangare il patriarcato in salsa mediterranea. Senza voler troppo andare per il sottile, bisognerebbe, intanto, fare mente locale dal punto di vista geografico sul significato di “cultura mediterranea”, sulla sua storia, che spazia dalla tradizione berbera a quella palestinese, araba, turca, fino a quella balcanica, per poi lambire le popolazioni ioniche e quelle della Magna Grecia, in un crogiuolo di realtà, aventi in comune l’affaccio sul Mar Mediterraneo, che hanno eretto insieme un patrimonio millenario fatto di scambi culturali, radici comuni, accoglienza e dialoghi di pace. Tuttavia, proprio perché nato e cresciuto in questa culla che è la cultura mediterranea, quella degli ulivi, delle reti da pesca e delle rotte commerciali, simboli orgogliosamente puntellati su ogni kefiah, emblema specifico di questa cultura mediterranea, vorrei provare a ribaltare la narrazione patriarcale sulla scorta di una serie di elementi fattuali derivanti da un’analisi materiale delle condizioni di vita all’interno del bacino mediterraneo. Chiunque sia cresciuto in una famiglia mediterranea, quale può essere anche quella pugliese di qualche decennio fa, sia essa di terra o di mare, tra contadini, ortolani, marinai, pescatori e commercianti, sa bene che mentre gli uomini trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavoro, il vero perno della famiglia era costituito dalle regole dettate in casa dalla donna, massaia, educatrice, economa, tutrice della cultura cittadina e responsabile della costruzione di un universo simbolico che poteva essere divino o demoniaco, tanto quanto le poteva valere l’attribuzione dell’epiteto di santa o di strega, secondo un meccanismo in grado di produrre inclusioni o esclusioni sociali. È questo matriarcato, di fatto, silenzioso e perdurante, la cifra reale della cultura mediterranea, quella che prevedeva in passato, sulla sua sponda araba sudorientale, la possibilità della poliandria, cioè la concessione alle donne di stare con più uomini, così come prevedeva il divorzio e il matrimonio a contratto da rescindere con uomini che prendevano la via dei commerci. È questa ginecocrazia, di fatto, che regnava all’interno di quelle famiglie allargate mediterranee, in cui la matrona era la domina assoluta della casa, custode di segreti, in grado di prendersi cura di ogni membro della famiglia e meritevole di rispetto sociale. Questo, tuttavia, non significa che il matriarcato abbia avuto anche un riconoscimento istituzionale allargato e un ruolo sociale condiviso. Il fatto che poi sia stato alimentato il mito di un patriarcato nell’area mediterranea è il risultato di un processo storico che ha visto il potere ufficiale affidato prima a una casta di uomini d’armi e dopo a una casta di uomini di lettere. Tanto i primi quanto i secondi, in tempi di suffragio maschile, hanno continuato a sostenere il mito del patriarcato come tipo di narrazione retorica che si autosostiene all’interno di una società che fonda il suo primato sulla deterrenza della forza, dell’obbedienza o del sapere, non sulla capacità gestionale, sulla cura dei membri, sull’educazione, incombenze lasciate alle donne al fine di poter mantenere modelli sociale imposti non dettati dalle condizioni materiali. Con ciò, ovviamente, non si vuole dire che il patriarcato non sia effettivamente mai esistito, ma solo che esso sia stato imposto dall’alto, che sia stato un’immagine capovolta della realtà, un modello di potere sostenuto da una politica basata sul primato della coercizione, del controllo, della forza, prima militare e poi intellettuale, ma non materiale, non reale. Una vera e propria ideologia necessaria per mantenere e sostenere il primato politico della forza a discapito dell’educazione, della parola, della cura. Non a caso, l’ampia rassegna di studi[1] sulle culture matriarcali e matrilineari dimostra non solo il fatto che al fondo, prima che le civiltà accedessero alla divisione organica del lavoro, tutte le culture erano caratterizzate dal ruolo centrale delle madri, ma anche la propensione di queste culture per l’accoglienza e l’inclusione, per il culto della vita, per l’organizzazione assembleare orizzontale e non verticale o gerarchica, per la scarsa propensione alla guerra e alla violenza in favore della pace. È chiaro, allora, che in una cultura come quella contemporanea, che cerca faticosamente di appianare il gap di genere, anche con misure impopolari di Affirmative action, come le quote rosa, ai cultori del militarismo come forma di potere frana il terreno sotto i piedi. È da questa seria impostazione ideologica che bisogna partire, al di là della facile ironia che si attira una simile prospettiva anacronistica, per comprendere il programma politico del generale Vannacci. Si tratta del programma di un militare che candida altri militari e che, nel quadro di un generale processo di militarizzazione della società civile e di normalizzazione della guerra come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dimostra da anni, cerca di trasformare diritti, la cultura, l’educazione, la democrazia e la partecipazione in modelli marziali di gestione del potere dall’alto, approfittando anche del vuoto di potere lasciato dagli intellettuali impegnati in politica. Lo schema, ovviamente, non è nuovo; basterebbe studiare un po’ di storia, anche quella del Mediterraneo, per capire che quando i militari si affacciano alla politica siamo davanti ad una crisi dei fondamenti della democrazia, della libera partecipazione dal basso, nell’illusione che l’ordine, la disciplina e il comando siano la modalità più efficiente ed efficace di gestire il potere. Anche questo, chiaramente, è sintomo di incultura, di mancanza di memoria, quella memoria che le donne custodivano e tramandavano di generazione in generazione insieme alle cure, ai rimedi naturali, alle fatture e ai malefici che condizionavano la vita delle comunità. Il patriarcato mediterraneo, dunque, non è che un mito ideologico, un’immagine capovolta della realtà, una narrazione retorica tanto fittizia quanto inattuale, architettata ad hoc da chi pensa di realizzare una società militarizzata e che – parafrasando Rousseau quando parlava della fondazione della proprietà privata – avrà un seguito solo se continuerà a trovare «delle persone abbastanza stupide da credergli». [1] J. J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2003; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia, Roma 2013; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023; M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma 2008.   Michele Lucivero
August 20, 2026
Pressenza
La fabbrica del nemico
di Vincenzo Scalia Da Vannacci e Cruciani all’apologia della giustizia fai-da-te, cresce una cultura politica che sdogana l’uso della forza e alimenta la paura, mentre il potere continua a indicare …
Vannacci e la militarizzazione della politica nel quadro dell’israelizzazione della società civile italiana
Al di là dello specifico posizionamento politico che il Generale di Divisione dell’Esercito Italiano Roberto Vannacci ha assunto nel panorama ideologico attuale – per nulla originale a dire il vero, dal momento che si tratta del classico armamentario leghista e dell’estrema destra – ciò che dovrebbe far riflettere, invece, in questo preciso momento storico è il fatto che per la prima volta nell’Italia repubblicana un generale dell’esercito, anzi il generale di uno dei reparti più reattivi dell’esercito italiano, come quello dei paracadutisti della Folgore, si metta a capo di un movimento politico e riceva, al tempo stesso, una notevole esposizione mediatica. A dire il vero, l’ingresso di militari graduati in politica non è un fenomeno completamente nuovo. Sicuramente è un tratto distintivo dell’Italia prerepubblicana, in cui le cariche politiche erano appannaggio di classi sociali benestanti e l’ingresso in Parlamento era su base censitaria, per cui non era insolito trovarsi come senatori dei generali oppure dei capi d’armata; tuttavia, il fenomeno dei militari in politica e in Parlamento è tornato in voga con una certa frequenza negli ultimi due decenni. Si potrebbero citare, ad esempio, i nomi di Davide Galantino, Ufficiale dell’Esercito Italiano nato nel 1979, biscegliese e fuciliere assaltatore della Folgore, diventato, di fatto, il primo graduato in servizio ad essere eletto alla Camera dei deputati in un collegio pugliese nel 2018 con il Movimento 5 Stelle, per poi passare l’anno successivo a Fratelli d’Italia. Ma si potrebbe citare anche Silvio Giovine, vicentino e avvocato, Ufficiale della riserva selezionata dell’Esercito eletto alla Camera dei deputati nel 2022 tra le fila di Fratelli d’Italia. Un approfondimento a parte andrebbe fatto per Edmondo Cirielli, laureato in giurisprudenza e generale dell’Arma dei Carabinieri per poi diventare nel 2020 Generale di Brigata. La sua carriera politica inizia come consigliere della regione Campania nel 1995 in quota Alleanza Nazionale e poi prosegue, con la medesima sigla, come deputato alla Camera nel 2001. Ha ricoperto numerosi incarichi politici negli anni, tra cui quello di consigliere della Fondazione Italia USA e membro dell’Assemblea parlamentare della NATO. Al di là delle sue uscite infelici sulla Resistenza italiana e di dichiarazioni fascistoidi, giova ricordare almeno la promozione di due diverse iniziative in Parlamento: la prima risale al 2005 e riguarda la riforma del codice penale in relazione ai termini di prescrizione e alle pene per i reati di associazione mafiosa, quella che viene indicata come legge ex-Cirielli; la seconda, invece, risalente al 2020 riguarda un disegno di legge che introdurrebbe il divieto di costituzione di partiti che «si propongano l’instaurazione di regimi totalitari di ideologia comunista» (sic!). Sintomatica di un determinato modo di pensare la politica è, a nostro avviso, anche la nomina di Sergio Costa nel maggio 2018 nel governo tecnico guidato da Giuseppe Conte a ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare.  Costa era già diventato nel gennaio 2017, con il trasferimento del personale dal Corpo forestale all’Arma dei Carabinieri, Generale di brigata dei Carabinieri Forestali, per poi passare nel 2024 a Generale di corpo d’armata dell’Arma dei Carabinieri. Contestualmente, negli anni successivi la sua carriera politica continua tra le fila del Movimento 5 stelle, guadagnando anche l’elezione a deputato nella tornata del 2022. Tuttavia, un caso come quello di Roberto Vannacci, che, dopo essere stato eletto Europarlamentare nel 2024 come indipendente nelle liste della Lega, si mette a capo di un partito con una esposizione mediatica davvero notevole non si vedeva nella storia italiana dai tempi di Pietro Badoglio, il più clamoroso caso di un militare alla guida del nostro Paese. Partito come tenente colonnello nella Prima guerra mondiale, Badoglio venne nominato senatore nel 1919 per poi diventare nel 1925 Capo di stato maggiore dell’Esercito e nel 1926 Maresciallo d’Italia, carica inventata dal regime fascista di Mussolini. Badoglio si fece strada nelle varie imprese coloniali italiane nel corno d’Africa, in pieno appoggio al Partito fascista, organizzando deportazioni e stermini anche con l’uso di armi chimiche, come testimonia Angelo Del Boca[1]. Nel tentativo di risollevare le sorti dell’Italia, caduta in disgrazia a causa di Mussolini, che di fatto non fu mai un militare in carriera, essendo stato congedato per le ferite riportate nel 1917 per l’esplosione accidentale di un lanciabombe durante un’esercitazione, Badoglio fu nominato capo del governo il 25 luglio 1943 da Vittorio Emanuele III. Vale la pena ricordare, però, che le decisioni più importanti del Paese da quel momento in poi vennero prese, di fatto, all’interno del Consiglio della Corona, presieduto dal sovrano, e composto dallo stesso Badoglio, dal Capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio, dal Capo di stato maggiore dell’Esercito Mario Roatta e dal Comandante dei servizi segreti Giacomo Carboni. Ora, il senso del richiamo a questa vicenda storica sta nel fatto che l’uscita dal fascismo, che pure aveva cercato di militarizzare il Paese dal basso, segnava un momento di crisi per lo Stato italiano, che non si sarebbe potuto risolvere con un ordinario svolgimento della vita democratica, cioè mediante la politica e la deliberazione, ma necessitava di poteri forti, di “efficienza”, di “decisioni rapide”, “azione”, “evitamento di intoppi burocratici”, circostanza che poteva essere messa in capo esclusivamente agli ambienti militari di alto grado. La militarizzazione della vita politica ha comportato in Italia, ma soprattutto in Germania, il naturale scivolamento della gestione della cosa pubblica verso un modello efficientistico caratterizzato da leadership, management e governance, termine, quest’ultimo, marcatamente diverso da government (nel senso di governo politico), perché comporta la gestione autoritaria, il controllo e l’amministrazione aziendale niente affatto democratica. Eppure, la pratica di militarizzare gli Stati, lo dimostra chiaramente Johann Chapoutot in Nazismo e management[2], ha fatto scuola in Europa, a partire dalla gestione dell’impresa nazista, nell’organizzazione del lavoro, nella mobilitazione delle risorse, nella considerazione dell’estrema sacrificabilità degli esseri umani in qualità di soldati da parte di alti gerarchi. Questo modello di gestione militare dello Stato, che sopravvive abbondantemente al nazismo, anche in Germania, se, da un lato, eleva l’efficienza e l’efficacia tayloristica – aggiungendone la componente autoritaria – a principio ottimale per la vita politica, dall’altro stabilisce, mediante la costruzione di un poderoso universo simbolico militaresco, un pernicioso parallelo tra le regole e le strategie di gestione di una guerra e le regole di amministrazione di uno Stato, generando, surrettiziamente, la fallace consapevolezza di essere sempre in una condizione di emergenza, in uno “stato d’eccezione” per cui solo il militare è capace di sollevare le sorti della politica e della società civile (il richiamo alla gestione dell’emergenza sanitaria del Covid-19 è superflua). In questo quadro va letta e interpretata quella che può essere definita l’israelizzazione montante della società civile italiana nel solco della tradizione storica israeliana. L’eccezionalità della vita politica dello Stato d’Israele, in conflitto perenne con la Palestina e il mondo arabo circostante, ha comportato, sin dalla sua nascita, che la gestione amministrativa fosse affidata perlopiù a ufficiali delle forze armate, se non proprio a paramilitari distintisi in operazioni terroristiche nei primi anni della fondazione sionista d’Israele. Da Benjamin Nethanyauh, passando per Ariel Sharon, Ehud Barak e Yitzhak Rabin, per approdare a Yitzhak Shamir, Menachem Begin, rispettivamente attivi nella Banda Stern e nell’Irgun, la stretta connessione tra apparati militari e gestione dello Stato, accanto alle porte girevoli attivate per ex-militari-politici nelle università e nell’amministrazione di industrie di interesse nazionale è piuttosto evidente. Ed è esattamente in questo quadro che va letto il consenso che giunge da certi ambienti per Roberto Vannacci, nell’illusione che il piglio militare possa finalmente dare corso al programma di remigrazione, sovranismo, conservatorismo razzista e maschilista, che la destra, tra Meloni e Salvini, fatica a realizzare per evidenti ostacoli costituzionali insieme ai capestri delle politiche sovranazionali. Ma ancora più significativa in questo senso è la nomina alla presidenza di Orizzonte Sistemi Navali SpA, partecipata da Fincantieri (51%) e Leonardo (49%), di Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare. Ecco che il teorema della militarizzazione della società civile in Italia viene a coincidere, dunque, con la proposta di un modello politico-amministrativo – che definiamo israelizzazione – caratterizzato da rigidi apparati di sorveglianza, misure di polizia, provvedimenti repressivi e pratiche di controllo preventivo (basti pensare ai vari decreti sicurezza), iniziative nate per una gestione capillare e securitaria del Paese e per la legittimazione della guerra (neocoloniale) al di fuori del confine territoriale. Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] A. Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Roma, Editori riuniti, 1996. [2] J. Chapoutot, Nazismo e management. Liberi di obbedire, Einaudi, Torino 2021. Pubblicato su www.pressenza.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Vannacci e la militarizzazione della politica nel quadro dell’israelizzazione della società civile italiana
Al di là dello specifico posizionamento politico che il Generale di Divisione dell’Esercito Italiano Roberto Vannacci ha assunto nel panorama ideologico attuale – per nulla originale a dire il vero, dal momento che si tratta del classico armamentario leghista e dell’estrema destra – ciò che dovrebbe far riflettere, invece, in questo preciso momento storico è il fatto che per la prima volta nell’Italia repubblicana un generale dell’esercito, anzi il generale di uno dei reparti più reattivi dell’esercito italiano, come quello dei paracadutisti della Folgore, si metta a capo di un movimento politico e riceva, al tempo stesso, una notevole esposizione mediatica. A dire il vero, l’ingresso di militari graduati in politica non è un fenomeno completamente nuovo. Sicuramente è un tratto distintivo dell’Italia prerepubblicana, in cui le cariche politiche erano appannaggio di classi sociali benestanti e l’ingresso in Parlamento era su base censitaria, per cui non era insolito trovarsi come senatori dei generali oppure dei capi d’armata; tuttavia, il fenomeno dei militari in politica e in Parlamento è tornato in voga con una certa frequenza negli ultimi due decenni. Si potrebbero citare, ad esempio, i nomi di Davide Galantino, Ufficiale dell’Esercito Italiano nato nel 1979, biscegliese e fuciliere assaltatore della Folgore, diventato, di fatto, il primo graduato in servizio ad essere eletto alla Camera dei deputati in un collegio pugliese nel 2018 con il Movimento 5 Stelle, per poi passare l’anno successivo a Fratelli d’Italia. Ma si potrebbe citare anche Silvio Giovine, vicentino e avvocato, Ufficiale della riserva selezionata dell’Esercito eletto alla Camera dei deputati nel 2022 tra le fila di Fratelli d’Italia. Un approfondimento a parte andrebbe fatto per Edmondo Cirielli, laureato in giurisprudenza e generale dell’Arma dei Carabinieri per poi diventare nel 2020 Generale di Brigata. La sua carriera politica inizia come consigliere della regione Campania nel 1995 in quota Alleanza Nazionale e poi prosegue, con la medesima sigla, come deputato alla Camera nel 2001. Ha ricoperto numerosi incarichi politici negli anni, tra cui quello di consigliere della Fondazione Italia USA e membro dell’Assemblea parlamentare della NATO. Al di là delle sue uscite infelici sulla Resistenza italiana e di dichiarazioni fascistoidi, giova ricordare almeno la promozione di due diverse iniziative in Parlamento: la prima risale al 2005 e riguarda la riforma del codice penale in relazione ai termini di prescrizione e alle pene per i reati di associazione mafiosa, quella che viene indicata come legge ex-Cirielli; la seconda, invece, risalente al 2020 riguarda un disegno di legge che introdurrebbe il divieto di costituzione di partiti che «si propongano l’instaurazione di regimi totalitari di ideologia comunista» (sic!). Sintomatica di un determinato modo di pensare la politica è, a nostro avviso, anche la nomina di Sergio Costa nel maggio 2018 nel governo tecnico guidato da Giuseppe Conte a ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. Costa era già diventato nel gennaio 2017, con il trasferimento del personale dal Corpo forestale all’Arma dei Carabinieri, Generale di brigata dei Carabinieri Forestali, per poi passare nel 2024 a Generale di corpo d’armata dell’Arma dei Carabinieri. Contestualmente, negli anni successivi la sua carriera politica continua tra le fila del Movimento 5 stelle, guadagnando anche l’elezione a deputato nella tornata del 2022. Tuttavia, un caso come quello di Roberto Vannacci, che, dopo essere stato eletto Europarlamentare nel 2024 come indipendente nelle liste della Lega, si mette a capo di un partito con una esposizione mediatica davvero notevole non si vedeva nella storia italiana dai tempi di Pietro Badoglio, il più clamoroso caso di un militare alla guida del nostro Paese. Partito come tenente colonnello nella Prima guerra mondiale, Badoglio venne nominato senatore nel 1919 per poi diventare nel 1925 Capo di stato maggiore dell’Esercito e nel 1926 Maresciallo d’Italia, carica inventata dal regime fascista di Mussolini. Badoglio si fece strada nelle varie imprese coloniali italiane nel corno d’Africa, in pieno appoggio al Partito fascista, organizzando deportazioni e stermini anche con l’uso di armi chimiche, come testimonia Angelo Del Boca1. Nel tentativo di risollevare le sorti dell’Italia, caduta in disgrazia a causa di Mussolini, che di fatto non fu mai un militare in carriera, essendo stato congedato per le ferite riportate nel 1917 per l’esplosione accidentale di un lanciabombe durante un’esercitazione, Badoglio fu nominato capo del governo il 25 luglio 1943 da Vittorio Emanuele III. Vale la pena ricordare, però, che le decisioni più importanti del Paese da quel momento in poi vennero prese, di fatto, all’interno del Consiglio della Corona, presieduto dal sovrano, e composto dallo stesso Badoglio, dal Capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio, dal Capo di stato maggiore dell’Esercito Mario Roatta e dal Comandante dei servizi segreti Giacomo Carboni. Ora, il senso del richiamo a questa vicenda storica sta nel fatto che l’uscita dal fascismo, che pure aveva cercato di militarizzare il Paese dal basso, segnava un momento di crisi per lo Stato italiano, che non si sarebbe potuto risolvere con un ordinario svolgimento della vita democratica, cioè mediante la politica e la deliberazione, ma necessitava di poteri forti, di “efficienza”, di “decisioni rapide”, “azione”, “evitamento di intoppi burocratici”, circostanza che poteva essere messa in capo esclusivamente agli ambienti militari di alto grado. La militarizzazione della vita politica ha comportato in Italia, ma soprattutto in Germania, il naturale scivolamento della gestione della cosa pubblica verso un modello efficientistico caratterizzato da leadership, management e governance, termine, quest’ultimo, marcatamente diverso da government (nel senso di governo politico), perché comporta la gestione autoritaria, il controllo e l’amministrazione aziendale niente affatto democratica. Eppure, la pratica di militarizzare gli Stati, lo dimostra chiaramente Johann Chapoutot in Nazismo e management2, ha fatto scuola in Europa, a partire dalla gestione dell’impresa nazista, nell’organizzazione del lavoro, nella mobilitazione delle risorse, nella considerazione dell’estrema sacrificabilità degli esseri umani in qualità di soldati da parte di alti gerarchi. Questo modello di gestione militare dello Stato, che sopravvive abbondantemente al nazismo, anche in Germania, se, da un lato, eleva l’efficienza e l’efficacia tayloristica – aggiungendone la componente autoritaria – a principio ottimale per la vita politica, dall’altro stabilisce, mediante la costruzione di un poderoso universo simbolico militaresco, un pernicioso parallelo tra le regole e le strategie di gestione di una guerra e le regole di amministrazione di uno Stato, generando, surrettiziamente, la fallace consapevolezza di essere sempre in una condizione di emergenza, in uno “stato d’eccezione” per cui solo il militare è capace di sollevare le sorti della politica e della società civile (il richiamo alla gestione dell’emergenza sanitaria del Covid-19 è superflua). In questo quadro va letta e interpretata quella che può essere definita l’israelizzazione montante della società civile italiana nel solco della tradizione storica israeliana. L’eccezionalità della vita politica dello Stato d’Israele, in conflitto perenne con la Palestina e il mondo arabo circostante, ha comportato, sin dalla sua nascita, che la gestione amministrativa fosse affidata perlopiù a ufficiali delle forze armate, se non proprio a paramilitari distintisi in operazioni terroristiche nei primi anni della fondazione sionista d’Israele. Da Benjamin Nethanyauh, passando per Ariel Sharon, Ehud Barak e Yitzhak Rabin, per approdare a Yitzhak Shamir, Menachem Begin, rispettivamente attivi nella Banda Stern e nell’Irgun, la stretta connessione tra apparati militari e gestione dello Stato, accanto alle porte girevoli attivate per ex-militari-politici nelle università e nell’amministrazione di industrie di interesse nazionale è piuttosto evidente. Ed è esattamente in questo quadro che va letto il consenso che giunge da certi ambienti per Roberto Vannacci, nell’illusione che il piglio militare possa finalmente dare corso al programma di remigrazione, sovranismo, conservatorismo razzista e maschilista, che la destra, tra Meloni e Salvini, fatica a realizzare per evidenti ostacoli costituzionali insieme ai capestri delle politiche sovranazionali. Ma ancora più significativa in questo senso è la nomina alla presidenza di Orizzonte Sistemi Navali SpA, partecipata da Fincantieri (51%) e Leonardo (49%), di Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare. Ecco che il teorema della militarizzazione della società civile in Italia viene a coincidere, dunque, con la proposta di un modello politico-amministrativo – che definiamo israelizzazione – caratterizzato da rigidi apparati di sorveglianza, misure di polizia, provvedimenti repressivi e pratiche di controllo preventivo (basti pensare ai vari decreti sicurezza), iniziative nate per una gestione capillare e securitaria del Paese e per la legittimazione della guerra (neocoloniale) al di fuori del confine territoriale. 1 A. Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Roma, Editori riuniti, 1996. 2 J. Chapoutot, Nazismo e management. Liberi di obbedire, Einaudi, Torino 2021. Michele Lucivero
June 27, 2026
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