Vannacci e la militarizzazione della politica nel quadro dell’israelizzazione della società civile italianaAl di là dello specifico posizionamento politico che il Generale di Divisione
dell’Esercito Italiano Roberto Vannacci ha assunto nel panorama ideologico
attuale – per nulla originale a dire il vero, dal momento che si tratta del
classico armamentario leghista e dell’estrema destra – ciò che dovrebbe far
riflettere, invece, in questo preciso momento storico è il fatto che per la
prima volta nell’Italia repubblicana un generale dell’esercito, anzi il generale
di uno dei reparti più reattivi dell’esercito italiano, come quello dei
paracadutisti della Folgore, si metta a capo di un movimento politico e riceva,
al tempo stesso, una notevole esposizione mediatica.
A dire il vero, l’ingresso di militari graduati in politica non è un fenomeno
completamente nuovo. Sicuramente è un tratto distintivo dell’Italia
prerepubblicana, in cui le cariche politiche erano appannaggio di classi sociali
benestanti e l’ingresso in Parlamento era su base censitaria, per cui non era
insolito trovarsi come senatori dei generali oppure dei capi d’armata; tuttavia,
il fenomeno dei militari in politica e in Parlamento è tornato in voga con una
certa frequenza negli ultimi due decenni.
Si potrebbero citare, ad esempio, i nomi di Davide Galantino, Ufficiale
dell’Esercito Italiano nato nel 1979, biscegliese e fuciliere assaltatore della
Folgore, diventato, di fatto, il primo graduato in servizio ad essere eletto
alla Camera dei deputati in un collegio pugliese nel 2018 con il Movimento 5
Stelle, per poi passare l’anno successivo a Fratelli d’Italia. Ma si potrebbe
citare anche Silvio Giovine, vicentino e avvocato, Ufficiale della riserva
selezionata dell’Esercito eletto alla Camera dei deputati nel 2022 tra le fila
di Fratelli d’Italia.
Un approfondimento a parte andrebbe fatto per Edmondo Cirielli, laureato in
giurisprudenza e generale dell’Arma dei Carabinieri per poi diventare nel 2020
Generale di Brigata. La sua carriera politica inizia come consigliere della
regione Campania nel 1995 in quota Alleanza Nazionale e poi prosegue, con la
medesima sigla, come deputato alla Camera nel 2001. Ha ricoperto numerosi
incarichi politici negli anni, tra cui quello di consigliere della Fondazione
Italia USA e membro dell’Assemblea parlamentare della NATO. Al di là delle sue
uscite infelici sulla Resistenza italiana e di dichiarazioni fascistoidi, giova
ricordare almeno la promozione di due diverse iniziative in Parlamento: la prima
risale al 2005 e riguarda la riforma del codice penale in relazione ai termini
di prescrizione e alle pene per i reati di associazione mafiosa, quella che
viene indicata come legge ex-Cirielli; la seconda, invece, risalente al 2020
riguarda un disegno di legge che introdurrebbe il divieto di costituzione di
partiti che «si propongano l’instaurazione di regimi totalitari di ideologia
comunista» (sic!).
Sintomatica di un determinato modo di pensare la politica è, a nostro avviso,
anche la nomina di Sergio Costa nel maggio 2018 nel governo tecnico guidato da
Giuseppe Conte a ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del
mare. Costa era già diventato nel gennaio 2017, con il trasferimento del
personale dal Corpo forestale all’Arma dei Carabinieri, Generale di brigata dei
Carabinieri Forestali, per poi passare nel 2024 a Generale di corpo d’armata
dell’Arma dei Carabinieri. Contestualmente, negli anni successivi la sua
carriera politica continua tra le fila del Movimento 5 stelle, guadagnando anche
l’elezione a deputato nella tornata del 2022.
Tuttavia, un caso come quello di Roberto Vannacci, che, dopo essere stato eletto
Europarlamentare nel 2024 come indipendente nelle liste della Lega, si mette a
capo di un partito con una esposizione mediatica davvero notevole non si vedeva
nella storia italiana dai tempi di Pietro Badoglio, il più clamoroso caso di un
militare alla guida del nostro Paese. Partito come tenente colonnello nella
Prima guerra mondiale, Badoglio venne nominato senatore nel 1919 per poi
diventare nel 1925 Capo di stato maggiore dell’Esercito e nel 1926 Maresciallo
d’Italia, carica inventata dal regime fascista di Mussolini. Badoglio si fece
strada nelle varie imprese coloniali italiane nel corno d’Africa, in pieno
appoggio al Partito fascista, organizzando deportazioni e stermini anche con
l’uso di armi chimiche, come testimonia Angelo Del Boca[1]. Nel tentativo di
risollevare le sorti dell’Italia, caduta in disgrazia a causa di Mussolini, che
di fatto non fu mai un militare in carriera, essendo stato congedato per le
ferite riportate nel 1917 per l’esplosione accidentale di un lanciabombe durante
un’esercitazione, Badoglio fu nominato capo del governo il 25 luglio 1943 da
Vittorio Emanuele III. Vale la pena ricordare, però, che le decisioni più
importanti del Paese da quel momento in poi vennero prese, di fatto, all’interno
del Consiglio della Corona, presieduto dal sovrano, e composto dallo stesso
Badoglio, dal Capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio, dal Capo di
stato maggiore dell’Esercito Mario Roatta e dal Comandante dei servizi segreti
Giacomo Carboni.
Ora, il senso del richiamo a questa vicenda storica sta nel fatto che l’uscita
dal fascismo, che pure aveva cercato di militarizzare il Paese dal basso,
segnava un momento di crisi per lo Stato italiano, che non si sarebbe potuto
risolvere con un ordinario svolgimento della vita democratica, cioè mediante la
politica e la deliberazione, ma necessitava di poteri forti, di “efficienza”, di
“decisioni rapide”, “azione”, “evitamento di intoppi burocratici”, circostanza
che poteva essere messa in capo esclusivamente agli ambienti militari di alto
grado. La militarizzazione della vita politica ha comportato in Italia, ma
soprattutto in Germania, il naturale scivolamento della gestione della cosa
pubblica verso un modello efficientistico caratterizzato da leadership,
management e governance, termine, quest’ultimo, marcatamente diverso da
government (nel senso di governo politico), perché comporta la gestione
autoritaria, il controllo e l’amministrazione aziendale niente affatto
democratica.
Eppure, la pratica di militarizzare gli Stati, lo dimostra chiaramente Johann
Chapoutot in Nazismo e management[2], ha fatto scuola in Europa, a partire dalla
gestione dell’impresa nazista, nell’organizzazione del lavoro, nella
mobilitazione delle risorse, nella considerazione dell’estrema sacrificabilità
degli esseri umani in qualità di soldati da parte di alti gerarchi. Questo
modello di gestione militare dello Stato, che sopravvive abbondantemente al
nazismo, anche in Germania, se, da un lato, eleva l’efficienza e l’efficacia
tayloristica – aggiungendone la componente autoritaria – a principio ottimale
per la vita politica, dall’altro stabilisce, mediante la costruzione di un
poderoso universo simbolico militaresco, un pernicioso parallelo tra le regole e
le strategie di gestione di una guerra e le regole di amministrazione di uno
Stato, generando, surrettiziamente, la fallace consapevolezza di essere sempre
in una condizione di emergenza, in uno “stato d’eccezione” per cui solo il
militare è capace di sollevare le sorti della politica e della società civile
(il richiamo alla gestione dell’emergenza sanitaria del Covid-19 è superflua).
In questo quadro va letta e interpretata quella che può essere definita
l’israelizzazione montante della società civile italiana nel solco della
tradizione storica israeliana. L’eccezionalità della vita politica dello Stato
d’Israele, in conflitto perenne con la Palestina e il mondo arabo circostante,
ha comportato, sin dalla sua nascita, che la gestione amministrativa fosse
affidata perlopiù a ufficiali delle forze armate, se non proprio a paramilitari
distintisi in operazioni terroristiche nei primi anni della fondazione sionista
d’Israele. Da Benjamin Nethanyauh, passando per Ariel Sharon, Ehud Barak e
Yitzhak Rabin, per approdare a Yitzhak Shamir, Menachem Begin, rispettivamente
attivi nella Banda Stern e nell’Irgun, la stretta connessione tra apparati
militari e gestione dello Stato, accanto alle porte girevoli attivate per
ex-militari-politici nelle università e nell’amministrazione di industrie di
interesse nazionale è piuttosto evidente.
Ed è esattamente in questo quadro che va letto il consenso che giunge da certi
ambienti per Roberto Vannacci, nell’illusione che il piglio militare possa
finalmente dare corso al programma di remigrazione, sovranismo, conservatorismo
razzista e maschilista, che la destra, tra Meloni e Salvini, fatica a realizzare
per evidenti ostacoli costituzionali insieme ai capestri delle politiche
sovranazionali. Ma ancora più significativa in questo senso è la nomina alla
presidenza di Orizzonte Sistemi Navali SpA, partecipata da Fincantieri (51%) e
Leonardo (49%), di Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina
Militare.
Ecco che il teorema della militarizzazione della società civile in Italia viene
a coincidere, dunque, con la proposta di un modello politico-amministrativo –
che definiamo israelizzazione – caratterizzato da rigidi apparati di
sorveglianza, misure di polizia, provvedimenti repressivi e pratiche di
controllo preventivo (basti pensare ai vari decreti sicurezza), iniziative nate
per una gestione capillare e securitaria del Paese e per la legittimazione della
guerra (neocoloniale) al di fuori del confine territoriale.
Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
[1] A. Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Roma,
Editori riuniti, 1996.
[2] J. Chapoutot, Nazismo e management. Liberi di obbedire, Einaudi, Torino
2021.
Pubblicato su www.pressenza.it.
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