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Dov’era Vannacci?
In una fotografia, risalente al 1993 e venuta alla luce nel 1997, un sottufficiale della Folgore sembra torturare con elettrodi sui testicoli un giovane somalo durante la missione militare Ibis. Sarà condannato nel 2000 in primo grado per “abuso d’autorità” dal tribunale di Livorno. Poi il reato cadrà in prescrizione. Lui negherà sempre le accuse che gli saranno mosse, sostenendo che gli elettrodi erano una finzione, che l’intensità era bassa. Come negheranno gli altri appartenenti al contingente italiano mandato nell’ambito della missione ONU UNITAF in Somalia, accusati di aver compiuto violenze sulla popolazione civile. Violenze che Michele Patruno, caporalmaggiore in congedo, denuncerà appunto nel 1997, consegnando alla stampa e alle pubbliche autorità alcune fotografie incriminanti. Tra questa la più aberrante è sicuramente quella che raffigura alcuni para che stuprano una ragazza somala utilizzando un razzo illuminante. “Sono arrivati a violentarla in sette persone circa. L’hanno penetrata con una specie di missilotto. Attaccandola al carro armato a gambe aperte, lei urlava, penso per il male morale e fisico, perché sopra il missilotto, per farlo entrare, gli hanno messo della marmellata. Quelle urla mi arrivavano al cuore.” In un video un soldato scherza sul cibo, dicendo di mangiare “carne e sangue di negr*”. A seguito di questi racconti e delle immagini raccolte partiranno diverse indagini sia della magistratura ordinaria che di quella militare che di una apposita commissione del ministero della difesa presieduta dall’onorevole Gallo. Le indagini non sono facili, sia perché molti testimoni somali risultano irreperibili (comprese le vittime delle violenze), sia per le resistenze politiche. Inoltre ci sono personaggi che forniscono falsi materiali e false testimonianze inquinando il lavoro della magistratura, si verificano scambi di identità e ci sono vere e proprie guerre giornalistiche. La commissione d’inchiesta nelle sue conclusioni sarà costretta ad ammettere che “il giudizio finale non può che essere di grave censura verso i responsabili diretti degli atti illeciti e verso tutti coloro che, immediati superiori o commilitoni, non hanno saputo prevenire o reprimere, non hanno visto, hanno taciuto.” Ci saranno circa cinquecento soldati perseguiti sul lato disciplinare per vari comportamenti tenuti in Somalia, ma nessuno riceverà punizioni importanti. All’epoca dei fatti, come emerge del suo curriculum, Vannacci era Comandante Distaccamento Operativo Incursori nell’Operazione “Ibis I e II” in Somalia. Come mai nessuno gli chiede conto di questa vergogna quando blatera di onore e altre idiozie in tv, alla radio, nei podcast? La risposta è che viviamo in un paese di servi. Redazione Roma
September 18, 2026
Pressenza
Incontro Vannacci a Torino
Il 18 settembre del 2026 il parlamentare europeo Roberto Vannacci verrà a Torino a fare il relatore ad un convegno organizzato dal Sindacato Fsp della Polizia di Stato sulla insicurezza “urbana”. Ricordiamo al parlamentare europeo un altro giorno 18. Era quello di dicembre, del 1922, quando il fascismo scatenò la sua violenza sulla città di Torino, città operaia e antifascista. 11 morti e decine di feriti, la strage di Torino, durante la quale fu barbaramente ucciso Pietro Ferrero, segretario della Camera del Lavoro. Ricordiamo al parlamentare europeo l’impiccagione, assieme ad altri compagni, del partigiano Ignazio Vian, in corso Vinzaglio, da parte dei fascisti, di Giuseppe Bravin e Giovanni Costanzo, impiccati presso il ponte della Stura, di Dante Di Nanni, ucciso in Borgo San Paolo, di Emanuele Artom, il cui corpo non fu mai ritrovato. La nostra città è cosparsa di lapidi, di partigiani e partigiane uccisi, testimonianza del fatto che il fascismo fu VIOLENZA, VIOLENZA, E SOLO VIOLENZA. Quel fascismo a cui Lei fa riferimento, chiamando camerati i suoi compagni di partito, usando dal palco le parole che usava Mussolini, quel “Me ne frego” che rappresentò il timbro di quella violenza. Inneggiando alla X Mas, responsabile dopo l’8 settembre, a fianco dei nazisti, dell’uccisione di migliaia di partigiani, Per questo la Sua presenza a Torino, il 18 settembre, ci offende. Perché Torino è medaglia d’oro al Valore militare ed è antifascista oggi, come lo era nel 1922. E Lei, nei modi, nelle parole, nei gesti, è espressione di un passato che vogliamo sconfitto per sempre. Ed ancora più grave il fatto che Lei sia l’unico politico relatore in un convegno delle forze di polizia. L’Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, i Carabinieri… devono essere espressione in un Paese democratico come il nostro di una FORZA GENTILE, che difenda lo Stato e i cittadini e di questi il diritto a manifestare, a protestare, ad esprimere il proprio dissenso, a portare i bisogni individuali e collettivi della Società. Le forze di Polizia hanno giurato sulla Costituzione, figlia della lotta di Liberazione, e la Costituzione è antifascista perché rappresenta con i suoi principi di uguaglianza, di fratellanza, di solidarietà, di libertà, di pace, esattamente il contrario di quello che la dittatura fascista è stato. Lei ha il diritto, Egregio parlamentare europeo, a partecipare – e ci mancherebbe altro – ad un convegno a Torino. Ma noi abbiamo il diritto di dirLe che la Sua presenza stride con la Storia della nostra città. A.N.P.I provinciale di Torino PRIME ADESIONI: ANPI, ARCI, CGIL, FIOM, COORDINAMENTO ANTIFASCISTA TORINO, AVS COORDINAMENTO PROVINCIALE TORINO, PARTITO RIFONDAZIONE COMUNISTA TORINO, VOLERE LA LUNA, LA PODEROSA, AICVAS, ANPPIA, COMALA, COORDINAMENTO A.GI.TE., COMITATO PACE ALTO CANAVESE, ASSOCIAZIONE PROXIMAMENTE, GRUPPO CONSIGLIARE ENERGIA PER RIVAROLO, FREEDOM FLOTILLIA TORINO Redazione Torino
September 17, 2026
Pressenza
La polizia vannacciana avanza
A Torino un convegno con Roberto Vannacci è stato riconosciuto dalla Questura come aggiornamento professionale per i poliziotti. Il questore è annunciato per i saluti. Il SILP CGIL chiede la …
September 8, 2026
Osservatorio Repressione
Educazione militare ed esercito nelle strade: il fascismo eterno e conclamato di Vannacci e non solo…
IL LEADER DI FUTURO NAZIONALE SCANDALIZZA CON LE SUE PROPOSTE REPRESSIVE, MA SI LIMITA AD ESPLICITARE MEGLIO CIÒ CHE DA ANNI VIENE ALIMENTATO DA MEDIA E POLITICA. Tanto clamore sta suscitando la lettura del programma politico di Futuro nazionale, il neonato partito fondato dal generale della Brigata Folgore Roberto Vannacci, che si sta infilando  nella tornata elettorale del prossimo anno con l’adeguato clamore mediatico, giusto quello che serve per arrivare a lambire il 10% dei consensi. Tra le proposte che hanno suscitato più scalpore, accanto all’introduzione di un Reddito di Rinascita per le madri, di un Mutuo Tricolore e alla contrarietà ad aborto ed eutanasia, vi sono almeno due punti che hanno fatto indignare gli esponenti del pensiero liberale e democratico, cioè l’utilizzo dell’esercito nelle strade, per renderle più sicure, dicono, e l’introduzione di un insegnamento relativo all’educazione militare nelle scuole con possibilità di estendere la formazione militare in campi estivi militarizzati. Ora, davvero non si comprende dove sia la novità di queste misure, se non quella di rendere esplicito ciò che da anni serpeggia implicitamente nella società civile, alimentato anche da think tank e opinion leader sia di destra sia di sinistra. Partiamo, però, dalla messa a fuoco del problema. Da diversi anni imperversa in Italia una certa tendenza a leggere il disagio giovanile come un problema educativo/valoriale con notevoli ricadute sull’ordine pubblico. Il problema della sicurezza nelle città, dalle periferie ai centri sempre più gentrificati, viene alimentato dalla percezione di un fenomeno diffuso, tanto reale quanto montato e sfruttato ad hoc per poter governare meglio sotto l’urgenza del controllo. Si tratta della presenza dei cosiddetti maranza, nome collettivo di provenienza lombarda che si è imposto in tutto il paese – e questo la dice lunga sul luogo in cui si produce l’universo simbolico culturale e l’agenda politica in Italia – che indica giovani debosciati e spavaldi, perdigiorno rigorosamente abbigliati di capi griffati contraffatti che sguazzano a tutte le ore con monopattini e bici elettriche. Non una novità, dal momento che da nord a sud l’esercito di coatti, tamarri, grezzi, cuozzi, truzzi, sgionfi, zagni, zaguari, cozzali (e pensare che Luca Medici ha fatto fortuna con il personaggio di Chec-cozzalone) ha sempre rappresentato quella sacca di gioventù criminalizzata, perlopiù economicamente e culturalmente deprivata che, ai margini della società civile, metteva a rischio le sicurezze e le proprietà del resto della cittadinanza imborghesita tra furti, contrabbando e pacchi. Un problema socio-economico, dunque, al quale anziché trovare adeguate soluzioni di ordine materiale, economico e culturale si risponde con la repressione, il controllo e la sanzione, misure di cui si fanno carico sia le amministrazioni di destra sia di quella sinistra inattiva, ideologicamente compromessa, che potremmo definire mal-destra, che esulta davanti ai numeri delle sanzioni comminate, dei mezzi sequestrati e delle punizioni inferte ai nemici della quiete pubblica borghese che chiede sicurezza per i propri beni. Per contrastare la devianza giovanile e la microcriminalità da anni, in realtà, sono operativi programmi di militarizzazione delle strade. Al di là della presenza sempre più militarizzata e armata della Polizia locale, direttamente dislocata dai sindaci, sono 58 le province italiane, con amministrazioni di diverso colore, in cui è attiva l’operazione Strade Sicure, che impiega circa 6.800 militari a presidio di aree sensibili nei centri urbani in collaborazione con le Forze di Polizia. Analogamente l’operazione Stazioni Sicure, coordinata dalla Polizia Ferroviaria e supportata dai contingenti militari copre l’intero territorio italiano per contrastare attività illecite e degrado con il plauso di una grossa fetta della popolazione, che crede così estirpato alla radice il fenomeno della sicurezza mediante il controllo capillare in una forma di fascistizzazione strisciante della società. Al tempo stesso, il tentativo di correggere l’atteggiamento debosciato della gioventù ampiamente criminalizzata è entrato da anni nelle scuole con l’idea che la sospensione della naja abbia dato la stura a un atteggiamento molliccio dei giovani, recuperabile solo con la ripresa della retorica eroica, con un po’ di machismo e con il disprezzo dei più deboli, non a caso tre caratteristiche di quello che Umberto Eco definiva Ur-fascismo o fascismo eterno. E tutto ciò accade nonostante il clamore e il programma di Futuro nazionale di Vannacci. Per di più, sono anni che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia un dilagante militarismo nelle istituzioni scolastiche in virtù di protocolli in voga dal 2015, cioè con il governo di centrosinistra di Matteo Renzi, mediante i quali le Forze Armate entrano nelle scuole per fare alternanza scuola-lavoro (poi Pcto, poi Fsl) con studenti e studentesse che si recano in caserma; oppure per svolgere lezioni di educazione civica sugli argomenti più disparati sottratti alle associazioni della società civile; oppure per fare orientamento alle «Carriere in divisa» e arruolare giovani in percentuali massicce dal sud, sottraendoli al disagio per mandarli in guerre che non ci appartengono. Sono anni che l’Osservatorio denuncia l’utilizzo delle palestre scolastiche per la Ginnastica Dinamica Militare Italiana, esempio di training militare utile per forgiare carattere e temperamento, oppure campi estivi per i più piccoli con il corpo militare degli Alpini, che, per quanto possano suscitare simpatia, sono pur sempre dei corpi armati. E tutto ciò accade nonostante il clamore e il programma di Futuro nazionale di Vannacci. E, allora, dov’è la novità politica di Futuro nazionale del generale Vannacci? Evidentemente, l’originalità sta solo nel rendere esplicita, conclamata e più rapida quella implicita militarizzazione della società civile che già da tempo è stata assunta come la panacea dei problemi sociali del nostro paese. Nemmeno originale, del resto, è l’idea dell’istituzione dell’ora di educazione militare nelle scuole, non solo perché, nel generale clima guerrafondaio di tutta Europa, essa è stata introdotta, ad esempio, già in Lettonia, in Polonia e in alcune aree della Germania con la Jugendoffizier, ma soprattutto perché essa era il fiore all’occhiello del programma scolastico fascista. Introdotta nel 1934 e potenziata nel 1935, in occasione della guerra d’Etiopia, l’ora di educazione militare venne poi perfezionata nel 1938, all’indomani della deflagrazione totale dell’Europa. A questo proposito, considerata la vaghezza della proposta attuale, vorremmo suggerire al generale Vannacci di rispolverare il vecchio programma di Cultura militare nelle scuole medie di epoca fascista, che affidava l’insegnamento alle Milizie Volontarie per la Sicurezza Nazionale (Mvsn) per ben trenta ore annuali e prevedeva, tra le altre cose, amenità come: «La necessità della gerarchia e della subordinazione. Comando ed obbedienza sono atti di uguale dignità. Carattere e disciplina come requisiti indispensabili delle Forze Armate e come fattori fondamentali di successo», oppure elementi più concreti e utili per la vita quotidiana, come: «Armi individuali: fucile, moschetto, bomba a mano, pugnale. Armi collettiva: di assalto: fucile mitragliatore, mortaio d’assalto; di accompagnamento: mitragliatrici, mortaio da 81, pezzo da 47, carro armato (d’assalto e di rottura), cannone da 65/17» (E. Grillo, La cultura militare nelle scuole medie, Napoli 1938). Ecco, forse con queste nozioni riusciremo a risolvere definitivamente la questione della devianza giovanile e dei maranza, nella convinzione, che fu di chi prima di Vannacci istituì l’ora di educazione militare nelle scuole, che: «La sobria ed efficace esaltazione degli eroi delle guerre recenti, diretta a raggiungere le vie del sentimento, concorrerà largamente a suscitare lo spirito guerriero nell’animo dei giovanissimi». Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato su Jacobin Italia. Pubblicato anche su www.agorasofia.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Nazisti in prova: Sassonia, Vannacci e non solo
Riflessioni a caldo di Franco Astengo e Maurizio Fantoni Minnella. Recuperando un’analisi di Lavinia Marchetti. LOTTA AI MIGRANTI: RISULTATI ELETTORALI E SENSO STORICO di Franco Astengo Il senso storico complessivo dell’offensiva di destra (o meglio dell”arretramento storico”) è ancora una volta quello su cui poggiò la grande offensiva reazionaria identificata con il nazismo. Aspetti fondamentali nel diritto nazionalsocialista, sui quali
September 8, 2026
La Bottega del Barbieri
La guerra prepara la marea nera
L’AfD sfonda in Germania mentre l’Europa sceglie riarmo, sacrifici sociali e austerità. Se la sinistra non rompe con queste politiche, l’antifascismo rischia di ridursi a un impotente allarme elettorale. C’è …
September 7, 2026
Osservatorio Repressione
Il mito del patriarcato mediterraneo tra ideologia e militarizzazione del potere
Prestando bene attenzione a non farne una questione con un radicamento storico o sociologico, per evitare di attribuire realtà sostanziale a un costrutto inventato e magari finire con legittimare profezie che si auto-avverano o miti di fondazione, non diversamente da come accaduto per l’entità sionista in Palestina fondata sul mito religioso della Terra promessa, sarebbe il caso di provare a circoscrivere la boutade del “patriarcato mediterraneo” dal punto di vista del riferimento politico al quale punta il generale Vannacci con il suo partito per le prossime elezioni. È chiaro che quando parla di patriarcato mediterraneo, il caudillo italiota intende strizzare l’occhio ad un elettorato di destra non propriamente liberale o liberista, ma un po’ retrogrado, conservatore e inculturato, quello che vede nella cultura femminista, LGBTQ+, woke e accogliente un pericoloso tentativo di delegittimazione del maschio o, meglio, di quello che è il mito del maschio potente, bianco e caucasico, costruito intorno all’idea dell’uomo forte che dirige persone come fossero plotoni militari. Ora, l’idea che il generale Roberto Vannacci, spezzino, cresciuto tra la Romagna, la Versilia e Parigi, i suoi voti possa prenderli nel profondo sud dell’Italia, in accordo ad un cliché elettorale, talvolta in parte confermato, che vede il meridione più conservatore, tradizionalista e incline a votare a destra, è probabilmente il motivo principale per cui gli balena in mente l’idea di rivangare il patriarcato in salsa mediterranea. Senza voler troppo andare per il sottile, bisognerebbe, intanto, fare mente locale dal punto di vista geografico sul significato di “cultura mediterranea”, sulla sua storia, che spazia dalla tradizione berbera a quella palestinese, araba, turca, fino a quella balcanica, per poi lambire le popolazioni ioniche e quelle della Magna Grecia, in un crogiuolo di realtà, aventi in comune l’affaccio sul Mar Mediterraneo, che hanno eretto insieme un patrimonio millenario fatto di scambi culturali, radici comuni, accoglienza e dialoghi di pace. Tuttavia, proprio perché nato e cresciuto in questa culla che è la cultura mediterranea, quella degli ulivi, delle reti da pesca e delle rotte commerciali, simboli orgogliosamente puntellati su ogni kefiah, emblema specifico di questa cultura mediterranea, vorrei provare a ribaltare la narrazione patriarcale sulla scorta di una serie di elementi fattuali derivanti da un’analisi materiale delle condizioni di vita all’interno del bacino mediterraneo. Chiunque sia cresciuto in una famiglia mediterranea, quale può essere anche quella pugliese di qualche decennio fa, sia essa di terra o di mare, tra contadini, ortolani, marinai, pescatori e commercianti, sa bene che mentre gli uomini trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavoro, il vero perno della famiglia era costituito dalle regole dettate in casa dalla donna, massaia, educatrice, economa, tutrice della cultura cittadina e responsabile della costruzione di un universo simbolico che poteva essere divino o demoniaco, tanto quanto le poteva valere l’attribuzione dell’epiteto di santa o di strega, secondo un meccanismo in grado di produrre inclusioni o esclusioni sociali. È questo matriarcato, di fatto, silenzioso e perdurante, la cifra reale della cultura mediterranea, quella che prevedeva in passato, sulla sua sponda araba sudorientale, la possibilità della poliandria, cioè la concessione alle donne di stare con più uomini, così come prevedeva il divorzio e il matrimonio a contratto da rescindere con uomini che prendevano la via dei commerci. È questa ginecocrazia, di fatto, che regnava all’interno di quelle famiglie allargate mediterranee, in cui la matrona era la domina assoluta della casa, custode di segreti, in grado di prendersi cura di ogni membro della famiglia e meritevole di rispetto sociale. Questo, tuttavia, non significa che il matriarcato abbia avuto anche un riconoscimento istituzionale allargato e un ruolo sociale condiviso. Il fatto che poi sia stato alimentato il mito di un patriarcato nell’area mediterranea è il risultato di un processo storico che ha visto il potere ufficiale affidato prima a una casta di uomini d’armi e dopo a una casta di uomini di lettere. Tanto i primi quanto i secondi, in tempi di suffragio maschile, hanno continuato a sostenere il mito del patriarcato come tipo di narrazione retorica che si autosostiene all’interno di una società che fonda il suo primato sulla deterrenza della forza, dell’obbedienza o del sapere, non sulla capacità gestionale, sulla cura dei membri, sull’educazione, incombenze lasciate alle donne al fine di poter mantenere modelli sociale imposti non dettati dalle condizioni materiali. Con ciò, ovviamente, non si vuole dire che il patriarcato non sia effettivamente mai esistito, ma solo che esso sia stato imposto dall’alto, che sia stato un’immagine capovolta della realtà, un modello di potere sostenuto da una politica basata sul primato della coercizione, del controllo, della forza, prima militare e poi intellettuale, ma non materiale, non reale. Una vera e propria ideologia necessaria per mantenere e sostenere il primato politico della forza a discapito dell’educazione, della parola, della cura. Non a caso, l’ampia rassegna di studi[1] sulle culture matriarcali e matrilineari dimostra non solo il fatto che al fondo, prima che le civiltà accedessero alla divisione organica del lavoro, tutte le culture erano caratterizzate dal ruolo centrale delle madri, ma anche la propensione di queste culture per l’accoglienza e l’inclusione, per il culto della vita, per l’organizzazione assembleare orizzontale e non verticale o gerarchica, per la scarsa propensione alla guerra e alla violenza in favore della pace. È chiaro, allora, che in una cultura come quella contemporanea, che cerca faticosamente di appianare il gap di genere, anche con misure impopolari di Affirmative action, come le quote rosa, ai cultori del militarismo come forma di potere frana il terreno sotto i piedi. È da questa seria impostazione ideologica che bisogna partire, al di là della facile ironia che si attira una simile prospettiva anacronistica, per comprendere il programma politico del generale Vannacci. Si tratta del programma di un militare che candida altri militari e che, nel quadro di un generale processo di militarizzazione della società civile e di normalizzazione della guerra come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dimostra da anni, cerca di trasformare diritti, la cultura, l’educazione, la democrazia e la partecipazione in modelli marziali di gestione del potere dall’alto, approfittando anche del vuoto di potere lasciato dagli intellettuali impegnati in politica. Lo schema, ovviamente, non è nuovo; basterebbe studiare un po’ di storia, anche quella del Mediterraneo, per capire che quando i militari si affacciano alla politica siamo davanti ad una crisi dei fondamenti della democrazia, della libera partecipazione dal basso, nell’illusione che l’ordine, la disciplina e il comando siano la modalità più efficiente ed efficace di gestire il potere. Anche questo, chiaramente, è sintomo di incultura, di mancanza di memoria, quella memoria che le donne custodivano e tramandavano di generazione in generazione insieme alle cure, ai rimedi naturali, alle fatture e ai malefici che condizionavano la vita delle comunità. Il patriarcato mediterraneo, dunque, non è che un mito ideologico, un’immagine capovolta della realtà, una narrazione retorica tanto fittizia quanto inattuale, architettata ad hoc da chi pensa di realizzare una società militarizzata e che – parafrasando Rousseau quando parlava della fondazione della proprietà privata – avrà un seguito solo se continuerà a trovare «delle persone abbastanza stupide da credergli». [1] J. J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2003; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia, Roma 2013; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023; M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma 2008.   Michele Lucivero
August 20, 2026
Pressenza