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Italia, laboratorio della guerra ai migranti
Foto YaBasta RestiamoUmani -------------------------------------------------------------------------------- Pubblichiamo un estratto di uno dei capitoli aggiornati del libro Nel laboratorio della guerra. Archeologia del presente, racconti antropologici, strategie planetarie, di prossima pubblicazione. . Nel 1998 la legge 40 “Turco-Napolitano” istituisce i Centri di Permanenza Temporanea che assumono la realtà di centri di detenzione per chiunque giunga in Italia da “irregolare” e diventano il modello di reclusione adottato da molti paesi europei. Nel 2002 la legge “Bossi-Fini” istituisce i Centri di Identificazione, legalizza la detenzione di migranti e richiedenti asilo violando la Convenzione ONU sui rifugiati e sancisce l’espulsione con accompagnamento alla frontiera, l’ottenimento del permesso di soggiorno legato ad un lavoro effettivo, l’uso delle impronte digitali e l’uso delle navi della marina militare per contrastare “l’immigrazione clandestina”. L’edificazione dei CIE e la definitiva criminalizzazione degli stranieri opera la separazione tra migranti “buoni” e “cattivi”, regolari e irregolari, possibili cittadini e criminali, – separazione che si riproduce all’interno dello stato tra cittadini con pieni diritti e marginali, pericolosi, anormali. Dopo il 2005, vengono adottati i Common Basic Principles redatti dal Consiglio Europeo, nella forma del Documento programmatico relativo alla politica dell’immigrazione, con cui si statuisce il principio della cosiddetta Civicintegration… In Italia il testo prodotto dal governo parla di adeguamento alle regole e riconoscimento dei valori della comunità di arrivo e la civicintegration conosce una più intensa torsione culturalista e autoritaria. Nel 2007 la Carta dei Valori della cittadinanza e dell’integrazione è il provvedimento del Ministro degli interni Amato per fronteggiare il rischio del “terrorismo islamico” attraverso la “soglia di tolleranza e sicurezza”. Prevede di assimilare ad un sistema di valori le diversità percepite come conflittive. L’adesione ai valori è misurata attraverso un vero e proprio muslimtest. Nel 2009 il “pacchetto sicurezza” (Legge 94) del ministro dell’interno Maroni attua la trasformazione dello straniero da soggetto di diritto a individuo condizionato e garantito dal permesso di lavoro. La prima selezione di “indesiderabili” avviene nei paesi di partenza e non di sbarco, mentre la selezione dei residenti potenzialmente pericolosi comprenderà in maniera informale attivisti, reti di movimento, studenti e giovani nelle strade e fuori dai locali della movida. Nel 2010 il Patto per l’integrazione nella sicurezza introduce misure obbliganti sulle condotte e sulla correzione degli stili di vita “stranieri”, giustificate dalla “salvaguardia dell’italianità” e dalla “rinnovata capacità di governo del fenomeno migratorio” attraverso il controllo rafforzato dei confini e la creazione selettiva e meritevole di cittadini docili e produttivi. Queste misure sono: educazione e apprendimento della lingua e dei valori, ottenimento di un lavoro sul mercato interno ed esterno, alloggio e accesso ai servizi essenziali e attenzione ai minori… … Nel 2015, l’Agenda europea sulle migrazioni prevedeva il rimpatrio e la cooperazione nella “gestione dei flussi” con i paesi terzi strategici, di transito e origine dei flussi (Grecia, Turchia e Niger, Nigeria, Mali, Etiopia, Sudan, Libia); il rafforzamento di Frontex e la “gestione condivisa” della guardia costiera con i paesi di transito; l’istituzione di hotspot «per controllare gli abusi dovuti ai processi di asylumshopping», in realtà per attuare l’espulsione nei paesi d’origine e transito; il “rafforzamento dei canali per la migrazione legale qualificata”. Seguendo il rifiuto di accoglienza dei del “gruppo di Vysegrad”, il governo italiano proponeva il Migration compact che prevedeva il rafforzamento dell’accordo UE-Turchia, l’esternalizzazione della frontiera mediterranea in base allo slogan “aiutiamoli a casa loro” in Niger, Nigeria, Senegal, Mali, Etiopia e un piano di investimenti pubblico-privati che subordina i finanziamenti alla cooperazione alle “politiche di impedimento” delle partenze e di riammissione per coloro che tentano di entrare nel territorio europeo… Il Memorandum di intesa dello Stato italiano con la Libia del 2017 siglato con Al Sarraj e l’accordo Italia-Niger per bloccare la rotta transhariana a cui si aggiunge la chiusura delle frontiere a Ventimiglia e al Brennero hanno sancito le politiche di respingimento. La legge Minniti-Orlando del 2017 combinava le regole di ingresso dei migranti “forzati” con il “decoro urbano”, che ha introdotto severe limitazioni alla libertà di movimento e ha rafforzato il potere di ordinanza dei sindaci tramite cui sono stati sgomberati edifici e spazi considerati abusivi. Il provvedimento ha introdotto un DASPO urbano, per il quale vengono allontanate dal territorio persone che mettono in atto “condotte che impediscono la fruizione di infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico”… … Nel 2018 diventa legge il “Decreto Salvini” su sicurezza e immigrazione che sotto la rubrica “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica” limita lo status di protezione internazionale in conseguenza dell’accertamento di gravi reati con norme idonee a scongiurare il ricorso strumentale alla domanda di protezione; limita il rilascio dei permessi di soggiorno a casi speciali rendendoli temporanei e consente il rifiuto del permesso laddove esistono convenzioni con altri paesi quando lo straniero non soddisfa le condizioni di soggiorno applicabili in uno degli stati contraenti; istituisce presso i tribunali la sezione specializzata in materia di immigrazione per la trattazione della controversie in materia di rifiuto di rilascio, diniego di rinnovo e di revoca del permesso di soggiorno; prolunga la durata del trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio da 90 a180 giorni; adotta misure per la tempestiva esecuzione dei lavori per la costruzione, il completamento, l’adeguamento e la ristrutturazione dei CPT, con spese a carico delle amministrazioni locali; sostituisce il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) con il sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati, perché i richiedenti asilo non saranno più ammessi alle pratiche di formazione e inserimento socio-lavorativo; estende il DASPO urbano ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive e in specifiche aree urbane e prevede sanzioni per chi blocca una strada ordinaria o ferrata o comunque ostruisce o ingombra una strada. I comuni possono inoltre deliberare di assegnare in dotazione l’arma comune ad impulsi elettrici (taser). Il decreto dispone la pena della reclusione fino a quattro anni congiuntamente alla multa da 206 euro a 2.064 euro, nei confronti dei promotori e organizzatori dell’“invasione” di immobili. Dal 2020 i “decreti sicurezza” si susseguono, trasferendo nella penalità la sicurezza collettiva con l’introduzione di reati per la “sicurezza urbana”, la “gestione dell’immigrazione” e nuovi reati: occupazione arbitraria di immobili, detenzione di materiale con finalità di terrorismo, impedimento alla libera circolazione su strade e ferrovie (contro i blocchi stradali nelle manifestazioni di protesta non violenta), aggravante per il danneggiamento di beni, deturpamento e imbrattamento di beni pubblici, resistenza e violenza a pubblico ufficiale, “rivolta” nei penitenziari e nei centri di detenzione per migranti, tutele rafforzate per le forze dell’ordine; estensione del potere di arresto in flagranza differita, reati commessi nelle stazioni, bus e metropolitane, divieto di accattonaggio, DASPO urbano, divieto di vendita di “cannabis light”, nuove restrizioni per l’acquisto di Simcard, detenzione di donne incinte e con figli piccoli nei penitenziari invece che in strutture a custodia attenuata. Il provvedimento rende permanenti le tutele per gli agenti dei servizi segreti che possono compiere determinati reati se autorizzati dal capo di governo, come partecipazione ad associazioni sovversive e direzione di organizzazioni eversive… …Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 il caicco ‘Summer Love’ partito dalla Turchia con 150-200 persone all’alba, naufragava davanti alla spiaggia di Steccato di Cutro, nel Crotonese. Durante la notte un aereo di Frontex aveva segnalato l’imbarcazione alle ore 4 ma solo alle 6,50 la guardia costiera aveva salvato due naufraghi. Un’annotazione sul giornale delle operazioni del 25 febbraio dell’ufficiale di turno della Guardia di Finanza «…smentiva clamorosamente la versione dei fatti sostenuta con forza da tutti gli esponenti di governo: da tale documento – contrariamente a quanto sostenuto sin dalle prime ore dal ministro Piantedosi – si evinceva che il velivolo Frontex aveva segnalato subito la presenza di numerose persone a bordo, tanto che l’ufficiale – compresa la situazione, aveva annotato immediatamente che il natante portava migranti. Tale situazione, benché conosciuta anche dalla Guardia Costiera, rimase senza conseguenze: nessuno avviò il soccorso e si decise di aspettare che l’imbarcazione arrivasse nelle acque territoriali senza avviare né alcuna ricerca né alcun soccorso…».1 Secondo l’ammiraglio Vittorio Alessandro il soccorso immediato venne impedito da un “filtro interposto” all’azione di salvataggio da «…una direttiva emessa dal ministro Salvini che intimava a rispettare vecchie norme, introdotte nel 2005 ma rimaste inattuate fino al 2018 perché in contrasto con le normative internazionali: tali regole davano priorità alle operazioni di polizia rispetto alle esigenze di salvataggio.».2 A Novembre 2023 viene firmato dai governi italiano e albanese il protocollo che istituisce due Centri di detenzione per le persone migranti a a Shengjin e Gjader, diventati operativi ad ottobre 2024. Nel 2024 ci sono state due operazioni di trasferimento di richiedenti asilo e una nel 2025, senza che i provvedimenti siano stati convalidati dall’autorità giudiziaria che ha rinviato la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Ad aprile 2025 c’è stato il primo trasferimento di stranieri detenuti presso Cpr italiani. Il 26 giugno altre 15 persone sono state trasferite nonostante i dubbi relativi alla legittimità della procedura sollevati dalla Corte di cassazione. Nella struttura ci sono stati numerosi “eventi critici”: atti di autolesionismo e tentativi di suicidio nelle due settimane successive al trasferimento. Il 12 giugno scorso è entrato in vigore il Patto UE su migrazione e asilo che prevede lo screening obbligatorio alle frontiere esterne, procedure di frontiera accelerate e con minore permanenza sul territorio, un meccanismo permanente di “solidarietà” tra stati che possono scegliere tra ricollocamento, contributo finanziario o supporto operativo e l’istituzione di una banca dati biometrica integrata: oltre alle impronte, sono inclusi immagini del volto, dati anagrafici e segnalazioni di sicurezza, con un’età minima di registrazione abbassata. Il decreto introduce un fermo amministrativo fino a 72 ore. Rimane intatto il principio cardine di Dublino III, la competenza in via primaria allo stato di primo ingresso.3 In pratica viene introdotta la detenzione di fatto, anche per i minori; la possibilità per gli stati di assolvere l’obbligo di solidarietà con un contributo economico; l’uso della lista dei paesi di origine sicuri e il nuovo regolamento per i rimpatri con detenzione prolungata nei return hub in paesi terzi.4 Il 30 luglio 2026 migliaia di persone migranti a nuoto e a piedi attraversano la frontiera marocchina dell’exclave spagnola di Ceuta. Probabilmente con una serie di post sulle piattaforme social annunciavano che il confine con la Spagna era aperto. Probabilmente lo stesso governo marocchino ha spinto la notizia per ritorsione contro gli accordi energetici tra Spagna e Algeria, principale rivale regionale del Marocco. Inoltre il Marocco da decenni rivendica il territorio non autonomo dei sahrawi, appoggiati dall’Algeria che sostiene il Fronte Polisario. «Nel 2021, Spagna e Marocco avevano già vissuto un’altra crisi diplomatica. In un contesto segnato dagli Accordi di Abramo promossi dalla Casa bianca, il Marocco aveva riconosciuto Israele e, in cambio, Trump aveva proclamato la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, ex provincia spagnola considerata dall’Onu un territorio in attesa di decolonizzazione, ora in gran parte sotto il controllo di Rabat.».5 Nelle prime ore della “crisi di Ceuta”, «…l’esecutivo europeo aveva sostenuto che non vi fossero elementi per parlare di un’emergenza migratoria a livello dell’Unione, aveva ribadito il sostegno alla Spagna nella gestione della pressione migratoria e ricordato che il ripristino dei controlli alle frontiere interne resta disciplinato dal Codice frontiere Schengen, che per Ceuta prevede un regime specifico in quanto frontiera esterna dell’Ue…».6 Il 31 luglio l’Italia reintroduce i controlli alle frontiere aerea e marittima con la Spagna, sospendendo Schengen. Dopo aver chiesto al governo italiano il ripristino del normale regime, la Spagna ripristina i controlli alle frontiere per gli italiani con controlli a campione. Dal 17 agosto 2026 Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia si preparano a rimandare in Italia i “dublinanti”, sbarcati in Italia e poi passati negli altri Paesi europei, in base alle nuove regole del Patto per immigrazione e asilo in vigore dal 12 giugno. La guerra alle persone migranti, considerate merce umana da spedire prima della scadenza, continua. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Naufragio di Cutro, “Wikipedia”, https://it.wikipedia.org/wiki/Naufragio_di_Cutro, link attivo al 21/08/2026 2 Cit. id. 3 Cfr. “Legal Blog”, Il Patto UE su migrazione e asilo in vigore dal 12 giugno: cosa cambia davvero, https://legal-blog/patto-ue-migrazione-asilo-2026, link attivo al 21/08/2026 4 Cfr. id. 5 Alberto Negri, Una storia di disperazione e di spie, “Il manifesto” 4/08/2026 6 Andrea Valdambrini, Meloni detta la linea: in guerra anche se il nemico non c’è più, “Il manifesto”, 2/08/2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Italia, laboratorio della guerra ai migranti proviene da Comune-info.
September 4, 2026
Comune-info
La triste favola degli scafisti
-------------------------------------------------------------------------------- Festival delle Migrazioni 2026: una giornata alla memoria, alla verità e alla resistenza civile, a oltre tre anni dal naufragio di Steccato di Cutro, costato la vita ad almeno 94 persone. Foto Festival delle Migrazioni Acquaformosa – Associazione don V. Matrangolo -------------------------------------------------------------------------------- A Cutro sono morte 94 persone, di cui tantissimi bambini. E chi dice che la condanna a vent’anni di reclusione del giovane per Abdessalem Mohamed, per avere avuto un ruolo a bordo di quella sciagurata barca, porti verità e giustizia su questa strage, si sbaglia o è in mala fede. Quella notte tra il 25 e il 26 febbraio del 2023 le autorità italiane hanno deciso per un’operazione di polizia invece che per una di soccorso. La presunta “difesa dei confini” è stata fatta prevalere sul dovere di salvare vite umane. Questa scelta politica ha determinato il corso degli eventi. Gli inaffondabili della guardia costiera avrebbero invece potuto affrontare le condizioni del mare e portare ogni bambino, ogni mamma, ogni fratello e sorella in salvo. Ma sono rimaste ferme al porto in assenza di ordini e le onde hanno restituito cadaveri per giorni. Le responsabilità, però, arrivano anche più lontano, ad altri decisori, che seduti sugli scranni, da decenni, usano il pretesto migrazioni per distruggere la nostra civiltà giuridica e renderci cattivi e feroci, e per le loro strategie geopolitiche. Nel 2016, l’Unione europea ha stretto un accordo con la Turchia di Erdogan, pagato miliardi e miliardi (di soldi dei cittadini), per chiudere ogni via di fuga via di fuga dalle guerre e dai regimi (in Afghanistan, in Siria, in Iran…) da cui quei profughi cercavano rifugio. La pericolosissima rotta via mare, dritta dalla Turchia alla Calabria, ne è stata una diretta conseguenza. Così come è sempre una diretta conseguenza delle scelte politiche occidentali il traffico di esseri umani gestito, si badi bene, da chi resta sulle coste e agisce in contiguità con chi comanda nei paesi di transito. Quale corte giudicherà politici e (veri) trafficanti alla base di questo sistema? Al di là delle condotte di chi ha ruoli più o meno improvvisati a bordo delle barche, e che la legge italiana, scritta e inasprita con l’inchiostro della propaganda, condanna a pene altissime, gli “scafisti”, in queste storie, sono un po’ come gli unicorni. Favole da raccontare per distogliere dalla realtà. -------------------------------------------------------------------------------- Alessandra Sciurba, professoressa associata di Filosofia del diritto presso l’Università degli Studi di Palermo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La triste favola degli scafisti proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Nelle case arbëreshë il mate non manca mai
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il festival delle migrazioni organizzato dall’associazione Don Vincenzo Matrangolo è giunto quest’anno alla sua XV edizione. Quindici anni in cui tra le colline brulle dell’entroterra cosentino è arrivato il mondo. Negli anni il festival è cresciuto ed evoluto, passato da stanziale presso la sede dell’associazione ad Acquaformosa a festival itinerante con giornate organizzate dai progetti aderenti all’associazione nei comuni arbëreshë che fanno accoglienza. Il contesto è quello che il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), lapidariamente liquida nell’obiettivo 4 così: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza….“. Luoghi senza speranza, da abbandonare al proprio destino quindi. Eppure, in questi piccoli comuni dove anche farsi curare diventa un’impresa, non si respira aria di rassegnazione. Sette comuni uniti nel progetto di accoglienza dell”associazione Don Vincenzo Matrangolo stanno scrivendo un’altra storia. È una storia che non si limita all’incontro annuale del festival delle migrazioni ma anzi, il festival è l’espressione di un lavoro quotidiano di incontri, presa in carico di persone che pian piano diventano cittadini di questi luoghi, li colorano con le loro stoffe, li profumano con le loro spezie, li riempiono con le voci e le risa dei bimbi che giocano per le stradine dei vicoli. Terre abitate dai rifugiati albanesi che nel 1.500 sono arrivati in Italia per sottrarsi alla ferocia dei turchi. Hanno conservato la loro lingua d’origine, attualmente molto diversa dall’albanese moderno, le loro abitudini e tradizioni. Ad Acquaformosa, nella chiesa si celebra il rito bizantino in lingua arbëreshë e greco antico, nelle feste popolari si sfoggiano gli abiti della antica tradizione arbëreshë. Questi luoghi hanno conservato il patrimonio culturale del Paese di origine senza per questo chiudersi al nuovo. Le comunità arbëreshë, come tutto il meridione italiano, sono state le protagoniste del secondo esodo emigratorio italiano del dopo guerra. Moltissimi si sono trasferiti in Argentina, dove, con il passa parola, si sono ritrovati e hanno creato piccole comunità. In questi luoghi perciò si sa bene cosa significa emigrare, inserirsi in un contesto sociale differente, imparare la lingua del Paese che accoglie, apprenderne le abitudini e le consuetudini. Non stupisce perciò scoprire che una volta rientrati in patria, molti abbiano voluto portare con sé qualcosa di quella vita. Lungro, a pochi passi da Acquaformosa è la capitale del mate, bevanda diffusa in sud America, e nelle case arbëreshë il mate non manca mai, lo si trova un po’ ovunque nei negozietti. Il dulce de leche viene spesso servito a colazione nei “bnb” locali. In molti parlano spagnolo e per le strade si sentono le persone che parlano l’arbëreshë con qualche intercalare in italiano. Insomma le terre arbëreshë sono una sintesi perfetta di quello che rappresenta il fenomeno migratorio oggi: scambi culturali, conoscenza, solidarietà. Un meticciato che ha arricchito e continua ad arricchire tutti. In questo contesto chi arriva da terre lontane non può non sentirsi a casa, come ci siamo sentiti tutti noi durante il festival, accolti da una grande famiglia. Sono oltre cento cinquanta le persone, per lo più giovani locali che hanno avuto l’opportunità di restare in queste terre, avviare una professione e mettere a disposizione le competenze e l’umanità per accogliere i meno fortunati della Terra. Ragazze e ragazzi che ogni giorno lavorano in questi luoghi che qualcuno ha già decretato come aspiranti al suicidio. In quest’ultima edizione del Festival delle Migrazioni è emersa con chiarezza tutta la volontà di riscatto, di dimostrare non solo che un altro mondo è veramente possibile ma che reagire all’ineluttabile si può e si deve. Lo abbiamo visto nella cura dei particolari, nell’attenzione con cui sono stati preparati gli incontri: da San Sosti, Bisignano, San Basile, Vaccarizzo, Cerzeto, San Benedetto Ullano fino all’ultimo giorno ad Acquaformosa dove tutto ha preso il via, quindici anni fa. Non so come sia possibile ma ogni anno – come negli anni precedenti – gli organizzatori sono riusciti a superarsi. I dibattiti organizzati hanno coinvolto esperti ed attivisti di fama internazionale spaziando su tutti i temi che direttamente o indirettamente riguardano il fenomeno migratorio e tutti i problemi e gli inciampi che un’onda anomala di rabbia xenofoba procura alle persone che emigrano. Oltre trentamila persone dal 2014 ad oggi sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste dicono le stime ufficiali, ci ricorda Luciano Scalettari di Resq, un numero impressionante ma purtroppo, molto probabilmente approssimato per difetto. Vite spezzate senza che si trovi una giustificazione a questa strage, senza che si provi a porne rimedio. E chi riesce ad arrivare, si trova ad affrontare un altro calvario, quello di trovare un modo per vivere e non sopravvivere in questa società. La stessa società che implementa i CPR, criminalizza le persone straniere – soprattutto chi proviene dal continente africano – che taglia risorse all’accoglienza inclusiva dei progetti SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione). Nei luoghi del festival, vicini in linea d’aria uno dall’altro ma collegati da strade tortuose e impervie, una folla di persone ha potuto conoscere l’altra realtà, quella che i grandi media non raccontano o non riescono a raccontare: gli abusi di potere, le violenze e le violazioni dei diritti fondamentali delle persone, i costi esorbitanti di questo sistema ma anche toccare con mano esperienze di inclusione sociale, interazione che nonostante tutto funzionano. Certamente l’accoglienza organizzata all’interno dei progetti SAI resta minoritaria, solo 41.000 persone sono accolte in queste realtà a fronte di oltre 230.000 richiedenti asilo presenti in Italia e il nostro governo attuale non sembra interessato ad implementare questo sistema di accoglienza. Ogni sera uno o due dibattiti, ogni sera una folla compatta e ordinata ha affrontato il viaggio tra i calanchi per andare a sentire, a capire. C’è tanta voglia di capire, di squarciare il velo. Oltre mille persone presenti nei vari dibattiti, oltre 10.000 persone nei vari concerti tra cui più di 2.000 nella giornata finale ad Acquaformosa con i Modena City Ramblers. 260.000 mila visualizzazioni delle pagine Instagram e Facebook del festival. Altissimo come sempre il livello, sempre con il cuore alla Palestina. Le testimonianze di Roberto Ventrella della Global Sumud Flottilla e Enzo Infantino volontario da anni impegnato nei campi profughi palestinesi e attivista di Recosol (la rete delle comunità solidali) hanno riacceso i riflettori sulla tragedia del popolo palestinese, sul silenzio complice degli Stati europei e sull’ipocrisia dei nostri governanti. Immancabili ad ogni tavolo le GazaCola e il materiale illustrativo sulla situazione a Gaza. I proventi serviranno a finanziare iniziative a sostegno del popolo gazawi. Nelle cene sociali organizzate nei paesi ospitanti, un tripudio di colori e sapori: piatti della tradizione arbëreshë andavano magnificamente a braccetto con pietanze medio orientali, africane, ucraine e afghane. Facile immaginare che nelle cucine si parlasse l’unica lingua possibile, quella della condivisione. Nonostante la presenza imponente di partecipanti, tutti sono stati trattati con riguardo e cura. Stand con materiale informativo, gadget, tutti realizzati dai singoli progetti. Bellissime le borse e le magliette con i disegni di Fabio Magnasciutti ormai ospite fisso al festival e ora insignito della nomina di ambasciatore dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo. Cosa resta di tutto questo? Cosa resta alle persone che hanno partecipato e agli organizzatori dopo tanto lavoro? Chi si occupa di migrazioni ed accoglienza lo sa, spesso si ha la sensazione di impotenza, di non riuscire ad arrivare a chi non conosce il dramma di questo fenomeno e lo vede solo come una minaccia, un nemico da annientare. Il nuovo Patto Europeo del resto è tutto questo: un documento che sancisce la criminalizzazione dei migranti, i respingimenti e ora c’è chi parla di remigrazione senza probabilmente capirne veramente il significato. Resta perciò, alla fine di un festival come questo, la sensazione che continuiamo a parlarci tra di noi senza riuscire a “bucare” il muro alzato da quest’Europa ormai troppo lontana dal Manifesto di Ventotene. Nonostante ciò, fosse anche per una sola vita salvata dalla perversa logica repulsiva, vale la pena di continuare. L’associazione Don Vincenzo Matrangolo ce lo sta dimostrando così come altre piccole e grandi realtà presenti e resistenti del territorio nazionale. Nella serata finale del festival, due ragazzi migranti – Fedi Mgasseb e Faysal Naeem Mia – sono saliti sul palco e hanno raccontato le loro storie, il loro viaggio fin qui e come, dopo inimmaginabili traumi, sono stati accolti dalla Rete Vesuviana Solidale. Il viaggio in mare su un barchino fatiscente che dopo qualche ora di navigazione si è fermato in avaria. Cinque giorni fermi immobili nel mare, senza cibo né acqua, una massa di persone di origini diverse, lingue differenti, in silenzio pregavano. Faysal ha detto, nel suo italiano chiaro ma ancora stentato: “Non parlavamo la stessa lingua, non ci capivamo ma piangevamo tutti allo stesso modo”. Ecco, per Faysal, Fedi e tutti gli altri, uomini, donne e bambini in viaggio su questa Terra, vale la pena di continuare in questa direzione ostinata e contraria, restando umani. -------------------------------------------------------------------------------- Roberta Ferruti, Recosol -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nelle case arbëreshë il mate non manca mai proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Dublinanti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Dublinanti. Una parola che fino a poco tempo fa non si sentiva. Non apparteneva al lessico comune, né a quello politico. Ora comincia a comparire nel linguaggio amministrativo, politico e giornalistico. È entrata nel linguaggio come entrano certe muffe: silenziosamente, senza che nessuno se ne accorga, finché non è troppo tardi. Ha l’aria neutra e pulita delle parole amministrative, quelle che sembrano fatte apposta per mettere in ordine i fogli, per classificare, per rendere gestibile ciò che è complesso. Ed è proprio questo che inquieta. Perché un dublinante non nasce con quel nome. Lo diventa dentro uno sportello, in un momento che spesso non riconosce nemmeno come decisivo. È un’etichetta che non descrive una condizione umana, ma una procedura. Eppure finisce per sostituire tutto il resto: la storia, la vulnerabilità, le relazioni, le speranze. La genealogia di una parola Il termine deriva dal sistema di Dublino, l’insieme di norme europee pensate per stabilire quale Stato debba esaminare una domanda di asilo. Nasce con la Convenzione di Dublino del 1990, diventa Regolamento — con Dublino II, nel 2003, poi Dublino III, nel 2013 — via via che l’Unione ne irrigidisce i meccanismi. In teoria, uno strumento di coordinamento. In pratica, un sistema che ha finito per concentrare una parte importante della responsabilità sui Paesi di primo ingresso e per sottoporre gli spostamenti dei richiedenti asilo all’interno dell’Unione a procedure di trasferimento verso lo Stato ritenuto responsabile. Il linguaggio tecnico ha fatto il resto: da “persona soggetta al Regolamento di Dublino” si è passati a “dublinante”. Una parola che non dice quasi nulla della persona, ma molto del sistema che la nomina. In concreto, succede questo: un uomo o una donna arriva in Europa, attraversa un confine e appoggia un dito su uno scanner. Un gesto minimo, quasi invisibile. In quel momento, spesso senza saperlo, lascia una traccia amministrativa che può accompagnarlo nel suo percorso. La prima impronta digitale diventa un segno che può inseguirlo attraverso l’Europa. Se poi prova ad andare altrove — per raggiungere un parente, un amico, un luogo dove si sente più sicuro — può trovarsi davanti alla procedura di trasferimento verso lo Stato considerato responsabile della sua domanda. Non perché abbia commesso un reato. Non perché rappresenti un pericolo. Ma perché, secondo quella procedura, “spetta a un altro Stato”. E intanto c’è una vita che aspetta. Una fila. Un appuntamento. Una stanza. Una risposta. Un sì o un no che può arrivare dopo mesi. La paura di essere trasferiti. La necessità di lasciare ancora una volta un luogo nel quale, forse, si era cominciato a costruire qualcosa. E poi ricominciare. La neutralità come maschera È qui che il linguaggio rivela la sua postura politica. Trasformare una persona in una categoria amministrativa significa anche rendere più facile pensarla come un caso da gestire, un fascicolo da spostare, una procedura da chiudere. La categoria burocratica diventa una copertura perfetta: permette di parlare di esseri umani attraverso il linguaggio delle pratiche e, allo stesso tempo, rassicura chi guarda. Il linguaggio amministrativo non è mai soltanto neutro: è anche uno strumento di governo, che organizza la realtà per conto delle istituzioni. Una vita reale dietro la parola Dietro ogni “dublinante” c’è una storia che la parola non contempla. C’è, per dire, Amir — chiamiamolo così — ventitré anni, arrivato a Lampedusa in ottobre con addosso una giacca troppo leggera per il mare aperto. Ha un fratello a Norimberga, un letto già pronto in un appartamento condiviso, un numero di telefono imparato a memoria prima ancora del proprio documento. Quel dito appoggiato sullo scanner in Sicilia, quel gesto di un secondo, ha già deciso per lui: la Germania non potrà mai essere sua, non su questa domanda. Il fratello resta a un treno di distanza che non prenderà. Ma la parola non vede nulla di tutto questo. La parola serve a non vedere. Non vediamo la persona che aspetta una risposta: vediamo una procedura. Non vediamo la paura di dover partire ancora: vediamo un trasferimento. Non vediamo il tempo sospeso di chi non sa dove potrà vivere domani: vediamo una pratica. E forse dovremmo chiederci se abbiamo mai provato davvero a immaginare che cosa significhi vivere dentro una parola come questa. Vivere dentro una procedura che decide dove puoi restare e dove devi andare. Aspettare. Non sapere. Ricominciare. Fermarsi davanti alle parole nuove Forse dovremmo fermarci di più davanti alle parole nuove. Chiederci non solo da dove arrivano, ma quale idea di umanità stanno servendo. Perché ogni volta che accettiamo una categoria senza interrogare ciò che nasconde, rinunciamo a un pezzo della nostra responsabilità. Prima delle procedure, delle impronte e della propaganda, c’era — e resta — semplicemente un essere umano. E il modo in cui lo nominiamo dice molto di noi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dublinanti proviene da Comune-info.
August 24, 2026
Comune-info
Un appello agli amici di Vicofaro
-------------------------------------------------------------------------------- Un appello alle tante amiche e ai tanti amici che conoscono — o hanno conosciuto — l’esperienza di Vicofaro, l’hanno sostenuta e hanno apprezzato il lavoro compiuto per soccorrere tanti migranti. Abbiamo accolto molte persone, le abbiamo soccorse e curate, le abbiamo accompagnate nel difficile cammino verso la ricostruzione di una vita. Insieme a tanti amici siamo riusciti a costruire una grande comunità solidale, composta da credenti nella giustizia e nella dignità di ogni essere umano. Dobbiamo essere orgogliosi di questo lavoro. Sappiamo che non è stato inutile. Questo straordinario percorso, vissuto insieme per dieci anni, è stato interrotto violentemente l’anno scorso dall’intervento della Polizia. Quelle immagini resteranno a lungo una ferita per tutta la nostra comunità cittadina e non solo. Mi hanno sconvolto i pannelli inchiodati alle finestre e alle porte per impedire ai poveri di entrare. Non potrò mai dimenticare la tristezza provata nel vedere avvitare chiodi su quelle assi di legno. E non potrò dimenticare le poche cose dei nostri ragazzi — gli zaini, i vestiti, gli oggetti personali — ammucchiate davanti alla chiesa. Per un intero anno, insieme alla nostra equipe di volontari, abbiamo lavorato per cercare di salvare questa esperienza. Non ci siamo riusciti. Certamente molti ragazzi sono stati ricollocati e oggi stanno meglio: era questo il nostro obiettivo, e ne siamo felici. Ma il prezzo di quell’operazione è stato la chiusura e lo sbarramento della nostra comunità, della nostra parrocchia, del nostro ospedale da campo. La conseguenza sarà che molti migranti rimarranno in strada senza protezione non potranno più contare nella nostra casa aperta. Devo dirlo con coraggio: nel nostro caso la Chiesa non ci ha protetti. Ha accettato il ricatto della politica. Vicofaro, questa chiesa-rifugio, doveva essere chiusa e il suo parroco reso non operativo. E così è stato. Mi sono sentito tradito e abbandonato. Nel mio caso la Chiesa ha preferito accordarsi con il potere e con politiche ingiuste nei confronti dei migranti. Si è scelto di mettere il Vangelo da parte. Si è preferito assecondare quelle forze politiche che per anni hanno alimentato incomprensione e paura. «Vogliamo un vero parroco», gridavano. Sono stati accontentati; di più, gli è stata consegnata la Parrocchia. Ho cercato giustizia attraverso i ricorsi, ma non ci sono riuscito. Ora sono anch’io un parroco rimosso, “bocciato”, messo da parte, delegittimato. Potete immaginare il mio stato d’animo e la mia preoccupazione per tutti quei ragazzi che oggi si trovano a Ramini e rischiano di finire in strada. Non è necessario dirvi che farò tutto il possibile per proteggerli. Penso anche a tutti coloro che hanno creduto in questo progetto. So che molti sono delusi e indignati. Eppure non siamo sconfitti. Viviamo in un momento storico molto difficile, nel quale valori fondamentali come la giustizia, la solidarietà e l’umanità sono messi in discussione. Ma il cammino compiuto a Vicofaro non è stato inutile. Dieci anni di accoglienza, di cura e di condivisione non possono essere cancellati da una decisione o da una chiusura. Dobbiamo accettare che, in alcuni percorsi, possano esserci degli stop. Ma uno stop non significa necessariamente la fine. Significa anche che il testimone può essere raccolto da altri, in altri luoghi e in altri contesti. A Vicofaro abbiamo dimostrato che si possono realizzare cose importanti anche con pochi mezzi, quando esistono la volontà, il coraggio e la disponibilità a mettersi in gioco. Questo stile, questo modo di essere ha disturbato molto. Ha disturbato tutti coloro che concepiscono il servizio come una professione. Ha disturbato un modo dove corrono tanti soldi. Alle persone che oggi hanno preso possesso di Vicofaro voglio dire questo: quando entrerete in quella chiesa, ricordatevi di rivolgere una preghiera ai tanti poveri che sono passati di lì. In tanti hanno dormito tra quelle panche. Quante storie, quante paure e quante speranze hanno trovato riparo sotto quel tetto. Quella chiesa è stata benedetta dalla loro presenza. Lì i poveri, i migranti — i prediletti di Dio — hanno dormito e trovato rifugio. Chi entrerà in quella chiesa dovrà sentirsi davvero benedetto, perché entrerà in un luogo speciale. Quando, la domenica, celebrerete la Messa, guardate verso l’alto, verso quel matroneo un tempo gremito di poveri. Spero che possiate vedere ciò che io ho avuto la grazia di sperimentare: quelle braccia di Cristo che sembravano toccarli e proteggerli. Quei poveri che sono entrati con la veste bianca degli invitati alle nozze. Possano accogliervi e benedirvi. Carissimi, dobbiamo avere pazienza. Anche la Chiesa è fatta di uomini e di donne, portatori di fragilità, limiti e incertezze. Sinceramente, non riesco a non volerle bene, anche così, perché anche noi siamo fragili. Ma io vado avanti: con i poveri, con determinazione e senza paura. C’è ancora del buon seme in giro. Noi abbiamo seminato bene. Ma dobbiamo essere consapevoli di quanto Gesù ci ricorda: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Avanti, insieme, con coraggio, nonostante tutto. -------------------------------------------------------------------------------- Don Massimo, Pistoia 21 Agosto 2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un appello agli amici di Vicofaro proviene da Comune-info.
August 22, 2026
Comune-info
Il piede di cartone
-------------------------------------------------------------------------------- Quel piede di cartone giunto nella notte senza urla, senza clamore, sorretto da braccia benevoli per elevarlo da terra. Ha valicato i confini resistendo alle pietre taglienti, agli aghi di pino, agli scorpioni, al fango dei boschi, alle pozzanghere d’acqua sporca dove si abbeverano i maiali selvatici. Procede ora stremato lungo il selciato della “Piazza del mondo” di Trieste. È un piede testardo che non si arrende. L’infezione avanza, forse le dita sono già in cancrena ma lui non vuole fermarsi. È il suo patto con la vita. “O vivo o muoio”. Scegliendo la vita, non si sottrae al dolore di patirla. Ventisei ossa, trentatré articolazioni, più di cento tra muscoli, tendini e legamenti lo stanno sostenendo. La parte più bassa del corpo gli sorregge l’intera persona. Sta alla periferia del suo stesso corpo e, come un secondo cuore, spinge la linfa verso l’alto. Cocciuto, va contro la gravità che lo vorrebbe a terra, dolente, inerme, vinto. Nella sua epidermide è tracciata la mappa del cammino dall’Afghanistan all’Iran, alla Turchia, alla terribile Bulgaria per finire nella fossa umana della Bosnia. Cade, si risolleva, viene battuto, umiliato, riportato nel buco nero del confine, là dove tutto ha inizio. La radice del suo piede, tuttavia, è forte di quel dolore simile alla granata esplosa nel tempo della propria vita anteriore. Si rialza, valica di nuovo i confini, il piede lo tradisce ancora, il fango e le piogge dei boschi lo infettano. Gli amici non l’abbandonano e nella notte calda di luglio approda nella Piazza del mondo. Fiero nel pezzo di cartone che gli tiene insieme la carne come fosse una seconda pelle, appare nella sua forma inquietante altero e dignitoso. C’è un’atmosfera che lo circonda e che richiama il perturbante. L’immaginario scava subito dentro quell’involucro e ne rifugge inorridito. Il perturbante serve a questo: a reagire rimuovendo l’angoscia. Là dentro c’è la morte, la cancrena corrode, mangia, richiama la caduta. Tra la presunzione di una fine presunta prossima e la realtà di un individuo che non vuole arrendersi, scorre lo spazio abitato da qualcosa che si chiama resistenza, dignità, rispetto. Tuttavia, la parte prende il posto del tutto, il piede fa sparire la persona e lo spettatore catturato da quell’immagine che scorre nel web, interviene, consiglia, si prodiga, impone, giudica, affinché quel piede venga riparato. Il corpo, non la persona, è l’oggetto del coinvolgimento. L’individuo, è relegato nell’ombra, privato di volontà e deumanizzato come esattamente è accaduto lungo tutto il suo esilio: lui non conta, per i confini è solo un numero da statistica, per il voyerismo mediatico, è solo un piede da ospedalizzare. C’è una pulsione che invece sorregge quel corpo: si chiama desiderio. Un piede morente che vuole vivere è scandaloso. Reca in sé una verità sovversiva che riflette, come in uno specchio, l’immagine di un corpo sociale complice di una violenza inaccettabile. Ho visto bambine e bambini provenire dalla Rotta balcanica con i piedi ghiacciati, le dita nere che abbiamo scongelato nel catino di acqua tiepida ma rimaste comunque un pezzo di legno. Li ho visti proseguire vero il nord Europa con il primo treno del mattino, incuranti del loro dolore e “curanti” invece del mandato familiare: “Vai, vivi e salvaci”. Un’idea non possiede odore, non è ascoltabile né tattile (Bion). Quel piede di cartone emana l’odore del marcio e, in sé, parla la lingua della tragedia. L’odore della tragedia è succulento, permette di salvarci l’anima e di intervenire sulla tastiera appropriandosi di un piede di cartone come fosse solo un pezzo di carne. Nel web l’angoscia di quell’immagine viene sedata attraverso l’esplosione di commenti velenosi o distorti che giocano sulla rimozione del trauma senza accettare che il vero trauma non è quello del migrante bensì il nostro. L’angoscia, si palesa però anche attraverso la tentazione opposta fatta di sdegno che offre un riparo morale grazie a parole di commiserazione e pietà, di nuovo senza accettare che il migrante non è vittima ma protagonista di sé stesso. Pochi riconoscono che resistere richiede a quel piede la competenza tutta interiore a mantenere integro il proprio equilibrio, a non cedere alla caduta. A noi che restiamo nel reale della scena, dentro la Piazza del mondo, fra quei corpi di dolore, richiede invece la volontà di ascoltare il silenzio abitato dal linguaggio del corpo. Riusciamo così a riconoscere lo stigma straordinario del desiderio. Un desiderio di vita, di libertà, persino di gioia nell’essere salvo anche se cadùco, una pulsione che impedisce la caduta. Cadere sarebbe una resa, una consegna, una profanazione del desiderio. Ed è proprio la mancanza di una caduta che fa scandalo tanto quanto il desiderio che anima quel corpo. Cadere riconsegnerebbe il migrante al suo ruolo di inferiorità e di vittima. Se non è un terrorista, uno spacciatore, uno che porta via il lavoro, almeno che sia vittima. Che lui, colui che dovrebbe soccombere, “rimanga in piedi” è insopportabile. Rimanda a un’alterità, a un contrappasso del senso comune che supera la misura. Quel migrante diventa improvvisamente una figura dell’eccesso. È l’ospite indesiderato che viola l’ordine preordinato delle emozioni. Non lui è “illegale” ma la sua tenuta. In tal modo, parafrasando il titolo di un bellissimo libro di Shahram Khosravi Io sono confine, lui stesso mostra che è confine, territorio in cui si gioca la propria autodeterminazione e la propria autenticità di profugo. Il suo corpo ferito, il suo piede di cartone tracciano una calligrafia di orme sospese tra il paese d’origine, l’esilio e l’approdo. Tre categorie esistenziali che sono però vita ed esperienza vissuta sul proprio essere. Quel piede, quel corpo non chiedono nulla. Solo una pausa, una sosta, per poter continuare il viaggio. Tutt’attorno, la scena si riempie di voci con la vacua superficialità che tesse ciò che non si comprende: “un piede in cancrena?! Va subito portato in ospedale! Di cancrena si muore!” Qualcun altro, scatenato dalla vista insopportabile del cartone che avvolge il piede marcio, lancia strali e accuse surreali. Pochi conoscono il silenzio. Nell’ascolto del silenzio invece, le parole scorrono in un dialogo muto che fa da ponte con la realtà psichica. In questo regno intermedio tra la parola e l’essere, s’intuisce in quell’uomo afghano e in quel piede che lo vertebra, un “sole interno”, una luce che egli custodisce in sé e che non si può profanare. È li che nasce la sua verticalità, la sua capacità di “stare in piedi”, cioè eretto. Resnik parlerebbe dell’incorporazione di una funzione vertebrante che ordina l’essere nel mondo. Unita a una funzione più avvolgente e contenitiva darebbe luogo all’esperienza combinata tra pensiero ed emozione. Nella Piazza del mondo, palcoscenico reale ma anche metafora psichica, parafrasando Winnicott verrebbe da dire che “il nostro specchio è il volto del migrante”. In questo caso è il piede, non come volto, ma come misura di una verticalità che il nostro sguardo non sa interpretare poiché mancano le emozioni per capirlo. Quel piede ha vissuto l’esperienza della soglia tra la vita e la morte, è memoria che sente, è anche enclave di un territorio ermetico difficile da rappresentare. L’incontro con questa dinamica unito all’immagine traumatica del piede di cartone, crea un movimento a ritroso dentro la palude della psiche sociale accompagnata dal bisogno di rimuovere tutto ciò che è scomodo. Ritorniamo così ad essere abitati da quella terra oscura di cui non vogliamo sapere nulla e che risale a noi solo come sintomo di una società malata di indifferenza e individualismo. Quel piede di cartone, alle prime luci dell’alba, se n’è andato alla volta del nord Europa e, ostinatamente, cocciutamente, è giunto dove voleva arrivare. Ora si che è salvo davvero. La sua immagine resterà indelebile nella mai mente. Continua a interrogarmi, ad affascinarmi per la sua mancanza di una caduta. Il trauma che ha suscitato in me, in noi, nel web, non può e non deve chiudersi. È un trauma di cui nulla vorremmo sapere ma di cui io non voglio liberarmi. Vorrei, invece, che continui ad essermi maestro nella mia pratica della cura. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il piede di cartone proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Capire Ceuta
LA QUESTIONE MIGRANTE NON RIGUARDA L’ORDINE PUBBLICO. È UNA QUESTIONE SOCIALE E POLITICA: RIGUARDA LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO, L’IRRISOLTA EREDITÀ DEL COLONIALISMO, NEL CASO DI CEUTA ANCHE LE RELAZIONI TRA SPAGNA, MAROCCO E ALGERIA. IL GOVERNO SÁNCHEZ? IN QUESTI ANNI HA CONDOTTO PROBABILMENTE LA POLITICA MIGRATORIA MENO RAZZISTA D’EUROPA, EPPURE, DI FRONTE A CEUTA, HA IMMEDIATAMENTE INVIATO L’ESERCITO E ALZATO UNA BARRIERA IN MARE. “È LA PROVA CHE IL PROBLEMA NON È QUESTO O QUEL GOVERNO, MA LA CORNICE – SCRIVE MARCO ANTONIO PIRRONE – FINCHÉ LA QUESTIONE MIGRANTE VIENE TRATTATA COME QUESTIONE DI SICUREZZA E ORDINE PUBBLICO, OGNI ESECUTIVO, DI QUALUNQUE COLORE, FINIRÀ PER MILITARIZZARE LA FRONTIERA, ALIMENTANDO LA FEROCIA RAZZISTA DELLE DESTRE INTERNAZIONALI CHE DI QUELLA CORNICE SONO LE INTERPRETI PIÙ COERENTI…” Foto di David Valverde su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Tra il 30 e il 31 luglio 2026 circa sessantamila persone hanno attraversato la frontiera tra il Marocco e l’enclave di Ceuta1, a nuoto, a piedi, aggirando il molo del Tarajal2: l’equivalente del 70% della popolazione dell’enclave. Decine di morti – annegati o schiacciati nella calca contro il frangiflutti, i bilanci provvisori oscillano tra 40 e oltre 80 vittime – e, nel giro di quarantotto ore, il rientro in Marocco della quasi totalità degli entrati: senza cibo, senza un posto dove dormire, respinti anche a sassate da parte della popolazione. La Spagna ha inviato l’esercito e ha iniziato a installare una barriera marittima di contenimento lunga cinquecento metri3. Al grido italico “invasione, invasione”, l’Italia di Giorgia Meloni ha chiesto la sospensione della Spagna da Schengen, Trump ha usato Ceuta come spot elettorale – ciò che fa abitualmente, sin da prima dell’inizio dei suoi due mandati, con la frontiera messicana -, Musk ha rilanciato su X un video che paragona i migranti agli zombie di World War Z. In poche ore la macchina retorica dell’“invasione” e della “sicurezza” funzionava a pieno regime, come avviene da quaranta anni a questa parte quando l’uso politico delle migrazioni fa comodo, sia da parte dei governi che dei rappresentanti del neoliberismo. Vorrei provare a dare di questa vicenda un’altra chiave di lettura, sottraendola a quella macchina, evidenziando tre elementi. Primo: la fabbrica dell’invasione. I dati smentiscono la narrazione securitaria prima ancora che la si finisca di raccontare. Gli arrivi irregolari in Spagna nel primo semestre del 2026 erano in calo rispetto al 2025; la stragrande maggioranza di chi è entrato a Ceuta è tornata indietro in poche ore, a piedi, volontariamente. Non un’occupazione, dunque, ma un movimento di corpi poveri, in gran parte giovani e giovanissimi marocchini, attratti da una voce – una sentenza del Tribunal Supremo dalla portata in realtà assai limitata, che le reti social e dei trafficanti hanno trasformato nella promessa che chi arriva dal mare non possa essere espulso, a differenza di chi arriva da terra (chissà poi perché!) – e respinti dalla realtà materiale di una città di ottantacinquemila abitanti, simbolo oggi dei muri e delle frontiere erette dalla “civile” e democratica Europa contro il libero movimento delle persone. Eppure “invasione” e “sicurezza” restano le parole d’ordine dei governi europei e delle destre fasciste e razziste. Come ho cercato di mostrare altrove1, la retorica dell’invasione non descrive nulla: traduce in linguaggio numerico e securitario la paura dell’erosione dei privilegi accumulati dalle società più ricche. La vera invasione non è quantitativa ma qualitativa: è l’irruzione di corpi che mettono in discussione il monopolio proprietario2 della libertà di movimento e rivelano che i diritti e le ricchezze di pochi sono costruiti sull’esclusione e sullo sfruttamento di molti. Secondo: l’uso politico del corpo migrante. Che la polizia marocchina non abbia fermato l’enorme flusso di persone “improvvisamente” in fuga dal Marocco non è un mistero né un complotto: è una decisione politica, con un precedente esplicito nel maggio 2021, quando Rabat “aprì” la stessa frontiera per punire Madrid dell’ospedalizzazione del leader del Polisario, ottenendo un anno dopo la capitolazione spagnola sul Sahara Occidentale. Questa volta il segnale arriva dieci giorni dopo la visita di Sánchez ad Algeri, cioè dopo il riavvicinamento della Spagna al rivale storico del Marocco. Circolano anche, rilanciate da voci autorevoli, tesi su una regia statunitense e israeliana. Qui occorre distinguere con rigore. Che esista una pressione documentata di Washington e di ambienti neocon filo-israeliani sulla Spagna – un rapporto della Commissione Appropriazioni del Congresso USA che ad aprile definiva Ceuta e Melilla “situate in territorio marocchino”, le uscite dell’ambasciatore israeliano all’ONU, gli editoriali che invocano una “seconda Marcia Verde” – è un fatto. Che Washington e Tel Aviv abbiano orchestrato operativamente l’apertura della frontiera non è, allo stato, documentato da nulla. La lettura più fondata è intermedia: la rottura tra Madrid da un lato e l’amministrazione Trump e Israele dall’altro (sulle basi negate per la guerra all’Iran, sul riconoscimento della Palestina, sulla definizione di Israele come “Stato genocida”) ha creato le condizioni permissive dentro cui Rabat ha potuto azzardare un ricatto migratorio di scala inedita. Non serve il complotto per riconoscere che i migranti vengono usati come arma nelle tensioni tra Stati e tra aree regionali: lo fece la Libia di Gheddafi e post-Gheddafi, lo fa il Marocco, lo ha fatto la Bielorussia sul fronte est. Ma l’arma funziona solo perché l’Europa ha esternalizzato ai regimi di confine il lavoro sporco del contenimento, consegnando loro la leva. E tanto il ricatto quanto il modo in cui la vicenda viene rappresentata e gestita rivelano, come ha scritto Giorgio Cremaschi, “tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli Usa, affronta la questione migrante”3. In fondo sono i due lati della stessa medaglia: il capitalismo usa i migranti come spauracchio dell’invasione e della insicurezza, i paesi terzi cui è ceduto il lavoro sporco del controllo sulle migrazioni aprono le maglie per ricattare i paesi colonizzatori e ricchi con la minaccia dell’invasione e dell’insicurezza quando possono trarne un vantaggio o alzare il prezzo delle loro sporche prestazioni. Terzo: ciò di cui non si parla mai, lavoro e libertà. La domanda che nessun governo si pone è perché decine di migliaia di giovani marocchini si gettino in mare al primo spiraglio. La risposta sta nelle condizioni materiali del Maghreb: disoccupazione giovanile di massa, economie subordinate, promesse tradite prima dalla decolonizzazione e poi da cinquant’anni di neoliberismo – gli “aggiustamenti strutturali” del FMI che hanno soffocato sul nascere società civili e movimenti sociali in Algeria, Marocco e Tunisia4, dentro quella frattura Nord-Sud del Mediterraneo che è insieme economica, sociale e di rappresentazioni5. È la sovrappopolazione relativa del capitalismo mediterraneo: forza-lavoro eccedente, prodotta dagli stessi rapporti capitalistici e neocoloniali che poi la respingono. Un chiarimento è però necessario, perché la categoria marxiana di esercito industriale di riserva viene oggi manipolata – dalle destre come da certa sinistra sovranista – per dipingere i migranti come minaccia ai salari degli autoctoni. Come ha mostrato Pietro Basso, lavoratori emigranti ed esercito industriale di riserva non sono la stessa cosa; la produzione da parte del capitale di un esercito di riserva è una legge dell’accumulazione, non un evento passeggero legato a questa o quella politica migratoria; ed è il capitale, non chi migra, ad alimentare la concorrenza tra occupati e disoccupati, corredandola da secoli di politiche e rappresentazioni tese ad approfondire le linee di divisione tra i due campi. La conclusione politica di Marx era l’esatto contrario del chiudi-frontiere: la «collaborazione sistematica» tra occupati e disoccupati – oggi, la lotta unitaria tra nativi e migranti, a partire dalla piena uguaglianza di diritti – perché «ogni solidarietà tra occupati e disoccupati turba infatti il “puro” gioco di quella legge»6. I muri, le barriere galleggianti, i droni di Frontex, gli accordi con i paesi terzi non servono a fermare le migrazioni: servono a selezionare e inferiorizzare chi entra nell’ordine salariale europeo, producendo quella clandestinità che rende la manodopera ricattabile e a buon mercato7. La razzializzazione – la costruzione del migrante come minaccia, come inassimilabile, come “nemico” – è il dispositivo ideologico che rende possibile e “legittimo” tutto questo: gerarchizzare gli esseri umani sulla base del valore è una necessità strutturale del capitalismo, non una questione culturale o di ignoranza8. E quando la selezione fallisce, resta la tanatopolitica: le morti al frangiflutti del Tarajal, come quelle nel Mediterraneo centrale e nel deserto di Sonora, non sono fatalità ma esiti previsti e accettati delle strategie di governo dei confini9. Un’ultima osservazione riguarda proprio la Spagna. Il governo Sánchez ha condotto in questi anni la politica migratoria più aperta d’Europa – regolarizzazioni di massa, l’ammissione che l’economia e il welfare spagnoli hanno bisogno dei migranti – dimostrando, contro tutte le retoriche, che un’accoglienza sostenibile è possibile. Eppure, di fronte a Ceuta, anche l’avanzata e democratica Spagna ha immediatamente inviato l’esercito e alzato una barriera in mare. È la prova che il problema non è questo o quel governo, ma la cornice: finché la questione migrante viene trattata come questione di sicurezza e ordine pubblico, ogni esecutivo, di qualunque colore, finirà per militarizzare la frontiera, alimentando la ferocia razzista delle destre internazionali che di quella cornice sono le interpreti più coerenti. Perché la questione migrante non è una questione di ordine pubblico. È una questione sociale, politica, economica, civile ed etica: riguarda il lavoro e la libertà10. Riguarda il diritto di non emigrare e il diritto di muoversi; riguarda chi produce la ricchezza e chi se ne appropria; riguarda l’irrisolta eredità del colonialismo e del neocolonialismo che ha fatto del Mediterraneo una frontiera armata invece che un mare fra le terre. I sessantamila di Ceuta, tornati indietro in un giorno, hanno mostrato al mondo – più di qualunque saggio – che a premere sulle frontiere non è un’orda ma una domanda universale di libertà e di dignità. La vera paura del capitale non è l’arrivo dei migranti: è che la loro rivendicazione della libertà diventi universale e contagiosa. Per questo si fa la “guerra ai migranti”. Chi ha a cuore le sorti dei poveri e degli oppressi, a questa domanda non deve rispondere con le boe galleggianti, ma rifondando universalismo e internazionalismo dal basso: un internazionalismo delle pratiche, delle soggettività migranti, delle reti solidali che attraversano i confini11, capace di riconoscere che nella libertà di movimento – ancorata all’emancipazione economica, non alla sua mistificazione liberale – si gioca oggi una posta fondamentale della lotta di classe. -------------------------------------------------------------------------------- Note 1 M.A. Pirrone, Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo, PM edizioni, 2025, in particolare le Conclusioni 2 F. Gambino, Sulla cittadinanza proprietaria. Dai bagagli appresso all’investimento proprietario, in A. Dal Lago (a cura di), Lo straniero e il nemico. Materiali per l’etnografia contemporanea, Costa & Nolan, Genova-Milano 1998, pp. 187-208 3 G. Cremaschi, A Ceuta tutta la miseria e l’ottusità colonialista dell’Europa, il Fatto Quotidiano (blog), 31 luglio 2026 4 M.A. Pirrone, Dalla colonizzazione all’”islamismo radicale”. Globalizzazione, identità culturale e sviluppi politici nel mondo arabo-islamico, «Studi Emigrazione/Migration Studies», XXXVII, n. 137, 2000, pp. 67-97 5 M.A. Pirrone, Movimenti, frontiere e fratture mediterranee, Mimesis, Milano 2007 6 P. Basso, Marx sull’esercito industriale di riserva e le migrazioni: vietato abusarne!, in M. Musto, A.M. Iacono (a cura di), Ricostruire l’alternativa con Marx. Economia, ecologia, migrazione, Carocci, Roma 2023, pp. 219-40; le citazioni da K. Marx, Il Capitale, libro I, sono riportate ivi, p. 222 7 Sul confine come dispositivo di “inclusione differenziale” della forza-lavoro si veda S. Mezzadra, B. Neilson, Confine come metodo, ovvero la moltiplicazione del lavoro, ombre corte, Verona 2014. Sull’industria globale della frontiera e la sua violenza: H. Walia, Border and Rule, Haymarket Books, Chicago 2021; P. Molnar, The Walls Have Eyes. Surviving Migration in the Age of Artificial Intelligence, The New Press, New York 2024 8 M.A. Pirrone, Razzismo, razzializzazione e valorizzazione del capitale all’epoca del capitalismo globale, in M. Grasso (a cura di), Razzismi, discriminazioni e confinamenti, Ediesse, Roma 2013, pp. 55-82 9 Ho affrontato la questione nel mio Guerra ai migranti, cit. Chi volesse approfondire il tema della necropolitica e della tanatopolitica delle frontiere può leggere A. Mbembe, Necropolitica, ombre corte, Verona 2016, e i lavori di S. Palidda; sul deserto come arma di deterrenza: J. De León, The Land of Open Graves. Living and Dying on the Migrant Trail, University of California Press, Oakland 2015 10 Sulla questione del nesso migrazioni/libertà ho dedicato molto spazio nel mio Guerra ai migranti, cit. perché credo sia una questione teorica fondamentale che ha a che fare proprio con le origini del capitalismo, il quale ha bisogno della libertà individuale per avere la forza lavoro da comprare ma al tempo stesso la teme perché è anche libertà di sottrarsi alle condizioni di questa vendita e di lottare contro di esse 11 S. Mezzadra, B. Neilson, cit.; cfr. anche le conclusioni di M.A. Pirrone, Guerra ai migranti, cit. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI AMADOR FERNANDEZ SAVATER: > Il chiodo a cui aggrapparsi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Capire Ceuta proviene da Comune-info.
August 3, 2026
Comune-info
Restituire ruolo e valore ai migranti
-------------------------------------------------------------------------------- Tra le attività di Edicola Equa, gestita nel quartiere Oltretorrente di Parma dal Ciac (centro noto per il suo impegno sui temi dell’accoglienza diffusa), c’è anche la cura di un’aiuola -------------------------------------------------------------------------------- Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti, a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà – spesso solo di facciata – per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia, ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Restituire ruolo e valore ai migranti proviene da Comune-info.
July 25, 2026
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Che cos’è, oggi, la cittadinanza?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Può sembrare una domanda astratta, ma non lo è affatto: cos’è, oggi, la cittadinanza? È una domanda che riguarda il futuro della nostra democrazia. L’8 luglio la Camera ha approvato, con 148 voti favorevoli e 99 contrari, l’iter d’urgenza per una proposta di legge che introduce nuove ipotesi di revoca della cittadinanza e nuovi ostacoli per chi la sta acquisendo. Non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi mesi si sono susseguiti interventi che rendono più restrittivi i requisiti per ottenere la cittadinanza, ampliano i casi in cui può essere revocata e, più in generale, ridefiniscono il rapporto tra appartenenza, identità nazionale e sicurezza. Temi diversi, che sembrano però muoversi nella stessa direzione. Non è soltanto una questione di immigrazione. È il modo stesso di concepire la cittadinanza che sembra cambiare. Nella nostra Costituzione e nella tradizione delle democrazie costituzionali, la cittadinanza non è un privilegio né una ricompensa. È il fondamento dell’uguaglianza giuridica. Una volta cittadini, tutti sono uguali davanti alla legge. Lo Stato giudica le azioni delle persone, non la loro origine, la religione che professano o la storia della loro famiglia. Oggi, invece, sembra affermarsi un’altra idea. Un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri, che oggi può diventare cittadino dichiarando la propria volontà entro un anno dal compimento della maggiore età, con la nuova legge dovrebbe superare anche un esame di integrazione. Una richiesta che nessun suo coetaneo nato da genitori italiani dovrà mai affrontare. La cittadinanza non appare più come il luogo dell’uguaglianza, ma come un confine da presidiare: un bene da concedere con maggiore cautela, da limitare o rendere più fragile per alcuni. Matteo Salvini lo ha espresso con un’immagine molto esplicita: la cittadinanza dovrebbe funzionare come una “patente a punti”, e chi delinque dopo aver ricevuto le chiavi di casa dovrebbe vedersi ritirare quelle chiavi. È una metafora che dice molto più di quanto sembri. La cittadinanza non viene più pensata come uno status che garantisce uguali diritti e uguali doveri, ma come una licenza sempre revocabile, un’appartenenza che deve essere continuamente dimostrata. Non è tanto il singolo provvedimento a colpire. È il quadro complessivo che emerge. La domanda sembra non essere più: quali diritti spettano a ogni cittadino? Ma piuttosto: chi appartiene davvero alla comunità nazionale? Questa trasformazione riflette anche un’idea di identità nazionale come qualcosa di fisso, omogeneo, da preservare nella sua presunta purezza. Un’identità che guarda al passato con nostalgia e considera ogni cambiamento come una minaccia. Eppure le società non sono mai rimaste immobili. L’Italia, come tutta l’Europa, sta diventando una realtà sempre più plurale. Le migrazioni, i cambiamenti demografici, la mobilità delle persone, le guerre e la crisi climatica stanno trasformando il volto delle nostre comunità. È un processo complesso, che pone problemi reali e richiede politiche serie. Ma è difficile immaginare che possa essere fermato. La storia non procede all’indietro. La vera sfida, allora, non è impedire il cambiamento, ma governarlo senza rinunciare ai principi che rendono democratica una società. Significa passare da un “noi” costruito sull’esclusione a un “noi” fondato sulla condivisione dei diritti e delle responsabilità; da un’identità che si difende alzando confini a una comunità che si riconosce nella forza delle proprie istituzioni e dei propri valori costituzionali. Perché una società diventa davvero più sicura restringendo continuamente il significato della cittadinanza? Oppure rischia di ottenere il risultato opposto? Quando una parte della popolazione viene rappresentata come un problema permanente, quando ragazze e ragazzi nati o cresciuti nel nostro Paese continuano a sentirsi cittadini “con riserva”, il rischio è quello di alimentare proprio quella frattura che si dice di voler combattere. La sicurezza è un bene fondamentale. Ma non nasce soltanto dal controllo e dalla punizione. Nasce anche dalla fiducia reciproca, dal riconoscimento, dalla possibilità di sentirsi parte della stessa comunità politica. Ogni Stato ha il diritto di stabilire le regole per l’acquisizione della cittadinanza e di pretendere il rispetto delle proprie leggi. Ma un conto è definire criteri di accesso; un altro è trasformare la cittadinanza in uno strumento che distingue continuamente tra chi appartiene pienamente alla comunità e chi deve dimostrare, ogni volta, di meritarne l’appartenenza. Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci. Perché il futuro delle nostre società sarà inevitabilmente plurale. Possiamo scegliere se affrontare questa trasformazione alimentando paure e contrapposizioni oppure costruendo una convivenza fondata sul diritto, sulla responsabilità e sull’uguaglianza. La cittadinanza, in fondo, non serve a tracciare nuovi confini tra le persone. Serve a garantire che, una volta riconosciuti come membri della stessa comunità politica, nessuno sia meno cittadino di un altro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che cos’è, oggi, la cittadinanza? proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
Sotto il cielo di Cerignola
NELLE CAMPAGNE DI CERIGNOLA, NELLA CAPITANATA, IL PIÙ GRANDE BACINO DI PRODUZIONE DI POMODORO DA INDUSTRIA IN EUROPA, VIVE ALÌ: È DA DODICI ANNI IN ITALIA MA ORA NON PUÒ PIÙ ANDARE AL LAVORO PERCHÉ I SUOI OCCHI SONO STATI ACCECATI DAL SOLE, DA ANNI DI SCHIAVITÙ. NELLE CAMPAGNE DI CERIGNOLA MIGLIAIA DI NESSUNO DI ORIGINE AFRICANA SOPRAVVIVONO IN TUGURI SENZA BAGNI E SERVIZI, MOLTE SONO FATISCENTI CASE RIFUGIO DELL’ENTE RIFORMA COSTRUITE NEGLI ANNI CINQUANTA. A CERIGNOLA C’È ANCHE UN PEZZO DI CIMITERO DEI SENZA NOME, SONO PER LO PIÙ QUELLI CHE IL SISTEMA CHIAMA BRACCIANTI. SCRIVE ANTONIO DE LELLIS IN UN REPORTAGE DEDICATO A QUESTO PEZZO DI TERRA DEL TAVOLIERE DELLE PUGLIE: “LE PERSONE INCONTRATE IN QUESTO LAGER A CIELO APERTO SONO VITTIME DEL CAPORALATO? CERTO, MA ANCHE DI UN SISTEMA CHE NON USA SOLO ARMI DA FUOCO, MA QUELLE DELLO SFRUTTAMENTO, DELLA SCHIAVITÙ, DELLA NORMALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA ECONOMICA E SOCIALE…”. UNA DOMANDA: MA I LIBRI DI STORIA E I GRANDI MEDIA NON DICONO CHE LA FINE DELLA SCHIAVITÙ È AVVENUTA NEL CORSO DEL XIX SECOLO? -------------------------------------------------------------------------------- Quello che abbiamo visto sotto il sole di luglio, a Tre Titoli e a Pozzo Terraneo nel comune di Cerignola (Foggia), insieme agli operatori della cooperativa Oasi 2 di Trani, è qualcosa di drammaticamente incredibile, che forse non si può raccontare appieno, tanto è profonda la ferita e il dolore per l’indignazione che lasciano nell’anima. Dinanzi a noi migliaia di persone segregate in una campagna estesa senza orizzonte e senza riferimenti, vivono in ripari disperati, in tuguri, senza bagni e servizi, con grandi cisterne di acqua, offerte dal comune, in parte bucate, o in tende peggiori dei Pollai. Le case “rifugio” sono quelle dell’Ente Riforma, costruite a metà degli anni cinquanta del secolo scorso. Sono case ormai abbandonate dagli italiani fin dagli anni Settanta, fatiscenti, pericolose. Alcune con tetti crollati, altre bruciate. Sono circondate da rifiuti di plastica, ma anche da bidoni metallici che fanno gola a raccoglitori di ferro locali che con i loro furgoni lucrano sugli schiavi neri senza chiedersi il perché di una simile condizione. Le persone schiave, per lo più africane, del Ghana, del Burkina Faso e della Nigeria, tornano dal lavoro verso le ore 12, altri continuano a lavorare sotto il sole implacabile. Hanno attraversato la Libia e si considerano fortunati per essere sfuggiti alle angherie, sevizie, torture, e poi il mare, padre e patrigno, che li separava dal nostro mondo. Sono arrivati in Italia, sperando in una vita che sapevano dura, ma non così. E oggi vivono in un carcere a cielo aperto, obbligati a spaccarsi la schiena sotto il cielo, per coltivare la terra e raccogliere i frutti che arrivano sulle nostre tavole. Alì, da dodici anni in Italia, non può più andare al lavoro perché i suoi occhi sono accecati dal sole, da anni di schiavitù. Ma Alì ride ascoltando il nostro inatteso slang nigeriano e ci racconta la sua vita in quel dolore. Ci fa vedere come vivono in una casa di muratura annerita da abbandono, incuria e umidità. Ci dice di quante persone ci vivono e proprio in quel momento i suoi amici tornano dal lavoro, cotti dal caldo, sporchi e sudati e tristemente sorridenti, mentre il sole si fa nemico. Abbiamo vissuto ore di accoglienza, ascoltato storie drammatiche, di persone accecate dal sole, dalle ore di duro lavoro in aperta campagna, senza alcuna protezione. Ma vi sono storie che non avremmo mai voluto raccontare, come quella di ragazze minorenni, in compagnia di una giovane donna che si dichiarava la loro madre. Le ragazze non vanno a scuola e una di loro è molto truccata. Vivono in una casa adibita solitamente a persone bulgare e anche loro dichiarano di esserlo. Perché quell’immagine ci resta nel cuore e ci apre ad abissi inconfessabili? Nei racconti degli operatori storie coraggiose di denuncia di schiavi che però sono stati prontamente rimpiazzati da altri, di morti nei campi o sul ciglio della strada impraticabile e sconnessa come la realtà. La storia di un cimitero dei senza nomi a Cerignola, ci lascia come un sinistro e amaro presagio dell’esito probabile di molti di loro. Abbiamo visto come sia drammaticamente vero che il sistema economico sfrutta questi lavoratori al di fuori di ogni diritto e senza alcun rispetto per la dignità umana. Le persone incontrate sono oppresse dalla nostra economia di guerra, perché di questo si tratta, di una vera economia di guerra. La loro condizione disumana ci interroga e ci pone dinanzi a un bivio. Come scrive Francesca Albanese nel suo libro intitolato La luce del risveglio, riprendendo Jason Hickel, “il capitalismo ha bisogno di un assetto imperiale per esistere: lavoro a basso costo e risorse naturali a buon mercato, che si possono ottenere in casa fino a un certo punto, prima che le contraddizioni esplodano. Per questo il capitale ha sempre avuto bisogno di cercare anche una parte esterna da sfruttare, ed è qui che entra in gioco il colonialismo. Ogni Paese del Sud globale che prova a organizzare le sue risorse attorno ai bisogni della propria popolazione viene attaccato, perché la sua sovranità è un ostacolo per i profitti dei potenti del mondo. Lo si bombarda, se ne distrugge l’infrastruttura, lo si rende di nuovo a buon mercato”. Si generano così esodi epocali forzati che sostengono le stesse economie capitaliste/criminali/mafiose. Sì, perché dietro questo sistema c’è la mafia locale parassitaria, pronta a lucrare sul mercato della schiavitù. Questo è il contesto nel quale maturano le migrazioni illegali e programmate che alimentano la fabbrica del consenso della re-migrazione. Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze? Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze di un lavoro dignitoso, se non ci sono sicurezze sui luoghi di lavoro, se non ci sono le sicurezze dell’istruzione, della sanità? Siamo andati lì pensando di affrontare in modo diverso il tema della pace e per capire se legata ai temi del lavoro e delle sicurezze e non della sicurezza propaganda e rassicurante, falsa e omicida su cui alcuni lucrano politicamente con il rischio di una egemonia culturale del rifiuto del diverso. E abbiamo notato come i tre temi siano intimamente legati. Come si può parlare di pace se queste sono le condizioni di lavoro e di vita? Le sicurezze, invece non sono mai “contro”, ma “per”, sono quelle fondamentali, quelle che ci aiutano a vivere una vita dignitosa. Ma ritornando ad una apparente realtà, ci chiediamo: le persone incontrate in quel lager a cielo aperto sono vittime del caporalato? Certo, ma anche di un sistema che non usa solo armi da fuoco, ma quelle dello sfruttamento, della schiavitù, della normalizzazione della violenza economica e sociale. Leone XIV, durante la sua visita a Lampedusa, ha sottolineato l’importanza di non “passare oltre” e di prendere decisioni per aiutare i migranti. Ha detto che “i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”. Ha anche chiesto all’Europa di affrontare la crisi migratoria con politiche condivise e organiche, evitando la logica della forza e promuovendo la pace e la compassione. L’avere introdotto leggi ancora più restrittive e oppressive peggiora e perpetua questa schiavitù senza un’apparente uscita, che non sia quella di abolire di nuovo questo insopportabile sistema della schiavitù che ancora oggi esiste e persiste. La schiavitù è una guerra all’umanità, ed è qui sotto i nostri occhi, e sotto il cielo non solo di Cerignola. Mentre scriviamo queste drammatiche righe, e guardiano il mare bello sotto il sole amico, ci tornano alla mente quei racconti in cui il mare e il sole diventano nemici. Non vogliamo dimenticare quello che abbiamo visto e desideriamo che ne abbiate memoria perché anche voi proviate il pianto in gola e il coraggio di lottare nella speranza che sia abolita la schiavitù oggi in Italia. -------------------------------------------------------------------------------- Antonio De Lellis (Pax Christi e Attac) (con il contributo di idee di Fabrizio Aroldi, Luigi Muzio e Rosetta Placido, Pigi, Alessandra e Luisa) -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sotto il cielo di Cerignola proviene da Comune-info.
July 10, 2026
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