Tag - benvenuti ovunque

Il grido di Sabir
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Associazione Sabir -------------------------------------------------------------------------------- Sabir è una comunità educativa impegnata nel territorio di Crotone che in questi anni ha cercato con pazienza di tenere insieme anche proposte per accogliere ragazzi migranti – molti dei quali arrivati dopo aver attraversato deserti, torture, guerre e detenzioni in Turchia o Libia – tra supporto psicologico, mediazione culturale, continuità scolastica, formazione professionale, attività sportive, percorsi di affido familiare e affido culturale. Si tratta di proposte che vanno molto al di là della prassi ordinaria dell’accoglienza disegnata dai governi. È il frutto di uno sforzo educativo enorme e fortemente radicato nel territorio che ha permesso di creare relazioni di fiducia e corresponsabilità sociale, rompendo di fatto la logica assistenziale nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. Oggi però tutto questo rischia di essere cancellato da anni di logiche emergenziali. In una lettera aperta di Sabir, rilanciata dalla Rete delle comunità solidali, si legge: “Non esistono, allo stato, soluzioni logistiche compatibili con la prosecuzione dei percorsi già avviati. Non esistono garanzie sulla continuità educativa. Non esiste alcuna visione pedagogica. Esiste soltanto una logica amministrativa che tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire. Ed è forse questo il punto più grave. In Italia si organizzano continuamente tavoli sulla devianza giovanile, sulle baby gang, sull’emarginazione sociale e sul disagio dei minori. La politica nazionale invoca sicurezza, integrazione e prevenzione. Si moltiplicano dichiarazioni pubbliche sulla necessità di investire sui giovani e sui percorsi educativi. Poi però, nei territori, si lasciano spegnere esperienze che funzionano davvero. Si mortificano realtà che hanno dimostrato concretamente che un altro modello di accoglienza è possibile: un modello fondato sulla relazione educativa, sulla presenza quotidiana, sulla costruzione di autonomia e sul radicamento territoriale…”. Lettera apertaDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Sabir proviene da Comune-info.
May 27, 2026
Comune-info
Un mostro che contiene molti mostri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Nicolas Messifet su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il monitor interno dal quale chi assiste all’udienza del processo a El – Hisri, uno dei capi torturatori del lager di Mitiga in Libia, ogni tanto mostra la faccia dell’imputato. Non ha segni di tortura, non sembra stare male, non ha stracci addosso o catene ai polsi come le sue vittime: solo quegli occhi che guardano fisso, che non si abbassano nemmeno quando la procuratrice della Corte Penale Internazionale descrive lo stupro di una donna compiuto davanti al figlio piccolo, costretto da El Hisri a guardare. I giudici che con i loro staff di investigatori hanno lavorato quindici anni a raccogliere prove, testimonianze, foto, video, documenti ufficiali e tantissimo altro materiale, lo definiscono un processo “storico” – a “milestone” – per provare a fare giustizia contro un vero e proprio sistema di violazione permanente dei diritti umani. Il “sistema Libia” appunto, che però non potrebbe esistere se non fosse stato congegnato anche a partire da “menti” italiane ed europee. El Hisri, detto Al Bouti, è un pari grado di Almasri, quello fatto fuggire dal governo italiano e riportato con il Falcon dei servizi segreti proprio a Mitiga, dove la maggior parte dei crimini contro l’umanità e crimini di guerra sono stati compiuti. Il nome di Almasri è stato pronunciato già dalle prime battute durante la lettura dei diciassette capi di imputazione. È chiaro, da dentro questo tribunale, perché Almasri non doveva arrivarci alla sbarra. Il “sistema Libia” è fondato su una complicità evidente tra livelli istituzionali e milizie criminali che si sono spartite la Libia dopo la destituzione violenta di Gheddafi del 2011. L’inchiesta della CPI parte da quel momento, e documenta le atrocità commesse dall’imputato e dai suoi complici fino al 2020. Si passa dunque, dal 2017, anno della stipula del patto Italia-Libia, sottoscritto da Minniti e Gentiloni, con i clan di signorotti della guerra tra cui anche la milizia “Rada”, una tra le più potenti- si parla di 1.500 soldati inquadrati militarmente e forniti di armi, mezzi e soldi-quella che controlla la prigione di Mitiga, nordest di Tripoli e, cosa assai rilevante, l’aeroporto internazionale, peraltro ricostruito grazie ai lavori forzati dei migranti prigionieri. Un processo come questo non è la semplice descrizione in generale di tutto ciò che già sappiamo, atrocità comprese. No. Il primo livello è la responsabilità individuale dell’imputato, con prove, riscontri, volti, referti medici, circostanze precise. Ascoltare la descrizione di torture, stupri e violenze di ogni genere, delle quali El Hisri è personalmente responsabile, è dura. All’entrata, dopo controlli rigidi per l’accesso, distribuiscono un vademecum dove te lo scrivono che potrebbe essere troppo dura assistere, ascoltare. Che puoi uscire in qualsiasi momento. Il secondo livello, quello che stabilisce la relazione tra un crimine efferato e la categoria dei crimini contro l’umanità, è il carattere strutturale, pianificato, nel quale ogni singolo atto criminale è inserito, e la funzione che svolge nell’assicurare potere di vita e di morte sulle persone che lo subiscono. E qui il lavoro approfondito e puntuale dei giudici ci offre una prima importante verità: le prime vittime di El Hisri, di Almasri, del capo supremo della Rada, Al Kora, sono stati i cittadini libici. Sono libici quelli sequestrati e torturati per primi, oppositori politici, avvocati, giornalisti, studenti o anche persone che possedevano dei terreni, una casa, dei soldi. Si capisce la parabola dunque che porta a ciò che oggi conosciamo del sistema Libia: dopo la caduta di Gheddafi, si formano i gruppi armati che con la scusa della “rivoluzione”, cominciano ad accaparrarsi il potere e materialmente pezzi di territorio. Nel caso della “Rada” ad esempio, è un quartiere di Tripoli che gli dà i natali, e da lì la conquista di un’area strategica come quella dell’aeroporto e fin sulla costa con l’accesso al mare, trasforma quattro banditi di un clan familiare, in uomini che comandano. Che negoziano un pezzetto di quello che altri, simili a loro ma magari più scaltri, hanno già preso in cambio della fedeltà all’Occidente. In uno degli ultimi rapporti dell’Onu sulla Libia, concentrato sulle violazioni dell’embargo sulle armi, si parla del clan di Dbaibaba, attuale premier del governo di Tripoli riconosciuto dall’Unione Europea, come uno dei più criminali e potenti. Stessa cosa se si osserva la “carriera” del ministro degli Interni Trebelsi, l’amicone di Piantedosi, segnalato dalla segreteria di stato americana già durante la prima presidenza Trump come “trafficante e contrabbandiere”. La Rada ha gestito la sua prigione, il suo lager, a partire dall’eliminazione dei dissidenti libici e dell’imposizione del regno del terrore a Tripoli, offrendo sul “mercato” le sue capacità. Rada “Security Defence Force”. Rada “polizia giudiziaria”. Tutti titoli assegnati dai vari governi ufficiali. Ma d’altronde non era il prefetto Caravelli, capo dei servizi segreti esterni a dichiarare che “con la Rada ottima collaborazione”? Questo strutturazione della milizia inizialmente impegnata contro i cittadini libici, anch’essi torturati, ammazzati, anche le donne libiche stuprate, anche i bambini libici violentati e terrorizzati e chissà cos’altro, viene poi dal 2017 impiegata per i migranti. Le pratiche disumane sono rielaborate per il nuovo business, quello di fermare profughi e rifugiati che tentano di raggiungere l’Italia e l’Europa via mare. Ma chi suggerisce alla Rada di fare questo? In cambio di che cosa, di quanti soldi? Chi suggerisce la creazione di un nuovo sistema di respingimento di massa, articolato nella cattura in mare di chi prova a fuggire, e nella successiva deportazione e internamento nei lager? Chi regala mezzi, addestramenti, ruoli ai vari El Hisri per fare tutto questo? Ascoltando le accuse ci si rende conto di cosa abbiamo fatto, noi che apparteniamo ai paesi “civili”, noi che abbiamo i governi “democratici”: abbiamo alimentato gli orrori, le atrocità che prima sono state compiute contro la società civile libica per trasformarli e strutturarli in “orrori funzionali”, utili alla nostra “guerra” ai migranti. Ascoltando l’excursus dei procuratori della Corte, che puntualmente delineano lo sviluppo e il ruolo di una milizia e dei suoi capi, si capisce che El Hisri è solo quello che si è fatto prendere. Non è lui il “mostro” in mezzo a quelli “normali”. Lui è solo un mostro meno potente di tutti gli altri. Viene spontaneo, dinnanzi al primo processo di questo livello che finalmente si celebra, dopo decine di migliaia di morti in mare e nel deserto, pensare a una Norimberga. Ma Norimberga non si può fare solo con un criminale che altrimenti rischia di diventare un capro espiatorio. Qui mancano quelli potenti, quelli che non si sporcano le mani. Quelli che in Libia ci vanno con l’aereo di stato, quelli che il quartiere di El Hisri manco sanno dov’è. E dopo il primo giorno, è tutto. -------------------------------------------------------------------------------- [Dalla Corte Penale Internazionale, Luca Casarini] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un mostro che contiene molti mostri proviene da Comune-info.
May 20, 2026
Comune-info
Sulle Linee guida del diritto di asilo 2026
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Nathanaël Desmeules su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il presente documento costituisce una scheda critica di analisi giuridica realizzata dall’APS Spazi Circolari e dallo Studio Legale Antartide delle Linee guida emanate dalla Commissione nazionale per il diritto di asilo nel marzo 2026 1. Le Linee guida in esame, pur inserendosi in un quadro normativo in profonda evoluzione – segnato dall’entrata in vigore del regolamento (UE) 2024/1348 e dal consolidamento della direttiva 2013/32/UE – presentano una serie di indicazioni operative che sollevano significativi profili di illegittimità. L’analisi individua sei aree critiche in cui le scelte interpretative della Commissione nazionale si pongono in tensione, o in aperto contrasto, con la giurisprudenza di legittimità italiana, con il diritto dell’Unione europea e con i principi fondamentali che governano le procedure di protezione internazionale. Per ciascuna area tematica, il documento ricostruisce il fondamento normativo della critica, richiama i precedenti giurisprudenziali rilevanti e ne evidenzia le ricadute concrete sui procedimenti in corso. Le questioni esaminate spaziano dal trattamento delle domande reiterate, con particolare attenzione al principio di prossimità nella determinazione della competenza territoriale e alla (mancata) considerazione di nuovi elementi relativi alla protezione speciale, all’analisi dei profili di illegittimità relativi alle ipotesi di domande reiterate previste dall’art. 29-bis del D.Lgs. 25/2008. Vengono inoltre analizzati i profili problematici relativi alla determinazione della procedura applicabile, ai termini per la procedura ordinaria, all’esame prioritario e alle declaratorie di manifesta infondatezza. La scheda si avvale di un approccio metodologico integrato: al commento congiunto CNA/UNHCR si affiancano contributi tratti dalla dottrina più recente, dall’analisi della giurisprudenza nazionale ed europea e dall’osservazione delle prassi applicative sviluppatesi nelle sedi competenti. L’obiettivo è offrire agli operatori del diritto – avvocati, giudici, funzionari e organizzazioni della società civile – uno strumento di orientamento critico, utile tanto nella fase amministrativa quanto in quella contenziosa, in un settore in cui la coerenza tra indirizzo istituzionale e vincoli normativi assume un rilievo diretto sulla tutela di diritti fondamentali. INDICE 1. Domande reiterate * 1.1. Mancanza di riferimenti in merito alla possibilità di nuovi elementi attinenti la protezione speciale * 1.2. Competenza territoriale per l’esame della domanda reiterata: il principio di prossimità ignorato 2. Determinazione della procedura applicabile 3. Termini per la procedura ordinaria 4. Esame prioritario 5. Le procedure accelerate in 3 giorni e le ipotesi di ulteriore accelerazione: la domanda reiterata in fase di esecuzione di un provvedimento di allontanamento di cui all’art. 29-bis del D.Lgs. 25/2008 * 5.1. Imminenza dell’allontanamento * 5.2. Competenza del questore prevista al comma 1-bis: un vizio strutturale * 5.3. Assenza di decisione collegiale per le ipotesi di cui all’art. 29-bis * 5.4. Diritto di restare sul territorio fino ai termini per l’impugnazione nei casi di inammissibilità 29-bis * 5.4.1. Nella fase amministrativa * 5.4.2. Nella fase giudiziaria 6. Manifesta infondatezza Scarica la scheda di analisi critica -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Meltingpot.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sulle Linee guida del diritto di asilo 2026 proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
Non era un essere umano
-------------------------------------------------------------------------------- Taranto, 14 maggio: presidio antirazzista. Foto Flai Puglia (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Questa è la storia. Bakari Sako, aggredito a Taranto, a quanto si legge per futili motivi e poi ucciso a coltellate, non era un essere umano (aveva 35 anni, era un lavoratore agricolo originario del Mali). Tale è il racconto pressoché quotidiano che ormai da decenni viene diffuso ovunque. A cominciare dall’alto. L’orrenda novella che in Italia ci viene inculcata con ogni mezzo da decenni, o forse da molto prima, è che se un individuo ha la pelle scura, magari non parla la “nostra” lingua e, soprattutto, non è ricco e ben vestito, non è umano, punto. Non vale quanto un essere umano. La sua vita non conta. È una fiaba terribile costruita su un assunto altrettanto mostruoso, ma è comunque la pietra angolare della strategia con cui nel tempo una minoranza di figuri, del tutto privi davvero di ogni umanità, ha sempre più occupato le stanze del potere. D’altronde, ciascuno di noi racconta una storia. Con la sua vita, con quel che dice e più che mai con le proprie azioni. Noi tutti siamo storie viventi. Ciò malgrado, esiste una controindicazione in ogni racconto: dal momento che attecchisce nella mente del prossimo, cambiarlo diventa estremamente arduo. Soprattutto se è semplice e facile da ricordare. In particolare, se fa comodo ai peggiori istinti dei più. Fateci caso, perché ormai la trama vigente è la stessa da tempo ed è quasi identica ovunque: noi e la nostra terra abbiamo bisogno più di ogni altra cosa della protezione di persone forti e ben armate che ci difendano da loro. I mostri. I cattivi. Gli invasori. Gli alieni, i non umani. Non sono esseri umani, ricordalo, è il succo del racconto. Questo è il perenne mantra che ci viene sussurrato da tempo nell’orecchio come il veleno in quello del padre di Amleto. Un veleno costante, però, a rilascio prolungato, ma non letale. Che distrugge qualcosa di prezioso e tiene in vita il resto. Lo nutre e lo fortifica fino a renderlo prevalente. Quelli non sono esseri umani. Non come te. Non valgono quanto te. La loro vita non conta. Ecco perché la loro morte non merita attenzione. Chiaro, la storia ha uno scopo ben preciso. Fa il suo lavoro, come le altre, semplici e facili, che l’hanno preceduta. Vende alla grande perché la gente se la beve come l’acqua fresca in una giornata più calda del solito. E mentre i clienti elettori sono lì con il bicchiere in mano a dissetarsi – o a credere di farlo – alle loro spalle gli si può far di tutto e sono comunque contenti. L’arte del potere è tutta qui, signore e signori, da quando esiste l’uomo. Il problema è che quando racconti una storia semplice e facile per così tanto tempo, e su di essa costruisci un’intera società, non puoi prevedere fino a che punto le persone ci crederanno. Non puoi immaginare quanto la faranno propria. Quanto la prenderanno alla lettera. Se ha la pelle scura e non parla come me, e magari è un povero disgraziato, solo e senza un soldo… è come se fosse il nulla. Vale meno di nulla. Come un sassolino in terra che puoi prendere a calci per noia. Alla stregua della polvere che alzi camminando. Insignificante come un’ombra. E cosa c’è di male nello sfogare su quest’ultima la rabbia repressa o anche solo distrarsi cancellandola dal mondo? -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti alla Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- Leggi anche: Taranto, il razzismo che non possiamo più raccontare come eccezione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non era un essere umano proviene da Comune-info.
May 16, 2026
Comune-info
Il corto circuito disumano e costoso della Piana di Gioia Tauro
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Nella Piana di Gioia Tauro l’aria profuma di zagara e sale. Del resto è una delle principali aree di produzione di agrumi in Italia. Cinquemila aziende agricole, una produzione che supera le 200.000 tonnellate annue, un porto, quello di Gioia Tauro, che da solo contribuisce al 72% del PIL calabrese. Ogni anno, tra novembre e marzo, quando altrove la campagna rallenta, questa pianura continua a vivere al ritmo della raccolta: circa quattromila braccianti provenienti dall’Africa subsahariana – Burkina Faso, Costa d’Avorio, Gambia, Mali, Senegal – e non solo arrivano a raccogliere arance e mandarini. La stagione finisce, la maggior parte riparte verso altri campi in altre regioni. Circa duecento, nella sola tendopoli di San Ferdinando, restano tutto l’anno, alcuni da oltre quindici anni. Eppure, tutte queste persone vivono in maniera provvisoria, in una emergenza che non finisce mai perché nessuno ha interesse a farla finire davvero. Quali sono i costi di questa scelta che paghiamo tutti, in termini civili ed economici? La Piana, le arance e chi ci guadagna Le condizioni di lavoro sono documentate dagli anni Novanta. I salari reali, fino al 2010, si aggiravano intorno ai 25 euro al giorno. Oggi la situazione è cambiata in parte: spesso vengono sottoscritti contratti e le paghe possono arrivare a 40 euro o più, anche se permangono significative irregolarità su ore dichiarate e trattamento contributivo. Il rapporto del 2019 della Relatrice speciale ONU Urmila Bhoola, elaborato a seguito di una visita diretta agli insediamenti di San Ferdinando, ha documentato retribuzioni che scendono fino a tre euro l’ora e salari mediamente inferiori del 40% rispetto al contratto collettivo nazionale, con molti lavoratori pagati a cottimo, meno di un euro a cassetta di arance, per giornate fino a dodici ore. La filiera che produce questi numeri ha un’architettura precisa. In cima c’è la Grande Distribuzione Organizzata, che convoglia il 72% degli acquisti alimentari degli italiani e acquista gli agrumi della Piana a sette centesimi al chilo. L’imprenditore agricolo, stretto tra quel prezzo e i costi di produzione, recupera margine soltanto abbassando il costo del lavoro. Tra il produttore e il bracciante opera spesso un intermediario, ma qui è necessario fare una distinzione che il dibattito pubblico semplifica troppo.  Caporalato e presenza della ‘ndrangheta La ricerca “Essenziali ma invisibili. Lavoratori migranti, politiche e pratiche nell’agricoltura meridionale italiana” di Corrado, Caruso e D’Agostino mostra che nella Piana di Gioia Tauro la maggior parte del reclutamento non avviene attraverso reti verticali di caporalato ma attraverso reti familiari e comunitarie: sono le stesse comunità di braccianti a regolare i flussi, richiamare parenti e conoscenti nei periodi di picco e ridurli quando il lavoro cala. Il caporalato in senso stretto, reclutamento coercitivo con trattenuta sul salario, è più frequente tra i lavoratori subsahariani, dove le reti familiari sono più deboli, ma anche in quel caso è meno strutturato di quanto si pensi. Lo sfruttamento non scompare, si sposta: le responsabilità principali ricadono sui datori di lavoro, sulle pressioni di prezzo della filiera, e sulle politiche migratorie che producono irregolarità e ricattabilità strutturale, condizioni in cui qualsiasi rapporto di lavoro può diventare ricatto. unsplash.com La presenza della ‘ndrangheta in questo quadro è reale e documentata, ma va contestualizzata. Il rapporto Eurispes 2025 su immigrazione e criminalità organizzata certifica che i clan hanno infiltrato il settore agricolo attraverso società che gestiscono parti della filiera e in alcuni casi reti di intermediazione. L’operazione Rasoterra del 2021, coordinata dalla Procura di Palmi, ha smantellato una rete di sfruttamento il cui vertice era riconducibile all’alleanza Piromalli-Molè. I clan Pesce e Bellocco controllano il territorio di Rosarno da decenni, con interessi che coprono il mercato degli agrumi, il porto container, l’estorsione e l’accumulazione fondiaria. Tutto questo è vero. Ma ridurre il problema dello sfruttamento alla ‘ndrangheta rischia di assolvere gli altri attori – la GDO, i datori di lavoro, le istituzioni locali – e di far apparire il fenomeno come patologia criminale anziché come funzione economica deliberata di un sistema che produce profitto attraverso la vulnerabilità delle persone.   La rivolta del 2010: spartiacque mediatico e non solo Il 7 gennaio 2010, due braccianti di origine africana vengono feriti con colpi di arma da fuoco mentre tornano dai campi. Il responsabile è un killer della ‘ndrangheta. I lavoratori migranti scendono in strada. Seguono due giorni di scontri, una “caccia al nero” organizzata da una parte della popolazione locale, decine di feriti. Tra mille e duemila lavoratori vengono trasferiti o fuggono in altre città.  Non era la prima volta. Nel dicembre 2008 c’era già stata una rivolta, ignorata. Le baracche dove vivevano allora duemilacinquecento persone – senza luce, senza acqua, senza servizi igienici – erano note alle autorità locali e nazionali da anni. La risposta del ministro dell’Interno Roberto Maroni fu di attribuire la causa degli scontri all’eccessiva tolleranza verso l’immigrazione irregolare: nessun riferimento alla ‘ndrangheta, nessun riferimento al caporalato, nessun riferimento alle responsabilità di chi quegli uomini e quelle donne li assumeva in nero ogni giorno. Quella risposta ha dettato il copione dei quindici anni successivi. I fatti di Rosarno sono stati uno spartiacque mediatico: hanno prodotto visibilità nazionale e internazionale, sono stati seguiti anche da altre mobilitazioni bracciantili di altri attori, hanno sollecitato in modo importantissimo l’opinione pubblica a livello nazionale e internazionale e contribuito a produrre anche interventi normativi come la legge 199/2016 che ha introdotto la diretta responsabilità del datore di lavoro, chiamato a rispondere dello sfruttamento dei lavoratori come il caporale che li ha reclutati. Dopo il 2010 viene anche introdotto il concetto di “condizionalità sociale”, un meccanismo introdotto nella PAC 2023-2027 che collega i pagamenti agricoli al rispetto dei diritti lavorativi e delle condizioni di lavoro, con l’obiettivo di combattere il caporalato e migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro. Trent’anni di soldi pubblici bruciati La storia degli investimenti istituzionali nella Piana di Gioia Tauro è una storia di denaro speso male, non speso affatto, o speso per costruire strutture mai arrivate a destinazione. Ricostruirla mostra che il fallimento non è frutto di incapacità, ma di scelte sistematiche. Si può leggere su due livelli: quello degli interventi direttamente tracciabili su Rosarno e San Ferdinando, e quello della spesa regionale e nazionale più ampia che li circonda. Ecco una cronologia degli interventi diretti divisa in sei parioridi. 2009, Villaggio della Solidarietà, 2 milioni di euro. Il primo tentativo strutturale arriva subito dopo la rivolta del 2008 che precede quella più nota del 2010 e che l’opinione pubblica dimentica quasi subito. Il ministero dell’Interno stanzia 2 milioni di euro di fondi PON Sicurezza per costruire il Villaggio della Solidarietà nella Betom Medma, ex cementificio confiscato al clan Bellocco. La struttura viene quasi completata, materassi e condizionatori già installati. Nel 2013 un’interdittiva antimafia blocca l’impresa appaltatrice: il cantiere si ferma, l’edificio viene abbandonato, poi saccheggiato e vandalizzato per mesi. Il 19 marzo 2016 viene occupato da famiglie locali con il supporto dichiarato della destra locale, al motto “prima gli italiani”. Il Comune chiede al governo il rifinanziamento e il cambio di destinazione d’uso: arriva mezzo milione di euro, che viene però dirottato sullo smaltimento rifiuti. Solo nel 2021, dopo l’arresto del sindaco di Rosarno per scambio elettorale politico-mafioso, arrivano altri 500.000 euro per il ripristino dell’edificio. La commissione straordinaria, che guida il Comune per due anni dopo lo scioglimento, investe 700.000 euro per ripristinare la struttura: 92 posti letto in 16 unità abitative complete di ogni servizio, arredate, pronte. La gara per la gestione va deserta quattro volte consecutive. Fino all’8 marzo 2024, quindici anni dopo il primo finanziamento, il Villaggio viene finalmente inaugurato e circa cento braccianti trasferiti dai container di Testa dell’Acqua, chiusi dopo tredici anni di operatività “provvisoria”. Il campo container di Rosarno non c’è più. Il Villaggio della Solidarietà esiste. Le palazzine di Serricella sono ancora vuote e nel frattempo vandalizzate. La tendopoli di San Ferdinando è ancora lì. 2010, Palazzine di Serricella, 3,5 milioni di euro. Dopo la rivolta del 2010, la Regione Calabria stanzia 3,5 milioni di euro di fondi europei (POR FESR) per costruire sei palazzine a tre piani con 36 appartamenti in Contrada Serricella a Rosarno, con una convenzione che li vincola esplicitamente all’accoglienza di persone migranti. Gli edifici vengono consegnati nel 2019. Non vengono assegnati ai destinatari: il Comune teme le proteste dei residenti. Nel 2021 arriva il commissariamento per infiltrazioni mafiose: i commissari trovano le palazzine non certificate e non arredate. Nel 2026 sono ancora vuote. 2011-13, Campo container e prima tendopoli, fondi Ministero dell’Interno. Nel febbraio 2011 viene inaugurato il campo container di Testa dell’Acqua a Rosarno: 23 container abitativi per 120 persone, gestito da un’associazione di volontariato con fondi ministeriali. Nel 2013 sorge la prima tendopoli istituzionale nella zona industriale di San Ferdinando: 65 tende per 400 persone. Entrambe le strutture vengono progressivamente abbandonate dai gestori per mancanza di fondi, passando in autogestione alle persone migranti e diventando punto di attrazione per chi non trova altro riparo. È il meccanismo che genera le baraccopoli: le istituzioni montano una struttura emergenziale, smettono di finanziarla, i lavoratori migranti la abitano e la espandono con materiali di scarto. 2016-17, Centro di Taurianova e nuova tendopoli, 1,3 milioni di euro. Nel 2016 viene inaugurato in contrada Donna Livia a Taurianova un Centro polifunzionale per l’inserimento socio-lavorativo degli immigrati, finanziato con circa 650.000 euro dal PON Sicurezza: non entra mai in funzione. Nel 2017 la Regione Calabria costruisce una nuova tendopoli a San Ferdinando – la terza sulla stessa area – con 54 tende per 700 posti, telecamere e mura con grate metalliche: costo tra i 300.000 e i 600.000 euro. La gestione viene affidata ogni tre mesi a una cooperativa diversa a rotazione, per una spesa stimata di circa 14.000 euro al mese. 2019, lo sgombero Salvini: 569.000 euro per tornare al punto di partenza. Nel marzo 2019 il ministro dell’Interno Matteo Salvini ordina la demolizione con le ruspe della baraccopoli di San Ferdinando. il grande insediamento informale cresciuto accanto alla tendopoli ministeriale, dove vivevano circa mille persone. L’operazione: 900 uomini tra forze dell’ordine, vigili del fuoco e militari, due ruspe del Genio dell’Esercito, diciotto pullman. Costo certificato dalla Prefettura di Reggio Calabria: 569.000 euro. Le macerie restano sul posto. Sette mesi dopo Mediterranean Hope stima che smaltirle costerebbe tra i 300.000 e i 500.000 euro aggiuntivi; il Comune calcola che una bonifica completa del suolo richiederebbe 2 milioni: fondi che nessuno trova. Il ministero dell’Interno monta una tendopoli d’emergenza a cento metri dal campo appena demolito. Nel 2026 è ancora lì. 2021-2025 – Tre progetti, tre governi, zero risultati. PNRR, governo Draghi (2021-2022): 10 milioni di euro per la chiusura delle baracche e la costruzione di alloggi veri. Il governo Meloni, insediatosi nell’ottobre 2022, non presenta nessun progetto: il finanziamento viene cancellato. Ecovillaggio San Ferdinando, Regione Calabria (2020-2022): circa 10 milioni di euro di fondi comunitari. Il Consiglio comunale di Gioia Tauro lo boccia nel maggio 2024, votando contro la delibera per il cambio di destinazione d’uso dell’area da industriale a residenziale. Decreto 208/2024, cosiddetto Caivano bis: 10 milioni approvati nel 2025 con scadenza dicembre 2027, destinati prevalentemente a scuole, auditorium e aree verdi — solo in parte alla chiusura della tendopoli. A luglio 2025 i lavori non sono ancora partiti. La “Relazione sullo stato di attuazione del PNRR” consegnata dal governo al parlamento il 31 dicembre 2025 certifica il fallimento del programma nazionale per il superamento degli insediamenti abusivi in agricoltura: su 200 milioni stanziati per 37 Comuni, ne verranno spesi 24,8, distribuiti tra 11 piccoli centri. Tutti i grandi ghetti calabresi restano fuori. I fondi non spesi non sono rinviati: sono definitivamente persi, perché i termini PNRR sono scaduti. Il quadro che mancava: la spesa regionale e nazionale I numeri fin qui elencati riguardano interventi direttamente tracciabili su Rosarno e San Ferdinando. Ma la ricerca Essenziali ma invisibili di Corrado, Caruso e D’Agostino (Università della Calabria, 2022) ha ricostruito il quadro complessivo degli stanziamenti regionali e nazionali per le politiche migratorie in Calabria: dal 2009 al 2013 sono stati mobilitati circa 65 milioni di euro tra fondi statali ed europei. La tabella completa comprende, tra gli altri: il PON Sicurezza 2012 per quasi 19,8 milioni, il POR FESR Calabria per 18,1 milioni, il POR FSE per 3,6 milioni, lo SPRAR per quasi 1,9 milioni. Nel ciclo 2014-2020, si aggiungono i fondi FAMI per l’integrazione, i programmi SU.PR.EME. per il contrasto allo sfruttamento (5,2 milioni di euro per le cinque regioni meridionali), e una serie di progetti regionali per il capacity building delle istituzioni locali. La ricerca è esplicita sulla resa di tutto questo investimento: «a tali stanziamenti finanziari non corrisponde una reale capacità di attuazione dei progetti, soprattutto nelle aree delle piane agricole calabresi». Non si tratta di fondi mal gestiti da singoli amministratori disonesti, ma di un modello di governance che una funzionaria del Settore politiche sociali della Regione Calabria ha descritto alle ricercatrici senza alcun imbarazzo: «il compito della regione è pubblicare dei bandi, ma poi sono i soggetti che li vincono a doverne garantire l’attuazione». Pubblicare bandi come fine, non come mezzo. Mentre questo sistema produce carta, nella Piana di Gioia Tauro ci sono 35.000 abitazioni vuote o inutilizzate, di cui 15.000 nella fascia costiera adiacente alla baraccopoli. In tutta la Calabria le case sfitte o abbandonate sono 450.000: il rapporto case vuote/abitanti più alto d’Italia. Non mancano le case. Manca la volontà politica di usarle e di decostruire il bombardamento mediatico razzista che vede “gli stranieri” come nemici, alimentando la paura di affittargli le case. Francesco Piobbichi, coordinatore di Mediterranean Hope, sintetizza la contraddizione con una frase che vale più di qualsiasi tabella: «Se dopo l’esperienza di Dambe So lo Stato spende tre milioni per un campo, un’esperienza come la nostra sembra quasi un fallimento». Non è un’esagerazione: è la descrizione di un sistema che premia la scala emergenziale e riduce a eccezione tutto ciò che funziona davvero. Le cause, dice Piobbichi, sono due: «La diffusa irresponsabilità della filiera agricola e l’assenza istituzionale di una politica dell’abitare».  Come affermano Alessandra Corrado e Mariafrancesca D’Agostino: parlare di ‘Modello Rosarno’ è una post-verità da demolire. Non esiste un modello Rosarno. Esiste un ciclo: sgombero, tendopoli, baraccopoli, sgombero, che produce continua visibilità periodica, ma nessuna soluzione.  L’aggravante più profonda è che, anche se tutti questi interventi fossero stati a costo zero, avrebbero risposto ad uno stesso disegno di razzializzazione spaziale: allontanare, ghettizzare, separare, additare e isolare il “bracciante”, “il nero”, “lo sfruttato” operando per creare una emergenza e un allarme sicurezza permanente.  Irregolari, vulnerabili, deportabili Le politiche di immigrazione e asilo producono irregolarità e precarietà; i meccanismi politico-amministrativi che dovrebbero supportare la migrazione stagionale per lavoro pure non funzionano. Ma anche l’amministrazione locale pone ostacoli e le politiche di inclusione abitativa e lavorativa sono inesistenti.  Giovanni Cordova, attivo nella Piana con Nuvola Rossa APS, mette a fuoco il meccanismo con precisione: «Non è paradossale che la manodopera agricola sia tenuta in quelle condizioni di vita, perché è evidente che serve tenere le persone in uno stato di vulnerabilità e quindi di deportabilità. La precarietà non è un effetto collaterale, ma una funzione del sistema. Un lavoratore irregolare, senza residenza, senza permesso stabile, senza contratto visibile, non può protestare nè sindacalizzarsi. È uno strumento di produzione che non ha diritti da far valere». A chi conviene l’emergenza eterna La GDO e l’industria di trasformazione agroalimentare è il soggetto meno nominato nel dibattito pubblico sulla Piana di Gioia Tauro e quello che incide di più sulle sue dinamiche. Sette centesimi al chilo per le arance è un prezzo che non lascia margine all’agricoltore per pagare salari dignitosi né per investire in condizioni abitative decenti per i lavoratori.  La ‘ndrangheta ha un interesse articolato nel mantenimento dello status quo. Gestisce i caporali e lo sfruttamento nei campi, ma opera anche a un livello più profondo: secondo lo storico Rocco Lentini, la mafia locale era consapevole che, senza i contributi europei all’agricoltura e senza manodopera disponibile, i piccoli coltivatori sarebbero andati in crisi e costretti a cedere le proprietà. Lo sfruttamento dei braccianti è anche un meccanismo di accumulazione fondiaria. La deportazione silenziosa che seguì alla rivolta del 2010 non fu un effetto collaterale degli scontri: per molti osservatori fu una pulizia etnica pilotata, funzionale a eliminare la manodopera diventata scomoda e ad accelerare la pressione sui piccoli produttori. E poi c’è il sistema di accoglienza emergenziale, che non è certo neutro. Il rapporto Eurispes 2025 documenta che la ‘ndrangheta ha infiltrato ripetutamente i centri di accoglienza italiani attraverso cooperative e società riconducibili ai gruppi criminali. Il modello dei grandi centri gestiti in emergenza privo di trasparenza, affidato con procedure semplificate, privo di rendicontazione pubblica è strutturalmente più permeabile alla criminalità organizzata di qualsiasi sistema di accoglienza diffusa in piccole unità abitative. «In questo momento storico – continua Francesco Piobbichi – è in corso una guerra tra poveri in cui ci guadagna la GDO. Per questo è il momento di passare dall’accoglienza delle persone migranti a quella dei lavoratori. Per farlo, c’è bisogno di esercizio della responsabilità sociale d’impresa, bisogna mettere una quota su ogni kg di arance prodotte nella Piana. Sono milioni i kg di arance che entrano nel circuito della GDO e ogni anno entrerebbero milioni di euro per le politiche di accoglienza dei lavoratori, che pagherebbe la grande impresa e non la fiscalità generale». Il cambio di prospettiva non è semantico: significa smettere di trattare le persone come un problema di ordine pubblico o di emergenza umanitaria e cominciare a trattarle come soggetti titolari di diritti del lavoro. Quello che funziona e perché non basta Nella Piana esistono esperienze che dimostrano la praticabilità di modelli alternativi. È importante nominarle senza trasformarle in retorica dell’eccezione. Dambe So significa “casa della dignità” in lingua bambara ed è un ex albergo di tre piani nel quartiere Eranova di San Ferdinando, ristrutturato da Mediterranean Hope. Ospita cinquanta persone, affitto a 90 euro al mese, corsi di italiano ogni pomeriggio, autogestione della struttura ed eventi culturali. Il progetto Campagne Aperte, condotto dal CRIC in partnership con Mediterranean Hope, ha accompagnato, dal 2023 al 2025, circa 90 persone verso un alloggio dignitoso, con Nuvola Rossa e Arci Reggio Calabria ha organizzato diciassette tirocini lavorativi con sei contratti stipulati, realizzato cinque workshop sul diritto del lavoro per 150 persone, distribuito mille giubbotti catarifrangenti cuciti dalla cooperativa di rifugiate di Camini per chi si muove in bicicletta sulle strade buie della Piana. Con Medu ha assistito da un punto di vista sanitario e legale circa 800 persone. Otto persone si sono formate come reporter di comunità. Unical ha realizzato nell’ambito dello stesso progetto una ricerca per una trasformazione agroecologica dell’area metropolitana di Reggio Calabria.  A Drosi, borgo di ottocento abitanti a pochi chilometri da Gioia Tauro, la Caritas mappa le case sfitte molte abbandonate perché i proprietari sono emigrati e convince i proprietari ad affittarle ai braccianti, facendo da garante. Centocinquanta persone sistemate in trenta abitazioni, con affitti di poche decine di euro al mese. E ancora: Sos Rosarno aggrega piccoli produttori che scelgono contratti regolari, salari equi e destinano parte del ricavato a risolvere il problema abitativo per i propri dipendenti. La cooperativa Valle del Marro, Libera Terra gestisce terreni confiscati alla ‘ndrangheta, dimostrando che anche in quel territorio è possibile fare agricoltura pulita, anche se i furti e gli incendi dolosi ricordano che chi ci prova paga un prezzo. Queste esperienze non sono modelli da esportare chiavi in mano, ma prove di fattibilità in un contesto che le contiene senza assorbirle. Il punto è che il sistema che circonda queste esperienze è costruito esattamente per fare in modo che rimangano eccezioni. Un’accoglienza diffusa, capillare, costruita sul recupero del patrimonio edilizio abbandonato e sul rispetto dei diritti del lavoro, non richiede grandi investimenti straordinari, ma volontà politica ordinaria. La Piana di Gioia Tauro ha delle specificità che uniscono dinamiche economiche e sociali locali e al tempo stesso globali. Non è un’anomalia del paese, ma lo specchio in cui si vede in modo nitido il razzismo sistemico di funzionamento di un’economia che preferisce l’emergenza permanente alla dignità ordinaria: con la prima si guadagna facile consenso basato sulla paura, mentre con la seconda si dimostrerebbe che quella paura non ha motivo di esistere. Noi sappiamo che bisogna cominciare a parlare seriamente di prezzo equo e costruire una vera giustizia agraria per superare la prospettiva umanitaria o i singoli risultati positivi che diventano l’eccezione da esaltare, senza però rivedere il sistema. -------------------------------------------------------------------------------- Patrizia Riso per CRIC ETS -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il corto circuito disumano e costoso della Piana di Gioia Tauro  proviene da Comune-info.
May 11, 2026
Comune-info
L’università invisibile dell’accoglienza
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- La bellezza è sempre stata una delle forze più potenti e pervasive nella cultura umana, scrive Maura Gancitano. A Siena ci siamo trovati immersi nella bellezza della città. Travolti in un tardo pomeriggio a Piazza del Campo dal corteo e dagli sbandieratori della contrada del montone. Di notte camminando per vie deserte, da un palazzo all’altro fino all’imponente Duomo tutto per noi. Tutto per chi, Enrico Pusceddu, sommessamente, per non rompere quella magia, ci descriveva dettagli. Storico dell’arte lavora a Barcellona ma è originario di Samassi, dove è stato sindaco per diversi anni, ora a Siena come componente del direttivo Recosol. In quei vicoli fermare la bellezza come cura è diventata una necessità per chi si era scaracollato in treno, in auto, in aereo, da diverse regioni, lasciandosi alle spalle affanni e progetti in atto. Non sarà troppo? quel continuare a tenersi addosso sfide gravose fatte di progetti complessi che si misurano su vite altrui: minori non accompagnati, persone con alle spalle pesanti traumi. Tutti i giorni a combattere con stupide burocrazie con forze contrarie. Percorsi contro la tratta di donne nigeriane (Piam di Asti). Inclusione sociale e scuole di italiano (Rete Vesuviana Solidale, Scisciano e Marigliano). Piccoli comuni Arberesh, accolti nel 1.500 accoglienti nei nostri giorni: Acquaformosa (Ass. Don Vincenzo Matrangolo), Infine la scommessa solidale di un territorio difficile Crotone con l’Associazione Sabir e la Rete 26 ottobre. Fatiche e responsabilità, ritardi enormi dei finanziamenti quasi a voler spingere a desistere. Eppure questo “Patrimonio invisibile” continua ad esistere. È un dietro le quinte che non si vede, ma logora, un lavoro pesante, sempre in bilico. Lo rappresenta plasticamente Giovanni (ex sindaco), a un certo punto della passeggiata sfida la gravità, si arrampica su un muro e per alcuni minuti rimane appeso, vero free climber (bisogna essere bravi a tenere duro ostinati e contrari). La Rete delle Comunità Solidali con alcune delle esperienze territoriali sono state invitate all’Università degli Stranieri di Siena dal rettore Tomaso Montanari. E siamo a casa quando nel corridoio dell’Università si trova una targa che ricorda la strage di Cutro. Siamo a casa quando il professore riannoda nel suo intervento ricordi e pezzi di vita dove dentro ci ritroviamo tutti. Da Nord a Sud arrivati a Siena per un giorno, ognuno con un fardello più o meno pesante. Ma Siena è curativa, la città dove Mauro Pagani è stato direttore del festival la Città Aromatica, e ora ricorda anche lui la bellezza con una poesia di Sandro Penna. Fermare la bellezza. Almeno per un momento, il tempo di riprendere fiato. Si tornerà per altri incontri accettando l’invito del Rettorie ed entrare a far parte della Consulta dei Portatori di Interesse. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’università invisibile dell’accoglienza proviene da Comune-info.
April 30, 2026
Comune-info
Il Primo Maggio degli invisibili
-------------------------------------------------------------------------------- Un’assemblea promossa con lavoratori e lavoratrici dalla Rete vesuviana solidale -------------------------------------------------------------------------------- Il Primo Maggio non è una festa per tutti. Per molti è un giorno come un altro. Un giorno di lavoro nero, di attese, di porte chiuse. Un giorno nel quale i diritti esistono solo nei discorsi ufficiali, mentre nella realtà quotidiana vengono negati pezzo dopo pezzo. È da qui che nasce la nostra mobilitazione. Dalle storie che attraversano ogni giorno i nostri sportelli. Storie che non fanno notizia, ma che raccontano con precisione dove si è spezzato il legame tra legalità e giustizia sociale. Incontriamo persone richiedenti asilo regolarmente presenti in Italia, con documenti validi, con la volontà concreta di lavorare. Non stiamo parlando di marginalità inevitabile, ma di esclusione prodotta. Persone che potrebbero avere un contratto, che a volte trovano anche un datore di lavoro disponibile, ma che restano intrappolate in un sistema che rende la regolarità impraticabile. Perché oggi, nel 2026, può bastare non avere un conto corrente per essere spinti nel lavoro nero. Sembra assurdo, ma è ciò che accade. Senza conto corrente non si firma un contratto, non si affitta una casa, non si costruisce autonomia. Eppure questo diritto viene negato sistematicamente con una motivazione che non ha base legale: la mancanza della residenza anagrafica. Le norme esistono, sono chiare, ma vengono ignorate nella pratica quotidiana. E quando un diritto riconosciuto non viene applicato, non siamo più di fronte a una disfunzione: siamo di fronte a una scelta politica, anche se non dichiarata. Una scelta che produce irregolarità. Una scelta che alimenta lo sfruttamento. Una scelta che costruisce lavoratori invisibili. Abbiamo visto persone respinte più volte agli sportelli, umiliate da richieste arbitrarie, costrette a rinunciare. Abbiamo visto nascere persino un mercato parallelo, dove aprire un conto corrente diventa un servizio da comprare, l’ennesimo costo imposto a chi è già vulnerabile. Il 26 gennaio abbiamo accompagnato due persone in un ufficio postale. Anche lì, inizialmente, il rifiuto. Poi la discussione, le normative mostrate, l’intervento della direzione. Alla fine, le pratiche avviate. Oggi, 20 aprile 2026, quei conti non esistono ancora. Esistono però le conseguenze: due persone costrette a lavorare in nero, senza contratto, senza diritti, senza possibilità di uscire da una precarietà che non hanno scelto. Eppure, prima di arrivare fin qui, abbiamo provato un’altra strada. Abbiamo chiesto un confronto. Abbiamo provato ad aprire un dialogo con gli uffici postali del territorio. Abbiamo proposto un tavolo per affrontare insieme questa situazione, portando dati, testimonianze, casi concreti. Non abbiamo ricevuto risposta. Nessuna apertura. Nessuna disponibilità. Nessun ascolto. E in questo silenzio non è stata ignorata solo la nostra voce, ma soprattutto quella dei lavoratori invisibili. Persone che ogni giorno vivono queste contraddizioni sulla propria pelle e che continuano a restare fuori da ogni spazio di confronto. Questo è il punto politico. Lo sfruttamento non è solo il risultato di comportamenti illegali individuali. È spesso il prodotto di un sistema che blocca l’accesso ai diritti fondamentali e poi lascia che il mercato nero faccia il resto. E allora il Primo Maggio non può essere solo celebrazione. Deve essere denuncia. Saremo in presidio per rompere questa ipocrisia. Per dire che non esiste lavoro dignitoso senza accesso reale ai diritti, la legalità non può essere selettiva, chi è regolare non può essere trattato come irregolare. Saremo in presidio – in piazza Municipio a Napoli – per i lavoratori invisibili. Per chi è intrappolato tra norme giuste e pratiche ingiuste. Per chi continua a credere in un futuro dignitoso, nonostante tutto. Perché finché anche una sola persona viene esclusa dai diritti, il Primo Maggio non è una festa. È una lotta. -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTO: NAPOLI, 1 MAGGIO: Rete vesuviana SolidaleDownload -------------------------------------------------------------------------------- VERSO IL 1 MAGGIO: -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il Primo Maggio degli invisibili proviene da Comune-info.
April 28, 2026
Comune-info
Cosa siamo diventati
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: la “Marcia degli invisibili” con i migranti. Il corteo, promosso da un’ampia rete di realtà sociali (tra cui Baobab Experience, Re.Co.Sol – Rete delle Comunita’ Solidali, Arci, Per Cambiare L’Ordine delle Cose – Forum nazionale, Lunaria, Mai più lager – NO ai CPR, Mediterranea, SPIN TIME LABS…), prima di unirsi quello dei No Kings. Foto Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- Non devono partire. I governi europei, e anche l’Italia, finanziano accordi, esternalizzano le frontiere, chiudono gli occhi su ciò che accade ai migranti nei luoghi di transito, come in Libia. Se partono, non devono essere soccorsi. Scelte politiche precise ostacolano o rallentano i soccorsi. Intanto, ricorda l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni nel solo 2025 almeno 8.000 persone sono morte o risultano disperse lungo le rotte migratorie. Dal 2014, oltre 80.000 persone sono morte o scomparse lungo queste rotte. E il numero reale, ci dicono, è più alto. Se arrivano, devono tornare indietro. Il Parlamento italiano approva norme che piegano i diritti: si arriva perfino a immaginare un avvocato pagato per accompagnare il ritorno, non per difendere. Se restano, devono essere trattenuti. Lo Stato li rinchiude nei Centri per il rimpatrio, luoghi sospesi dove il tempo è fermo e i diritti si assottigliano. Se lavorano, devono essere invisibili. Un sistema economico li utilizza come forza lavoro sfruttabile, senza tutele, senza voce. Dal 2014, oltre 80.000 persone sono morte o scomparse lungo queste rotte. Ottantamila. E molte non hanno neppure un nome. E noi, in Italia? Noi votiamo. Molti di noi votano perché questo accada. Intanto leggiamo e ascoltiamo. Non possiamo più dire che non sappiamo. Accade qui, dentro decisioni prese nel nostro Paese, dal nostro governo, nel nostro nome. E allora la domanda non è più cosa succede ai migranti. La domanda è: cosa stiamo diventando noi. Perché una società che accetta tutto questo non è solo più ingiusta. È una società che ha deciso quali vite valgono e quali possono scomparire senza lasciare traccia. E, nel momento in cui lo accetta, ha già iniziato a perdere anche se stessa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cosa siamo diventati proviene da Comune-info.
April 26, 2026
Comune-info
La residenza di prossimità
L’ASSENZA DELLA RESIDENZA DA SEMPRE ALIMENTA LO SFRUTTAMENTO E IL CAPORALATO. ATTRAVERSO LA “RESIDENZA DI PROSSIMITÀ” DIVENTA POSSIBILE ENTRARE NEL SISTEMA DELLE TUTELE: OTTENERE UN CONTRATTO DI LAVORO REGOLARE, APRIRE UN CONTO BANCARIO, ACCEDERE AL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, STIPULARE CONTRATTI DI AFFITTO E COSTRUIRE PERCORSI DI AUTONOMIA. SIGNIFICA, IN SOSTANZA, USCIRE DALL’INVISIBILITÀ. A MARIGLIANO, NEL VESUVIANO, UN’INIZIATIVA DAL BASSO CONSENTE ALLA LOTTA CONTRO LO SFRUTTAMENTO DI DIVENTARE POLITICA CONCRETA Lo sfruttamento non è un’emergenza improvvisa, non nasce per caso e non vive soltanto nei campi agricoli o nei cantieri invisibili delle periferie. Lo sfruttamento prende forma quando i diritti diventano irraggiungibili, quando una firma manca, quando un documento non arriva, quando una persona esiste nella realtà ma non esiste per le istituzioni. È lì, nello spazio silenzioso tra legalità formale e vita reale, che migliaia di persone scivolano ogni giorno nella precarietà e nella dipendenza. Per questo l’incontro organizzato da Rete Vesuviana Solidale insieme al CNCA presso il Comune di Marigliano non è stato semplicemente la presentazione di un report. È stato un momento politico nel senso più autentico della parola: una comunità che si interroga su come trasformare la tutela dei diritti da principio astratto a pratica quotidiana. Nella sala consiliare si sono ritrovati operatori sociali, volontari, amministratori pubblici, studenti e cittadini. Non per ascoltare l’ennesima analisi teorica, ma per confrontarsi con una realtà che il territorio vesuviana conosce bene. Un territorio attraversato da profonde trasformazioni sociali, dove lavoro precario, fragilità abitativa e rigidità amministrative si intrecciano producendo nuove forme di esclusione. Al centro dell’incontro è stato presentato il report del CNCA “Vite a basso costo”, un documento – qui scaricabile – che racconta con precisione e coraggio il sistema dello sfruttamento lavorativo e del caporalato in Italia. Non una fotografia distante, ma uno specchio fedele di ciò che accade quotidianamente anche nei nostri territori: promesse di lavoro mai mantenute, percorsi migratori trasformati in trappole burocratiche, persone formalmente regolari ma concretamente escluse dall’accesso ai diritti fondamentali. Il report descrive un mercato del lavoro sempre più segnato dal lavoro povero e dalla precarietà diffusa, dove la vulnerabilità amministrativa diventa uno degli strumenti principali dello sfruttamento. Tempi lunghissimi per i documenti, difficoltà nell’ottenere la residenza, impossibilità di stipulare contratti regolari: ostacoli che non sono semplici disfunzioni, ma elementi che finiscono per alimentare un sistema di dipendenza. Chi lavora nei servizi sociali e nelle associazioni del territorio conosce bene queste storie. Sono le storie di persone arrivate in Italia con un progetto di vita e ritrovatesi intrappolate in un paradosso: lavorano, contribuiscono, vivono nelle nostre città, ma restano sospese in una zona grigia dove ogni diritto sembra sempre a un passo di distanza. È proprio partendo da questa consapevolezza che la Rete Vesuviana Solidale ha scelto di presentare il report a Marigliano. Non un luogo qualsiasi, ma un territorio dove, grazie alla collaborazione tra amministrazione comunale e rete associativa (nell’ambito del progetto “Su.Pr.Eme.2”), è nata una risposta concreta a uno dei principali meccanismi che alimentano lo sfruttamento: l’assenza della residenza. Durante l’incontro è emersa con forza una verità spesso ignorata nel dibattito pubblico. Lo sfruttamento non è solo lavoro nero. È un sistema costruito su impedimenti amministrativi che rendono impossibile uscire dalla marginalità. Senza residenza non si apre un conto corrente. Senza conto corrente non si firma un contratto di lavoro. Senza contratto non si può affittare una casa. Senza casa non si ottiene la residenza. Un circuito perfetto che trasforma la fragilità in condizione permanente. Da qui nasce la residenza di prossimità, una buona pratica che rappresenta la prima vera risposta strutturale contro lo sfruttamento lavorativo. Attraverso la residenza di prossimità diventa possibile entrare finalmente nel sistema delle tutele: ottenere un contratto di lavoro regolare, aprire un conto bancario, accedere al servizio sanitario nazionale, stipulare contratti di affitto e costruire percorsi di autonomia. Significa, in sostanza, uscire dall’invisibilità. L’assessore alle Politiche sociali del Comune di Marigliano, Luigi Amato, ha raccontato questa esperienza spiegando che una buona pratica non nasce mai per caso. Nasce da un’idea e da un metodo. Un metodo fondato sulla co-collaborazione, co-progettazione e co-realizzazione, capace di mettere insieme istituzioni e realtà sociali non in un rapporto gerarchico, ma in una responsabilità condivisa. In questa visione la politica torna a partire dalle persone, dalle loro storie concrete e dai bisogni che emergono quotidianamente nei servizi sociali e negli sportelli territoriali. Quando le procedure non funzionano, ha spiegato, sono le procedure che devono essere ripensate. È questa la forza della residenza di prossimità: trasformare l’ascolto in azione amministrativa. L’esperienza di Marigliano ha trovato eco anche a livello regionale grazie all’intervento dell’assessore alle Politiche sociali della Regione Campania Andrea Morniroli, che ha riconosciuto in questa pratica un modello da diffondere in altri contesti territoriali. Nel suo intervento ha richiamato il significato profondo dell’articolo 3 della Costituzione italiana, ricordando che il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza delle persone appartiene alla Repubblica e quindi a ciascuno di noi. Un richiamo che ha dato all’incontro una dimensione più ampia, collegando l’azione locale alla responsabilità democratica collettiva. La serata ha mostrato con chiarezza che contrastare il caporalato non significa soltanto reprimere lo sfruttamento, ma costruire condizioni che lo rendano impossibile. Significa investire nella prossimità, nella collaborazione tra istituzioni e società civile, nella capacità di trasformare i problemi quotidiani in politiche pubbliche innovative. Non c’è stato entusiasmo retorico alla fine dell’incontro. Piuttosto una consapevolezza condivisa: quella di aver assistito a qualcosa di serio, concreto, necessario. Fuori la notte restava fredda, ma dentro quella sala si era aperto uno spazio di possibilità. La Rete Vesuviana Solidale, insieme al CNCA e all’amministrazione comunale di Marigliano, hanno dimostrato che le buone politiche nascono quando le comunità scelgono di non delegare la tutela dei diritti, ma di costruirla insieme, giorno dopo giorno. Perché lo sfruttamento si combatte anche così: restituendo alle persone un indirizzo, un riconoscimento, una possibilità reale di esistere dentro la società. E quando i diritti diventano accessibili, la politica torna finalmente a essere ciò che dovrebbe sempre essere: uno strumento di giustizia. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La residenza di prossimità proviene da Comune-info.
March 30, 2026
Comune-info
Emigrare, immigrare: diverse facce
Tre articoli da Osservatorio sull’accoglienza diffusa di migranti e rifugiati, l’editoriale di Alberto Guariso sul quadrimestrale “Diritto, Immigrazione e Cittadinanza” ed Emanuele Bonini sui rimpatri Maria Giuliana Lo Piccolo – La costruzione politico-giuridica dello scafista Memoria Mediterranea – La strage di gennaio Mauro Armanino – Il treno Diritto, immigrazione e cittadinanza – editoriale di Alberto Guariso  Emanuele Bonini sul regolamento