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Non il profitto, il denaro, il potere – non l’avere, ma l’essere, e insieme (dichiarazione di Daniela Klette al tribunale di Verden)
Pubblichiamo la dichiarazione che Daniela Klette ha pronunciato davanti al tribunale di Verden il 12 maggio scorso (il titolo, che riprende un passaggio della sua arringa, è nostro). Nelle sue parole, la coerenza di una vita intera dedicata alla lotta, in cui l’impegno internazionalista della “generazione Vietnam” risuona con grande forza (e con un’esemplare modestia) nei compiti a cui si trova confrontata la “generazione Gaza”. Daniela libera! Qui in pdf: Dichiarazione Klette Non il profitto, il denaro, il potere – non l’avere, ma l’essere, e insieme (dichiarazione di Daniela Klette al tribunale di Verden) La presunta ex militante della RAF Daniela Klette ha tenuto il 12 maggio 2026 davanti al Tribunale di Verden la sua arringa finale nel processo per 13 rapine a furgoni portavalori e uffici cassa di supermercati, che avrebbe commesso durante la sua vita nella clandestinità insieme ai suoi coimputati ancora ricercati Burkhard Garweg ed Ernst-Volker Staub. L’arringa, originariamente scritta a mano, viene qui pubblicata integralmente in una versione editorialmente leggermente rivista. (junge Welt) Ora questo primo lungo processo contro di me volge al termine. Nel corso del procedimento si è confermata la valutazione che c’è stata fin dall’inizio. Ed è diventato fin troppo chiaro: l’indagine e il processo sono determinati politicamente. Si tratta di imporre a tutti i costi il dominio e la sottomissione. La procura lo ha sottolineato ancora una volta con la sua requisitoria. Non si tratta di singoli atti né tanto meno di me, ma di delegittimare una storia di resistenza radicale di sinistra e punirla in modo esemplare. Ringrazio tutti coloro che mi sono stati solidali, qui nell’aula, dall’esterno, davanti alle mura del carcere, con lettere, cartoline e pensieri. E anche il mio avvocato Ulrich von Klinggräff, che purtroppo si è ammalato gravemente e quindi non può più essere qui. A tutti loro e alla parte del pubblico che se ne interessa, è rivolto ciò che dirò oggi. Vorrei dire qualcosa in breve sulla mia storia, che è anche la storia di tante altre compagne e compagni. Molti di coloro che mi hanno scritto sono così giovani che non hanno vissuto il periodo dai primi anni Settanta fino agli anni Novanta nella Germania Ovest. Oppure sono cresciuti nella Germania Est o in altre parti del mondo. Ho scritto questo senza pretesa di completezza, ma spero che da quanto detto diventi chiaro perché difendo la ricerca di un mondo migliore, in cui capitalismo, razzismo e patriarcato siano superati, e la lotta per esso. E perché difendo anche il diritto di costruirsi e mantenere una vita nella clandestinità, anche quando si tratta “solo” di sottrarsi alla repressione dello Stato. Questo è del tutto indipendente dal fatto che per me quest’ultima situazione è finita da più di due anni. Per questo è compito mio fare tutto ciò, per quanto possibile, da qui. Da adolescente sentivo che una vita secondo le regole capitalistiche è distruttiva. Gli esseri umani sono esseri sociali e orientati alla cooperazione. Ma la sottomissione alle costrizioni prodotte dal capitalismo, dell’isolamento attraverso la competizione, attacca questo aspetto e crea estraneità e distanza reciproca. Doversi far funzionare senza chiedersi per cosa, e l’inseguire per corrispondere a immagini e norme prodotte da questo sistema, crea distanza da se stessi. Naturalmente non avevo ancora un concetto né una spiegazione precisa per questo. Ma mi sentivo logorata dalla pressione e dallo sconforto che tutto ciò generava, e la mia opposizione cresceva. Per questo fui presto turbata da domande su un’altra vita, che doveva pur essere possibile. Questo accadeva anche se a casa ebbi grande fortuna. I miei genitori erano persone aperte. Mia madre lo è sempre stata, credo. Mio padre, che da ragazzo entrò nella Gioventù hitleriana e da adolescente combatté nella guerra dalla parte dei nazisti, dopo il 1945 si confrontò intensamente con i crimini del nazionalsocialismo e ne trasse le conseguenze per sé. Entrambi volevano trasmettere ai loro figli valori umani. Così potevo avere amiche e amici da ogni dove, sia per quanto riguarda i paesi, il colore della pelle, sia la posizione sociale. All’inizio del periodo della migrazione per lavoro, alcuni di loro venivano da Spagna, Italia, Portogallo. Attraverso il contatto con queste amiche e amici ebbi la possibilità di conoscere diversi modi di vivere. Era qualcosa di speciale. Solo una delle mie compagne e compagni di scuola poteva uscire con noi per strada. Come ovunque, anche nel nostro quartiere erano diffuse posizioni razziste nei confronti dei migranti. Così i miei genitori dovettero resistere alle critiche di insegnanti che osservavano preoccupati le mie “relazioni”. Notai anche quanto fosse respingente ed escludente il comportamento verso i lavoratori immigrati. Vidi container in cui lavoratori edili turchi dovevano vivere ammassati in molti, per poi spezzarsi le ossa nel duro lavoro. Dovevano farsi sfruttare al massimo al lavoro, ma non dovevano assolutamente diventare una parte paritaria di questa società. Anche queste ingiustizie mi facevano arrabbiare. A scuola non si trattava di stare insieme, no, ci volevano inculcare che si trattava sempre di “essere migliori”, migliori della migliore amica. E di stare al passo per poter raggiungere una carriera che permettesse di partecipare al consumo ritenuto desiderabile. Un consumo che non è orientato ai bisogni reali, ma per il quale i bisogni vengono artificialmente creati per aumentare i profitti delle aziende. Ancora oggi è così che ti viene fatto credere che non conta come sei, ma cosa hai, come appari e cosa realizzi. Per il profitto crescente del capitale, che determina qui il tuo valore. Allora mi chiedevo spesso cosa ci fosse di sbagliato in me, perché non sentivo alcuna attrazione nel tenere il passo. Al contrario, ogni tentativo di sottomettermi a questo mi toglieva ogni energia da tutte le fibre. L’essere abbattuta da questo si risolse solo quando mi riunii con amiche della sinistra spontaneista e non dogmatica. Ci confrontammo con testi del Collettivo Socialista dei Pazienti, come ad esempio il libro Trasformare la malattia in un’arma, che mi impressionò molto. Attraverso questi confronti imparai che alla base del mio smarrimento non c’era un problema individuale, ma era dovuto alle condizioni sociali. Capire questo aprì ancora di più gli occhi sull’ingiustizia che ci circondava. Lo sfruttamento e l’oppressione imperialista brutale in molte parti del mondo e le guerre che partivano dai ricchi paesi capitalisti. Non volevo assolutamente diventare complice. Divenni convinta che nel superamento di queste condizioni risieda la speranza di una vita libera e dignitosa per tutti, che è necessario conquistare. Questa convinzione non mi ha mai più abbandonato. Perché ogni decennio, ogni singolo anno e ogni giorno portano nuove prove che all’interno del capitalismo i problemi dell’umanità non sono risolvibili. Anzi: si aggravano sempre di più. Insieme a molti altri, non volevo sottomettermi a questo sistema che aliena le persone da se stesse. Volevamo essere visti per quello che siamo, senza dover corrispondere a bugie e immagini imposte dalla società dei consumi e della prestazione. Non volevamo rimanere prigionieri di ciò e volevamo cambiare noi stessi e la società determinata dal capitalismo. Era verso la metà degli anni Settanta. Aleggiava ancora un soffio del movimento di ribellione del Sessantotto contro le istituzioni e le posizioni politiche ancora, o di nuovo, infiltrate da nazisti e contro le mentalità plasmate dal fascismo nella società. C’era stato l’inizio di una sinistra rivoluzionaria internazionalista, con enormi manifestazioni di solidarietà con la lotta di liberazione vietnamita contro l’aggressione statunitense e con la lotta contro il regime fascista dello scià in Iran, allora fortemente sostenuta dalla sinistra rivoluzionaria iraniana. Ma c’era stato anche il primo manifestante ucciso dalla polizia in questo inizio. Il 2 giugno 1967, lo studente Benno Ohnesorg fu ucciso da un poliziotto durante una manifestazione contro la complicità della RFT con il regime fascista dello scià. Erano già avvenuti gli attacchi della RAF contro i quartieri generali statunitensi a Francoforte e Heidelberg, da dove venivano coordinati i bombardamenti dell’esercito statunitense in Vietnam. Anche il Movimento 2 Giugno e le Cellule Rivoluzionarie si erano costituiti allora. E più tardi si aggiunse la Rote Zora, organizzata da donne. A scuola si sentivano ancora i resti della rivolta del ’68. Nonostante i divieti di professione, c’erano alcuni insegnanti che praticavano con noi altre forme di insegnamento, orientate all’apprendimento insieme e non alla competizione. Leggevamo libri come quelli di B. Traven sulle storie di resistenza in America Latina o L’onore perduto di Katharina Blum di Heinrich Böll. In religione apprendemmo della teologia della liberazione in America Latina e dei preti che lì si erano uniti alla lotta per la liberazione. Come Dom Hélder Câmara in Brasile e Camilo Torres in Colombia. Tutto questo, ma anche il fatto che questi insegnanti venivano disciplinati e trasferiti davanti ai nostri occhi, mi ha fatto imparare di più sulle condizioni mondiali e sul ruolo e la realtà della RFT. Ci indignava anche che a quel tempo non faceva parte del curriculum scolastico confrontarsi in modo approfondito con il nazifascismo. Figurarsi sulle conseguenze che se ne dovevano trarre. Col senno di poi, non c’è da stupirsi, perché non erano previste conseguenze fondamentali. Le nostre conoscenze in merito le acquisivamo al di fuori della scuola. Ricordo un raccoglitore ad anelli compilato da studentesse di sinistra. Si chiamava Imparare dal basso, credo. Da esso apprendemmo la responsabilità del capitale per la presa del potere da parte del fascismo e l’intera dimensione della catastrofe umana, la brutale persecuzione del movimento operaio di sinistra e degli intellettuali di sinistra, la crudele politica di sterminio contro la popolazione ebraica, contro i rom e i sinti, i campi di concentramento e l’eutanasia, lo sterminio di ogni opposizione, la guerra di sterminio persa contro l’Unione Sovietica, che costò la vita a più di 25 milioni di cittadini sovietici, gli attacchi e l’occupazione nell’Europa orientale e occidentale, ma anche la resistenza antifascista e comunista contro di essa in tutta Europa. In quel periodo, studenti e studentesse più grandi invitavano anche a proiezioni di film e discussioni sulla lotta di liberazione vietnamita. Formammo un collettivo scolastico per poter imporre richieste nella vita scolastica quotidiana. Fino all’età di 15 anni mi ero opposta all’idea che le persone che vogliono lottare per un mondo migliore dovrebbero imporlo e difenderlo con la violenza. Il mio sogno era un cambiamento non violento. Guardare alla storia e al mondo rendeva sempre più chiara la consapevolezza che i potenti beneficiari, i più coinvolti nel sistema capitalistico, avrebbero combattuto qualsiasi cambiamento fondamentale con la violenza più brutale. L’esempio del colpo di Stato militare fascista sostenuto dagli USA e l’omicidio di Salvador Allende in Cile nel 1973 avevano mostrato che le possibilità e l’esistenza di qualsiasi governo socialista eletto sarebbero state schiacciate se non avessero potuto difendersi armate. “Che tu debba difenderti se non vuoi soccombere, lo capirai” era allora uno slogan su molti volantini e molti muri. Negli anni della mia politicizzazione a Karlsruhe, ho sempre saputo qualcosa della RAF attraverso slogan o manifesti sui muri. Anche della lotta dei prigionieri politici contro la tortura dell’isolamento e della solidarietà con loro. Presto seguii consapevolmente tutto questo, anche i loro scioperi della fame. Aveva su di me una grande attrazione che ci fosse qualcuno che lottava così risolutamente contro questo sistema, dal quale anch’io, come molti altri, mi sentivo oppressa. Avevo 16 anni quando seppi che un uomo era stato ucciso in custodia mentre lottava con lo sciopero della fame contro la tortura della detenzione in isolamento. Era Holger Meins, che si era ribellato alle condizioni ed era stato ucciso in prigione dalla malnutrizione mirata durante l’alimentazione forzata statale e dal rifiuto di assistenza medica. Avevo 17 anni quando la lotta di liberazione vietnamita sconfisse l’imperialismo guidato dagli USA. L’incredibile vittoria fu conquistata anche con la solidarietà mondiale. Nonostante il napalm, nonostante l’enorme macchina militare che si opponeva al movimento di liberazione, e nonostante i massacri della popolazione vietnamita commessi dai militari statunitensi con l’aiuto e la complicità dell’Occidente, prima di tutto della Germania. Fu in molti paesi un periodo di tentativi di liberazione e lotte anticoloniali: ad esempio le Pantere Nere contro l’oppressione razzista e per la rivoluzione negli USA, la lotta contro l’apartheid in Sudafrica o l’FSLN in Nicaragua contro la dittatura. Iniziai a capire cosa l’umanità ha da aspettarsi dal capitalismo e dall’imperialismo. Sì, mi consideravo parte dei movimenti mondiali che lottavano per la liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione, contro il capitalismo e il patriarcato e contro la guerra e il militarismo. Nel 1976/77 iniziai a visitare prigionieri politici. Il primo fu Johannes Thimme, che era in prigione per presunto sostegno alla RAF e fu messo immediatamente in isolamento. Volevo esprimere la mia solidarietà contro questo e oppormi all’isolamento. In risposta, iniziarono a terrorizzarmi con osservazioni. Nel 1977, agenti di polizia in borghese in auto erano davanti alla mia porta di casa già al mattino presto e mi seguivano a passo d’uomo fino a scuola. Dopo il 1977, quando il tentativo di liberare undici prigionieri della RAF fallì e dei prigionieri di Stammheim solo Irmgard Möller sopravvisse gravemente ferita alla notte del 18 ottobre 1977, decisi di trasferirmi a Wiesbaden. Lì avevo conosciuto compagne e compagni con i quali volevo continuare la solidarietà con i prigionieri politici. Lo consideravamo una parte importante e urgentemente necessaria della lotta antimperialista e antifascista. Divenne una vita piena di attività di resistenza contro l’isolamento e per il riunire i prigionieri, di solidarietà con le lotte di liberazione in Palestina, Sudafrica, Nicaragua ed El Salvador, con compagne e compagni turchi contro il colpo di stato della NATO in Turchia. Attraverso la lotta in solidarietà con i prigionieri politici si svilupparono discussioni e amicizie che andavano oltre con altre compagne e compagni dall’Irlanda, dai Paesi Baschi, dall’Italia, dalla Spagna e dalla Francia. E c’erano contatti con la resistenza iraniana di sinistra. I movimenti di liberazione internazionali rappresentavano per noi anche la lotta per la liberazione delle donne in tutto il mondo. Leila Khaled del FPLP in Palestina, Assata Shakur e Angela Davis del movimento di liberazione nera negli USA e anche le compagne dei gruppi armati dell’Europa occidentale erano per noi esempi. Rappresentavano milioni di donne in tutto il mondo. Negli ultimi decenni, l’esempio del movimento di liberazione curdo, specialmente in Rojava, ha mostrato quanta forza nasca per tutti quando la liberazione delle donne è una parte determinante della lotta. Vivevamo e organizzavamo la nostra vita quotidiana insieme. Ci furono occupazioni di case e la lotta contro la pista Ovest, contro il disboscamento della foresta e contro l’ampliamento della capacità dell’aeroporto di Francoforte e quindi della base aerea statunitense. Andavamo lì per le passeggiate domenicali, in parte pacifiche, in parte militanti, verso il muro della pista, facevamo teatro politico, molti incontri di resistenza ed eventi che si opponevano alla politica imperialista degli USA e della NATO. Eravamo insieme a manifestazioni di solidarietà con i movimenti di liberazione in Nicaragua ed El Salvador, contro le visite di Stato di Reagan, allora presidente USA, e Haig, allora comandante supremo US-NATO, e in solidarietà con i prigionieri politici. Gli attacchi della RAF contro Haig e Kroesen, così come contro l’aeroporto militare statunitense di Ramstein come base per le loro guerre in tutto il mondo e il tentativo a Oberammergau, li consideravamo all’epoca delle grandi mobilitazioni contro lo stazionamento di missili a raggio intermedio statunitensi e le guerre di contro-insurrezione statunitensi contro i movimenti di liberazione come un rafforzamento della nostra resistenza e viceversa. In questo periodo arrivò anche la proposta della RAF e di Action Directe di formare un fronte di resistenza comune nella lotta contro la formazione dell’Europa occidentale come blocco imperialista e in solidarietà con i movimenti di liberazione. La polizia di Stato colpì duramente con una repressione rafforzata. Diverse compagne e compagni antimperialisti noti alla polizia di Stato furono arrestati. La Procura Generale Federale si dotò, con la costruzione di una presunta “RAF legale“, dello strumento che rese possibile portare in prigione i compagni per molti anni con condanne senza prove della loro presunta partecipazione ad azioni militanti. Fin dalle visite ai prigionieri politici, noi – e questo “noi” lo riferisco a molte compagne e compagni – eravamo sorvegliati quasi ad ogni passo. Ci terrorizzavano con pedinamenti palesi, con controlli anche più volte al giorno, in cui venivamo chiamati per nome e dovevamo esibire i documenti. Nella strada in cui vivevamo, allestivano spesso posti di blocco, in modo che nessun visitatore potesse arrivare da noi senza essere registrato. L’altra variante erano i pedinamenti nascosti, che non dovevamo notare. Queste pratiche di sorveglianza erano come malattie contagiose che si trasmettevano da persona a persona. In ogni caso dovevamo sempre presumere che i “signori del crepuscolo mattutino” fossero in agguato da qualche parte. Ci voleva un grande sforzo per potersi sottrarre a questa sorveglianza almeno per qualche ora, fosse per poter parlare senza la paura di essere ascoltati, fosse per scrivere qualche slogan o attaccare manifesti. È evidente che la resistenza non avrebbe mai potuto lasciarsi mettere in catene come queste, che significano far controllare ogni attività dalla polizia di Stato. E naturalmente non volevamo nemmeno spiattellare la nostra vita sentimentale davanti alle guardie. Già negli anni ’70 e ’80, c’erano sempre compagn* che notavano come la rete intorno a loro si stringesse sempre di più, e che sparivano per paura e per arresto, scomparivano dalla scena e – alcuni, anche per anni – vivevano all’estero. Alla fine degli anni ’80, all’inizio degli anni ’90, era evidente che doveva esserci una ridefinizione e una riflessione fondamentale della politica rivoluzionaria. Perché da un lato le condizioni quadro internazionali erano profondamente cambiate, dall’altro si trattava di elaborare le esperienze passate. Allora ero una dei tanti a cui non venne in mente di ritirarsi di fronte alla svolta epocale. Non volevamo accettare il crollo dell’Unione Sovietica come una vittoria definitiva del capitalismo. Era chiaro che questo indebolimento del movimento socialista mondiale avrebbe avuto conseguenze catastrofiche. Nella RFT portò al ritorno della Bundeswehr come esercito apertamente belligerante e subito nella guerra contro la Jugoslavia, contraria al diritto internazionale. Portò all’annessione della DDR da parte della RFT, imposta anche contro la volontà di coloro che avevano iniziato la loro ascesa nella DDR con l’obiettivo di un cambiamento positivo lì e al di là del sistema capitalistico e della realtà della Germania Ovest, e portò con sé l’attacco neoliberale alle conquiste sociali faticosamente ottenute. E una mobilitazione razzista alimentata dalla CDU come deviazione della rabbia eventualmente scatenata e della resistenza nascente. Allo stesso tempo, veniva celebrata un’ebbrezza giubilante nazionalista. Questo fu prontamente raccolto dalla destra e portò, nella Germania unita, a ovest e a est, a mortali attentati incendiari come a Solingen e Mölln e ad attacchi contro migranti, rifugiati e persone di sinistra e le loro strutture. Ricordo solo Rostock-Lichtenhagen e Hoyerswerda e le notizie di antifascisti che si trovano attualmente davanti ai tribunali e che da giovani sono stati esposti a quest’atmosfera nella Germania dell’Est. Naturalmente ci rendemmo conto di questa dolorosa debolezza della sinistra in tutto il mondo, e anche per questo eravamo in giro con la sensazione di voler fare tutti gli sforzi possibili per trovare risposte alle domande che ci attendevano e per continuare ad esistere come forza radicale di sinistra. Le discussioni su questo avvenivano insieme a persone in clandestinità. A lungo andare era troppo pericoloso sottrarsi più e più volte alla sorveglianza per poi tornare. Decisi di non continuare a guardare questa situazione e quindi rimasi via. Fu la decisione di fare della resistenza il centro della mia vita, e i contatti e le discussioni con altre compagne e compagni che si facevano le stesse domande su “Come continuare?” e sulla ridefinizione della politica rivoluzionaria erano diventati per me una priorità. La RAF non esiste più da 28 anni. Che la RAF abbia avuto un ruolo importante nella mia vita deriva da ciò che ho scritto qui. Queste compagne e compagni rappresentavano per me la possibilità di rompere con questo sistema e lottare nella resistenza fondamentale per la liberazione. Attraverso la discussione sulle prime azioni della RAF durante la guerra del Vietnam, capimmo di più sul ruolo della RFT e sugli equilibri di potere mondiali e su come le lotte possano sostenersi a livello internazionale. Anche dalle carceri, la lotta dei prigionieri contro la tortura dell’isolamento e per la collettività, per poter stare insieme e agire, con coloro che lo volevano per sé, ha trasmesso un’idea di ciò che realmente conta nella lotta per la liberazione. Vale a dire una società in cui il “per tutti” è al centro e non il profitto, il denaro, il potere – non l’avere, ma l’essere, e insieme. Questo è rimasto a lungo così per me, indipendentemente dalle critiche che avevo già allora su alcune azioni e sulle determinazioni alla base. Anche indipendentemente dalla consapevolezza della necessità di confrontarsi con gli errori della storia della sinistra radicale e militante, quindi anche nella RAF. Nacque l’idea che la lotta armata dovesse essere politicamente vincolante e integrata in un contropotere dal basso. Ma l’intera situazione politica non lo permetteva. Trovai completamente giusto lo scioglimento della RAF e le sue motivazioni. Noi come sinistra radicale o militante abbiamo sicuramente commesso molti errori, ma sicuramente non quello di accettare con indifferenza la miseria del nostro tempo. Naturalmente mi piacerebbe partecipare a una discussione e, soprattutto, a colloqui su quest’epoca della resistenza. Burkhard Garweg aveva assolutamente ragione quando scrisse questo alla fine della sua lettera a Caroline Braunmühl. Una discussione con coloro che a un certo punto hanno fatto parte di questa storia di resistenza e con tutti coloro che vogliono appropriarsi delle esperienze per il futuro della resistenza. Non trovo che l’aula di tribunale sia il luogo giusto per un contributo approfondito alla discussione. Così, per me, una discussione è già ostacolata in partenza. Le visite di ex prigionieri della RAF e del Movimento 2 Giugno sono state respinte con le motivazioni più strampalate. Inoltre, durante le visite, ogni frase viene registrata per la polizia di Stato, ancor prima che io possa scambiare un pensiero con i visitatori. La Procura Generale Federale fa sequestrare ogni mia affermazione, anche la più generale, sulla storia della resistenza come “prove” di partecipazione alla RAF, e queste a loro volta le valutano come prova della mia partecipazione alle azioni che mi attribuiscono. Vedo in questo, così come nelle citazioni a comparire esagerate con cui sempre più compagne e compagni degli anni ’70 e ’80 vengono molestati, una minaccia non solo per me. Naturalmente, all’epoca i gruppi armati della sinistra non si muovevano nel vuoto. Come me, hanno toccato, influenzato e sfidato la solidarietà, il sostegno politico e/o pratico e le critiche di molte compagne e compagni che avevano le loro pratiche di resistenza. Ma ora, dopo 40/50 anni, colpire le persone con multe elevate e minacciarle con la carcerazione preventiva se non sono disposte a raccontare la propria vita all’Ufficio Criminale Federale e alla Procura Generale Federale e a fare altri nomi che poi verranno anch’essi citati a comparire, ignorando completamente lo stato di salute delle singole compagne e compagni durante le citazioni, mostra l’intenzione di punire ancora oggi i compagni, come capri espiatori per la storia della resistenza, a scopo deterrente. All’inizio degli anni ’90, il 10 aprile 1992, la RAF dichiarò che avrebbe cessato gli attacchi letali contro rappresentanti dello Stato e dell’economia per il necessario processo di discussione e che avrebbe ritirato l’escalation da parte sua. Allo stesso tempo, crebbe la solidarietà con la lotta dei prigionieri politici e il desiderio di averli con sé nelle discussioni della sinistra radicale. Sembrava che lo Stato si stesse muovendo in una direzione positiva per quanto riguarda le richieste di miglioramento delle condizioni di detenzione e di rilascio dei prigionieri malati. Ma non appena la polizia di Stato ai massimi livelli venne a sapere che l’Ufficio per la Protezione della Costituzione aveva con Klaus Steinmetz una spia in contatto con persone in clandestinità, riprese subito l’escalation. Rispetto alle richieste dei prigionieri, si tornò a chiudersi. Nel marzo 1993, la RAF fece saltare il nuovo edificio carcerario in costruzione a Weiterstadt. Lo Stato preparava contemporaneamente una grande ondata di arresti. Poi colpirono a Bad Kleinen. Wolfgang Grams fu ucciso e Birgit Hogefeld arrestata. I prigionieri della RAF e della resistenza furono sommersi da nuovi processi e lunghe pene detentive. Nel 1998, la RAF si sciolse di propria iniziativa. Sia la polizia di Stato che i suoi tanto citati esperti come Butz Peters o Alexander Strassner parlarono di un massimo di 30 persone che potevano costituire la RAF negli ultimi anni della sua esistenza. Dissero più volte molto apertamente che in fondo non ne avevano idea. E così deve rimanere. In un serio esame e confronto sociale sulla storia, non si tratta di singole persone, ma del contenuto politico della discussione. Dopo il 1998, solo Burkhard Garweg, Volker Staub e io venimmo ricercati pubblicamente. Per nessuno, che fosse o meno cacciato con liste di ricercati, era possibile costituirsi. Dallo Stato erano stati posti fatti chiari su ciò che ci avrebbe aspettato se avessero messo le mani su uno di noi. Avrebbero voluto celebrare su di noi la loro marcia trionfale contro la RAF e con essa una parte importante della resistenza fondamentale nella storia della RFT. Questo si è mostrato ancora quasi 30 anni dopo, dopo il mio arresto, sia nel mio trattamento, nella mia presentazione, sia nell’accompagnamento mediatico dell’intera vicenda. Non volevamo esporci a questo. Quindi era quasi ovvio non farsi prendere in nessun caso. Non volevamo esporci a rituali di condanna che erano già in pratica da anni. Né subire lunghe pene detentive per tutte le possibili azioni della RAF e della resistenza non ancora condannate. Né correre il rischio di essere uccisi durante un arresto. Nella clandestinità avevamo la possibilità, come sinistra radicale, seppur entro limiti e ritirati, di continuare a vivere in libertà. Qui potevamo vivere in relazioni autonome e solidali con compagne e compagni, amiche e amici e decidere della nostra strada futura. Questo Stato non è amico delle soluzioni politiche, ma amico del capitale. Tutti devono sottomettersi ad esso. Una vita così lunga nella clandestinità è nata da questa storia. Non da spirito d’avventura e tanto meno per arricchirsi. Negli ultimi decenni ed oggi è una posizione difensiva della resistenza. Anche se la vita a cui sono stata strappata significava molto per me, non c’era alcun piano di tentare di liberarsi dalla situazione con violenza e sparando. Ecco perché nulla di simile è accaduto. Quando ho ascoltato la requisitoria della Procura, ho pensato a quante piroette abbia dovuto fare per mentire su tutto questo. Nel processo, infatti, si continua a sostenere una presunta volontà di uccidere per colpirmi con un martello. Qui vengono eseguite intenzioni in parte vendicative, ma soprattutto tecniche di dominio. Questa contraddizione mostra di che si tratta: di una demonizzazione che dovrebbe continuare a legittimare la caccia a presunti criminali pericolosi per la collettività e creare un esempio. A questo contrappongo la richiesta: basta con la caccia a Burkhard Garweg e Volker Staub! Per quanto riguarda le conseguenze psicologiche per alcune delle persone colpite dalle rapine, discusse qui nel processo, mi associo completamente alla dichiarazione di Burkhard Garweg nei suoi saluti dalla clandestinità dell’ottobre 2024: “Le traumatizzazioni di cassiere e addetti al trasporto di denaro sono da deplorare“. Dopo aver saputo nel processo quanto ancora stiano male alcune persone colpite, ad esempio l’autista Mirko Kramer di Wolfsburg o la signora Ulmer di Bochum, un’impiegata di cassa, devo dire che mi dispiace molto per loro a causa di tali gravi ferite psicologiche menzionate nel processo. Prima di aver letto gli atti del processo, avrei potuto immaginare traumatizzazioni a seguito di rapine più facilmente per il personale di cassa che per un addetto al trasporto di denaro armato. È sorprendente che gli addetti al trasporto di denaro non ricevano una formazione che li abiliti ad agire in modo calcolatore e freddo in una situazione del genere, invece di rimanere totalmente scioccati. Soprattutto perché il lavoro esiste proprio a causa del reale pericolo di rapine. Ed è notevole che in caso di rapina debbano prima restare in attesa per ore da soli o in due in auto. Sempre per proteggere il denaro, anche se è già tutto pieno di polizia, invece di ricevere un primo soccorso psicologico. Solo in relazione a questo processo sono stata messa a confronto per la prima volta con il fatto che gli autisti di furgoni portavalori e gli addetti al trasporto di denaro parlano di “traumatizzazioni”. Quando insieme ai miei avvocati ho deciso di non mettere in discussione le conseguenze psicologiche per i testimoni nel processo, c’erano due ragioni. La ragione principale era che non si doveva fare nulla che potesse contribuire a una ritraumatizzazione o a un peggioramento. Si tratta anche di questioni molto personali, soprattutto per quanto riguarda i carichi pregressi della storia di vita dei singoli colpiti. Non abbiamo ritenuto corretto indagare pubblicamente su questo. La seconda ragione era che ritengo possibile e generalmente giustificato che le persone colpite, dopo una tale rapina o tentativo di rapina, si siano prese il diritto a una vacanza pagata più lunga in questo modo. Che ciò accada è stato dimostrato dalla dichiarazione dell’autista Whitley, il cui capo intervenne immediatamente dopo la rapina a Duisburg per impedire una cosa del genere. Non lo menziono qui per insinuarlo a qualcuna delle persone qui colpite. Voglio solo chiarire un rapporto: sia il personale di cassa che gli addetti al trasporto di denaro e valori sono proletari, non nemici. È noto che le condizioni di lavoro nel settore del trasporto di denaro e valori sono scarse e il lavoro non è ben pagato. A questo si adatta la dichiarazione dell’autista Immes, che la direzione aziendale dopo la rapina a Stuhr si informò prima subito dello stato dell’auto, ma non dello stato delle persone. È sorprendente che alcuni equipaggi di trasporto di denaro e valori rischino comunque così tanto per “la loro” azienda. Tanto più che c’è la direttiva di non dover rischiare la propria vita per il denaro. L’ex soldato e autista Whitley dichiarò che forse avrebbe persino iniziato una sparatoria se avesse avuto la sua arma con sé. Che esista la direttiva di servizio di lasciare il corriere con i rapinatori se l’autista può andarsene, l’avevo già letto in un articolo dopo il fatto di Wolfsburg. Tuttavia, non l’avevo preso sul serio, ma solo come un’affermazione del capo dell’azienda per proteggere pubblicamente il suo autista, che dopo tutto aveva salvato un mucchio di soldi per l’azienda. Il fatto che avesse abbandonato il suo collega fu inizialmente messo in dubbio moralmente dalla stampa locale. Solo quando fu espresso il sospetto che la tentata rapina fosse stata commessa dalla ex RAF tanto evocata, la stampa aumentò i toni e scrisse di rapinatori spietati e brutali. Quando lessi negli atti del disturbo da stress post-traumatico dell’autista Immes di Stuhr, mi sembrò plausibile fin dall’inizio. Sebbene i miei avvocati abbiano chiarito più volte che non si mirava a lui e che faceva persino parte della sua terapia realizzare che nessuno voleva ucciderlo, rimane il fatto che lui lo ha percepito così ed è stato gravemente scioccato, tanto più che si trovava in una situazione che, per qualcuno che aveva problemi in spazi piccoli e chiusi, doveva essere un orrore già solo per il fatto di essere rinchiuso. Di Mirko Kramer, l’autista di Wolfsburg, inizialmente, leggendo gli atti, non ho creduto a una parola. Era stato direttamente coinvolto nella situazione della rapina solo per secondi. Aveva persino messo in difficoltà i rapinatori e si era rapidamente allontanato dalla zona di pericolo concreta. Solo poco prima della sua testimonianza in tribunale ho capito che qualcosa lo aveva effettivamente sconvolto completamente. Il fattore scatenante è stata la rapina, perché solo così si è trovato in questa situazione, a dover prendere una decisione. Per mettere al sicuro i soldi dei capi, ha scelto di seguire la direttiva aziendale, abbandonando il suo collega con i rapinatori. Quest’ultimo ha dichiarato che il signor Kramer aveva agito correttamente secondo la direttiva, ma ha anche detto, in sostanza, che questa direttiva non è umanamente corretta. È esattamente ciò che penso anch’io. È puro capitalismo. Lui stesso ha dichiarato al riguardo: “Ho dovuto sentirmi dire che il denaro è più importante della persona”. Questo coglie nel segno. Dalle dichiarazioni dell’autista di Cremlingen, Michael Sohn, ho dedotto che nell’ambiente dei colleghi dopo la rapina non ci si è avvicinati a Kramer. Persino sulla stampa il suo comportamento è stato messo in dubbio. Penso che lui stesso ne avesse dubbi. Dopo aver visto allontanarsi l’auto dei rapinatori, è tornato indietro per cercare il suo collega. È facile immaginare quanto deve essere stato preso dal panico quando inizialmente non riusciva a trovarlo da nessuna parte. Come ho già detto prima, mi è dispiaciuto molto quando ho visto e sentito quanto stesse male da allora. Spero che presto si sentirà meglio. Anche per l’autista Immes di Stuhr mi è dispiaciuto molto. Perché ha percepito la sua vita come minacciata e ha sofferto a lungo sotto questo shock. Nel capitalismo, la proprietà e il denaro dei ricchi sono protetti dalla popolazione con grande sforzo. Viceversa, nei casi di “criminalità dei colletti bianchi“, come ad esempio nell’affare Cum-Ex, in cui è stato fatto un bottino di 30 miliardi di euro per arricchire ulteriormente i ricchi, lo Stato e la struttura giudiziaria proteggono i criminali ostacolando le indagini effettive. Certamente ci saranno sempre situazioni in cui le persone, a causa della persecuzione o della mancanza di altre possibilità di sopravvivenza, saranno costrette, in quanto non possidenti, a dover rubare denaro. Nella storia della sinistra c’è stata spesso questa necessità. Non ha nulla a che fare con la leggerezza o l’avventura. In ogni caso, sono da preferire tutte le possibilità di procurarsi il denaro in cui il pericolo per le persone può essere mantenuto il più basso possibile. In definitiva, però, si tratta di creare condizioni in cui per le persone non ci sia più bisogno di dover procurarsi il denaro in qualche modo per sopravvivere. Sia facendosi sfruttare nel lavoro salariato, attraverso lavoro illegale, auto-sfruttamento o attraverso rapine e furti. Piuttosto che occuparci di garantire la sopravvivenza come non possidenti, avremmo in ogni momento preferito investire le nostre energie in cose più significative, in cose costruttive, in confronti politici, nell’imparare cose utili insieme nelle amicizie. Abbiamo tutti molti interessi e capacità che possono avere a che fare, tra l’altro, con la ricerca di risposte alle domande del nostro tempo, su come fermare la furia della distruzione e delle guerre e costruire una realtà diversa. Qualche tempo dopo che questa rapina a Stuhr era avvenuta, Volker, Burkhard ed io fummo perseguiti pubblicamente per tentato omicidio. Per diversi anni, la procura e l’Ufficio Criminale della Bassa Sassonia non trovarono apparentemente tracce utilizzabili, motivo per cui, accanitamente, dopo il 2023 tornarono alla carica con forza. Con interrogatori di chissà quante vecchie amiche, amici e conoscenti, perquisizioni dai genitori e altri parenti, appelli in “Aktenzeichen XY” e altri servizi, e mandando le loro squadre dietro a ogni indizio. Purtroppo, così si sono imbattuti in me. Da allora, la Procura ha portato il terrore nella vita di amiche e amici e ancora sorelle, fratelli, genitori, nei vicinati, al piazzale delle roulotte con vere e proprie marce, senza alcun riguardo per la causazione di traumi. Ma queste sono rapine legali, volute dalla giustizia di classe e che ovviamente non vengono perseguite. Con questo gli accusatori non hanno problemi morali. La Procura ha chiarito nel corso del processo che non le interessa affatto il benessere dei testimoni o delle persone colpite dalle rapine. Per quale altro motivo avrebbe insistito così tanto durante gli interrogatori quando i testimoni dichiaravano che dopo le rispettive rapine non stavano così male? Che le avevano superate abbastanza in fretta, e a volte diventava anche brusca quando qualcuno diceva: “era chiaro, non era contro di me”. La Procura avrebbe voluto sentire qualcosa di diverso in ogni caso. Quanto grande deve essere stata la delusione che il posto riservato a molti querelanti accessori non fosse tutto occupato? Perché per loro le persone colpite sono solo un mezzo per raggiungere un fine, per ottenere una condanna il più alta possibile contro di me e per continuare a spingere la caccia a Burkhard e Volker. Per questo, a quanto pare, avrebbero preferito di gran lunga diversi colpiti ritraumatizzati e gravemente danneggiati. A questo si adatta anche il fatto che in questo processo, da parte dell’accusa, si faccia finta che sia completamente irrilevante come si comportano i rapinatori. Sembra anche infastidirli quando si dice che il loro comportamento nei confronti delle persone colpite era educato e rassicurante. Trovo che sia abissale, perché naturalmente non è così, né per i rapinatori né per i rapinati, il modo in cui ci si comporta. Sulla scia dell’accusa, il tribunale si è inserito poche settimane fa respingendo una richiesta della mia difesa, sostenendo che chi fa rapine include nella sua valutazione una grave ritraumatizzazione, perché è noto che si incontrano persone traumatizzate ovunque, dagli addetti al trasporto di denaro, ai furgoni portavalori, alle cassiere, fino alle squadre speciali e a tutti i presenti casuali comunque. Anche tra soldati e poliziotti è noto che si sono verificate traumatizzazioni. Quest’ultima cosa mi era effettivamente già nota, e cioè quando si erano trovati in situazioni in cui persone, anche colleghi, erano morte in missione, quando erano stati coinvolti in massacri o ne erano stati testimoni. Tali persone traumatizzate non me le aspetterei né in servizio di polizia né come addette al trasporto di denaro armate, bensì in trattamento psicologico o in posizioni adatte alla guarigione. Ma cosa si vuole dire con questo? Anche qui riecheggia questa fatale affermazione che sia irrilevante se le persone in tali rapine si presentino in modo brutalmente violento e aggressivo o meno, perché se incontrano persone traumatizzate, è comunque lo stesso? Quanto sono irresponsabili e false tali affermazioni! Ma inoltre: cosa dice questo sullo stato di questa società, se oggi incontriamo persone traumatizzate e psicologicamente ferite ad ogni passo, quindi non come rara eccezione, ma come regola sempre più frequente? È vero che con la continua propaganda per il riarmo e la militarizzazione, con il sostegno al diritto del più forte militarmente nei conflitti internazionali per il potere e l’accesso a risorse e terra, si accompagna il rafforzamento della destra e la diffusione del pensiero fascistoide. Le concezioni violente e patriarcali vengono rafforzate. Dalla “svolta epocale” (Zeitenwende), i femminicidi, gli stupri, la violenza sessualizzata – anche negli interventi di polizia – sono onnipresenti. Nell’isolamento durante il periodo del COVID, gli scoppi di violenza patriarcale nelle famiglie sono aumentati. Queste sono fonti ovvie di traumatizzazioni. Per il resto, accadono così tante cose che riempiono sempre più persone di una grande insicurezza e di una crescente paura per il futuro. Ogni giorno, attraverso i media borghesi e sicuramente anche massicciamente su internet, viene diffuso che i soldi che sarebbero effettivamente necessari per il sociale e l’ecologico, per la salute, l’istruzione e la cultura, vengono ora investiti nel riarmo. La fredda scrematura diventa sempre più dominante nelle discussioni dei media mainstream – il diritto all’aiuto e all’assistenza non dovrebbe più esistere per parti sempre più grandi della società. Coloro che non hanno soldi per assicurazioni private sono minacciati di ricevere cure mediche sempre più ridotte, e una terapia costosa per il nonno, non vale più la pena! I rifugiati dovrebbero essere deportati altrove o tenuti fuori anche con violenza, ma vengono comunque utilizzati da qualche parte nell’economia. Nella crisi, gli Stati capitalisti occidentali puntano all’esterno sull’aggressione e all’interno sulla manipolazione delle società, su una crescente brutalizzazione sociale. A tal fine, viene propagato il disprezzo per una parte crescente della popolazione, diffamata come inutile. Le richieste sociali, un modo di agire sociale, l’inclusione e la cura sono attaccati come pericolosi per l’economia, e questo significa in realtà pericolosi per la crescita dei profitti. La parola “riforma” oggi sta per passi statali verso l’abolizione dello stato sociale. Oggi lo Stato opprime attraverso la divisione, la repressione, la paura. Questo funziona in un’epoca in cui migliaia di persone sono minacciate dalla perdita del loro relativo benessere, quindi devono temere di ritrovarsi presto anch’esse dalla parte di coloro che vengono insultati come “parassiti” e di dover dipendere da un sostegno che è già stato ridotto. La domanda è se per molti questo porti a farsi ricattare o adescare per produrre ogni schifezza per la macchina bellica, o se nelle discussioni al riguardo vengano finalmente riconosciuti coloro che hanno già da tempo elaborato proposte per un’altra produzione civile ed ecologica, e se su questa base si possa organizzare e imporre insieme. I giovani dovrebbero accettare una prospettiva futura come carne da cannone. Sebbene i ricercatori per la pace abbiano già più volte confutato l’intenzione bellica o la capacità della Russia nei confronti della NATO, queste continuano a essere usate come giustificazione per la concentrazione sulla militarizzazione e sulle spese enormemente aumentate per l’esercito e l’industria bellica e per il continuo alimento della guerra in Ucraina attraverso le immense forniture di armi della NATO. La sensazione di non avere possibilità di scelta si diffonde. Quando l’unica prospettiva è il sì alla guerra e all’impoverimento, a un “continuare così” con la distruzione della natura e la catastrofe climatica, questo genera disperazione. Da due anni e mezzo viene dimostrato in tutta la sua brutalità a livello mondiale come i rappresentanti dei governi occidentali, che fino a poco tempo fa si definivano ancora “comunità di valori“, trattano le persone che si frappongono agli interessi imperialisti e capitalisti – vale a dire nel genocidio permanentemente portato avanti contro la popolazione palestinese a Gaza – nonché la pulizia etnica attraverso il terrore puro in Cisgiordania e ora anche in Libano e Iran con la distruzione più brutale da parte della guerra di Israele e degli USA. È il governo tedesco che, come noto, sostiene tutto ciò attraverso forniture di armi, relazioni commerciali e inchini politici, e perseguita coloro che si oppongono a ciò. Con un cancelliere che, riguardo alla condotta aggressiva della guerra da parte di Israele, già prima della nuova espansione della guerra contraria al diritto internazionale, osservò che si tratta di “un lavoro sporco che Israele fa per noi“. Quindi è vero quando il tribunale constata che le strade sono piene di traumatizzati, lo sono a causa della povertà, del razzismo, del patriarcato, della violenza poliziesca e delle guerre imperialiste. Attribuirlo a me strumentalizza la miseria e dovrebbe giustificare una lunga pena detentiva. Il superamento dei traumi di massa richiede cambiamenti immediati, ma anche profondi, e a livello internazionale. Perché è evidente che l’entità dei traumi nei Paesi che sono già da anni investiti dalla guerra, come Sudan, Palestina, Siria, Libano, Iran, Ucraina o che sono sottoposti a soffocamento tramite sanzioni come Cuba, deve essere inimmaginabilmente più drastica. Tutti possono davvero vederlo e capirlo! In fondo, la maggior parte lo sa. Ma purtroppo molti hanno più paura dei passi verso un’altra organizzazione sociale, che sarebbe sconosciuta, che della chiara e imminente distruzione totale delle condizioni di vita con un “continuare così!” C’è urgente bisogno di un “cambiamento di sistema” (System Change), perché il capitalismo racchiude, oltre alla concorrenza, allo sfruttamento e all’oppressione, anche il fascismo, il razzismo, la guerra, il comportamento violento di potere nel sistema politico e tra le persone, la violenza patriarcale contro donne e queer, contro le persone con disabilità e la distruzione della natura. Tutto ciò, a seconda dello stato della crisi capitalista, passa più in secondo piano o più in primo piano. Per questo lasceremo questa storia di sofferenza alle nostre spalle solo quando avremo superato questo sistema. In questo momento ci troviamo in un punto estremamente distruttivo di questa crisi. Il vecchio e sbagliato ordine mondiale sta perdendo la sua egemonia, finalmente, perché è assolutamente ingiusto verso la grande maggioranza dell’umanità. Ma proprio per questo si agita selvaggiamente. Per noi, molto immediatamente, deve trattarsi di invertire la rotta, lontano dal riarmo e dalla militarizzazione, lontano dall’aggressione verso l’esterno e dalla repressione e dalle umiliazioni all’interno, dal freddo sociale, dalla complicità nei crimini capitalisti e imperialisti mondiali. Fermate le guerre contrarie al diritto internazionale e la violenza imperiale! Fermate le sanzioni oppressive che hanno come risultato fame, devastazione e milioni di morti! Invece, si deve concentrarsi su una produzione ecologicamente sensata, che non è orientata al profitto per pochi, ma al benessere di tutti e alla trasformazione della società in un modo tale che le persone possano vivere socialmente protette e in sicurezza a livello internazionale. “L’alternativa è mondiale ed è un socialismo che potrebbe essere ricco di esperienze storiche e anche attraverso il superamento dei grandi e dei piccoli errori della storia dei grandi e dei piccoli tentativi rivoluzionari, delle guerriglie urbane, degli anarchici, dei comunisti, dei socialrivoluzionari e delle lotte e movimenti antipatriarcali e anticoloniali. Raggiungere questo obiettivo decide in ultima analisi se la vita su questo pianeta sarà ulteriormente possibile e a quali condizioni. Ci troviamo a livello globale in un punto critico. La domanda a tutti noi in tutto il mondo sull’alternativa al capitalismo e sui processi sistemici e anche sui nostri processi per arrivarci è esistenziale e non rinviabile.” Burkhard Garweg nel messaggio di saluto alla Conferenza Rosa Luxemburg del gennaio 2026. La traccia di ciò vive in tutte le diverse attività di resistenza di coloro che: • sanno che i giovani, i non ricchi e i non potenti nella popolazione sono coloro che nella guerra per il potere e le risorse devono servire come carne da cannone e quindi si oppongono alla militarizzazione, alla leva obbligatoria e al riarmo, quindi alla guerra, • rifiutano di dare la propria vita o di prendere quella altrui per gli interessi del capitale e non accettano che le risorse, invece che per la popolazione, servano per armi, esercito, polizia e profitto delle multinazionali, • non accettano la militarizzazione perché sono consapevoli che in una società militarizzata la violenza contro donne, queer, transgender e persone con disabilità aumenterà inevitabilmente ulteriormente, • come studenti e studentesse si oppongono direttamente con scioperi scolastici a un futuro come carne da cannone, • contrappongono la loro solidarietà e il loro internazionalismo alla politica e ai crimini imperiali e non accettano la violenza statale di cui la lotta per il potere e le risorse nel capitalismo ha bisogno e che viene rappresentata sempre più apertamente e usata senza scrupoli dai potenti, • non si piegano, sebbene come ebrei ed ebree siano i primi ad essere massicciamente attaccati dallo Stato tedesco e dai media come presunti antisemiti, perché in tempi di resistenza internazionale contro la violenza estrema contro i palestinesi e le palestinesi, dovrebbe essere loro tolto il diritto di rifiutare o anche solo mettere in discussione il colonialismo israeliano di insediamento e la politica di apartheid contro la popolazione palestinese, il sionismo, nonché di nominare la complicità della Germania nei crimini di guerra e nel genocidio, • come attiviste/attivisti, manifestanti, giornaliste/giornalisti, artiste/artisti e scienziate/scienziati insistono sulla loro opposizione a ciò, sebbene come ragion di Stato tedesca sia stata stabilita la solidarietà incondizionata con qualsiasi politica, per quanto terroristica, di Israele, e a tutti coloro che si oppongono a ciò minacciano emarginazione e criminalizzazione, • combattono l’antisemitismo e naturalmente presumono che ciò sia in generale collegato alla lotta contro il razzismo, • mettono in discussione il sistema capitalistico di fronte all’aggravarsi di disuguaglianza, povertà, sfruttamento, affitti sempre più inaccessibili, senzatetto di massa e disoccupazione, e chiedono immediatamente l’abolizione del sistema dell’economia di profitto con la proprietà abitativa, • contrappongono alla politica del continuo razzismo spinto, nazionalismo ed esclusione delle persone già tagliate fuori dalla sicurezza sociale una politica di solidarietà e la lotta contro il taglio del sociale; perché l’unica possibilità per impedire che parti sempre più grandi della popolazione si spostino a destra e per fermare la fascistizzazione dei vecchi Stati coloniali in declino e degli USA è contrapporre all’istigazione razzista e a una politica che si basa generalmente sulla divisione e sull’invito a salvarsi da soli prendendo a calci quelli che stanno più in basso nella scala sociale, invece di ribellarsi verso l’alto contro il potere, una prospettiva radicale di sinistra che porti cambiamenti positivi concreti nella vita dei molti, • si organizzano per fermare la graduale distruzione e militarizzazione dell’assistenza sanitaria, • si oppongono direttamente ai nazisti e organizzano protezione e allo stesso tempo dicono che non basta, perché il fascismo è radicato nel capitalismo, • si oppongono alla distruzione ecologica del mondo inevitabilmente causata dal capitalismo e si impegnano per un’organizzazione dell’umanità che voglia permettere una produzione ecologica sostenibile e quindi la sopravvivenza dell’umanità e della natura, • di fronte a sistemi di repressione e prigioni stanno dalla nostra parte, dalla parte dei prigionieri, e chiedono con noi una prospettiva di libertà e infine l’abolizione delle prigioni, • non si arrendono dopo decenni di lotta per proteggere la vita di Mumia Abu-Jamal, che è prigioniero politico negli USA da 48 anni, e con piena solidarietà fanno di tutto per conquistare la sua libertà. Queste non sono affatto tutte le diverse attività di resistenza che si sono sviluppate oggi e negli ultimi anni su così tante contraddizioni o che esistono in parte da molto tempo, come l’organizzazione femminista e oggi queerfemminista contro la violenza patriarcale, le molte iniziative contro il sistema repressivo di isolamento sempre più perfetto alle frontiere per respingere i rifugiati che hanno urgentemente bisogno di aiuto, le flottiglie per Gaza e Cuba per rompere l’affamamento e l’isolamento, i blocchi portuali contro le forniture di armi a Gaza e contro la militarizzazione e gli scioperi di solidarietà dei lavoratori e delle lavoratrici italiani e greci con la popolazione palestinese e la loro lotta contro l’occupazione e lo sfollamento, le proteste contro il crescente numero di sparatorie mortali della polizia contro persone nere, persone che sembrano non tedesche o non conformi. Anche se, per fortuna, non posso elencare tutto ciò che viene fatto, ho voluto nominare almeno una parte, perché è così importante ricordarlo, rimanere fedeli agli obiettivi e ai pensieri di liberazione e non lasciarsi abbattere dalla brutalità apertamente ostentata dei dominanti riducendoli all’impotenza verbale. Così come in tutte le diverse iniziative si tratta dell’effetto concreto contro i rispettivi crimini e della difesa di “oasi di cooperazione umana” e allo stesso tempo della loro espansione e sviluppo anche all’interno delle proprie iniziative, così è molto importante come tutti insieme diventeranno una forza comune che possa fermare lo sviluppo verso la terza guerra mondiale e ciò che essa comporta già nella fase preliminare. Perché questa guerra minaccia essenzialmente a livello internazionale tutti gli approcci e le idee positive. Anche se questa forza non esiste ancora, sono tutte queste lotte che almeno ne permettono lo sviluppo e che mi danno speranza. Questa è una speranza per la mia e la nostra libertà e infine anche la libertà di tutti e per un mondo che si lascia alle spalle ogni forma di oppressione. Un mondo in cui non esistano più prigioni, né nella forma di molteplici e intrecciate relazioni di violenza, né nella forma di cemento, pietra e acciaio, in cui le persone vengono semplicemente rinchiuse dietro muri e filo spinato. Un mondo in cui le persone possano vivere rivolte le une verso le altre e in armonia con tutti gli altri esseri viventi della natura. Potremo essere veramente liberi solo quando tutti saranno liberi.
May 29, 2026
il Rovescio
“Non cadiamo nella trappola umanitaria: organizziamoci e lottiamo!” Comunicato dei Giovani Palestinesi
Pubblichiamo questo chiaro e semplice comunicato dei Giovani Palestinesi d’Italia. Parole inaggirabili. Non cadiamo nella trappola umanitaria. Organizziamoci e lottiamo. Sul movimento per la Palestina e la questione del fronte interno La solidarietà con il popolo palestinese si misura su una sola domanda: la nostra azione cambia qualcosa per chi resiste sotto le bombe? Cambia qualcosa nei rapporti di forza reali tra chi sostiene il genocidio e chi lo subisce? È con questo metro che dobbiamo valutare ogni forma di lotta — e possiamo dirlo con convinzione — a partire da quelle che portiamo avanti in Italia. Dobbiamo essere onesti con noi stessi: finché la nostra energia collettiva non si traduce in costi reali per i complici del genocidio sul territorio italiano, stiamo facendo politica simbolica. Dignitosa, necessaria forse, ma pur sempre simbolica. Ormai è chiaro agli occhi di tutti che l’Italia non è uno spettatore del genocidio, ma ne è un ingranaggio centrale. Decine di ricerche e inchieste hanno mostrato come la Leonardo SpA produce componenti che finiscono sugli F-35 dell’aviazione “israeliana”. Come le banche italiane finanziano imprese legate all’occupazione delle nostre terre. Come i porti italiani movimentano merci e carburante verso “Israele”. E come il governo Meloni ha mantenuto i flussi militari con l’entità sionista mentre Gaza veniva rasa al suolo e il Libano bombardato. Questa è la nostra realtà materiale, e questa realtà è il nostro campo di battaglia. Come organizzazione palestinese radicata in questo paese, lo diciamo senza ambiguità: aprire una breccia nel tessuto della complicità imperialista italiana è la forma più concreta di supporto alla resistenza del nostro popolo. Non la più comoda, ma assolutamente la più efficace. Il nostro obiettivo non può essere presentare petizioni alla Meloni o affidarci alla buona volontà di chi ci governa. Il nostro obiettivo deve essere quello di ribaltare i rapporti di forza fino al punto in cui sostenere il sionismo diventa politicamente, economicamente e socialmente insostenibile per chi lo fa. Scioperi nell’industria militare e nella logistica, blocchi nei porti, campagne che rompano contratti, che fermino finanziamenti, che facciano costare cara ogni forma di complicità con il progetto coloniale, ovunque essa si manifesti sul territorio italiano. C’è però un punto che non possiamo eludere, e lo diciamo chiaramente. Esiste una parte del cosiddetto campo progressista italiano che vorrebbe abbracciare la causa palestinese svuotandola del suo contenuto antimperialista, che vuole la bandiera senza l’analisi materiale, la commozione senza la responsabilità, la solidarietà senza il conflitto reale con i poteri che sostengono il genocidio. Una solidarietà che non disturba nessuno e che quindi non cambia niente, perfettamente compatibile con lo stesso sistema che quel genocidio lo permette, lo finanzia e lo arma. Questo svuotamento del contenuto politico va di pari passo con il tentativo di isolare la causa palestinese dalla lotta globale per la liberazione dei popoli dal sistema capitalistico. Si genera così un paradosso stridente: mentre i palestinesi e le organizzazioni della diaspora chiedono al mondo di connettere la loro lotta con ogni battaglia per cambiare lo stato di cose presente — perché il miglior supporto alla Palestina è lottare per sé stessi e ovunque, per il salario, per la dignità, contro ogni forma di sfruttamento e oppressione — il campo cosiddetto “progressista” tenta sistematicamente di ridurre la lotta per il popolo palestinese a una lotta “solo” per il popolo palestinese, anche quando a parole è costretto ad affermare il contrario. Nulla ha reso questo più evidente dell’incapacità di affrontare l’allargamento regionale della guerra sionista, in particolare rispetto al Libano e all’Iran. Noi non glielo permetteremo, non perché vogliamo escludere nessuno dalla lotta, ma perché il popolo palestinese non ha bisogno di testimoni commossi né di salvatori che vogliono sentirsi bene con la propria coscienza. Ha bisogno di un movimento che sappia dove colpire, che agisca dove può agire davvero e che non si lasci ridurre a gesto estetico da chi ha tutto l’interesse a tenerci innocui. I dati che provano la complicità italiana sono documentati e inconfutabili: il sionismo si regge su una rete globale di supporto materiale che passa anche per l’Italia, le sue aziende militari, i suoi porti, le sue banche, le sue istituzioni, i suoi media di regime. Non è un caso: è la strategia del Nemico. Il sistema imperialista, di cui lo Stato in cui viviamo è parte integrante, ha nell’entità sionista la sua testa di ponte. Solo combattendo questo sistema dall’interno potremo sostenere concretamente la resistenza del nostro popolo. È il momento di tradurre questa consapevolezza in azione. Giovani Palestinesi d’Italia  
May 28, 2026
il Rovescio
“Né con Washington, né con la Repubblica islamica, né con la corona!” Comunicato del Fronte Anarchico in Iran e Afghanistan
Ringraziando chi l’ha fatta e inviata, diffondiamo la traduzione di un comunicato cristallino di compagni iraniani e afghani. Al di là di quello che “ci auguriamo” sulle sorti della guerra (la completa disfatta di Washington e Tel Aviv), non abbiamo dubbi su dove “posizionarci”: dalla parte degli sfruttati e oppressi che vogliono semplicemente vivere le proprie vite, contro tutte le trame, gli interessi, le guerre dei potenti. Proprio come fanno questi compagni. Per saperne di più sul Fronte Anarchico: https://anarchistfront.noblogs.org/   Comunicato dal fronte anarchico in Iran e Afganistan Contro tutti gli Stati, contro tutte le guerre Da più di un mese, le bombe statunitensi e israeliane stanno cadendo sopra l’Iran. I civili muoiono, centinaia di loro erano bambine/i. Più di un milione di persone sono state sfollate. Internet è bloccato dal 28 febbraio. La guerra ormai si è estesa in tutta la regione. Vogliamo dire qualcosa che i mezzi di comunicazione silenziano. Non siamo in lutto per la repubblica islamica. Abbiamo lottato contro di essa da tutta la vita. Ha torturato i nostri compagni e compagne. Ha imprigionato le nostre sorelle. Ha massacrato la nostra gente per quarantasette anni. Ma le bombe imperialiste non sono la nostra liberazione. Lo stesso Trump l’ha detto. Non sta lottando per la democrazia. Non sta lottando per le donne iraniane. Lotta per gli interessi strategici statunitensi, per distruggere lo schieramento militare e controllare la regione. Washington non bombarda per la libertà. Basterebbe chiederlo alla gente in Iraq. O la gente in Afghanistan. Mentre le bombe fuori cadono, la repubblica islamica crea una guerra interna. Chi manifesta viene giustiziato. I prigionieri politici son detenuti senza accesso al cibo. I nostri compagni e compagne vengono fatte sparire. La gente in Iran si trova intrappolata tra due forme di violenza. Una porta il turbante. L’altra, giacca e cravatta. A coloro che durante la diaspora sventolano la bandiera dello Shah, vogliamo dire con tutta chiarezza: non siamo sopravvissuti durante questi 47 anni di dittatura per consegnare la nostra terra al figlio dell’altro dittatore. La corona e il turbante sono due facce della stessa medaglia. E rifiutiamo questa medaglia. Quello che vogliamo è semplice. Vogliamo una società dal basso. Senza re. Senza mullah, senza scià. Vogliamo l’organizzazione del lavoro nelle mani di chi davvero ci lavora. Comunità autorganizzate e autogestite. Tutte le persone libere di decidere del proprio futuro. Spalla a spalla con la gente in Iran. Non con Washington, non con la repubblica islamica. Non con la corona. Con i popoli. Con la gente. Contro la guerra imperialista! No ai mullah! No allo scià!  
May 28, 2026
il Rovescio
La parola ad Alfredo!
Riceviamo e diffondiamo: PAROLA AD ALFREDO! Il 18 maggio al tribunale di Bologna si è svolta la seconda udienza contro 6 compagnx, imputatx per fatti specifici inerenti la mobilitazione del 2022-23 al fianco di Alfredo contro il 41-bis e l’ergastolo ostativo. In quest’udienza sono stati sentiti diversi testimoni e, tra loro, ha potuto prendere parola anche lo stesso Alfredo, in videoconferenza dal carcere di Bancali. La sue emozione, unita a quella della trentina di compagnx presenti in aula, è stata fin da subito palpabile. Alfredo ha esordito con queste parole In questo momento è emozionante stare qui, perché l’ultima volta che ho potuto vedere facce amiche è stata un anno e mezzo fa e all’epoca c’erano Sara e Sandrone che ora sono morti e non ho potuto dare loro la mia solidarietà perché qua dentro il mio isolamento è totale, ti proibiscono di esistere. Ha proseguito parlando delle motivazioni che nel 2022 , appena trasferito in 41-bis, l’hanno spinto ad intraprendere uno sciopero ad oltranza. Motivazioni che, come lui stesso ha ricordato, hanno trovato ampia diffusione nella mobilitazione internazionale che ha sostenuto la sua lotta. Ha evidenziato che, senza il sostegno ricevuto da fuori, sarebbe stato condannato all’ergastolo ostativo e che la sua lotta è stata mossa dalla necessità che la sua detenzione in 41 bis non creasse un precedente estendibile al movimento. A seguito di questo Alfredo ha raccontato il suo attuale stato di isolamento. Ha ribadito di essere sottoposto ad un blocco pressoché totale della posta che attualmente (a differenza del periodo antecedente la mobilitazione) vale anche per le notifiche della posta trattenuta. Non riceve corrispondenza da mesi, gli è stata recapitata di recente una lettera di dicembre 2025. Ha poi parlato dell’ormai risaputa impossibilità dell’accesso ai libri, sia tramite acquisto attraverso cataloghi che tramite la biblioteca centrale del carcere. Ha raccontato il paradosso del suo isolamento, avendo avuto notizia di larga parte delle mobilitazioni anarchiche degli ultimi anni attraverso il corposissimo fascicolo che motiva il suo rinnovo al 41-bis, definito dalle stesse guardie che gliel’hanno notificato “il più corposo della storia del 41-bis”. Come ulteriore elemento della sua carcerazione ha descritto un 41-bis che va allargandosi sempre più a persone prima non colpite da questo regime, in un progressivo abbassamento della soglia di accesso, citando l’esempio di un detenuto passato dall’AS al 41-bis perché trovato in possesso di un telefono cellulare. Quest’occasione ha consentito inoltre ad Alfredo di tratteggiare i passaggi della sua detenzione, dal carcere militare per l’obiezione totale alla leva, alle sezioni comuni, dalle sezioni di Alta Sicurezza di Ferrara e Terni, fino all’approdo in 41-bis, definito luogo di isolamento totale. Sicuramente lo sguardo di Alfredo non si è fermato alla sua personale esperienza e, anche questa volta, non ha perso occasione per condannare la brutalità del 41-bis tutto, ribadendo che per lui non c’è distinzione tra prigionieri all’interno di tale sistema di reclusione e annientamento. Ha raccontato l’orrore del reparto ospedaliero di 41-bis di Opera, dove sono detenute perlopiù persone molto anziane, parecchie affette da Alzheimer, in carrozzina o con diverse autonomie limitate, che non sanno manco più perché si trovano lì. Non ha potuto esimersi dall’esprimere, infine, una valutazione sul senso di questo regime, voluto originariamente per eliminare quei soggetti con cui lo Stato ha trattato e che ha dovuto mettere a tacere una volta rivelatisi inutili ai suoi sporchi giochi. A seguito della sua testimonianza si sono levati in aula inevitabili e calorosi saluti carichi di affetto che hanno fatto indispettire la giudice con il conseguente sgombero dell’aula. Anche all’inizio dell’udienza lx compagnx presentx sono riuscitx a salutare Alfredo che ha ricambiato con affetto, riuscendo così a rompere, seppur per una frazione di secondo, un isolamento tremendo. È stata un’emozione fortissima, condivisa da entrambi i lati di quel maledetto schermo. Siamo certi che l’occasione di oggi sia stata molto preziosa per Alfredo, ma ancor più per noi, che nelle sue parole e nella sua sempre presente ironia, abbiamo trovato ancora una volta una determinazione enorme, un odio per gli oppressori e un fortissimo amore per i suoi compagni, a partire dalle sue prime parole per Sara e Sandro. Ed è con il loro vivo ricordo che anche noi vogliamo concludere queste righe, per non dimenticare chi ha dato la propria vita per lottare per un mondo diverso. Con Sara e Sandro nel cuore. Affinché di ogni prigione non restino che macerie. Forza Alfredo! Alcunx compagnx di Bologna imputatx e solidali La prossima udienza del processo in questione sarà il 15 giugno alle ore 9. Verranno sentiti gli ultimi testimoni e probabilmente si avvierà la discussione.
May 20, 2026
il Rovescio
Continuiamo a parlare di Sara e Sandro. Discussione a Foligno domenica 5 luglio
Riceviamo e diffondiamo: Qui la chiamata in pdf: Continuiamo a parlare di Sara e Sandro Continuiamo a parlare di Sara e Sandro La morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, avvenuta la notte tra il 19 e il 20 marzo a Roma a seguito dell’esplosione e del crollo di un casolare nel Parco degli Acquedotti, ha aperto una ferita che non vuole essere rimarginata. La reazione spontanea del movimento anarchico in Italia e nel mondo è stata in larghissima parte dignitosa, coerentemente con il percorso di vita di due rivoluzionari caduti combattendo. È mancato però fin’ora un vero e proprio momento di confronto. Non è un fatto di cui ci rammarichiamo, anzi pensiamo che i tempi dilatati siano in qualche modo necessari di fronte alla natura di questo evento. Sono inevitabilmente i tempi lunghi del dolore, ma sono anche i tempi lunghi della comprensione materiale dei fatti. Non crediamo che la postura da prendere nei confronti di questa tragedia debba essere quella di una lotta specifica, con le urgenze e le contingenze e l’ansia di fare qualcosa di “pratico” che una lotta specifica impone. Certamente una vicenda del genere ha avuto come corollario anche il manifestarsi di una serie di momenti di lotta: il tentativo di sabotare con ogni misero stratagemma la partecipazione ai funerali, il fermo preventivo di 91 anarchici nel tentativo di depositare dei fiori nei presi del luogo dell’incidente la mattina del 29 marzo, la macchina del fango mediatica contro la pasquetta in Valnerina in ricordo di Sara. Tutti momenti che se sono diventati di lotta lo sono diventati a causa dell’atteggiamento dello Stato e dei suoi servi, nei diversi posti di combattimento allocati (nelle questure e nelle redazioni, nei ministeri e nei tribunali), un atteggiamento teso a voler stendere una coltre di silenzio e di emarginazione morale sui nostri compagni. Si pensi su tutti alla rivendicazione politica del presidente del consiglio Giorgia Meloni del fermo preventivo dei 91 anarchici, prima applicazione assoluta di questo dispositivo introdotto nell’ultimo “pacchetto sicurezza”. Al netto di questi episodi di lotta, tanto più necessari in quanto era di primaria importanza respingere al mittente il monito da parte dello Stato teso a isolare socialmente e moralmente i due compagni caduti, non intendiamo la questione essenziale della memoria di Sara e Sandro come una vicenda da subordinare alle urgenze di una rivendicazione specifica, ma come un’eredità e un patrimonio da conservare negli anni e nei decenni, da portare esso stesso nelle lotte, in ogni lotta specifica. Pensiamo che passati alcuni mesi da questo evento possa essere convocato un primo momento di confronto globale sui fatti. Un confronto che dovrebbe prendersi il tempo necessario per riflettere su almeno tre grandi ambiti. In primo luogo, l’aspetto tecnico. Dovrebbe infatti essere prevista entro due mesi la scadenza dei tempi per il deposito dei risultati delle autopsie, così come potrebbero cominciare a essere depositate le informative di sbirri e magistrati su come a loro parere si sarebbero svolti i fatti. Dire che non abbiamo alcuna fiducia nel lavoro dei professionisti della repressione sarebbe un eufemismo, in quanto il nostro atteggiamento nei loro confronti è di aperta ostilità. Nondimeno, nelle condizioni date, con lo Stato che detiene il monopolio della scienza, della ricerca, della stessa disponibilità fisica dei corpi e del luogo dell’esplosione, le risultanze delle loro sgradite ricerche assumono il valore di materiale “oggettivo”. Un compito importante sarà allora quello di decostruire questo materiale, cercando di capire se c’è qualcosa che non torna, qualcosa da denunciare, qualcosa su cui fare controinformazione e controinchiesta. In secondo luogo, vorremmo aprire una discussione di tipo etico-politico sulla vicenda. Una discussione che per la verità è iniziata immediatamente dopo i fatti, grazie ai tantissimi comunicati che hanno rivendicato con fierezza la fratellanza e la complicità con Sara e con Sandro, che si è tenuta nelle assemblee improvvisate a poche ore dalla diffusione della notizia della loro morte, che è proseguita ai margini delle manifestazioni che ci sono state, negli interventi nei pressi dei cimiteri, come pure all’interno delle celle di sicurezza della questura di Roma. Vuoi perché alienata dalla diffusione virtuale, vuoi perché dispersa nei rivoli delle diverse iniziative, vuoi soprattutto per mancanza, del tutto naturale, di lucidità a seguito di una tragedia che per molte settimane ha sconvolto ogni nostro pensiero, è mancato un momento di discussione orizzontale e globale, convocato con sufficiente preavviso affinché i compagni potessero organizzarsi per essere presenti e che potessero arrivarci con dei ragionamenti che nel frattempo si sono sedimentati. Da ultimo vorremmo affrontare una discussione sulle questioni pratiche e organizzative da mettere in campo per continuare a far vivere Sara e Sandro nei nostri percorsi. Dalle manifestazioni pubbliche, alle iniziative di tipo editoriale, dalla dedica di spazi a loro nome alla postura da tenere nei processi in cui questi compagni erano nostri coimputati, e altro ancora che dovesse emergere nel corso della discussione. PER CONTINUARE A PARLARE DI SARA E SANDRO. PERCHÉ NIENTE SIA STATO VANO. PERCHÉ QUELLA FIACCOLA È ANCORA ACCESA. CI VEDIAMO DOMENICA 5 LUGLIO DALLE ORE 10:30 AL CIRCOLO ANARCHICO “LA FAGLIA” IN VIA MONTE BIANCO 23, FOLIGNO. IN CASO DI CALDO ECCESSIVO O SE GLI SPAZI FOSSERO INSUFFICIENTI CI SPOSTEREMO NEI VICINI GIARDINI PUBBLICI
May 14, 2026
il Rovescio
“Raìces y radicalidad”: nuova chiamata internazionale alla poesia da Juan Sorroche e Miguel Peralta
Riceviamo e diffondiamo: Diffondiamo questa nuova chiamata alla poesia, haiku senza haiku e versi liberi e scatenati, nata come continuazione del progetto “Haiku senza haiku” del 2023. La nuova raccolta prendera’ il nome di “Raices y radicalidad”, ed e’ stata lanciata dai compagni Juan Sorroche, detenuto nel carcere di Terni (nel territorio chiamato Italia) e Miguel Peralta, che in qualche parte del mondo in questo momento sfugge alla persecuzione dello “stato messicano”. Raices y radicalidad aspira a creare uno spazio d’incontro, convergenza ed espressione per le persone che “affrontano, resistono e lottano contro il potere ogni giorno” in diverse latitudini. Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti, parole a questo nuovo progetto. Diamo il benvenuto a contributi in qualsiasi idioma, lingue originarie che resistono e fioriscono nonostante l’imposizione delle lingue coloniali, così come ad ogni modalità di espressione libera. Questa e’una chiamata per non smettere di sognare, immaginare e realizzare infiniti mondi nuovi! Qui l’indirizzo email: raicesyradicalidad@canaglie.net
May 14, 2026
il Rovescio
Torino, venerdì 22 maggio: TAZ CONTRO LA GUERRA vol.2_Lockdown energetico o Blackout come occasione?
Riceviamo e diffondiamo: Già su https://gancio.cisti.org/event/taz-contro-la-guerra-vol2 TAGLIAMO LA CORRENTE ALLE RETI DELLA GUERRA, ORGANIZZIAMOCI IN STRADA! Da dove arriva l’energia che alimenta la macchina urbana e quale legame ha con la guerra? Negli anni Settanta si è reso esplicito il nesso tra guerra e energia come ambito strategico del tecno-capitalismo. Dalla “sicurezza energetica” alle misure di austerità sociale, l’energia e la sua gestione entrano stabilmente nell’orizzonte della sicurezza nazionale e del controllo dei comportamenti. Oggi come allora, da Nord Stream, al blocco di Hormuz, ai contatori digitali, la guerra non è solo al fronte: è nelle case e nella città che si fa smart, dove il controllo passa sempre più dalla stessa infrastruttura tecnica che governa la circolazione dei “flussi”. Città dei varchi, delle soglie, delle frontiere interne, fatta di algoritmi, checkpoint, polizia. Si fa strada il concetto di “lockdown energetico”, in una continuità inquietante con l’esperienza del lockdown pandemico. Vengono descritti scenari in cui l’energia non sarebbe più sufficiente a garantire la continuità della vita sociale, rendendo inevitabili – ma solo per per qualcuno! – razionamento, riduzione dei consumi, limitazione della mobilità, secondo la solita retorica della necessità e della catastrofe naturale che cancella le cause sociali e presenta ogni scelta come inevitabile. In altri termini, una possibile di riorganizzazione coercitiva della vita ridotta a flusso da parte dello stato e dei racket che governano la riproduzione materiale di questo mondo, con effetti che si scaricano in modo diseguale sulle condizioni di vita delle classi popolari. La possibilità di lockdown energetico tiene insieme guerra esterna e guerra interna: la competizione mondiale per il controllo dell’energia si riflette direttamente nella gestione interna della scarsità indotta, nella selezione delle priorità di circolazione e nella distribuzione differenziale e coercitiva del peso e dei costi della guerra. Smart working e didattica a distanza, austerità energetica governata da contatori digitali, teleriscaldamento, ZTL, checkpoint, QR code e telecamere che decidono chi può muoversi e chi deve restare confinato, al buio o al freddo: chi ha un’auto a benzina, chi vive in un palazzo vecchio e non efficiente, chi è uno studente o un lavoratore “non essenziale”. Intanto, i data center, le fabbriche della guerra e la loro logistica energivora devono continuare a girare in regime di continuità assoluta, difesi militarmente, perché la loro interruzione coinciderebbe con un collasso del sistema. LA “SCARSITÀ” NON È UNIFORME. QUALE PARTE DELLA SOCIETÀ DEVE “RISPARMIARE” ENERGIA, E QUALE INVECE È AUTORIZZATA A DIVORARLA SENZA LIMITI? MA SOPRATTUTTO: ENERGIA PER PRODURRE E CONSUMARE COSA? PER QUALE SOCIETÀ? PER QUALE VITA? Per non farci trovare ancora una volta impreparati. Per iniziare a discutere di come organizzarci contro il prossimo lockdown. Per riattivare il rimosso di quella guerra contro la popolazione chiamata green pass. Come l’anno scorso più dell’anno scorso… TAZ CONTRO LA GUERRA VOL.2 22 MAGGIO, GIARDINI REALI × IN CASO DI PIOGGIA PARCO DORA ×   🔥BENEFIT LOTTA CONTRO LA GUERRA & OP. IPOGEO🔥 🧨DALLE 17🧨 + PANINI + BAR + DISTRO + LABORATORIO DI PRODUZIONE DI COLLA PER ATTACCHINAGGIO STAMPE CONTRO LA GUERRA CON GRAFICATTAC Porta pennellessa e secchiello! 💡ALLE 18:30 DISCUSSIONE APERTA💡 LOCKDOWN ENERGETICO O BLACKOUT COME OPPORTUNITÀ? DA NORD STREAM E HORMUZ A TORINO: CHI DECIDE COSA RESTA ACCESO E CHI PUÒ CIRCOLARE? CON: TORINO DISERTA STEFANO CAPELLO (CUB) CIBELE (RBO) ALCUNI EX NOGREENPASS DI ROMA 🪇DALLE 21 MUSICA LIVE🪇 BUDA RAKSHAZA MOMPANTRONICS …& ALTRI A SEGUIRE DJ-SET ❤️‍🔥NON FARTELA RACCONTARE❤️‍🔥
May 12, 2026
il Rovescio
Lecce, 6 maggio: Compagno perquisito e arrestato per “terrorismo della parola” [aggiornamento: il compagno è stato liberato]
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/08/perquisizione-e-arresto-a-lecce-6-maggio-2026/ Perquisizione e arresto a Lecce (6 maggio 2026) Nella mattina del 6 maggio un compagno di Lecce è stato perquisito per delle scritte avvenute in città a gennaio scorso. Nove poliziotti si sono presentati a casa del compagno e della sua famiglia alla ricerca di bombolette spray. Il ritrovamento di un libretto però ha fatto sì che il compagno venisse denunciato e condotto in carcere verosimilmente per quanto previsto dall’art. 1 del decreto sicurezza 2025 che ha introdotto l’art. 270 quinquies del codice penale che punisce chi detiene materiale con istruzioni contenenti anche tecniche di sabotaggio. Entro cinque giorni si terrà l’interrogatorio di garanzia. Seguiranno aggiornamenti [Ricevuto via e-mail | Pubblicato in https://disordine.noblogs.org/post/2026/05/07/perquisizione-e-arresto-a-lecce/ | Ripubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/08/perquisizione-e-arresto-a-lecce-6-maggio-2026/]   Aggiornamento: riprendiamo da https://disordine.noblogs.org/ (10 maggio 2026) LIBERO! A seguito dell’interrogatorio di garanzia, il compagno arrestato il 6 maggio è stato liberato completamente. La canea mediatica e lo spauracchio securitario non sono stati questa volta sufficienti alla repressione del dissenso. Seguiranno a breve delle riflessioni più approfondite su questa vicenda tanto assurda quanto segno dei tempi che si vivono. Per il momento gioiamo di averlo riabbracciato presto.
May 10, 2026
il Rovescio
“Guerriglia, sì!” Parole di un compagno a seguito di un avviso orale
Riceviamo e volentieri diffondiamo questo testo appassionato e ricco di spunti, che costringe a riflettere sui limiti della nostra (in)azione nell’epoca in cui “l’uomo [è giunto] ai limiti della propria inesistenza”. Il titolo, assente nel testo inviato, è nostro.  Qui in pdf: guerriglia sì «È certo vero che l’organizzazione dell’esistente si sta sgretolando, vacilla, non è più in grado di autoalimentarsi e conservarsi. Non è però detto che questa debolezza renda a noi il compito più facile: intanto perché spinge gli umani iper-domesticati a cercare un sovrappiù di sicurezza, rifugiandosi nel poco che resta del vecchio ordine. Poi, perché il decadimento in corso ha indebolito anche le nostre forze, la nostra capacità di resistenza. Non si può stare a lungo esposti a un ambiente artefatto e avvelenato, restando saldi e lucidi nei propri propositi, e in forze.» Queste parole di Piero Coppo, da Critica radicale e rivoluzione, mi aiutano a chiarire a me stesso almeno una parte delle ragioni per cui non sono riuscito finora a scrivere niente – pur ripromettendomi, mentendomi, di farlo ogni giorno dal 2 di aprile: quando cioè mi è stato notificato (anche per iscritto) l’avviso orale del questore di Messina. Rilevato che annovero “plurimi precedenti di polizia per delitti contro l’ordine pubblico”, per “reati contro la P. A., il patrimonio e l’amministrazione della giustizia”, e ritenuto che sarei “dedito a condotte di particolare allarme sociale”, nonché “alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza, la sanità e la tranquillità pubblica”, ci sarebbe da “porre un freno, con urgenza,” alla mia “condotta illecita”; ove persistessi nei miei “comportamenti antigiuridici nonostante il presente avviso”, potrò essere proposto per l’applicazione delle “più gravi misure di prevenzione”. Vengo tuttavia informato di avere la facoltà di chiedere in qualsiasi momento la revoca del presente provvedimento se dimostro che la mia condotta è mutata. Su questo, sin dal primo istante, qualcosa dentro di me scalpitava per urlare al più presto e con la maggiore nettezza possibile che non c’è niente di niente di niente – di quello di cui sono accusato personalmente, ma anche di tutto ciò di cui sono accusate le anarchiche e gli insorti di ogni latitudine – che potrei mai rinnegare senza recidere le radici e gli attaccamenti che mi tengono in vita. Se c’è qualcosa di cui sono irrevocabilmente grato a ciò di cui ho fatto esperienza nei momenti di lotta e negli attimi di festa, nell’estasi del loro intrecciarsi nelle situazioni sovversive cui talvolta, in modo intermittente, sappiamo dar vita, è l’aver sentito un mondo nuovo crescere dentro di me, nel mio e negli altri cuori ardenti: e mentre il ticchettìo della guerra bussa a ritmo sempre più marziale alle nostre porte e alle nostre tempie, nascondendosi sotto mille forme ma col manganello e i gas urticanti sempre a portata di mano e il carcere sempre all’orizzonte di chi provi a (fare ciò che bisogna fare, cioè) disertare e sabotare, respingere le intimidazioni psicologiche della repressione, riflettere a voce alta sui suoi codici, mi sembrava un’urgenza a cui aveva senso dare forma. Eppure sono rimasto per quasi un mese incapace di riuscirci, paralizzato forse da un certo timbro d’accidia che a volte prende il sopravvento dentro di me, ma anche dalla coscienza che troppo grande e non colmabile dalle parole è lo scarto tra ciò che accade ogni giorno e ciò di cui ci sarebbe bisogno per invertire la rotta, esitante ad esortare verso ciò che io stesso esito a saper fare: penso alle pratiche messe in campo negli scorsi anni da Palestine Action, a quanto sarebbe bello e generativo apprestarsi all’opera di demolizione urgente della base militare di Sigonella e del Muos di Niscemi, (necessariamente scontrandosi con i salariati dell’industria dello sterminio), a quanto invece non mi sembrino adeguati sit-in e cortei il cui andamento sia in tutto e per tutto nel solco delle disposizioni emanate da questura e prefettura. Ma penso pure ai bagliori di rispecchiamento esperiti anche solo per un istante, anche con gente sconosciuta, negli scorsi mesi di manifestazioni contro il genocidio a Gaza, penso a quanto non tutta la fibra psichica del mondo si pieghi al tallone di ferro silicio e cemento armato che ci schiaccia, penso al carnevale no-ponte, al corteo di Catania contro il ddl sicurezza per il quale due compagnx sono in carcere da mesi e mesi in custodia cautelare essendo imputatx insieme ad altrx per devastazione e saccheggio (Luigi anche per “rapina”, aggravata dall’accusa di aver sottratto – novello “monello” chapliniano – una paletta a un vigile urbano che si è poi fatto dare cinque giorni di prognosi): e sento che zitto, in faccia all’avviso del questore, non voglio e non posso stare. Intanto mi chiedo: quale sarebbe “l’ingiusto profitto” ottenuto con quella paletta? L’aver messo in discussione per qualche attimo l’ordine simbolico del nostro mondo? Il comune di Catania, che ha da poco demolito con le ruspe la palestra Lupo affinché dei luoghi di aggregazione e discussione fuori dai circuiti mercantili non restino che parcheggi, vuole passare per “parte lesa”, laddove nessun privato si è costituito parte civile per i danneggiamenti? Spieghi dunque in cosa sarebbe consistito il “saccheggio”, dal momento che chi manifestava è tornatx a casa con perquisizioni, fogli di via, denunce e custodie cautelari pesantissime – ma a quanto risulta senza rolex, borse Gucci, scarpe Prada o generi di prima necessità, che pure sarebbe sensato, nel bel mezzo di un’orda devastante e saccheggiatrice, voler espropriare. Non dico che non sarebbe stato bello (avoja), ma è un fatto che non sia successo. Ed è un fatto con la testa durissima che il ddl sicurezza si accanisce specificamente nel voler stroncare le rivolte carcerarie, che pure continuano ad accadere – imperterrite seppure isolate e duramente represse: anche a piazza Lanza, lì dove proprio pochi mesi prima del corteo un detenuto trentunenne aveva tentato il suicidio. Quando ho visto le immagini della polizia in fuga davanti alla rabbia esplosa là davanti, e uno striscione immenso su cui c’era scritto “solidali coi popoli in rivolta; l’unico infiltrato è lo Stato”, il mio cuore è esploso di gioia. Per quegli istanti di lotta in sé, ma anche per ciò che possono seminare nonostante e tanto più si cerchi di seppellirli sotto una coltre di distorsioni interpretative (la solita tiritera del virus illegalista che infetta il corpo sano delle manifestazioni “pacifiche”) e la minaccia o l’effettività della galera. “Chi trova mollo zappa fondo”: per questo quella determinazione di un corteo che ha saputo arrivare momentaneamente illeso al suo scioglimento, senza subire cariche, mi era sembrata e continua a sembrarmi una bella notizia: nonostante temessi la vendetta di chi tiene le redini del dominio e non vuole vederle vacillare, temevo e temo di più che la critica a provvedimenti così gravi resti perimetrata all’ambito, forse necessario ma certo angusto, della verbalizzazione inerte. Per il resto voglio essere molto chiaro: finché esisterà la violenza organizzata, strutturale, oppressiva, degli eserciti e dei confini, ribellarsi all’ordine costituito, non lasciare campo libero ai suoi sicari, è giusto. Finché si morirà di sfruttamento nei luoghi di lavoro e di tortura nei luoghi di detenzione, finché esisteranno sguardi di disconoscimento e di scherno contro i corpi in tensione verso la libertà di incamminarsi fuori dai binari imposti, finché esisteranno i mattatoi e la macellazione industriale, praticare il pensiero critico e l’azione diretta, non lasciar atrofizzare la nostra capacità di sentire, è necessario. Finché la logica cancerogena del profitto, il treno del progresso e la fantasmagoria della merce avveleneranno la terra e il nostro vissuto quotidiano, “tirare il freno d’emergenza” con un’attitudine insurrezionale mi sembra fondamentale. Finché qualcuno pretenderà di brevettare i semi, e di determinare in laboratorio e a Piazza Affari il destino del vivente, danneggiare e distruggere i campi coltivati a ogm può essere definito un gesto di “violenza insensata” solo da chi non si accorge di quanta insensata violenza si annidi per davvero nel lasciar fare ai padroni del vapore. Io ho chiaro da che parte stare. Penso, sento con tutto me stesso, che sia giusto provare con audacia e coraggio a invertire il verso della paura. E augurarsi, e fare in modo, che a provarla smettano di essere il vecchietto quando suona il campanello e sa che si tratta dell’ufficiale giudiziario col suo talvolta letale avviso di sfratto, o la sua dirimpettaia che non sa se riuscirà a mettere insieme i soldi per curarsi da un tumore. La società astrattamente intesa, la “onorata società” il cui involucro è lo Stato, e nel cui nome si esprimono ministri, giudici e questori, considera pericolose le pratiche e le idee anarchiche: ma chiediamoci, pericolose per chi? Forse per chi dopo ore e ore di attesa al pronto soccorso, talvolta in condizioni pessime, o per chi dopo aver visto distrutta la propria abitazione da un’alluvione, abbia poi da sentire le frasi di un politicante come Nino Germanà sul fatto che il ponte serve alla gente siciliana molto più di investimenti per la messa in sicurezza di case scuole e ospedali? Forse per l’abitante di un territorio nel quale non è più possibile alcuna economia di sussistenza dopo che una grande impresa multinazionale (magari la stessa che ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto) ha inondato 8000 ettari di terreni agricoli per costruire una diga? O l’autista di un’ambulanza libanese sotto le bombe sganciate dalle nostre democrazie, o una bambina e un guerrigliero palestinese sotto tiro dei cecchini dell’Idf? Che cosa penserà, dello spauracchio anarchico, un piccolo spacciatore di San Berillo o Rogoredo taglieggiato dalla grande criminalità, spesso in divisa? Chi ha ucciso le maestre e gli alunni di quella scuola iraniana? È stata forse rasa al suolo da missili anarchici? O da armi progettate da valenti ingegneri formatisi nelle migliori università, e realizzate con accurata precisione da lavoratori resi insensibili, dall’aria del tempo e dall’educazione ricevuta, ad ogni scrupolo etico riguardo la finalità dei propri “prodotti”? Pensiamo a delle persone migranti braccate alle frontiere dalla tenaglia di due polizie, e poi “amministrativamente” recluse per il colore della loro pelle o per non avere abbastanza denaro: chi è per loro “il pericolo”? Quando dico “che la paura cambi campo”, so di dare adito all’accusa poliziesca di essere un terrorista, uno che si augura di far paura. Ma sono nato e cresciuto in un paese la cui storia è intessuta di vere e proprie stragi – nelle quali sono rimaste uccise e dolorosamente coinvolte tantissime persone. Il questore di Milano che garantiva a Bruno Vespa che a sua volta la garantiva ai telespettatori la consistenza delle prove contro Valpreda e Pinelli era lo stesso che si occupava, su nomina di Mussolini, di gestire il confino degli antifascisti. Per fortuna non se la bevvero in molte e molti – e una riscossa collettiva aiutò a smascherare molte menzogne ordite dall’alto. Cosa succederebbe oggi? Oggi succede intanto che Gasparri, cresciuto nella sua cameretta da giovane camerata col poster di Almirante – firmatario del Manifesto della razza che diede il via al rastrellamento degli ebrei – si permetta di legiferare affinché si incrimini come antisemita chiunque critichi radicalmente lo stato d’Israele. E che la polizia scorti i fascisti a onorare la memoria di Mussolini e porti in questura per dieci ore 91 persone in quanto anarchiche o amiche di Sara e Sandro, la cui colpa indifendibile sarebbe il crollo sotto l’urto della propria inconciliabilità con questo mondo immondo. Io sono di un altro avviso, di un’altra razza, di un’altra scuola: se la compagna e il compagno che sono morti a Roma stavano davvero fabbricando un ordigno artigianale, non ne avrebbero certo fatto l’uso che ne hanno fatto i servizi segreti a portella della Ginestra, a Piazza Fontana, a Brescia, alla stazione di Bologna, a via dei Georgofili. È storia risaputa e conclamata da risultanze inoppugnabili: in Italia c’è stato uno scontro all’interno dei servizi segreti, tra l’ala spiritosamente definita deviata, che aiutava i fascisti a mettere le bombe allo scopo di destabilizzare il sistema per favorire un colpo di stato militare, e quella saldamente fedele all’ordine repubblicano – che le bombe invece le metteva o le commissionava allo scopo di stabilizzare il potere della democrazia cristiana. E con questa storia e questa consapevolezza alle spalle, con dinanzi un governo come quello in carica che senza alcuna remora ha reso definitivamente non più perseguibile chi da agente segreto compia reati nell’esercizio delle sue funzioni, dovrei forse io vergognarmi di desiderare che invece di noi comuni mortali possano essere finalmente i potenti e i loro sgherri ad aver paura di perdere i propri privilegi, e a fare esperienza di cosa vuol dire sentir franare il terreno sotto i propri piedi? Chi si è arricchito con la produzione e il traffico d’armi, chi rideva dopo il terremoto a L’Aquila pregustando gli enormi guadagni garantiti dalla ricostruzione, chi li ha aiutati tramite gli strumenti della politica e l’uso dei media, chi legittima il monopolio della violenza in quelle mani lì, non è giusto dorma sonni tranquilli – non dopo aver fatto vivere in un incubo la popolazione di Gaza, non dopo aver costruito mine antiuomo a forma di giocattolo, non dopo aver fatto desiderare a dei bambini di morire interi e non a brandelli come hanno visto succedere ai loro amici. Per questo, visto che buona parte della mia condotta sotto accusa riguarda queste questioni, non considero possibile neppure mezzo millimetro di ravvedimento – e sento anzi forte l’esigenza di un ulteriore rilancio, la cui intensità e il cui furore sono mitigati al momento solo dalla mia percezione di rischiare inciampi retorici cui non saprò dare – come mi è già successo nella vita – l’adeguato seguito pratico. Il fatto è che vorrei tanto essere pericoloso nei confronti dell’ordine esistente: e in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa! Ma non voglio, nello sforzo sincero di rintuzzare le parole del potere costituito, dire parole non veritiere: e se è incrollabile la mia fiducia che tanti altri mondi sono e restano possibili, e che tante persone – alla faccia degli ayatollah della mega-macchina capitalistica – ne fanno davvero esperienza in modo molteplice, non potrei d’altronde illudermi di essere riuscito minimamente a mettere in crisi l’allestimento quotidiano del sistema di apparenze che ci imprigiona. Non considerando il green pass un provvedimento sanitario, non credo di aver messo in pericolo la sanità pubblica scegliendo di non averlo e anzi provando a battermi contro la sua applicazione. Webuild che ha sversato arsenico molto probabilmente fin nelle falde acquifere, da Nizza a Contesse, può dire la stessa cosa? E chi dice di battersi contro questi soprusi compiuti dalle grandi imprese, eppure ne vede la trionfante arroganza quotidianamente, come può stracciarsi le vesti per delle scritte sui muri e dei sacrosanti tafferugli con la polizia? “Not in my name”, ha scritto il coordinamento no ponte – composto da partiti, sindacati e associazioni, per fortuna non dal resto del movimento – qualche ora dopo il carnevale no-ponte. Lo slogan con cui due decenni fa si diceva al potere di non fare la guerra in nostro nome ritorto contro chi al potere si ribella alzando l’asticella del conflitto possibile. A stampa polizia e magistratura si è data così in pasto sin da subito, e poi per giorni e mesi, una narrazione con la quale i buoni prendevano le distanze dai cattivi – che però salvo qualche locale e isolabile mela marcia venivano quasi tutti da fuori. Mi viene da vomitare e da piangere nello stesso tempo, mentre ne scrivo: ma ci tengo a spiegare perché per me è davvero il minimo indispensabile per potermi guardare allo specchio, stare fuori dal tribunale a volantinare e gridare in solidarietà con chi è cadutx nelle maglie della repressione per aver lottato per tuttx. E farlo, per quanto mi riguarda, senza chiedere alcun permesso o dare alcuna comunicazione a lorsignori, che tra l’altro hanno deciso che il processo in tribunale fosse a porte chiuse, impedendomi di assistere laddove avessi voluto. Quanto poi a tutte le stronzate sbirresche su organizzatori e partecipanti, leader e non so cos’altro, fatevene una ragione: l’etica anarchica non ha niente a che vedere con il modo in cui si organizzano gli stati e le mafie. Io non direi mai, e mai potrei avere per amico chi lo dicesse, la frase di cui si fa vanto l’arma dei carabinieri: usi a obbedir tacendo. Mi ispiro piuttosto allo statuto dei gabbiani, redatto da Horst Fantozzini, anarchico rapinatore di banche, nei cui articoli mi posso riconoscere. «1) I gabbiani sono nati per volare liberi. È l’amore e la gioia di vivere che determina il loro essere sovversivi. 2) Con il loro comportamento essi insegnano a volare agli altri uccelli, senza la presunzione d’essere l’avanguardia di chicchessia. 3) Essi si cercano e si trovano in base alle affinità comuni e non accettano regole all’infuori delle proprie passioni, dei propri desideri e del loro piacere di vivere e di volare insieme. Su questa base si uniscono in piccoli stormi d’affinità, federati tra di loro, per vivere e volare insieme e per lottare contro tutto quanto umilia il senso della vita e della libertà. 4) I gabbiani praticano il mutuo appoggio e quindi s’impegnano ad aprire e rompere le gabbie dove sono rinchiusi i gabbiani e gli uccelli. 5) Con questo articolo si annullano i precedenti quattro ed eventuali futuri articoli, perché i gabbiani non riconoscono statuti, né leggi, né regolamenti, né forme programmate d’esistenza, all’infuori del loro piacere di volare liberi. Tutto il precostituito e il programmato non fa che limitare e umiliare la vita.» Ah quanto è felicemente diverso, questo lessico, da quello delle carte della questura. Che invece, qualche anno fa, chiedendo ai giudici che all’accusa di imbrattamento per un attacchinaggio anti-elettorale venisse aggiunta quella per istigazione a delinquere, si esprimeva così: «E’ innegabile che la diffusione capillare delle affissioni (..) rappresenterebbe comunque, a parere dell’Ufficio scrivente, un idoneo prodromo a generici atti di violenza, ben potendo costituire la precipua attività di sollecitazione, di incitamento, di persuasione, uno stimolo capace di far sorgere nei destinatari una risoluzione criminosa prima inesistente, oppure a rafforzarne una preesistente. Tali condotte, alimentate diuturnamente da frequenti input inneggianti alla violenza e oltremodo dilatate da piattaforme mediatiche agilmente fruibili da chiunque, potrebbero rappresentare, infatti, un concreto pericolo di coinvolgimento per tutte quelle frange deboli, deluse dalla politica e tendenzialmente esasperate dall’attuale congiuntura economica.» Era il 2018, e dal momento che la congiuntura economica odierna è decisamente più esasperante, le voci dissonanti vanno zittite ancor di più: per stessa ammissione della digos, il rischio da scongiurare in ogni modo è che la gente delusa dalla politica e inquieta per la propria vita decida di ribellarsi. E questa propaganda anarchica che dice “non votare, auto-organizzati, lotta”, “il dolore può diventare coscienza, la coscienza può farsi azione”, non deve circolare liberamente. Da qui accuse esorbitanti, talvolta ritenute tali persino da giudici non certo magnanimi con chi non ne riconosce l’autorità morale, e li considera anzi un perno a garanzia dei rapporti sociali dominanti. Di fronte a queste accuse, mi succede a volte di sentire i miei passi tallonati dai custodi dell’ordine dominante, e di avvertire la cappa del militarismo piuttosto materialmente: ma le mie vicende mi risultano ben poca cosa, se raffrontate a tutto il resto. Per militarismo, ci tengo a chiarirlo, non intendo soltanto le spese esorbitanti per il riarmo, o la repressione del dissenso interno, contro cui pure bisogna senz’altro battersi con tutti i mezzi a propria disposizione. Mi riferisco piuttosto a un fenomeno molto più pervasivo, che forgia i rapporti sociali nel segno della gerarchia e dell’obbedienza, invade le scuole e le università con l’obiettivo di farne per metà aziende e per metà caserme (rinnovando la storica alleanza tra management e nazismo), diffonde la pedagogia dell’umiliazione dal pulpito del ministero dell’istruzione e da quello dei talent show alla masterchef – fino a diventare un fatto sociale totale. Se poi si pensa alla carriera di Violante e di Minniti, ai loro ruoli cruciali nella politica parlamentare prima (di “sinistra”! e davvero mi vengono i brividi all’idea che da adolescente per un pelo mi sono salvato dall’avere a che fare con le strutture partitiche e sindacali che hanno garantito l’ascesa di questi schifi della terra, la cui mission è stata in questi anni la diffusione e la promozione dei valori di un’azienda come Leonardo all’interno del tessuto sociale – e non posso che ringraziare tutte le persone e le esperienze che mi hanno fatto incamminare sulla ‘cattiva strada’) e nell’industria degli armamenti poi (o viceversa, se si pensa a Crosetto), la saldatura tra i diversi establishment si rivela del tutto blindata; e se a questo si aggiunge che gran parte dei concorsi di polizia è riservata a chi ha già intrapreso la strada dell’esercito professionale, con tutti gli addestramenti del caso ad essere torturati per imparare a torturare, il quadro che si delinea è davvero pericoloso. E credo riguardi pressoché tuttx. Si è potuto glissare a lungo, dalla prima guerra del Golfo, su cosa comportasse la neo-lingua coloniale secondo cui ogni guerra sarebbe stata da quel momento un’operazione di polizia internazionale. (Certo non hanno potuto glissare, o interrogarsi sulla crisi del diritto internazionale, la popolazione di Belgrado, quella afghana, quella irachena su cui sono piovute bombe al fosforo bianco.) Ma non credo convenga glissare ancora su cosa comporti il fatto che, specularmente, le operazioni di polizia interna sono sempre più appaltate a un personale equipaggiato come i militari, e quel che è peggio psicologicamente addestrato alle regole d’ingaggio della guerra – che prevedono la disumanizzazione del nemico e un violento dressage per smettere di provare empatia. Che ci sia un nesso tra episodi come quello del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in cui i secondini sono stati ripresi (pensando che le telecamere fossero state disattivate) mentre infierivano persino su un detenuto in carrozzina, e questo tipo di pedagogia militarista che innerva sempre più ambiti, lo riconoscono tanto la sociologia migliore (penso ai preziosissimi lavori, anche auto-etnografici, di Charlie Barnao) quanto i peggiori comunicati dei sindacati della polizia penitenziaria – in uno dei quali veniva posta schiettamente questa questione: se sono ormai centinaia gli agenti sotto processo per aver ecceduto nell’uso della forza, appare chiaro che la teoria delle mele marce non regge al minimo esame di realtà. Quindi concludevano: basta dunque processarci, riconosciate una buona volta che il mandato che riceviamo è quello di stroncare ogni rivolta e sopire anche con le cattive ogni dissenso, e dateci carta bianca e guarentigie legali. Come dice Salvini: non vorrete mica che polizia e carabinieri offrano il cappuccino ai criminali. Delmastro – quello tutto law, order & camorra – ha proposto un encomio per gli agenti della penitenziaria di cui parlavo prima, il governo Meloni ha messo uno dei più alti in grado coinvolti in quei fatti a capo di coloro che dovranno formare il nuovo personale delle guardie carcerarie – e col decreto Caivano prima e col ddl sicurezza poi ha dichiarato sempre più esplicitamente guerra alla popolazione detenuta. (Ma non sarebbe giusto omettere che c’era un governo di centrosinistra, all’epoca del Covid, del coprifuoco per chiunque e della pena di morte reiteratamente ripristinata nel carcere di Modena.) In questo scenario, maturano episodi che dovrebbero destare ulteriore allerta e gridare ancora più forte vendetta: penso alla condanna a 4 anni di reclusione inflitta ad Ahmad Salem per il fatto di essere palestinese ed aver cercato di regolarizzare la sua posizione in Italia mostrando in questura le foto dei suoi documenti sul cellulare, sul quale sono stati trovati video della resistenza palestinese al genocidio e un suo appello a fare di più per supportarla rivolto al mondo musulmano. Condannato per “istigazione a delinquere” e per quello che è stato definito “terrorismo della parola”. Penso anche ad Alfredo Cospito, alle torture quotidiane, bianche e invisibili, che lo Stato gli infligge da anni: l’ultima infamia è il rinnovo del 41 bis. Un regime detentivo che consente alla procura di negargli persino l’accesso alla possibilità di leggere e ascoltare musica – scrivendo che non è opportuno che “un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri e cd veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale.” Chiunque pensi si tratti di problemi relativi alla “galassia anarchica” e basta, e pensa che la cosa non lo riguardi, rischia di svegliarsi dentro un incubo da cui non è consentita sortita alcuna. Se anche fosse, comunque, personalmente mi volto già abbastanza spesso dall’altra parte – per paura di finire nelle grinfie del più gelido dei gelidi mostri – per pentirmi delle volte in cui sono riuscito a non farlo, e ho gridato e agito la mia rabbia e il mio rifiuto. Se ora sto scrivendo, è fondamentalmente per ribadire in piena coscienza questo rifiuto. In questo scenario, occorre dire di no – ciascunx come può e vuole. Si tratta di un nodo veramente cruciale. Mi vengono in mente le parole di Elvio Fachinelli e Franco Fortini – non proprio due anarco-insurrezionalisti come i nemici pubblici principali dell’intelligence italiana; le prime, del 1974, sotto forma di prosa, le altre, del 1967, in poesia (entrambi i testi non riportati integralmente). Uno fu pubblicato dalla rivista “L’erba voglio”, l’altra fu letta in piazza a Firenze nel corso di una manifestazione contro la guerra in Vietnam. Se si sostituisce palestinesi a vietnamiti, e Gaza ad Hanoi, credo travalichino gli argini del tempo per il quale sono state pensate, e parlino profeticamente alla nostra contemporaneità. «Non inganniamo noi stessi: i giovani che nelle settimane precedenti il Natale 1972 hanno tentato di assassinare il Vietnam (e che forse lo ritenteranno, appena gli giunga l’ordine) sono gli stessi che, anni fa, piombavano i vagoni degli ebrei, o gasavano i villaggi abissini, o radevano al suolo Guernica; sono gli stessi che occupavano Budapest e Praga. Sono gli stessi che, domani, partirebbero leggeri con le H. Gli stessi, anche, che su e giù per i treni italiani delle licenze di Natale, discutono pacificamente tra loro dei rispettivi vantaggi del T-47 e del Leopard, come si discute di modelli di automobili tra amici. Non sono belve assetate di sangue; o non lo sono nella stragrande maggioranza; sono giovani ‘normali’, ai quali nessuno ha insegnato, come compito primario, il rifiuto dell’obbedienza ai feticci. Questa è la tragedia. Nessuna reazione che non fosse di paura o – dopo l’insuccesso – di pentimento e recriminazione è venuta da coloro che sono stati chiamati a distruggere Hanoi. ‘Gli ordini non si discutono’, ‘Io ero una rotellina nell’ingranaggio’, ‘Come potevo disobbedire?’: interrogati, questi uomini rispondono come altri, in passato, già risposero. A. Eichmann, per esempio. Nessuno risponde come pure rispose Claude Eatherly, il pilota americano di Hiroshima: ‘io sono responsabile, e la società in cui vivo rifiuta di riconoscermi responsabile, perché dovrebbe riconoscere le sue responsabilità anche più grandi’. La sinistra ha quasi sempre pensato che questo problema fosse secondario, anziché il cuore di ogni politica. Ha lasciato che i fedeli esecutori marciassero agli ordini giunti da non si sa chi, per azioni che finiscono non si sa dove. Ha cancellato dal suo programma di lavoro il significato rivoluzionario dell’insubordinazione, della rottura pratica delle regole imposte; o se non l’ha cancellato, l’ha di fatto relegato al ‘ribellismo giovanile’; o l’ha seppellito allegramente underground. In questo modo, ha consegnato all’individualismo più gretto, al cinismo, alla disperazione latente, milioni di individui. Li ha consegnati disarmati a uomini come quel maggiore di stanza a Hue, che ha dichiarato ai giornalisti: ‘Bombardiamo finché non gli esca la merda dagli occhi, e poi partiamo’. Nello stesso tempo, ha dato in appalto un problema di tutti ai moralisti e agli psicologi, che l’hanno rapidamente trasformato in un problema di ‘colpa’ e ‘responsabilità’ individuale. Come una volta si concedeva il cielo ai teologi, ha concesso ai teologi dell’io il problema della soggezione e della ribellione al potere. [..] Di qui è venuto che la politica della sinistra è stata in buona parte alienata: il riferimento al Vietnam è servito da alibi per la nostra effettiva apatia; l’immagine pura del Vietnam ci ha permesso ogni sorta di marce, appelli, ordini del giorno, firme di protesta, fiaccolate di donne, veglie sul sagrato, unanimità estese fino al ‘Pontefice della Chiesa Romana’, per esprimerci con lo stile dell’ “Unità”, fino a coloro che, con le loro decisioni di ogni giorno, ogni giorno combattono il Vietnam; in breve, ci ha consentito di sentirci rivoluzionari e di non esserlo, qui, oggi, nell’immediato dell’agire quotidiano. E così facendo, come non abbiamo aiutato noi stessi, non abbiamo, inevitabilmente, aiutato il Vietnam.» Mi sono chiesto di che cosa si stia veramente parlando. E credo che ragione del nostro discorso non sia solo l’atteggiamento da consigliare a noi e agli altri per la guerra del Vietnam ma sia: l’uso della violenza. Oggi molti la violenza costringe a non parlare.  A poche ore di jet da questo luogo. Come sapete: ammazzando. E a pochi minuti da qui – ben distribuita fra storiche architetture e autostrade – un’altra violenza troppi più altri obbliga con le armi dei bisogni falsi e veri, troppi più altri obbliga spaventati o distratti a parlar d’altro o a parlare solo apparentemente di quello di cui stiamo parlando. Ma noi non vogliamo dire la penultima parola, la consolante penultima parola che ci fa sentire abbastanza onesti. La penultima parola che è la peggiore nemica dell’ultima.   Cercare di dire l’ultima parola di questa situazione equivale a dire che oggi la situazione è rigida. Che quanto accade fra i Vietnamiti e le forze degli Stati Uniti non è un episodio di polizia internazionale non è soltanto un episodio di neocolonialismo né soltanto una guerra d’aggressione. Non può essere inserito nel monotono turbine di orrori che hanno trasformato in un film mediocre la nostra unica esistenza. Ma è qualcosa di nuovo un esempio un modello del conflitto radicale fra due classi di uomini. Fra due specie fra due ipotesi fra due futuri degli uomini. [..] PER QUESTO I VIETNAMITI SONO OGGI IL POPOLO PIÙ LIBERO DELLA TERRA. PERCHÉ NESSUNO COME ESSI INCARNA OGGI LA COSCIENZA DELLA NECESSITÀ. NESSUNO SI DIMOSTRA CON TANTA COSTANZA DEGNO DELLA ELEZIONE STORICA FEROCE CHE IN SÉ RIASSUME TUTTI I CARATTERI DELL’OPPRESSIONE DEL PASSATO: DOVE RAZZA, SOTTOSVILUPPO E PERSINO LA STESSA CONSISTENZA ETNICA PAIONO FORMARE LA FIGURA DELL’UOMO RIDOTTO AL LIMITE DELLA PROPRIA INESISTENZA, AL MARGINE DELLA REALTÀ. MENTRE CHI LI SQUARTA E LI BRUCIA È L’EREDE DI TUTTO QUEL CHE GLI UOMINI D’OCCIDENTE HANNO SAPUTO E PENSATO, L’EREDE DEL CRISTIANESIMO, DEL RINASCIMENTO E DEL LIBERALISMO: L’AMERICANO DEL NORD. [..] C’è uno slogan che forse dobbiamo ripensare. È quello che dice Yankees go home, Americani a casa. È giusto dirlo? Era giusto e lo è dove lotta per la nazione e lotta per il socialismo erano o sono ancora una cosa sola. Ma da noi? Non sono gli Stati Uniti d’America La casa madre, la patria, la Gerusalemme del nostro capitalismo? I marines possono anche andarsene. Restano coloro che prendono le decisioni nella grande industria e coloro che per una lunga via gerarchica puntellano il sistema di potere e profitto, l’universale buona coscienza di profitto estorto e potere subìto, l’universale coscienza felice di essere dentro un sistema, il sistema. Restano le guardie bianche a Caracas, ad Atene, a Bogotà, fra noi. I marines possono andarsene. In Spagna gli Americani Non hanno bisogno della NATO . Senza troppe lacrime lasciano la Francia. State attenti che, seguendo un collaudato sistema, partiti di governo o d’opposizione non vi stiano impegnando in combattimenti di retroguardia, non vi invitino a sfondare porte già semiaperte, a chiedere di uscire dalla NATO e dal Patto Atlantico quando NATO e Patto Atlantico contano già così poco nella strategia complessiva delle due superpotenze. E noi sappiamo che ci si può anche generosamente battere per nobili cause non essenziali. I consigli d’amministrazione delle massime industrie italiane ed i sinodi vescovili certo deplorano il massacro del Vietnam e – salvo le ripercussioni eventuali sul mercato delle materie prime – e – salvo le ripercussioni eventuali sulla amministrazione elettorale – sarebbero molto lieti della pace. E chissà che il nostro governo non prenda o non trovi il coraggio di dare qualche autorizzato dolore agli uomini del Pentagono. [..] Storia ed esperienza mi hanno insegnato  che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere. A dividere sempre più violentemente il mondo, a promuovere l’approfondita, la sola vera, la sola feconda divisione, divenuta sempre più chiara, dolorosa e necessaria, per entro l’unità creata dal mercato internazionale, per entro l’unità determinata dal potere e dall’oppressione. Vuol dire anzitutto distruggere le false divisioni del passato, vuol dire vedere identificare interpretare l’unità confusa e corrotta che oggi esiste. [..] A noi la massima potenza industriale del mondo ha passato, come si fa talvolta con i servi, le vestaglie ideologiche, i drappi etico-religiosi umanitari, gli aromi spirituali invecchiati e le invecchiate tecnologie di cui s’è andata rapidamente sbarazzando negli anni. Se anzi c’era bisogno d’una conferma Della raggiunta maturità, quindi della inevitabilità degli Stati Uniti dell’impossibilità di «mandarli a casa», essa è nel loro odierno franco cinismo, in questa loro funzione di ilari becchini degli ideali che ne sostennero la storia. [..] I Vietnamiti combattono un blocco che ha gli Stati Uniti alla testa ma di cui fa parte a nome del nostro paese la nostra classe dirigente autorizzata ad emettere di tanto in tanto in italiano qualche bel gemito. I Vietnamiti combattono quel che noi da tempo abbiamo accettato: il potere politico fondato su quello economico, lo sfruttamento santificato degli ideali antifascisti, temperato dal sindacalismo e dalle libertà costituzionali; insomma il sistema della libertà come scelta obbligatoria fra prodotti. Essi non hanno forse amici oggi nemmeno fra quelle nazioni che quella amicizia dichiarano o provano. Perché non accettano di ridursi alla parte che da essi anche i loro amici vorrebbero. Non accettano di essere i protagonisti di una situazione arretrata. E nemmeno un simbolo. Della loro lotta essi riconoscono amici ed eguali soltanto chi non appena combatte lo stesso nemico ma lo combatte nello stesso modo e per lo stesso fine, al di là dei propri confini e delle proprie bandiere. Questi non si riconoscono dal grido di Viva il Vietnam ma dal modo in cui deliberano di vivere e lavorare, di produrre e consumare, un modo diverso da quello che i loro padroni vorrebbero; dal modo che ha trovato la sua formula più provocatoria ma più esatta nel grido: «Guerra no, guerriglia sì».   Guerriglia, sì: per provare in ogni modo a strappare il mondo dalle mani di chi perpetua e rinnova giorno per giorno una rapina secolare e una devastazione permanente. Guardate la foto del board of peace promosso dall’amministrazione Trump: e chiedetevi se ci sia a livello planetario una cosca mafiosa con più omicidi sul groppone. Ai fondatori di Palantir, alla brutalità dell’Ice e dell’esercito israeliano, al modello Guantanamo-Abu Ghraib, a quello Diaz-Bolzaneto-piazza Alimonda, non si può rispondere senza contendere il monopolio del furore e della violenza; non a chi ne fa o ne dispone l’uso che abbiamo visto e che non possiamo tacere. E invece, dopo gli scontri al corteo in solidarietà ad Askatasuna, nelle dichiarazioni di altri sinistri personaggi come Bonelli e Fratoianni – utili da citare, malgrado lo sforzo di fegato necessario, per un ultimo impietoso ragguaglio dal fronte della società dello spettacolo, essendo evidente quanto le uniche interlocutrici di questi professionisti dell’opportunismo siano le telecamere –, ritornava ossessivo il ritornello: “criminali, teppisti, estranei ai codici della politica” (..e menomale!). Per poi proseguire: “non potete chiedere a noi di isolare i violenti, è il Viminale, che molti li conosce benissimo, a dover loro impedire di raggiungere la manifestazione.” Non che ne sia propriamente stupito: ma vero mi chiedo come non provassero alcun imbarazzo, l’indomani, ad attaccare il governo per la conseguente introduzione del fermo preventivo. E davvero (mi) chiedo: che fiducia si potrebbe mai riporre in persone e partiti del genere? La nostra vulnerabilità, spesso così visibile a fior di pelle, non va rimossa: a me è successo e succede spesso di contattarla e trovarmi a fare un passo indietro da certi rischi che si corrono lottando (non sono mica Umberto Bossi, il grande statista celebrato in occasione della sua morte recente da tutto l’arco costituzionale – il quale per un periodo nei suoi comizi parlava di migliaia di fucili padani pronti a sparare in nome del federalismo fiscale, ma nessun giudice ha avuto alcunché da ridire). Questo però non dovrebbe mai significare revocare la propria solidarietà totale e incondizionata a chi invece fa un passo avanti, e mette in gioco e a repentaglio tutti i minimi o grandi privilegi di cui dispone per configgere gli zoccoli della sua determinazione negli ingranaggi della sottomissione singolare e comune. Il questore scrive: “Risitano leggeva a tutti i partecipanti una lettera scritta da uno degli indagati, confermandone i propositi, la consapevolezza del loro agire e il permanere dei propositi criminosi”. Ci tengo quindi a riportare integralmente la lettera sotto accusa, con l’augurio che se quelli sono propositi criminosi possano rafforzarsi o sorgere in chi si trovi a leggerle – e ribadendo la più forte stretta di cuore a Bak che l’ha scritta. A quanto pare la consapevolezza è un’aggravante.. per il resto si sa, l’amore per la libertà – sentire che la nostra comincia, non finisce, dove comincia quella altrui: e agire di conseguenza – è il crimine che contiene tutti i crimini. «Ciao a tuttx compagnx, grazie per l’affetto e il supporto ricevuto. Lo stato italiano ha tolto a me e a altrx due compagnx il privilegio della libertà di movimento. Non voglio e non posso parlare del fatto di cui siamo accusatx ma condividere con voi un pensiero che ho bisogno di scrivere. prendo un paio di righe per dirvi che sto molto bene, i compagni di cella sono fantastici, la solidarietà fra oppressx è qualcosa di stupendo. È proprio vero che dove lo stato abbandona e opprime sono i rapporti tra animali umani a rimediare; il mio pensiero va a Guido e Andre, spero stiano bene quanto me. La vita mi ha portato già in passato, da minorenne ad essere privatx della libertà, quell’esperienza rende più sopportabile questa detenzione; so che per tantx compagnx la detenzione è una cosa che sembra lontana e che spaventa, questo è normale, ma con la repressione che aumenta dobbiamo essere pronti a questo. Il mio pensiero da quando sono qui va a tutti i fratelli e sorelle rinchiusi e torturati nel lager di stato, i cpr non sono prigioni, ma strutture con sbarre create apposta per sottomettere, torturare e annientare gli animali umani che ci vengono rinchiusi. La detenzione amministrativa nei cpr niente ha a che fare con le prigioni come quella in cui sono rinchiuso io. Anche ora che ho perso il privilegio che considero più grande, sono più privilgiatx di chi viene perseguitato in strada, nelle stazioni e nelle piazze e poi torturato nei lager solo per la sua provenienza. Questo pensiero rende ancora più insignificante la sofferenza che si prova a stare qui e più sopportabile il tutto. Chi lotta nei CPR è il più grande rivoluzionario che ci sia, nelle carceri il privilegio di essere bianchx regolarx annichilisce ogni sentimento di rivolta, i diritti che si hanno nei penitenziari normali in confronto ai CPR sono oro. Il mio pensiero va ad Abel, Moussa e tuttx i morti uccisi dai CPR Il mio pensiero va ad ogni oppressx torturatx nei CPR Il mio pensiero va anche ad Alfredo rinchiuso e torturato al 41 bis e ad ogni detenutx torturatx da questo regime carcerario torturatore. Il mio pensiero va a tuttx lx compagnx in alta sicurezza e tuttx lx detenutx da questi regimi carcerari meno privilegiati di quello in cui sono rinchiusx Il mio pensiero va ad ogni palestinesx e popolo oppresso Libertà per Andre Libertà per Guido Libertà per tuttx Fuoco ai CPR! Fuoco alle galere! Fuoco alle questure, caserme e commissariati! Paura dell’indifferenza e dell’arresto Forza e grazie compagnx Viva l’anarchia! Viva gli e le harraga, che allah sia con voi! Un grosso abbraccio Poggioreale 14/09/2025» Non so davvero chi leggerà queste parole, chi si sentirà di arrivare fino in fondo. Il mio intento è stato innanzitutto di messa a fuoco personale, poi a muovermi è stato il tentativo di mettere in comune alcune riflessioni e le emozioni che le accompagnano: per non deglutire questa per fortuna piccola dose di cicuta di Stato in sostanziale isolamento. Egoisticamente, non voglio affrontare certi snodi da solo – e mi preme quindi diffondere quanto più possibile i miei spunti di vista. Sono però veramente anche convinto che dentro un episodio specifico e singolare si possano intravedere in filigrana alcune trame più generali, che riguardano la società tutta. E mi piacerebbe dare il mio piccolo contributo affinché possano essere poste – in comune e ognunx per sè – delle domande che mettano in discussione il regno degli eserciti e del denaro, le sue leggi che si arrogano il diritto di pretendersi uguali per tutti nonostante sia sotto gli occhi di tutti che alcuni uomini sono armati e altri no, e lo sono a difesa delle immense proprietà ingiustamente redistribuite. Mi piacerebbe sia dare che ricevere degli stimoli, anche polemici. Chiedere a tutte e tutti se pensino che l’obbedienza sia una virtù oppure no, se abbiamo imparato qualcosa, e se sì cosa, dal fatto che 600.000 persone hanno contribuito alla costruzione della prima bomba atomica senza conoscere le finalità del “segmento di produzione” in cui erano “impiegate”. Se nell’insanabile conflittualità che contraddistingue ogni tragedia stanno con Creonte o dalla parte di Antigone. E infine, per il momento, ribadire che se ogni istanza di trasformazione profonda è o può far presto a diventare “istigazione a delinquere”, non è questione che riguardi poche teste calde, magari come dice la procura di Catania quasi psico-patologicamente inclini alla rivolta, ma né più né meno che chiunque non sia disposto a barattare scampoli di “agibilità politica” con la cecità verso ciò che lo circonda. Per quanto mi riguarda, sento l’esigenza di non interiorizzare una specie di autocensura permanente in ordine alla quale calibrare quello che può essere detto e quello che sarebbe più opportuno tacere: la passione è irriducibile al calcolo.
May 9, 2026
il Rovescio