Effimera: riflessioni sull’alta formazione a partire da “l’università critica come nemico interno”
Pubblichiamo questo interessante contributo di Francesco Pezzulli al dibattito
aperto da Gennaro Avallone sulle pagine del Collettivo Internazionale
«Effimera», in merito allo stato dell’arte sull’istituzione universitaria
italiana, con particolare riferimento alla autonomia amministrativa e alla
libertà di ricerca. Ricordiamo che Pezzulli è autore del saggio L’università
indigesta: professori e studenti nell’accademia neoliberale (MachinaLibro/
DeriveApprodi, 2024): libro in cui si “tratta dell’avvento dell’università
liberale in Italia e delle sue consegunze sugli studenti e sui professori”_
Il testo di Gennaro Avallone pubblicato recentemente su Effimera è importante
per più motivi, mi limito con queste libere riflessioni a sottolinearne soltanto
alcuni, augurandomi che la discussione possa estendersi e approfondirsi.
Un motivo è quello di aver ribadito il nesso tra protagonismo studentesco (e
giovanile) e movimento in solidarietà con la resistenza palestinese, ed allo
stesso tempo di aver rilevato che la “costruzione dell’università critica come
nemico interno” si presenta come esigenza di governo, come un processo diverso e
complementare alla presenza sempre più massiccia dell’industria militare negli
atenei (ad intensità differente a secondo delle sedi, paesi e sistemi
universitari).
Un secondo motivo, ritengo particolarmente utile, è che Avallone stabilisce una
linea di demarcazione tra quei docenti che “possono decidere” di costruire e
mantenere attivi spazi dedicati alla critica e quei docenti che invece
abbracciano (acriticamente o meno) il ruolo di capitale umano assegnatogli
dall’università neoliberale. Questa stessa demarcazione è emersa spesso nelle
presentazioni de l’università indigesta a proposito della figura del critico
insider: da una parte c’è chi ritiene che “dentro e contro” l’università
neoliberale sia ancora praticabile ed efficace e da un’altra parte c’è chi,
invece, nutre dubbi in proposito, motivati soprattutto dalla pervasività e
pregnanza dei sistemi di valutazione e controllo vigenti. Concordo con Gennaro
Avallone che la risposta non può che essere pratica e ben vengano dunque quei
docenti motivati a costruire e moltiplicare spazi di critica nell’università.
Costruirli e metterli in comunicazione, questa è forse la cosa più utile che può
fare oggi un docente: da un lato, in vista di una crescita organizzativa degli
spazi di critica stessi (cui fa riferimento Osvaldo Costantini nel suo
intervento), da un altro lato, tra il serio e il faceto, per allontanare lo
spettro di estinzione che rischia la critica universitaria al pensionamento dei
docenti formatisi prima delle riforme neoliberali.
Un terzo motivo, forse il più critico, è dato dall’attenzione che Avallone pone
sul concetto di autonomia… “e la necessità di preservarla”. È una questione
dirimente, che andrebbe discussa collettivamente e a fondo, nel senso che
l’autonomia universitaria (quella della costituzione per intenderci) mi sembra
sia stata superata (svuotata) nei fatti dall’avvento dell’università
neoliberale, e che l’unica autonomia rimasta in piedi sia quella dei bilanci
finanziari dei singoli atenei. Per meglio dire, mi sembra che “autonomia”, cosi
come “comunità universitaria” e tutta un’altra serie di lemmi, riforma dopo
riforma siano diventati come i gusci vuoti di Pirandello, che possono essere
riempiti di significati diversi a seconda del momento e degli interlocutori.
Dunque, per quale autonomia universitaria vale la pena oggi battersi? per quella
che allude all’autogoverno di studenti e docenti? per quella che si esprime per
delegati nei parlamentini accademici, oppure per un’altra ancora?
Porsi criticamente questi interrogativi può essere proficuo, soprattutto perché
la questione dell’autonomia rimanda al cuore del problema: “quale università
vogliamo”.
Non è una domanda retorica, soprattutto perché l’attuale università neoliberale
riesce bene a costringere docenti e studenti a muoversi e pensare dentro un
assetto ben definito, come se fosse l’unico possibile. Una sorta di gioco al
ribasso, dove il timore del degrado crescente lascia spazio a fantasticherie per
cui è digeribile anche l’università targata Gelmini.
Contro questa deriva, gli spazi di critica, quelli già costituiti e quelli in
via di costituzione, potrebbero simboleggiare e praticare una nuova università
radicalmente differente da quella neoliberale, indipendente dagli interessi del
mercato del lavoro e dai poteri politici (come voleva la magna charta). Una
università che in linea di principio sia in grado di mutare in base alle scelte
discrezionali degli studenti, liberati dai percorsi predefiniti (oggi
totalizzanti) e liberi di seguire le proprie vocazioni e quei docenti che
stimolano maggiormente la loro curiosità. Una università in cui i docenti sanno
che «scienza» e «interessi» fanno a cazzotti, ovvero che gli interessi economici
nelle scelte scientifiche possono facilmente convertire il «vero» con il
«vantaggioso». In altri termini, gli spazi di critica potrebbero restituire
senso a ciò che continuiamo impropriamente a definire “comunità universitaria”,
potrebbero attualizzare l’antico modello comunitario, perché tornare alle
origini non vuol dire tornare indietro, ma ripartire dai principi, per i quali
le “missioni” della comunità universitaria sono quelle di formare un individuo
sociale completo e di produrre, custodire e condividere il sapere come il più
comune dei beni. Il resto è aria fritta.
A questo proposito mi sembra utile il suggerimento di Carlo Vercellone, quando
sostiene che un percorso di fuoriuscita dall’università neoliberale potrebbe
essere tracciato nel prolungamento dei lavori della Commissione Rodotà.
L’università come bene comune (a tempo debito potremo discutere se “bene” o
“istituzione”) consentirebbe infatti di affermare chiaramente la finalità
dell’università pubblica e la sua inalienabilità rispetto a interessi privati;
di ridefinire il ruolo dello stato come quello di un amministratore fiduciario
(collettore di risorse) e non come autorità in diritto di stabilire regole di
governance, programmi, missioni; di dimostrare che il pubblico può essere
gestito e organizzato dai docenti e studenti attraverso forme di democrazia
diretta. Ed in ultimo, l’università come bene comune ci permetterebbe di
interrogare il concetto di conoscenza nel suo senso eminentemente politico: cosa
significa conoscere e cosa desideriamo o abbiamo bisogno di conoscere?
Tante altre cose importanti si potrebbero dire, ma mi fermo qui, augurandomi,
come dicevo al principio che la discussione possa approfondirsi e che avremo
anche modo di discuterne di persona e pubblicamente.
FRANCESCO MARIA PEZZULLI È SOCIOLOGO E RICERCATORE INDIPENDENTE. HA INSEGNATO
PRESSO L’UNIVERSITÀ LA SAPIENZA DI ROMA E SVOLGE ATTIVITÀ DI INCHIESTA CON IL
LABORATORIO «TRANSIZIONI» DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA TRE. CURA LA
SEZIONE «SUDCOMUNE» DELLA RIVISTA MACHINA. FA PARTE DEL COLLETTIVO
INTERNAZIONALE «EFFIMERA»
Redazione Italia