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Quando la cultura sfidò il silenzio: Fidel Castro, il potere e gli intellettuali a Cuba (1961)
La Rivoluzione cubana ottenne la vittoria infrangendo molti paradigmi ideologici e politici (era impossibile trionfare combattendo contro l’esercito; nessun governo socialista poteva sopravvivere a 145 chilometri dagli Stati Uniti; solo i partiti comunisti sarebbero stati in grado di guidare un processo di liberazione socialista nazionale; i proletari dovevano essere i soggetti e i protagonisti fondamentali di questi processi). Fidel Castro e i suoi compagni superarono le barriere del pessimismo e del dogmatismo insiti in quei preconcetti . Lanciarono il loro assalto al potere attraverso la lotta armata e, una volta rovesciata la tirannia di Fulgencio Batista, erano certi che costruire un consenso fosse essenziale per raggiungere l’egemonia. Gli ostacoli erano immensi: gli attacchi della controrivoluzione interna e dell’imperialismo statunitense, urgenti necessità materiali, errori in vari ambiti della vita nazionale e, di fronte alla necessità di sopravvivenza, la ricerca di alleati esterni. Nel frattempo, si adoperarono per creare una nuova cultura. Il primo passo in questa direzione fu la Campagna di Alfabetizzazione. Il Ministero dell’Istruzione supervisionò questo compito e, attraverso la sua Direzione della Cultura, sviluppò anche festival di musica, balletto e teatro, mostre d’arte, distribuzione gratuita di libri, concorsi letterari e così via. Il 16 gennaio 1961 fu creato il Consiglio Nazionale della Cultura. In quel periodo, il paese si stava preparando a un’invasione mercenaria orchestrata dal governo degli Stati Uniti. In questo contesto, due giovani registi, Orlando Jiménez e Sabá Cabrera, hanno girato il cortometraggio “PM”, presentato in anteprima nella prima metà di maggio in un programma televisivo. Quando i registi hanno chiesto il permesso di proiettarlo nelle sale cinematografiche, la richiesta è stata respinta, con la motivazione che il film rifletteva solo un aspetto della vita notturna cittadina (persone che ballano, ascoltano musica, bevono), omettendo gli sforzi dei cittadini per difendersi dalle aggressioni esterne. Un gruppo di intellettuali ha quindi compreso che tale provvedimento limitava la libertà creativa e ha comunicato alle autorità la propria decisione di non partecipare al Congresso degli Scrittori e degli Artisti che si stava organizzando. Nel giugno del 1961, L’Avana era in fermento. Solo due mesi prima, le milizie avevano respinto l’invasione della Baia dei Porci e il Primo Ministro Fidel Castro aveva proclamato ufficialmente il carattere socialista della Rivoluzione. Tra la tensione di un’offensiva militare e il fervore di una radicale trasformazione sociale, si combatteva un’altra battaglia cruciale, seppur invisibile, per l’anima e la mente della nazione. In questo contesto, il Presidente Osvaldo Dorticós lanciò un’esortazione: “Nessuno taccia “. Questo appello convocò gli artisti cubani a un incontro con la leadership politica del paese presso la Biblioteca Nazionale José Martí il 16, il 23 e il 30 giugno. L’obiettivo? Definire, per la prima volta, le regole di ingaggio tra potere politico e libertà creativa nella nascente società socialista. L’universo intellettuale che vi si riuniva era un mosaico affascinante ed eterogeneo. Da un lato, c’erano figure affermate dell’avanguardia tradizionale, scrittori e artisti che portavano il peso del patrimonio culturale cubano, come il romanziere Alejo Carpentier, il poeta Nicolás Guillén e il drammaturgo Virgilio Piñera. Dall’altro, c’erano giovani creatori animati da un fervido desiderio di innovazione, come il giornalista Guillermo Cabrera Infante e alcuni registi. Coesistevano due visioni dell'”intellettuale”. Per il popolo, l’intellettuale era il custode delle opere dello spirito, della letteratura e della scienza. Tuttavia, dagli ambienti più dogmatici della sinistra, questi creatori erano visti con sospetto: erano considerati uno strato intermedio di origine piccolo-borghese, segnato da un “peccato originale” di individualismo, soprattutto perché molti di loro non avevano partecipato direttamente alla lotta clandestina o guerrigliera. Questi incontri fornirono il contesto ideale affinché questa classe intellettuale cercasse la propria legittimità e definisse il proprio spazio di fronte al nuovo apparato egemonico dello Stato. I principali dibattiti hanno rivelato discussioni che andavano ben oltre il destino del cortometraggio censurato. La controversia principale verteva sulla responsabilità dell’artista nei confronti del pubblico. L’arte dovrebbe essere uno strumento diretto di educazione e propaganda, oppure dovrebbe preservare la propria autonomia estetica? Il 30 giugno 1961, dopo aver ascoltato dubbi, lamentele e proposte degli artisti per due venerdì consecutivi, Fidel Castro pronunciò il discorso di chiusura, noto come ” Parole agli intellettuali “. Consapevole che la Rivoluzione necessitava del prestigio internazionale e del potere simbolico dei suoi artisti, cercò di placare i timori del settore creativo dettando quello che sarebbe diventato il principio guida della politica culturale cubana: “Quali sono i diritti degli scrittori e degli artisti, rivoluzionari o non rivoluzionari? All’interno della Rivoluzione: tutti; contro la Rivoluzione: nessun diritto.” Con questa celebre formula, Castro stabilì un quadro politico ampio ma selettivo. La Rivoluzione non avrebbe richiesto che tutti i creatori fossero marxisti-leninisti, né avrebbe imposto uno stile artistico ufficiale come il realismo sovietico. Sarebbero stati accettati creatori “onesti” che, pur non essendo rivoluzionari attivi, rispettassero e non si opponessero al processo politico. Nessuno avrebbe dovuto presumere di essere infallibile o affermare che chiunque non la pensasse esattamente allo stesso modo avesse torto. Lo spirito di critica doveva essere produttivo e costruttivo. Quell’estate, quando gli intellettuali cubani ruppero il silenzio, non si limitarono a discutere di estetica, cinema o letteratura; stavano plasmando i contorni ideologici della Cuba del futuro . La storia culturale ci mostra che arte e potere politico intrattengono una relazione complessa, spesso tragica, ma sempre decisiva per l’identità di un popolo. Rievocare quei dibattiti in tutta la loro complessità è un esercizio essenziale per comprendere la cultura. E ci permette di apprezzare le idee di quel leader che stava per compiere 35 anni e che oggi avrebbe celebrato il suo centenario. Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
July 2, 2026
Pressenza
25 giugno 1996, Daisaku Ikeda incontra Fidel Castro a La Havana
“I ponti verso una pace indistruttibile per l’umanità possono essere costruiti solo coltivando le persone e creando forti legami tra di loro, i loro cuori e le loro menti. E questo processo è, per sua stessa natura, uno sforzo graduale che parte dal basso.”  Daisaku Ikeda   In tutto il mondo, numerose personalità di spicco condividono la lotta di Cuba per un mondo migliore. Oggi desideriamo porre l’accento sullo storico incontro che ci fu il 25 giugno 1996 tra Fidel Castro (1953-2016), ex presidente cubano, e Daisaku Ikeda, Terzo Presidente della Soka Gakkai, nonché storico leader mondiale dell’organizzazione con sede in Giappone. Nel 1996, il Dott. Ikeda visitò l’isola e ebbe un profondo dialogo con Fidel Castro Ruz, un’esperienza che ha segnato profondamente questo grande sostenitore della pace universale. Fu un incontro storico e memorabile, oltre che estremamente proficuo per l’Isola caraibica: l’incontro tra un rivoluzionario ed intellettuale socialista marxista cubano e un maestro e filosofo buddhista esponente di una scuola laica giapponese. Nel 1996 le relazioni fra Cuba e gli Stati Uniti avevano quasi toccato il fondo, specialmente dopo il fatidico abbattimento in febbraio di due velivoli privati[1] da parte dei jet da combattimento cubani e l’inasprimento dell’embargo economico americano nei confronti di Cuba. Poco prima di quell’incontro, Ikeda si era recato negli Stati Uniti e, da parte americana, c’era una notevole opposizione ai suoi piani di visitare Cuba, ma Ikeda era determinato a partire, vedendo in questo anche un’opportunità per contribuire a un cambiamento nella tesa situazione. L’unica persona che si interessò alle intenzioni di Ikeda, e le sostenne, fu paradossalmente l’ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger, che Ikeda incontrò durante il suo soggiorno negli Stati Uniti. Si notò che il presidente Castro, insolitamente, per l’incontro con Ikeda, indossava un abito elegante anziché la sua solita uniforme militare. I due ebbero una lunga conversazione, che toccò un’ampia gamma di argomenti, tra cui la promozione di individui capaci e le teorie politiche. Ikeda scrive di questo incontro con Castro: “L’allora presidente cubano, Fidel Castro, mi incontrò al Palazzo della Rivoluzione (il 25 giugno). Figura imponente, alta 190 centimetri (oltre sei piedi), indossava un abito e una cravatta in stile occidentale invece della sua solita uniforme militare. Commentai il suo abbigliamento civile, dicendo che gli si addiceva molto. Il presidente Castro spiegò con un sorriso di aver indossato un abito appositamente per accogliere un sostenitore della pace. Il nostro incontro ebbe luogo la sera del secondo giorno della mia visita. Accarezzandogli la cravatta, commentai scherzosamente che il Ministro della Cultura accanto a lui avrebbe potuto avere un gusto migliore in fatto di cravatte, provocando fragorose risate da parte di tutti i presenti. ‘Sì’, disse il presidente Castro ridendo: ‘Non so molto di cravatte.’ ‘Va bene’, risposi. ‘È più importante conoscere le persone.’ Il presidente Castro ed io parlammo per diverse ore. Ci scambiammo opinioni su una vasta gamma di argomenti, dalla politica e dalla leadership, all’importanza di successori. Ascoltò sinceramente le mie parole sincere e disse di apprezzare la mia amicizia. Fu un’interazione davvero ricca di profonda umanità.” La capacità di Ikeda di fungere da intermediario in tali situazioni era il risultato della fiducia che aveva faticosamente costruito con coloro con cui interagiva. I suoi sforzi per promuovere la pace, la cultura e l’istruzione erano spesso alla base di questi rapporti di fiducia. L’incontro tra Castro e Ikeda fu il risultato di molti anni di scambio culturale tra Cuba e il Giappone, avviato nel 1987 proprio dalla Soka Gakkai, quando l’Associazione Concertistica Min-On, fondata da Ikeda, invitò musicisti cubani a esibirsi in Giappone. Il successo di questi eventi aprì la strada a ulteriori produzioni musicali e di danza cubane in Giappone. In seguito, l’allora ambasciatore cubano in Giappone, Eduardo Delgado Bermudez, fu invitato a tenere una conferenza presso l’Università Soka di Tokyo e, nel 1995, una delegazione di giovani membri della Soka Gakkai visitò Cuba. L’anno successivo fu firmato un accordo di scambio tra l’Università Soka e l’Università di La Havana. Gli scambi tra il Museo Nazionale Cubano e il Museo d’Arte Fuji di Tokyo, fondato da Ikeda nel 1983 per promuovere lo scambio culturale, costituirono un ulteriore aspetto di questo scambio culturale, sottoforma di mostre di tesori d’arte giapponesi a Cuba e di tesori d’arte cubani in Giappone. Non è un caso infatti che la visita di Ikeda a Cuba si concretizzò grazie all’invito dell’allora Ministro della Cultura Armando Hart, in segno di apprezzamento per il suo impegno, negli anni ’80 e ’90, nello sviluppo di scambi culturali ed educativi tra Cuba e Giappone. In un discorso all’Università dell’Avana, Ikeda offrì la sua visione della natura e del valore di questo scambio: “I ponti verso una pace indistruttibile per l’umanità possono essere costruiti solo coltivando le persone e creando forti legami tra di loro, i loro cuori e le loro menti. E questo processo è, per sua stessa natura, uno sforzo graduale, che parte dal basso”. Per Ikeda, un altro vantaggio dello scambio culturale dal basso è che “contrasta i pregiudizi culturali e nazionali, creando la consapevolezza che nessuna cultura è superiore o inferiore a un’altra”. Ikeda si recò sull’isola caraibica con l’obiettivo esplicito di promuovere la pace e, per questo, venne accolto calorosamente. Durante la sua visita, gli furono conferiti l’Ordine Felix Varela di I grado della Repubblica di Cuba e una laurea honoris causa dall’Università di La Havana, incontrando a Cuba diverse personalità del mondo culturale e accademico del Paese. Fu così che iniziò una lunga collaborazione tra Ikeda e il vincitore del Premio Nazionale di Letteratura, il poeta cubano Cintio Vitier, scrivendo un libro in cui entrambi approfondirono lo studio della filosofia di Josè Martì, le sue visioni sulla necessità di difendere la Patria, l’amore e l’amicizia tra i popoli del mondo. Ben presto il volume, dal titolo José Martí, Cuban Apostle: A Dialogue, trovò innumerevoli lettori in Giappone, desiderosi di saperne di più su un’isola caraibica che, nonostante il blocco, stava costruendo il proprio percorso nella storia. Quest’opera rimane ancora oggi nel cuore dei lettori cubani più intimi e dei membri dell’amatissima comunità della Soka Gakkai della Repubblica di Cuba.    “Essendo stato accolto calorosamente dalla sua gente, ammirando il suo splendido mare e cielo, i suoi fiori e alberi, i suoi affascinanti tramonti e le sue notti stellate, ho potuto constatare che in tutta la nazione lo spirito di Martí pulsava con vigore”. (Daisaku Ikeda, 6 settembre 2008)   L’incontro del 25 giugno 1996 tra Ikeda e Castro rappresentò anche un punto di svolta nei rapporti stessi tra governo cubano e la Soka Gakkai. Nel 1992, Cuba aveva abolito formalmente il principio dell’ateismo di Stato che caratterizzava il testo della Costituzione Cubana del 1976, aprendo la strada alla possibilità per i credenti di aderire al Partito Comunista e introducendo le prime tutele contro la discriminazione religiosa. Nel 1996, a Cuba, solo sette famiglie possedevano il Gohonzon (oggetto di devozione), ma non tutte praticavano il buddhismo. Nel 1998 è stata creata una prima organizzazione, che si è poi evoluta nella Soka Gakkai Cuba, la quale oggi si trova ad affrontare la sfida di diffondere gli insegnamenti di Nichiren Daishonin, monaco giapponese del XIII secolo che ha lasciato la sua eredità nelle sue lettere dall’esilio, conosciute come Gosho. Riconosciuta legalmente sull’isola nel 2007, – dopo più di dieci anni dallo storico incontro – la Sgi-Cuba è stata la prima organizzazione buddhista a ricevere il riconoscimento ufficiale da parte del governo cubano. La cerimonia ebbe luogo nella capitale cubana, il 6 gennaio 2007, di fronte a oltre duecento esponenti del mondo della cultura e della politica. Isidro Gomez, rappresentante dell’ufficio governativo per gli affari religiosi, affermò che i membri cubani della Sgi hanno dimostrato con le loro azioni come il fine dell’organizzazione sia quello di contribuire positivamente allo sviluppo della società e mantenere così viva la fiamma degli ideali umanistici. Il dottor Armando Hart Dàvalos – ex ministro della cultura e oggi presidente dell’associazione culturale José Martí – ricordò come il movimento creato dalla Soka Gakkai Internazionale avesse creato una rete globale di amicizia intorno al mondo e continui a portare avanti la sua lotta a difesa dei diritti umani. Come organizzazione religiosa accreditata la Sgi-Cuba, da quel momento, ha avuto la possibilità di mantenere centri culturali, così come di espandere liberamente le sue attività su tutto il territorio nazionale. Oggi la Soka Gakkai International, organizzazione che si ispira al Buddhismo di Nichiren Daishonin, è presente a Cuba con più di mezzo milione di praticanti buddhisti in 13 delle 15 province cubane, diffondendo i suoi principi cardine: il messaggio di kosen rufu tra pace nel mondo e felicità umana. L’Avana ha la più alta concentrazione di praticanti del Buddhismo Nichiren aderenti alla Soka Gakkai nel Paese caraibico, seguita dalla provincia di Holguín al secondo posto e da Camagüey al terzo. “La pace mondiale e il progresso sociale sono priorità per i buddhisti di quel paese caraibico” – ha dichiarato Joannet Delgado, direttrice generale della Soka Gakkai Cuba all’Avana, in un’intervista esclusiva a Prensa Latina nel maggio 2013. Secondo gli stessi membri della Soka Gakkai, il governo cubano promuove un ambiente favorevole alla libertà religiosa[2] e mantiene buoni rapporti “molto cordiali e basati su una grande fiducia” con le diverse fedi e istituzioni, non incontrando ostacoli nello svolgimento della propria opera di creazione di valore. La prova di questi legami tra lo Stato e le istituzioni religiose risiede nello svolgimento sistematico di incontri con i leader e i funzionari del Partito Comunista di Cuba, nonché con il Ministero della Giustizia, in cui si affrontano interessi, obiettivi e bisogni. “Ogni volta che richiediamo assistenza per risolvere problemi o soddisfare esigenze, riceviamo una risposta tempestiva” – riferiva Delgado. Si mantengono i contatti con buddhisti di altri Paesi, che spesso si stupiscono della facilità con cui si riescono a svolgere le proprie attività. Affermava Delgado: “La libertà religiosa che vedono qui contrasta nettamente con la propaganda anti-cubana che ricevono all’estero, ed è per questo che questi approcci alla realtà cubana sono così positivi.” Il 27 novembre 2016, in seguito alla scomparsa dell’ex presidente cubano Fidel Castro avvenuta il 25 novembre 2016, il presidente della SGI Daisaku Ikeda ha espresso le sue condoglianze alla famiglia del leader cubano a nome dei membri della SGI a Cuba e nel mondo. Ricordando il loro incontro all’Avana nel 1996, Ikeda ha elogiato la dedizione del presidente Castro al popolo cubano e ha affermato che il leader cubano sarà ricordato nella storia contemporanea come una figura eroica che ha vissuto con indomita determinazione di fronte a innumerevoli prove e tribolazioni[3]. A La Havana, i buddhisti di Cuba recitarono daimoku in onore e ricordo a Fidel, uniti nella diffusione della pace contro la logica perversa delle guerre. A gennaio 2023, pochi mesi prima della sua morte, Daisaku Ikeda e la Soka Gakkai International vennero ringraziati dall’Università di Matanzas per tutta l’amicizia dimostrata a Cuba in questi anni di dura resistenza e di lotta contro il bloqueo. Il Presidente Ikeda, durante la sindemia da Covid-19, infuse la certezza che, con i propri vaccini, Cuba avrebbe superato la crisi sanitaria, e la verità è stata ancora una volta dalla parte di Cuba e dei suoi scienziati sanitari dediti al lavoro e alla salute pubblica. Per questo amore e per il sostegno sistematico alla nostra lotta, Ikeda venne insignito della Medaglia del 25° Anniversario della fondazione dell’Oficina del Programa Martíano (OPM) [4] ; mentre la Soka Gakkai International, da lui guidata, ricevette la targa commemorativa del 25° Anniversario della fondazione dell’Ufficio del Programma Martí, durante un momento molto emozionante della V Conferenza Internazionale per l’Equilibrio del Mondo. Il 28 novembre 2023, a La Havana, si tenne una cerimonia commemorativa in seguito alla morte di Daisaku Ikeda (1928–2023), presso l’Oficina del Programa Martíano, in cui venne ricordato come “amico di Cuba” ed educatore.   “So bene che la città di Matanzas, dove ha sede la vostra illustre Università, non è solo un luogo degno di essere ricordato nella storia di Cuba, ma anche la culla del “grande desiderio” di José Martí di donare la libertà alla sua amata patria, dopo la triste esperienza vissuta nella prima infanzia. Pertanto, colgo l’occasione per esprimere il mio augurio che l’Università di Matanzas “Camilo Cienfuegos” continui il suo costante progresso con lo stesso passo fermo che ha dimostrato fin dalla sua apertura nel 1972, e che diventi un nobile palazzo del sapere.” (Daisaku Ikeda, 21 marzo 2001)   [1] L’abbattimento dei due velivoli nel 1996 riguarda un tragico evento del 24 febbraio 1996. Quel giorno, due aerei civili guidati dal gruppo anticastrista di Miami “Brothers to the Rescue” (Hermanos al Rescate) furono abbattuti nello Stretto della Florida da caccia MiG cubani. Il bilancio fu di quattro attivisti morti. In un suo articolo pubblicato sul quotidiano l’Unità il 28 febbraio 1996, Gianni Minà spiegò come i velivoli degli esuli avrebbero ripetutamente violato lo spazio aereo dell’Avana per provocazioni politiche. Minà descrisse l’accaduto e la successiva reazione dell’amministrazione statunitense come una manovra condizionata dal ricatto elettorale dei gruppi anticastristi della Florida su Bill Clinton, cercando di smorzare la portata di una crisi che secondo lui rischiava di strumentalizzare l’incidente. La vicenda è tornata d’attualità quando – il 20 maggio 2026 – il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha formalizzato accuse contro l’ex presidente cubano Raúl Castro per la morte dei quattro attivisti (tre dei quali erano cittadini statunitensi). [2] A Cuba, la libertà religiosa è riconosciuta dalla Costituzione Cubana promulgata nell’aprile 2019. Il testo definisce il Paese come uno “Stato laico” e stabilisce formalmente la separazione tra le istituzioni religiose e lo Stato. La Costituzione del 2019 garantisce la libertà religiosa attraverso specifici articoli: * Articolo 8: Riconosce, rispetta e garantisce la libertà religiosa, assicurando che diverse credenze e fedi godano di uguale considerazione e che le istituzioni religiose siano separate dallo Stato. * Articolo 42: Stabilisce il principio di uguaglianza, proibendo qualsiasi tipo di discriminazione fondata sulle credenze religiose. [3] Adattato da un articolo apparso sul numero del 27 novembre 2016 del Seikyo Shimbun, Soka Gakkai, Giappone [4] un’istituzione nazionale dedicata alla promozione dello studio di José Martí (1853–1895), poeta, saggista e simbolo della liberazione cubana.     Fonti: https://www.daisakuikeda.org/sub/events/archives/2016/nov/27-fidel-castro-condolence-message.htmln https://www.daisakuikeda.org/main/peacebuild/peace/peace-07.html#sdendnote1sym https://www.giornalismoestoria.it/wp-content/uploads/2015/02/2008116122010achiaraciaramella.pdf https://www.ikedacenter.org/resources/seven-essential-attributes-daisaku-ikedas-peacebuilding-ethos https://www.theblackcoffee.eu/daisaku-ikeda/ https://www.sgi-italia.org/wp-content/uploads/2021/01/IBISG_PropostaDiPace_DaisakuIkeda_2005.pdf https://www.unionesarda.it/3-minuti-con/daisaku-ikeda-la-lezione-di-un-costruttore-di-pace-qt8898s0 https://www.totetu.org/assets/media/paper/j019_022.pdf https://www.zoomedia.it/personaggi/daisaku_ikeda/index.html https://www.worldtribune.org/2019/expanding-spiritual-bridge-new-century/ https://www.umcc.cu/2023/01/30/daisaku-ikeda-amigo-de-cuba-y-de-la-universidad-de-matanzas/ https://events.daisakuikeda.org/2023/1128-cuba-memorial/ https://www.cubainformazione.it/2007/dirittiumani/religione/buddismo.htm https://www.youtube.com/watch?v=pOpVD1RSrvE https://www.radiosantacruz.icrt.cu/la-impronta-de-fidel-castro-en-la-cultura-cubana-es-reflejada-en-museo-nacional-de-artes-decorativas/ https://dialogosdosul.operamundi.uol.com.br/soka-gakkai-e-a-liberdade-de-culto-em-cuba/ https://www.adelante.cu/index.php/es/noticias/de-camagueey/7021-paz-para-la-herida-de-hiroshima https://misiones.cubaminrex.cu/es/articulo/embajada-de-cuba-en-japon-patrocina-concurso-de-oratoria-en-espanol-de-la-universidad-de https://www.juventudrebelde.cu/cuba/2016-08-05/budistas-cubanos-por-la-paz-junto-a-fidel Lorenzo Poli
June 25, 2026
Pressenza
Cuba, gli aerei di Castro, i motoscafi di Trump e un disgustoso doppio standard.
Il 20 maggio, il  Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti  ha formalizzato le accuse contro  Raúl Castro  per l’abbattimento degli  aerei di “Fratelli del Soccorso” avvenuto nel 1996. La data, che coincide con  la Festa dell’Indipendenza cubana  e giunge in un momento in cui si parla di un imminente intervento sull’isola, rende difficile credere che sia stata scelta a caso. Non intendo difendere  Castro . Lui stesso ha ammesso di aver dato l’ordine di attacco che ha provocato la morte di quattro civili, secondo tutte le indicazioni, in acque internazionali. Ciò che voglio sottolineare in questo articolo è che anche l’accusatore ha ucciso; molte più persone, con maggiore impunità e con meno prove a giustificazione. Insisto, non sto cercando di assolvere Castro. Sto semplicemente sottolineando che l’accusa mossa ora dagli Stati Uniti non è un atto di giustizia, ma politico. E trasformare la giustizia in un’azione politica è il modo più efficace per distorcerla e distruggerla. COSA È SUCCESSO E COSA NON È SUCCESSO CON I PICCOLI AEREI Il 24 febbraio 1996, tre  aerei Cessna  appartenenti all’organizzazione Brothers to the Rescue decollarono dalla  Florida , presumibilmente per la loro consueta missione di ricerca di canoisti cubani in difficoltà in mare. Intorno alle 15:30, due dei tre aerei furono abbattuti da caccia cubani, causando la morte di quattro persone, come ho già accennato. Cuba sostenne allora, e continua a sostenere, che i piccoli aerei avevano violato il suo spazio aereo e che aveva agito per legittima difesa. Tuttavia, l’  Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO)  ha stabilito che i due velivoli furono abbattuti tra le nove e le dieci miglia nautiche al di fuori dello spazio aereo territoriale cubano e che  Cuba  non tentò di contattarli via radio prima di aprire il fuoco. Tutto lasciava intendere che l’ordine di abbattere fosse stato impartito da Raúl Castro, allora Ministro delle Forze Armate, ma anche che nulla di tutto ciò fosse avvenuto nel vuoto. Cuba aveva segnalato per mesi al Dipartimento di Stato e all’ICAO le continue incursioni di questi piccoli aerei nel suo spazio aereo (più di venticinque tra il 1994 e il 1996). Nessuno intervenne e gli avvertimenti rimasero inascoltati. Naturalmente, questo non giustifica l’abbattimento di civili disarmati nello spazio aereo internazionale, ma è un elemento da tenere in considerazione. CHE COSA È SUCCESSO ADESSO CON LE BARCHE? A partire dal 2 settembre 2025, l’  amministrazione Trump  ha avviato una campagna di attacchi militari contro navi nelle acque internazionali dei Caraibi e del Pacifico orientale, sostenendo di dover contrastare il traffico di droga. Secondo i dati raccolti dal New York Times, al 20 maggio 2026 erano stati perpetrati 57 attacchi, che avevano causato 193 morti. In nessuno di questi attacchi è stata trovata alcuna prova della presenza di droga o armi a bordo. Persino ex funzionari antidroga statunitensi hanno sottolineato che le imbarcazioni dei trafficanti trasportano in genere due o tre persone, non undici, per ottimizzare lo spazio di carico. Per questi motivi, tra gli altri, diverse organizzazioni internazionali, come  Human Rights Watch , hanno definito questi attacchi come esecuzioni extragiudiziali illegali, secondo la definizione del Patto internazionale sui diritti civili e politici, ratificato dagli Stati Uniti. Diversi esperti legali hanno inoltre sottolineato che gli attacchi sono illegali anche secondo la legge statunitense. IL CONTESTO STORICO DEGLI STATI UNITI Le esecuzioni illegali ordinate da  Trump  non sono le prime effettuate dagli Stati Uniti. Il 3 luglio 1988, un incrociatore lanciamissili statunitense abbatté un aereo di linea della Iran Air nelle acque territoriali iraniane. A bordo si trovavano 274 passeggeri e 16 membri dell’equipaggio, tra cui 66 bambini. L’aereo era chiaramente identificabile come un velivolo civile e stava volando all’interno di un corridoio aereo commerciale internazionale. Gli Stati Uniti non si scusarono. Il vicepresidente George H.W. Bush dichiarò davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che il suo paese non aveva nulla di cui pentirsi e non ne avrebbe mai avuto. Il comandante della nave che abbatté l’aereo di linea non solo non fu processato, ma fu addirittura insignito di una medaglia. Il 7 maggio 1999, aerei statunitensi sganciarono cinque bombe di precisione sull’ambasciata cinese a Belgrado. Tre giornalisti cinesi rimasero uccisi e venti persone ferite. La spiegazione ufficiale fu che si trattò di un errore, una versione che la Cina non credette all’epoca e che continua a mettere in dubbio ancora oggi. A partire dal 2001, gli Stati Uniti hanno sviluppato un programma sistematico di attacchi con droni contro obiettivi civili in Pakistan, Yemen, Somalia e Libia. In tutti i casi, non c’è stata alcuna dichiarazione di guerra formale. Dal momento in cui Obama si è insediato, il 20 gennaio 2009, fino alla sua uscita di scena, il 31 dicembre 2015, ci sono stati 473 attacchi mirati con droni “al di fuori delle aree di ostilità attive”. Questi attacchi hanno provocato un numero di morti compreso tra 2.372 e 2.581 tra “combattenti” e tra 64 e 116 tra “non combattenti”, definiti dall’intelligence statunitense come “individui che non possono essere presi di mira secondo il diritto internazionale”. Tuttavia, la New America Foundation stima che i droni statunitensi abbiano ucciso circa 250 civili durante questo periodo, il Bureau of Investigative Journalism ha stimato che fino a 358 civili siano morti in queste operazioni e altre indagini portano il bilancio delle vittime a quasi 1.000 (Fonte dati  qui ). Il 3 ottobre 2015, un caccia dell’aeronautica militare statunitense bombardò l’ospedale di Medici Senza Frontiere (MSF) a Kunduz, in Afghanistan. Per quasi mezz’ora, l’edificio principale dell’ospedale – che ospitava l’unità di terapia intensiva, il pronto soccorso, il laboratorio, il reparto di radiologia, l’ambulatorio, il reparto di salute mentale e l’unità di fisioterapia – fu ripetutamente e con precisione bersaglio dei bombardamenti. Ventiquattro pazienti, quattordici membri dello staff e quattro operatori sanitari persero la vita. Secondo Medici Senza Frontiere, l’attacco avvenne nonostante le coordinate GPS dell’ospedale fossero state condivise con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, il Ministero degli Interni e della Difesa afghano e le forze armate statunitensi a Kabul. Ciononostante, gli Stati Uniti dichiararono che si trattò di un errore e nessun militare fu perseguito. Il 3 gennaio 2020, un attacco di droni statunitensi ha ucciso il generale iraniano Qasem Soleimani, comandante delle Guardie Rivoluzionarie, a Baghdad. La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, Agnès Callamard, ha concluso che l’attacco è stato illegale e arbitrario secondo il diritto internazionale. Sebbene gli Stati Uniti abbiano invocato la legittima difesa, non hanno mai fornito alcuna prova che dimostrasse la necessità dell’attacco per fermare una minaccia. UN EQUILIBRIO SQUILIBRATO Gli Stati Uniti accusano Castro di quattro morti nel 1996, il che non è certo cosa da poco. Non so se sia legale farlo dopo 30 anni. Credo però che l’amministrazione degli Stati Uniti  non abbia la legittimità morale per accusare Castro della morte di quelle quattro persone, quando è responsabile di 190 esecuzioni illegali solo nell’ultimo anno, contando solo quelle compiute durante gli attacchi alle imbarcazioni. Queste esecuzioni sono state effettuate senza processo, senza prove, senza identificare la maggior parte delle vittime, senza sopravvissuti che potessero testimoniare e distruggendo le imbarcazioni in modo che nessuno potesse ispezionarle. La differenza tra i due casi non è di natura legale. È una questione di potere, perché permette al potere imperiale di uccidere di più senza che nessuno possa mettere in discussione le sue azioni. È politica mascherata da giustizia, il modo più diretto ed efficace per distruggere quest’ultima. L’accusa di Trump, e quella dei suoi procuratori, è spregevole non perché Castro sia innocente, ma perché proviene da qualcuno che applica agli altri uno standard che non è disposto ad applicare a se stesso. Si tratta di un doppio standard moralmente ripugnante perché distrugge la legittimità della legge e dell’ordine, l’unico baluardo contro cui si può arginare la barbarie e impedire che i crimini dei potenti restino impuniti. Non si tratta di proteggere Castro o difendere Trump, o viceversa. Si tratta di applicare le stesse regole a tutti. La pace inizia quando tutti gli Stati si sottomettono alla giurisdizione di tribunali internazionali indipendenti per gli atti di violenza commessi al di fuori dei propri confini, e quando il diritto internazionale cessa di essere un’arma usata dai potenti contro i deboli e diventa un limite efficace al potere di chiunque – chiunque esso sia – lo utilizzi illegittimamente. Solo attraverso i principi possiamo rendere il mondo meno violento e complesso. Ma i principi applicati solo ai nemici sono puro inganno e mera propaganda, che abbiamo il dovere di denunciare e combattere. Fonte: La Voce del Sud   Articolo da ResumenLatinoamericano Traduzione di Associazione Nazionale d’Amicizia Italia-Cuba   Per informazioni sul caso del 1996: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-abbattimento_dei_cessna_ed_incriminazione_di_raul_castro_larticolo_di_gianni_mina_del_1996_che_chiarisce_tutto/45289_67043/ https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-dai_velivoli_del_1996_alla_crisi_attuale_cuba_denuncia_la_strategia_usa/45289_67034/ > Cuba. La verità che gli stati uniti nascondono e che i mass media italiani non > vogliono leggere Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
June 5, 2026
Pressenza
José Martí e Malcolm X: “Amor con amor se paga”…
… contro il blocco delle rotte solidali. di Geraldina Colotti (*) Il 19 maggio non è stata una semplice coincidenza cronologica, ma un nodo geopolitico della memoria. Nel 1895 cadeva a Dos Ríos l’Apostolo di Cuba, José Martí; trent’anni dopo, nel 1925, nasceva a Omaha colui che sarebbe diventato Malcolm X. Sebbene separati dalle specificità delle loro epoche, i due
Il 28 maggio in piazza per l’autodeterminazione di Cuba e contro le aggressioni USA
Il 28 maggio è stata chiamata una mobilitazione nazionale per difendere Cuba dall’aggressione statunitense, con la Casa Bianca che vuole strozzare un popolo che ha fatto della propria bandiera il simbolo della solidarietà internazionale. Del resto, non c’è frase che esprima meglio il senso di cosa rappresenti Cuba nel mondo […] L'articolo Il 28 maggio in piazza per l’autodeterminazione di Cuba e contro le aggressioni USA su Contropiano.
May 25, 2026
Contropiano
L’incognita di Cuba
Da mesi prosegue lo strangolamento Usa di Cuba. Ospitiamo il parere di Maurizio Fantoni Minnella e restiamo aperti ad altre idee contributi sulla drammatica situazione dell’isola. Ehi Nixon, giù le mani da Cuba! Mario Monicelli, da Romanzo popolare Foto: La Jornada 1. In oltre un secolo di storia moderna e contemporanea la Sinistra ha creato e alimentato le sue mitologie,
Cuba e il bluewashing USA, Rodríguez Parrilla: “Tolgano il bloqueo se vogliono aiutarci”
Bruno Rodríguez Parrilla, Ministro degli Affari Esteri cubano, ha sottolineato sul suo profilo Facebook che, per la prima volta, il governo degli Stati Uniti ha formalizzato pubblicamente un’offerta di aiuti a Cuba, tramite una dichiarazione del Dipartimento di Stato, del valore di 100 milioni di dollari. L’ennesima operazione di bluewashing (1) da parte degli USA, non tanto avendo come scopo ultimo l’umanitarismo, ma piuttosto avendo come fine ultimo il tentativo di comprarsi in qualche modo la benevolenza del governo rivoluzionario cubano. Gli USA hanno usato questa strategia molte volte, ed ora – dopo anni di finanziamenti alla destra cubana in loco e all’opposizione controrivoluzionaria anti-cubana di Miami – tenta di fornire finanziamenti diretti a Cuba per “prendersela”, come ha dichiarato recentemente Trump, ma il governo rivoluzionario cubano conosce molto bene le conseguenze di una simile azione. Il Ministro degli Esteri ha osservato: “Non è ancora chiaro se gli aiuti saranno in denaro o in natura, e se saranno destinati ai bisogni più urgenti della popolazione in questo momento, come carburante, cibo e medicinali”.   Rodríguez Parrilla ha sottolineato che, nonostante l’incongruenza dell’apparente generosità di coloro che sottopongono il popolo cubano a una punizione collettiva attraverso una guerra economica, “il governo cubano non ha l’abitudine di rifiutare gli aiuti esteri offerti in buona fede e con autentici scopi di cooperazione, siano essi bilaterali o multilaterali”.   Ha aggiunto che non ci sono problemi nemmeno con la collaborazione con la Chiesa cattolica, con la quale Cuba vanta una lunga e positiva storia nonostante molte vicende abbiano spesso impedito il dialogo. “Siamo disposti ad ascoltare i dettagli dell’offerta e le modalità di attuazione” – ha dichiarato il Ministro degli Esteri nella logica tipica della politica estera cubana trasmessa da Fidel Castro, secondo cui: “I principi non sono negoziabili. Con l’imperialismo e tutte le sue sfaccettature non c’è possibilità di negoziazione, solo dialogo.” Anche per questo motivo – in seguito alla richiesta presentata dal governo statunitense di ricevere all’Avana una delegazione guidata dal direttore della CIA, John Ratcliffe – la Direzione della Rivoluzione ha approvato la visita e l’incontro con il suo omologo del Ministero degli Interni. L’incontro si è svolto giovedì 14 maggio, in un contesto caratterizzato dalla complessità delle relazioni bilaterali, al fine di contribuire al dialogo politico tra le due nazioni, nell’ambito degli sforzi volti ad affrontare la situazione attuale. Nella dichiarazione del Governo Rivoluzionario cubano si legge: “Le prove fornite dalla parte cubana e gli scambi avuti con la delegazione statunitense hanno dimostrato in modo inequivocabile che Cuba non costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, né esistono ragioni legittime per includerla nella lista dei paesi che presumibilmente sponsorizzano il terrorismo. Durante l’incontro è stato possibile verificare la coerenza e la congruenza della posizione storica del nostro Paese con le azioni del governo cubano e delle sue autorità competenti, nel contrastare e condannare inequivocabilmente il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni. Ancora una volta è apparso evidente che l’isola non ospita, non sostiene, non finanzia e non permette l’esistenza di organizzazioni terroristiche o estremiste; non vi sono basi militari o di intelligence straniere sul suo territorio e non ha mai appoggiato alcuna attività ostile contro gli Stati Uniti, né permetterà che Cuba intraprenda azioni contro altre nazioni. L’interesse di entrambe le parti nello sviluppo della cooperazione bilaterale tra le forze dell’ordine e gli enti di contrasto è risultato evidente, sulla base della sicurezza di entrambe le nazioni, della sicurezza regionale e internazionale.” Il capo della diplomazia cubana ha espresso la speranza che gli aiuti siano esenti da manovre politiche e da tentativi di approfittare delle carenze e delle sofferenze di un popolo sotto assedio. Rodríguez Parrilla ha sottolineato che “il miglior aiuto che il governo degli Stati Uniti potrebbe offrire al nobile popolo cubano ora e in qualsiasi momento è quello di allentare le misure di blocco energetico, economico, commerciale e finanziario, che si sono intensificate come mai prima d’ora negli ultimi mesi, colpendo gravemente tutti i settori dell’economia e della società cubana”. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha scelto la via dei fatti e delle parole nette per rispondere alle ultime mosse ostili di Washington. In un’intervista concessa alla ABC News direttamente dalla capitale cubana L’Avana, Rodríguez ha lanciato un allarme che suona come un ultimo avvertimento: la strategia aggressiva di Donald Trump non è solo una questione di sanzioni economiche, ma una minaccia concreta che potrebbe portare a un “bagno di sangue”. Il diplomatico cubano ha denunciato una criminale “aggressione multidimensionale” che va ben oltre il famigerato blocco economico. Al centro delle accuse c’è il vero e proprio assedio petrolifero imposto dalla nuova ordinanza esecutiva firmata da Trump il primo maggio. Un atto che, nelle parole di Rodríguez, non solo danneggia il popolo cubano, ma viola apertamente la sovranità di altri Stati, minacciando sanzioni contro qualsiasi compagnia o nave che osi rifornire l’isola di petrolio. Una mossa che sa di strangolamento, pensata per piegare un paese dopo averlo ridotto allo stremo. Di fronte al paventare di una invasione militare USA di Trump contro Cuba, Rodríguez Parrilla ha infatti dichiarato: “Il blocco uccide già bambini. Un’invasione? Sarebbe un massacro di cubani e di giovani soldati statunitensi”.   (1) Il bluewashing è una pratica di marketing ingannevole in cui un’azienda, o un’organizzazione, o uno Stato si dipinge come socialmente responsabile ed etica per scopi umanitari di facciata, senza però apportare miglioramenti concreti alle proprie politiche di gestione del personale, diritti umani o impatto sociale.   Per info: https://www.granma.cu/mundo/2026-05-14/comenta-canciller-cubano-ofrecimiento-de-ayuda-de-eeuu https://www.granma.cu/cuba/2026-05-14/informacion-del-gobierno-revolucionario > Canciller de Cuba afirma EEUU formalizó oferta de ayuda a la isla Lorenzo Poli
May 18, 2026
Pressenza
La dichiarazione dell’Avana. Il manifesto comunista della rivoluzione in America Latina
“Fu un movimento relativamente piccolo, un movimento atipico, ma coronato dal successo, che portò la strategia della guerriglia sulle prime pagine di tutti i giornali: mi riferisco al movimento rivoluzionario che conquistò il potere nell’isola caraibica di Cuba il 1° gennaio 1959”. Così il grande storico marxista Eric Hobsbawm inquadra […] L'articolo La dichiarazione dell’Avana. Il manifesto comunista della rivoluzione in America Latina su Contropiano.
May 12, 2026
Contropiano
La leggenda della “scomunica” di Papa Giovanni XXIII a Fidel Castro
Più volte, in questi anni, sul web, è stata rilanciata la leggenda secondo cui, il 3 gennaio 1962, Papa Giovanni XXIII – rifacendosi al decreto originale del Sant’Uffizio emesso da Papa Pio XII nel 1949 – avrebbe scomunicato l’allora trentaseienne e già a capo della Repubblica caraibica Fidel Castro, in linea con il decreto del 1949 che vietava ai cattolici di appoggiare la “dottrina del comunismo materialista e anticristiano”. Con la cosiddetta «scomunica ai comunisti» di Pio XII, ovvero il celebre decreto del Sant’Uffizio pubblicato il 1° luglio 1949 e de facto cancellato (formalmente mai revocato) col nuovo Codice di diritto canonico del 1983, devono ritenersi scomunicati gli iscritti al Partito Comunista e tutti coloro che appoggiano o sostengono gli ideali socialisti, comunisti e rivoluzionari. Il decreto considerava peccato grave leggere o propagare la stampa comunista e i fedeli “colpevoli” di simili comportamenti erano scomunicati, ovvero: non erano ammessi ai sacramenti, non potevano accedere all’eucarestia ed erano considerati addirittura apostati, vale a dire rei di avere abbandonato la fede cattolica. Al momento della sua emissione – in un’Italia che pativa ancora le pesanti conseguenze del conflitto mondiale – il decreto scatenò forti reazioni tra i comunisti italiani e anche a livello internazionale e destò forti perplessità sia perchè negli ambienti cattolici alcuni si erano avvicinati al PCI sia perché era stato emesso senza alcun preavviso o preparazione. Secondo quanto detto in questi anni, Papa Roncalli non solo non tolse la scomunica di Pio XII ai comunisti, ma anzi addirittura formalmente fece di tutto per inasprita. Sempre secondo quanto si riferisce, mentre il decreto del 1949 comminava la scomunica a coloro che si iscrivevano a partiti comunisti, filocomunisti o alleati con essi, quello del 25 marzo 1959 l’avrebbe estesa anche a coloro che semplicemente votavano per tali partiti. Si tratta di una bufala, una leggenda metropolitana nata proprio in seno ad alcuni ambienti più conservatori delle gerarchie ecclesiastiche vaticane, che consideravano il provvedimento già operativo sulla scorta del decreto emanato nel 1949 da Pio XII che, di fatto, vietava ai cattolici di iscriversi a partiti comunisti o dare loro appoggio in qualsiasi maniera, specialmente con il voto (1). Papa Pio XII si limitò a promulgare il documento emesso dal Santo Uffizio, ma non ci fu nessun inasprimento da parte di Giovanni XXIII. Il 3 gennaio 1962 si diffuse la voce di una scomunica direttamente da parte di Giovanni XXIII nei confronti di Castro, ma mai ci fu prova scritta di questo provvedimento. Anche spulciando il settimo volume dell’edizione critica dell’Istituto per le scienze religiose di Bologna, non si troverà alcun accenno: né quel giorno, né prima, né dopo. La famosa scomunica al Líder Máximo che rimbalza da anni nei media di tutto il mondo, più che mai citata in vista del viaggio apostolico di Benedetto XVI a Cuba avvenuto dal 26 al 28 marzo 2012, non c’è mai stata. Nel 2012, cinquanta anni dopo, l’allora segretario di Giovanni XXIII, Monsignor Loris Capovilla smentì la notizia della scomunica da parte del Santo Padre: «Questa parola, “scomunica”, non esiste nel vocabolario giovanneo. Perché continuino a tirarla fuori, non l’ho capito». Oltretutto questo atto, che tra l’altro colpirebbe chi si trova all’interno della comunità cristiana, sarebbe stato formalmente inutile in quanto Castro, con l’adesione alla ideologia comunista, aveva già violato i precetti stabiliti nel decreto del 1949. «Giovanni XXIII ha aperto una fessura nel muro di odi, divisioni e guerre», sospirava monsignor Capovilla il 28 marzo 2012 a Il Corriere della Sera. «Anche durante la crisi dei missili a Cuba, nell’ottobre 1962, la sua mediazione spirituale e la sua preghiera furono decisive». Eppure, in Vaticano, c’era chi sperava in una linea più dura, anche per ragioni tutte italiane. Per questo nacque la leggenda: «A parlare ai giornali di scomunica a Castro, richiamando il decreto del 1949, fu all’inizio del ’62 l’arcivescovo Dino Staffa, che più tardi fu creato cardinale da Paolo VI», spiegava il teologo Gianni Gennari, il «Rosso Malpelo» che su Avvenire teneva la rubrica Lupus in pagina: «Si voleva usare la cosa a fini interni, in Italia era in vista il primo centrosinistra. A questo serviva la voce della scomunica a Castro. E il Papa ne rimase molto dispiaciuto». L’obiettivo di Staffa era lanciare un monito nei confronti del centrosinistra che si stava formando, oltre ad essere un chiaro segnale ai fedeli cattolici di Cuba, esortandoli a revocare ogni consenso nei confronti della Rivoluzione cubana, ed un segnale a tutti quei cattolici che si stavano avvicinando al socialismo e al PCI (2). Un modus operandi totalmente contrapposto a quello di Papa Roncalli, il cui pontificato coincise con l’inizio del centro-sinistra in Italia (governi Dc-Psdi-Pri con appoggio socialista):un’apertura politica che non fu ostacolata dalla Chiesa, a differenza del passato. In un periodo di tensioni globali e di Guerra Fredda, l’atto di scomunica a Castro avrebbe sottolineato ancor di più il profondo contrasto tra la Chiesa cattolica e il comunismo, considerato incompatibile con i principi cristiani. Il pontificato di Roncalli si concentrò sull’opposto: superare la “guerra fredda” interna alla Chiesa, concentrandosi sul dialogo sociale piuttosto che sulla contrapposizione ideologica. Quando all’inizio del 1959 Fidel Castro prese il potere, in Vaticano arrivò la notizia che missionari e suore erano andati via da Cuba. Roncalli, Papa da un paio di mesi, ne parlò con il cardinale Domenico Tardini e dopo l’udienza mi a Capovilla: «non ho mai visto il Segretario di Stato così irritato». E come mai? Capovilla disse al Corriere: «Perché non si scappa. Non si scappa mai. E il Santo Padre era d’accordo con Tardini. Se ci mandano via, come poi è accaduto, allora dobbiamo andare. Ma la Santa Sede non prende mai l’iniziativa di rompere i rapporti diplomatici, non lo ha mai fatto». Ecco che quando il 17 settembre 1961 furono espulsi da Cuba 132 sacerdoti e il vescovo ausiliare dell’Avana, Eduardo Boza Masvidal, Papa Roncalli ne parlò all’udienza generale («Detto tutto ma in forma moderata», scrive nel diario) denunciando «prove e sofferenze» nella nazione nonché l’«esodo, in parte imposto, in parte subito come minor male» di sacerdoti e religiose: «Confidiamo ancora che il buon volere, la calma delle decisioni, la ricerca sincera di salvaguardare i valori della civiltà cristiana abbiano il sopravvento su affrettate deliberazioni». Non è certo il tono di chi si prepara a lanciare scomuniche o a elargire condanne. Vi è infatti da sottolineare che una eventuale scomunica contro Castro non sarebbe mai stata nello stile e nel modo di Giovanni XXIII. Roncalli era un uomo del suo tempo sul piano teologico ma molto aperto sul piano sociale: si parla di una forte attenzione alle istanze sociali, ai poveri e ai lavoratori, frutto della sua origine contadina e della sua visione pastorale aperta al dialogo. La sua sensibilità si concentrava sulla dignità umana e la giustizia sociale, spesso trascurate nel dibattito politico, differenziandosi dalle rigide chiusure anticomuniste del suo predecessore, Pio XII. Giovanni XXIII fu anche il papa che indisse il Concilio Vaticano II e contribuì a modernizzare la Chiesa, svecchiandola di vecchi privilegi, concentrandosi su uno sguardo molto più ecumenico. In campagna elettorale, il 20 marzo del 1963, Palmiro Togliatti tenne un discorso a Bergamo, dal titolo Il destino dell’uomo, da cui emerge l’intento di costruire un ponte con quel mondo cattolico che vive “una svolta riformatrice” sotto il Pontificato di Giovanni XXIII. Pochi giorni dopo, l’11 aprile, il Santo Padre promulga l’Enciclica Pacem in Terris nella quale si rivolge “a tutti gli uomini di buona volontà e li richiama a uno sforzo comune al fine di attuare il valore supremo della pace”. Giovanni XXIII distinse – da uomo del suo tempo convinto delle sue opinioni – tra l’errore (l’ideologia falsa) e l’errante (la persona), aprendo di fatto al dialogo con movimenti storici ispirati a ideologie diverse, inclusi socialisti e comunisti, purché finalizzati al bene comune. Non è un caso che quella Enciclica ricevette anche l’apprezzamento di Pietro Nenni, leader del Partito Socialista Italiano. Le parole di Togliatti a Bergamo ebbero grande risonanza, pro e contro, anche dentro la Chiesa stessa. Negli ambienti vaticani ci fu chi accusò il Papa di aver regalato, prima con l’udienza dell’autunno precedente al genero di Krusciov, e poi con la Pacem in terris rivolta “a tutti gli uomini di buona volontà”, qualche milione di voti ai comunisti. D’altronde bisogna ricordare che il mondo cristiano cattolico che solidarizzava con la sinistra era veramente ampio: dai teologi della liberazione ai preti operai, dai dirigenti di Lotta Continua di stampo cattolico alle correnti interne alle ACLI interessate ad un socialismo cristiano, per non parlare del Movimento Cristiani per il Socialismo (3) che vide al suo interno personalità di grande spessore culturale come la partigiana Lidia Menapace e il teologo Giulio Girardi, quest’ultimo addirittura autore di un meraviglioso libro intitolato Che Guevara visto da un cristiano. Il significato etico della sua scelta rivoluzionaria. Tutto questo per sottolineare come il pontificato di Papa Giovanni XXIII, pur non approvando la Rivoluzione cubana – che piaceva comunque a molti cattolici progressisti – non concepì minimamente la scomunica a Fidel Castro. La leggenda della scomunica ferì Roncalli e creò molti disguidi diplomatici ed aggiunse un’ulteriore dimensione ideologica e spirituale alle sfide politiche dell’epoca. Infatti la notizia della scomunica continuò a circolare e venne creduta anche dallo stesso Castro che, peraltro, aveva già abbandonato la fede cattolica. La bufala non giovò sicuramente in quegli anni immediatamente dopo la rivoluzione, dove i rapporti tra Cuba e Vaticano non erano certo idilliaci. Solo nel corso degli anni le relazioni si sono ammorbidite al punto che sia Giovanni Paolo II che Papa Francesco hanno incontrato Castro nelle loro visite a L’Avana.     (1) Il riferimento al voto non è mai stato formalmente indicato nel documento del Sant’Uffizio del 1949, ma venne stampato a chiare lettere sui manifesti con cui vennero tappezzate le chiese italiane: un modo per far accettare pubblicamente all’opinione pubblica cattolica il fatto di non avvicinarsi a simpatie socialiste nè con l’ideale nè con il voto. Il decreto non è mai stato revocato formalmente. Qualcuno lo ritiene implicitamente decaduto all’esito del Concilio Vaticano Secondo ma ciò si porrebbe in contrasto proprio con lo stesso Concilio laddove condanna le dottrine atee e materialiste. (2) C’è da dire che, per venire incontro alle esigenze di alcuni cattolici vicini o aderenti a esso, il Partito Comunista Italiano non richiedeva l’adesione all’ideologia del materialismo dialettico, ma solo una generica adesione al programma del partito. (3) Movimento Cristiani per il Socialismo un’organizzazione politica e culturale nata all’inizio degli anni Settanta originariamente in Cile come aggregazione di cristiani progressisti a sostegno della candidatura a presidente del socialista Salvador Allende. In Italia il primo convegno nazionale dei “Cristiani per il socialismo” si tenne a Bologna nel settembre del 1973, proprio nei giorni tragici della caduta e della fine di Salvador Allende. Il gruppo raccoglieva cristiani di sinistra ed esponenti dell’associazionismo cattolico che avevano vissuto con entusiasmo l’esperienza di apertura e rinnovamento della Chiesa cattolica seguita al Concilio Vaticano II e che vedevano con interesse l’idea di una “via cristiana al socialismo” e di un “socialismo dal volto umano”. Il movimento ebbe un’adesione significativa, ma vita breve e venne osteggiato dalla Chiesa cattolica. A poco a poco il movimento, per le sue posizioni molto progressiste (NO all’abrogazione del divorzio, NO all’abrogazione dell’aborto), divenne espressione esclusiva dei “cattolici del dissenso”. Negli anni successivi molti dei suoi esponenti svolsero attività politica, aderendo a diversi partiti della sinistra (PCI, PSI, DP, Il manifesto, Rifondazione Comunista).   Fonti: https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2014/04/30/news/giovanni-xxiii-e-togliatti-tra-fatti-e-ideologie-1.35771332/ > La leggenda della “scomunica” a Fidel Castro https://www.corriere.it/esteri/12_marzo_28/segretario-papa-giovanni-scomunica_62ee0478-7903-11e1-9401-15564ff52752.shtml > Pier Paolo Pasolini e Giovanni XXIII Lorenzo Poli
May 2, 2026
Pressenza
15, 16 e 17 aprile 1961, i tre giorni che cambiarono la storia di Cuba
Fin dai primi giorni dal trionfo della rivoluzione cubana capeggiata da Fidel Castro, avvenuto il 1° gennaio 1959, gli Stati Uniti hanno cercato di rovesciare il governo con numerose azioni terroristiche che hanno avuto il loro apice nei giorni 15, 16 e 17 aprile 1961, quando fu deciso dall’allora amministrazione guidata da J.F. Kennedy di invadere militarmente l’isola per riportarla sotto il controllo degli Stati Uniti. L’invasione dell’isola sulle spiagge di Playa Giròn, conosciuta anche come Baia dei Porci, si concretizzò il 17 aprile, ma nei due giorni precedenti altri eventi cambiarono il corso della storia di Cuba. Nelle prime ore del 15 aprile 1961 aerei camuffati con il distintivo della Fuerza Áerea Revolucionaria attaccarono simultaneamente l’aeroporto di Ciudad Libertad (nella capitale), la base aerea di San Antonio de los Baños, a sud-est dell’Avana e l’aerodromo della città orientale di Santiago de Cuba. Otto aerei B-26 partirono da Puerto Cabezas, in Nicaragua, con l’obiettivo di distruggere, a terra, la modesta aviazione cubana e per coprire le successive azioni militari sull’isola. L’attacco aveva anche lo scopo di far credere all’opinione pubblica internazionale che una ribellione interna stava avvenendo nel Paese e per questo uno degli aerei camuffati atterrò a Miami, convalidando l’ipotesi della diserzione e della ribellione dei piloti cubani. I bombardamenti causarono sette morti e 53 feriti principalmente tra la popolazione civile a causa dell’intenso mitragliamento da parte degli aerei delle zone circostanti alla base di Ciudad Libertad. Il giorno successivo, il 16 aprile 1961, duranti i funerali dei caduti per i bombardamenti, Fidel Castro proclamò il carattere socialista della rivoluzione in un evento a cui parteciparono migliaia di cubani. “Quello che gli imperialisti non possono perdonarci è che siamo qui, quello che gli imperialisti non possono perdonarci è la dignità, l’integrità, il coraggio, la fermezza ideologica, lo spirito di sacrificio e lo spirito rivoluzionario del popolo di Cuba,” dichiarò. Il bombardamento degli aeroporti cubani era il preludio alla successiva invasione del Paese, che avvenne nelle prime ore del 17 aprile. Fidel aveva capito che quei bombardamenti non erano degli eventi sporadici, ma appunto, il preludio all’invasione e per questo decise di mobilitare le forze armate cubane e le milizie popolari. La decisione di invadere Cuba fu presa nel novembre 1960 negli ultimi mesi della presidenza di Eisenhower, ma si concretizzò con l’arrivo alla Casa Bianca di John Fitzgerald Kennedy. Il nuovo Presidente venne informato nel gennaio dell’anno successivo, ma si rifiutò di far partecipare le truppe statunitensi all’invasione. Affermazione ripetuta anche in un’intervista tre giorni prima dello sbarco. Allo sbarco alla Baia dei Porci partecipò una brigata di un migliaio di esuli cubani, persone reclutate nell’isola provenienti dalla borghesia di estrema destra, dai movimenti studenteschi cattolici e da ambienti legati al clero più reazionario. La brigata arrivò a contare 1.200 guerriglieri e fu addestrata nei mesi precedenti in una base del Guatemala. Contemporaneamente arrivarono sull’isola una cinquantina di agenti con l’obiettivo di creare dei gruppi che appoggiassero dall’interno lo sbarco con azioni di guerriglia. In un primo momento lo sbarco doveva avvenire sulle spiagge di Trinidad, ma poi fu dirottato su Playa Giròn perché le condizioni logistiche erano mutate.  Il progetto iniziale prevedeva dopo lo sbarco la creazione di una testa di ponte a Trinidad, municipio tra i più controrivoluzionari dell’isola, da usare per conquistare l’intera Cuba, dato che la città aveva un porto e un aeroporto. Inoltre era in programma la costituzione di un governo fantoccio che sarebbe stato ovviamente riconosciuto dalla comunità internazionale. La presenza di bande di controrivoluzionari sulle montagne intorno a Trinidad avrebbe permesso un appoggio logistico allo sbarco, ma Fidel Castro aveva in quel periodo ingaggiato una grande lotta alle bande inviando migliaia di miliziani sulle montagne, quindi gli invasori si sarebbero trovati schiacciati alle spalle dai miliziani governativi. Fu deciso allora di spostare lo sbarco più a nord, a Playa Giròn, o Baia dei Porci. Secondo la Cia il movimento controrivoluzionario poteva contare su 3.000 affiliati e 20.000 simpatizzanti, ma alla resa dei conti furono molti meno. Lo sbarco alla Baia dei Porci iniziò la mattina del 17 aprile 1961; la brigata era partita da una base in Nicaragua, ma come scrive Daniele Silvestri in una canzone, “quel giorno il vento cambiò” e dopo 60 ore di duri combattimenti l’attacco viene sventato dall’esercito cubano comandato dallo stesso Fidel. I mercenari sconfitti si arresero a Playa Girón al tramonto del 19 aprile e quest’azione rappresentò la prima grande sconfitta dell’imperialismo in America Latina. Cinque giorni dopo Kennedy ammise pubblicamente la responsabilità degli Stati Uniti nell’invasione di Cuba, ma non la partecipazione. Alla fine dell’anno il governo cubano restituì i prigionieri della spedizione agli Stati Uniti in cambio di farmaci. L’operazione di rimpatrio iniziò il 23 dicembre e terminò il 26 dicembre 1961. Fu organizzato un ponte aereo Miami-L’Avana-Miami; gli aerei caricavano i medicinali negli Stati Uniti, li scaricavano a Cuba e ritornavano in patria con i prigionieri liberati. Si aggiunsero a loro anche 1.015 parenti. I corpi dei quattro piloti nordamericani morti e recuperati dai rottami degli aerei abbattuti durante la battaglia di Playa Giròn restarono a Cuba per oltre vent’anni, perché la Cia non poteva rimpatriarli, altrimenti avrebbe ammesso la sua partecipazione all’azione. La disfatta della Baia dei Porci debilitò e frantumò i numerosi gruppi controrivoluzionari sia in patria che all’estero. Rimprovervaano all’Amministrazione Kennedy di essere stati traditi e lasciati soli per non aver autorizzato l’intervento dei soldati statunitensi. Secondo alcuni fu questa la causa del suo assassinio: la mafia cubano americana non gli avrebbe perdonato il tradimento. Dall’altro lato l’aver respinto l’invasione mercenaria organizzata e finanziata dai nordamericani rafforzò ancora di più il consenso popolare attorno alla rivoluzione e alla figura di Fidel Castro. Il movimento controrivoluzionario vide nella sua figura l’ostacolo maggiore alla vittoria sulla rivoluzione. Vennero concentrate le poche energie rimaste nel tentativo di assassinarlo, ma i complotti furono tutti sventati dall’efficiente servizio di sicurezza popolare. Il servizio di controspionaggio messo a punto dal governo cubano per prevenire le infiltrazioni di agenti stranieri e controllare i gruppi controrivoluzionari presenti sull’isola aveva e continua ad avere un’importanza fondamentale per la sicurezza nazionale. Già a quell’epoca gli agenti cubani riuscivano a infiltrarsi nei vari gruppi terroristici per impedirgli di compiere i loro progetti. Alla fine del 1961 i gruppi controrivoluzionari erano praticamente scomparsi e la Cia non aveva più agenti sull’isola. Da quel momento la sua strategia per combattere la rivoluzione cambiò radicalmente: si passò a eseguire atti terroristici in piena regola, che richiedevano un’organizzazione molto meno complessa. Furono incendiati vari negozi e mercati nella capitale e realizzati altri attentati con lo scopo di terrorizzare il popolo cubano. Il 13 aprile 1961 fu incendiato il supermercato El Canto a L’Avana, dove perse la vita una dipendente. La disfatta di Playa Giròn fece capire al governo statunitense che un intervento armato sull’isola per riportarla sulla retta via non era una strada percorribile. Fu deciso quindi di ricorrere alle sanzioni, tanto amate oggi dai nostri governanti, per strangolare economicamente Cuba e mettere alla fame la popolazione, che così sarebbe insorta contro il governo. Il 7 febbraio 1962 Kennedy firmò la legge che istituiva il blocco economico, commerciale e finanziario ancora in vigore. Gli Stati Uniti non accettarono mai la sconfitta e il carattere socialista della rivoluzione cubana e cercarono in tutti i modi di vendicarsi applicando centinaia di sanzioni economiche, creando un assedio che non ha eguali nella storia mondiale. Nel Medio Evo per conquistare un castello lo si assediava portando la popolazione alla fame e alla disperazione. Sono passati oltre sessanta anni da quei giorni, ma il castello cubano non è caduto. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
April 17, 2026
Pressenza