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Ancora sulla sentenza Birmingham-Trevaillon
GLI ARTICOLI LA SENTENZA BIRMINGHAM-TREVAILLON. LEGGE, PSICOLOGIA E PEDAGOGIA DI ANTONIO FISCARELLI E PERCHÉ QUANTO ACCADUTO ALLA “FAMIGLIA NEL BOSCO” RIGUARDA TUTTI NOI DI ELISA LELLO, PUBBLICATI SU COMUNE, HANNO AFFRONTATO IN MODO MOLTO APPROFONDITO ALCUNE QUESTIONI LEGATE DIRETTAMENTE E INDIRETTAMENTE ALLA NOTA VICENDA DELLA FAMIGLIA BIRMIGHAM-TREVAILLON. NEI GIORNI SCORSI IL TRIBUNALE HA RIGETTATO IL RECLAMO PRESENTATO DAGLI AVVOCATI DIFENSORI. AL MOMENTO I GENITORI E LE TRE BAMBINE RESTANO SEPARATI DALLA LEGGE. IN QUESTO NUOVO ARTICOLO ANTONIO FISCARELLI, METTENDO DI NUOVO AL CENTRO IL NODO DELLA CARENZA DI UNO SGUARDO PEDAGOGICO ADEGUATO, SPIEGA, COME E PERCHÉ LO STATO, MENTRE CERCA DI TUTELARE I DIRITTI DELLE BAMBINE CONTRO EVENTUALI VIOLAZIONI DA PARTE DEI GENITORI, RISCHIA ESSO STESSO DI VIOLARLI Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 4 dicembre, ho appreso la notizia della decisione del tribunale dei minori dell’Aquila di riservarsi nelle prossime ore la decisione sul destino della famiglia Birmigham-Trevaillon. Il 16 dicembre il tribunale ha rigettato il reclamo presentato dagli avvocati difensori. Tutto ciò a riprova di quanto avevo supposto nel mio articolo uscito lo stesso giorno (La sentenza Birmingham-Trevaillon. Legge, psicologia e pedagogia), in cui affermavo che l’accettazione da parte dei genitori di vivere in una nuova casa non sarebbe stata sufficiente a convincere i giudici a restituire loro la responsabilità genitoriale «e forse neanche al ricongiungimento» con i loro bambini, in considerazione della «pluralità» delle imputazioni a loro carico. Ancora prima del 16, nelle poche dichiarazioni rilasciate ai giornali, i loro rappresentanti legali esprimevano fiducia e speranza che i giudici prendessero in considerazione non solo la scelta di abitare in una nuova casa, ma anche i «nuovi elementi» che essi hanno proposto di esaminare e che mettono in discussione le altre imputazioni che hanno motivato la «sospensione della responsabilità genitoriale» e «l’allontanamento dei loro figli», fra le quali, in soldoni, sono da annoverarsi le accuse di abbandono, isolamento, mancanza di istruzione e di vita sociale. Proprio in ragione di questi decisivi riferimenti all’educazione e alla vita sociale di questi bambini che la sentenza impugna, avevo sottolineato la carenza in essa di uno sguardo pedagogico e, inoltre, come da un ordine di discorso legittimamente giuridico si passi a un altro, che è sì lecito, ma non è detto che sia proprio legittimo, perché sembra prevalervi una «dottrina» (di psicologia) e non più una «procedura giuridica» di tutela dei minori. Avevo inoltre cercato di mostrare come questa dottrina (di psicologia) sembra dividere drasticamente natura e società, cioè suppone una contrapposizione conflittuale che, in sostanza, non esiste nella concreta realtà di questa famiglia, finendo per ridurre (e in ciò senza troppo differenziarsi da una certa ricezione della vicenda nei media e nei social network) la quotidianità stessa dei bambini a una sorta di mito dell’enfant sauvage. Altrimenti detto, nella mia pur soggettiva percezione, mi pare che una normalità sia stata trasformata in mito non solo dai media e dai network, ma anche da questo tribunale (che, per questo, deve farsi carico non solo degli aspetti meramente giuridici ma anche di quelli più propagandistici, per così dire) e ciò a favore di una visione della vita sociale in cui il rapporto dei bambini con la natura, piuttosto che essere recepito come un valore pedagogico, una virtù pedagogicamente e ecologicamente corretta, è percepito come un «rischio», un «pericolo» e, a un certo punto, come una vera e propria «violazione» all’integrità fisica e morale dei minori (nella sentenza, di fatto, ricordiamolo, si parla di «abbandono» e di «isolamento», di trascuratezza materiale e morale e via discorrendo). Una decisione fondata su una visione non dichiarata ma a sua volta sostenuta da autori classici di psicologia piuttosto che da una osservazione de-ontologicamente e pedagogicamente proporzionale ai vissuti concreti di questi bambini e al profilo stesso dei loro genitori. Qualche lettore sbrigativo e qualche intellettuale non meno impaziente, dalle mie riflessioni, hanno invece dedotto tre tipi di conclusioni molto generiche e ingenue: 1) una critica indebita verso i giudici, e non solo a questi giudici, bensì ai giudici in generale, annoverandomi, di conseguenza, fra i detrattori della magistratura: certo – e per rispondere senza girarci troppo intorno – essa non tiene conto che se l’operato di tutti i giudici fosse infallibile e ogni giudice perfetto, non ci sarebbe mai stato un dibattito (che, si badi, non è di oggi) sulla giustizia e sul ruolo dei giudici nella società (non solo in quella italiana, per capirci), e ancor meno questa sentenza specifica ne avrebbe mai scatenato uno così eclatante da prestarsi tanto alla strumentalizzazione politica e ideologica, quanto alla critica da parte del senso comune, ancorché a quella di esperti di diversi ambiti disciplinari, che di fatto interessano la vicenda e che la stessa tutela dei diritti dei minori chiama in causa – o almeno dovrebbe, appunto, chiamare in causa; 2) una indebita presa di posizione a favore dei genitori fondata su una condivisione dei loro idee: senza considerare che se, da una parte è lecito difendere anche idee che non si condividono (altrimenti neanche avrebbe senso parlare di ‘tolleranza’, termine che, a quando pare, è diventato talmente desueto che non lo si è sentito pronunciare una sola volta, in questo dibattito); dall’altra, nel mio contributo, c’è la difesa dei diritti dei genitori (entrambi indiscriminatamente e genericamente imputati di violazioni gravi e pregiudizievoli): ma in soldoni, è forse la difesa tout court del diritto dei minori e dei loro genitori di vivere così come stavano vivendo contro un’accusa supportata più da una teoria psicologista dell’educazione che da fatti concreti e giuriidcamente accertati; 3) una sorta di ingenuo naturalismo, in quanto ho usato – certo, non ingenuamente – la formula «carica anti-naturalista»: e su questo possiamo riaprire le danze, sperando di ottenere lo scopo per cui ancora oggi mi permetto di dedicare del tempo a questa storia, ricca di contraddizioni e di spunti che documentano la condizione pietosa in cui si trova oggi l’humanitas non solo di fronte alla natura, alla società, a un problema genuinamente pedagogico, ma alle sue proprie leggi, ai suoi variegati ordinamenti legislativi, a un problema di interpretazione, ancorché di educazione all’interpretazione delle leggi, a un dilemma riguardante il sentimento di giustizia e di ingiustizia, sentimento naturale, senza il quale, evidentemente, nessun ordinamento giuridico, nessun diritto, nessuna legge sarebbero possibili. Cercavo, in effetti – e riprovo a farlo da un’altra prospettiva – di evidenziare la carenza di uno sguardo pedagogico adeguato alla situazione, in una sentenza che, non solo imputa ai genitori di trascurare l’istruzione dei loro figli (poiché nella sentenza si parla di minori «privi di istruzione», l’equivalente di ‘analfabeti’), ma, per di più, si serve della psicologia per accusarli di trascurare anche la loro vita sociale: inizialmente, ponendo le due accuse distinte e come ugualmente compromettenti (mancanza di istruzione e mancanza di vita di relazione, isolamento e abbandono…), in un altro momento, facendo derivare la carenza di vita di relazione dalla mancata frequentazione della scuola: e in un ulteriore momento, sottolineando che non è l’istruzione il problema ma perlopiù la vita sociale dei bambini; ugualmente, una volta, sembra di stare di fronte a un pericolo o a un rischio di lesione e un momento dopo siamo di fronte a una violazione vera e propria, ‘grave e pregiudizievole’; ma, in questa ultima circostanza, piuttosto che fornire descrizioni di fatti concreti e di una perizia conforme ai fatti, si preferisce chiudere la sentenza con qualche riferimento legislativo e una bella dozzina di capoversi dedicati alla psicologia contemporanea: come dicevamo, una sorta di dispensa per studenti universitari a supporto di una sentenza che, non solo divide e contrappone educazione naturale e educazione sociale (che in questa famiglia invece sono una sola cosa, come ho concluso il mio contributo), ma – e a questo punto bisogna proprio dirla in maniera spicciola – separa di fatto, con i mezzi della Legge, una famiglia, contrapponendo fra loro genitori e figli (certo a tutela di questi ultimi, anzi, soltanto a tutela dei loro diritti)! Evidentemente, siamo di fronte non a una misurata e proporzionata valutazione del caso, ma a un invito molto originale al credo quia absurdum. Tuttavia, nella concreta realtà – ed è grosso modo la mia tesi – non sono le idee a essere o a dover essere imputate. Non sono loro a interessare la vicenda, ma le persone, i fatti che concernono queste persone: né le idee dei genitori, né quelle degli psicologi, degli assistenti sociali, dei giudici… e neanche le mie. A questa sentenza, invece, così pregna di idee (di psicologia) sembra adattarsi la formula di Nietzsche: «Non ci sono fatti, solo interpretazioni». Ma è chiaro che dobbiamo andare anche oltre Nietzsche, se vogliamo essere realisti, e dire che nella realtà, poi, contano solo i fatti: anche le interpretazioni contano come fatti. La la vita sociale della natura A rigor di logica, sul piano pedagogico, i fatti di questa famiglia sono costituiti dalla quotidiana dedizione di genitori scrupolosi e bambini che svolgono una vita sociale che non sembra inadeguata ai tempi che corrono, alla comunità e al territorio in cui sono inseriti, in cui le loro capacità relazionali sembrano svilupparsi quotidianamente nel rapporto con la natura e nel loro stesso focolare. Rapporto? Rapporto con la natura? Queste espressioni sono generiche. Andrebbero meglio circoscritte. Parliamo di esperienze concrete che istruiscono questi bambini di determinati contenuti e modi di essere, momenti empirici e pragmatici che essi assimilano in quanto corpi viventi (o meglio sarebbe dire vissuti) e non in quanto astratti e vuoti soggetti di diritto: esperienze vive che non sono limitate al gesto di «abbracciare un albero» o accendere il «fuoco nel camino» insieme al padre (atto che per Bachelard, per esempio, costituisce un vero complesso pedagogico, perché si gioca sul piano della trasmissione dei saperi pratici e che egli definisce «complesso di Prometeo», una sorta di «complesso di Edipo intellettuale»; ne ho parlato in uno studio per la rivista francese Penser l’éducation, alcuni anni fa, Regards transversaux sur le « complexe de Prométhée ». Technocentrisme, instance institutionnelle et éducation); esperienze la cui pluralità di elementi sociali implicata è una sola cosa con la quotidiana dedizione alla cura di animali e cose (naturali e artificiali, se questa distinzione non è di troppo) e con la quotidiana vita sociale nella comunità. Sono fatti questi che ne indicano altri, che nella sentenza non sono presi in considerazione. Ma sono fatti anche ciò che nella sentenza si afferma e ciò che non si afferma. È un fatto, ad esempio, che nella sentenza non si illustrino esempi concreti di come i genitori avrebbero «abbandonato», «isolato», lasciato i figli «privi di istruzione», tenuti separati da rapporti fra pari: in una parola, segregati! Momenti in cui, insomma, sia chiaro in che senso tutto ciò sarebbe palesemente avvenuto e i genitori, di conseguenza, avrebbero ‘violato’ la loro «integrità fisica e morale», assunto comportamenti indiziari di «negligenza genitoriale» che possono comportare «gravi e pregiudiziali rischi» e «conseguenze psicologiche e educative» per i loro figli. Se sommiamo tutte queste accuse, infatti, ne deriviamo che questi bambini sono stati del tutto privati di ogni contatto con il mondo esterno, privati non solo della luce proveniente dall’energia elettrica delle grandi società – poiché la famiglia si serviva di pannelli fotovoltaici – e dal calore di buoni termosifoni in ghisa, allacciati alle grandi società del gas, rimpiazzati da camino e cucina economica: a essi è stata soppressa anche la luce del giorno, ancorché il suo calore. Ho affermato che, proprio in virtù della quotidiana vita in un contesto da piccolo paese immerso nella natura, l’educazione impartita dai genitori a questi figli risulta ricca di elementi di socialità e che il rapporto genuino che essi stringono con la natura rafforza non solo la loro integrazione sociale ma anche la vita sociale della comunità in cui sono inseriti. Questa famiglia salvaguarda, ho sostenuto e ripeto, ciò che con molta evidenza nella società di oggi si perde facilmente. Forse conviene sottolineare che questo punto di vista non è proprio quello di Rousseau, citato dallo stesso ministro Nordio e da chi, pur esente da motivi politici, vede in questa vicenda una specie di aut-aut: o natura o società, o comunque un conflitto fra vita di campagna e vita in città (identificando in quest’ultima la vita sociale, ancorché una vaga visione della sicurezza, della salute e dell’igiene). Tocca dunque ribadire che la vita quotidiana a contatto con la natura favorisce la formazione di comportamenti genuinamente socievoli in virtù di condizioni esistenziali che essa richiede e impone e che non si presentano in una quotidianità imbrattata dai ritmi della vita urbanizzata. Non c’è da una parte la società e dall’altra la natura: c’è la Natura e, in essa, la società, in cui il rapporto con la natura può essere mediato da non pochi modelli educativi o diseducativi. Ne consegue che non c’è società senza la natura: mentre, di fatto, la natura potrebbe sussistere lo stesso senza la società (e su ciò potremmo chiaramente aprire un capitolo a parte). Se questa è una ideologia, allora chi ne è persuaso scagli per primo contro questa famiglia i suoi tomi di giurisprudenza, di psicologia e di sociologia. Sta di fatto, che la società, o meglio i suoi membri effettivi, gli esseri umani, godono sempre pienamente dei benefici che procura un rapporto genuino con la natura, mentre non possono che patire disagi se con essa vivono un rapporto malato. Entro una cornice del genere, si comprenderà meglio perché le idee della madre (di cui alcuni maldestri, lapidari e poco eleganti commentatori hanno pensato di far bene a citare affermazioni contenute in alcuni video e interviste – ragione per cui io ho citato un corso della giudice Angrisano, tenuto online), non dovrebbero essere prese in considerazione, né rispetto al factum dell’educazione dei suoi figli, né soprattutto rispetto al factum delle imputazioni ufficiali, poiché questa madre non solo ha delle idee ma, come tutte le madri, per chi non lo avesse ancora compreso, ha anche leidei diritti: e non solo in quanto madre, naturale, a cui spettano i diritti di filiazione, ma anche in quanto persona: diritti tutti che le sono riconosciuti indipendentemente dalle sue idee e convinzioni, dalla nostra Costituzione e dalle restanti convenzioni internazionali, fra cui quelle stesse che la sentenza ha menzionato contro le sue presunte «violazioni» e a tutela dei diritti dei suoi figli: le quali violazioni, si è accennato, sono imputate genericamente e senza distinzioni a entrambi i genitori. Ora, se questi genitori, che già subiscono le imputazioni dei giudici, si vuole fustigarli anche per le loro idee, nessuno potrà impedirlo. Viceversa, da un giudice non ci si aspetta altro che una oggettività tale per cui le sue convinzioni e idee personali non influenzino il decorso della Legge! Si badi bene: non possiamo chiedere ai comuni mortali la medesima oggettività che invece esigiamo dai giudici, se non vogliamo che gli stessi imputati e tutti insomma si facciano loro stessi giudici, e giudici dei giudici. Ma allorché una sentenza sembra essere segnata da una «soggettività» (come ho sostenuto nel mio precedente articolo), è logico che diventi non solo giusto ma anche costruttivo giudicare criticamente il giudizio dei giudici. Nota bene: fobia scolastica e fobia sociale La sentenza ha evocato nell’immaginario pubblico anche gli scenari reali delle scuole italiane, che sono zeppe di problemi riguardanti le capacità relazionali e i diversi disagi dei minori. Uno di questi è ad esempio la “fobia scolastica” che, dagli anni Settanta, almeno in qualche paese, è considerata una problematica urgente della scuola, su cui si adottano pratiche che passano per consigli interdisciplinari e che, oltretutto, valorizzano l’istruzione parentale: in due parole, quando una équipe (che si suppone adeguatamente interdisciplinare e deontologicamente corretta) ha gli elementi per diagnosticare un disagio proveniente dai rapporti con i pari o in genere con le altre figure della scuola, si cercherà in tutti i modi di garantire la continuità didattica ma soprattutto di proteggere i minori dai climi scolastici che sono alla base dei loro disagi. Come si può intuire, è un processo all’inverso, che rivela una contraddizione dentro la scuola (e nella società di cui è parte), se la scuola stessa deve giungere alla decisione di allontanare il minore da sé stessa. Nell’ultimo quarto di secolo, ho avuto a che fare con non pochi casi di questo tipo: alcuni aspetti critici sono documentai in alcuni studi empirici pubblicati su un paio di riviste specializzate nel settore. Parliamo sempre di minori e di minori con seri problemi in famiglia e di inserimento nella scuola e inseriti già in un più ampio contesto socio-educativo destinato a minori con problematiche diverse. In sostanza, in questi studi, pubblicati in lingua francese (Radu: Refus de l’école par l’enfant ou refus de l’enfant par l’école? La nouvelle revue de l’adaptation et de la scolarisation, 62(2), 55-65 e Phobie scolaire : se fier ou ne pas se fier à l’école? Un dilemme socio-existentiel de la société médico-scolarisée in Scholé: rivista di educazione e studi culturali : LVII, 2, 2019, 152-162), affronto il fenomeno dell’adattamento scolastico sia dal punto di vista del minore sia dal punto di vista dell’adulto. Detto per sommi capi, mostro come determinati atteggiamenti di rifiuto della scolarizzazione pubblica costituiscono perlopiù una reazione logica a un sistema non adeguatamente attrezzato per soddisfare tutte le reali esigenze ed aspettative delle famiglie dei nostri giorni. C’è una fobia sociale che deriva dalla percezione di minacce provenienti dai climi sociali in cui si vive, non una generale paura della società, bensì di specifici ambienti e modi di concepire la stessa vita sociale. Se per i minori che di fatto vivono la quotidianità di una scuola, il problema è circoscritto alla situazione particolare della propria scuola (il rapporto con i pari, con i docenti e la comunità scolastica nel suo insieme), per i loro genitori si traduce in una preoccupazione riguardante la condizione del sistema di istruzione, cioè le garanzie che esso offre per il futuro e l’inserimento sociale dei loro figli. In altre parole, le condizioni imposte da una società che certo non si risparmia nel produrre e riprodurre serissimi problemi nelle scuole e fuori, che disattende le richieste concrete dei genitori al riguardo dell’istruzione e dell’educazione dei loro figli, rendono, in generale ancora più auspicabile un’educazione quanto più possibile a contatto con la natura e lontana dai climi scolastici che sono all’origine stessa delle proprie delusioni. Certo, non per questo dovremmo prendercela con la scuola in generale, visto che dentro ci lavorano centinaia di migliaia di docenti, molti dei quali, loro stesso delusi e per non poche ragioni, anche professionali; ma semmai con il sistema politico che l’ha ridotta al rango di mera ‘agenzia sociale’ o ‘azienda formativa’, generando le condizioni ottimali per l’adesione, da parte di sempre più numerosi genitori, alla privatizzazione dell’istruzione, all’offerta privata, sia mandando i figli in istituti privati, sia mediante i percorsi di istruzione parentale. La Legge contro la Legge Nello stesso contesto cercavo di evidenziare la funzione di un certo uso del linguaggio. L’aporia di fatti e il surplus di astratte teorie di psicologia sembrano evocare un cortocircuito nella scelta delle forme più appropriate al caso e la Legge sembra diventare una questione linguistica, le parole, le formule astratte, i tecnicismi, azioni, come si direbbe in una certa filosofia dell’attivismo di matrice idealistica (alla Fichte e alla Gentile, per intendersi). Certo, azioni non rivoluzionarie, bensì reazionarie. Perché? Perché le rivoluzioni implicano un certo investimento dell’humanitas verso l’humanitas: e questo si applica – almeno per me… e Piero Calamandrei – anche ai giudici. Diciamolo con parole semplici, da un’altra angolazione: nessuna sentenza di un tribunale si presta a critica finché essa riflette un sentimento di giustizia che concilia in un solo atto il diritto e il buonsenso, perché il primo non ha senso senza il secondo, i principi del diritto naturale e del diritto positivo, a cui il primo fa da orizzonte come originario criterio da cui sono imprenscindibili tutti i diritti civili e sociali, della persona, della famiglia e della communitas. Tutto ciò, se non si è capito, ha un valore sociale e politico inestimabile, valore che va ben oltre le nostre posizioni di principio perché deriva da una attualità che, per quanto, possa sembrare – appunto – trasformata e alienata dalla sua stessa storia e dalle sue tradizioni a causa delle trasformazioni tecniche subentrate nei secoli e soprattutto di quelle dell’ultimo, ne è ancora profondamente pregna. Ma proprio in ciò la Legge stessa – con l’iniziale maiuscola, insomma – che è in sé un fatto storico, sociale e politico, si rivela anche come un fatto esistenziale: il rapporto vivente del legislatore in carne e ossa ai codici del diritto e alle legislazioni che servono da guida a ogni caso specifico con cui si confronta. La Legge non è mai indiscutibile: ma non perché ciascuno è libero di crederla tale, bensì perché i suoi stessi rappresentanti devono mettersi in discussione per coglierne lo spirito con il buonsenso, virtù che cresce e si coltiva nello studio e nell’esperienza (in questo caso nell’esperienza stessa con la Legge, in quanto legislatori) e sono forse i primi ad essere a rischio di errore: di errore di fronte alla Legge. Ora, per ritornare all’attualità, i corpi legislativi contemporanei con cui i giudici si confrontano oggi, salvaguardano non solo la natura intesa come ambiente, ma anche la naturale espressione e il naturale sviluppo della personalità, principi impliciti nelle medesime convenzioni menzionate nei riferimenti legislativi della nota sentenza. Parliamo di ordinamenti legislativi che fanno tesoro della tradizione del diritto naturale, della ius naturalis che, a rigor di logica, precede il diritto civile e che anzi fa da sfondo, come si accennato, alla storia stessa del diritto. Qui, insomma, non c’è un conflitto fra genitori e figli in cui questi ultimi risultino violati in qualche modo nella loro integrità fisica e morale, ma un conflitto di interpretazione della legge. Se non si percepisce una indebita dicotomia fra modi diversi di concepire società e natura, fra una visione poco naturalista (se non anti-naturalista) implicita nella visione (personale?) dei giudici e una visione iper-naturalista attribuibile ai genitori, c’è senza dubbio un conflitto del diritto contro il diritto, dello Stato contro se stesso, della Legge contro la Legge. Solo che questo conflitto è tutto interno a chi la Legge la rappresenta e la applica direttamente, per il ruolo che ricopre nella formulazione oggettiva del giudizio e non in virtù della toga che indossa: toga che, appunto, veste un giudice, non uno psicologo. Lo stato entra in conflitto con se stesso, perché mentre cerca di tutelare i diritti dei minori contro eventuali violazioni da parte dei loro genitori, rischia lui stesso di violarli in quanto stato! Rischia di violare i diritti della persona non solo dei minori, ma anche dei genitori. Inoltre, se è vero che diamo senso e significato ai diritti sociali e civili, al valore della famiglia come originario focolare, habitat naturale per la crescita dei suoi membri, se per il buonsenso, per la letteratura pedagogica e per la stessa giurisprudenza, la famiglia è intesa come una sorta di prima istituzione educativa, lo stato rischia di violare quelli che si sono voluti chiamare i diritti della famiglia. Ora, nella misura in cui lo Stato interviene e interferisce nella vita della famiglia deve farlo non solo garantendo la tutela dei minori nei confronti dei loro genitori e di altri soggetti esterni, ma anche nei confronti di se stesso, delle proprie prerogative, delle pratiche e delle procedure adottate da chi rappresenta la Legge. Lo stato deve farsi garante oggettivo dell’integrità totale della persona in tutte le sue condizioni e manifestazioni, guidato da un principio immateriale di non ingerenza. Al riguardo delle eventuali contraddizioni con cui la Legge può avere a che fare, citerei, per questo caso, proprio l’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), menzionato nella stessa sentenza fra i diversi riferimenti legislativi (con l’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali UE a cui è giuridicamente correlato), certo a tutela de diritti dei loro figli ma contro i loro genitori (che hanno ugualmente dei diritti). Questo articolo ha per titolo «Diritto al rispetto della vita privata e familiare»: 1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza. 2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. Senza dubbio, un tribunale per i minorenni è costituito da figure qualificate per fare il loro lavoro, da cui dipende de jure e de facto la sorte dei minori e anche il senso e il significato che bisogna dare a parole e formule altrimenti vuote come ‘diritti dei minori’, ‘tutela dei minori’ e simili. Nel problema esistenziale implicito nella quotidianità dei giudici, c’è anche un bella questione linguistica caratterizza da districare. In sostanza, in ogni atto giuridico, dei tanti che costellano la vita quotidiana di una società, fino a che punto è possibile capire se le tutela dei diritti di una persona tutela davvero la persona in carne e ossa? Detto altrimenti, se si tutela più l’idea della persona o l’esistenza in carne e ossa della persona. Siamo sempre di fronte al dilemma dell’esistenza come fatto e interpretazione. È difficile capire se o quando i linguaggi giuridici sono davvero in sintonia con la condizione reale degli esseri umani verso cui si rivolgono concretamente, in termini di tutela, se i principi leciti e legittimi sanciti da ordinamenti legislativi conciliano con costumi, tradizioni e un pluralismo di culture di cui l’Italia è una sorta di madrepatria e che la nostra costituzione tutela, appunto, da diverse angolazioni – certo non solo attraverso l’articolo 2 della Costituzione. Ma, a prescindere, nella viva realtà dei nostri giorni, quando applaudiamo e esultiamo per una sentenza che ha portato giustizia a una persona, a una famiglia, a più persone, non è forse perché non si percepisce alcun conflitto fra fatti e interpretazioni? E non stiamo forse celebrando anche il buon operato dei giudici e non perché hanno fatto ciò che piace a noi ma perché percepiamo, in un solo atto, il buonsenso, la perspicacia, la sagacia di persone che, dentro la toga, hanno valutato l’humanitas e i fatti secondo ragione (l’altro elemento senza cui nessuna ordine giuridico sarebbe possibile), rivelando che la natura stessa della Legge, la sua implicita ratio, che è anche morale, è conforme a dei principi impliciti nell’humanitas (nel bene e nel male): che, insomma il de legibus e il de rerum natura camminano sempre insieme nella retta via della giustizia. In tutte le circostanze, dalle più alle meno gravi, si tratta sempre di adattare gli ordinamenti ai vissuti reali delle persone, di cui i linguaggi giuridici sono atti a interpretare gesti, azioni, scelte di vita e professionali, comportamenti non necessariamente consapevoli, modi di vivere e di concepire la vita stessa. Quando la lex trova un equilibrio, una sintonia con l’humanitas che ogni caso esprime, anche nelle peggiori situazioni, senza dubbio, non troverà difficoltà a fare il suo corso e noi avremmo poco quanto niente da ridire neanche contro la massima pena e la peggiore condanna che dei giudici possano emettere, bensì, semmai solo accodarci a un motivo classico e pertanto sempre valido perché in qualche modo riflette il buonsenso implicito nella Legge stessa: dura lex sed lex! Secoli e secoli di teorie e pratiche pedagogiche nell’evoluzione delle società e delle civiltà hanno anticipato le più moderne scienze psicologiche, secoli e secoli di filosofia hanno preparato il terreno alle più audaci visioni, concezioni e teorie del diritto, dello stato, del governo, del controllo, della punizione, del castigo, della correzione. I linguaggi contano sempre, in ogni ambito, figurarsi quelli della giurisprudenza che si applicano ai casi concreti. Ci sono problemi di linguaggio nell’interazione fra i garanti della legge e i destinatari dei loro atti legislativi e giuridici: ma questa difficoltà è tipica delle odierne maniere di comunicare. Non è solo un problema di competenze, ma di capacità di interazione con la diversità, di modalità di comunicare che favoriscono muri più che ponti, rivelano sordità più che ascolto. Non è solo un problema di modelli culturali contrapposti (come è stato proposto da qualcuno che ha letto criticamente il mio contributo, su Micromega, una rivista per tutti e per nessuno, per parafrasare Nietzsche), perché di qualunque modello si parli, sono sempre le persone in carne e ossa a interessare, realtà viventi, soggette – sin dalla nascita e proprio perché non c’è separazione reale fra natura e società, ma ideologie che le separano idealmente e pratiche che ne conseguono – alla pressione di una pluralità di modelli. La tutela dei diritti deve essere tutela delle persone, altrimenti che tutela è? Oggi, che migliaia di famiglie, passando per modalità di applicazione delle leggi particolarmente specializzate, quindi ‘culturalmente’ evolute, non hanno e non avranno la possibilità di ricongiungersi, oggi che le politiche sociali hanno difficoltà sul piano della quantità e della qualità e che un caso come questo solleva un tal dibattito, in tutto ciò non si vedono davvero i tratti di una materializzazione serena della tutela delle persone in carne e ossa, almeno non più di quanto non si veda, come cerco di sostenere già nel mio primo intervento, un conflitto di interpretazione della Legge, delle leggi. Ma a questo punto, da filosofi, da pedagogisti, da psicologici, da studiosi e insegnanti di scienze umane e sociali, è forse meglio tacere? Lasciando la Legge, le leggi, ai legislatori? E le persone? Due genitori e tre bambini sono separati, come è in sorte ad altri genitori e figli (per motivazioni che possono essere tanto svariate, ma la cui varietà è sintetizzata in leggi particolari e leggi universali). Ma anche i legislatori sono persone (con i medesimi diritti delle persone che giudicano), perché sono esseri umani e se tutti gli esseri umani sono persone, anche loro lo sono. Per questo dobbiamo tutelare anche loro come tuteliamo tutte le persone. Ma se sono davvero persone in carne e ossa – e se la persona, dopotutto, non è solo carne e ossa, ma anche qualcos’altro (emozioni, istinti, intelligenza, volontà, passioni, vita sociale e culturale, bisogni, desideri, primari secondari terziari, naturali, spontanei, indotti ecc.) – tutto ciò, certo, un sillogismo aristotelico non basterà a confermarlo: bisognerà dimostrarlo nell’atto pratico. In questo, lo statuto sociale non è sufficiente a infirmare la benché minima differenza fra giudici e imputati: entrambi sono condannati a dimostrare di essere persone in carne ed ossa, o meglio, in sentimenti e ragioni. Se minimamente c’è armonia su questo piano, come si è già accennato, c’è rispettabile giustizia o, il che è lo stesso, risarcimento morale proporzionato a un’intollerabile ingiustizia. Equilibrio di giustizia naturale e positiva. Legge. -------------------------------------------------------------------------------- Post Scriptum: la legge ai legislatori e ai profani i dubbi Alla conferenza della Associazione Nazionale Magistrati Abruzzo, il 3 dicembre, la giudice Angrisano ha affermato: L’occhio con cui noi decidiamo questioni di diritto è quello di quei diritti che a tutti i minori sono garantiti a partire, se non vogliamo fare riferimento soltanto all’ordinamento nazionale, dalla Convenzione dell’Onu del 1989, che ha un articolo, il 29, che indica in modo estremamente chiaro i limiti della libertà educativa genitoriale nei confronti dei diritti dei loro figli. […] Noi abbiamo applicato delle regole giuridiche dopo aver fatto dei tentativi di un bilanciamento tra interessi e diritti sempre volto nell’ottica degli interessi del minore, quindi cercando la collaborazione dei genitori perché loro stessi riescano ad attuare quei diritti […] Se questa collaborazione viene, se la disponibilità di migliorare c’è, si cerca di trarre la via che è quella più vicina a quel diritto principale, universale che è quello del bambino alla felicità, che prevederebbe il poter vivere serenamente con i suoi diritti garantiti all’interno della sua famiglia di origine”. Riportiamo di seguito l’art. 29, evidenziando in neretto qualche passo, su cui il lettore può comodamente riflettere, comparandoli con le sopraddette affermazioni e con le accuse reali attribuite ai genitori, se a questi bambini non stati garantiti i diritti «all’interno della [loro] famiglia di origine»: 1. Gli Stati Parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: a) di favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutte le loro potenzialità; b) di inculcare al fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei princìpi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite; c) di inculcare al fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del paese nel quale vive, del paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua; d) di preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi, con le persone di origine autoctona; e) di inculcare al fanciullo il rispetto dell’ambiente naturale. 2. Nessuna disposizione del presente articolo o dell’art. 28 sarà interpretata in maniera da nuocere alla libertà delle persone fisiche o morali di creare e di dirigere istituzioni didattiche a condizione che i princìpi enunciati al paragrafo 1 del presente articolo siano rispettati e che l’educazione impartita in tali istituzioni sia conforme alle norme minime prescritte dallo Stato. -------------------------------------------------------------------------------- Antonio Fiscarelli, ricercatore e docente di Filosofia, Storia e Scienze umane, ha pubblicato articoli in riviste italiane e francesi – riguardanti in particolare la scuola e l’educazione – ed è autore di diversi libri -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ancora sulla sentenza Birmingham-Trevaillon proviene da Comune-info.
Vivere o sopravvivere
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Coloro che oggi ci governano cercano di organizzare la sopravvivenza dell’umanità, cercano, cioè, di trasformare i vivi in sopravvissuti. Ma ciò che sopravvive non è più vivo, vive veramente soltanto chi non sopravvive al proprio modo di vivere e al proprio mondo. Una nuda vita non esiste: è solo un’astrazione del diritto e del potere. I sopravvissuti che ci circondano non hanno bocca né orecchie, non parlano né ascoltano, contano soltanto. Parlargli non serve. I poeti e i filosofi sono morti, per questo con loro possiamo parlare. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Vivere o sopravvivere proviene da Comune-info.
Gentilezza e amore tra mercificazione e rivoluzione
-------------------------------------------------------------------------------- “Secret kiss”: acrilico su cartoncino telato dipinto da Rossella Sferlazzo -------------------------------------------------------------------------------- Qualche domenica fa ero sull’autobus verso casa, carico di bagagli: uno zaino pesante sulla schiena e un trolley, al cui manico, esteso in tutta la sua lunghezza, avevo assicurato una borsa frigo. I posti a sedere erano occupati, ma una ragazza non distante da me mi ha offerto il suo: si è alzata e ha indicato il sedile. Sono rimasto sorpreso da questo gesto gentile e ho risposto di no, però “grazie del pensiero”. Ho proseguito il viaggio in piedi e riflettuto a lungo sulla parola “pensiero”: perché ho ringraziato per il pensiero? In fondo, ho trovato in quell’invito un vero pensiero per l’Altro, cioè cura e preoccupazione per il prossimo dato nelle sue condizioni concrete, immerso in uno spazio-tempo e in una rete di rapporti sociali che lo condizionano. O, quantomeno, la gentilezza di quella persona incontrata casualmente sui mezzi pubblici conteneva il seme di tutto ciò. Si è trattato di una gentilezza a dimensione di essere umano, fondata cioè sull’incontro (ancor prima, sulla prossimità che lo consente) e sul riconoscimento: come non distinguerla dalla gentilezza dell’intelligenza artificiale assistita dall’algoritmo (per esempio, dell’app che ci invia notifiche puntuali, utili, talvolta azzeccatissime), che può vantare di conoscerci senza riserve né segreti? Come non distinguerla, inoltre, dalla gentilezza affettata di chi ci presta un servizio commerciale? Queste ultime due sono atteggiamenti di default, cioè rivolti verso chiunque (chiunque – sia precisato – paghi, offrendo in cambio i propri dati o il proprio denaro). La gentilezza fondata sull’incontro, dunque sul particolare, ha un potenziale politico: se sistematica e generalizzata, assurge a una dimensione politica. Questa gentilezza permette infatti di riconoscere (e di intervenire su) i bisogni dell’Altro; e che cos’è la politica se non la gestione collettiva del bisogno? Il bisogno, inteso come ciò il cui soddisfacimento è propedeutico alla riproduzione della specie e che è quantificabile e definibile con precisione, costituisce infatti il lessico della politica1. Non è un caso che la gentilezza sia stata mercificata: sussunta tanto dall’intelligenza artificiale, così stolida (e in tal modo appositamente programmata) da non distinguere tra bisogni e capricci, cioè tra bisogni reali e bisogni indotti, quanto nei rapporti commerciali, come fluidificante dello scambio. La mercificazione della gentilezza mira a far sì che quella offerta sul mercato basti, che non se ne pratichi (che anzi non si senta il bisogno di praticarne) dell’altra al di fuori: di conseguenza, che la libera concorrenza si dispieghi senza l’interferenza dell’empatia per il prossimo. Mercificare la gentilezza significa in altre parole assegnarle un prezzo e far scivolare chi la pratica gratuitamente nei panni di un folle. Pure gli incontri – in cui la gentilezza dovrebbe realizzarsi – non sono rimasti immuni alla mercificazione; pensate alle app di dating, ma anche a quelle programmate più generalmente per fare nuovi amici o conoscenze (per esempio, comehome!). Il filosofo croato Srećko Horvat parla di “economia libidinale” per indicare la mercificazione delle energie e pulsioni libidiche in un mondo largamente sessualizzato e rileva come già la liberazione sessuale del ʼ68 prestasse il fianco a questa sussunzione da parte del capitale, per via della rilevanza mediatica e simbolica assunta da alcuni protagonisti di quella stagione culturale (come i disinibiti e promiscui membri della Kommune 1 di Berlino Ovest) e dunque della politicizzazione della vita privata, che ha sancito il primato del diritto alla scelta dello stile di vita, in particolare sessuale, sul diritto alla resistenza nei confronti dell’ordine dominante. Questa sfera economica, in cui si realizza lo scambio di effusioni e fluidi tra esseri umani, non pare essere altro che la trasposizione in campo sentimentale e sessuale del traffico capitalistico di valori di scambio (denaro) e valori d’uso (merci)2; Lenin, citato dal filosofo croato, compendiava la situazione appena descritta nella seguente osservazione: “lo scambio di donne e uomini non è altro che l’applicazione del principio di scambio borghese sotto spoglie pseudo-rivoluzionarie”3. Nel suo saggio Horvat suggerisce pure che le energie libidiche e sentimentali destinate all’Altro non escludono né tolgono nulla a quelle necessarie alla messa in opera di un progetto politico rivoluzionario: anzi, l’amore per l’Altro è amore per colui o colei nel quale vediamo riflessa la luce della rivoluzione, per il compagno o la compagna di cammino e di lotta verso l’orizzonte comune di un altrove politico; al contempo, l’odio per il nemico è odio per chi, sbarrandoci il passo, si contrappone a noi nel conflitto. Un esempio in questo senso è dato dalla militanza rivoluzionaria di Ernesto Che Guevara4, costretto a vivere in clandestinità l’amore per la propria famiglia e perfino a travestirsi per evitare che i figli, bambini, lo riconoscessero e potessero dire a qualcuno di averlo incontrato. Gli spunti del filosofo croato ci danno il là alla contestazione di quell’amore concepito come complementarità, compendiabile nella formula secondo cui “quel che manca a uno degli amanti lo ha l’Altro e viceversa”. Questa visione rende infatti la coppia un dispositivo funzionale al mantenimento dell’ordine neoliberale. Vero è che ciascun amante, ottenendo dall’Altro ciò che gli manca, esce, in tutto o in parte, dal bisogno. In ogni caso, uscire dal bisogno grazie all’Altro (e a un Altro solamente, cioè all’amante) vale a configurare la coppia come un dispositivo autarchico, resiliente al taglio delle spese sociali praticato a ogni piè sospinto dallo Stato neoliberale. In altre parole, le politiche neoliberali esternalizzano alla coppia (o tuttalpiù alla famiglia) la sfera del bisogno, abdicando alla sua gestione. La coppia si configura così come una cellula più o meno rinforzata entro la società atomizzata; uscire dal bisogno grazie alla cooperazione di tutti gli Altri implica invece la fondazione di una politica orizzontale, che sviluppi la propria azione attorno ai beni comuni e inauguri non solo una più equa distribuzione del reddito, ma anche una meno discriminatoria divisione del lavoro. La società neoliberista funziona all’apice delle sue potenzialità – e correlativamente il desiderio di comunità si riduce al minimo – se la cellula-coppia permette alle molecole-amanti che la compongono di performare più efficacemente e dunque di procedere più agevolmente sulla rotta del benessere individuale (o tuttalpiù di coppia), rotta da cui è escluso l’approdo a una dimensione comunitaria più ampia della coppia (o tuttalpiù della famiglia). Nelle coppie così congegnate – che chiameremo “coppie funzionali” – ciascuno è mezzo dell’Altro e il fine stabilito si situa in uno spettro che va dalla sopravvivenza all’accrescimento del proprio capitale umano e, dunque, alla progressione nella piramide sociale. Se il mezzo non è atto al fine, lo si abbandona punto e basta. Le coppie funzionali affrontano le sfide poste dal libero mercato così come gli androgini narrati da Aristofane nel Simposio di Platone attaccarono gli dei dell’Olimpo. Nel mito gli androgini erano esseri umani che partecipavano del sesso maschile e del sesso femminile, disponendo di entrambi gli organi sessuali; avevano due facce, orientate in direzione opposta, su una sola testa e quattro braccia e quattro gambe, così che, quando si mettevano a correre, usavano gli otto arti facendo la ruota. Per indebolirli Zeus li divise in due esseri distinti; allo stesso modo il libero mercato finisce per far implodere le coppie sotto le contraddizioni in esse insufflate dal suo stesso ordine: in particolare, l’antagonismo tra regno della necessità – falsamente dipinto come carriera – e regno della libertà – cioè dell’incontro con l’Altro (dunque con il compagno o la compagna e con i figli) –; la capacità di guadagno dell’uno, spesso condizionata alla disponibilità dell’Altro ad assumere una serie di compiti di sostegno; la divisione sessuale del lavoro domestico, cioè riproduttivo delle condizioni che consentono lo stare al mondo. Quanto a quest’ultimo punto, la parità tra uomini e donne non può essere raggiunta semplicemente assumendo il tempo a unità di misura del lavoro prestato, a causa della maggiore intensità del lavoro femminile, nel quale “si condensano migliaia di anni di divisione sessuale dei ruoli”, dunque tutta la storia delle donne vissuta all’insegna dell’asimmetria nei rapporti di potere5. Con ciò non si vuole invitare mica a legarsi a un Altro con cui litigare da mattina a sera o, peggio, non avere una parola da scambiarsi – l’intento di queste considerazioni non è comunque quello di inventare una dating app –, ma a considerare – come suggerisce Horvat6 – che un orizzonte di liberazione (se vogliamo, di rivoluzione) condiviso con l’Altro è quanto fa brillare l’Altro ai nostri occhi, per il semplice fatto che lui o lei si accende della luce del desiderio utopico. Questo amore tiene insieme l’Altro e la restante parte della collettività che si vuole liberare dal giogo della società neoliberista: l’amore per l’Altro coincide con quello per la rivoluzione e la pratica di questo amore si traduce anche in cammino collettivo e lotta. La coppia funzionale è al contrario una cellula che promette un migliore adattamento di ciascuno dei suoi due membri alle catastrofi del sistema capitalista, cioè a quelle crisi (ambientale, economica etc.) che, essendo connaturate allo sviluppo e al progresso, sono gestibili dalla classe dominante mediante piccoli cambi di rotta che lasciano inalterati i rapporti di potere tra classi sociali7: promettono, in altre parole, la preservazione della coppia all’insegna della conservazione dell’ordine dominante; soltanto la coppia in cui ciascuno vede nell’Altro il riflesso della rivoluzione permette di immaginare un’alternativa, di cui reca la promessa, suggellata dal dono incondizionato che ciascun amante fa di sé all’Altro. Attraverso l’esperienza di questa coppia gli amanti non soltanto gestiscono il proprio bisogno, ma proiettano nella realtà il desiderio verso un luogo che ancora non è dato, verso l’utopia. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Benedetto Vecchi, Tecnoutopie, DeriveApprodi, 2022, pag. 18 s. 2 La radicalità dell’amore. Desiderio e rivoluzione, DeriveApprodi, 2016, in particolare pagg. 65-76; 106-110; 118-120. 3 Ivi, pagg. 26, 109. 4 Ivi, pagg. 91-104. 5 Christian Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti sulla politica, Edizioni Casagrande, 2021, pagg. 74-80. 6 Op. cit., pag.132 s. 7 Così Benedetto Vecchi definisce il concetto di catastrofe in op. cit., pag. 36 s. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gentilezza e amore tra mercificazione e rivoluzione proviene da Comune-info.
La guerra eterna e illimitata
PER SUA NATURA, LA GUERRA, COME IL CAPITALISMO, CONDUCE ALL’ABBATTIMENTO DI OGNI LIMITE. IN QUESTA CORSA OLTRE OGNI SOGLIA, L’AGGRESSIVITÀ COMPETITIVA È INDISPENSABILE E COMPORTA A SUA VOLTA L’INTENSIFICAZIONE DELLA VIOLENZA. QUELLO CHE RESTA SONO LE UCCISIONI, LE FERITE, LE MUTILAZIONI, LA DISTRUZIONE DI TUTTO CIÒ CHE SOSTIENE LA VITA: È QUESTA L’ESSENZA DELLA GUERRA. MA OGGI PIÙ CHE MAI OCCORRE DIRE CHE L’UCCIDERE È STORICAMENTE MASCHILE. ED È MASCHILE IL PENSIERO MILITARISTA SECONDO IL QUALE DARE LA MORTE È IL PIÙ GRANDE DEI POTERI, LETALE RISPOSTA AL DARE LA VITA COME MASSIMA POTENZA DEL FEMMINILE. SCRIVE BRUNA BIANCHI IN QUESTO ARTICOLO CHE INDAGA L”ESTESA RIFLESSIONE ECOFEMMINISTAI: “IMMERSI IN QUESTA SPIRALE DI VIOLENZA, DOBBIAMO RICORDARE CHE CI SONO MOMENTI NELLA STORIA IN CUI CIÒ CHE PIÙ CONTA È LEVARE UN ALTO GRIDO. GRIDARE LA PROPRIA COLLERA PER LO STRAZIO DEI CORPI, DELLE MENTI, DEI SENTIMENTI UMANI E LA DEVASTAZIONE DELLA NATURA, PER SVELARE IL VOLTO OSCENO DELLA GUERRA E ROMPERE L’INCANTAMENTO DELLA CANZONE ANTICA INTONATA DA TANTI MODERNI PIFFERAI: “NOI NON ABBIAMO MAI VOLUTO LA GUERRA, MA SIAMO MINACCIATI DA UN NEMICO IRRIDUCIBILE E DOBBIAMO UCCIDERLO E SRADICARLO DALLA REALTÀ…” Foto di unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “I nostri soldati, diremo, battezzeranno la terra con un battesimo di sangue per accelerare la prossima era di libertà. Ma non aggiungeremo che avranno così un compito eterno, aspettando invano un raccolto che non potrà mai crescere sulle tombe“le (Émile Zola, Contes à Ninon, 1864) La guerra eterna Mentre guerre sempre più efferate e genocidi straziano l’umanità e distruggono il pianeta si moltiplicano le voci che invocano l’abolizione di ogni limite alla conduzione della guerra e si abbattono le fragili barriere poste dal diritto e dalle convenzioni internazionali. Contemporaneamente, giorno dopo giorno, si rafforzano processi di legittimazione della guerra e della violenza in vari ambiti del sapere e la retorica dell’uccisione difensiva invade, avvelenandolo, anche il mondo infantile. Né ammette restrizioni la violenza contro la natura gli e animali, presentata come cosa buona e giusta, inevitabile per la sopravvivenza e il benessere umano. Negli ultimi anni in ambito archeologico sono riemerse teorie già da lungo tempo screditate, come quelle della guerra eterna, della caccia eterna, i pilastri del patriarcato eterno, che normalizzano la violenza in tutte le sue forme, proiezioni dell’attuale sistema patriarcale nelle età antiche. Queste teorie, anziché basarsi su ricerche rigorose, sono presentate come articoli di fede, deduzioni audaci tratte da alcuni ritrovamenti archeologici. Lo ha sostenuto recentemente la studiosa delle società pre-patriarcali Heide Goettner Abendrothii che ha invitato a volgere lo sguardo ai valori e alle strutture delle società matriarcali che sopravvivono ancora oggi, società fondate sull’affermazione della vita, la reciprocità, il mutuo aiuto e in cui la risoluzione dei conflitti avveniva attraverso i rituali e la negoziazione. Già nell’Ottocento opere di carattere storico, giuridico e antropologico avevano dimostrato che la nascita di una società gerarchica basata sull’accumulazione della ricchezza aveva coinciso con l’oppressione femminile e l’affermazione della guerra; il patriarcato, dunque, non era eterno, bensì un prodotto della storia e nel corso della storia avrebbe potuto essere superatoiii. In anni recenti numerose studiose ecofemministeiv hanno definito il patriarcato non solo come “un sistema integrale di oppressioni interconnesse imposte attraverso la violenza”v, ma anche, e soprattutto, come un progetto di trasformazione del mondo di cui la guerra è parte integrantevi. Questi studi hanno contribuito a svelare gli intrecci di potere e le convenzioni culturali che rispecchiano la visione androcentrica del mondo e si sono interrogati sull’origine e la natura della tensione verso l’assoluto e il superamento di ogni limite nell’esercizio della violenza che caratterizza il patriarcato capitalista. Sulla base di alcuni di questi studi le pagine che seguono si soffermano sull’idea della guerra illimitata. La guerra illimitata Ora noi dobbiamo volere la guerra, e quindi prepararla per impedire l’aggressione. In altri termini significa che sono precisamente i deboli, cioè coloro che sono esposti a doversi difendere, che debbono sempre essere armati per non venire sorpresivii. Così scriveva Carl von Clausewitz all’inizio dell’Ottocento in Della guerra, la sua opera filosofica incompiuta sulla natura dei conflitti armati. Ci possono essere guerre limitate, ammetteva il generale prussiano, “mezze guerre”, in cui la “logica interna della guerra resta nascosta”, ma la possibilità che una guerra si avvicini alla sua forma assoluta, all’annientamento dell’avversario, dovrebbe dominare i pensieri di ogni capo militare che deve prepararsi all’imprevedibile. La guerra, per sua natura, conduce inevitabilmente all’abbattimento di ogni limite. Se, fino ad ora, alcune delle armi più micidiali, in particolare quelle nucleari, di cui si sono dotate le maggiori potenze, non sono state utilizzate nei conflitti, ma “solo” minacciate, la loro incessante ideazione, realizzazione, perfezionamento non ha conosciuto alcun limite. Fin dal 1946 nella ricerca costante della supremazia militare i principali eserciti del mondo si sono lanciati nelle sperimentazioni atomiche che hanno contaminato e reso inabitabili per migliaia di anni vaste zone del pianeta e si sono rivolti a nuove strategie in cui la Terra stessa è utilizzata come una mega-macchina bellicaviii. Un esempio della marcia perversa verso la distruzione senza limiti del pianeta ci viene dalle ricerche sulla modificazione del clima compiute da un gruppo di ricercatori militari e presentate nel 1996 alla Air Force degli Stati Uniti: Come impresa ad alto rischio e ad alta ricompensa, la modificazione del clima presenta un dilemma non dissimile dalla scissione dell’atomo […]. La storia dimostra che non possiamo permetterci di non avere la capacità di modificare il clima se la tecnologia è sviluppata e usata da altri. Anche se non abbiamo intenzione di usarla, altri l’avranno. Per richiamarsi ancora una volta all’analogia con le armi atomiche, abbiamo bisogno di dissuadere o contrastare questa capacità con la nostra propria capacitàix. La creazione e la sperimentazione di queste armi, coperte dal segreto e al di fuori di ogni controllo, hanno già causato danni irreparabili alla Terra, al clima, alla biosfera, alla salute umana. “Intossicati dal continuo sviluppo di nuove forme di megamorte, geoingegneri e geoguerrieri ci distruggeranno con lento avvelenamento, collasso ambientale catastrofico, o guerra totale”x. Sono parole dell’epidemiologa ecofemminista e suora Rosalie Bertell che nel 1999 ha valutato in 1 miliardo e 300 milioni il “vero costo sanitario dell’inquinamento nucleare” in termini di malattie, morti, sterilità, deformazioni e altri gravi difetti neonatali a partire dal 1945xi. Per comprendere un tale processo catastrofico, tra il 1913 e il 1915 Rosa Luxemburg aveva ricordato che l’illimitatezza è la dinamica strutturale del capitalismo che nella sua spinta a trasformare in capitale tutte le ricchezze della terra invade ogni angolo del mondo, ogni risorsa naturale e umana e avrebbe condotto alla distruzione della civiltà. Il militarismo, che ha accompagnato il processo di accumulazione in ogni sua fase storica, è esso stesso fonte di accumulazionexii. L’idea della mancanza di limite come forma specifica di esistenza del capitalismo è stata ripresa e sviluppata da numerose autrici, prima fra tutte da Françoise d’Eaubonne. A parere dell’ecofemminista francese, tuttavia, “la marcia distruttiva del capitalismo” non poteva essere compresa in tutti i suoi caratteri e implicazioni senza risalire alla nascita del patriarcato. In La femme avant le patriarcat (1976) e in Écologie-féminisme (1978), D’Eaubonne ha individuato la causa diretta della distruzione del pianeta nel controllo patriarcale della fertilità della terra e della fecondità femminile. Quando (tra il 3500 e il 2500 a.C.) l’uomo sottrasse alla donna la produzione agricola e scoprì di avere un ruolo nella riproduzione, considerò la donna e la terra come ricettacoli della sua forza vitale. Da allora il predatorio modo di appropriazione portato all’estremo divenne il paradigma dell’economia e di tutte le relazioni di sfruttamento. Nacquero nuove strutture mentali caratterizzate dall’“illimitismo”, dall’assenza di limiti nella ricerca del potere – sulle donne, la natura, altri popoli –, basato sulla sete dell’assoluto, un’illusione prometeica che deriva dall’incapacità di vivere in modo relativo rispetto ai limiti della realtà. In questa “corsa verso l’infinito”, inseguendo “il sogno perpetuo di espansione cosmica”, scrive D’Eaubonne, l’aggressività competitiva è indispensabile […] e la competizione comporta la progressiva intensificazione della violenza e il massacro”xiii. L’illimitismo che il patriarcato innesta nella sua cultura, nelle sue chiese, nei suoi partiti “spinge a frantumare l’atomo”, a modificare all’infinito l’ambiente e ad “aprire i sigilli della natura”xiv. Emblematico di questo delirio di onnipotenza quella che D’Eaubonne chiamava “l’abominevole follia” del nucleare. La tensione all’illimitatezza è fatalmente distruttiva perché utopica: impossibile superare i limiti fisici della Terra, impossibile perseguire un’espansione che la stessa struttura del capitalismo rende necessaria, irreale il sogno di un padre come creatore della vita, la sua pretesa di sostituirsi alla capacità femminile di partorire, di preservare la nuova vita e accompagnarla fino all’autonomia perché prescinde da tutte le circostanze concrete dell’esistenza. Ha scritto Claudia von Werlhof, l’ecofemminista tedesca che ha tratto ispirazione da Rosa Luxemburg e Rosalie Bertell: “Il patriarcato vuole niente meno che trasformare il corpo vivente e generante in una cosa che può essere prodotta, che può produrre a piacimento e che si può sostituire con un macchinario, non (più) corporeo, non (più) femminile […]. Lo stesso vale per la Terra stessa come pianeta. Il patriarcato è quindi l’idea di una società senza madri e senza natura e sfocia in una politica del tentare di sostituire la madre/natura concreta con un padre astratto”xv. L’idea del “padre creatore”, il significato originario di patriarcato (pater-arché, al principio il padre), non avendo alcun fondamento concreto, deve costantemente crearsi la sua realtà; solo in questo modo è spiegabile la fame di potere sempre crescente, attraverso la tecnologia, la guerra, l’ostilità verso la natura e la volontà di trasformarla in qualcosa di migliore, più utile, più docile attraverso una distruzione intesa come creatività e una violenza e una manipolazione senza limitixvi. Il culmine della civiltà patriarcale è un mondo dove tutto è man-made, anziché nato dalle donne e dalla natura. Già lo scrisse Bacone, padre della scienza moderna, nei suoi frammenti pubblicati dopo la morte: la scienza è Il parto maschile del tempo (1602-1603), una scienza virile il cui scopo è il dominio e la trasformazione del mondo. Nell’immaginario del parto maschile a dominare è la negazione del femminile. “Il massimo potere dell’uccidere” La negazione del femminile si concretizza nell’affermazione del potere di uccidere. Come ha scritto Adriana Cavarero in Il femminile negato, “La morte violenta è segno di grande potenza. Hobbes dirà: non c’è potere superiore di quello che toglie la vita. Chi può togliermi la vita […] è agente della massima potenza. Questo massimo potere dell’uccidere è storicamente maschile: la guerra è una guerra di combattenti maschi. […] L’identità di ciò che in Occidente si intende come il maschile è una identità fortemente costruita su questa scena del duello, del combattere in cui si uccide e si viene uccisi. È facile capire come il dare la morte come massima potenza sia la risposta al dare la vita come massima potenza del femminile”xvii. In guerra, la gara tra chi infligge più danni fisici e distruzioni, alla morte viene attribuito il potere di conferire validità a una causa; le morti sono la base materiale degli obiettivi del vincitore. Eppure, l’atto di uccidere viene fatto sparire dalla vista: descrivendo gli eventi come scontro di forze impersonali, omettendo o trasfigurando la realtà della sofferenza. Una tale assenza, ha scritto Elaine Scarry, facilita il trasferimento della realtà incontestabile della morte e del corpo che soffre a una ideologia, una astrazione: la libertà, la democrazia, la sicurezzaxviii. La distruttività della guerra è tanto pervasiva da non risparmiare nessun sentimento positivo e nessuna virtù umana: l’amore per il luogo in cui si è nati, quello della madre e del padre per il figlio, del giovane per i fratelli e i compagni vengono distorti e rivolti verso la morte e l’uccisione. Nell’atto dell’uccidere a scomparire è la civiltà stessa. La guerra è in opposizione estrema alla creazione e alla civiltà a partire dalla distruzione dei corpi, luoghi di tutto l’apprendimento, “un processo terribile di autonegazione”xix, come già avevano colto autorevoli pacifisti e pacifiste statunitensi nel 1915 tra cui Jane Addams, premio Nobel per la pace nel 1931: “[La guerra] ha fatto a brandelli e disperso come schegge di granata le mani dello scultore e del violinista, le membra del corridore e del nuotatore, i muscoli sensibili del meccanico e del tessitore, l’ugola dei cantanti e degli interpreti, gli occhi dell’astronomo e del fonditore – ogni parte del corpo che racchiudeva abilità e preveggenza, ogni arte e ogni competenza della mente umana”xx. Le uccisioni, le ferite, le mutilazioni, la distruzione di tutto ciò che sostiene la vita sono l’unica vera essenza della guerra, l’unico scopo di tutta l’attività militare. Tali insulti non potranno mai trasformarsi in democrazia, sicurezza o giustizia. Solo ciò che è intrinseco alla guerra ne può determinare gli esiti e le conseguenze sul piano sociale, umano e politico. Non libertà, bensì dispotismo; non democrazia, bensì rafforzamento del militarismo; non pacificazione, bensì incremento della violenza, dell’odio, dell’insicurezza. La vittoria non è che l’affermazione momentanea di una supremazia che dovrà sempre rinnovarsi, sempre essere ricercata e ricreata attraverso il cupo richiamo della morte. Immersi in questa spirale di violenza, dobbiamo ricordare che ci sono momenti nella storia in cui ciò che più conta è levare un alto grido. Gridare la propria collera per lo strazio dei corpi, delle menti, dei sentimenti umani e la devastazione della natura; per svelare il volto osceno della guerra e rompere l’incantamento della canzone antica intonata da tanti moderni pifferai: “Noi non abbiamo mai voluto la guerra, ma siamo minacciati da un nemico irriducibile e dobbiamo ucciderlo e sradicarlo dalla realtà”. -------------------------------------------------------------------------------- i L’articolo è una anticipazione di quello che apparirà nel volume Disonorare la guerra. Percorsi e proposte per una maschilità di pace a cura di Maschile Plurale, di prossima pubblicazione per le edizioni Multimage. ii Heide Goettner Abendroth, The New Ideology of ‘Eternal War’ in Archaeology: Critical Reflections on Early History, in “Matrix. A Journal for Matricultural Studies”, vol. 3, n. 2, pp. 105-112.le iii Per una sintesi di questi studi si veda: Ann Taylor Allen, Feminism, Social Science, and the Meaning of Modernity: The Debate on the Origin of the Family in Europe and the United States, 1860-1914, «The American Historical Review», 4, CIV, 1999, pp. 1085-113.le iv Si vedano in particolare i saggi raccolti da Cristina Biaggi in The Rule of Mars: Readings on Origins, History, and Impact of Patriarchy, Knowledge, Ideas, and Trends, Manchester (Conn.), 2005.le v A New Definition of Patriarchy: Control of Women’s Sexuality, Private Property, and War in “Feminist Theology”, 24, no. 3 (2016), pp. 214-225.le vi Claudia von Werlhof, Nell’età del boomerang. Contributi alla teoria critica del patriarcato, Unicopli, Milano, 2014.le vii Citato in Walter Bryce Gallie, Filosofie di pace e guerra, Il Mulino, Bologna 1978, p. 103.le viii Rosalie Bertell, Pianeta Terra, L’ultima arma di guerra, Asterios, Trieste 2018.le ix Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025. A Research paper Presented to Air Force, 1996, https://apps.dtic.mil/sti/citations/ADA333462.le x Mary-Louise Engels, Rosalie Bertell. Scientist, Ecofeminist, Visionary, Women’s Press, Toronto 2005, p. 140.le xi Rosalie Bertell, Victims of the Nuclear Age, “The Ecologist”, 1999, pp. 410-411, https://ratical.org/radiation/NAvictims.html.le xii Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributi alla spiegazione economica dell’imperialismo (1913), Einaudi, Torino 1968; Ead., Juniusbrochüre (1915), in Rosa Luxemburg, Scritti scelti, a cura di Luciano Amodio, Einaudi, Torino 1976, pp. 463-520.le xiii Françoise d’Eaubonne, Écologie-féminisme. Révolution ou mutation?, Le passage clandestine, Paris 2018, p. 163.le xiv Ivi, p. 161.le xv Claudia von Werlhof, Fine dell’idea del progresso?, in Ead., Nell’età del boomerang, cit., p. 26.le xvi Ead., Call for a “Planetary Movement for Mother Earth”, International Goddess-Conference “Politics and Spirituality”, 29 maggio 2010, http://emanzipationhumanum.de/downloads/motherearth.pdf.le xvii Adriana Cavarero, Il femminile negato. La radice greca della violenza occidentale, Pazzini, Villa Verucchio 2021, pp. 11-12le xviii Elaine Scarry, La sofferenza del corpo. La distruzione e la costruzione del mondo (1985), Il Mulino, Bologna 1990, p. 192.le xix Ivi, p. 204.le xx Towards the Peace that Shall Last, in “The Advocate of Peace”, aprile 1915, p. 90. -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo fa parte di Voci di pace (a cura di Bruna Bianchi) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La guerra eterna e illimitata proviene da Comune-info.
Come Eni vuole prendersi gli influencer italiani
-------------------------------------------------------------------------------- Alcuni screenshot dalle pagine Instagram e TikTok di Plenitude -------------------------------------------------------------------------------- Una popolare pagina Instagram italiana pubblica un carosello, cioè un post composto da più immagini. La notizia al centro del contenuto social è il nuovo record segnato nel 2024 dall’installazione di energia eolica e fotovoltaica, ma i toni del post sono inusuali. Sole e vento «non bastano per la transizione energetica – scrive la pagina, e – il gas e alcune fossili restano indispensabili». Per i divulgatori dietro il profilo, la soluzione sta nella «neutralità tecnologica». Si tratta del principio, da tempo dibattuto nella politica europea, per cui dovrebbe essere il mercato a decidere quali soluzioni tecnologiche siano più adatte a portare avanti la transizione ecologica, e non gli Stati. I partiti della destra e dell’ultradestra hanno fatto della neutralità tecnologica una battaglia simbolo all’interno delle istituzioni comunitarie, e anche le aziende dell’oil&gas ne parlano diffusamente. E proprio a queste ultime dobbiamo guardare per capire il post da cui siamo partiti. L’ultima slide rivela infatti il vero scopo della pubblicazione: promuovere MINDS, un master organizzato dalla multinazionale italiana Eni assieme al Politecnico di Torino. Plenitude Creator Bootcamp: la scuola per influencer di Eni La collaborazione tra la pagine Instagram in questione – Data Pizza, 226mila follower – ed Eni è correttamente segnalata e assolutamente lecita. Il tema dei legami tra una delle più grandi aziende del nostro Paese e l’universo dei content creator italiani, però, merita attenzione. Da anni Eni, anche tramite la sua controllata Plenitude, investe molto sulle collaborazioni con personaggi famosi sui social e pagine dedicate alla divulgazione. L’attore Paolo Ruffini (1,9 milioni di follower su Instagram), la travel blogger Manuela Vitulli (168mila follower), il gamer Jody Checchetto (282mila follower) sono solo alcune delle celebrità online che hanno prestato la loro immagine all’azienda. Andrea Perticaroli e Christian Cardamone, meglio noti come @iwouldbeandrea e @nonsonokristiano, sono diventati di fatto i volti di Plenitude su TikTok. Un’investimento sui social che si combina alla pubblicità tradizionale e alle sponsorship dei grandi eventi – il Festival di Sanremo e la Seria A su tutte, ma anche grandi occasioni straniere come la Vuelta di Spagna recentemente conclusa. L’ultima novità in questo scenario è che l’azienda con sede a San Donato Milanese ha fatto un passo ulteriore nel mondo della comunicazione online. Proponendosi come punto di riferimento per chi vuole fare carriera su nuovi media. Ha avuto inizio il 15 settembre a Milano, da quanto si apprende sul sito della multinazionale, il Plenitude Creator Bootcamp. Si tratta di «un programma di formazione pensato per aspiranti content creator». Chiunque tra i 20 e i 40 anni con un profilo Instagram o TikTok attivo ha potuto candidarsi per partecipare a questa scuola. L’obiettivo è «consolidare ulteriormente il dialogo con le nuove generazioni attraverso i loro linguaggi». L’idea, insomma, sarebbe quella di creare una nuova generazione di influencer sui temi dell’energia e dell’ambiente. Una generazione la cui formazione passi dalla principale impresa dell’oil&gas italiana. Tante emissioni e poca transizione: il futuro secondo Eni «Fin dalla nascita qualche anno fa, Eni ha sempre cercato di promuovere Plenitude con una strategia di marketing ben precisa: associare l’azienda dal logo verde agli eventi più amati dalle persone e più lontani dall’immaginario fossile, come il Festival di Sanremo o le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. E sempre con il fine di ripulire la propria immagine e presentarsi come qualcosa di familiare, quotidiano e amichevole, ora Plenitude utilizza la voce dei content creator sui social media, come nella sua ultima accattivante iniziativa» ,dice a Valori.it Federico Spadini, campaigner clima di Greenpeace Italia. Da tempo le associazioni e i movimenti ecologisti accusano Eni di greenwashing. Ovvero, la pratica per cui delle aziende impegnate in settori inquinanti ripuliscono la loro immagine pubblica con piccole iniziative verdi o con campagne di marketing dal sapore ecologista. Un’accusa esplosa da quando la controllata Eni Gas&Luce ha cambiato nome in Plenitude: un rebranding volto proprio a mettere in evidenza l’impegno ambientale dell’azienda. Greenwashing e strategia social: così Eni punta sugli influencer Eni è il primo emettitore italiano, e il suo core business è l’estrazione e vendita di idrocarburi. Si tratta di un’azienda privata, ma i principali azionisti sono pubblici: ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. Secondo le ong Greenpeace e Recommon, Eni da sola nel 2021 ha prodotto 456 Mt CO2eq. Cioè più dell’Italia nel suo complesso. Secondo uno studio di Reclaim Finance,  gli attuali piani aziendali prevedono  che la produzione di idrocarburi sarà superiore del 70% rispetto al livello richiesto dagli scenari di riduzione delle emissioni “Net Zero Emission” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Sempre secondo le ong, al 2021 ad ogni euro che ENI investe in fossili corrispondono sette centesimi in rinnovabili. Non sappiamo se questo genere di dati vengano discussi durante la formazione che l’azienda del cane a sei zampe offre alla nuova generazione di content creator. «Il business di Eni si basa per la stragrande maggioranza su gas fossile e petrolio, principali cause della crisi climatica», dice ancora Spadini. «Insomma, di verde e amichevole Plenitude ha solo il logo, il resto è una grande copertura per continuare a emettere gas serra e a fare profitti sulle spalle delle persone e del Pianeta». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Valori.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Come Eni vuole prendersi gli influencer italiani proviene da Comune-info.
Il capitalismo è sinonimo di criminalità
LE INDAGINI SUL PRIMO COMANDO CAPITALE, IL PIÙ GRANDE GRUPPO DI NARCOTRAFFICANTI IN BRASILE, NATO IN CARCERE NEGLI ANNI NOVANTA E OGGI DIFFUSO IN TUTTO L’AMERICA LATINA, MOSTRANO UNA REALTÀ GIGANTESCA – CON 40.000 AFFILIATI – CHE NON SOLO È ALLEATA PER IL TRAFFICO DI COCAINA CON LA ‘NDRANGHETA ITALIANA, MA CONTROLLA IN FORTE RELAZIONE CON TANTE IMPRESE “TRADIZIONALI”, DECINE DI FONDI INVESTIMENTO IMMOBILIARE, IMPIANTI DI RAFFINAZIONE, AZIENDE AGRICOLE, PERFINO UNA BANCA. COMPAGNIE MINERARIE E CRIMINALITÀ ORGANIZZATA, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, COLLABORANO OVUNQUE PER SFRATTARE LE COMUNITÀ CHE CONSIDERANO UN OSTACOLO ALLO SFRUTTAMENTO DI MADRE TERRA. «NOI, IL POPOLO, NOI ESSERI UMANI, SIAMO DIVENTATI UN OSTACOLO ALL’INFINITA ACCUMULAZIONE DI CAPITALE. PERTANTO, D’ORA IN POI, IL GENOCIDIO SARÀ LA NORMA… È UN ATTEGGIAMENTO IRRESPONSABILE E PERVERSO DIFFONDERE L’IDEA CHE POSSA ESISTERE UN “BUON” CAPITALISMO, COME HANNO RIPETUTAMENTE AFFERMATO I PRESIDENTI PROGRESSISTI… QUALSIASI FORMA DI POLITICA CHE NON AVVERTA LA GENTE CHE VIVIAMO NELL’ERA DEL GENOCIDIO, O CHE UN GENOCIDIO È IN CORSO ALTROVE, LA CONDUCE AL PATIBOLO…» Foto pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- A volte i rapporti tra criminalità organizzata e capitalismo diventano chiari e trasparenti, offrendoci l’opportunità di valutare lo stato attuale del sistema e la sua direzione. Qualche giorno fa, il governo federale brasiliano ha lanciato una massiccia operazione contro la criminalità organizzata nel settore dei carburanti, con risultati sorprendenti. Ha individuato 40 fondi di investimento immobiliare per un valore di 5,5 miliardi di dollari, controllati dal Primo Comando Capitale (PCC), il più grande gruppo di narcotrafficanti in Brasile. Questi fondi hanno finanziato l’acquisto di un terminal portuale, quattro impianti di raffinazione, 1.600 camion per il trasporto di carburante e oltre 100 immobili (PCC controla ao menos 40 fundos de investimentos com patrimônio de mais de R$ 30 bilhões, diz Receita Federal). Inoltre, hanno acquistato aziende agricole per un valore di altri 5 miliardi di dollari e una banca ombra, la fintech BK Bank, che ha movimentato fino a 8 miliardi di dollari. Oltre 1.000 stazioni di servizio in 10 stati brasiliani vengono utilizzate per riciclare denaro della criminalità organizzata, ma si stima che le operazioni del PCC raggiungano fino a 2.500 stazioni di servizio in tutto il paese. Il PCC è stato fondato nel 1993 nel carcere di Taubaté a San Paolo. Oggi opera nel 90% delle carceri e si è diffuso in Uruguay, Paraguay, Bolivia e Colombia. È la più grande banda criminale dell’America Latina, con un potenziale di 40.000 membri, molti dei quali detenuti. Attraverso il traffico di cocaina, ha stretto alleanze con la ‘Ndrangheta italiana e si ritiene che goda di un forte sostegno nei paesi africani ed europei. Ciò che le indagini degli ultimi anni hanno rivelato è una crescente sofisticazione delle operazioni di riciclaggio di denaro, nonché il loro coinvolgimento in siti web di gioco d’azzardo online e investimenti in squadre di calcio. L’attuale indagine ha rivelato che la PCC domina la filiera della canna da zucchero, attraverso l’acquisto di aziende agricole, impianti di raffinazione, stazioni di servizio e trasporti. I dati di cui sopra rivelano chiaramente la stretta relazione tra le imprese “tradizionali” e la criminalità organizzata. Questa realtà merita ulteriori indagini. Da un lato, vediamo come la criminalità adotti i metodi delle grandi imprese capitaliste. Investono con la stessa logica, cercando di monopolizzare ogni settore per massimizzare i profitti. La cosiddetta criminalità organizzata fa parte del capitalismo, da cui si differenzia solo per il fatto che le sue attività non sono considerate legali, il che le consente di aumentare esponenzialmente i profitti. I metodi della criminalità sono identici a quelli dell’estrattivismo, come si può osservare nell’attività mineraria. D’altro canto, emerge un’ampia zona grigia tra ciò che è legale e ciò che è illegale: la criminalità cerca di legalizzare il proprio capitale investendo in terreni, immobili, attività minerarie e, soprattutto, finanza, perché è il modo migliore per riciclare i propri beni. Le imprese “legali” adottano metodi di stampo mafioso evadendo le tasse (cosa che ormai è la norma in qualsiasi settore), supportate da specialisti come avvocati e notai. Mentre la criminalità si muove verso la legalizzazione, gli imprenditori tradizionali si muovono verso l’illegalità. Entrambi cercano di corrompere giudici e politici, investire nello sport e in qualsiasi cosa permetta loro di superare le difficoltà e aumentare i profitti. Neutralizzano lo Stato o lo prendono d’assalto, comprando la benevolenza o usando minacce, a seconda della situazione. Per tutte queste ragioni, in molte regioni, compagnie minerarie e criminalità organizzata collaborano per sfrattare le comunità che considerano un ostacolo allo sfruttamento di Madre Terra. Se accettiamo che il capitalismo esistente sia una guerra di espropriazione contro il popolo – la “Quarta Guerra Mondiale”, come la chiamano gli zapatisti – dobbiamo anche accettare che non c’è nulla di illegale nelle guerre, poiché la legge del più forte regna. Gaza è il miglior esempio dell’evaporazione di ogni legalità, di tutta l’umanità, perché si tratta di espropriare e sfrattare il popolo palestinese per trasformare i suoi territori e le sue terre in semplici merci. La criminalità opera esattamente allo stesso modo a Cherán, a Chicomuselo o in qualsiasi parte del mondo, perché noi, il popolo, noi esseri umani, siamo diventati un ostacolo all’infinita accumulazione di capitale. Pertanto, d’ora in poi, il genocidio sarà la norma, come lo fu durante la Conquista delle Americhe. È un atteggiamento irresponsabile e perverso diffondere l’idea che possa esistere un “buon” capitalismo, come hanno ripetutamente affermato i presidenti progressisti di questa regione. Come ha osservato Immanuel Wallerstein, il capitalismo è stato un’enorme battuta d’arresto per due terzi dell’umanità, donne, ragazze e ragazzi, popoli del colore della terra. Ciò che segue sono forni crematori, genocidi e i media mainstream che mascherano questa realtà. Qualsiasi forma di politica che non avverta la gente che viviamo nell’era del genocidio, o che un genocidio è in corso altrove, la conduce al patibolo. Come ha osservato lo storico del lavoro Georges Haupt, chiunque intrattenga la gente con storie accattivanti “è criminale quanto il geografo che disegna false mappe per i navigatori”. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il capitalismo è sinonimo di criminalità proviene da Comune-info.
Obbiettivi dello Sviluppo Sostenibile: un necrologio
-------------------------------------------------------------------------------- Ricorre un decennale che nessuno vuole ricordare. Il 25 settembre 2015 a New York l’Assemblea generale dell’Onu approvava solennemente l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. 169 stati ratificarono l’accordo e le figurine colorate dei 17 Sustainable Development Goals (SDGs) invasero il mondo, la stampa e le televisioni, i programmi scolastici e i siti governativi portando il loro messaggio di riscossa e di speranza: «Un futuro migliore e più sostenibile per tutti». In Italia il di lì a poco ministro Giovannini avviò persino una campagna per inserire in Costituzione lo “sviluppo sostenibile”. Le discriminazioni economiche, di genere, di luogo di nascita, di accesso alle risorse e le crisi ambientali sarebbero state finalmente affrontate con determinazione dagli stati e dalle imprese. Un mondo di pace e di cooperazione sembrava essere a portata dell’umanità. Due mesi prima era stata emanata la enciclica Laudato si’ e, poco dopo, il 12 dicembre, a Parigi fu firmato l’Accordo per la riduzione delle emissioni dei gas serra nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Poi sono arrivati: Tramp (il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi è avvenuto una prima volta nel 2020), la pandemia Covid del 2019, la guerra in Ucraina, l’avanzata delle destre “sovraniste” e il più generare disfacimento della cooperazione interstatale con la fine della “globalizzazione”. Si sono così perdute le tracce dei 17 obiettivi, dei 169 sotto-obbiettivi e dei 240 indicatori da raggiungere entro il 2030 (dalla lotta alla povertà e alla fame, all’istruzione di qualità, alla parità di genere, alla lotta al cambiamento climatico e al degrado delle risorse naturali). Non danno segni di vita nemmeno il Foro politico di Alto Livello (High Level Political Forum) previsto per monitorare, valutare e orientare l’attuazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, né la commissione dell’Inter Agency Expert Group on SDGs (IAEG-SDGs) con il compito di monitorare l’avanzamento. Le ultime informazioni pervenute dalle NU sono quelle di un disperato segretario generale, Antònio Guterres, dello scorso anno. Solo il 17% degli obiettivi degli SDG è in linea con le previsioni, mentre 23 milioni di persone in più sono in uno stato di estrema povertà; 100 milioni in più soffrono la fame; 120 milioni sono gli sfollati per le guerre. A tutto ciò aggiungiamoci Gaza. Nel Rapporto che il nostro Istituto di statistica redige ogni anno (Istat 2025) certifica che: «A distanza di dieci anni dal varo dell’Agenda 2030 e di cinque dalla scadenza temporale individuata per la sua realizzazione, i progressi verso gli SDGs, pur rilevanti in molti casi, non risultano nel complesso dei paesi avanzati e in via di sviluppo all’altezza delle aspettative (…) Lo scenario più probabile nei prossimi cinque anni è il fallimento su larga scala degli SDGs. Il percorso dell’ultimo decennio è stato infatti segnato da shock esogeni – la crisi pandemica, l’aumento delle tensioni geopolitiche, la spirale inflazionistica innescata dall’incremento dei prezzi dei prodotti energetici – che hanno condizionato negativamente i percorsi di avanzamento e recupero a livello globale, nazionale e territoriale, sottraendo rilevanti risorse alla promozione dello sviluppo sostenibile». Amen. Più circostanziato e preciso lo staff del professor Jeffrey D. Sachs, presidente del Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite (SDSN), che ha redatto il Sustainable Development Report 2025. Il Report rivela che nessuno dei 17 Obiettivi globali potrà essere raggiunto tra cinque anni, data di scadenza, e conferma che solo il 17% dei target specifici è sulla buona strada. Sulla crisi della cooperazione internazionale in capo all’Onu pesa il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dall’Unesco e la loro dichiarata opposizione agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e all’Agenda 2030. Nemmeno da noi le cose vanno bene, rileva l’Istat. «L’andamento nel tempo verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile in Italia – analizzato a partire dalle 240 misure statistiche che presentano sufficienti informazioni in serie storica – restituisce un quadro variegato che sottolinea, nel complesso, l’esigenza di un’accelerazione. Nonostante una quota maggioritaria di misure risulti in miglioramento, sia nell’ultimo anno (oltre il 50%) sia nel decennio (oltre il 60%), oltre il 20% delle misure sono caratterizzate da stagnazione sia nel breve sia nel lungo periodo, e peggioramenti si evidenziano soprattutto nel breve periodo (più di una misura su quattro), ma anche nel lungo (oltre il 15% nell’arco del decennio)». Non potrebbe essere diversamente. Ora le priorità dei governi sono cambiate e l’interesse si è spostato sulla “sicurezza” da raggiungere con altri mezzi: la deterrenza e la “prontezza” dell’intervento militare (come stabilito dal piano ReArm di Ursula von der Leyen approvato dal Parlamento europeo). Abbiamo provato a fare uno schemino semplice per capire la dimensione del problema. Con i denari già spesi in armamenti e militari nel 2023 si sarebbero raggiunti i primi principali Obiettivi dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile dell’Onu. Secondo altre stime più aggiornate, il fabbisogno finanziario sarebbe superiore: 1.500 Mld all’anno per debellare la povertà; 300 Mld per la fame; 370 per la salute; 114 per l’acqua; 200 per l’istruzione; 1500 per il clima. Arriveremo così a 2.984 Mld per i 6 obiettivi considerati e un fabbisogno totale di circa 5-7 trilioni di dollari all’anno per raggiungere tutti gli OSS entro il 2030. Ma anche le spese militari lo scorso anno hanno già raggiunto 2.700 Mld. Cifra destinata a crescere ancora di molto se la Nato riuscirà a imporre agli stati membri una spesa militare pari al 5% del Pil. Sarebbe utile aprire un confronto pubblico sulle ragioni del fallimento dell’Agenda 2030. Temo che lo “sviluppo sostenibile” – con le sue varie declinazioni operative: green economy, smart city, clean tecnology … – nasconda un errore di fondo: pensare di poterlo realizzare facendo affidamento ai meccanismi di mercato e alla crescita economica. La falla che affonda tutta l’impalcatura dell’Agenda è nel 17° obiettivo in cui si confida nel «partenariato pubblico privato» per recuperare investimenti «reperibili in qualsiasi modo» per sviluppare «scambi commerciali aperti, incrementando l’esportazione dei paesi meno sviluppati e la realizzazione per questi di un mercato libero da dazi e restrizioni». Ci avevano visto proprio giusto! -------------------------------------------------------------------------------- Leopoldo Nascia e Paola Ungaro (a cura di), Rapporto SDGS 2025, Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia, Istituto Nazionale di Statistica, 2025. European Think Tanks Group, Finanziare l’Agenda 2030: Un quadro di allineamento agli SDG per le banche pubbliche di sviluppo https://ettg.eu/financing-the-2030-agenda-an-sdg-alignment-framework-for-public-development-banks/ Jeffrey D. Sachs, Guillaume Lafortune, Grayson Fuller and Guilherme Iablonovski, Sustainable Development Report 2025. Financing Sustainable Development to 2030 and Mid-Century. https://www.socialimpactagenda.it/2025/07/01/lsdsn-presenta-il-sustainable-development-report-2025/ -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Obbiettivi dello Sviluppo Sostenibile: un necrologio proviene da Comune-info.
Per una politica della possibilità qui e ora
PROTEGGERE IL SENSO DI ATTIVITÀ MARGINALIZZATE DALL’ECONOMIA CAPITALISTA (IL LAVORO DI CURA, L’AUTOPRODUZIONE, L’AGRICOLTURA DI SUSSISTENZA, IL VOLONTARIATO, LE PRATICHE COMUNITARIE), RICONOSCERE L’IMPORTANZA DI UNA “POLITICA DELLA POSSIBILITÀ” QUI E ORA, VIVERE LA RICERCA COME ESPERIMENTO E NON SOLO MOMENTO VALUTATIVO, PENSARE IL CAMBIAMENTO SEMPRE A PARTIRE DAL CAMBIAMENTO DI SÉ. SONO PASSATI OLTRE TRE DECENNI DA QUANDO IL PENSIERO DI J.K. GIBSON-GRAHAM HA COMINCIATO A SCUOTERE LE FONDAMENTA DELLA RICERCA E DELLA PRATICA MARXISTA DA UNA PROSPETTIVA FEMMINISTA POST-STRUTTURALISTA. J.K. GIBSON-GRAHAM È LO PSEUDONIMO ACCADEMICO SCELTO DALLE GEOGRAFE ECONOMICHE KATHERINE GIBSON E JULIE GRAHAM. OLTRE IL CAPITALOCENTRISMO. PER UNA POLITICA DELLA POSSIBILITÀ QUI E ORA (MIMESIS ED.) È IL LIBRO CHE RACCOGLIE ALCUNI SUOI SCRITTI PIÙ SIGNIFICATIVI E INTRODUCE PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA IL PENSIERO DI J.K. GIBSON-GRAHAM. L’INTRODUZIONE DI OLTRE IL CAPITALOCENTRISMO Laboratorio di intreccio di materiali naturali presso Cascina Rapello (in una frazione di Airuno a 15 km da Lecco), un angolo di mondo di cui si prende cura la cooperativa Liberi sogni -------------------------------------------------------------------------------- Sono passati ormai oltre tre decenni da quando il lavoro di J.K. Gibson-Graham ha iniziato a scuotere le fondamenta della ricerca e della pratica marxista da una prospettiva femminista post-strutturalista. J.K. Gibson-Graham è lo pseudonimo accademico scelto dalle geografe economiche Katherine Gibson e Julie Graham. Le due si sono conosciute negli anni Settanta durante il dottorato alla Clark University, in Massachusetts e sono presto diventate amiche. Da questa amicizia è nata un’intesa intellettuale profonda che avrebbe dato origine a una delle collaborazioni più longeve e influenti nell’ambito del pensiero geografico contemporaneo. Le tesi dottorali di entrambe si basavano sull’economia politica marxista per analizzare i processi di ristrutturazione economica che stavano portando al declino di alcune regioni industriali “tradizionali” in Australia (Gibson) e negli Stati Uniti (Graham). Dopo il conseguimento del dottorato, Gibson è tornata a lavorare in Australia (prima all’Università Nazionale Australiana, poi all’Università di Sydney, alla Monash e infine alla Western Sydney) mentre Graham ha continuato il suo percorso negli Stati Uniti, all’Università del Massachusetts ad Amherst, dove è rimasta fino alla sua morta nel 2010, dopo essere anche stata a capo del Dipartimento di Geoscienze. Nonostante la notevole distanza fisica in tempi precedenti a Internet, l’impegno condiviso nei confronti dell’economia politica e della sperimentazione intellettuale è proseguito senza interruzioni per oltre trent’anni. Come affermato da loro stesse, “abbiamo percorso un cammino personale che si arricchisce continuamente, man mano che emergono nuove sfide nel relazionarsi e nel pensare/scrivere insieme”. Il risultato di questi sforzi è stata una geografia economica femminista post-strutturalista teoricamente sofisticata che ha messo al centro il ruolo del soggetto e la capacità trasformativa dei processi di ricerca, trasformando profondamente il dibattito su economia e sviluppo all’interno della geografia e delle scienze sociali più in generale. Il primo articolo co-firmato da Gibson e Graham (ma non ancora con lo pseudonimo Gibson-Graham) del 1986 era un intervento teorico marxista che sviluppava la loro teoria sulla ristrutturazione economica includendo nuove forme di migrazione internazionale di lavoro a contratto. In quegli anni, l’influenza dell’analisi strutturale marxista stava cominciando a essere messa in discussione all’interno della geografia economica; per Gibson e Graham, l’incontro col femminismo post-strutturalista e l’economia marxista anti-essenzialista di Stephen Resnick e Richard Wolff, colleghi di Graham ad Amherst, sembra aver rappresentato un punto di svolta fondamentale verso il tentativo di riteorizzare capitalismo e classe. La firma unica di “Gibson-Graham” è nata in una stanza di dormitorio durante una conferenza femminista alla Rutgers University nel 1992. Da qui ha preso vita il loro primo articolo a firma Gibson-Graham, dal titolo memorabile Waiting for the revolution, or how to smash capitalism while working at home in your spare time (“Aspettando la rivoluzione, o come distruggere il capitalismo lavorando da casa nel tempo libero”), pubblicato sulla prestigiosa rivista Rethinking Marxism nel 1993. È proprio con la traduzione di questo testo che si apre la presente antologia, il cui obiettivo principale è introdurre il pubblico in lingua italiana ad alcuni dei principali concetti e contributi analitici proposti da Gibson-Graham nel corso della sua prolifica produzione teorica. Sebbene il lavoro di Gibson-Graham abbia avuto un’influenza notevole su numerosi dibattiti contemporanei in diversi ambiti disciplinari non solo in lingua inglese, ma anche in italiano (tra i più recenti, si veda ad esempio quello sul pluriverso), esso non è tuttavia disponibile in traduzione italiana. La presente antologia rappresenta quindi il tentativo di rimediare a questa mancanza, raccogliendo una serie di contributi pubblicati tra il 1993 e il 2010, inclusi alcuni dei capitoli contenuti all’interno delle due monografie che hanno reso Gibson-Graham maggiormente nota a livello internazionale: The End of Capitalism (As We Knew It) del 1996 e A Postcapitalist Politics del 2006. Come la stessa Gibson-Graham osserva nell’introduzione alla seconda edizione, la prima edizione di The End of Capitalism è stata pubblicata nel pieno dell’ossessione accademica per la globalizzazione capitalista, e rappresentava una sfida profonda alle forme accettate di marxismo e neo-marxismo che allora dominavano la geografia economica. Del resto, come si evince dalla sua biografia, Gibson-Graham stessa era profondamente immersa in queste tradizioni intellettuali e disciplinari, e questo si rifletteva nel suo interesse per la teorizzazione della classe sociale, emerso già nei primi lavori firmati con lo pseudonimo collettivo. Il libro si proponeva di sfidare i discorsi teorici basati su forze economiche disincarnate, sull’egemonia capitalista e sull’omogeneizzazione legata alla globalizzazione. Ispirata in particolare dagli approcci anti-essenzialisti al marxismo, Gibson-Graham voleva mettere in discussione l’essenzialismo e il riduzionismo dei discorsi economici sia tradizionali che marxisti, decostruendo l’economia per dimostrare che non si tratta di uno spazio chiuso con un’identità capitalista fissa, ma può essere aperta ad altre interpretazioni. Per realizzare tale obiettivo, influenzata dalla teoria femminista di Elizabeth Grosz sul fallocentrismo, Gibson-Graham ha introdotto il concetto di capitalocentrismo, il quale descrive il binarismo dominante del discorso economico che tende ad assegnare caratteristiche positive di unità e totalità al capitalismo, mentre le pratiche economiche non-capitaliste vengono subordinate al capitalismo, in quanto mancanti o insufficienti e comunque sempre ricondotte nell’orbita del capitalismo. Secondo Gibson-Graham, il discorso capitalocentrico finisce per ridurre e cancellare la differenza economica, per cui ogni pratica viene ricondotta all’unità capitalista. Il capitalocentrismo si presenta quindi come una modalità, una struttura o una tendenza a organizzare la differenza economica in un modo tale per cui le categorie, le pratiche, i soggetti e gli spazi capitalisti (ad esempio, il lavoro salariato, la proprietà privata, l’impresa capitalista) vengono considerati più reali, centrali, coerenti e determinanti rispetto ad altri (come il lavoro domestico, l’agricoltura di sussistenza familiare, il lavoro schiavistico, le cooperative di produzione, la cura, il mercato nero, i beni comuni, il lavoro forzato). Avvicinarsi a queste differenze realmente esistenti senza presumere che esse debbano necessariamente allinearsi secondo logiche predeterminate o identità che le surdeterminano è al centro dell’ormai celebre strategia di Gibson-Graham di “leggere per differenza piuttosto che per dominanza” (si vedano i capitoli 4 e 6). Sfidare il capitalocentrismo significa, quindi, per Gibson-Graham, rendere visibile la molteplicità di processi di classe capitalisti e non-capitalisti presenti all’interno di qualsiasi formazione economica. Contestando la coerenza e la permanenza del capitalismo attraverso la teorizzazione dell’economia come molteplicità di forme coesistenti — tra le altre, feudalesimi, schiavitù, produzione indipendente di merci, produzione domestica e varie forme di capitalismo — il suo lavoro mira ad aprire spazi concettuali non solo per molteplici letture dell’economia, ma anche per una vasta gamma di lotte politiche. Un esercizio intellettuale di tale portata richiede uno sforzo concettuale importante, che ha portato, forse più di qualunque altro contributo, all’introduzione di approcci nuovi, combinati in maniera creativa, nell’ambito della geografia economica. Ciò ha significato andare ben al di là della tendenza diffusa a confrontarsi con visioni eterodosse dell’economia, promuovendo un intervento teorico primario radicale. Ecco, quindi, che in The End of Capitalism, trovano spazio, accanto ad Althusser, Engels e Marx, anche Derrida, Foucault, Grosz, Irigaray, Haraway e Sedgwick. Se questi nomi potevano essere familiari a chi si occupava di geografia culturale, essi erano profondamente lontani dai programmi di studio sull’economia e lo sviluppo. Sulla scia di tali influenze, la decostruzione era lo strumento metodologico principale adottato nel libro al fine di rompere le narrazioni consolidate che plasmavano l’analisi e la politica della sinistra. Questa fase iniziale segnava l’inizio di un progetto intellettuale più ampio, culminato nell’ambizione di produrre un linguaggio e una politica della differenza economica. Ciò ha comportato, innanzitutto, la rottura con le concezioni egemoniche del capitalismo come descrittore economico e sociale predeterminato, aprendo la strada alla ridefinizione di concetti chiave del marxismo come quelli di classe e surplus. Tale progetto si è basato fortemente sulla “teoria debole” (weak theory) così come concettualizzata da Sedgwick in opposizione alla “teoria forte” (strong theory). Secondo Gibson-Graham, la teoria forte rappresenta un approccio distaccato e critico, caratterizzato da una posizione paranoica in cui la diversità viene appiattita nell’uguaglianza, spinta dalla necessità di rendere generalizzabile e universale la conoscenza generata dai processi di ricerca. La “forza” di tale teoria non proviene dalla sua efficacia ma dall’ampiezza e dal tipo di dominio che essa organizza. Laddove la teoria debole è vista come “poco più che una descrizione” che si occupa solo di fenomeni vicini o situati, la teoria forte ordina fenomeni vicini e lontani in un unico sistema, riconducendoli a un’unica causa comune. Estendendo la propria portata, la teoria forte assume una posizione sempre più anticipatoria, finendo per rivelare poco più che i risultati già presunti. Ne consegue che “tutto finisce per significare la stessa cosa, solitamente qualcosa di grande e minaccioso”. Nel caso della ricerca sulle pratiche economiche, questo si traduce nel liquidare come insignificanti le pratiche definite “alternative” solo perché non rientrano nei modelli dominanti. Tuttavia, il progetto di Gibson-Graham non si è limitato a decostruire il capitalocentrismo del linguaggio, portando alla luce la diversità di pratiche e soggettività economiche che già esistono qui e ora. Esso ha fornito gli strumenti (pratici) per realizzare quella che Gibson-Graham ha definito “politica della possibilità”. Tale progetto inizia a essere realizzato appieno in A Postcapitalist Politics, dove Gibson-Graham propone di abbandonare le narrazioni cupe di sfruttamento capitalista e impotenza per promuovere pratiche di pensiero critico che ripensino le economie come multiple e differenziate, creando nuovi spazi per l’azione collettiva e nuove possibilità di soggettivazione che conducano alla realizzazione della politica della possibilità. A Postcapitalist Politics rappresenta quindi l’invito alla comunità accademica a riconoscere il potere costitutivo dei propri approcci analitici e a comprendere che, attraverso il proprio lavoro, essa contribuisce a creare e a mettere in scena i mondi che si abitano. Il progetto ontologico sull’economia diversa che viene a delinearsi si fonda su un orientamento sperimentale alla ricerca (nella forma della ricerca-azione). Nelle parole di Gibson-Graham, quest’orientamento sperimentale si caratterizza per un interesse verso l’apprendimento piuttosto che verso il giudizio. Trattare qualcosa come un esperimento sociale significa aprirsi a ciò che esso ha da insegnarci, un’attitudine molto diversa dal compito critico di valutare se qualcosa sia buono o cattivo, forte o debole, mainstream o alternativo. L’approccio sperimentale riconosce che ciò che stiamo osservando è in cammino verso qualcos’altro, e si interroga su come poter partecipare a questo processo di divenire. Questo non significa che le nostre raffinate capacità critiche non abbiano un ruolo nella ricerca, ma che la loro espressione passa in secondo piano rispetto all’orientamento sperimentale. In linea con l’influenza del femminismo post-strutturalista e della teoria queer, tale orientamento sperimentale (alla ricerca e alla pratica politica) non può che passare per il soggetto, ovvero non esiste cambiamento possibile che non parta dal cambiamento di sé. Infatti, recita uno dei passaggi del capitolo Coltivare soggetti per un’economia di comunità: “Se cambiare noi stesse significa cambiare i nostri mondi, e la relazione è reciproca, allora il progetto di fare la storia non è mai qualcosa di lontano, ma è sempre qui, ai margini dei nostri corpi che sentono, pensano, provano emozioni e si muovono”. Per produrre cambiamento, questo processo di soggettivazione deve essere, per Gibson-Graham, collettivo e basato sul riconoscimento imprescindibile del nostro essere in relazione con altri esseri umani e non umani per la difesa e la riproduzione dei beni comuni. In questo modo, il lavoro di Gibson-Graham offre strumenti fondamentali per teorizzare e praticare l’alternativa qui e ora partendo da sé, abbracciando gioia, sperimentazione, ottimismo e possibilità. -------------------------------------------------------------------------------- [Cesare Di Feliciantonio 
e Antonella Clare Vitiello] -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti bibliografici Gibson-Graham J.K., The End of Capitalism (As We Knew It), University of Minnesota Press, Minneapolis 1996. Gibson-Graham J.K., A Postcapitalist Politics, University of Minnesota Press, Minneapolis 2006. Gibson-Graham J.K., Diverse economies: performative practices for ‘other worlds’, in “Progress in Human Geography”, XXXII, n. 5, 2008, pp. 613-632. Gibson K., Graham J., Situating migrants in theory: the case of Filipino migrant contract construction workers, in “Capital and Class”, XXIX, n. 1, 1986, pp. 130-149. Kothari A., Salleh A., Escobar A., Demaria F., Acosta A. (a cura di), Pluriverso. Dizionario del post-sviluppo, ed. it. a cura di M. Benegiamo, A. Dal Gobbo, E. Leonardi, S. Torre, Orthotes, Napoli 2021 Sedgwick E.K., Touching feeling: Affect, pedagogy, performativity, Duke University Press, Durham 2003. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per una politica della possibilità qui e ora proviene da Comune-info.