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Diritti, sud e divenire minoritario
IL DETRITO È LO SCARTO, L’IMPRODUTTIVO, QUALCOSA CHE IL SISTEMA RIGURGITA. A VOLTE PERÒ I DETRITI PRENDONO PARLANO, IN ALCUNI CASI IMPARANO A DISOBBEDIRE, SPESSO VIVONO I SUD PER PENSARE LE VITE ALTRIMENTI E APRIRE SPAZI DEL POSSIBILE. A PROPOSITO DEL FILM DEBRIS/DETRITI_ARGENTINA DI SERGIO RACANATI, PRESENTATO AL BIF&ST-BARI INTERNATIONAL FILM&TV FESTIVAL VENERDÌ 27 MARZO Una carcassa di un animale, inerme e isolata in una strada. Cartelli e murales tra i rumori del traffico di Buenos Aires. Persone che dicono No. Sono i detriti di cui ci parla il film DEBRIS/DETRITI_Argentina di Sergio Racanati, presentato in occasione del Bif&st-Bari International Film&Tv Festival il 27 marzo 2026. Ma cos’è un detrito? Il detrito è lo scarto, l’improduttivo, qualcosa che ha svolto la sua funzione per un certo lasso di tempo e ora ha smesso di farlo. Qualcosa che il sistema ha rigurgitato, via, lontano, tra i marciapiedi, nelle periferie, nei terzi mondi interni ed esterni, fuori dalle aziende, dalle economie, dai privilegi, dalle norme. Qualcosa che non può essere reintrodotta e deve essere accumulata, accatastata, ma pur sempre misurata e controllata, nelle città, nei quartieri, nei sottoscala. Racanati afferma a tal riguardo: “Per me il film essay si sviluppa come un dialogo continuo e stratificato tra materiali visivi, etno-antropologici e una riflessione concettuale e politica che li attraversa e li mette in tensione”. Come gli ossi di seppia di Montale, anche qui le vite sono state prosciugate, ridotte all’osso. Mentre i cosiddetti Grandi 20 nel 2018 parlavano di nuove agende lavorative, di nuove infrastrutture per incrementare lo sviluppo e di politiche sostenibili, il mondo, le strade, i detriti, gli ossi de seppia, iniziarono a disobbedire. D’altro canto, si sa, sono sempre gli altri che hanno buoni propositi per noi, guai lasciare alle persone la possibilità di autodeterminarsi. Nel film di Racanati sono proprio questi detriti a parlarci, che si tratti di anime al margine, di oggetti abbandonati sul ciglio della strada, di lische di pesce, di cibi putridi, essi in ogni caso custodiscono la potenza di una possibilità. Le inquadrature si soffermano proprio su questi particolari apparentemente inutili, insignificanti, improduttivi, che disegnano una logica del minorare, come avrebbe detto Deleuze, che non vuole convertirsi in maggioranza e, forse, non vuole più essere contemplato dalla Storia, quella con la “S” maiuscola. Così come nel pensiero del filosofo francese la letteratura minore scava e sovverte quella maggiore, allo stesso modo la logica dei detriti di Racanati cerca di sovvertire — o al limite sospendere — gli accadimenti in cui essi sono inseriti. Inquadrare ciò che è scarto, l’improduttivo, affinché tutto il resto venga sospeso. Sembra essere questo, tra le altre cose, l’atto di resistenza dell’artista. Il detrito diventa l’elemento che apre lo spazio del possibile quando ogni politica, etica ed estetica hanno irrimediabilmente fallito. Perché sì, inutile ribadirlo, hanno fallito. L’artista sostiene infatti: “Sono contento di portare la riflessione sui Sud del mondo al BIFEST, insieme al materiale fragile dell’umanità che per me designa quella moltitudine di soggettività, narrazioni e forme di vita che occupano una posizione di vulnerabilità all’interno dei regimi di visibilità e di rappresentazione”. La sezione Frontiere del festival è il luogo ideale per condividere il film con il pubblico: “La mia ricerca ha come punto di partenza e di approdo la dimensione umana, osservata e de-costruita in relazione alle disparità politiche e sociali. Storia e contesto, coordinate imprescindibili ai fini di questa indagine filosofica e politica, si integrano in un rapporto tra forze polarizzate – globale e locale, macrostoria e microstoria, memoria collettiva e individuale – con uno sguardo che si focalizza sullo scarto, sul frammento, sul lacerato, sul detrito”. -------------------------------------------------------------------------------- Frame tratto da DEBRIS/DETRITI_Argentina, concessione dell’artista -------------------------------------------------------------------------------- È forse a partire da questo che si comprende la riflessione sui Sud che accompagna la produzione artistica di Racanati. Il film è infatti accompagnato dalla lettura del manifesto redatto dall’artista in cui vengono esplicitate le ragioni che lo hanno portato ad abbandonare le grandi capitali europee per vivere in un paese marginale del Sud Italia. Anche qui, il Sud è vissuto come spazio di possibilità. Non un’area geografica, ma una potenza che si muove all’interno delle relazioni politiche, ecologiche, sociali, spaziali e, disattivando l’operare dei dispositivi di potere, consente di pensare le vite altrimenti. Racanati, attraverso il Sud e la logica del minorare dei detriti, sembra parlarci proprio di questa possibilità. Come spiega lo stesso artista nel suo manifesto: “Sono particolarmente interessato alle marginalità, ai territori liminali, alle periferie, ai sistemi di decentramento del capitale cognitivo: ed ecco che ho scelto di ri-posizionarmi a Sud. Il Sud per me è un eco-sistema di possibilità di riscatto, di rivincita sullo sfruttamento del tempo-spazio e delle risorse umane. A Sud puoi ri-appropriarti del tuo tempo, del tuo spazio esistenziale. Non sono legato alla spettacolarizzazione del Sud. La sua dimensione più rurale, le sonorità più dure, l’inceppo politico, la sua struggente deriva mi seducono. Il Sud, è per me, un bene comune: un archivio dell’umanità. È ancor oggi per me la culla dell’umanità, anche nella sua dimensione più tragica. Anche nella sua dimensione di deriva”. Siamo il popolo dei detriti, degli amputati, quelli a cui è stata cucita la bocca, tagliato un braccio, una gamba; siamo il popolo che a lungo è stato tenuto nelle tenebre, ai margini delle strade, dei marciapiedi, lontano da quello che loro chiamano civiltà. Ma come dice Isaia, siamo il popolo delle tenebre, ma “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”. -------------------------------------------------------------------------------- Frame tratto da DEBRIS/DETRITI_Argentina, concessione dell’artista -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Diritti, sud e divenire minoritario proviene da Comune-info.
March 26, 2026
Comune-info
Depressione e mondi nuovi
È DIFFUSO DA TEMPO UN MITO, CREATO DA MASCHI DEL NORD DEL MONDO, SECONDO CUI ESISTE UNO STATO DI SALUTE CHE È LA NORMA. È DIFFUSA DA TEMPO OVUNQUE ANCHE L’ESPRESSIONE “IO SONO MALATO” INVECE DI “LA MALATTIA È VENUTA A ME”. IN QUESTO SCENARIO C’È CHI NON RINUNCIA AD APRIRE CREPE. SAPPIAMO METTERE NELLE CONDIZIONI TUTTI E TUTTE PER RENDERE VISIBILI LE PROPRIE VULNERABILITÀ? SAPPIAMO RISPETTARE DAVVERO LE FRAGILI DI OGNUNO, SOPRATTUTTO QUELLE PIÙ COMPLICATE E MENO VISIBILI? E SE UNA DELLE PIÙ GRANDI PROTESTE CONTRO IL CAPITALISMO – HA SCRITTO UNA VOLTA JOHANNA HEDVA IN UN TESTO MERAVIGLIOSO (LA TEORIA DELLA DONNA MALATA) – FOSSE PRENDERSI CURA DELL’ALTRO E DELL’ALTRA OLTRE CHE DI SE STESSI? LA DEPRESSIONE, CON TUTTE LE CONSEGUENZE PROVOCATE DA UNA SOCIETÀ CHE NON METTE AL CENTRO LA CURA, ACCOMPAGNA DA DIVERSI ANNI LA VITA DI MAURO ZANELLA. NELLA SUOI IMPEGNI SOCIALI, NELLA SUA VITA DI INSEGNANTE E NELLA SUA QUOTIDIANITÀ HA PERÒ SCELTO DI SFIDARE LO STIGMA SOCIALE, AD ESEMPIO, ATTRAVERSO IL RACCONTO. LO HA HA FATTO UNA PRIMA VOLTA OLTRE DIECI ANNI FA PROPRIO SULLE PAGINE DI COMUNE. TORNA A FARLO OGGI, PER CAMBIARE LE COSE IN PROFONDITÀ, SCRIVE, PER AIUTARE ALTRI A SENTIRSI MENO SOLI Foto di Sebastian Herrmann da Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Questo testo è assai diverso dalle decine di articoli che ho scritto negli ultimi anni. Questa volta parlo di me, ma dalla mia vicenda personale voglio ugualmente trarre un’esperienza che potremmo definire politica e sociale. Iniziamo col dire che mi sono messo a giocare con la cosiddetta Intelligenza Artificiale per vedere cosa dice di me. Cosiddetta perché si tratta pur sempre di un’invenzione umana che semplifica, rafforza, moltiplica e velocizza le nostre capacità esattamente come la prima, semplice pietra rozzamente scheggiata dagli umani. Insomma associo il mio nome completo ad alcune parole: Ucraina, Rifondazione, Pace e resto sbalordito dalla velocità e dal numero delle informazioni che vengono elaborate. Poi penso di andare a cercare qualcosa di più intimo e personale e digito “Mauro Carlo Zanella depressione” e qui vi riporto ciò che salta fuori: “Mauro Carlo Zanella è un insegnante di scuola primaria e collaboratore della testata Comune-info, noto per aver condiviso pubblicamente la sua esperienza personale con la depressione”. Il suo contributo sul tema si distingue per alcuni punti chiave. “Testimonianza diretta: nel maggio 2014 ha pubblicato un articolo intitolato “Soffro di depressione”, in cui racconta il suo vissuto con la malattia dal punto di vista di un educatore, cercando di rompere il tabù che spesso circonda la salute mentale nel mondo del lavoro. Impegno sociale e civile: oltre alla scrittura, Zanella è attivo in ambito politico e sociale. Recentemente (giugno 2025), ha partecipato a manifestazioni civili a Roma (Porta San Paolo), confermando il suo impegno su temi come la pace e la memoria storica. Contributo giornalistico: collabora regolarmente con portali di informazione indipendente come Pressenza e Transform! Italia, dove affronta temi che spaziano dalla scuola alla critica sociale. Il suo racconto è spesso citato come esempio di auto-narrazione terapeutica e di coraggio nel mostrare la vulnerabilità in contesti professionali.” Ora, a parte il fatto che non sono noto per niente, ma evidentemente in un istante l’Intelligenza Artificiale ha scovato un vecchio articolo scritto appunto come lettera per il manifesto e successivamente pubblicato da Comune-info, che nel bene soprattutto, ma anche nel male, in parte, ha avuto una grande importanza nella mia vita. Dubito che sia “noto” o ricordato a chi pure lo lesse a suo tempo, molte persone in verità, al punto che perfino i giornalisti di radio Rai mi fecero una breve intervista incuriositi da ciò che avevo scritto. Che cosa è cambiato da allora? Il triste riconoscimento della mia fragile condizione: invalidità riconosciuta al 67%, articolo tre comma tre della Legge 104; per intenderci con questi numeri i bambini a scuola hanno il diritto all’insegnante di sostegno… e io tuttora sono un insegnante di scuola primaria. Sindrome delle apnee notturne (devo dormire con una mascherina, il cpap, e ho preferito smettere di guidare per non mettere a rischio l’incolumità mia e soprattutto altrui con un sempre possibile colpo di sonno), una certa obesità che in effetti va e viene, un tremore essenziale ereditario e, ahimè, una certificata sindrome bipolare, la cosa più difficile per chi ne soffre da riconoscere e da accettare e al tempo stesso più invalidante di una “semplice” depressione stagionale o ciclotimica. Cosa che io stesso ho impiegato anni ad accettare e quindi affrontare con responsabile pazienza. “La depressione è finita, sto bene, anzi benissimo, non ho più alcun bisogno di curarmi, sono guarito finalmente e voi volete farmi credere che la mia euforia è da controllare e contenere anche farmacologicamente? E per quale motivo dovrei farlo ora che sono così felice, pieno di energia vitale?” Questo è il ragionamento. Ma è un ragionamento sbagliato, che può essere perfino pericoloso, per se stessi ovviamente: si perde ogni prudenza, si fanno scelte avventate, si pecca di eccessivo e ingenuo ottimismo e ci si mette nei casini, facilitando il precipitare in una nuova e forse perfino peggiore fase di depressione. Dopo anni e tentativi di cura infruttuosa per errori miei, ma anche di psichiatri supponenti a cui mi ero rivolto, ho finalmente trovato al CSM, che non è in questo caso il Consiglio Superiore della Magistratura, ma il Centro di Salute Mentale, la struttura pubblica del mio Municipio di Roma, un ottimo psichiatra che, come ovvio gratuitamente, con competente empatia, settimanalmente mi visita, anzi direi mi incontra. Parliamo, mi ascolta con attenzione e se lo ritiene utile aggiusta il tiro: “Proviamo così e poi mi farà sapere come va”. Basta così, per ora non aggiungo altro: ora tutto finirà in rete e con un banale programma di Intelligenza Artificiale chiunque saprà che sono in cura da uno psichiatra al Centro di Salute Mentale… Per la seconda volta sfido lo stigma sociale, come fecero decenni fa, ad esempio, gay e lesbiche o chi ha subito abusi. Per cambiare le cose qualcuno deve iniziare a esporsi, a raccontare, a sfidare i pregiudizi… La solidarietà compenserà la diffidenza e la condanna, o perlomeno aiuterà altri a sentirsi meno soli e meno depressi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Pressenza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La teoria della donna malata -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Depressione e mondi nuovi proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
Il bastone e la mano
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jakub Żerdzicki su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- «Si vanterà forse la scure con chi spacca per mezzo di essa o la sega si insuperbirà contro chi la maneggia? Come se il bastone volesse dirigere chi lo brandisce, come se la verga volesse sollevare chi non è di legno» (Isaia, 10). Le parole del profeta descrivono esattamente quanto oggi sta avvenendo. I dispositivi tecnologici sono il bastone che pretende di dirigere e di fatto dirige chi lo maneggia o, piuttosto, crede di maneggiarlo. E l’intelligenza artificiale appare nel momento in cui l’uomo, ormai incapace di dominare gli strumenti che egli stesso ha creato, cade in preda a quella che Gunther Anders ha definito la vergogna prometeica e, rinunciando a pensare, si sottomette al bastone che gli è sfuggito di mano. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > L’opinione di Humpty Dumpty -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il bastone e la mano proviene da Comune-info.
March 18, 2026
Comune-info
Sei morto?
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Non temiamo la Morte. Ciò che ci terrorizza è che nessuno si accorga che è successo. “Are You Dead?” Non inquieta perché controlla se sei vivo: inquieta, e mai, perché la vita è ridotta a un promemoria. “Are You Dead?” è il nome di un’app che in poche settimane è diventata la più scaricata tra quelle a pagamento in Cina. Il meccanismo è semplice: devi confermare periodicamente di essere vivo premendo un pulsante. Se non lo fai entro il tempo stabilito, l’app avvisa i contatti di emergenza o le autorità. Non è un social, non è un gioco, non è una provocazione adolescenziale. È una risposta tecnologica a una realtà brutale: la paura di morire da soli e nessuno se ne accorge per giorni. Può ricordare il Telesalvalavita Beghelli. Ma qui cambia completamente il contesto: non anziani fragili, bensì giovani lavoratori single, studenti lontani da casa, persone che vivono sole per scelta o necessità e vogliono un “compagno di sicurezza”. Esiste una serie, Pluribus: un virus trasforma quasi tutta l’umanità in una mente collettiva pacifica. Solo pochi restano immuni. La protagonista, Carol, è biologicamente viva ma simbolicamente morta. È una metafora fin troppo evidente della società iperconnessa, formalmente libera. Vivi da solo. Lavori da remoto. Ordini tutto online. Sei “autonomo”. Ma questa autonomia ha un prezzo: il terrore che nessuno sappia se più esisti. Diversamente dagli hikikomori, che si ritirano dal mondo, qui non si fugge. Si resta perfettamente funzionali. Connessi. Efficienti. Eppure soli. E le gambe iniziano a tremare. Allora arriva l’app: non ti dà comunità, non ti dà relazioni. Ti assegna una funzione: premi un bottone, sei vivo; non lo premi, forse sei morto. La soggettività diventa un aggiornamento di stato. L’iper-capitalismo non elimina il soggetto con la forza. Lo lascia solo. Poi gli vende un’interfaccia per gestire la sua solitudine. L’Altro è un algoritmo a pagamento. Non è tua madre, non è un amico, non è il vicino. È una notifica. Il riconoscimento diventa procedura. In Pluribus il rischio è la fusione totale. Qui il rischio è l’opposto: un isolamento così perfetto che l’unico legame rimasto sia un sistema di allerta. Il soggetto non è più conflitto, desiderio, politica: è un nodo nella rete. E così Are You Dead? ci mette nudi davanti allo specchio. Noi non temiamo la morte: temiamo che non venga notificata. Meno Male. Questo il Manifesto tangping (tratto dal substack): Gloria al tangping, gloria all’inazione. Perché gridare gloria al tangping? Perché abbiamo diritto alla contemplazione. Cosa ci ha dato la civilizzazione? La produzione di massa, La possibilità di farla finita (fino a un certo punto) con la fame. È possibile lavorare venti ore alla settimana? Sì. Abbiamo diritto alla pigrizia e alla felicità Perché grido gloria al tangping? Perché nella primavera della pigrizia fiorisce la creatività Tangping è immergere il muso in profondità nella foresta che è la vita finché non trovi i tartufi della bellezza. dodici ore di lavoro al giorno non porteranno ricchezza ma una landa desolata di morte e di noia Perché gridiamo gloria al tangping? perché non lavoreremo più per loro. Insisti a lavorare giorno e notte Perché hai dei sogni di grandezza? O per la liberazione dell’umanità? A chi appartiene il frutto del vostro lavoro? Forse appartiene a voi? Forse al vostro futuro? E’ passato il tempo in cui tagliavamo le vene della nostra giovinezza Per far scorrere il sangue Così che ne uscissero gloriose torri al neon, viali verdi E grandi ingorghi a sei corsie. E’ passato quel tempo. Di tutto questo nulla ci appartiene. Per questo ci dedichiamo al tangping. Tangping non è depressione Ma rispetto della vita Non è irresponsabile gesto verso il mondo Ma voce che grida: abbasso il lavoro. Da dove nasce questo manifesto? Dai social media cinesi, ovviamente. Questo non è affatto il manifesto ufficiale di Tangping. Pochi utenti cinesi usano i loro veri nomi online, il che significa che gran parte dei contenuti relativi al movimento (disapprovato dal Partito Comunista Cinese) è apparso in forma anonima. Poesie, manifesti e, soprattutto, meme. Esistono innumerevoli manifesti di Tangping: nessuno di loro è l’originale. Tangping è, per sua stessa natura, caos e proliferazione. Se vogliamo, è un rizoma. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sei morto? proviene da Comune-info.
February 15, 2026
Comune-info
Compravendite
C’È CHI VUOLE COMPRARE LA GROENLANDIA. C’È CHI VENDE AL MIGLIOR OFFERENTE, NATURALMENTE UN POTENTE, IL PROPRIO PREMIO NOBEL. C’È ANCHE CHI FA SELFIE CON LA PARI GRADO GIAPPONESE ILLUDENDOSI DI POTER MASCHERARE LA RECIPROCA COMPRAVENDITA IN NOME DI UN FANTOMATICO “ORDINE MONDIALE GIUSTO, LIBERO E APERTO”. E POI C’È CHI DA TEMPO SI ARRICCHISCE VENDENDO TRAGEDIE SUI MEDIA, DISSEZIONANDOLE PEZZO A PEZZO, E CHI LE COMPRA SEGUENDOLE COME SE FOSSERO SERIE TV. E SE SMETTESSIMO DI COMPRARE E VENDERE QUALSIASI COSA? Leggi anche: Vita contro denaro. Elogio delle follie necessarie [J.H.] unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Troppe persone spendono i soldi guadagnati per comprare cose che non vogliono e per impressionare persone che non gli piacciono. Will Rogers C’era una volta il pianeta chiamato Mercato. Dove si compra e si vende. Tutto. O quasi. C’è ovviamente chi vorrebbe comprare la Groenlandia, e con essa arricchire il presente e il futuro della nazione che governa, ovvero possiede nei fatti, la quale fa tutto ciò da 250 anni in ogni luogo raggiungibile dalle sue armi, qualora non decida di prenderselo giustappunto con la forza. Eppure, c’è ancora qualcuno che si sorprende come se fosse una novità. Una persona saggia dovrebbe avere i soldi nella testa, ma non nel cuore. (Jonathan Swift) C’è invece chi come María Corina Machado vende al miglior offerente, ovvero potente, il proprio premio Nobel, e al contempo fa lo stesso con la dignità di un riconoscimento ormai svilito dall’evidenza e con il presente e il futuro del popolo che vorrebbe governare, o meglio possedere per conto di qualcun altro, Tu sai chi come in Harry Potter. La ricchezza non consiste nell’avere grandi beni, ma nell’avere pochi bisogni (Epitteto) C’è chi a Gaza ha addirittura acquistato e chi a sua volta ha svenduto una guerra lunga secoli come se fosse una terra fertile da coltivare, resa tale in modo perverso quanto orribile dal sangue di migliaia di vite innocenti. E ora che il rumore degli spari e delle urla di costoro è stato temporaneamente allontanato dalle prime pagine – giammai cancellato -, si può tranquillamente cominciare a seminare. Vi svelerò il segreto per diventare ricchi a Wall Street. Cerchi di essere avido quando gli altri hanno paura. E cerchi di avere paura quando gli altri sono avidi (Warren Buffett) E c’è chi come la Ford che conta di comprarsi la benevolenza del tiranno punendo il solito dipendente – chiamalo pure operaio se ne possiedi la memoria e non l’hai ancora venduta alla stregua di tanti – che ha osato chiamarlo “protettore di pedofili” sulla pubblica piazza, malgrado sia la logica dei fatti a produrre tale definizione. Reddito annuo venti sterline, spesa annua diciannove e sei, risultato felicità. Reddito annuo venti sterline, spesa annua venti sterline e sei, risultato miseria (Charles Dickens) C’è chi come Giorgia Meloni che fa selfie con la pari grado giapponese illudendosi di poter mascherare la reciproca compravendita con la fantomatica difesa di “un ordine mondiale giusto, libero e aperto”. Mentre senza alcuna sorpresa anche stavolta, alle spalle dei fantocci governativi, ovvero a tirarne i fili, ci sono ancora le multinazionali come l’Eni, la quale al momento opportuno piazzerà alla luce del Sol levante il gas naturale che continua imperterrito a rubare in Africa. Ovvero, ai suoi abitanti. L’Italia ai nostrani e l’Africa a tutti tranne gli africani, la monotona quanto amara strofa con rima. Il denaro non ha mai reso felice un uomo, né lo farà. Più un uomo ha, più desidera. Invece di riempire un vuoto, lo crea (Benjamin Franklin) E c’è chi come il Garante della privacy finito nel fango dell’ennesimo scandalo per le solite accuse: l’aver speso e comprato a destra e a manca, tra case in affitto, macellerie e parrucchieri con denaro dello Stato. Dei contribuenti. Di te che leggi e del sottoscritto, se sei tra coloro che in questo strano Paese si ostinano a pagare le tasse dovute. La ricchezza è la capacità di vivere appieno la vita (Henry David Thoreau) C’è chi – lo ripeto da un pezzo – si arricchisce vendendo tragedie sui giornali, dissezionandole pezzo a pezzo ogni giorno, e chi le compra in ogni istante seguendole come se fossero sceneggiati, serie tv, ovvero reality show. Un mercimonio di tristi disgrazie e dolore di chi resta, macellati e divorati nei monitor dei molti che guardano e dei pochi che alla fine dell’ennesima abbuffata contano i proventi dei click. Il mercato azionario è pieno di individui che conoscono il prezzo di tutto, ma il valore di niente (Phillip Fisher) C’è chi al timone dell’Italia si accinge a vendere una ulteriore versione deteriorata e abusata di un concetto da tempo immemore caro ai dittatori – la famigerata sicurezza – togliendo ulteriori occasioni e diritti di dissenso alla popolazione, al netto di altrettanti alibi e protezioni per le forze dell’ordine, le quali vanno interpretate sempre all’opposto. L’ordine della e con la forza al servizio del potere, già. E nel mentre, Casapound sta ancora lì, illegalmente, nel cuore della capitale. Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato (Albert Einstein) E c’è chi come l’ennesimo Agnelli che ha comprato tanto, troppo, non solo un giornale come Repubblica, che è solo l’ultimo degli affari andati in porto. C’è un intero Paese nelle tasche della sua famiglia ormai da un secolo. Una dinastia degli acquisti e delle svendite più o meno alla luce di ‘O sole mio, stavolta. Con la complicità di almeno due, se non tre, generazioni di governi e istituzioni, faccendieri e portaborse, e il silenzio assenso di una moltitudine di gente colpevolmente distratta o indifferente. Vorrei vivere come un uomo povero con un sacco di soldi (Pablo Picasso) C’era quindi una volta e c’è ancora un pianeta di nome Mercato. Dove si può smerciare in ogni luogo e istante. Qualsiasi cosa. O quasi, esatto. E se ciò che hai, a cui tieni maggiormente – compreso te stesso -, appartiene a quest’ultima minoritaria categoria, ti prego, uniamoci e lottiamo assieme per difenderla con le nostre unghie e i nostri sogni. -------------------------------------------------------------------------------- Per ricevere la Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Vita contro denaro. Elogio delle follie necessarie -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Compravendite proviene da Comune-info.
January 16, 2026
Comune-info
Infinite crepe
È UN TEMPO IN AGONIA QUELLE CHE VIVIAMO, NEL QUALE LA VITA È RIDOTTA A MERCE E TUTTI SIAMO SEMPRE PIÙ RIPIEGATI NELLA SOLITUDINE DI UN QUOTIDIANO FRANTUMATO DALLE TANTE FORME DI VIOLENZA. EPPURE È POSSIBILE SCORGERE FRAMMENTI DI SPERANZA PROPRIO NELLE PIEGHE DI QUESTA SITUAZIONE. NEL LIBRO TERRITORI DELL’INFANZIA. SOVVERTIRE L’IMMAGINARIO DEL PRESENTE (ORTHOTES ED.), TIZIANA VILLANI, FILOSOFA E DOCENTE ALL’UNIVERSITÀ DI PARIGI E A MILANO, INDIVIDUA NELL’IMMAGINAZIONE E NELLA POTENZA DEL RICORDO LE CHIAVI PER APRIRE IL PRESENTE E RIBELLARSI AL DOMINIO DELL’ATTUALE SISTEMA ECONOMICO-SOCIALE. “ANCHE QUANDO UNA FASE INTENDE AFFERMARSI COME PREORDINATA, PROPRIO LA SUA RIGIDITÀ, LA SUA PERVASIVITÀ FINISCE CON IL PRODURRE INFINITE CREPE. LA POSSIBILITÀ DI PRODURRE SENSO NON È MAI DEL TUTTO PERDUTA. SUBENTRA IL TIMORE, MA AL CONTEMPO UNA TENSIONE VERSO QUELL’INCERTO CHE DICE ANCHE DI UN POSSIBILE SLITTAMENTO DI SENSO…”. AMPI STRALCI DEL CAPITOLO “CLINICA DEL PRESENTE” Per le vie di Torpignattara, a Roma, con canti in romanesco, bangla, arabo, inglese, portoghese e russo scambiati con verdure, indispensabili per il minestrone di quartiere: “La banda del minestrone” è un’iniziativa immaginata e realizzata (giugno 2024) da Asinitas (foto di Luisa Fabriziani – che ringraziamo – tratta dalla pag fb di Asinitas) -------------------------------------------------------------------------------- In che modo è possibile aprire percorsi di liberazione una società molteplice, fragilizzata e priva di prospettive soddisfacenti? In primo luogo riconoscendone il vuoto di senso che la abita. Il vuoto di cui parliamo è prodotto da una profonda crisi di esperienza che non riesce a elaborare le trasformazioni in corso e dunque è in difficoltà rispetto alla progettualità, in assenza della quale le vite paiono girare su se stesse, strette tra il bisogno di sopravvivere e l’impossibilità di creazione. Alcune delle risposte che vengono messe in campo cercano di ripartire da istanze comunitarie dal basso, da alleanze, per dirla con Haraway, che si indirizzano verso stili di vita alternativi. Pensare è “con-pensare” per generare “nuove parentele”, altri “paradigmi”: «È importante capire quali pensieri pensano altri pensieri. È importante capire quali conoscenze conoscono altre conoscenze. È importante capire quali relazioni mettono in relazione altre relazioni. È importante capire quali storie raccontano altre storie».10 Tuttavia, la posta in gioco sembra essere di natura ben più complessa e riguarda il modo in cui il vivente – nel tempo dell’anomia di massa, della messa in produzione-consumo di ogni corpo, di ogni vita – non riesce a rompere il cortocircuito del nuovo “sguardo clinico”, uno sguardo che reifica le forme di vita, le destituisce di singolarità e affetti, le mortifica nelle loro tensioni alla variazione. La tristezza del nostro tempo non corrisponde alla noia, né all’otium (del resto difficilmente praticabile), quanto all’inesprimibile avversione verso modalità di assoggettamento brutali nella loro tirannia che sono volte al mantenimento di sistemi di controllo chiamati a determinare il prevalere delle nuove gerarchie. Le istituzioni tradizionali non hanno dunque cessato la loro funzione, ma agiscono come strutture di sostegno per narrazioni la cui ragion d’essere non può essere colta se non nella sopraffazione e nella violenza. I corpi messi al lavoro sono i corpi di tutti, umani e non. Il benessere come valore comune di una comunità non resta che semplice slogan se non se ne coglie il nesso con lo sfruttamento e la messa a produzione di ogni istante di vita. Ciò che appare più grave rispetto a queste prime linee di analisi è il fatto che una simile situazione, lungi dal generare solidarietà, intensifica le atomizzazioni, le autoreferenzialità, i piccoli ripiegamenti nella solitudine di un quotidiano frantumato. Questa frantumazione attraversa il sociale ed è indicativa di una modificazione profonda dei modi di esistere e di immaginare la vita. Il potere si esercita senza temere più limiti alle sue capacità di assoggettamento e di drastica riduzione degli spazi di vita e dunque della progettualità e del senso delle esistenze. […] Nel 1976 Foucault organizza il proprio discorso sul biopotere secondo i versanti dell’anatomopolitica – che circonda e definisce il corpo parcellizzandone tempi e spazi – e della biopolitica, che economizza le proprie risorse applicandosi alla popolazione, ottimizzandone i processi vitali e, nei termini che lo stesso Foucault conierà l’anno successivo, governandone la storia in direzione del benessere di ciascun membro e della comunità tutta. È in questi termini che, spiega Foucault, la politica fa della vita il proprio oggetto privilegiato e, anzi, produce la vita. Il modo in cui il potere “produce la vita” è, al pari delle trasformazioni ambientali, tecnologiche, produttive odierne, un modo che prevede forti movimenti di scarto, selezione, eliminazione. La vita ridotta a merce, a consumo, vale solo nella sua apparenza estetica, la riduzione al corpo-macchina parcellizzato è funzionale al prodursi di tecniche di controllo, divisione, uso, che al momento opportuno ricorrono ai vecchi armamentari della distruzione di massa delle popolazioni, dell’asservimento, della cancellazione della dignità della vita. […] Anche quando una fase intende affermarsi come preordinata, proprio la sua rigidità, la sua pervasività finisce con il produrre infinite crepe. La possibilità di produrre senso non è mai del tutto perduta. Subentra il timore, ma al contempo una tensione verso quell’incerto che dice anche di un possibile slittamento di senso. All’antagonismo tra paura e speranza Ernst Bloch ha dedicato importanti riflessioni, sottolineando come «la mancanza di speranza è la cosa più insopportabile, assolutamente intollerabile per i bisogni umani»16 e più avanti, richiamando Marx «La filosofia avrà coscienza del domani, prenderà partito per il futuro, saprà della speranza, o non saprà più nulla. È nuova filosofia, secondo la via aperta da Marx, significa filosofia del nuovo, di quest’essenza che ci attende tutti e che ci annienterà o ci realizzerà».17 La creazione del nuovo si realizza tramite le pratiche dell’attraversamento, dello smottamento, della caotica perdita di riferimento. Ex-istere come eccedere, esistere altrimenti rispetto a un orizzonte dato, privo di possibilità. Eccedere significa anche fare i conti con i limiti, limiti propri, del contesto in cui si vive, mentali. Non sempre quindi una simile prospettiva riesce a essere accolta senza riserve. Tuttavia, l’inatteso, l’imprevisto, il temuto e il desiderato accadono. L’imprevisto non lascia mai lo stato di cose intatto. Forse allora la realizzazione di Bloch va piuttosto intesa nel senso della forza del desiderio. Il desiderio non è però del tutto una forza intenzionale poiché non è ascrivibile completamente alla sfera della razionalità. Il desiderio è spesso pluriverso.18 Si tratta dunque di un movimento di esposizione che ha diverse possibilità di concatenamento. È il momento possibile e fatale come per il Faust di Goethe se si fosse rappreso nel pronunciamento de l’“attimo: sei così bello! Fermati!”. Ma si tratta appunto di un momento. Alla frattura imminente si risponde spesso con i rituali della consuetudine, della ripetizione che rassicura. Ma poi la vertigine strappa quest’illusione e l’inatteso si manifesta, rompendo l’anestetico tempo della ripetizione. A volte si tratta di piccoli strappi, cedimenti che però lavorano erodendo e modificando il quotidiano. E la prospettiva cambia, magari in una direzione non voluta, e si impone chiedendoci di rielaborare percorsi di vita. Tutto questo accadere non è solo individuale, ma può anche essere virale e comprendere intere compagini sociali. A fasi innovative, durante le quali si crede all’imminenza di un mondo migliore più giusto, spesso la reazione, la conservazione, rispondono con grande durezza, perché gli eventi non appartengono a un ipotetico tempo lineare della storia. Ma anche la reazione non tende verso un ritorno al passato. La vita non è destinata, ma di certo soggiace a un’infinità di “condizioni”, diciamo naturali, creaturali, e pur sempre in relazione con il sociale. […] Le carenze della vita consistono nel suo essere esposta, ma è proprio in questo incedere, talora incerto, che è possibile scorgere le alternative, le possibilità non colte. Aperture, slittamenti di senso, possibili percorsi altri. […] -------------------------------------------------------------------------------- Note 10 D. Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, University of Chicago Press, tr. it. Chthulucene, Sopravvivere su un pianeta infetto, tr. it. di C. Durastanti, Nero, Roma 2019, pp. 57-58. 16 E. Bloch (1953-1959), Il principio speranza, a cura di R. Bodei, Gar- zanti, Milano1994, p. 17. 17 Ivi, p. 10. 18 U. Fadini, Oskar Panizza e l’“azione del pensiero”, in Il sistema della crudeltà, «Millepiani» n. 11, Mimesis, Milano 1997, p. 89. Le città del nostro tempo non contemplano i bambini. Alcuni di loro però sanno immaginare e trovare il modo per uscire dalla gabbia di una città fatta per il consumo e per il lavoro. Foto di Ferdinando Kaiser: vicoli di Napoli -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > La rabbia può andare in molte direzioni -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI STEFANO LAFFI: > Cultura per non colti -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Infinite crepe proviene da Comune-info.
January 14, 2026
Comune-info
Ancora sulla sentenza Birmingham-Trevaillon
GLI ARTICOLI LA SENTENZA BIRMINGHAM-TREVAILLON. LEGGE, PSICOLOGIA E PEDAGOGIA DI ANTONIO FISCARELLI E PERCHÉ QUANTO ACCADUTO ALLA “FAMIGLIA NEL BOSCO” RIGUARDA TUTTI NOI DI ELISA LELLO, PUBBLICATI SU COMUNE, HANNO AFFRONTATO IN MODO MOLTO APPROFONDITO ALCUNE QUESTIONI LEGATE DIRETTAMENTE E INDIRETTAMENTE ALLA NOTA VICENDA DELLA FAMIGLIA BIRMIGHAM-TREVAILLON. NEI GIORNI SCORSI IL TRIBUNALE HA RIGETTATO IL RECLAMO PRESENTATO DAGLI AVVOCATI DIFENSORI. AL MOMENTO I GENITORI E LE TRE BAMBINE RESTANO SEPARATI DALLA LEGGE. IN QUESTO NUOVO ARTICOLO ANTONIO FISCARELLI, METTENDO DI NUOVO AL CENTRO IL NODO DELLA CARENZA DI UNO SGUARDO PEDAGOGICO ADEGUATO, SPIEGA, COME E PERCHÉ LO STATO, MENTRE CERCA DI TUTELARE I DIRITTI DELLE BAMBINE CONTRO EVENTUALI VIOLAZIONI DA PARTE DEI GENITORI, RISCHIA ESSO STESSO DI VIOLARLI Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 4 dicembre, ho appreso la notizia della decisione del tribunale dei minori dell’Aquila di riservarsi nelle prossime ore la decisione sul destino della famiglia Birmigham-Trevaillon. Il 16 dicembre il tribunale ha rigettato il reclamo presentato dagli avvocati difensori. Tutto ciò a riprova di quanto avevo supposto nel mio articolo uscito lo stesso giorno (La sentenza Birmingham-Trevaillon. Legge, psicologia e pedagogia), in cui affermavo che l’accettazione da parte dei genitori di vivere in una nuova casa non sarebbe stata sufficiente a convincere i giudici a restituire loro la responsabilità genitoriale «e forse neanche al ricongiungimento» con i loro bambini, in considerazione della «pluralità» delle imputazioni a loro carico. Ancora prima del 16, nelle poche dichiarazioni rilasciate ai giornali, i loro rappresentanti legali esprimevano fiducia e speranza che i giudici prendessero in considerazione non solo la scelta di abitare in una nuova casa, ma anche i «nuovi elementi» che essi hanno proposto di esaminare e che mettono in discussione le altre imputazioni che hanno motivato la «sospensione della responsabilità genitoriale» e «l’allontanamento dei loro figli», fra le quali, in soldoni, sono da annoverarsi le accuse di abbandono, isolamento, mancanza di istruzione e di vita sociale. Proprio in ragione di questi decisivi riferimenti all’educazione e alla vita sociale di questi bambini che la sentenza impugna, avevo sottolineato la carenza in essa di uno sguardo pedagogico e, inoltre, come da un ordine di discorso legittimamente giuridico si passi a un altro, che è sì lecito, ma non è detto che sia proprio legittimo, perché sembra prevalervi una «dottrina» (di psicologia) e non più una «procedura giuridica» di tutela dei minori. Avevo inoltre cercato di mostrare come questa dottrina (di psicologia) sembra dividere drasticamente natura e società, cioè suppone una contrapposizione conflittuale che, in sostanza, non esiste nella concreta realtà di questa famiglia, finendo per ridurre (e in ciò senza troppo differenziarsi da una certa ricezione della vicenda nei media e nei social network) la quotidianità stessa dei bambini a una sorta di mito dell’enfant sauvage. Altrimenti detto, nella mia pur soggettiva percezione, mi pare che una normalità sia stata trasformata in mito non solo dai media e dai network, ma anche da questo tribunale (che, per questo, deve farsi carico non solo degli aspetti meramente giuridici ma anche di quelli più propagandistici, per così dire) e ciò a favore di una visione della vita sociale in cui il rapporto dei bambini con la natura, piuttosto che essere recepito come un valore pedagogico, una virtù pedagogicamente e ecologicamente corretta, è percepito come un «rischio», un «pericolo» e, a un certo punto, come una vera e propria «violazione» all’integrità fisica e morale dei minori (nella sentenza, di fatto, ricordiamolo, si parla di «abbandono» e di «isolamento», di trascuratezza materiale e morale e via discorrendo). Una decisione fondata su una visione non dichiarata ma a sua volta sostenuta da autori classici di psicologia piuttosto che da una osservazione de-ontologicamente e pedagogicamente proporzionale ai vissuti concreti di questi bambini e al profilo stesso dei loro genitori. Qualche lettore sbrigativo e qualche intellettuale non meno impaziente, dalle mie riflessioni, hanno invece dedotto tre tipi di conclusioni molto generiche e ingenue: 1) una critica indebita verso i giudici, e non solo a questi giudici, bensì ai giudici in generale, annoverandomi, di conseguenza, fra i detrattori della magistratura: certo – e per rispondere senza girarci troppo intorno – essa non tiene conto che se l’operato di tutti i giudici fosse infallibile e ogni giudice perfetto, non ci sarebbe mai stato un dibattito (che, si badi, non è di oggi) sulla giustizia e sul ruolo dei giudici nella società (non solo in quella italiana, per capirci), e ancor meno questa sentenza specifica ne avrebbe mai scatenato uno così eclatante da prestarsi tanto alla strumentalizzazione politica e ideologica, quanto alla critica da parte del senso comune, ancorché a quella di esperti di diversi ambiti disciplinari, che di fatto interessano la vicenda e che la stessa tutela dei diritti dei minori chiama in causa – o almeno dovrebbe, appunto, chiamare in causa; 2) una indebita presa di posizione a favore dei genitori fondata su una condivisione dei loro idee: senza considerare che se, da una parte è lecito difendere anche idee che non si condividono (altrimenti neanche avrebbe senso parlare di ‘tolleranza’, termine che, a quando pare, è diventato talmente desueto che non lo si è sentito pronunciare una sola volta, in questo dibattito); dall’altra, nel mio contributo, c’è la difesa dei diritti dei genitori (entrambi indiscriminatamente e genericamente imputati di violazioni gravi e pregiudizievoli): ma in soldoni, è forse la difesa tout court del diritto dei minori e dei loro genitori di vivere così come stavano vivendo contro un’accusa supportata più da una teoria psicologista dell’educazione che da fatti concreti e giuriidcamente accertati; 3) una sorta di ingenuo naturalismo, in quanto ho usato – certo, non ingenuamente – la formula «carica anti-naturalista»: e su questo possiamo riaprire le danze, sperando di ottenere lo scopo per cui ancora oggi mi permetto di dedicare del tempo a questa storia, ricca di contraddizioni e di spunti che documentano la condizione pietosa in cui si trova oggi l’humanitas non solo di fronte alla natura, alla società, a un problema genuinamente pedagogico, ma alle sue proprie leggi, ai suoi variegati ordinamenti legislativi, a un problema di interpretazione, ancorché di educazione all’interpretazione delle leggi, a un dilemma riguardante il sentimento di giustizia e di ingiustizia, sentimento naturale, senza il quale, evidentemente, nessun ordinamento giuridico, nessun diritto, nessuna legge sarebbero possibili. Cercavo, in effetti – e riprovo a farlo da un’altra prospettiva – di evidenziare la carenza di uno sguardo pedagogico adeguato alla situazione, in una sentenza che, non solo imputa ai genitori di trascurare l’istruzione dei loro figli (poiché nella sentenza si parla di minori «privi di istruzione», l’equivalente di ‘analfabeti’), ma, per di più, si serve della psicologia per accusarli di trascurare anche la loro vita sociale: inizialmente, ponendo le due accuse distinte e come ugualmente compromettenti (mancanza di istruzione e mancanza di vita di relazione, isolamento e abbandono…), in un altro momento, facendo derivare la carenza di vita di relazione dalla mancata frequentazione della scuola: e in un ulteriore momento, sottolineando che non è l’istruzione il problema ma perlopiù la vita sociale dei bambini; ugualmente, una volta, sembra di stare di fronte a un pericolo o a un rischio di lesione e un momento dopo siamo di fronte a una violazione vera e propria, ‘grave e pregiudizievole’; ma, in questa ultima circostanza, piuttosto che fornire descrizioni di fatti concreti e di una perizia conforme ai fatti, si preferisce chiudere la sentenza con qualche riferimento legislativo e una bella dozzina di capoversi dedicati alla psicologia contemporanea: come dicevamo, una sorta di dispensa per studenti universitari a supporto di una sentenza che, non solo divide e contrappone educazione naturale e educazione sociale (che in questa famiglia invece sono una sola cosa, come ho concluso il mio contributo), ma – e a questo punto bisogna proprio dirla in maniera spicciola – separa di fatto, con i mezzi della Legge, una famiglia, contrapponendo fra loro genitori e figli (certo a tutela di questi ultimi, anzi, soltanto a tutela dei loro diritti)! Evidentemente, siamo di fronte non a una misurata e proporzionata valutazione del caso, ma a un invito molto originale al credo quia absurdum. Tuttavia, nella concreta realtà – ed è grosso modo la mia tesi – non sono le idee a essere o a dover essere imputate. Non sono loro a interessare la vicenda, ma le persone, i fatti che concernono queste persone: né le idee dei genitori, né quelle degli psicologi, degli assistenti sociali, dei giudici… e neanche le mie. A questa sentenza, invece, così pregna di idee (di psicologia) sembra adattarsi la formula di Nietzsche: «Non ci sono fatti, solo interpretazioni». Ma è chiaro che dobbiamo andare anche oltre Nietzsche, se vogliamo essere realisti, e dire che nella realtà, poi, contano solo i fatti: anche le interpretazioni contano come fatti. La la vita sociale della natura A rigor di logica, sul piano pedagogico, i fatti di questa famiglia sono costituiti dalla quotidiana dedizione di genitori scrupolosi e bambini che svolgono una vita sociale che non sembra inadeguata ai tempi che corrono, alla comunità e al territorio in cui sono inseriti, in cui le loro capacità relazionali sembrano svilupparsi quotidianamente nel rapporto con la natura e nel loro stesso focolare. Rapporto? Rapporto con la natura? Queste espressioni sono generiche. Andrebbero meglio circoscritte. Parliamo di esperienze concrete che istruiscono questi bambini di determinati contenuti e modi di essere, momenti empirici e pragmatici che essi assimilano in quanto corpi viventi (o meglio sarebbe dire vissuti) e non in quanto astratti e vuoti soggetti di diritto: esperienze vive che non sono limitate al gesto di «abbracciare un albero» o accendere il «fuoco nel camino» insieme al padre (atto che per Bachelard, per esempio, costituisce un vero complesso pedagogico, perché si gioca sul piano della trasmissione dei saperi pratici e che egli definisce «complesso di Prometeo», una sorta di «complesso di Edipo intellettuale»; ne ho parlato in uno studio per la rivista francese Penser l’éducation, alcuni anni fa, Regards transversaux sur le « complexe de Prométhée ». Technocentrisme, instance institutionnelle et éducation); esperienze la cui pluralità di elementi sociali implicata è una sola cosa con la quotidiana dedizione alla cura di animali e cose (naturali e artificiali, se questa distinzione non è di troppo) e con la quotidiana vita sociale nella comunità. Sono fatti questi che ne indicano altri, che nella sentenza non sono presi in considerazione. Ma sono fatti anche ciò che nella sentenza si afferma e ciò che non si afferma. È un fatto, ad esempio, che nella sentenza non si illustrino esempi concreti di come i genitori avrebbero «abbandonato», «isolato», lasciato i figli «privi di istruzione», tenuti separati da rapporti fra pari: in una parola, segregati! Momenti in cui, insomma, sia chiaro in che senso tutto ciò sarebbe palesemente avvenuto e i genitori, di conseguenza, avrebbero ‘violato’ la loro «integrità fisica e morale», assunto comportamenti indiziari di «negligenza genitoriale» che possono comportare «gravi e pregiudiziali rischi» e «conseguenze psicologiche e educative» per i loro figli. Se sommiamo tutte queste accuse, infatti, ne deriviamo che questi bambini sono stati del tutto privati di ogni contatto con il mondo esterno, privati non solo della luce proveniente dall’energia elettrica delle grandi società – poiché la famiglia si serviva di pannelli fotovoltaici – e dal calore di buoni termosifoni in ghisa, allacciati alle grandi società del gas, rimpiazzati da camino e cucina economica: a essi è stata soppressa anche la luce del giorno, ancorché il suo calore. Ho affermato che, proprio in virtù della quotidiana vita in un contesto da piccolo paese immerso nella natura, l’educazione impartita dai genitori a questi figli risulta ricca di elementi di socialità e che il rapporto genuino che essi stringono con la natura rafforza non solo la loro integrazione sociale ma anche la vita sociale della comunità in cui sono inseriti. Questa famiglia salvaguarda, ho sostenuto e ripeto, ciò che con molta evidenza nella società di oggi si perde facilmente. Forse conviene sottolineare che questo punto di vista non è proprio quello di Rousseau, citato dallo stesso ministro Nordio e da chi, pur esente da motivi politici, vede in questa vicenda una specie di aut-aut: o natura o società, o comunque un conflitto fra vita di campagna e vita in città (identificando in quest’ultima la vita sociale, ancorché una vaga visione della sicurezza, della salute e dell’igiene). Tocca dunque ribadire che la vita quotidiana a contatto con la natura favorisce la formazione di comportamenti genuinamente socievoli in virtù di condizioni esistenziali che essa richiede e impone e che non si presentano in una quotidianità imbrattata dai ritmi della vita urbanizzata. Non c’è da una parte la società e dall’altra la natura: c’è la Natura e, in essa, la società, in cui il rapporto con la natura può essere mediato da non pochi modelli educativi o diseducativi. Ne consegue che non c’è società senza la natura: mentre, di fatto, la natura potrebbe sussistere lo stesso senza la società (e su ciò potremmo chiaramente aprire un capitolo a parte). Se questa è una ideologia, allora chi ne è persuaso scagli per primo contro questa famiglia i suoi tomi di giurisprudenza, di psicologia e di sociologia. Sta di fatto, che la società, o meglio i suoi membri effettivi, gli esseri umani, godono sempre pienamente dei benefici che procura un rapporto genuino con la natura, mentre non possono che patire disagi se con essa vivono un rapporto malato. Entro una cornice del genere, si comprenderà meglio perché le idee della madre (di cui alcuni maldestri, lapidari e poco eleganti commentatori hanno pensato di far bene a citare affermazioni contenute in alcuni video e interviste – ragione per cui io ho citato un corso della giudice Angrisano, tenuto online), non dovrebbero essere prese in considerazione, né rispetto al factum dell’educazione dei suoi figli, né soprattutto rispetto al factum delle imputazioni ufficiali, poiché questa madre non solo ha delle idee ma, come tutte le madri, per chi non lo avesse ancora compreso, ha anche leidei diritti: e non solo in quanto madre, naturale, a cui spettano i diritti di filiazione, ma anche in quanto persona: diritti tutti che le sono riconosciuti indipendentemente dalle sue idee e convinzioni, dalla nostra Costituzione e dalle restanti convenzioni internazionali, fra cui quelle stesse che la sentenza ha menzionato contro le sue presunte «violazioni» e a tutela dei diritti dei suoi figli: le quali violazioni, si è accennato, sono imputate genericamente e senza distinzioni a entrambi i genitori. Ora, se questi genitori, che già subiscono le imputazioni dei giudici, si vuole fustigarli anche per le loro idee, nessuno potrà impedirlo. Viceversa, da un giudice non ci si aspetta altro che una oggettività tale per cui le sue convinzioni e idee personali non influenzino il decorso della Legge! Si badi bene: non possiamo chiedere ai comuni mortali la medesima oggettività che invece esigiamo dai giudici, se non vogliamo che gli stessi imputati e tutti insomma si facciano loro stessi giudici, e giudici dei giudici. Ma allorché una sentenza sembra essere segnata da una «soggettività» (come ho sostenuto nel mio precedente articolo), è logico che diventi non solo giusto ma anche costruttivo giudicare criticamente il giudizio dei giudici. Nota bene: fobia scolastica e fobia sociale La sentenza ha evocato nell’immaginario pubblico anche gli scenari reali delle scuole italiane, che sono zeppe di problemi riguardanti le capacità relazionali e i diversi disagi dei minori. Uno di questi è ad esempio la “fobia scolastica” che, dagli anni Settanta, almeno in qualche paese, è considerata una problematica urgente della scuola, su cui si adottano pratiche che passano per consigli interdisciplinari e che, oltretutto, valorizzano l’istruzione parentale: in due parole, quando una équipe (che si suppone adeguatamente interdisciplinare e deontologicamente corretta) ha gli elementi per diagnosticare un disagio proveniente dai rapporti con i pari o in genere con le altre figure della scuola, si cercherà in tutti i modi di garantire la continuità didattica ma soprattutto di proteggere i minori dai climi scolastici che sono alla base dei loro disagi. Come si può intuire, è un processo all’inverso, che rivela una contraddizione dentro la scuola (e nella società di cui è parte), se la scuola stessa deve giungere alla decisione di allontanare il minore da sé stessa. Nell’ultimo quarto di secolo, ho avuto a che fare con non pochi casi di questo tipo: alcuni aspetti critici sono documentai in alcuni studi empirici pubblicati su un paio di riviste specializzate nel settore. Parliamo sempre di minori e di minori con seri problemi in famiglia e di inserimento nella scuola e inseriti già in un più ampio contesto socio-educativo destinato a minori con problematiche diverse. In sostanza, in questi studi, pubblicati in lingua francese (Radu: Refus de l’école par l’enfant ou refus de l’enfant par l’école? La nouvelle revue de l’adaptation et de la scolarisation, 62(2), 55-65 e Phobie scolaire : se fier ou ne pas se fier à l’école? Un dilemme socio-existentiel de la société médico-scolarisée in Scholé: rivista di educazione e studi culturali : LVII, 2, 2019, 152-162), affronto il fenomeno dell’adattamento scolastico sia dal punto di vista del minore sia dal punto di vista dell’adulto. Detto per sommi capi, mostro come determinati atteggiamenti di rifiuto della scolarizzazione pubblica costituiscono perlopiù una reazione logica a un sistema non adeguatamente attrezzato per soddisfare tutte le reali esigenze ed aspettative delle famiglie dei nostri giorni. C’è una fobia sociale che deriva dalla percezione di minacce provenienti dai climi sociali in cui si vive, non una generale paura della società, bensì di specifici ambienti e modi di concepire la stessa vita sociale. Se per i minori che di fatto vivono la quotidianità di una scuola, il problema è circoscritto alla situazione particolare della propria scuola (il rapporto con i pari, con i docenti e la comunità scolastica nel suo insieme), per i loro genitori si traduce in una preoccupazione riguardante la condizione del sistema di istruzione, cioè le garanzie che esso offre per il futuro e l’inserimento sociale dei loro figli. In altre parole, le condizioni imposte da una società che certo non si risparmia nel produrre e riprodurre serissimi problemi nelle scuole e fuori, che disattende le richieste concrete dei genitori al riguardo dell’istruzione e dell’educazione dei loro figli, rendono, in generale ancora più auspicabile un’educazione quanto più possibile a contatto con la natura e lontana dai climi scolastici che sono all’origine stessa delle proprie delusioni. Certo, non per questo dovremmo prendercela con la scuola in generale, visto che dentro ci lavorano centinaia di migliaia di docenti, molti dei quali, loro stesso delusi e per non poche ragioni, anche professionali; ma semmai con il sistema politico che l’ha ridotta al rango di mera ‘agenzia sociale’ o ‘azienda formativa’, generando le condizioni ottimali per l’adesione, da parte di sempre più numerosi genitori, alla privatizzazione dell’istruzione, all’offerta privata, sia mandando i figli in istituti privati, sia mediante i percorsi di istruzione parentale. La Legge contro la Legge Nello stesso contesto cercavo di evidenziare la funzione di un certo uso del linguaggio. L’aporia di fatti e il surplus di astratte teorie di psicologia sembrano evocare un cortocircuito nella scelta delle forme più appropriate al caso e la Legge sembra diventare una questione linguistica, le parole, le formule astratte, i tecnicismi, azioni, come si direbbe in una certa filosofia dell’attivismo di matrice idealistica (alla Fichte e alla Gentile, per intendersi). Certo, azioni non rivoluzionarie, bensì reazionarie. Perché? Perché le rivoluzioni implicano un certo investimento dell’humanitas verso l’humanitas: e questo si applica – almeno per me… e Piero Calamandrei – anche ai giudici. Diciamolo con parole semplici, da un’altra angolazione: nessuna sentenza di un tribunale si presta a critica finché essa riflette un sentimento di giustizia che concilia in un solo atto il diritto e il buonsenso, perché il primo non ha senso senza il secondo, i principi del diritto naturale e del diritto positivo, a cui il primo fa da orizzonte come originario criterio da cui sono imprenscindibili tutti i diritti civili e sociali, della persona, della famiglia e della communitas. Tutto ciò, se non si è capito, ha un valore sociale e politico inestimabile, valore che va ben oltre le nostre posizioni di principio perché deriva da una attualità che, per quanto, possa sembrare – appunto – trasformata e alienata dalla sua stessa storia e dalle sue tradizioni a causa delle trasformazioni tecniche subentrate nei secoli e soprattutto di quelle dell’ultimo, ne è ancora profondamente pregna. Ma proprio in ciò la Legge stessa – con l’iniziale maiuscola, insomma – che è in sé un fatto storico, sociale e politico, si rivela anche come un fatto esistenziale: il rapporto vivente del legislatore in carne e ossa ai codici del diritto e alle legislazioni che servono da guida a ogni caso specifico con cui si confronta. La Legge non è mai indiscutibile: ma non perché ciascuno è libero di crederla tale, bensì perché i suoi stessi rappresentanti devono mettersi in discussione per coglierne lo spirito con il buonsenso, virtù che cresce e si coltiva nello studio e nell’esperienza (in questo caso nell’esperienza stessa con la Legge, in quanto legislatori) e sono forse i primi ad essere a rischio di errore: di errore di fronte alla Legge. Ora, per ritornare all’attualità, i corpi legislativi contemporanei con cui i giudici si confrontano oggi, salvaguardano non solo la natura intesa come ambiente, ma anche la naturale espressione e il naturale sviluppo della personalità, principi impliciti nelle medesime convenzioni menzionate nei riferimenti legislativi della nota sentenza. Parliamo di ordinamenti legislativi che fanno tesoro della tradizione del diritto naturale, della ius naturalis che, a rigor di logica, precede il diritto civile e che anzi fa da sfondo, come si accennato, alla storia stessa del diritto. Qui, insomma, non c’è un conflitto fra genitori e figli in cui questi ultimi risultino violati in qualche modo nella loro integrità fisica e morale, ma un conflitto di interpretazione della legge. Se non si percepisce una indebita dicotomia fra modi diversi di concepire società e natura, fra una visione poco naturalista (se non anti-naturalista) implicita nella visione (personale?) dei giudici e una visione iper-naturalista attribuibile ai genitori, c’è senza dubbio un conflitto del diritto contro il diritto, dello Stato contro se stesso, della Legge contro la Legge. Solo che questo conflitto è tutto interno a chi la Legge la rappresenta e la applica direttamente, per il ruolo che ricopre nella formulazione oggettiva del giudizio e non in virtù della toga che indossa: toga che, appunto, veste un giudice, non uno psicologo. Lo stato entra in conflitto con se stesso, perché mentre cerca di tutelare i diritti dei minori contro eventuali violazioni da parte dei loro genitori, rischia lui stesso di violarli in quanto stato! Rischia di violare i diritti della persona non solo dei minori, ma anche dei genitori. Inoltre, se è vero che diamo senso e significato ai diritti sociali e civili, al valore della famiglia come originario focolare, habitat naturale per la crescita dei suoi membri, se per il buonsenso, per la letteratura pedagogica e per la stessa giurisprudenza, la famiglia è intesa come una sorta di prima istituzione educativa, lo stato rischia di violare quelli che si sono voluti chiamare i diritti della famiglia. Ora, nella misura in cui lo Stato interviene e interferisce nella vita della famiglia deve farlo non solo garantendo la tutela dei minori nei confronti dei loro genitori e di altri soggetti esterni, ma anche nei confronti di se stesso, delle proprie prerogative, delle pratiche e delle procedure adottate da chi rappresenta la Legge. Lo stato deve farsi garante oggettivo dell’integrità totale della persona in tutte le sue condizioni e manifestazioni, guidato da un principio immateriale di non ingerenza. Al riguardo delle eventuali contraddizioni con cui la Legge può avere a che fare, citerei, per questo caso, proprio l’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), menzionato nella stessa sentenza fra i diversi riferimenti legislativi (con l’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali UE a cui è giuridicamente correlato), certo a tutela de diritti dei loro figli ma contro i loro genitori (che hanno ugualmente dei diritti). Questo articolo ha per titolo «Diritto al rispetto della vita privata e familiare»: 1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza. 2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. Senza dubbio, un tribunale per i minorenni è costituito da figure qualificate per fare il loro lavoro, da cui dipende de jure e de facto la sorte dei minori e anche il senso e il significato che bisogna dare a parole e formule altrimenti vuote come ‘diritti dei minori’, ‘tutela dei minori’ e simili. Nel problema esistenziale implicito nella quotidianità dei giudici, c’è anche un bella questione linguistica caratterizza da districare. In sostanza, in ogni atto giuridico, dei tanti che costellano la vita quotidiana di una società, fino a che punto è possibile capire se le tutela dei diritti di una persona tutela davvero la persona in carne e ossa? Detto altrimenti, se si tutela più l’idea della persona o l’esistenza in carne e ossa della persona. Siamo sempre di fronte al dilemma dell’esistenza come fatto e interpretazione. È difficile capire se o quando i linguaggi giuridici sono davvero in sintonia con la condizione reale degli esseri umani verso cui si rivolgono concretamente, in termini di tutela, se i principi leciti e legittimi sanciti da ordinamenti legislativi conciliano con costumi, tradizioni e un pluralismo di culture di cui l’Italia è una sorta di madrepatria e che la nostra costituzione tutela, appunto, da diverse angolazioni – certo non solo attraverso l’articolo 2 della Costituzione. Ma, a prescindere, nella viva realtà dei nostri giorni, quando applaudiamo e esultiamo per una sentenza che ha portato giustizia a una persona, a una famiglia, a più persone, non è forse perché non si percepisce alcun conflitto fra fatti e interpretazioni? E non stiamo forse celebrando anche il buon operato dei giudici e non perché hanno fatto ciò che piace a noi ma perché percepiamo, in un solo atto, il buonsenso, la perspicacia, la sagacia di persone che, dentro la toga, hanno valutato l’humanitas e i fatti secondo ragione (l’altro elemento senza cui nessuna ordine giuridico sarebbe possibile), rivelando che la natura stessa della Legge, la sua implicita ratio, che è anche morale, è conforme a dei principi impliciti nell’humanitas (nel bene e nel male): che, insomma il de legibus e il de rerum natura camminano sempre insieme nella retta via della giustizia. In tutte le circostanze, dalle più alle meno gravi, si tratta sempre di adattare gli ordinamenti ai vissuti reali delle persone, di cui i linguaggi giuridici sono atti a interpretare gesti, azioni, scelte di vita e professionali, comportamenti non necessariamente consapevoli, modi di vivere e di concepire la vita stessa. Quando la lex trova un equilibrio, una sintonia con l’humanitas che ogni caso esprime, anche nelle peggiori situazioni, senza dubbio, non troverà difficoltà a fare il suo corso e noi avremmo poco quanto niente da ridire neanche contro la massima pena e la peggiore condanna che dei giudici possano emettere, bensì, semmai solo accodarci a un motivo classico e pertanto sempre valido perché in qualche modo riflette il buonsenso implicito nella Legge stessa: dura lex sed lex! Secoli e secoli di teorie e pratiche pedagogiche nell’evoluzione delle società e delle civiltà hanno anticipato le più moderne scienze psicologiche, secoli e secoli di filosofia hanno preparato il terreno alle più audaci visioni, concezioni e teorie del diritto, dello stato, del governo, del controllo, della punizione, del castigo, della correzione. I linguaggi contano sempre, in ogni ambito, figurarsi quelli della giurisprudenza che si applicano ai casi concreti. Ci sono problemi di linguaggio nell’interazione fra i garanti della legge e i destinatari dei loro atti legislativi e giuridici: ma questa difficoltà è tipica delle odierne maniere di comunicare. Non è solo un problema di competenze, ma di capacità di interazione con la diversità, di modalità di comunicare che favoriscono muri più che ponti, rivelano sordità più che ascolto. Non è solo un problema di modelli culturali contrapposti (come è stato proposto da qualcuno che ha letto criticamente il mio contributo, su Micromega, una rivista per tutti e per nessuno, per parafrasare Nietzsche), perché di qualunque modello si parli, sono sempre le persone in carne e ossa a interessare, realtà viventi, soggette – sin dalla nascita e proprio perché non c’è separazione reale fra natura e società, ma ideologie che le separano idealmente e pratiche che ne conseguono – alla pressione di una pluralità di modelli. La tutela dei diritti deve essere tutela delle persone, altrimenti che tutela è? Oggi, che migliaia di famiglie, passando per modalità di applicazione delle leggi particolarmente specializzate, quindi ‘culturalmente’ evolute, non hanno e non avranno la possibilità di ricongiungersi, oggi che le politiche sociali hanno difficoltà sul piano della quantità e della qualità e che un caso come questo solleva un tal dibattito, in tutto ciò non si vedono davvero i tratti di una materializzazione serena della tutela delle persone in carne e ossa, almeno non più di quanto non si veda, come cerco di sostenere già nel mio primo intervento, un conflitto di interpretazione della Legge, delle leggi. Ma a questo punto, da filosofi, da pedagogisti, da psicologici, da studiosi e insegnanti di scienze umane e sociali, è forse meglio tacere? Lasciando la Legge, le leggi, ai legislatori? E le persone? Due genitori e tre bambini sono separati, come è in sorte ad altri genitori e figli (per motivazioni che possono essere tanto svariate, ma la cui varietà è sintetizzata in leggi particolari e leggi universali). Ma anche i legislatori sono persone (con i medesimi diritti delle persone che giudicano), perché sono esseri umani e se tutti gli esseri umani sono persone, anche loro lo sono. Per questo dobbiamo tutelare anche loro come tuteliamo tutte le persone. Ma se sono davvero persone in carne e ossa – e se la persona, dopotutto, non è solo carne e ossa, ma anche qualcos’altro (emozioni, istinti, intelligenza, volontà, passioni, vita sociale e culturale, bisogni, desideri, primari secondari terziari, naturali, spontanei, indotti ecc.) – tutto ciò, certo, un sillogismo aristotelico non basterà a confermarlo: bisognerà dimostrarlo nell’atto pratico. In questo, lo statuto sociale non è sufficiente a infirmare la benché minima differenza fra giudici e imputati: entrambi sono condannati a dimostrare di essere persone in carne ed ossa, o meglio, in sentimenti e ragioni. Se minimamente c’è armonia su questo piano, come si è già accennato, c’è rispettabile giustizia o, il che è lo stesso, risarcimento morale proporzionato a un’intollerabile ingiustizia. Equilibrio di giustizia naturale e positiva. Legge. -------------------------------------------------------------------------------- Post Scriptum: la legge ai legislatori e ai profani i dubbi Alla conferenza della Associazione Nazionale Magistrati Abruzzo, il 3 dicembre, la giudice Angrisano ha affermato: L’occhio con cui noi decidiamo questioni di diritto è quello di quei diritti che a tutti i minori sono garantiti a partire, se non vogliamo fare riferimento soltanto all’ordinamento nazionale, dalla Convenzione dell’Onu del 1989, che ha un articolo, il 29, che indica in modo estremamente chiaro i limiti della libertà educativa genitoriale nei confronti dei diritti dei loro figli. […] Noi abbiamo applicato delle regole giuridiche dopo aver fatto dei tentativi di un bilanciamento tra interessi e diritti sempre volto nell’ottica degli interessi del minore, quindi cercando la collaborazione dei genitori perché loro stessi riescano ad attuare quei diritti […] Se questa collaborazione viene, se la disponibilità di migliorare c’è, si cerca di trarre la via che è quella più vicina a quel diritto principale, universale che è quello del bambino alla felicità, che prevederebbe il poter vivere serenamente con i suoi diritti garantiti all’interno della sua famiglia di origine”. Riportiamo di seguito l’art. 29, evidenziando in neretto qualche passo, su cui il lettore può comodamente riflettere, comparandoli con le sopraddette affermazioni e con le accuse reali attribuite ai genitori, se a questi bambini non stati garantiti i diritti «all’interno della [loro] famiglia di origine»: 1. Gli Stati Parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: a) di favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutte le loro potenzialità; b) di inculcare al fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei princìpi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite; c) di inculcare al fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del paese nel quale vive, del paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua; d) di preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi, con le persone di origine autoctona; e) di inculcare al fanciullo il rispetto dell’ambiente naturale. 2. Nessuna disposizione del presente articolo o dell’art. 28 sarà interpretata in maniera da nuocere alla libertà delle persone fisiche o morali di creare e di dirigere istituzioni didattiche a condizione che i princìpi enunciati al paragrafo 1 del presente articolo siano rispettati e che l’educazione impartita in tali istituzioni sia conforme alle norme minime prescritte dallo Stato. -------------------------------------------------------------------------------- Antonio Fiscarelli, ricercatore e docente di Filosofia, Storia e Scienze umane, ha pubblicato articoli in riviste italiane e francesi – riguardanti in particolare la scuola e l’educazione – ed è autore di diversi libri -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ancora sulla sentenza Birmingham-Trevaillon proviene da Comune-info.
December 24, 2025
Comune-info
Vivere o sopravvivere
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Coloro che oggi ci governano cercano di organizzare la sopravvivenza dell’umanità, cercano, cioè, di trasformare i vivi in sopravvissuti. Ma ciò che sopravvive non è più vivo, vive veramente soltanto chi non sopravvive al proprio modo di vivere e al proprio mondo. Una nuda vita non esiste: è solo un’astrazione del diritto e del potere. I sopravvissuti che ci circondano non hanno bocca né orecchie, non parlano né ascoltano, contano soltanto. Parlargli non serve. I poeti e i filosofi sono morti, per questo con loro possiamo parlare. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Vivere o sopravvivere proviene da Comune-info.
December 11, 2025
Comune-info
Gentilezza e amore tra mercificazione e rivoluzione
-------------------------------------------------------------------------------- “Secret kiss”: acrilico su cartoncino telato dipinto da Rossella Sferlazzo -------------------------------------------------------------------------------- Qualche domenica fa ero sull’autobus verso casa, carico di bagagli: uno zaino pesante sulla schiena e un trolley, al cui manico, esteso in tutta la sua lunghezza, avevo assicurato una borsa frigo. I posti a sedere erano occupati, ma una ragazza non distante da me mi ha offerto il suo: si è alzata e ha indicato il sedile. Sono rimasto sorpreso da questo gesto gentile e ho risposto di no, però “grazie del pensiero”. Ho proseguito il viaggio in piedi e riflettuto a lungo sulla parola “pensiero”: perché ho ringraziato per il pensiero? In fondo, ho trovato in quell’invito un vero pensiero per l’Altro, cioè cura e preoccupazione per il prossimo dato nelle sue condizioni concrete, immerso in uno spazio-tempo e in una rete di rapporti sociali che lo condizionano. O, quantomeno, la gentilezza di quella persona incontrata casualmente sui mezzi pubblici conteneva il seme di tutto ciò. Si è trattato di una gentilezza a dimensione di essere umano, fondata cioè sull’incontro (ancor prima, sulla prossimità che lo consente) e sul riconoscimento: come non distinguerla dalla gentilezza dell’intelligenza artificiale assistita dall’algoritmo (per esempio, dell’app che ci invia notifiche puntuali, utili, talvolta azzeccatissime), che può vantare di conoscerci senza riserve né segreti? Come non distinguerla, inoltre, dalla gentilezza affettata di chi ci presta un servizio commerciale? Queste ultime due sono atteggiamenti di default, cioè rivolti verso chiunque (chiunque – sia precisato – paghi, offrendo in cambio i propri dati o il proprio denaro). La gentilezza fondata sull’incontro, dunque sul particolare, ha un potenziale politico: se sistematica e generalizzata, assurge a una dimensione politica. Questa gentilezza permette infatti di riconoscere (e di intervenire su) i bisogni dell’Altro; e che cos’è la politica se non la gestione collettiva del bisogno? Il bisogno, inteso come ciò il cui soddisfacimento è propedeutico alla riproduzione della specie e che è quantificabile e definibile con precisione, costituisce infatti il lessico della politica1. Non è un caso che la gentilezza sia stata mercificata: sussunta tanto dall’intelligenza artificiale, così stolida (e in tal modo appositamente programmata) da non distinguere tra bisogni e capricci, cioè tra bisogni reali e bisogni indotti, quanto nei rapporti commerciali, come fluidificante dello scambio. La mercificazione della gentilezza mira a far sì che quella offerta sul mercato basti, che non se ne pratichi (che anzi non si senta il bisogno di praticarne) dell’altra al di fuori: di conseguenza, che la libera concorrenza si dispieghi senza l’interferenza dell’empatia per il prossimo. Mercificare la gentilezza significa in altre parole assegnarle un prezzo e far scivolare chi la pratica gratuitamente nei panni di un folle. Pure gli incontri – in cui la gentilezza dovrebbe realizzarsi – non sono rimasti immuni alla mercificazione; pensate alle app di dating, ma anche a quelle programmate più generalmente per fare nuovi amici o conoscenze (per esempio, comehome!). Il filosofo croato Srećko Horvat parla di “economia libidinale” per indicare la mercificazione delle energie e pulsioni libidiche in un mondo largamente sessualizzato e rileva come già la liberazione sessuale del ʼ68 prestasse il fianco a questa sussunzione da parte del capitale, per via della rilevanza mediatica e simbolica assunta da alcuni protagonisti di quella stagione culturale (come i disinibiti e promiscui membri della Kommune 1 di Berlino Ovest) e dunque della politicizzazione della vita privata, che ha sancito il primato del diritto alla scelta dello stile di vita, in particolare sessuale, sul diritto alla resistenza nei confronti dell’ordine dominante. Questa sfera economica, in cui si realizza lo scambio di effusioni e fluidi tra esseri umani, non pare essere altro che la trasposizione in campo sentimentale e sessuale del traffico capitalistico di valori di scambio (denaro) e valori d’uso (merci)2; Lenin, citato dal filosofo croato, compendiava la situazione appena descritta nella seguente osservazione: “lo scambio di donne e uomini non è altro che l’applicazione del principio di scambio borghese sotto spoglie pseudo-rivoluzionarie”3. Nel suo saggio Horvat suggerisce pure che le energie libidiche e sentimentali destinate all’Altro non escludono né tolgono nulla a quelle necessarie alla messa in opera di un progetto politico rivoluzionario: anzi, l’amore per l’Altro è amore per colui o colei nel quale vediamo riflessa la luce della rivoluzione, per il compagno o la compagna di cammino e di lotta verso l’orizzonte comune di un altrove politico; al contempo, l’odio per il nemico è odio per chi, sbarrandoci il passo, si contrappone a noi nel conflitto. Un esempio in questo senso è dato dalla militanza rivoluzionaria di Ernesto Che Guevara4, costretto a vivere in clandestinità l’amore per la propria famiglia e perfino a travestirsi per evitare che i figli, bambini, lo riconoscessero e potessero dire a qualcuno di averlo incontrato. Gli spunti del filosofo croato ci danno il là alla contestazione di quell’amore concepito come complementarità, compendiabile nella formula secondo cui “quel che manca a uno degli amanti lo ha l’Altro e viceversa”. Questa visione rende infatti la coppia un dispositivo funzionale al mantenimento dell’ordine neoliberale. Vero è che ciascun amante, ottenendo dall’Altro ciò che gli manca, esce, in tutto o in parte, dal bisogno. In ogni caso, uscire dal bisogno grazie all’Altro (e a un Altro solamente, cioè all’amante) vale a configurare la coppia come un dispositivo autarchico, resiliente al taglio delle spese sociali praticato a ogni piè sospinto dallo Stato neoliberale. In altre parole, le politiche neoliberali esternalizzano alla coppia (o tuttalpiù alla famiglia) la sfera del bisogno, abdicando alla sua gestione. La coppia si configura così come una cellula più o meno rinforzata entro la società atomizzata; uscire dal bisogno grazie alla cooperazione di tutti gli Altri implica invece la fondazione di una politica orizzontale, che sviluppi la propria azione attorno ai beni comuni e inauguri non solo una più equa distribuzione del reddito, ma anche una meno discriminatoria divisione del lavoro. La società neoliberista funziona all’apice delle sue potenzialità – e correlativamente il desiderio di comunità si riduce al minimo – se la cellula-coppia permette alle molecole-amanti che la compongono di performare più efficacemente e dunque di procedere più agevolmente sulla rotta del benessere individuale (o tuttalpiù di coppia), rotta da cui è escluso l’approdo a una dimensione comunitaria più ampia della coppia (o tuttalpiù della famiglia). Nelle coppie così congegnate – che chiameremo “coppie funzionali” – ciascuno è mezzo dell’Altro e il fine stabilito si situa in uno spettro che va dalla sopravvivenza all’accrescimento del proprio capitale umano e, dunque, alla progressione nella piramide sociale. Se il mezzo non è atto al fine, lo si abbandona punto e basta. Le coppie funzionali affrontano le sfide poste dal libero mercato così come gli androgini narrati da Aristofane nel Simposio di Platone attaccarono gli dei dell’Olimpo. Nel mito gli androgini erano esseri umani che partecipavano del sesso maschile e del sesso femminile, disponendo di entrambi gli organi sessuali; avevano due facce, orientate in direzione opposta, su una sola testa e quattro braccia e quattro gambe, così che, quando si mettevano a correre, usavano gli otto arti facendo la ruota. Per indebolirli Zeus li divise in due esseri distinti; allo stesso modo il libero mercato finisce per far implodere le coppie sotto le contraddizioni in esse insufflate dal suo stesso ordine: in particolare, l’antagonismo tra regno della necessità – falsamente dipinto come carriera – e regno della libertà – cioè dell’incontro con l’Altro (dunque con il compagno o la compagna e con i figli) –; la capacità di guadagno dell’uno, spesso condizionata alla disponibilità dell’Altro ad assumere una serie di compiti di sostegno; la divisione sessuale del lavoro domestico, cioè riproduttivo delle condizioni che consentono lo stare al mondo. Quanto a quest’ultimo punto, la parità tra uomini e donne non può essere raggiunta semplicemente assumendo il tempo a unità di misura del lavoro prestato, a causa della maggiore intensità del lavoro femminile, nel quale “si condensano migliaia di anni di divisione sessuale dei ruoli”, dunque tutta la storia delle donne vissuta all’insegna dell’asimmetria nei rapporti di potere5. Con ciò non si vuole invitare mica a legarsi a un Altro con cui litigare da mattina a sera o, peggio, non avere una parola da scambiarsi – l’intento di queste considerazioni non è comunque quello di inventare una dating app –, ma a considerare – come suggerisce Horvat6 – che un orizzonte di liberazione (se vogliamo, di rivoluzione) condiviso con l’Altro è quanto fa brillare l’Altro ai nostri occhi, per il semplice fatto che lui o lei si accende della luce del desiderio utopico. Questo amore tiene insieme l’Altro e la restante parte della collettività che si vuole liberare dal giogo della società neoliberista: l’amore per l’Altro coincide con quello per la rivoluzione e la pratica di questo amore si traduce anche in cammino collettivo e lotta. La coppia funzionale è al contrario una cellula che promette un migliore adattamento di ciascuno dei suoi due membri alle catastrofi del sistema capitalista, cioè a quelle crisi (ambientale, economica etc.) che, essendo connaturate allo sviluppo e al progresso, sono gestibili dalla classe dominante mediante piccoli cambi di rotta che lasciano inalterati i rapporti di potere tra classi sociali7: promettono, in altre parole, la preservazione della coppia all’insegna della conservazione dell’ordine dominante; soltanto la coppia in cui ciascuno vede nell’Altro il riflesso della rivoluzione permette di immaginare un’alternativa, di cui reca la promessa, suggellata dal dono incondizionato che ciascun amante fa di sé all’Altro. Attraverso l’esperienza di questa coppia gli amanti non soltanto gestiscono il proprio bisogno, ma proiettano nella realtà il desiderio verso un luogo che ancora non è dato, verso l’utopia. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Benedetto Vecchi, Tecnoutopie, DeriveApprodi, 2022, pag. 18 s. 2 La radicalità dell’amore. Desiderio e rivoluzione, DeriveApprodi, 2016, in particolare pagg. 65-76; 106-110; 118-120. 3 Ivi, pagg. 26, 109. 4 Ivi, pagg. 91-104. 5 Christian Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti sulla politica, Edizioni Casagrande, 2021, pagg. 74-80. 6 Op. cit., pag.132 s. 7 Così Benedetto Vecchi definisce il concetto di catastrofe in op. cit., pag. 36 s. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gentilezza e amore tra mercificazione e rivoluzione proviene da Comune-info.
December 6, 2025
Comune-info
La guerra eterna e illimitata
PER SUA NATURA, LA GUERRA, COME IL CAPITALISMO, CONDUCE ALL’ABBATTIMENTO DI OGNI LIMITE. IN QUESTA CORSA OLTRE OGNI SOGLIA, L’AGGRESSIVITÀ COMPETITIVA È INDISPENSABILE E COMPORTA A SUA VOLTA L’INTENSIFICAZIONE DELLA VIOLENZA. QUELLO CHE RESTA SONO LE UCCISIONI, LE FERITE, LE MUTILAZIONI, LA DISTRUZIONE DI TUTTO CIÒ CHE SOSTIENE LA VITA: È QUESTA L’ESSENZA DELLA GUERRA. MA OGGI PIÙ CHE MAI OCCORRE DIRE CHE L’UCCIDERE È STORICAMENTE MASCHILE. ED È MASCHILE IL PENSIERO MILITARISTA SECONDO IL QUALE DARE LA MORTE È IL PIÙ GRANDE DEI POTERI, LETALE RISPOSTA AL DARE LA VITA COME MASSIMA POTENZA DEL FEMMINILE. SCRIVE BRUNA BIANCHI IN QUESTO ARTICOLO CHE INDAGA L”ESTESA RIFLESSIONE ECOFEMMINISTAI: “IMMERSI IN QUESTA SPIRALE DI VIOLENZA, DOBBIAMO RICORDARE CHE CI SONO MOMENTI NELLA STORIA IN CUI CIÒ CHE PIÙ CONTA È LEVARE UN ALTO GRIDO. GRIDARE LA PROPRIA COLLERA PER LO STRAZIO DEI CORPI, DELLE MENTI, DEI SENTIMENTI UMANI E LA DEVASTAZIONE DELLA NATURA, PER SVELARE IL VOLTO OSCENO DELLA GUERRA E ROMPERE L’INCANTAMENTO DELLA CANZONE ANTICA INTONATA DA TANTI MODERNI PIFFERAI: “NOI NON ABBIAMO MAI VOLUTO LA GUERRA, MA SIAMO MINACCIATI DA UN NEMICO IRRIDUCIBILE E DOBBIAMO UCCIDERLO E SRADICARLO DALLA REALTÀ…” Foto di unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “I nostri soldati, diremo, battezzeranno la terra con un battesimo di sangue per accelerare la prossima era di libertà. Ma non aggiungeremo che avranno così un compito eterno, aspettando invano un raccolto che non potrà mai crescere sulle tombe“le (Émile Zola, Contes à Ninon, 1864) La guerra eterna Mentre guerre sempre più efferate e genocidi straziano l’umanità e distruggono il pianeta si moltiplicano le voci che invocano l’abolizione di ogni limite alla conduzione della guerra e si abbattono le fragili barriere poste dal diritto e dalle convenzioni internazionali. Contemporaneamente, giorno dopo giorno, si rafforzano processi di legittimazione della guerra e della violenza in vari ambiti del sapere e la retorica dell’uccisione difensiva invade, avvelenandolo, anche il mondo infantile. Né ammette restrizioni la violenza contro la natura gli e animali, presentata come cosa buona e giusta, inevitabile per la sopravvivenza e il benessere umano. Negli ultimi anni in ambito archeologico sono riemerse teorie già da lungo tempo screditate, come quelle della guerra eterna, della caccia eterna, i pilastri del patriarcato eterno, che normalizzano la violenza in tutte le sue forme, proiezioni dell’attuale sistema patriarcale nelle età antiche. Queste teorie, anziché basarsi su ricerche rigorose, sono presentate come articoli di fede, deduzioni audaci tratte da alcuni ritrovamenti archeologici. Lo ha sostenuto recentemente la studiosa delle società pre-patriarcali Heide Goettner Abendrothii che ha invitato a volgere lo sguardo ai valori e alle strutture delle società matriarcali che sopravvivono ancora oggi, società fondate sull’affermazione della vita, la reciprocità, il mutuo aiuto e in cui la risoluzione dei conflitti avveniva attraverso i rituali e la negoziazione. Già nell’Ottocento opere di carattere storico, giuridico e antropologico avevano dimostrato che la nascita di una società gerarchica basata sull’accumulazione della ricchezza aveva coinciso con l’oppressione femminile e l’affermazione della guerra; il patriarcato, dunque, non era eterno, bensì un prodotto della storia e nel corso della storia avrebbe potuto essere superatoiii. In anni recenti numerose studiose ecofemministeiv hanno definito il patriarcato non solo come “un sistema integrale di oppressioni interconnesse imposte attraverso la violenza”v, ma anche, e soprattutto, come un progetto di trasformazione del mondo di cui la guerra è parte integrantevi. Questi studi hanno contribuito a svelare gli intrecci di potere e le convenzioni culturali che rispecchiano la visione androcentrica del mondo e si sono interrogati sull’origine e la natura della tensione verso l’assoluto e il superamento di ogni limite nell’esercizio della violenza che caratterizza il patriarcato capitalista. Sulla base di alcuni di questi studi le pagine che seguono si soffermano sull’idea della guerra illimitata. La guerra illimitata Ora noi dobbiamo volere la guerra, e quindi prepararla per impedire l’aggressione. In altri termini significa che sono precisamente i deboli, cioè coloro che sono esposti a doversi difendere, che debbono sempre essere armati per non venire sorpresivii. Così scriveva Carl von Clausewitz all’inizio dell’Ottocento in Della guerra, la sua opera filosofica incompiuta sulla natura dei conflitti armati. Ci possono essere guerre limitate, ammetteva il generale prussiano, “mezze guerre”, in cui la “logica interna della guerra resta nascosta”, ma la possibilità che una guerra si avvicini alla sua forma assoluta, all’annientamento dell’avversario, dovrebbe dominare i pensieri di ogni capo militare che deve prepararsi all’imprevedibile. La guerra, per sua natura, conduce inevitabilmente all’abbattimento di ogni limite. Se, fino ad ora, alcune delle armi più micidiali, in particolare quelle nucleari, di cui si sono dotate le maggiori potenze, non sono state utilizzate nei conflitti, ma “solo” minacciate, la loro incessante ideazione, realizzazione, perfezionamento non ha conosciuto alcun limite. Fin dal 1946 nella ricerca costante della supremazia militare i principali eserciti del mondo si sono lanciati nelle sperimentazioni atomiche che hanno contaminato e reso inabitabili per migliaia di anni vaste zone del pianeta e si sono rivolti a nuove strategie in cui la Terra stessa è utilizzata come una mega-macchina bellicaviii. Un esempio della marcia perversa verso la distruzione senza limiti del pianeta ci viene dalle ricerche sulla modificazione del clima compiute da un gruppo di ricercatori militari e presentate nel 1996 alla Air Force degli Stati Uniti: Come impresa ad alto rischio e ad alta ricompensa, la modificazione del clima presenta un dilemma non dissimile dalla scissione dell’atomo […]. La storia dimostra che non possiamo permetterci di non avere la capacità di modificare il clima se la tecnologia è sviluppata e usata da altri. Anche se non abbiamo intenzione di usarla, altri l’avranno. Per richiamarsi ancora una volta all’analogia con le armi atomiche, abbiamo bisogno di dissuadere o contrastare questa capacità con la nostra propria capacitàix. La creazione e la sperimentazione di queste armi, coperte dal segreto e al di fuori di ogni controllo, hanno già causato danni irreparabili alla Terra, al clima, alla biosfera, alla salute umana. “Intossicati dal continuo sviluppo di nuove forme di megamorte, geoingegneri e geoguerrieri ci distruggeranno con lento avvelenamento, collasso ambientale catastrofico, o guerra totale”x. Sono parole dell’epidemiologa ecofemminista e suora Rosalie Bertell che nel 1999 ha valutato in 1 miliardo e 300 milioni il “vero costo sanitario dell’inquinamento nucleare” in termini di malattie, morti, sterilità, deformazioni e altri gravi difetti neonatali a partire dal 1945xi. Per comprendere un tale processo catastrofico, tra il 1913 e il 1915 Rosa Luxemburg aveva ricordato che l’illimitatezza è la dinamica strutturale del capitalismo che nella sua spinta a trasformare in capitale tutte le ricchezze della terra invade ogni angolo del mondo, ogni risorsa naturale e umana e avrebbe condotto alla distruzione della civiltà. Il militarismo, che ha accompagnato il processo di accumulazione in ogni sua fase storica, è esso stesso fonte di accumulazionexii. L’idea della mancanza di limite come forma specifica di esistenza del capitalismo è stata ripresa e sviluppata da numerose autrici, prima fra tutte da Françoise d’Eaubonne. A parere dell’ecofemminista francese, tuttavia, “la marcia distruttiva del capitalismo” non poteva essere compresa in tutti i suoi caratteri e implicazioni senza risalire alla nascita del patriarcato. In La femme avant le patriarcat (1976) e in Écologie-féminisme (1978), D’Eaubonne ha individuato la causa diretta della distruzione del pianeta nel controllo patriarcale della fertilità della terra e della fecondità femminile. Quando (tra il 3500 e il 2500 a.C.) l’uomo sottrasse alla donna la produzione agricola e scoprì di avere un ruolo nella riproduzione, considerò la donna e la terra come ricettacoli della sua forza vitale. Da allora il predatorio modo di appropriazione portato all’estremo divenne il paradigma dell’economia e di tutte le relazioni di sfruttamento. Nacquero nuove strutture mentali caratterizzate dall’“illimitismo”, dall’assenza di limiti nella ricerca del potere – sulle donne, la natura, altri popoli –, basato sulla sete dell’assoluto, un’illusione prometeica che deriva dall’incapacità di vivere in modo relativo rispetto ai limiti della realtà. In questa “corsa verso l’infinito”, inseguendo “il sogno perpetuo di espansione cosmica”, scrive D’Eaubonne, l’aggressività competitiva è indispensabile […] e la competizione comporta la progressiva intensificazione della violenza e il massacro”xiii. L’illimitismo che il patriarcato innesta nella sua cultura, nelle sue chiese, nei suoi partiti “spinge a frantumare l’atomo”, a modificare all’infinito l’ambiente e ad “aprire i sigilli della natura”xiv. Emblematico di questo delirio di onnipotenza quella che D’Eaubonne chiamava “l’abominevole follia” del nucleare. La tensione all’illimitatezza è fatalmente distruttiva perché utopica: impossibile superare i limiti fisici della Terra, impossibile perseguire un’espansione che la stessa struttura del capitalismo rende necessaria, irreale il sogno di un padre come creatore della vita, la sua pretesa di sostituirsi alla capacità femminile di partorire, di preservare la nuova vita e accompagnarla fino all’autonomia perché prescinde da tutte le circostanze concrete dell’esistenza. Ha scritto Claudia von Werlhof, l’ecofemminista tedesca che ha tratto ispirazione da Rosa Luxemburg e Rosalie Bertell: “Il patriarcato vuole niente meno che trasformare il corpo vivente e generante in una cosa che può essere prodotta, che può produrre a piacimento e che si può sostituire con un macchinario, non (più) corporeo, non (più) femminile […]. Lo stesso vale per la Terra stessa come pianeta. Il patriarcato è quindi l’idea di una società senza madri e senza natura e sfocia in una politica del tentare di sostituire la madre/natura concreta con un padre astratto”xv. L’idea del “padre creatore”, il significato originario di patriarcato (pater-arché, al principio il padre), non avendo alcun fondamento concreto, deve costantemente crearsi la sua realtà; solo in questo modo è spiegabile la fame di potere sempre crescente, attraverso la tecnologia, la guerra, l’ostilità verso la natura e la volontà di trasformarla in qualcosa di migliore, più utile, più docile attraverso una distruzione intesa come creatività e una violenza e una manipolazione senza limitixvi. Il culmine della civiltà patriarcale è un mondo dove tutto è man-made, anziché nato dalle donne e dalla natura. Già lo scrisse Bacone, padre della scienza moderna, nei suoi frammenti pubblicati dopo la morte: la scienza è Il parto maschile del tempo (1602-1603), una scienza virile il cui scopo è il dominio e la trasformazione del mondo. Nell’immaginario del parto maschile a dominare è la negazione del femminile. “Il massimo potere dell’uccidere” La negazione del femminile si concretizza nell’affermazione del potere di uccidere. Come ha scritto Adriana Cavarero in Il femminile negato, “La morte violenta è segno di grande potenza. Hobbes dirà: non c’è potere superiore di quello che toglie la vita. Chi può togliermi la vita […] è agente della massima potenza. Questo massimo potere dell’uccidere è storicamente maschile: la guerra è una guerra di combattenti maschi. […] L’identità di ciò che in Occidente si intende come il maschile è una identità fortemente costruita su questa scena del duello, del combattere in cui si uccide e si viene uccisi. È facile capire come il dare la morte come massima potenza sia la risposta al dare la vita come massima potenza del femminile”xvii. In guerra, la gara tra chi infligge più danni fisici e distruzioni, alla morte viene attribuito il potere di conferire validità a una causa; le morti sono la base materiale degli obiettivi del vincitore. Eppure, l’atto di uccidere viene fatto sparire dalla vista: descrivendo gli eventi come scontro di forze impersonali, omettendo o trasfigurando la realtà della sofferenza. Una tale assenza, ha scritto Elaine Scarry, facilita il trasferimento della realtà incontestabile della morte e del corpo che soffre a una ideologia, una astrazione: la libertà, la democrazia, la sicurezzaxviii. La distruttività della guerra è tanto pervasiva da non risparmiare nessun sentimento positivo e nessuna virtù umana: l’amore per il luogo in cui si è nati, quello della madre e del padre per il figlio, del giovane per i fratelli e i compagni vengono distorti e rivolti verso la morte e l’uccisione. Nell’atto dell’uccidere a scomparire è la civiltà stessa. La guerra è in opposizione estrema alla creazione e alla civiltà a partire dalla distruzione dei corpi, luoghi di tutto l’apprendimento, “un processo terribile di autonegazione”xix, come già avevano colto autorevoli pacifisti e pacifiste statunitensi nel 1915 tra cui Jane Addams, premio Nobel per la pace nel 1931: “[La guerra] ha fatto a brandelli e disperso come schegge di granata le mani dello scultore e del violinista, le membra del corridore e del nuotatore, i muscoli sensibili del meccanico e del tessitore, l’ugola dei cantanti e degli interpreti, gli occhi dell’astronomo e del fonditore – ogni parte del corpo che racchiudeva abilità e preveggenza, ogni arte e ogni competenza della mente umana”xx. Le uccisioni, le ferite, le mutilazioni, la distruzione di tutto ciò che sostiene la vita sono l’unica vera essenza della guerra, l’unico scopo di tutta l’attività militare. Tali insulti non potranno mai trasformarsi in democrazia, sicurezza o giustizia. Solo ciò che è intrinseco alla guerra ne può determinare gli esiti e le conseguenze sul piano sociale, umano e politico. Non libertà, bensì dispotismo; non democrazia, bensì rafforzamento del militarismo; non pacificazione, bensì incremento della violenza, dell’odio, dell’insicurezza. La vittoria non è che l’affermazione momentanea di una supremazia che dovrà sempre rinnovarsi, sempre essere ricercata e ricreata attraverso il cupo richiamo della morte. Immersi in questa spirale di violenza, dobbiamo ricordare che ci sono momenti nella storia in cui ciò che più conta è levare un alto grido. Gridare la propria collera per lo strazio dei corpi, delle menti, dei sentimenti umani e la devastazione della natura; per svelare il volto osceno della guerra e rompere l’incantamento della canzone antica intonata da tanti moderni pifferai: “Noi non abbiamo mai voluto la guerra, ma siamo minacciati da un nemico irriducibile e dobbiamo ucciderlo e sradicarlo dalla realtà”. -------------------------------------------------------------------------------- i L’articolo è una anticipazione di quello che apparirà nel volume Disonorare la guerra. Percorsi e proposte per una maschilità di pace a cura di Maschile Plurale, di prossima pubblicazione per le edizioni Multimage. ii Heide Goettner Abendroth, The New Ideology of ‘Eternal War’ in Archaeology: Critical Reflections on Early History, in “Matrix. A Journal for Matricultural Studies”, vol. 3, n. 2, pp. 105-112.le iii Per una sintesi di questi studi si veda: Ann Taylor Allen, Feminism, Social Science, and the Meaning of Modernity: The Debate on the Origin of the Family in Europe and the United States, 1860-1914, «The American Historical Review», 4, CIV, 1999, pp. 1085-113.le iv Si vedano in particolare i saggi raccolti da Cristina Biaggi in The Rule of Mars: Readings on Origins, History, and Impact of Patriarchy, Knowledge, Ideas, and Trends, Manchester (Conn.), 2005.le v A New Definition of Patriarchy: Control of Women’s Sexuality, Private Property, and War in “Feminist Theology”, 24, no. 3 (2016), pp. 214-225.le vi Claudia von Werlhof, Nell’età del boomerang. Contributi alla teoria critica del patriarcato, Unicopli, Milano, 2014.le vii Citato in Walter Bryce Gallie, Filosofie di pace e guerra, Il Mulino, Bologna 1978, p. 103.le viii Rosalie Bertell, Pianeta Terra, L’ultima arma di guerra, Asterios, Trieste 2018.le ix Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025. A Research paper Presented to Air Force, 1996, https://apps.dtic.mil/sti/citations/ADA333462.le x Mary-Louise Engels, Rosalie Bertell. Scientist, Ecofeminist, Visionary, Women’s Press, Toronto 2005, p. 140.le xi Rosalie Bertell, Victims of the Nuclear Age, “The Ecologist”, 1999, pp. 410-411, https://ratical.org/radiation/NAvictims.html.le xii Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributi alla spiegazione economica dell’imperialismo (1913), Einaudi, Torino 1968; Ead., Juniusbrochüre (1915), in Rosa Luxemburg, Scritti scelti, a cura di Luciano Amodio, Einaudi, Torino 1976, pp. 463-520.le xiii Françoise d’Eaubonne, Écologie-féminisme. Révolution ou mutation?, Le passage clandestine, Paris 2018, p. 163.le xiv Ivi, p. 161.le xv Claudia von Werlhof, Fine dell’idea del progresso?, in Ead., Nell’età del boomerang, cit., p. 26.le xvi Ead., Call for a “Planetary Movement for Mother Earth”, International Goddess-Conference “Politics and Spirituality”, 29 maggio 2010, http://emanzipationhumanum.de/downloads/motherearth.pdf.le xvii Adriana Cavarero, Il femminile negato. La radice greca della violenza occidentale, Pazzini, Villa Verucchio 2021, pp. 11-12le xviii Elaine Scarry, La sofferenza del corpo. La distruzione e la costruzione del mondo (1985), Il Mulino, Bologna 1990, p. 192.le xix Ivi, p. 204.le xx Towards the Peace that Shall Last, in “The Advocate of Peace”, aprile 1915, p. 90. -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo fa parte di Voci di pace (a cura di Bruna Bianchi) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La guerra eterna e illimitata proviene da Comune-info.
September 30, 2025
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