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Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietà
di Agata Iacono L'Antidiplomatico, 17 gennaio 2026 Feriti dalla successione drammatica delle notizie e delle manipolazioni mediatiche che vedono Usa e Israele distruggere definitivamente quello che un tempo si chiamava diritto internazionale, dal rapimento di Maduro al tentativo di Maidan in Iran, dalle minacce alla Groenlandia alla ratifica del "piano di pace" di Trump per distruggere definitivamente il popolo palestinese, ci sfugge spesso quello che sta succedendo a casa nostra. Sia chiaro: quello che succede è strettamente connesso al quadro geopolitico e all'asservimento totale dell'Italia ad Israele e agli USA (con qualche goffo tentativo di salvare la sudditanza anche al cadavere dell'Europa+UK). Abbiamo assistito all'arresto, alla diffamazione, alla stigmatizzazione delle manifestazioni che chiedevano al governo italiano di non essere complice del genocidio. Cariche di polizia, idranti, fermi e arresti degli attivisti hanno registrato un crescendo da stato di polizia, appena il movimento per la Palestina ha subito, oggettivamente, una fase di arresto. Le distorsioni della narrazione hanno aggredito  e diffamato Francesca Albanese come la giornalista-attivista Angela Lano e la deputata del movimento 5 stelle Stefania Ascari (tutte donne, chissà perché non siano mai state difese dal movimento Donne Vita e Libertà....). Quindi hanno attaccato direttamente i palestinesi in Italia, arrestando addirittura l'imam di Torino, Mohamed Shahi, colpevole di non aver condannato la resistenza, nonché il presidente dell'Associazione Palestinesi d'Italia, l'architetto Mohammad Hannoun, accusato di aver "finanziato", attraverso l'associazione benefica per mandare aiuti in Palestina, anche il terrorismo... Ma ci sono altri palestinesi nelle carceri italiane, tutti accusati per conto e ordine di Israele, senza aver mai commesso reati in Italia. È di oggi la scandalosa sentenza che condanna Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi. Il processo farsa, istruito dalle autorità italiane per esaudire la richiesta di Israele di colpire Anan, che ha osato difendere il suo popolo e la sua famiglia dalla violenza dei coloni sionisti in Cisgiordania (violenza assassina documentata anche da No Other Land, premio oscar del 2025). Nelle ultime udienze abbiamo assistito alla presenza di funzionari dello Stato sionista in sostegno dell’accusa: ovvero, i tribunali italiani hanno chiamato responsabili di un genocidio a testimoniare contro chi lotta contro questo stesso genocidio, condannato dal tribunale internazionale e dall'ONU. Durante gli anni di carcerazione, provenienti da tutta Italia, davanti al tribunale de L'Aquila sono stati sempre presenti presidi di solidarietà. Anan Yaeesh è stato infatti trasferito dal carcere di Terni a quello di Melfi, per isolarlo, ha anche effettuato uno sciopero della fame. Le sue condizioni fisiche risentono delle schegge che il ragazzo ha ancora in corpo, essendosi salvato miracolosamente dai tentativi di omicidio israeliani. In una videoconferenza dal carcere di alta sicurezza di Melfi, ha recentemente detto: “É successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, ne attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano.Non so più se mi trovo in un tribunale Israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?” La requisitoria della pubblico ministero, che non è mai riuscita a dimostrare nulla delle accuse, aveva richiesto pesanti condanne, 12 anni per Anan, 9 per Alì, 7 per Mansour (gli ultimi due erano già a piede libero, il vero obiettivo era colpire Anan).Il processo farsa dell’Aquila, è la dimostrazione dell’asservimento dell'Italia ad Israele e della complicità del governo italiano con il genocidio in corso. Alla pronuncia della condanna in aula si è levato un grido unanime di protesta.Quindi, davanti alla sede del tribunale, il legale Flavio Rossi Albertini ha ringraziato gli attivisti per la loro costante vicinanza, annunciando l'appello. E non finisce qui. È di ieri una circolare alle regioni e quindi alle scuole del Ministro Valditara che impone la schedatura dei bambini palestinesi che frequentano la scuola italiana. Siamo tornati alle leggi razziali fasciste antisemite del 1938? E nel frattempo il ministro Piantedosi, attraverso il decreto sicurezza, impedisce di fatto le espressioni di dissenso e solidarietà, addirittura imponendo controlli, perquisizioni, schedature e zone rosse. In sintesi il concetto è: "Se aiuti il popolo palestinese aiuti Hamas e quindi sei un terrorista". Fino a quando i palestinesi non accetteranno di essere percepiti quali vittime di una catastrofe naturale, senza alcun colpevole, e oseranno resistere, saranno tutti considerati terroristi, anche quelli nati ieri e morti di freddo. Ne avevo parlato qui: Il caso di Anan Yaeesh, "colpevole di Palestina"  Non è l'Iran, non è il Venezuela. È il regime Italia.   AGATA IACONO  SOCIOLOGA E ANTROPOLOGA     ANAN YAEESH CONDANNATO A 5 ANNI: PER I GIUDICI LA RESISTENZA PALESTINESE È TERRORISMO di Monica Cillerai L'Indipendente, 17 gennaio 2026 Grida e cori di protesta di tanti solidali hanno accolto la sentenza con la quale i giudici della Corte d’Assise dell’Aquila hanno condannato il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi di reclusione per “associazione con finalità di terrorismo internazionale”. Yaeesh, arrestato nel gennaio 2024, è stato accusato di aver finanziato e avuto rapporti con gruppi della resistenza armata palestinese. Un’affiliazione che non ha mai nascosto: «Sono nato in Palestina e questa non è stata una mia scelta. Resistere, invece, è stata la scelta migliore della mia vita», aveva dichiarato. Nel processo i suoi avvocati chiedevano che venisse rigettata la definizione di “terrorismo” per le azioni dei gruppi palestinesi nel contesto della lotta contro l’occupazione. Il tribunale, invece, ha ammesso solo delle attenuanti rispetto alla condanna di 12 anni chiesta dai PM. Assolti invece, dopo sei mesi in carcere da innocenti, altri due indagati: Ali Irar e Mansour Doghmosh. La decisione è stata letta dal presidente del collegio, Giuseppe Romano Gargarella, al termine di una camera di consiglio durata circa sei ore. La procura aveva chiesto la condanna a 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Doghmosh, accusati di far parte del Gruppo di Risposta Rapida, uno dei gruppi della resistenza armata palestinese della città di Tulkarem. Alla sbarra oggi c’era la resistenza palestinese, definita “terrorismo” dal pubblico ministero Roberta D’Avolio. La difesa invece aveva chiesto l’assoluzione contestando l’intero impianto accusatorio, ricordando la legittimità della resistenza armata in un territorio occupato militarmente. Il procedimento infatti non riguarda solo tre individui: in gioco c’è la formula con la quale lo Stato italiano qualifica e reprime la resistenza palestinese all’occupazione israeliana in Cisgiordania. «Anan è stato condannato a 5 anni e sei mesi come organizzatore di un’organizzazione terroristica», ha dichiarato l’avvocato Flavio Rossi Albertini fuori dal Tribunale. «Sappiamo perfettamente che non c’è un solo elemento che accrediti il fatto che il Gruppo di Risposta Rapida di Tulkarem volesse aggredire, attaccare, coinvolgere, coloni nelle loro azioni. Tutte le azioni che sono state dimostrate e acquisite attraverso delle chat parlavano sempre di azioni rivolte contro i militari, ovvero contro quell’esercito occupante che dal 1967 impedisce al popolo palestinese di autodeterminarsi. Pertando questa sentenza per noi è profondamente ingiusta, perché condanna Anan Yaeesh e perché ritiene che quell’esperienza di resistenza palestinese sia terroristica, mentre invece è un legittimo utilizzo delle forme della lotta armata in vista dell’autodeterminazione dei popoli.» Anan Yaeesh è accusato di essere tra i promotori del Gruppo di Risposta Rapida, una delle brigate armate nate nel 2022 che cercavano di resistere all’occupazione israeliana nella città di Tulkarem, territorio martoriato dall’esercito di Tel Aviv e i cui campi profughi sono chiamati “le piccole Gaza” per l’enorme livello di devastazione subita. Da Tulkarem Anan se ne era andato nel 2013, nel tentativo di scampare alla persecuzione israeliana dopo aver subito diverse detenzioni e tentativi di assassinio. Si era rifugiato in Europa. Arriva prima in Norvegia e in Svezia e infine giunge a L’Aquila, dove fa richiesta d’asilo nel 2017 e ottiene poi la protezione speciale. Anan non è mai stato nel mirino della polizia italiana, fino al giorno della richiesta di estradizione di Tel Aviv, per la quale è detenuto dal 29 gennaio 2024, inizialmente nel carcere di Terni e poi a Melfi. La Corte d’Appello dell’Aquila aveva negato la consegna di Anan a Israele riconoscendo che l’imputato potrebbe essere sottoposto a «trattamenti crudeli, disumani o degradanti». Due giorni prima, tuttavia, la procura italiana aveva aperto un secondo procedimento penale, che riprende le stesse accuse formulate da Israele verso il giovane palestinese. Coinvolgendo altri due connazionali residenti in Abruzzo, Ali Irar e Mansour Doghmosh, che vengono accusati di aver supportato Anan tramite attività di reclutamento e propaganda per la Brigata. Una mossa che sembra molto più indicare la necessità della Procura di avere un numero minimo di indagati per un reato associativo piuttosto che a indizi concreti. «Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate terrorismo». Anan si è sempre definito un resistente, fin dalle prime dichiarazioni spontanee rilasciate a partire dal 26 febbraio scorso. «Il diritto e le convenzioni internazionali assicurano il diritto all’autodifesa, anche armata, di un popolo contro un esercito occupante» aveva dichiarato Flavio Rossi Albertini a L’Indipendente. «L’Autorità italiana si è sostituita a Israele». Il processo è politico e ogni sua fase ha esplicitato e messo in evidenza la stretta alleanza e condivisione di obiettivi tra lo Stato d’Israele e quello italiano. Nell’udienza del 19 dicembre scorso, l’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini aveva denunciato nuovamente la «rimozione sistematica di ogni elemento di contesto: l’occupazione della Cisgiordania, la colonizzazione, i crimini umanitari e il genocidio in corso», sottolineando come, senza questi punti cardinali, la “giustizia” dei tribunali perda la capacità stessa di distinguere tra terrorismo e resistenza. Rossi Albertini ha ricordato che il processo «serve ad accertare fatti, non a giudicare la causa politica di un altro popolo», richiamando in aula la Resistenza italiana e la detenzione di Sandro Pertini durante l’occupazione nazifascista. Dagli albori il processo appare influenzato e diretto da Tel Aviv, più che dal codice penale del Belpaese. Questa sentenza ne è la conferma, e costituisce un precedente pericoloso nella repressione giudiziaria della causa palestinese nei tribunali italiani. «Tra 90 giorni leggeremo le motivazioni della corte di Assisi e presenteremo certamente appello», conclude Albertini.   Monica Cillerai Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con un master in Risk Analysis and Management all'Università di Scienze Politiche di Bordeaux. Per L'Indipendente è corrispondente dal Medio Oriente oltre a scrivere di immigrazione e frontiere, estrattivismo e tematiche ambientali.
TAHAR LAMRI SUL CASO HANNOUN:SE ANCHE LA GIUSTIZIA SI TRASFORMA IN PROPAGANDA
L'ordinanza di custodia cautelare di Mohammad Hannoun è un caso da manuale di tesi precostituita a partire da un assioma: musulmano = terrorista.  di Tahar Lamri*, 30 dicembre 2025 https://kritica.it/in-evidenza/caso-mohammad-hannoun-islamofobia/ L’ordinanza della Procura di Genova che dispone misure cautelari contro Mohammad Hannoun e altri membri dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP) è un documento monumentale: oltre 300 pagine di accuse, prove, ricostruzioni storiche e analisi giuridiche. Dovrebbe essere l’esempio di come la giustizia italiana affronta con rigore e obiettività un caso complesso e delicato. Invece, quello che emerge da un’analisi attenta delle prime sessanta pagine – solo le prime sessanta, un quinto del totale – è qualcosa di profondamente diverso e inquietante: una sistematica opera di falsificazione storica, manipolazione dei fatti, omissione di prove contrarie e adozione acritica della narrativa di una parte in causa – Israele – per costruire un’imputazione che non si limita a colpire singoli individui, ma criminalizza l’intero universo del sostegno umanitario e politico alla causa palestinese.  In questo articolo documentiamo le falsificazioni più gravi individuate nelle prime sessanta pagine, ma non è un catalogo tecnico: è la storia di come la giustizia può trasformarsi in propaganda quando accetta di essere strumento di un’agenda politica. Quando i premi Nobel diventano talebani: Il caso del Bangladesh   Cominciamo dalla falsificazione più grottesca, quella che più di ogni altra rivela il metodo e l’agenda di questo documento. Tra le pagine 23 e 25, in una sezione dedicata a dimostrare che “ogni movimento islamico è fondamentalmente jihadista”, il documento presenta la rivoluzione studentesca del Bangladesh del luglio-agosto 2024 come un esempio di violenza islamista comparabile alle azioni dei talebani. Secondo l’ordinanza, nel 2024 studenti bengalesi perpetrarono “violenza diffusa indiscriminata” contro minoranze religiose, causarono “pesanti perdite” alle forze dell’ordine e si comportarono come estremisti religiosi. L’equiparazione è esplicita: siccome taliban in pashto significa “studenti”, allora gli studenti musulmani bengalesi (i quali ovviamente non parlano pashto) che manifestano sono, di fatto, talebani. C’è solo un problema: questa versione è l’esatto opposto di ciò che accadde.  La rivoluzione del Bangladesh dell’estate 2024, conosciuta come “July Revolution” o “Gen Z Revolution”, fu un movimento pro-democrazia guidato da studenti universitari laici delle università più prestigiose del paese. Iniziò come protesta contro un sistema di quote per i lavori pubblici percepito come corrotto, e si trasformò in una rivolta popolare quando il governo della premier Sheikha Hasina rispose con una violenza brutale. Le forze di sicurezza governative aprirono il fuoco sui manifestanti disarmati, uccidendo tra 800 e 1,400 persone – per lo più studenti. Il governo ordinò di sparare a vista. Le Nazioni Unite documentarono quello che definirono un assassinio di massa governativo, il “Massacro di luglio”. Non fu una violenza degli studenti: fu un massacro di studenti.  Quando il regime crollò, si formò un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus – premio Nobel per la Pace, fondatore della Grameen Bank, icona globale della lotta contro la povertà. Due leader del movimento studentesco entrarono nel nuovo governo. Le Nazioni Unite celebrarono l’evento come “student-people uprising contro il fascismo”.  Il documento inverte completamente la realtà: le vittime diventano carnefici, i massacratori diventano vittime, una rivoluzione democratica diventa jihad islamista. Perché questa falsificazione così spudorata in un documento su Hamas? Perché serve a sostenere una tesi centrale del documento: che ogni affermazione di moderazione da parte di movimenti islamici è menzogna tattica. Se anche studenti universitari che chiedono democrazia sono “in realtà” jihadisti, allora certamente Hamas non può essere sincero quando parla di politica invece che di guerra. La falsificazione storica diventa strumento per costruire una logica inattaccabile: qualsiasi cosa faccia Hamas, qualsiasi cosa dica, è terrorismo. E il metodo è chiaro: studente musulmano = estremista. La similitudine etimologica diventa identità politica. L’orientalismo non è un sottotesto: è il testo. Le vittime che scompaiono   Ma la falsificazione del Bangladesh, per quanto clamorosa, è quasi marginale. Le omissioni più gravi riguardano il cuore dell’accusa: la realtà della Palestina occupata, fino ad arrivare al genocidio in corso da due anni, completamente omesso dalle carte.  L’intero preambolo sulla nascita storica di Hamas, tutto il racconto della vita di questa formazione, sembrano puntare a una tesi già scritta: non quella di un territorio occupato e di una popolazione privata del suo diritto all’autodeterminazione fino a diventare vittima di pulizia etnica e genocidio, ma quella di una formazione votata alla jihad semplicemente in quanto antisemita, e antisemita semplicemente in quanto musulmana.  Non viene menzionata la Nakba (1948) né l’espulsione di 750.000 palestinesi dalle loro case e terre; vengono ignorate completamente le politiche di colonizzazione e apartheid; non vengono citate le violenze dei coloni o le demolizioni di case palestinesi. Ogni azione di Hamas è defintia terrorismo, ma non vengono qualificate mai come tali le azioni israeliane contro civili.  Il documento conta meticolosamente le vittime israeliane (484 morti in attentati) ma ignora le migliaia di palestinesi uccisi. A leggerlo, sembra quasi che l’occupazione israeliana non sia mai esistita o sia del tutto marginale, in questa vicenda storica.  Riguardo al 7 ottobre, il documento dedica pagine dettagliate agli attacchi di Hamas, citando numeri di vittime, elencando violenze sessuali, presentando tutto come fatto accertato da “prove” israeliane. Usa queste descrizioni per stabilire la natura “terroristica” di Hamas e, per estensione, di chiunque la supporti. Il bilancio delle vittime del 7 ottobre è la pietra angolare dell’intera imputazione. In tutte queste pagine, un’espressione non compare, se non puramente di striscio: direttiva Hannibal. La Hannibal Directive è una dottrina militare israeliana, introdotta segretamente nel 1986, che autorizza l’uso di forza massima – incluso l’uccisione di soldati israeliani appena catturati – per impedire che vengano presi come ostaggi. Per decenni rimase semi-segreta, discussa sottovoce, applicata raramente. Il 7 ottobre 2023, questa dottrina fu applicata su scala di massa e, per la prima volta nella storia israeliana, fu estesa ai civili. Non è una teoria del complotto. Non è propaganda di Hamas. È un fatto documentato da fonti israeliane, ammesso da funzionari israeliani, investigato dalla stampa israeliana.   Nel febbraio 2025, l’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ammise in un’intervista televisiva che l’ordine Hannibal fu dato “tatticamente” e “in vari luoghi” il 7 ottobre. Quando il giornalista spiegò che la Hannibal Directive significa “sparare per uccidere quando c’è un veicolo contenente un ostaggio israeliano”, Gallant non contestò. Anzi, si lamentò che il problema fu che in alcuni luoghi l’ordine “non fu dato”. Nel luglio 2024, Haaretz – il più autorevole quotidiano israeliano – pubblicò un’indagine devastante basata su documenti militari e testimonianze di soldati. Alle 10:32 del mattino del 7 ottobre fu dato l’ordine: “non un singolo veicolo può tornare a Gaza”. A quell’ora, l’IDF sapeva che molti civili erano stati rapiti. L’ordine significava: sparate su quei veicoli. Elicotteri Apache, droni, carri armati aprirono il fuoco. Efrat Katz fu uccisa dal fuoco di un elicottero israeliano mentre veniva trasportata a Gaza. A Kibbutz Be’eri, un carro armato sparò due granate su una casa con oltre 12 ostaggi, inclusi due gemelli di 12 anni; solo 2 sopravvissero. Il capitano Bar Zonshein ammise pubblicamente di aver sparato con il suo carro armato su veicoli sapendo che contenevano soldati israeliani. Un ex-ufficiale dell’aeronautica descrisse la situazione: “È stata una Hannibal di massa”. La Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite documentò nel giugno 2024 “forti indizi che la Direttiva Hannibal è stata utilizzata in diverse circostanze il 7 ottobre”. Non sappiamo quanti israeliani furono uccisi dalle proprie forze quel giorno. Le stime variano. Ma sappiamo con certezza che accadde, su scala significativa, per ordine ufficiale. Il documento giudiziario italiano non menziona nulla di tutto questo. Nemmeno una riga. Nemmeno una nota a piè di pagina. Cita Amnesty International per dire che “la stragrande maggioranza dei civili è stata uccisa da combattenti palestinesi”, ma omette che questa affermazione di Amnesty è fortemente contestata, che le stesse fonti israeliane la contraddicono, che Hamas invocò ripetutamente la Hannibal Directive come spiegazione e che aveva ragione.  Quando Hamas disse che molte vittime furono causate dal fuoco israeliano, il documento presenta questo come “Hamas smentisce Amnesty” e “fabbricazioni”. Ma erano le forze israeliane, non Hamas, a mentire su cosa accadde quel giorno.  Questa non è un’omissione casuale. È la rimozione deliberata del fatto centrale che cambia l’intera narrativa del 7 ottobre. Perché se una parte significativa delle vittime fu causata dalle stesse forze israeliane applicando una dottrina del “meglio morti che prigionieri”, allora il bilancio di quel giorno non può più essere usato come misura univoca della “barbarie di Hamas”. E l’intero castello di accuse costruito su quel bilancio crolla. Il documento omette anche che il governo israeliano si è sempre opposto a qualsiasi inchiesta indipendente sui fatti del 7 ottobre, contrariamente ad Hamas, che ha sempre fatto richiesta che su quella giornata e i suoi avvenimenti potesse fare luce una commissione d’inchiesta internazionale indipendente. Quando ISIS diventa Hamas: L’attacco di Sydney   A pagina 47, il documento compie un’altra manipolazione illuminante. Descrive l’attacco terroristico di Sydney del 14 dicembre 2025, in cui due attentatori aprirono il fuoco su una celebrazione di Hanukkah a Bondi Beach uccidendo 15 persone, e afferma che “HAMAS, pur non essendo coinvolta nell’attentato, lo ha giustificato quale diretta conseguenza della politica israeliana”.  C’è un dettaglio che il documento omette: l’attacco fu perpetrato dall’Islamic State (ISIS), non da Hamas o gruppi collegati. La Australian Federal Police lo dichiarò esplicitamente un attacco “ISIS-linked”. Il Primo Ministro australiano disse che gli attentatori erano ispirati da “Islamic State ideology”. Nell’auto furono trovate bandiere ISIS. Hamas e ISIS sono nemici mortali. ISIS considera Hamas composto da “apostati” per la loro collaborazione con l’Iran sciita. Hamas ha combattuto ISIS a Gaza, dove è stato Israele, per sua stessa ammissione, a utilizzare bande dell’ISIS per i suoi interessi.  Il documento non dice esplicitamente “Hamas ha fatto l’attacco”, ma lo include in una sezione che deve dimostrare la pericolosità terroristica di Hamas, citando dichiarazioni di leader Hamas che analizzavano le cause dell’aumento dell’antisemitismo. Il trucco è sottile ma efficace: nel contesto di un atto d’accusa, l’associazione diventa imputazione. E rivela il metodo: qualsiasi violenza, ovunque, se c’è un musulmano di mezzo, può essere associata a Hamas. ISIS, Al-Qaeda, talebani, Fratelli Musulmani, studenti bengalesi – sono tutti intercambiabili nella logica del documento. Musulmano = islamista = terrorista = Hamas. Le elezioni che non dovevano esistere: il 2006 riscritto   Una delle riscritture storiche più significative riguarda le elezioni legislative palestinesi del 2006. Il documento le presenta così: Hamas partecipò con una “campagna incentrata sulla resistenza armata”, la partecipazione era “solo per legittimare il terrorismo”, ogni voto fu un voto per “distruggere Israele”. La realtà storica è documentata da osservatori internazionali, sondaggi, analisi accademiche e testimonianze dirette – incluse quelle di funzionari israeliani e americani.  Hamas inizialmente non voleva partecipare a quelle elezioni. Quando decise di candidarsi, il suo obiettivo dichiarato era ottenere il 20-30% per fare opposizione. Il manifesto elettorale si chiamava “Change and Reform” – Cambiamento e Riforma. I temi centrali erano la lotta alla corruzione (il tema dominante), la riforma democratica, lo stato di diritto, la fine delle detenzioni arbitrarie, i servizi sociali efficienti. Fatah governava da 40 anni ed era percepito come corrotto e inefficiente. Il processo di Oslo era considerato fallito. I palestinesi volevano cambiamento.   I sondaggi post-elettorali rivelarono dati sorprendenti: il 77% dei votanti di Hamas volevano che il nuovo governo negoziasse un accordo di pace con Israele. Il 73% dei palestinesi volevano che Hamas abbandonasse l’obiettivo di distruggere Israele. Solo il 3% supportava uno stato islamico. Il 75% votò Hamas come protesta contro la corruzione di Fatah. I palestinesi non votarono per il jihad. Votarono per acqua corrente, elettricità, ospedali funzionanti, strade e polizia non corrotta.  Le elezioni furono monitorate e certificate come libere e giuste dal Carter Center (Jimmy Carter in persona), dall’Unione Europea, dal National Democratic Institute. Carter dichiarò: “Le elezioni furono oneste, giuste… Non c’è dubbio che la volontà del popolo palestinese si sia espressa”.  Ironicamente, furono gli Stati Uniti di George W. Bush a insistere per tenere quelle elezioni, contro il parere dei propri esperti che avvertirono che Hamas avrebbe potuto vincere. Quando Hamas vinse, gli Stati Uniti e l’Unione Europea tagliarono immediatamente tutti i fondi. Israele bloccò il trasferimento delle entrate fiscali. Fatah rifiutò la coalizione. Gli USA implementarono un piano (rivelato da Vanity Fair) per armare Fatah e rovesciare Hamas con un colpo di stato. Nel giugno 2007, quando Fatah tentò il golpe, Hamas rispose con la forza e prese il controllo militare di Gaza. Iniziò il blocco che dura ancora oggi. Il documento omette completamente questa sequenza. Presenta la vittoria elettorale come “inganno” e la guerra civile del 2007 come “Hamas elimina violentemente ogni altro gruppo”, ignorando che fu la risposta internazionale – boicottaggio, golpe, guerra economica – a radicalizzare la situazione. Perché questa riscrittura? Perché riconoscere che Hamas vinse elezioni democratiche con un programma di buon governo, che i palestinesi votarono per ragioni pratiche non ideologiche, che la radicalizzazione seguì il boicottaggio occidentale – tutto questo renderebbe più complessa la narrativa “Hamas = terrorismo, sempre e comunque”. La storia va semplificata: Hamas partecipò alla politica “solo per terrorismo”. Il fatto che vinsero perché la gente voleva ospedali che funzionassero va cancellato. “Dal fiume al mare”: lo slogan con origini dimenticate   Il documento dedica ampio spazio allo slogan “From the River to the Sea”, presentandolo come prova di intenti genocidari di Hamas e di chiunque lo usi. Secondo l’ordinanza, è uno slogan esclusivamente palestinese che significa “eliminazione fisica di Israele” e dell’intera popolazione ebraica. Quello che il documento omette è che questo slogan ha origini sioniste.  Nel 1977, il partito Likud di Menachem Begin dichiarò nel suo manifesto fondativo: “Between the Sea and the Jordan there will only be Israeli sovereignty”. Non era retorica: era politica ufficiale del partito che avrebbe governato Israele per decenni. Negli anni ’40, l’Irgun – l’organizzazione paramilitare sionista guidata dallo stesso Begin – cantava un inno che proclamava: “The Jordan has two banks; this one is ours, and the other one too”. Jabotinsky, ideologo del sionismo revisionista, parlava esplicitamente di uno stato ebraico “su entrambe le sponde del Giordano”, includendo quindi l’attuale Giordania. Lo slogan fu adottato dai palestinesi dopo, come contrappunto. Oggi lo slogan è polisemico – ha significati diversi per persone diverse: può significare uno stato palestinese al posto di Israele (interpretazione massimalista e minoritaria), uno stato binazionale democratico per israeliani e palestinesi con uguali diritti, la fine dell’occupazione di Cisgiordania e Gaza mantenendo Israele nei confini del 1967, o semplicemente il diritto all’autodeterminazione palestinese. Il documento riconosce questa polisemia (cita manifestanti che lo usano “inconsapevolmente”) ma poi applica solo l’interpretazione più estrema, criminalizzando chiunque lo utilizzi. Nel frattempo, slogan israeliani equivalenti o peggiori vengono completamente ignorati. “Grande Israele” (Eretz Israel HaShlema) appare regolarmente in mappe che cancellano la Palestina. Il Ministro delle Finanze israeliano Smotrich ha posato davanti a una mappa che include Giordania, con la scritta “Non esiste popolo palestinese”. Netanyahu nell’ottobre 2023 citò Amalek – il popolo che secondo la Bibbia Dio ordinò agli ebrei di sterminare completamente, uomini, donne, bambini, neonati, bestiame.  Il documento non menziona mai queste dichiarazioni israeliane, pur citando meticolosamente ogni dichiarazione estremista di Hamas.  Lo slogan “From the River to the Sea” viene criminalizzato quando pronunciato da palestinesi, normalizzato quando usato da sionisti, ignorato quando ancora più estremo da parte israeliana. Il doppio standard non è un errore: è il sistema. La fabbrica delle prove: quando Israele diventa giudice e testimone    L’intera sezione sulla presunta “arena europea” di Hamas (pagine 48-61) si basa su un vizio metodologico che invaliderebbe qualsiasi processo in un sistema giudiziario credibile: tutte le prove provengono da una sola fonte – Israele – che è parte in causa con interesse diretto nell’esito. Il documento cita ripetutamente “documenti sequestrati dall’Autorità di Israele”, “relazione dell’esperto israeliano” (anonimo), “intelligence israeliana”. Questi documenti non sono verificabili indipendentemente. Non hanno una catena di custodia tracciabile. Non sono stati sottoposti a esame della difesa. E provengono da uno stato che ha tutto l’interesse a dimostrare che qualsiasi organizzazione pro-Palestina è terroristica.  Sarebbe come in un processo per omicidio accettare come uniche prove le dichiarazioni dell’accusatore, senza autopsia indipendente, senza testimoni terzi, senza verifica forense, senza alcun controllo. I precedenti di “intelligence” rivelatasi falsa abbondano. Le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein che giustificarono l’invasione dell’Iraq si rivelarono inesistenti. L’ospedale Al-Shifa a Gaza, che Israele presentò nel 2023 come “centro di comando di Hamas” con tanto di infografiche dettagliate, si rivelò essere… un ospedale. Le accuse israeliane contro 12 dipendenti UNRWA di essere membri di Hamas, che portarono al taglio di fondi internazionali, non sono mai state suffragate da prove credibili.   Ma il documento accetta acriticamente ogni “documento sequestrato” israeliano come vangelo. Decine di “documenti interni di Hamas” vengono citati come prove, senza mai porsi la domanda: come possiamo verificare che siano autentici? Chi garantisce che non siano stati alterati o fabbricati? E anche se fossero autentici, il fatto che Hamas consideri un’organizzazione come alleata non significa che quell’organizzazione sia Hamas. Durante la Guerra Fredda, il KGB aveva documenti che elencavano giornalisti occidentali come “nostri contatti” – questo non li rendeva spie sovietiche. Interpal: quando i tribunali dicono il contrario   Il caso di Interpal è emblematico di come il documento manipoli la realtà giudiziaria. Il testo cita Interpal – un’organizzazione benefica britannica – come parte della “rete terroristica di Hamas”, basandosi su designazione USA/Israele. Ma omette completamente che questa designazione è stata ripetutamente smentita da tribunali e autorità indipendenti. La UK Charity Commission – l’organo britannico che vigila sulle organizzazioni caritative – condusse tre investigazioni approfondite su Interpal (2003, 2009, 2012). Tutte e tre conclusero: “nessuna prova” di finanziamento al terrorismo. La Charity Commission dichiarò esplicitamente: “Le autorità USA non sono state in grado di fornire prove a supporto delle loro accuse”.   Nel 2010, l’High Court di Londra sentenziò che è diffamatorio affermare che Interpal supporta Hamas. Questa non è un’opinione: è una sentenza di un tribunale che ha esaminato le prove.  Nei quindici anni successivi, ogni grande media britannico che accusò Interpal di terrorismo fu costretto a ritrattare e pagare danni: Jerusalem Post (2006), Daily Express (2010, £60.000), Daily Mail (2018, £120.000), Jewish Chronicle (2019, £50.000). Oltre £200.000 di danni pagati per diffamazione. Nel 2004, quando Israele chiese al governo britannico di Tony Blair di bannare Interpal, la risposta fu: “Mancano le evidenze e le basi legali”. Documenti governativi declassificati nel 2025 rivelano che funzionari britannici dissero agli israeliani: qualsiasi azione richiederebbe “prove adeguate che invia fondi a Hamas dopo che è stata messa al bando” – prove mai fornite.  Il documento italiano non menziona nulla di tutto questo. Cita solo le liste USA/Israele, ignorando tre assoluzioni, una sentenza dell’High Court, £200.000 di danni per diffamazione vinti, e il rifiuto del governo britannico di procedere per mancanza di prove.  Questa è falsificazione per omissione sistematica: si presenta la versione di una parte (USA/Israele) come “fatto”, si omette che tribunali indipendenti l’hanno ripetutamente smentita. I doppi standard come sistema Il documento è percorso da doppi standard così evidenti che sarebbe grottesco se non fosse tragico. * Sulle uccisioni di civili: Hamas uccide civili = terrorismo puro. Israele uccide 10 volte più civili (44,000+ palestinesi, 15,000+ bambini a Gaza dall’ottobre 2023) = mai menzionato. Nemmeno una riga in 300 pagine sul bilancio palestinese. * Sulla resistenza armata: Il documento riconosce en passant (pagine 34-35) che l’occupazione israeliana è “chiara violazione del diritto internazionale”. Ma poi afferma che qualsiasi resistenza a quell’occupazione illegale è uguale al terrorismo. Questo invalida il diritto internazionale che riconosce esplicitamente il diritto di resistenza a occupazione. * Sulle dichiarazioini estremiste : Ogni dichiarazione estremista di qualsiasi esponente Hamas viene meticolosamente documentata e citata come prova. Le dichiarazioni israeliane – Netanyahu che cita Amalek, Smotrich che nega l’esistenza del popolo palestinese, Ben-Gvir che afferma “la mia destra è più importante dei diritti degli arabi”, la ministra Shaked che nel 2014 disse che “le madri palestinesi dovrebbero essere uccise” – non vengono mai menzionate. * Sulle esecuzioni di collaboratori: Il documento criminalizza Hamas per aver giustiziato collaboratori israeliani a Gaza. Ma omette che Israele ha ucciso centinaia di presunti “collaboratori” palestinesi nel corso dei decenni, che lo Shin Bet usa “targeted killings” contro informatori, che questa è pratica comune in ogni conflitto (la Francia post-WWII giustiziò circa 10,000 collaboratori nazisti). * Sui servizi sociali: Hamas fornisce scuole, ospedali, assistenza = “proselitismo strumentale” criminale. Chiesa cattolica globalmente, ONG occidentali usano identico modello = legittimo. La differenza? Hamas è musulmano e palestinese. * Sulla violenza sessuale: Il documento presenta come certezza assoluta violenze sessuali di massa il 7 ottobre, citando Amnesty. Ma omette che lo stesso rapporto Amnesty non parla di certezza assoluta, che Human Rights Watch non è riuscita a raccogliere “informazioni verificabili attraverso interviste con sopravvissute/testimoni di stupro” (e non c’è riuscita neanche Amnesty), che molte testimonianze iniziali furono smentite, che la Commissione ONU non riuscì a verificare indipendentemente. Nel frattempo, le violenze sessuali sistematiche documentate da B’Tselem e altre ONG contro donne palestinesi detenute da Israele non vengono mai menzionate. * Le conferenze che diventano complotti terroristici Un pattern ricorrente è la criminalizzazione di attività completamente legittime in una democrazia. Partecipare a conferenze della diaspora palestinese – come la Palestinian Conference in Europe a Malmö nel 2023 o le riunioni della Popular Conference of Palestinians Abroad – viene presentato come prova di appartenenza a rete terroristica.  Ma queste sono conferenze pubbliche. Se fossero riunioni di terroristi, la polizia svedese sarebbe intervenuta. Invece furono eventi aperti, con centinaia di partecipanti, copertura mediatica. I curdi hanno simili conferenze, con legami documentati al PKK (designato terrorista da UE e Turchia). I tibetani si riuniscono regolarmente con legami al governo in esilio e al Dalai Lama. Nessuno viene arrestato per parteciparvi perché è diritto delle diaspore organizzarsi politicamente.  Ma quando palestinesi si riuniscono per discutere di diritto al ritorno, solidarietà, resistenza all’occupazione – attività politica legittima anche se controversa – il documento lo presenta come “prova” di cospirazione terroristica. Allo stesso modo, il fatto che Infopal (sito di informazione definito dal documento “organo dell’ABSPP”) pubblichi interviste a leader di Hamas viene criminalizzato. Ma BBC, Al Jazeera, CNN, New York Times intervistano regolarmente leader di Hamas. Pubblicare un’intervista non è endorsement: è giornalismo.  Esprimere l’opinione che “Hamas non dovrebbe disarmarsi senza accordo politico” viene presentato come prova di terrorismo. Ma è un’opinione politica legittima, condivisa da molti analisti anche occidentali che ritengono che disarmare unilateralmente Hamas creerebbe instabilità e vuoto di potere. Alessandro Orsini, professore universitario citato nel documento, disse: “Il problema non è il disarmo di Hamas ma il disarmo di Israele”. È un’opinione discutibile, provocatoria, ma è un’opinione – non un reato. La Holy Land Foundation: l’omissione del dissenso Il documento cita la condanna della Holy Land Foundation negli Stati Uniti (2008) come “conferma” che il modello “charity pro-Palestina = fronte terroristico” è valido. Ma omette fatti cruciali. Il primo processo (2007) finì con una giuria incapace di raggiungere un verdetto. Questo è estremamente significativo: nemmeno con gli standard probatori USA (più bassi che in Europa), le prove convinsero tutti i giurati. Il secondo processo portò a condanne, ma fu altamente controverso. ACLU denunciò l’uso di “testimoni anonimi” e “prove segrete” israeliane. Esperti di diritti civili criticarono il processo come politicizzato, parte della retorica post-11 settembre che equiparava aiuto umanitario a terrorismo.  Le condanne si basarono sulla legge del “supporto materiale al terrorismo” – così ampia che criminalizza qualsiasi supporto (incluso aiuto umanitario legittimo) a organizzazioni designate. Fornire coperte a rifugiati in un campo gestito da entità designata può essere “supporto materiale”.   L’ONU e organizzazioni per diritti umani hanno criticato questa legge perché criminalizza gli aiuti umanitari. Ma il documento la cita come se fosse prova universale che charities pro-Palestina = terrorismo, ignorando che sentenze USA non sono precedenti vincolanti per l’Italia e che il contesto giuridico è completamente diverso. La logica dell’infalsificabilità   Uno dei vizi più profondi del documento è la costruzione di una logica infalsificabile. Quando Hamas fa dichiarazioni estreme = prova di terrorismo. Quando Hamas fa dichiarazioni moderate = tattica ingannevole, quindi prova di terrorismo. Quando Hamas partecipa alla politica = per infiltrare e sovvertire, quindi terrorismo. Quando Hamas fornisce servizi sociali = per proselitismo e reclutamento, quindi terrorismo. Quando Hamas vince elezioni democratiche = per legittimare terrorismo, quindi terrorismo.  Non c’è nulla che Hamas possa fare o dire che non venga interpretato come conferma della tesi. Ogni azione conferma, nessuna può smentire. Questo è il contrario del metodo scientifico e giuridico: una tesi infalsificabile non è una tesi dimostrata, è un dogma. La stessa logica viene applicata a chiunque supporti la causa palestinese. Se doni soldi per ospedali = finanzi terrorismo. Se partecipi a conferenze = complotti terroristici. Se pubblichi interviste = propaganda terroristica. Se esprimi opinioni critiche verso Israele = sostegno a terrorismo. Questa logica trasforma milioni di persone – che supportano i diritti palestinesi, criticano l’occupazione, donano a charities, partecipano a manifestazioni – in potenziali terroristi. Non è giustizia: è criminalizzazione del dissenso. Orientalismo giudiziario Pervade l’intero documento un orientalismo che non è sottotesto ma metodo esplicito. La terminologia islamica viene presentata come intrinsecamente sinistra: “Shura” (consultazione) = prova di fondamentalismo, anche se è semplicemente la parola araba per “consiglio consultivo”. Democrazie occidentali usano termini religiosi ovunque (Senato = consiglio anziani, Parlamento = parlare, etimologie cristiane abbondano) ma nessuno le considera teocrazie. “Zakat” (elemosina islamica) e “Hafiz” (memorizzatore del Corano) vengono citati come se fossero attività sovversive, quando sono pratiche religiose normali quanto un prete che chiede offerte o un rabbino che insegna Torah. L’equazione studente musulmano = talebano, Hamas = ISIS = Al-Qaeda = Fratelli Musulmani = qualsiasi movimento islamico rivela la logica: per il documento, tutte le distinzioni interne all’Islam politico sono irrilevanti. Sono tutti intercambiabili, tutti jihadisti, tutti terroristi. Questo orientalismo non è un errore culturale: è funzionale all’obiettivo di criminalizzare qualsiasi forma di attivismo musulmano pro-Palestina. Se ogni musulmano che si organizza politicamente è potenzialmente un terrorista, allora la sorveglianza totale è giustificata, la criminalizzazione preventiva è necessaria, i diritti possono essere sospesi. Conclusione: Oltre le 300 pagine   Abbiamo analizzato solo le prime sessanta pagine di un documento di oltre 300. In queste prime sessanta pagine abbiamo documentato: * Una falsificazione storica clamorosa (Bangladesh) * Un’omissione gravissima che cambia l’intera narrativa del 7 ottobre (Hannibal Directive) * Un’attribuzione falsa di un attacco ISIS a Hamas (Sydney) * Una riscrittura completa delle elezioni 2006 * L’omissione delle origini sioniste di uno slogan presentato come genocidario palestinese * L’accettazione acritica di “prove” fornite dalla parte in causa (Israele) * L’omissione sistematica di assoluzioni giudiziarie (Interpal) * L’omissione di controversie processuali (Holy Land Foundation) * Doppi standard applicati a ogni singola questione * Criminalizzazione di attività politiche legittime * Costruzione di logica infalsificabile * Orientalismo come metodo Se questa è la qualità delle prime sessanta pagine, cosa possiamo aspettarci dalle altre 240?  Ma il problema va oltre questo specifico documento. Questo non è un caso isolato di cattiva giustizia: è parte di un pattern europeo di criminalizzazione della solidarietà palestinese sotto il pretesto della lotta al terrorismo. Quando la Francia arresta attivisti per “apologia del terrorismo” perché hanno manifestato per Gaza. Quando la Germania vieta conferenze palestinesi. Quando il Regno Unito banna Hamas nella sua interezza (2021) sotto pressione politica. Quando l’Italia arresta Hannoun o prova a espellere Mohamed Shahin. Questo documento non è solo un’ordinanza giudiziaria difettosa. È un sintomo di come la “guerra al terrorismo” si sia trasformata in guerra alla solidarietà, di come l’antiterrorismo sia diventato strumento per silenziare il dissenso, di come la giustizia possa essere piegata a servire agende politiche.   Quando studenti bengalesi che rovesciano dittature diventano talebani, quando vittime di fuoco amico scompaiono dai documenti, quando attacchi ISIS vengono attribuiti a Hamas, quando partecipare a conferenze diventa cospirazione terroristica, quando aiutare rifugiati diventa crimine, non siamo più nell’ambito della giustizia. Siamo nell’ambito della propaganda vestita da diritto, del potere che si maschera da verità, della repressione che si spaccia per protezione.E questo dovrebbe preoccupare non solo chi ha a cuore la causa palestinese, ma chiunque abbia a cuore la democrazia, lo stato di diritto, e il diritto a dissentire senza finire in carcere. *Tahar Lamri (Algeri, 1958) è uno scrittore algerino. Con la specializzazione in Rapporti internazionali ha lavorato come traduttore presso il consolato di Francia a Bengasi, si è poi spostato in Francia ed è in Italia dal 1986. Naturalizzato italiano, vive a Ravenna.
COMUNICATO DI DOCENTI PER GAZA SULLA PARTECIPAZIONE DELLE SCUOLE AL WEBINAR CON FRANCESCA ALBANESE
* Nei  giorni 4, 9 e 10 dicembre 2025, la Relatrice speciale ONU per il Territorio palestinese occupato Francesca Albanese ha incontrato numerose scuole (un totale stimato di quasi 12 mila studentesse e studenti) per presentare il suo libro Quando il mondo dorme. Storie, parole, ferite della Palestina, e attraverso di esso presentare le storie di persone comuni – rifugiati, attivisti, intellettuali, bambini – che hanno in qualche modo segnato il suo personale cammino professionale e soprattutto umano. Si spiega da sé, visto il suo ruolo nella difesa dei diritti umani, il grande valore didattico che l’incontro con la Relatrice ha avuto: alle classi, infatti, è stato possibile spiegare quanto sta avvenendo nei Territori Occupati e a Gaza dal punto di vista del diritto internazionale. La presentazione del suo libro, infatti, ci è sembrata il modo migliore per introdurre una riflessione sui diritti umani nelle classi, tema centrale nella didattica trasversale di Educazione civica. Quando il mondo dormeè un libro testimonianza in cui le parola viene data, tra gli altri, proprio a ragazzi e ragazze palestinesi, che ci spiegano cosa significhi vivere sotto occupazione e sotto i bombardamenti. Il titolo stesso rimanda all’indifferenza del mondo, soprattutto occidentale, che girandosi dall’altra parte, non tende la mano a chi è vittima della violenza di uno dei più forti eserciti al mondo. Pertanto, l’incontro di Albanese con le classi non può ritenersi strumentale a nessuna propaganda e a nessuna ideologia, come invece è stato descritto da alcuni esponenti politici, ma è funzionale all’acquisizione di informazioni e conoscenze riguardo fatti di attualità e allo sviluppo di quello spirito critico che la didattica per competenze tanto decantata ha come obiettivo.1L’incontro, perciò, si inscrive perfettamente nella progettazione didattica delle nostre scuole, rispettando la richiesta di sviluppo delle competenze indicate dalle Indicazioni Nazionali 2012.Ci chiediamo a questo punto se chi segnala e chi accoglie le segnalazioni sia a conoscenza delle prassi condivise di progettazione didattica, della continuità didattica territoriale e dell’articolo 33 della Costituzione. Come docenti siamo consapevoli di questo rischio, siamo preoccupati per il futuro delle nostre alunne e alunni e siamo determinati a difendere i principi costituzionali oggi sotto attacco, a costruire una società dove non ci sia spazio per discriminazioni e colonialismo.Dunque, condanniamo ogni strumentalizzazione ed esprimiamo solidarietà nei confronti di colleghe e colleghi che hanno fortemente creduto in un incontro di tale spessore didattico, i cui temi sono proprio l’educazione alla pace, al dialogo e alla giustizia, oltre che al rispetto dei diritti umani e che per questo rischiano sanzioni disciplinari ingiustificate.Esprimiamo solidarietà a Francesca Albanese, nuovamente sotto attacco per il suo lavoro. 1. Le Raccomandazioni del Consiglio Europeo per l’apprendimento permanente definiscono un insieme di competenze essenziali che tutte le persone dovrebbero sviluppare e per l’acquisizione delle quali la scuola è chiamata a operare. Nel quadro delle competenze rientra quella in materia di cittadinanza che comprende la conoscenza dei valori democratici, dei diritti e dei doveri civici; l’abilità di partecipare attivamente alla vita collettiva e alle dinamiche sociali; l’adozione di comportamenti responsabili e inclusivi in una società democratica. ↩︎ 12 Dicembre 2025 * Infine, esprimiamo solidarietà a tutto il corpo studentesco coinvolto, sulla cui pelle viene di nuovo fatta propaganda politica e il cui diritto a un’educazione autentica viene nuovamente messo in discussione da una politica che pensa alle nuove generazioni come nuove leve da arruolare nelle guerre che verranno/vorranno. * Esprimiamo solidarietà anche nei confronti dei/delle dirigenti, che sono il primo bersaglio di questo clima di censura. * Dalla nascita della nostra rete nazionale, abbiamo raccolto varie segnalazioni di docenti preoccupati del clima di censura. Questo ennesimo e ultimo caso ci mostra quello che ci aspetta se il DDL Gasparri o il DDL Delrio dovessero diventare legge. * Ci chiediamo, inoltre, come sia possibile invocare il contraddittorio davanti a chi rappresenta con carica ufficiale il Diritto internazionale, e se anche in Italia stiamo assistendo alla programmatica demolizione dei principi fondanti del Diritto umanitario. * Riteniamo che un’iniziativa come questa sia stata demonizzata da una certa parte politica che intende esercitare una censura non solo ideologica, ma di fatto applicabile a qualsiasi ambito della società civile a partire dalla Scuola e dall’Università. Infatti non è la prima volta che noi Docenti per Gaza siamo testimoni, quando non oggetto, di ingerenze e intimidazioni che si declinano con segnalazioni persino anonime agli Uffici scolastici regionali. * Come segnalato dalla scheda progetto presente sul nostro sito e condivisa con il corpo docente interessato, l’incontro si proponeva di raggiungere obiettivi quali la promozione della conoscenza della cultura e della storia palestinese, superando stereotipi e pregiudizi, stimolare e valorizzare la lettura, come valido strumento di autonarrazione e testimonianza, favorire il dialogo interculturale e la cittadinanza attiva, creando uno spazio di confronto aperto e costruttivo su temi fondamentali come i diritti umani, la decolonizzazione del pensiero occidentale, il razzismo, la resistenza culturale, la solidarietà, promuovendo il rispetto per le diversità e stimolando l’impegno civico su temi di rilevanza globale.  * Sulla scia del suo primo webinar del marzo 2025, reperibile sul nostro sito https://www.docentipergaza.it/, che ha riscosso grande successo, e su richiesta di numerosi docenti, abbiamo pensato di riproporre una nuova serie di incontri da remoto nell’ambito del nostro progetto “Palestina racconta”.  Francesca Albanese Francesca Albanese, i genitori degli studenti dell'istituto Mattei di San Lazzaro con la prof che ha promosso il webinar: «Aprite i ragazzi al mondo, ve lo impone la Costituzione»  Dopo le lamentele di alcuni genitori, il ministro Valditara ha annunciato un'ispezione. Ora la lettera in difesa della docente con oltre cento firmatari di Adriano Arati https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/25_dicembre_19/francesca-albanese-i-genitori-degli-studenti-dell-istituto-mattei-di-san-lazzaro-con-la-prof-che-ha-promosso-il-webinar-aprite-i-b045f97b-7224-4e00-aa56-be7392344xlk.shtml Gli studenti e le famiglie dell’istituto Mattei di San Lazzaro di Savena si schierano con la docente che una settimana fa ha fatto partecipare una quinta superiore della scuola all’incontro online con Francesca Albanese. Da allora, la decisione della docente è al centro delle discussioni, e il ministro dell’Istruzione Valditara ha annunciato l’invio di ispettori al Mattei.  La questione era esplosa a causa delle lamentele di alcuni genitori, che accusavano l’istituto di non aver informato in precedenza sull’iniziativa. La lettera dei genitori   L’insegnante ha ricevuto la solidarietà dei colleghi di scuola e dei ragazzi della classe coinvolta, tutti maggiorenni. In seguito si sono aggiunti i docenti di altre superiori bolognesi, i licei Minghetti e Copernico. E ora si torna al Mattei, con le prese di posizioni di numerosi genitori di figli iscritti all’istituto di San Lazzaro e del gruppo studentesco del Collettivo Mattei.  A oggi, oltre un centinaio di mamme e papà di alunni del Mattei hanno firmato una lettera aperta di vicinanza agli insegnanti, che anche altri potranno sottoscrivere. La scuola, ricordano, «si occupa del mondo a 360 gradi. Noi affidiamo alla scuola le nostre figlie e i nostri figli riconoscendo alla scuola stessa il ruolo fondamentale di cerniera fra la famiglia e il mondo circostante». L'intervento del collettivo Mattei   Per loro la scuola è uno strumento contro l’indifferenza, che non «debba tradire il suo carattere costitutivo di comunità aperta. La scuola non può presentarsi come una fortezza monocratica e gerarchica, identica a sé, chiusa, difesa contro il mondo che le gira attorno». A questo, concludono, «diciamo un “No”, fermo, e con convinzione invece diciamo alle docenti e ai docenti: “Aprite i ragazzi al mondo!”, perché questo è, e deve continuare a essere, il vostro compito. Quello che la Costituzione vi impone». Molto più secco l’intervento del collettivo Mattei: «Perché dobbiamo considerare un webinar, svolto a livello nazionale e aperto a tutti, con la relatrice dell'Onu, come un gesto "troppo politico"? Eppure Francesca Albanese è una figura pubblica, autorevole e apartitica», sostengono gli studenti. Come testimoniato «dagli stessi studenti che hanno partecipato in prima persona al Webinar, la relatrice dell'Onu si è astenuta dall'esprimere la sua opinione personale».  Per il Collettivo Mattei, definire l’intervento dell’Albanese «come possibile indottrinamento politico» è un’offesa alla capacità di giudicare dei partecipanti: «stiamo andando a svalutare le capacità degli studenti stessi di recepire la realtà che li circonda: ascoltare qualcuno che tratta di questioni non condivise, non significa automaticamente obbligarlo a pensare in un determinato modo, anzi».  
Docenti per Gaza: Decolonizzare la conoscenza
Prima iniziativa pubblica del nodo regionale della rete nazionale Docenti per Gaza(https://www.docentipergaza.it/). Docenti per Gaza è una rete che, già da quasi 2 anni, supporta ostinatamente la lotta di bambinə, ragazzə e docenti palestinesi, in difesa del diritto-dovere all’insegnamento critico e consapevole. Una rete che denuncia, con grande determinazione, l’infame scolasticidio in atto lungo la Striscia di Gaza, una distruzione sistematica e ponderata di tutto il sistema educativo. Una distruzione che non passa solo dalle bombe e dallo sterminio di migliaia di vite umane, ma che, subdola, si insinua in tutti gli ambiti del sapere, manipolando la storia, distorcendo la realtà, condizionando l’opinione pubblica. Una vera e propria colonizzazione capillare della conoscenza che occorre combattere con tutti i mezzi a nostra disposizione, affinché i luoghi della formazione non si trasformino in laboratori della menzogna e della censura.L’occupazione israeliana nei libri scolastici italiani https://ilmanifesto.it/loccupazione-israeliana-nei-libri-scolastici-italiani  INSIEME AL CIRSIM, il Centro interdipartimentale di ricerca e servizi per gli Studi interculturali e sulle migrazioni dell’Università di Padova e all’Associazione Eguaglianza e Solidarietà, Docenti per Gaza ha dato mandato all’avvocato Dario Rossi di preparare formale richiesta di rettifica per le case editrici. Dice il professor Alessio Surian, direttore del Cirsim, che comprende tre dipartimenti dell’Università di Padova.E’ davvero difficile ritenere che si tratti di errori. «Il Medio Oriente è vittima di eurocentrismo e di una visione coloniale – continua Surian – Il monitoraggio è necessario per verificare quanto razzismo e colonialismo siano ancora presenti nelle nostre istituzioni scolastiche. Potrebbero sembrare delle sviste ma in realtà è su questo che si costruisce un genocidio». In materia di libertà di insegnamento, di crescente militarizzazione di scuole e università, si discuterà mercoledì 10 dicembre alle ore 18 in aula SSP5 (cubo 1/A), Università della Calabria (Rende, Cosenza), assieme a docenti, studenti, formatori e attivisti. Interverranno Giuseppe Bornino (referente regionale Docenti per Gaza – Calabria), Antonia Esposito (Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole), Alessia Roberto (studentessa Unical), Munira El Najar (educatrice che opera lungo la Striscia di Gaza), Antonino Campennì (docente Unical) e Alessandra Mancuso (Docenti per Gaza – Calabria). Un appuntamento importante per escogitare, tuttə insieme, buone strategie per esercitare liberamente il dissenso e fornire una narrazione non falsata del genocidio, ancora in atto, in quel di Gaza Prossimamente al Circolo ARCI Boncinelli di Firenze:     A Firenze
Il potere di Israele
L’AJC Transatlantic Institute è l’ufficio europeo con sede a Bruxelles dell’American Jewish Committee (AJC). Benedetta Buttiglione, figlia dello storico esponente democristiano, ne è l’attuale direttrice di Gaetano Colonna https://www.sinistrainrete.info/politica/30995-gaetano-colonna-il-potere-di-israele.html 13/8/25 La domanda, che dovrebbe sorgere spontanea, assistendo a quello che avviene nella Striscia di Gaza da molti mesi, è per quale ragione le autorità politiche dei Paesi europei non intervengano in maniera ferma nei confronti della politica di eliminazione fisica dei Palestinesi adottata con ogni evidenza dallo Stato di Israele: nonostante il fatto che quegli stessi Paesi, nelle loro ben costruite costituzioni, abbiamo scolpito nero su bianco i più alti principi umanitari Gruppi di pressione di Israele in Europa   La risposta a questa domanda, che il cosiddetto uomo della strada si pone ogni giorno ascoltando i telegiornali, ma che assai pochi politici e giornalisti osano formulare pubblicamente, è in realtà molto semplice. Basta approfondire quanto lo Stato di Israele è riuscito a costruire in decenni di abile strategia politica anche in Europa, sviluppando le fruttuose strategie già da tempo messe in atto in Gran Bretagna prima e poi negli Stati Uniti d’America.  Ci riferiamo alla creazione di quei gruppi di pressione, che nel mondo anglosassone sono chiamati lobby, il cui scopo, apertamente dichiarato e consentito dalla legge, è di esercitare un’influenza sulle istituzioni delle democrazie parlamentari occidentali, attraverso l’indottrinamento dei cosiddetti rappresentanti del popolo.   L’efficacia dell’influenza di queste lobby, da tempo riconosciuta dalla storiografia anglosassone per quanto riguarda il mondo britannico e statunitense, è ora altrettanto ben funzionante in Europa.  Una delle principali lobby che sostengono la politica dello Stato di Israele,   particolarmente attiva nell’ambito delle istituzioni dell’Unione Europea, è lo Transatlantic AJC Institute(TAI), dipendente, anche finanziariamente, dalla più autorevole fra le lobby ebraiche statunitensi, lo storico American Jewish Committee (AJC).  Il lettore non deve pensare a nulla di complottistico, in quanto il TAI è ufficialmente iscritto nel registro delle lobby di Bruxelles, e dispone di discrete disponibilità economiche che si aggirano intorno ai 700mila euro annui. Come accennato, queste risorse dovrebbero provenire dallo AJC, che ha messo a disposizione in un anno 3,5 mln di dollari per attività di questo tipo in Europa, raggiungendo complessivamente, a partire dal 2005, anno di apertura dell’ufficio di Bruxelles, i 47 mln di dollari: cifra realistica questa, tenendo presente che lo AJC dispone, oltre ad un patrimonio di 250 mln di dollari, di entrate annue per 80 mln di dollari annui, provenienti da fondi donati da esponenti del mondo ebraico americano e internazionale.  Così si presenta il TAI nel suo sito web:  «L’AJC Transatlantic Institute è l’ufficio europeo con sede a Bruxelles dell’American Jewish Committee (AJC), organizzazione apartitica fondata nel 1906. La missione dell’AJC è migliorare il benessere del popolo ebraico e di Israele e promuovere i diritti umani e i valori democratici negli Stati Uniti, in Europa e nel mondo». L’italiana Benedetta Buttiglione, figlia dello storico esponente democristiano Rocco Buttiglione, è l’attuale direttrice dell’AJC Transatlantic Institute, «dove guida iniziative – recita il sito di TAI – volte a rafforzare la sicurezza di Israele, combattere l’antisemitismo in Europa e consolidare la cooperazione transatlantica. Con sede a Bruxelles dal 2006, Benedetta ha ricoperto ruoli di leadership presso l’AJC ed il Parlamento europeo, dove si è specializzata nelle relazioni tra l’UE e Israele, svolgendo un ruolo chiave nel promuovere la cooperazione su questioni politiche, di sicurezza ed economiche tra l’UE e Israele». Presidente dell’istituzione è invece Michael Tichnor, affermato immobiliarista di Boston, il quale, sempre nelle parole del TAI, «vanta una lunga esperienza ventennale nella leadership all’interno dell’AJC. Dal 2022 al 2025 è stato presidente nazionale dell’AJC. Tichnor ha servito l’AJC a livello nazionale nel Consiglio dei Governatori, nel Consiglio Esecutivo come Presidente degli Uffici Regionali, Presidente dello Sviluppo della Leadership e Presidente della Task Force di Valutazione Strategica, per preparare l’AJC alla transizione del suo amministratore delegato nell’ottobre 2022. Recentemente ha fatto parte del Comitato di Successione. Tichnor ha iniziato la sua collaborazione con l’AJC ricoprendo il ruolo di Presidente Regionale dell’AJC per il New England e ha continuato come membro del suo comitato direttivo». Parlamentari italiani nel TAI  Attuamente il TAI vanta l’adesione di ben 148 parlamentari, denominati più precisamente Transatlantic Friends of Israel: di questi, una nutrita schiera è espressa dall’Italia, con 33 autorevoli presenze. Ne riportiamo nominativo e principali ruoli svolti, non certo perché vi sia nulla di strano nel voler sostenere la politica dello Stato di Israele in Europa ed in Italia, ma semplicemente perché coloro che hanno votato questi politici hanno l’ovvio diritto di conoscerne l’orientamento anche nella politica internazionale. * sen. Marco Scurria, (Fratelli d’Italia), presidente della sezione italiana di TAI, segretario della Commissione Affari Europei del Senato della Repubblica. * on. Deborah Bergamini (Forza Italia), vice-presidente della sezione italiana di TAI, membro della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. * on. Lorenzo Cesa (Noi Moderati), vice-presidente della sezione italiana di TAI, segretario dell’Unione di Centro, presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO. * on. Nicola Carè (Partito Democratico), vice-presidente della sezione italiana di TAI, membro della Commissione Difesa della Camera dei Deputati. * on. Simonetta Matone (Lega Nord), vice-presidente della sezione italiana di TAI, membro della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. * sen. Paola Ambrogio (Fratelli d’Italia), segretaria della Commissione Bilancio del Senato. * on. Davide Bellomo (Lega Nord), membro della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. * sen. Gianni Berrino (Fratelli d’Italia). * sen. Massimo Berutti (Forza Italia) dal 2018 al 2022, membro emerito di TAI. * sen. Paola Binetti (Forza Italia) dal 2018 al 2022, membro emerito di TAI. * on. Elena Bonetti (Azione-Italia Viva), membro della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati. * sen. Francesco Bruzzone (Lega Nord) dal 2018 al 2022, membro emerito di TAI. * on. Augusto Curti (Partito Democratico), segretario della Commissione Parlamentare di Vigilanza sull’Anagrafe Fiscale. * on. Salvatore De Meo (PPE), presidente della delegazione del Parlamento Europeo all’assemblea parlamentare della NATO. * sen. Antonio De Poli (UDC), questore del Senato. * on. Mauro Del Barba (Azione-Italia Viva), segretario della Commissione Finanze della Camera dei Deputati. * on. Andrea Di Giuseppe (Fratelli d’Italia), membro della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati. * on. Marco Di Maio (Partito Democratico) dal 2018 al 2022, membro emerito di TAI. * on. Piero Fassino (Partito Democratico), vice-presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati. * on. Elisabetta Gardini (Fratelli d’Italia), membro della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati. * on. Paolo Formentini (Lega Nord), vice-presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati. * on. Stefano Graziano (Partito Democratico), membro della Commissione Difesa della Camera dei Deputati. * on. Naike Gruppioni (Azione-Italia Viva), membro della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati. * sen. Lucio Malan (Fratelli d’Italia), membro della Commissione Affari Esteri del Senato. * on. Andrea Orsini (Forza Italia), membro emerito di TAI, membro della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati, vice-presidente della Delegazione italiana presso l’Assembea Parlamentare della NATO. * sen. Cinzia Pellegrino (Fratelli d’Italia), mebro della Commissione Politiche Europee del Senato. * on. Pina Picierno (Social-Democratici), vice-presidente del Parlamento Europeo. * sen. Gaetano Quagliariello (Identità e Azione) dal 2018 al 2022, membro emerito di TAI. * on. Luisa Regimenti (PPE) dal 2019 al 2023, membro emerito di TAI. * on. Ettore Rosato (Azione-Italia Viva), segretario della Commissione Sicurezza della Repubblica della Camera dei Deputati, poi della Commissione Difesa, quindi membro della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati. * on. Giafranco Rotondi (Forza Italia), vice-presidente Commissione Politiche Europee della Camera dei Deputati. * sen. Antonio Saccone (Forza Italia), membro emerito di TAI. * sen. Giuliomaria Terzi di Sant’Agata (Fratelli d’Italia), presidente della Commissione Politiche Europee del Senato; in precedenza vice-segretario generale del Ministero degli Esteri, ambasciatore in Israele dal 2002 al 2004, ambasciatore negli Usa dal 2009 al 2011, ministro degli Esteri della Repubblica Italiana dal 2011 al 2013. È il caso di osservare alcuni aspetti significativi di questo elenco: in primo luogo, la composizione trasversale agli schieramenti di partito dei politici che hanno sposato la causa di Israele; secondo, la loro nutrita presenza nelle commissioni parlamentari che afferiscono proprio ai temi della politica estera della Repubblica Italiana, inclusi gli affari europei; terzo, la permanenza nella lobby filo-israeliana anche dopo la conclusione dei loro mandati. L’azione di una lobby filo-israeliana   Quale attività svolga una lobby di questo tipo, lo si può facilmente ricavare dalle notizie che lo stesso TAI pubblica sul proprio sito web. Ne riportiamo i più significativi.  In occasione della presentazione dei Transatlantic Friends of Israel al Parlamento Europeo, avvenuta nel luglio 2009, Daniel Schwammenthal, direttore dello AJC Transatlantic Institute e segretario generale del TFI, ha dichiarato: «La brutale guerra della Russia contro l’Ucraina e la persistente minaccia rappresentata dal principale alleato della Russia, l’Iran, sono un chiaro promemoria dell’importanza fondamentale di alleanze solide tra le democrazie occidentali. Lavorando a stretto contatto con Israele e beneficiando della sua preziosa esperienza e delle sue capacità, possiamo rafforzare la sicurezza dell’intera comunità transatlantica e oltre (…) Con i suoi servizi di sicurezza di livello mondiale, il settore high-tech all’avanguardia e la fiorente economia basata sulla conoscenza, l’Europa e gli Stati Uniti non potrebbero avere un partner migliore per affrontare le sfide odierne».  Gli faceva eco a questo punto il sen. Scurria:  «Siamo qui oggi per ribadire che i nostri valori fondamentali, la libertà e la democrazia, rappresentano le fondamenta della nostra lunga amicizia con Israele, l’unica democrazia liberale in Medio Oriente. Abbiamo riunito in modo straordinario parlamentari dei partiti di governo e di opposizione in un momento di gravi crisi internazionali, dall’aggressione della Russia contro l’Ucraina ai rinnovati attacchi contro Israele da parte di gruppi terroristici e del centro del terrorismo internazionale, l’Iran. Di fronte a queste minacce, dobbiamo rafforzare i nostri legami naturali tra le democrazie occidentali, qui rappresentate dagli Stati Uniti, dal Canada, dall’Unione Europea e, ovviamente, da Israele». Su questa base ideologico-politica condivisa, è quindi proseguita l’attività pubblica dei TFI.   «Roma, 31 maggio 2023, La Transatlantic Friends of Israel (TFI), rete interparlamentare e apartitica guidata dall’American Jewish Committee (AJC), ha lanciato la sua sezione italiana per rafforzare i legami tra l’Europa, e in particolare l’Italia, gli Stati Uniti, il Canada e Israele. Il presidente di TFI Italia, il senatore Marco Scurria, ha annunciato il lancio presso il Senato italiano con il sostegno di 16 parlamentari di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati e Partito Democratico.  Alla conferenza stampa e al ricevimento che è seguito hanno partecipato oltre 100 persone, tra cui decine di diplomatici, tra cui l’ambasciatore israeliano Alon Bar, il chargé d’affaires statunitense, Shawn Crowley, l’ambasciatore marocchino Youssef Balla e l’ambasciatore del Bahrein, Dr. Naser M.Y. Al Belooshi, nonché membri del Senato e della Camera dei Deputati italiani, funzionari governativi, giornalisti, leader della società civile e membri di spicco della comunità ebraica italiana».  «Roma, 28 febbraio 2024. Il Transatlantic Friends of Israel (TFI) Sezione Italia, un progetto dell’AJC che riunisce parlamentari di diversi schieramenti politici, e l’Ambasciata di Israele a Roma hanno organizzato una tavola rotonda al Senato italiano per celebrare i 75 anni di relazioni diplomatiche tra Roma e Gerusalemme. La tavola rotonda, moderata da Benedetta Buttiglione, vicedirettrice dell’AJC Transatlantic Institute, ha visto la partecipazione di parlamentari TFI provenienti da cinque partiti politici: il senatore Lucio Malan, presidente del gruppo Fratelli d’Italia al Senato, il senatore Marco Scurria (Fratelli d’Italia), presidente della sezione italiana del TFI, la senatrice Mariastella Gelmini (Azione), ex ministro per gli Affari regionali e le Autonomie e vicepresidente del TFI Italia, il senatore Giulio Maria Terzi di Sant’Agata (Fratelli d’Italia), ex ministro degli Affari esteri, senatrice Stefania Craxi (Forza Italia), on. Enrico Borghi (Italia Viva), on. Piero Fassino (Partito Democratico), on. Paolo Formentini (Lega Nord), ex ministro della Giustizia, e on. Andrea Orsini (Forza Italia). H.E. Alon Bar, ambasciatore israeliano in Italia, ha completato il panel». Mentre dunque lo Stato di Israele aveva già provocato alcune decine di migliaia di vittime civili nella Striscia di Gaza, un discreto numero di autorevoli eletti dei nostri organi parlamentari ritenevano opportuno celebrare gli storici legami dello Stato italiano con lo Stato d’Israele.  A tale nutrita rappresentanza filo-israeliana di uomini politici nostrani nelle istituzioni della Repubblica e del Parlamento Europeo non possiamo non aggiungere almeno altri due personaggi di spicco: uno è l’europarlamentare Fulvio Martusciello (Forza Italia), che non ha mai nascosto la proprie simpatie per lo Stato ebraico, mantenendo per quasi dieci anni la presidenza del Comitato del Parlamento Europeo per i rapporti con Israele. Anch’egli uno dei Transatlantic Friends of Israel, non si peritò nel 2014 di assumere come proprio collaboratore Nuno Whanon Martins, all’epoca lobbista di spicco di un’altra importante organizzazione che difende la politica di Israele in Europa, lo European Jewish Congress: Martins è stato poi coinvolto quest’anno, con alcuni europarlamentari, in un’accusa di corruzione per pressioni considerate illegali a favore di un’azienda big-tech extra-europea. Il 18 giugno 2024, Martusciello è stato confermato all’unanimità capo-delegazione di Forza Italia al Parlamento Europeo, avendo riportato nelle elezioni europee di quell’anno oltre 100mila preferenze, secondo solo ad Antonio Tajani. Un esempio di rilievo: Tajani   Proprio di Tajani, attuale ministro degli Esteri della Repubblica, non è possibile tacere qui i rilevanti meriti filo-israeliani.   Secondo uno studio di un gruppo di ricercatori dell’Università di Bath, Antonio Tajani figurava infatti già nel dicembre 2007 nel direttivo di un’altra lobby filo-israeliana, la European Friends of Israel (EFI), gruppo di pressione costituito nel settembre 2006, con l’obiettivo di «migliorare le relazioni complessive tra l’Unione Europea e Israele».  Si trattava in questo caso di un’affiliata alla Federazione Sionista del Regno Unito, che nel 2012 sosteneva di essere «uno dei più grandi gruppi parlamentari paneuropei del suo genere», contando 1.000 membri o ex-membri del parlamento europeo. Mostrandosi forse troppo direttamente dipendente dallo Stato di Israele, l’EFI sembra aver adottato un profilo pubblico assai più basso, almeno a partire dal 2015, dato che il suo ultimo tweet risale all’11 settembre 2015.  L’attuale ministro degli esteri italiano, vice-presidente della Commissione Europea dal 2008, ha svolto un ruolo assai attivo in particolare nel collegare le industrie europee a quelle israeliane e viceversa, con implicazioni non solo ovviamente in ambito industriale, ma anche in quello militare e della ricerca scientifica.  Nel gennaio 2009 Tajani ha ad esempio partecipato a una conferenza sull’esplorazione spaziale a Tel Aviv, non preoccupandosi di quanto era avvenuto poco prima a Gaza, e anzi tenendo a sottolineare che Israele era un “partner prezioso” per lo sviluppo delle capacità di navigazione satellitare dell’Unione Europea.  Nel marzo 2010, un incontro formale di Avigdor Lieberman, allora ministro degli Esteri israeliano, con Tajani e altri rappresentanti dell’UE, era stato annullato con breve preavviso, dopo che Israele aveva espresso il proprio disappunto per i ritardi nell’attuazione di un nuovo accordo commerciale con l’Unione: Tajani aveva comunque intrattenuto Lieberman come suo ospite. Nel 2010 Antonio Tajani è stato riconfermato Commissario europeo con delega all’industria e all’imprenditorialità: della sua continuativa presenza ha sicuramente beneficiato lo Stato ebraico, dato che nel 2000 l’Europa importava beni da Israele per meno di 8 miliardi di euro, cifra che nel 2011 era più che raddoppiata, arrivando a 17,6 miliardi di euro. Sono stati in tal senso produttivi meeting come quello del 31 ottobre 2011, quando Tajani inaugurava il Go4Europe di Tel Aviv, iniziativa business che vedeva la presenza di numerose aziende ed esponenti politici euro-israeliani, come Yair Seroussi, presidente di Bank Hapoalim; Yossi Vardi, presidente di International Technologies; Henri Starkman, presidente e fondatore di Veolia Israel, l’azienda che ha costruito una linea tranviaria che collega gli insediamenti illegali dei coloni israeliani a Gerusalemme Est; Dan Meridor, vice-primo ministro e ministro dell’intelligence di Israele; Roger Cukierman e Yair Shamir, che dirigono Catalyst Investment L.P., un fondo di investimento israeliano focalizzato su progetti di innovazione tecnologica.  Nell’ottobre 2013, altra visita ufficiale in Israele in cui Tajani incontra esponenti del governo israeliano, come Yaakov Pery, ministro della scienza e tecnologia, e Naftaly Bennet, ministro dell’economia, portando con sé i rappresentanti di oltre 65 imprese e associazioni di imprese europee, tra cui l’italiana Finmeccanica, azienda come si sa produttrice di armamenti. Dopo aver incoraggiato Israele a prendere parte al progetto europeo Copernicus, relativa alla navigazione satellitare, le cui implicazioni militari sono ovvie, Tajani si compiace delle capacità tecnologiche israeliane perché esse «sono di ispirazione per l’Europa».   Del resto, Tajani è stato anche responsabile proprio del programma dell’UE per la “ricerca sulla sicurezza”, istituito per promuovere l’industria degli armamenti: Israele è il partecipante non europeo più attivo in questo programma, che fa parte del più ampio programma dell’UE per la ricerca scientifica. Parallelamente alla collaborazione con la UE, si sviluppava anche la fruttuosa collaborazione militare fra Italia e Israele, di cui clarissa.it si è documentatamente occupata da tempo, trasversale anch’essa a tutti i governi, almeno a partire dal patto di cooperazione militare tra Italia e Israele, siglato nel 2003, finalizzato «all’interscambio di materiali di armamento, alla formazione e all’addestramento del personale, alla ricerca e sviluppo in campo industriale».
I sudari, le pensionate e i digiuni: mille iniziative a fianco di Gaza
di Francesca Fornario Il Fatto Quotidiano, 28 giugno 2025 Dice che tanto non cambia niente. Se manifesti, se metti la bandiera alla finestra, se posti i video dei civili uccisi in fila per il pane. Ma il modo più sicuro per non cambiare niente è: non cambiare niente. Vivere come se niente fosse. Tanti sentono di dover fare qualcosa. E la fanno. Come Otto e Elise Hampel: operaio lui, sarta lei, marito e moglie nella Germania del 1940. Qualcosa andava fatta per fermare Hitler. Presero a scrivere centinaia di cartoline ogni notte e le disseminavano in giro per Berlino. Ogni giorno la Gestapo passava a rimuoverle e loro a rimetterle. Quelli della polizia nazista pensavano di avere a che fare con un partito clandestino. Invece erano solo loro due. Ogni giorno nel mondo si attivano milioni di persone comuni. Ci sono le iniziative organizzate - qui i sudari per Gaza, le manifestazioni, la campagna Stop Rearm - e c'è Giuliano Logos, che si pianta davanti al Quirinale a leggere uno dopo l'altro i nomi dei morti ammazzati a Gaza e va avanti per 24 ore. I portuali e i lavoratori della logistica che bloccano la partenza dei carichi di armi per Israele: a Livorno, a La Spezia a Montichiari, a Pisa. Le pensionate di Levanto, che quando hanno saputo che ai bambini feriti a Gaza e curati a Firenze mancava il mare li hanno invitati in vacanza. Alla stazione c'erano tutti, il sindaco, la bandiera palestinese sul pennone, i pasticceri, il pizzaiolo, gli abitanti in coda al negozio di giocattoli. C'è il sit in degli operatori dell'informazione per Gaza, collettivo di oltre 200 giornalisti che in piazza San Giovanni ha letto i nomi degli altrettanti colleghi uccisi a Gaza, più che nelle due guerre mondiali insieme e i cittadini che si segnano a turno per sorreggere la bandiera palestinese davanti a Montecitorio. A Venezia a turno si digiuna, un giorno a testa. Una protesta silenziosa che si è allargata. Ci si segna via email, digiunoperlapacevenezia@gmail.com e ogni giorno il sito Anbamed pubblica l'elenco. Oggi, tra gli altri, Felicia Arrigoni, cassiera. Alla cassa, mentre digiuna e batte il prezzo delle merendine e del salame, indosserà una spilla: "Oggi digiuno per i bambini di Gaza". Ci sono gli scaffali della Coop senza i prodotti israeliani e con la Gaza Cola, le farmacie comunali di Sesto Fiorentino senza più farmaci israeliani: iniziative frutto della campagna Bds, che punta a ridurre le entrate fiscali con le quali Israele finanzia la pulizia etnica. Chi aderisce scarica le app come NoThanks! e Boycat e scannerizza il codice a barre dei prodotti. Gli iscritti Anpi, sezione Trullo, borgata romana mangiata dalla periferia, il giovedì non usano il bancomat perché pure le banche investono in armi. Marcella Brancaforte, insegnante, ogni sera da un anno, Internet permettendo, si collega con Halazzan Selmi, giornalista a Gaza. Lui racconta, lei disegna. Ne è nato un libro a sei mani con Raffaele Oriani, il giornalista che ha lasciato Repubblica per il modo in cui il giornale minimizzava il genocidio. Gli artisti palermitani che sabato 6 venderanno le loro opere e Colapesce e Di Martino andranno a cantare. I gruppi di preghiera nelle parrocchie e lo psichiatra che fa sedute gratuite di terapia di gruppo per affrontare il trauma di chi si mobilita diffondendo i video da Gaza. La Gestapo ci mise due armi a trovare Otto e Elise. Lui dichiarò che era felice di aver protestato contro il Terzo Reich. Vennero ghigliottinati, l'operaio e la sarta, come i Re di Francia. Non avevano cambiato niente? Il mondo si cambia una persona alla volta. Lo scrittore egiziano ElAkkad, quando hanno cominciato a piovere le bombe su Gaza, ha scritto un tweet: "Un giorno tutti diranno di essere sempre stati contro". Quel giorno alcuni lo saranno stati davvero, ai figli diranno di aver fatto quello che potevano. Questo cambia.
Addio Ali Rashid, il coraggio gentile della lotta
Addio Ali Rashid, il coraggio gentile della lotta | il manifesto L'addio Lutto per la sinistra italiana e per il popolo palestinese. L'ultimo saluto venerdì 16 maggio a Orvieto Tommaso di Francesco È morto Ali Rashid. Era nato nel 1953 ad Amman primo rifugio dalla Palestina di una famiglia di Gerusalemme costretta addirittura a cambiare cognome dal regime hashemita che nel ’70 massacrerà i palestinesi. Era un militante di sinistra di Al Fatah. È stato segretario nazionale del Gups, l’Unione degli Studenti palestinesi, aveva fatto parte dell’Unione degli scrittori e giornalisti palestinesi e, dal 1987 per molti anni è stato il Primo Segretario della Delegazione generale palestinese in Italia, dove aveva fatto parte di Democrazia proletaria, eletto nel 2006 come deputato per Rifondazione comunista (si era ricandidato nel 2008 per Sinistra Arcobaleno e nel 2024 con Pace Terra Dignità, senza essere rieletto). Ma queste scarne righe sulla sua vita politica non rendono appieno la sua forza, il suo coraggio instancabile, la sua dolcezza nonostante tutto.   Immagine di  Marcella Brancaforte Nella sequenza di addii in questa epoca alla deriva di senso e di futuro ho spesso usato, con sincerità, l’espressione «per me era un fratello». Stavolta l’espressione è più vera, lui è stato più fratello che mai. Con lui ho condiviso quasi quaranta anni di appassionata quanto disperata vicinanza per la lotta e la tragedia del popolo palestinese. Ora se ne va proprio nel giorno del 77° anniversario della Nakba, la catastrofe della cacciata di quel popolo nel 1948 da parte delle milizie e dell’esercito israeliano dalla propria terra e dalle proprie case; e nei giorni in cui i palestinesi muoiono in massa tra le rovine di Gaza e nella nuova colonizzazione della Cisgiordania; hanno fiato solo come bersagli di un sanguinoso tiro al piccione dell’esercito di Netanyahu, abbandonati da tutti e nell’indifferenza del cosiddetto civile e democratico Occidente mentre si consuma un genocidio. Il suo cuore non ha retto, si è spezzato. Chi può reggere il dolore provato a distanza e nell’impotenza opprimente di fronte alle scene di stragi che arrivano tra bambini e donne che si contendono tozzi di pane? Che resta ai palestinesi come arma se non la scrittura e la presa di parola, ci dicevamo. Così nell’ultimo anno insieme abbiamo organizzato molte presentazioni della terza edizione de “La terra più amata. Voci della letteratura palestiinese”, curata con l’altro fratello di Palestina, Wasim Dahmash: per un’idea di “Divano” che recuperasse almeno le ragioni dei poeti, da Goethe a Mahmud Darwish. “Nel Diwan – mi scriveva proponendo il testo di presentazione delle iniziative a Firenze – scorrevano le parole verso l’infinito. Rispettose e cordiali, si spogliavano dal piglio del dominio e si ammantavano dell’ansia di comunicare. Poeti, narratori e cantastorie…si alternavano sul palcoscenico che durava tutto l’anno. Passato, presente e futuro con filo ininterrotto per non smarrirsi nel vuoto… Protagonisti sono le parole che sfilano come la seta dai gelsi e lasciano indelebile il segno sul quaderno della notte. Solo il chiarore della mente a farci lume nella ascesa verso le nostre ardite deduzioni». «Nel Diwan – continuava – rinascerò da me stesso e sceglierò lettere capitali per il mio nome, in questo presente senza tempo e senza luogo. Ormai nessuno ricorda come abbiamo varcato l’indicibile e ci siamo accorti che non siamo più capaci d’attenzione. Per non sentirci dire un giorno “era mio padre quell’uomo in pena da far sopportare a me la sua storia”. Questa nostalgia, che né l’oblio ci allontana né il ricordo ci avvicina, questa tensione verso l’altro che è in noi non si risolve nel soggetto pensante – concludeva – , quello che Marx in parole suggestive definisce “il sogno di una cosa”, il soggetto umano che attende il tempo che non c’è ancora, l’uomo inedito, in tensione verso il futuro, verso il suo adempimento per creare il futuro che non è più certezza ma è una pura ipotesi. Il futuro ci sarà se lo avremo creato». Questo era Ali. Ora ai palestinesi non resta neppure Ali Rashid. Dalla voce pacata, sommessa che però pretendeva l’ascolto e l’otteneva, anche dai nemici. È stato per tutti noi il vero e degno rappresentante della Palestina. Non si è mai risparmiato in una vita fatta di esilio e dolore – negli anni ’90 il Pd prendeva sprezzante le distanze dai palestinesi. Contro ogni sopraffazione è stato un costruttore tenace quanto inascoltato di pace. Addio Ali. ………….. P.S. Anche noi, dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese che abbiamo avuto il privilegio di accompagnarti (alcuni da più di due decenni) nella lotta per una Palestina libera ti salutiamo per il tuo ultimo viaggio! Alì, tu sei per noi il rappresentante del “Sumud dolce”. La terra ti sia leve! Alì il primo maggio all'Istituto de Martino diSesto Fiorentino  
Un 25 Aprile per la Liberazione dall’Occupazione e dall’Oppressione
Lo spezzone di Firenze per la Palestina nel corteo ufficiale Un 25 Aprile che più che mai celebra il valore della Liberazione mentre in Palestina, simbolo e minaccia del ritorno di orrori del passato, perdura l’occupazione e infuria la pulizia etnica. In ogni città bandiere palestinesi in gran numero. Comunità ebraiche espongono scritte  dettate dalla  propaganda israeliana. Al contrario, è chiaro ed esplicito lo striscione degli ebrei di Maiindifferenti in cui risalta: NO PULIZIA ETNICA  https://maiindifferenti.it/     https://www.facebook.com/profile.php?id=100090555546547 Milano.  I cartelli della propaganda israeliana   Nello spezzone UCEI del corteo viene disinvoltamente esibito il cartello “Resistenza all’uso di scudi umani”, quando è noto che sono i plotoni israeliani a Gaza quelli che fanno uso di civili palestinesi come scudi umani.  Prima di esibire un cartello come “Resistenza agli abusi sulle donne” sarebbe piuttosto da ascoltare Moran Graz(1) e considerare che  la tortura, abusi e stupri sono sì sistematici, ma è nelle carceri israeliane che avvengono.                  (1) Sul numero di morti del 7 ottobre nessun dubbio. Ma 15 mesi dopo il 7 ottobre nessuna vittima di stupro da parte di Hamas risulta reperibile. Il 10 gennaio 2025 il procuratore israeliano Moran Gaz ha confermato che non sono state presentate accuse di stupro o aggressione sessuale contro Hamas per i fatti del 7 ottobre. Tutto ciò malgrado l’accurata ed affannosa ricerca di vittime effettuata. Gaz consiglia: “A questo riguardo, abbasserei le aspettative”(leggi: le avevamo sparate grosse) A Roma  viene data grande enfasi alla brigata ebraica preceduta dallo striscione “Antifascisti sempre”. Si tratta di una scritta di cui può essere legittimo mettere in dubbio la sincerità considerato che la comunità ebraica romana ci ha messo un bel po’ a prendere le distanze dalla brigata sionista Vitali che è un gruppo che ha compiuto devastazioni in scuole della capitale ed il cui logo rappresenta un teschio in campo nero. Conviene anche ricordare che sempre a Roma si sono verificati episodi in stile squadrista violento contro personaggi noti come sostenitori della causa palestinese, pestaggi sui quali le indagini della Digos procedono a rilento.  
Verso il 25 Aprile 2025, contro il volto del fascismo che si riaffaccia nel mondo
Nella foto: 25 aprile 1945 – Insurrezione nazionale e Partigiani a Milano – Gli Alleati arriveranno due giorni dopo. A Firenze   La mattina alle 9.30 presenza in piazza dell'Unità alle celebrazioni, con un folto numero di bandiere della Palestina nel corteo ufficiale verso Piazza della Signoria. Nel primo pomeriggio presenza al corteo che si muoverà da Piazza Poggi verso piazza Santo Spirito dove verranno svolti interventi e successivo corteo in San Frediano A Roma  Manifestazione alla mattina. Pomeriggio incontro con Francesca Albanese: “Resistere al Genocidio”. Alle 19 presso la Città dell’Altraeconomia (Testaccio, all'interno del Campo Boario dell'ex Mattatoio)  per parlare del genocidio a Gaza con FRANCESCA ALBANESE, Relatrice Speciale ONU per i Territori Palestinesi Occupati A Milano     manifestazione nazionale, che celebrerà gli 80 anni dalla liberazione dal nazifascismo. Come già preannunciato Mai indifferenti-Voci ebraiche per la pace, e L3a-Laboratorio Ebraico Antirazzista, sfileranno a Milano con un proprio striscione che porterà la scritta: "Ebree ed ebrei contro il fascismo in ogni tempo e luogo"  Ci sarà anche lo striscione di Mai indifferenti-Voci Ebraiche per la Pace. Saremo vicino all’ANED , associazione ex deportati campi nazisti, riconoscibile facilmente: portano cartelli neri coi nomi dei campi. In piazza Oberdan, dalle 14 dietro all’ANED,