Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in ItaliaA 47 ANNI DALL’EMANAZIONE DELLA LEGGE BASAGLIA, QUALI SONO I RISCHI DI UN
DIBATTITO TROPPO POLARIZZATO TRA DERIVA SECURITARIA E DISGREGAZIONE DEI SERVIZI
TERRITORIALI PUBBLICI.
Oggi, 13 maggio, ricorre il quarantasettesimo anniversario dell’entrata in
vigore della legge Basaglia, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e
obbligatori”: un provvedimento che, nel 1978, rivoluzionò il modo con cui in
Italia si affrontavano i problemi psichici e che creò le basi, all’interno del
nascente Sistema sanitario nazionale, istituito il primo dicembre dello stesso
anno, dei servizi pubblici territoriali per la salute mentale.
UNA STERILE RICORRENZA?
Al di là dell’anniversario, molti scienziati e operatori socio-sanitari che si
occupano di disagio mentale sottolineano come questa data non debba
rappresentare una sterile commemorazione ma offrire l’occasione per rimettere al
centro del dibattito pubblico una riflessione matura e responsabile sullo stato
di attuazione della riforma.
Su questa agenzia, abbiamo avuto anche l’opportunità di avere come ospite
Alberta Basaglia grazie a un’intervista che le ha fatto Antonella Musella lo
scorso febbraio. (Pressenza – In dialogo con Alberta Basaglia)
Dopo la legge ispirata da Basaglia contro le istituzioni manicomiali e per lo
smantellamento dei protocolli e delle strutture sanitarie che segregavano e
invisibilizzavano la sofferenza psichica, il nostro Paese oggi si trova con una
riforma compiuta a metà e con tutte le conseguenze che ciò comporta.
In un tale contesto, da un lato c’è chi mette l’accento sui rischi per la
sicurezza sociale, determinati dalla mancanza di presa in carico dei casi più
gravi; dall’altro, e giustamente, gli psichiatri, gli psicologi e le
associazioni legate all’eredità basagliana denunciano il rischio di una deriva
“securitaria”, in cui, strumentalizzando i casi di cronaca nera, come quello
accaduto a Napoli il 5 marzo scorso, si vuole tornare a trattare il disagio
mentale come problema di ordine pubblico.
Tra questi, una voce autorevole è rappresentata da Giovanna Del Giudice, che ha
pubblicato, nel 2025, un testo dal titolo “Basaglia oggi: un pensiero
necessario”, descritto dall’autrice come “una riflessione collettiva e militante
che affonda le radici nel presente. Perché tornare a Basaglia significa
riconoscere che il suo pensiero non appartiene al passato: è uno strumento vivo
di lettura della realtà, una bussola per orientarsi nelle contraddizioni del
nostro tempo, una pratica attiva di trasformazione sociale.”
La discussione è fondamentale — preme con urgenza la necessità di ristrutturare
i servizi territoriali — ma non se condotta con queste posture polarizzate: lo è
se riesce a mettere al centro l’idea, fortemente sostenuta da Basaglia, che
salute mentale e salute sociale siano strettamente correlate.
D’altro canto, tale assunto ha ispirato, in modo evidentemente e fortunatamente
precoce, la definizione dell’articolo 32 della nostra Costituzione: “La
Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse
della collettività.” È su questo piano che vanno individuati i bisogni
collettivi e implementate le politiche pubbliche per la salute.
UN DIBATTITO CHE VUOLE PORTARCI ALLO SCISMA
Purtroppo, se la discussione fra i politici e gli operatori si muove su
andamenti scismatici, le persone comuni vengono giocoforza influenzate dalla
scadente qualità del confronto.
In pratica, invece di essere messi in condizione di esprimere i nostri reali
bisogni di cura e di rivendicare i nostri diritti sanitari, veniamo indotti a
cadere nella trappola della normalizzazione e lo sguardo si sposta su un altro
piano: definire cosa (e chi) è “normale” e cosa non lo è. Se noi stessi siamo
“normali” oppure no.
L’obiettivo sembra non essere la messa in campo di politiche pubbliche e
pratiche sociali e sanitarie che favoriscano l’attivazione di comportamenti
individuali funzionali alla convivenza civile, cioè curare le disregolazioni e
prendere in carico le situazioni più estreme, ma la creazione di liste di
proscrizione fra individui conformi e non conformi al sistema sociale attuale.
E si sa: la conformità è la condizione per cui siamo chiamati a rispondere a una
norma che, non necessariamente, è compatibile con i nostri bisogni; nelle
dimensioni atomizzate in cui viviamo, è sempre più strumentale alle necessità di
controllo sociale, di aumento della produzione economica, di estrazione di
valore dall’individuo a vantaggio di pochi.
Le nostre richieste di cura, in un tale contesto, sono più facilmente
influenzabili dalla narrazione convenzionale.
Solo per fare un esempio: ci occupiamo tanto della salute dei nostri denti.
Sicuramente l’igiene orale e l’ortodonzia sono fondamentali per una buona
masticazione e per la nostra salute in generale, ma forse c’è anche una ragione
estetica dietro tanta attenzione: il desiderio di avere un bel sorriso da
sfoggiare.
Eppure, quel bel sorriso non è questione soltanto di denti e di labbra: il
sorriso, più del riso, è segno di benessere emotivo ma spesso lo dimentichiamo.
Perché ci comportiamo così?
CONFORMARSI È MEGLIO CHE CURARSI
Sarà che, mentre sull’igiene orale ci hanno martellato di pubblicità negli
ultimi quarant’anni — per tutti i nati negli anni ’80 lo slogan di una famosa
marca di dentifricio che usava il detto “prevenire è meglio che curare” è stato
un mantra quotidiano — per la salute psichica è accaduto l’opposto?
Anche a causa del modo distorto con cui si è portato avanti il dibattito sulla
scuola basagliana e sugli strumenti per affrontare il disagio psichico e le
malattie mentali, come prima si evidenziava, assistiamo a un riproporsi, sotto
altre vesti, dello stigma sociale, che colpisce chi ammette, o mostra, di
soffrire di questi disturbi.
Quindi, le cose non sono peggiorate solo dal punto di vista materiale, con la
disgregazione dei dipartimenti per la salute mentale a livello territoriale, ma
anche dal punto di vista dell’inquadramento del concetto stesso di equilibrio
psicologico.
Se quello per cui Basaglia dovette combattere fu l’abbattimento dei muri,
ideologici e materiali, fra società e disagio mentale, oggi il tema riguarda di
più l’aspetto della performance, cioè la nostra necessità di sentirci lavoratori
produttivi, persone inserite socialmente, genitori irreprensibili, figli che non
deludono le aspettative di successo, e ci coinvolge tutte e tutti.
Così finisce che, anche quando non si tratta di essere affetti da patologie
gravi, non siamo in grado di cogliere né di esprimere correttamente i nostri
bisogni di assistenza.
Per semplificare estremamente, potremmo individuare due approcci che nascono
entrambi dalla nostra necessità di mitigare questa pressione psicologica: un
pensiero giudicante, che ritiene che se vai in terapia sei fragile — poiché,
diciamocelo chiaramente, i veri duri le difficoltà della vita le superano da
soli, no? —; una forma di autoreferenzialità, che latente alberga nelle persone
più strutturate, secondo cui la consapevolezza è una garanzia che mette al
riparo dal rischio di sviluppare un malessere psicologico. Un po’ come fa un
vaccino contro un virus.
Come il giudizio sulla fragilità, così anche la convinzione sulla propria
capacità di autocontrollo è, però, un fattore di distrazione dalla questione
nodale: nessuno si salva da solo e tutti abbiamo bisogno di aiuto.
Sempre per semplificare, c’è anche un atteggiamento edonista della cura, che
scaturisce anch’esso da un disagio male interpretato: è quello di chi usa la
cura della propria salute mentale come strumento di affermazione sociale,
secondo lo stile americano.
C’è gente che è in terapia da decenni e se ne vanta e, inoltre, dinanzi ai
propri comportamenti reiteratamente e chiaramente disfunzionali, risponde: eh,
ma io vado in terapia.
I percorsi che rientrano nell’ampia categoria del lavoro clinico sulla psiche
diventano, così, uno status symbol.
Non solo: a maggior ragione perché costano, essendo sempre più inaccessibili
attraverso il sistema sanitario pubblico, assumono la funzione di oggetto, non
più di pratica o percorso, e si rappresentano come un bene voluttuario, che dà
soddisfazione a chi può “acquistarli”, indipendentemente dal risultato che
portano alla risoluzione delle problematiche.
SIAMO TUTTI UN PO’ “PICCHIATELLI” MA SOPRATTUTTO PIÙ POVERI
Che c’entrano questi comportamenti individuali con il tema della salute
collettiva?
C’entrano eccome: in un quadro come quello superficialmente descritto, il
disagio mentale convive quasi sempre con la povertà.
Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni
di povertà materiale, relazionale e sociale (fonte Caritas).
Se ci aggiungiamo che anche chi non si trova in una condizione di precarietà
economica è comunque quotidianamente sottoposto alle pressioni psicologiche che
abbiamo descritto, come possiamo partecipare da cittadini consapevoli alla
formazione di scelte politiche che riguardano i servizi sanitari per la salute
mentale e incidere su di esse affinché siano socialmente utili?
Il tema sanitario è strettamente correlato con quello sociale, l’abbiamo già
detto e va davvero affrontato con urgenza, ma la questione stringente è: rendere
possibile l’accesso alle cure in modo diffuso a tutte e tutti, superando le
discriminazioni legate al reddito e a ogni altra sperequazione.
Senza la possibilità di fare manutenzione della salute mentale collettiva,
nemmeno lo stigma può essere superato.
Bisogna rifondare il patto sociale: attraverso percorsi di autocoscienza, i
singoli possono riuscire a collocarsi correttamente nella società, percepirsi
come parte della soluzione e cercare di ribaltare la narrazione dominante.
I politici devono agire nell’interesse collettivo e non secondo le chiese e le
ideologie. Gli opinionisti devono essere onesti intellettualmente.
Chi si assume la responsabilità della propria cura non lo fa solo per sé: tutela
anche il benessere di chi gli è intorno.
Lo stesso dicasi per le famiglie e le comunità che fungono da caregiver: non lo
fanno solo per i propri cari ma agiscono come agenzia di protezione sociale.
In conclusione: è davvero il momento di smettere di considerare il disagio
mentale come un problema di altri e i sofferenti psichici come scarti sociali.
Ecco, ammettere che siamo tutti un po’ “picchiatelli” e partire da questo:
creare, attraverso la cura collettiva, come intesa dal pensiero femminista, un
tipo di anticorpo sociale.
Non guardare più alla cura come a uno strumento per essere individui più
conformi e produttivi, ma come pratica di sostegno alla lotta contro la
compressione dei diritti fondamentali a cui stiamo assistendo nel nostro Paese,
come il diritto al lavoro, alla casa, alla sanità pubblica gratuita.
FONTI
Salute Mentale – Oltre il mito: i limiti della riforma Basaglia tra diritti e
sicurezza
Repubblica – Salute mentale, circuito povertà-disagio psichico
RaiPlay – Napoli, il video della donna aggredita sul bus
Caritas – Il rapporto su povertà e salute mentale
Pensiero Scientifico Editore – Basaglia oggi
ResearchGate – Caring Democracy: Markets, Equality and Justice
Nives Monda