Yasmina Reza / Quel che sta intorno a Venezia
Venezia è il luogo dove si può vedere Bruno Ganz, che non è Bruno Ganz, o forse
sì, seduto da solo a un tavolo all’aperto di Campo San Canciano in Cannaregio.
Occorre lo sguardo di Yasmina Reza per notarlo pensoso e “leggermente curvo”,
osservandolo senza richiamare la sua attenzione per poi andarsene. Ricorda
qualche incontro avvenuto tempo addietro, dalle parti delle Zattere, cortesie e
progetti di vedersi a “casa l’uno dell’altra”. Un mese dopo Ganz muore e Yasmina
lo rievoca dentro di sé allo stesso modo chiedendosi alcune cose che fanno parte
della vita normale di tutti, del tempo che non contiene le nostre abituali
direzioni di spazio, dei rimpianti e dei “momenti unici” a cui assistiamo senza
alcuna possibilità d’intervenire. Due anni dopo, Yasmina rivede lo stesso uomo
nella stessa posizione: un po’ invecchiato, o forse no, ma stessa solitudine.
Un’apparizione gentile cui la scrittrice dedica poche righe che sanno incantarci
senza allestire grandiosità proustiane. Fantasmi e similari s’inseriscono
nell’anonimato che riguarda tutti, fanno parte dei ghiribizzi e delle fantasie a
cui Venezia spesso partecipa come città emblematica di qualcosa che ci ammalia
da sempre e che la nostra ammirevole parigina-veneziana abita per lunghi periodi
dell’anno.
Attorno a questo centro memorial-geografico ruotano casi processuali a cui Reza
assiste da molti anni, seguendo personaggi che rivelano la banalità di un atto
criminale emerso dalla loro vita quotidiana, ombrosa e inesorabilmente
secondaria. La postura di imputati e testimoni, l’abbigliamento, e l’opaco di
parole che fanno della laconicità un’insolenza mal detta e involontaria, sono
parte delle scene riunite dalla scrittrice in questi récits “di certi fatti”
(dal titolo originale) che parlano di difetti e capricci, di fantasmi che hanno
ben poco di sentori gotici ma sono pieni di trascuratezza epocale. Reza
raccoglie una serie di personaggi trasparenti e noiosi e che annoiano, perfino
incapaci d’essere angosciati dagli eventi e dalle situazioni. Il caso
spadroneggia queste esistenze, contraltare polveroso e ben misero della
“splendida” casualità che guida i passi per le calli veneziane permettendo
architetture visuali adottate nella scrittura di chi sa costeggiare il mondo
come Reza e, per esempio, Sebald. La disarmonia delle relazioni è presente, in
La vita normale, semplice e categorica: perfino la facilità alla noia di Roberto
Calasso durante il primo incontro con la scrittrice. A lei l’editore piace, con
tutto il suo terrore di dover sostenere una conversazione mondana con un proprio
autore. “Materia preziosa”, afferma Reza in una recente intervista, per il
racconto di un universo contenente esseri sconosciuti l’uno all’altro e che
prima o poi saranno testimoni di molteplici catastrofi, ordinarie ma vaste nella
loro implacabile tragicità.
Teatro del dolore a bassa voce, in questo libro contenente gran parte del
“rovescio della vita” a cui assistiamo come spettatori e attivi interpreti di
“massacri” più o meno privi di volontà o spiegazioni: non ci sono mostri
rappresentati ma molti virgulti spezzati preventivamente da coloro che temono la
congenita noia immessa alla nascita nel corpo fisico e mentale. A questa genìa
diffusa rivolge l’attenzione Reza, non potendo ignorare i fagotti di vittime e
carnefici invasi da una tristezza immensa. La stessa Venezia, l’ultima rimasta
dopo episodi infausti, deve resistere alla calamità del turismo fanatico, grata
dello sguardo innamorato della scrittrice che ogni volta tesse romanzi, lampi
narrativi e pièce teatrali capaci di scardinare conflitti latenti e operativi,
dolori e rancori mai sopiti nell’umano consorzio.
L'articolo Yasmina Reza / Quel che sta intorno a Venezia proviene da Pulp
Magazine.