Tag - Giorgia Meloni

Furundulla 303 – Tanto le guerre passano…
…sui nostri corpi. Allegria!! di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Make Donald   Italia-Venezuela andata e ritorno Confusione “Tu lo chiami solo un vecchio sporco imbroglioMa è uno sbaglio, è petrolioTroppo furbo per non essere sinceroMa è davvero oro nero?”
Pillole di bancarotta n. 6
Le pillole di oggi di Alessandro Volpi sono molto trumpiane. Spaziano dall’oro e dal petrolio venezuelano sui quali gli USA si apprestano a mettere le mani, alla speculazione sui titoli delle aziende belliche statunitensi, al riarmo USA, alla demolizione del diritto internazionale ad opera del tycoon, agli attacchi alla Fed. Il tutto ad uso e consumo dei grandi fondi finanziari,
Furundulla 302 – servi dei servi dei servi…
…beh… se serve di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Corsa al Nobel     Comma 22 a Gaza “Servi dei servi dei servi”… Rimpianti     L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa La Furundulla precedente:  301 Ops quest’anno mi
Transizione energetica, lettera aperta a Giorgia Meloni
Gentile Presidente Giorgia Meloni, Le scrive TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione, una coalizione interregionale che oggi riunisce oltre 140 associazioni e comitati attivi in tutta Italia per la difesa dei territori, del paesaggio e delle comunità locali. Abbiamo apprezzato le Sue recenti dichiarazioni sull’importanza della “neutralità tecnologica” nella scelta delle fonti energetiche, una posizione che presuppone l’uscita dall’approccio dogmatico delle “rinnovabili ad ogni costo”. Purtroppo ciò che sta accadendo non sembra riflettere i Suoi auspici. Da ogni parte del Paese raccogliamo segnali sempre più allarmanti: quella che viene oggi definita “transizione energetica” sta assumendo i contorni di una deriva speculativa senza precedenti, lontana sia dalla tutela dell’ambiente sia dagli obiettivi di sicurezza energetica nazionale. In un quadro già di per sé allarmante, il recente decreto legislativo di recepimento della direttiva europea UE 2023/2413 (RED III), approvato dal Consiglio dei Ministri, introduce un elemento di eccezionale gravità: la stabilizzazione per legge del curtailment. Il decreto stabilisce che l’energia prodotta da impianti non programmabili (essenzialmente quelli eolici e fotovoltaici) venga incentivata anche quando non è immessa in rete, perché eccedente rispetto alla domanda o alla capacità di assorbimento del sistema elettrico, superando il principio secondo cui l’incentivo pubblico era legato all’energia effettivamente utilizzata o autoconsumata. Ancora più grave è il fatto che qualsiasi tentativo di rimuovere o correggere questa norma, pur limitato e prudente, sia stato dichiarato “irricevibile” dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, che ha di fatto finito per legittimare un meccanismo fortemente distorsivo, in aperta contraddizione con gli obiettivi dichiarati di sicurezza energetica, tutela dell’interesse pubblico e sostenibilità economica del sistema. Con questa scelta l’energia prodotta ma non utilizzata, e dunque gettata via, ricade comunque su famiglie e imprese, garantendo ai produttori, spesso stranieri, l’assenza totale di rischio d’impresa. È un capovolgimento di ogni logica economica e di ogni principio di libero mercato, che trasforma la tariffa elettrica in un meccanismo di rendita finanziaria. Lo stesso gestore della rete, Terna, ha recentemente confermato che il curtailment è in crescita. La rapida espansione di eolico e fotovoltaico in alcune aree ha superato la capacità di trasmissione disponibile, creando eccedenze non assorbite dal sistema. Invece di correggere questi squilibri infrastrutturali, il decreto consolida il meccanismo di remunerazione anche per l’energia non utilizzata, rendendo strutturale un modello che premia la sovrapproduzione senza risolvere i problemi di pianificazione. Questa distorsione economica comporta inoltre un impatto territoriale fortemente lesivo. L’Italia, meta di turismo per il suo patrimonio culturale e ambientale unico al mondo (come riconosciuto dall’UNESCO) rischia oggi di compromettere la sua identità sull’altare di benefici energetici (e anche di emissioni) del tutto aleatori. Aziende private, spesso multinazionali estere o società prive di una reale solidità finanziaria, operano con logiche predatorie impadronendosi di suoli agricoli o montani – più economici delle superfici già edificate – e vi installano impianti eolici industriali e distese di pannelli fotovoltaici di dimensioni imponenti, senza alcun beneficio concreto per le comunità locali. Questo modello, che ci è costato ad oggi oltre 200 miliardi di Euro, non crea sviluppo, ma distruzione con un impatto ambientale e paesaggistico irreversibile: aumenta il costo dell’energia, devasta il paesaggio, compromette i terreni agricoli e minaccia le eccellenze alimentari che rendono l’Italia unica al mondo. Così i cittadini sono colpiti due volte: come abitanti dei territori, privati del paesaggio e della possibilità di decidere del proprio futuro, e come consumatori, perché i costi delle reti, degli accumuli e persino dell’energia non utilizzata vengono scaricati interamente sulle bollette. In questo contesto, risultano difficili da comprendere le continue dichiarazioni di preoccupazione per il caro energia, mentre si approvano norme che aggravano ulteriormente il peso economico su famiglie e imprese. Questa deriva è il frutto di un’ideologia green dogmatica, imposta a livello europeo e recepita senza spirito critico, che confonde la tutela ambientale con l’industrializzazione selvaggia del territorio. È la stessa impostazione che sta contribuendo all’impoverimento dell’Europa, all’aumento dei costi dell’energia e alla perdita di competitività dei Paesi membri dell’Unione. Sull’altare di questa transizione energetica imposta dall’Europa, cieca e dogmatica, che arricchisce a dismisura solo pochi soggetti, stiamo infatti sacrificando anche la capacità di competere della nostra industria. Accettiamo di rinunciare ad interi settori produttivi (automotive, ma non solo) per poi farci invadere dalle esportazioni di prodotti cinesi realizzati bruciando soprattutto carbone. Il colmo dell’ipocrisia. Presidente Giorgia Meloni, Lei ha più volte dichiarato di voler difendere l’interesse nazionale, la sovranità economica e il valore strategico dei territori ed ha giustamente posto in luce il tema della neutralità tecnologica. Oggi Le chiediamo di assumere pienamente il ruolo di garante, dimostrando coerenza e restituendo pianificazione, equilibrio e giustizia a una politica energetica ormai fuori controllo, e proteggendo ciò che rende l’Italia unica. Con rispetto istituzionale e ferma determinazione, confidiamo in un Suo intervento concreto e tempestivo. Coalizione TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione Redazione Italia
Firmare e fermare – di Gianni Giovannelli
Lasciate ogni speranza voi ch’entrate Queste parole di colore oscuro Vid’io scritte al sommo d’una porta; Per ch’io: “Maestro il senso lor m’è duro”. Ed elli a me, come persona accorta: “Qui si convien lasciare ogni sospetto Ogni viltà convien che qui sia morta”. Dante, Inferno, Canto III, 9-15   La maggioranza parlamentare che sostiene [...]
Donne al potere, Europa in armi: il tradimento della vocazione femminile alla pace
Negli ultimi tempi, spesso l’Europa parla con voce di donna, ma purtroppo non con un cuore di donna. Ai vertici delle istituzioni europee siedono infatti figure femminili di massimo rilievo – la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, quella del Parlamento Roberta Metsola, l’alta rappresentante Kaja Kallas, e la nostra premier Giorgia Meloni – che, sostenendo il piano di riarmo continentale noto come Rearm Europe e la linea politica del Rearm Europe Now, di fatto promuovono un’Europa sempre più militarizzata, ostacolano percorsi di negoziato e irrigidiscono il dialogo con la Russia.  In nome della deterrenza e di una narrazione russofoba, l’Europa ha smesso di essere madre politica e si è fatta arsenale geopolitico. Una scelta che stride con la vocazione più profonda del pianeta donna: ripudiare la guerra, rigettare la violenza, proteggere i figli di tutte come propri. La politica riarmista non difende i figli: li espone alla guerra, o li massacra – con le loro madri – a Gaza, in Yemen, in Siria, in Sudan. Un neofemminismo autentico, al contrario, dovrebbe fare della pace la propria bandiera morale, culturale e politica. In direzione opposta al Papa Nei giorni in cui la voce del Pontefice si alza contro la mentalità della guerra, in Europa chi dovrebbe incarnare l’alternativa femminile alla violenza promuove invece il suo contrario.  Von der Leyen parla di “sicurezza europea” e “rafforzamento della difesa”, Metsola di “unità e deterrenza”, Meloni di “ruolo atlantico dell’Italia” e “interessi strategici”, ma tutte convergono su un punto: l’Europa deve armarsi, spendere, produrre, competere militarmente. Una scelta che tradisce la differenza come valore e la donna come soggetto di pace. Il pensiero del neofemminismo Hannah Arendt, già nel secolo scorso, aveva colto l’inganno profondo: “E’ vano cercare un senso nella politica o un significato nella storia quando tutto ciò che non sia comportamento quotidiano o tendenza automatica è stato scartato come irrilevante”.  E la guerra, oggi, è diventata proprio questo: una tendenza automatica, una normalità mai messa in discussione, un destino accettato come inevitabile. Il pensiero del neofemminismo – che abbiamo sempre difeso come elaborazione culturale, sociale e politica – parte invece da un’altra radice: riconoscere la soggettività della donna significa riconoscere la differenza come valore. La pari dignità non nasce dall’omologazione dei sessi, ma dall’identificazione della differenza come ricchezza. Una ricchezza che dà diritto di cittadinanza a tutte le altre differenze: etniche, culturali, generazionali, sociali. Un pensiero che si fa ponte, non trincea. La donna, per vocazione, non può essere neutrale davanti alla guerra. Per natura storica, atavica, esperienziale, la donna “sa”: conosce la vita e la morte, eros e tanatos, la cura, la fragilità, la responsabilità verso i più deboli. Ha costruito percorsi di tutela verso bambini, anziani, disabili, ha portato l’ecologia al centro dell’agenda pubblica, ha denunciato violazioni dei diritti umani quando il potere non voleva guardare. Ha sempre saputo che la pace non è un concetto astratto, ma un atto quotidiano di protezione dell’altro. E allora la contraddizione diventa insopportabile quando proprio donne al comando promuovono miliardi per armi, blocchi diplomatici, narrative di scontro, e impediscono trattative che potrebbero salvare i figli di tutte. La guerra non è un campo astratto: è il luogo dove si massacrano figli e madri, dove si spezza la famiglia, dove la cura si trasforma in lutto. Un’Europa e un’Italia che ignorano gli appelli al disarmo tradiscono non solo il Vangelo, ma anche l’archetipo più profondo del pianeta donna. La vocazione femminile non è guidare gli arsenali, ma spegnere le fiamme della guerra prima che raggiungano i figli. Difenderli, non consegnarli al fronte. Proteggerli, non giustificarne la morte con la propaganda. Come scriveva Hannah Arendt, il senso dell’esistenza si gioca nella quotidianità, non nelle architetture metafisiche del potere. E la quotidianità della guerra è il fallimento della politica. Soprattutto di quella che si spaccia per cristiana e femminista, ma ha smarrito la sua unica possibile verità: il ripudio della guerra, la difesa dei figli, la pace come destino dell’umanità emancipata grazie al pianeta donna.   Laura Tussi
Firmiamo per fermare Meloni – di Effimera
È partita la raccolta firme promossa da un comitato autonomo di giuristi e attivisti sindacali perché si tenga un referendum per cancellare la legge di modifica costituzionale in tema di giustizia varata dal governo Meloni (si veda n. 295 del 20 dicembre 2025: la Cassazione ha comunicato di avere ricevuto in data 19 dicembre 2025 [...]
Garlasco e la riforma della giustizia
“La separazione delle carriere rafforzerà l’imparzialità del giudice. Sono misure di buon senso. Sono misure che servono all’Italia”. Sono parole di Giorgia Meloni, nel discorso conclusivo alla festa di Fratelli d’Italia domenica 14 dicembre ad Atrju. La frase – compresa un po’ di retorica – non stupisce, anche se i dati dimostrano che la separazione delle carriere esiste già di fatto e di conseguenza non è chiaro perché il governo e il parlamento abbiano approvato una legge di revisione costituzionale. “I governi passano, ma le leggi rimangono e incidono sulla vostra vita più di quanto possiate immaginare. Votate per voi stessi, per i vostri figli, per il futuro di questa nazione”, ha aggiunto la Presidente del Consiglio dei ministri. In questo caso la retorica è notevole, ma nella sostanza si può concordare. A maggior ragione che non si tratta di una legge ordinaria, ma di un referendum sulla modifica della Costituzione. “Votate perché non ci debba più essere una vergogna come quella che stiamo vedendo a Garlasco, ultimo caso, solo da un punto di vista temporale, di una giustizia che va profondamente riformata”, ha concluso la leader del partito di maggioranza relativa. Peccato che nel testo della riforma Costituzionale non c’è una virgola che abbia a che fare con la vicenda di Garlasco. È incredibile come si possa motivare un voto, citando eventi che in realtà non hanno alcun nesso con l’oggetto della chiamata alle urne. In questo caso non si tratta nemmeno di propaganda o di strumentalizzazione, ma di addossare intenzionalmente colpe a chi non ne può avere. Per giustificare le proprie scelte si cercano capri espiatori o esempi da demonizzare, promettendo soluzioni magiche o taumaturgiche. “Il capro espiatorio non è solo quello che, all’occorrenza paga per gli altri. È soprattutto, e anzitutto, un principio esplicativo”, ha scritto Daniel Pennac. L’impressione è che si sia deciso che la magistratura debba essere punita. Pertanto, qualsiasi fatto che possa in qualche modo sembrare valido come giustificazione viene utilizzato. George Packer, un giornalista americano, ha acutamente sintetizzato la questione: “L’ideologia conosce la risposta prima che la domanda sia stata posta”.     Rocco Artifoni
L’economia di guerra del governo Meloni colpisce ancora: nuova base militare del GIS e Tuscania a Pisa
Nel Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa scritto nero su bianco con riguardo alle infrastrutture militari si legge: “Le attività di maggiore rilievo riguarderanno la progettazione della nuova sede del Gruppo Intervento Speciale (GIS) e del 1° Reggimento Paracadutisti … Leggi tutto L'articolo L’economia di guerra del governo Meloni colpisce ancora: nuova base militare del GIS e Tuscania a Pisa sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il Museo sorvegliato speciale: il dissenso dal palazzo al posto di lavoro
Cosa succede se il dissenso viene represso non solo tramite parole ed eventi di chi detiene il potere ma anche tramite misure sul posto di lavoro? Succede quello che sta avvenendo in queste ore ai dipendenti e alle dipendenti della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (GNAMC). I e le dipendenti sono stati allontanati dal posto di lavoro per via del Forum Incontri sul Processo di Aqaba, iniziato ieri, si tiene da lunedì 13 ottobre 2025 a mercoledì 15, giorno in cui è prevista la presenza della presidente del consiglio Giorgia Meloni, oltre a tante altre importanti eminenze del settore militare e politico, come il Re di Giordania Abd Allāh II, ideatore del Forum. Il personale in questione – “assentato” dal posto di lavoro – vive così una vicenda analoga e conseguente a quella avvenuta nell’ottobre dello scorso anno, quando alla GNAMC è avvenuta la presentazione del libro “Perché l’Italia è di destra – Contro le bugie della sinistra” – edito da Solferino – dell’ex deputato Italo Bocchino, attuale direttore del giornale “Il Secolo d’Italia”, edito dalla fondazione di Alleanza Nazionale, insieme al presidente del Senato Ignazio La Russa. Quell’ottobre, prima dell’evento, alcune e alcuni dipendenti del museo scrissero una lettera indirizzata alla direttrice, Renata Cristina Mazzantini, chiedendo che l’evento venisse annullato, in quanto “inopportuno” per via della sua natura propagandistica e per l’uso politico degli spazi della Galleria. > La lettera, sottoscritta da 40 dipendenti dell’istituzione museale, volle > chiedere chiaramente di annullare la presentazione. Nella lettera veniva sostenuto infatti che: “Il personale della Galleria Nazionale d’arte moderna e contemporanea esprime il proprio fermo dissenso per l’utilizzo degli spazi del Museo a finalità di propaganda, e chiede pertanto di cancellare l’inopportuna presentazione nel rispetto della nostra istituzione culturale, della sua storia e della sua reputazione. Confidando in un suo sollecito riscontro, siamo disponibili a eventuali confronti e chiarimenti. In caso contrario potremmo ricorrere a forme di protesta atte a contestare l’utilizzo di un luogo pubblico a fini di parte e a difendere il ruolo democratico che un museo dello Stato non dovrebbe ipotecare per nessun motivo”. In risposta, la direttrice segnalò al Ministero della Cultura (e ad altre autorità competenti) i nomi dei lavoratori che avevano firmato la lettera di dissenso. L’evento si svolse nonostante tutto. Bocchino replicò: “scatta il razzismo ideologico e politico per cui io sarei un cittadino di serie B, un figlio di un dio minore”. Ma insieme scattò subito la solidarietà e il sostegno ai e alle dipendenti coinvolti, soprattutto da parte dei sindacati vicini al museo e delle principali forze politiche di opposizione, come PD, M5S e realtà sociali e associative. In seguito alla vicenda, tre membri su quattro del comitato scientifico si licenziarono: Augusto Roca, Stefania Zuliani e Federica Muzzarelli. L’Unione Sindacale di Base – USB – riportò in una nota la preoccupazione riguardo l’accaduto esprimendo il proprio sostegno ai lavoratori e alle lavoratrici che si ritrovarono a far parte di una situazione anomala e propagandistica. > Ora, a distanza di un anno, i lavoratori e le lavoratrici della GNAMC, in > vista del Forum militare che vedrà la presenza di alti funzionari dello Stato > e delle istituzioni, sono stati allontanati dal luogo di lavoro per svolgere > un corso di formazione – non lavorativamente fondamentale – per ben tre > giorni, presso la sede del Ministero della Cultura del Collegio Romano, > proprio quanto il tempo di durata del grande evento. Sono inoltre stati avvisati solo tre giorni fa, proprio a ridosso dell’evento che sta militarizzando in questi giorni l’intera zona della Galleria, anche se il contenuto dettagliato del Forum resta un segreto. Infatti chi lavora in Galleria fino all’ultimo momento non ha avuto informazioni su quali fossero i dettagli dell’evento per cui c’è stato il bisogno di allontanare i dipendenti. Sappiamo che saranno probabilmente presenti capi di Stato e che il dibattito riguarderà l’area militare, il terrorismo e le limitazioni della pirateria in Africa Occidentale. Insomma, un congresso sull’antiterrorismo in pieno centro a Roma. Non tutti i e le dipendenti del Museo sono stati allontanati per seguire un corso di formazione: alcuni sì e altri no. Anche questo non è mai accaduto. Tra coloro i quali sono stati allontanati, ci sono gli stessi che lo scorso anno sono stati coinvolti dalla vicenda Bocchino, quando vennero segnalati al MIC dalla direttrice del Museo, circa il 60% dei dipendenti. Una situazione complicata, ora, per molti di loro, in quanto tanti lavoratori e lavoratrici del Museo sono turnisti, con tanti doppi turni e riposi programmati, che ora, per via dell’accaduto, dovranno essere rimodulati nella totalità. Inoltre, la dislocazione in questi tre giorni dal museo per i precettati appare come obbligatoria: chi ha chiesto di poter lavorare nella propria sede, presso lo GNAMC, ha avuto esito pienamente negativo, con la conseguenza di dover passare tre giorni con la negata possibilità di lavorare, venendo di fatto esclusi per un motivo difficile da considerare valido. Quello che emerge è un clima a tratti intimidatorio, indifferente alle richieste di confronto sindacale e democratico, che trascende la missione istituzionale dell’ente. Nonostante questo, la Galleria sembra smentire quanto accaduto. > Il cardine del problema va ben oltre la vicenda e riguarda l’uso degli spazi. > Se si entra sul sito di biglietteria online Ticket One, i biglietti al Museo > non sono disponibili. Il Forum ospite in queste ore della GNAMC ha generato la chiusura di un sito della cultura per ben tre giorni: un caso con pochi precedenti, soprattutto dopo il Decreto Franceschini, o cosiddetto Decreto Colosseo (chiamato così per via di alcune chiusure di luoghi iconici, come il Colosseo, relativamente ad assemblee sindacali, suscitando critiche per il disservizio verso il pubblico e i turisti). Il Decreto infatti – voluto dall’ex Ministro della Cultura Dario Franceschini – introdusse nel 2015, tra le altre cose, l’essenzialità dei beni museali per tutela ma anche per fruizione. Così, i luoghi della cultura (siano essi statali, comunali, pubblici o privati) divennero beni pubblici essenziali, con conseguenze sulle prestazioni dei lavoratori e delle lavoratrici del settore, diventati a loro volta essenziali. Infatti, dopo il decreto, la chiusura, si configura un vero e proprio disservizio verso il cittadino, l’utente o il turista. Il servizio essenziale alla fruizione dei luoghi di cultura ha così quasi superato anche il diritto allo sciopero, nonostante le limitazioni di alcuni casi. Ma non nel caso – come dimostrano oggi i fatti – del Forum militare! Insomma, i dipendenti in caso di sciopero – che siano, come accaduto, anche solo due ore di assemblea al Colosseo – possono essere precettati a lavoro, ma in caso di congressi con la presenza della Presidente del Consiglio, al contrario, vengono allontanati. > La Galleria Nazionale di Roma viene spesso affittata per eventi privati, ma > solo e necessariamente quando non è aperta al pubblico: non è mai successo che > chiudesse per vari giorni nella sua fruizione con, inoltre, una percentuale di > dipendenti trasferiti obbligatoriamente in altra sede. Il Museo ha sempre garantito le aperture, anche in condizioni difficili, e ad oggi invece non si possono neanche fare i biglietti. Il potere negoziale è stato così ipotecato. Mentre arrivano i primi venti di solidarietà e note sottoscritte anche dai sindacati vicini alle e ai dipendenti del Museo, come CGIL, USB e UIL, ci si chiede fino a dove si può spingere il clima di legittimità alla chiara deriva autoritaria del Governo. Il Governo e le istituzioni hanno chiesto di usare lo spazio della Galleria Nazionale D’Arte Moderna e Contemporanea, ma questo spazio – come le istituzioni stesse hanno sostenuto negli anni – non è uno spazio come gli altri, bensì un bene pubblico. Allora, quando il pubblico ha il diritto inderogabile di accedere ai beni pubblici? Quale è il limite delle eccezioni? I musei sono o non sono servizi essenziali per la fruizione? Alcune di queste riflessioni vanno chiaramente ben oltre il Museo. Un fatto grave, se confermato nella sua totalità. Presto dovranno arrivare le risposte a queste domande, in un modo o nell’altro, se si vorrà sventare un clima di tensione ulteriore nell’industria culturale. L’arbitrarietà dei diritti e delle regole al tempo del Governo Meloni è in piena fase di attrito sociale. La copertina è di Helix 84 (Wikimedia) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. 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