Referendum 22-23 marzo 2026: il ‘perché NO’ spiegato da… Giusi BartolozziIl capo di gabinetto del Guardasigilli ha affermato che, invece, votando SÌ “ci
togliamo di mezzo la magistratura che è plotoni di esecuzione“.
Questa frase che, ribadendo il paragone ripetutamente, è stata enfaticamente e
concitatamente pronunciata da Giusi Bartolozzi dal ‘pulpito’ del dibattito
televisivo nel programma Il Punto trasmesso in diretta il 9 marzo scorso
dall’emittente catanese Telecolor – SiciliaWeb, ha scatenato una bufera che nei
giorni scorsi sembrava ormai passata, e invece no.
A riattizzarla dopo che il ‘capo’ del capo di gabinetto del ministro di Grazia e
Giustizia, Carlo Nordio, anche promotore della riforma costituzionale sottoposta
alla ratifica referendaria, era intervenuto per attenuare i toni delle sue
parole, è stata ancora lei.
Nella dichiarazione rilasciata per ‘gistificarsi’ non ha rinnegato nulla e,
precisando che «Il riferimento al plotone di esecuzione alludeva allo stato di
assoluta prostrazione in cui ci si trova in questi casi, come colui che, postovi
davanti, poco o nulla può fare per difendere la propria vita» ha affermato:
«Prendo atto delle polemiche scaturite dalle mie parole. Parole che, lo
ribadisco con senso di profondo dispiacere, sono state tratte da un discorso
molto più ampio e quindi piegate a una lettura fuorviante. Non ho mai attaccato
la magistratura che anzi, in più di un’occasione, ho difeso anche a costo di
scelte personali e politiche estremamente gravose».
Così il putiferio ha travolto anche il capo del governo: alcuni quotidiani, tra
cui Il Corriere della Sera, hanno pubblicato la notizia che Giorgia Meloni sia
molto indispettita, tanto da aver commentato: «Non si poteva mordere la
lingua?».
L’imbarazzo di Nordio e Meloni è motivato: a paragonare la magistratura a un
plotone d’esecuzione e, così, a mettergli in bocca quello che loro pensano e
vorrebbero, ma non possono, dire è stata la loro collega e collaboratrice la cui
eccessiva esuberanza è ingombrante ma la cui figura ha un ‘peso’ tanto rilevante
perché lei in persona ha praticato la professione dell’avvocato e poi del
giudice, con incarichi al tribunale di Gela dal 2002 e dal 2009 a quello di
Palermo e dal 2013 alla Corte d’Appello di Roma…
… e nel 2018 ha intrapreso la carriera politica facendosi notare, oltre che come
sostenitrice del disegno di legge Zan sull’omotransfobia, votando contro
l’emendamento alla riforma del processo penale proposto da Forza Italia, allora
il suo partito, e da cui avrebbe beneficiato il suo leader, e poi ostacolando
l’iter della ‘riforma Cartabia’, aspramente criticata dal Consiglio Nazionale
Forense e dall’Associazione Nazionale Magistrati.
Proprio queste sue posizioni controcorrente su questioni analoghe a quelle oggi
in discussione avevano allontanato Giusi Bartolozzi dalla compagine coesa
intorno a Silvio Berlusconi.
Adesso invece Giusi Bartolozzi è schierata a favore della ‘riforma
Meloni-Nordio‘ ma che, anziché intervenire con cognizione di causa, invece si è
espressa con tanto rancore da palesare il perché del proprio risentimento
personale, ovvero il motivo per cui auspica che il referendum ratifichi la
modifica della Carta costituzionale: lei in persona è una deputata eletta nella
lista di Fratelli d’Italia e imputata nell’inchiesta che la coinvolge proprio
insieme al capo del suo partito, Giorgia Meloni, come capo del Governo e a un
ex-magistrato, Carlo Nordio, come ministro della Giustizia, inoltre il ministro
dell’Interno Matteo Piantedosi, un ex prefetto, e al sottosegretario alla
presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano, un magistrato…
In specifico, Giusi Bartolozzi è stata accusata di falsa testimonianza dai
procuratori che indagano nell’inchiesta avviata con l’esposto presentato da
Luigi Li Gotti, a sua volta un avvocato noto come difensore di mafiosi pentiti
(Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno, Giovanni Brusca, Francesco Marino Mannoia,
Gaspare Mutolo,…) e un ex parlamentare esponente dell’MSI, poi di Alleanza
Nazionale e infine di Italia dei Valori, indagano sul ‘caso Usāma al-Maṣrī
Nağīm‘, cioè dell’ex dirigente della milizia islamista alle dipendenze del
governo libico che la Corte Penale Internazionale ha condannato colpevole di
crimini di guerra e contro l’umanità, perciò ricercato e un latitante che,
mentre si trovava in Italia nel 2025, venne arrestato e però subito rilasciato e
rimpatriato.
A imbarazzare tanto i promotori della riforma costituzionale è anche il fatto
che la loro collega e collaboratrice Giusi Bartolozzi si è pronunciata con
parole così offensive nei confronti dei magistrati a un tavolo di confronto tra
le opposte opinioni riguardo ai quesiti referendari in cui davanti a lei c’era
Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il giovane morto a causa delle percosse a lui
inferte mentre era sottoposto a custodia cautelare.
La presenza di Ilaria Cucchi al dibattito era ben motivata: al referendum del
22-23 marzo 2026 i cittadini italiani sono interpellati con 5 domande, tra cui
una che chiede
> Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 22
> settembre 1988, n. 447 (Approvazione del codice di procedura penale),
> risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate,
> limitatamente alla seguente parte: articolo 274, comma 1, lettera c),
> limitatamente alle parole: “o della stessa specie di quello per cui si
> procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie
> di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte
> soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della
> reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di
> custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della
> reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché’ per il delitto di
> finanziamento illecito dei partiti di cui all’articolo 7 della legge 2 maggio
> 1974, n. 195 e successive modificazioni?
Ovviamente, poiché è l’unico espressamente menzionato, la domanda così formulata
sembra chiedere un responso riguardo alla carcerazione preventiva delle persone
incriminate per il delitto di finanziamento illecito dei partiti…
Invece sono molti i reati per cui la custodia cautelare viene sempre più
frequentemente disposta e recentemente anche richiesta ‘a gran voce’ dai
politici coalizzati a favore della sua estensione parallelamente alla modifica
delle norme costituzionali che limitano i poteri del potere esecutivo
sottoponendo l’operato dei governanti e dei funzionari delle forze dell’ordine
alle loro dipendenze al controllo del potere giudiziario, cioè dei magistrati
tutori e garanti del rispetto dei diritti dei cittadini sanciti nella
Constituzione e nelle leggi conformi ai suoi principi.
“Da strumento di emergenza il carcere preventivo è stato trasformato in una vera
e propria forma anticipatoria della pena” che, sebbene in “palese violazione del
principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza”, viene inferta a
indagati accusati di reati minori e a molti innocenti:
> Dal 1992 al 31 dicembre 2020 si sono registrati 29˙452 casi. L’Italia è il
> quinto Paese dell’Unione Europea con il più alto tasso di detenuti in custodia
> cautelare: il 31%, un detenuto ogni tre. La carcerazione preventiva distrugge
> la vita delle persone colpite: non arreca solo un grave danno di immagine,
> sottoponendole a un’esperienza scioccante, ma ha gravi conseguenze sulla sfera
> professionale. Il carcere ha un impatto drammatico sulle famiglie e
> rappresenta anche un onere economico per il Paese: i 750 casi di ingiusta
> detenzione nel 2020 sono costati quasi 37 milioni di euro di indennizzi, dal
> 1992 a oggi lo Stato ha speso quasi 795 milioni di euro” – Limiti agli abusi
> della custodia cautelare.
Ovviamente se, anziché applicarle, le norme che tutelano i diritti delle persone
ingiustamente sottoposte alla custodia cautelare vengono abrogate, il risultato
è duplice: si possono incarcerare persone sospettate di qualsiasi reato e si
risparmia il risarcimento del danno provocato dall’uso estensivo o eccessivo
della carcerazione preventiva.
Come evidenziato da Livio Pepino in un incontro pubblico, a spiegare le ragioni
del NO in modo molto più semplice che nelle complicate analisi sui dettagli di
ogni questione e quesito referendario sono proprio le dichiarazioni come questa
di Giusi Bartolozzi, molto esplicita e ‘pittoresca’, perciò tanto clamorosa,
nella sostanza non differente da quelle meno eclatanti e ‘colorite’ di Carlo
Nordio e di Giorgia Meloni.
Palesemente infatti la ratifica dei 5 decreti, in particolare della riforma
Meloni-Nordio, è funzionale a soggiogare il potere giudiziario a quello
esecutivo e, così, esautorando la magistratura dal controllo sull’operato del
governo e delle forze dell’ordine, permettere ai politici di agire industurbati
– e impuniti – anche nella gestione di molti ‘affari’, ad esempio nella
costruzione del ponte sullo Stretto di Messina.
L’affare del collegamento tra Calabria e Sicilia infatti coinvolge Giusi
Bartolozzi direttamente come siciliana e indirettamente insieme a Giorgia Meloni
e ai suoi alleati di ogni regione italiana che si stanno cimentando per
dimostrare di saper progettare e realizzare una grande opera architettonica
riuscendo ad amministrarne l’edificazione superando ogni ostacolo che ne
impedirebbe l’attuazione: questioni politiche, problematiche ambientali,
criticità ingegneristiche e, soprattutto, vincoli legali delle leggi italiane ed
europee.
Maddalena Brunasti