Un movimento oceanico
Hanno scelto di destabilizzare un’area cruciale del pianeta con esiti
imprevedibili che minacciano l’intera umanità. Nella loro marcia dissennata
verso l’abisso, entrano brutalmente nelle nostre vite, rendendole più difficili
dal punto di vista materiale e limitando qualsiasi forma di dissenso. I rimedi
non arriveranno dagli Stati e nemmeno dalle agenzie internazionali. Un movimento
di insubordinazione dal basso, un’insorgenza universale e trasversale dei
popoli… – scrive Marco Revelli. Riportiamo la parte finale della sua
riflessione, rimandando al sito Comune-info per la lettura integrale
[…] Noi nei nostri dibattiti continuiamo a dire che occorre mettere in campo un
movimento di massa. E facciamo anche molte cose in questa direzione:
organizziamo cortei e presidi, flash mob e sit-in, iniziative d’ogni tipo in
un’infinità di luoghi, e non è mica sbagliato. Anzi è giusto e sacrosanto. Ma,
dobbiamo dircelo, non è sufficiente.
Un “movimento di massa”, nel senso in cui l’abbiamo inteso finora, non basta
più. Non è all’altezza della sfida – estrema – che ci incalza. Occorrerebbe un
“movimento oceanico” (non trovo un termine diverso per esprimere il concetto).
Cosa intendo col termine oceanico? Intendo qualcosa di molto simile a quello che
è accaduto in alcuni momenti anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo
ai primi giorni di ottobre quando le piazze e le strade si sono riempite non
solo di una folla in cammino, cortei e presidi, ma di una marea di persone,
molte delle quali nuove alle manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle
folle strabordanti.
Non c’erano strade, non c’erano piazze che potessero contenere quella marea che
straripava da ogni parte e cancellava tutte le distinzioni tra i partecipanti e
anche tra i luoghi in cui si manifestava. Ecco: c’è bisogno di un movimento di
questo tipo, che circondi e sommerga le casematte del potere, che faccia sentire
accerchiati i luoghi da cui si illudono di comandare e le figure che quei poteri
incarnano; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere ascoltata
e dice no, che dice fermatevi! La nuda vita che in quanto tale, in difesa della
propria sopravvivenza, prende la parola e si fa soggetto costituente.
Questo è ciò che intendo per “movimento oceanico”: un’onda di piena che sommerga
ogni espressione di quel potere gravido di morte facendone sentire ogni
interprete, in qualunque comparto del “sistema” si trovi (politico
istituzionale, mediatico, economico, militare scolastico), assediato ed estraneo
ai propri stessi popoli.
Fenomeni di questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e
nemmeno nei nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi
(sia pur ispirati), nei nostri convegni (anche quelli meglio frequentati).
Continuiamo a ripetere che dobbiamo “costruire” un movimento di massa e un
movimento di massa può effettivamente “essere costruito”, certo. Lo facciamo
costantemente convocando cortei, assemblee, manifestazioni, scioperi più o meno
di nicchia, insomma contribuendo alla mobilitazione di massa in determinate
occasioni meglio se attraverso la tessitura di reti ampie di realtà organizzate.
Ma un “movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà,
quando si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata
anomala, e questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti
che nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene
perché a un certo punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che
fa sì che le persone non possano più stare chiuse in casa. Questo è successo per
Gaza, anche se ci sono voluti due anni perché maturasse questa consapevolezza:
che ciò che accade è talmente atroce che per mantenere il rispetto di me, non
posso stare inerte, non posso stare alla finestra.
Deve crearsi una situazione di questo tipo: una condizione di contesto in cui
una miriade di molecole individuali maturano contemporaneamente un sentimento
comune che impone loro la necessità di fondersi in un noi capace di interpretare
quella necessità impellente, e tradurla in dimensione pubblica. Poi,
naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia precipitare
quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano insieme in uno
spazio riappropriato). Per le manifestazioni di settembre e di ottobre l’innesco
è stata la Flotilla. Un fenomeno, credo, da cui dobbiamo imparare tanto.
Cosa è stata la Flotilla? Decine e decine di barche di tutti i paesi, con a
bordo delle persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria
esistenza, i propri corpi. Donne e uomini disarmati, radicalmente e
programmaticamente disarmati, che andavano ad affrontare l’esercito più feroce
del mondo – perché l’esercito di Israele questo è, una macchina assassina –
portando alimenti e medicine, le componenti elementari della vita nuda. Che
veleggiassero così, con questo spirito e con queste modalità, verso la linea di
impatto, ha generato quella miscela, quel miracolo, che poi è si è
materializzato nelle piazze.
Pensiamo alle parole del portuale di Genova, che rappresentava l’idealtipo del
mondo del lavoro e delle sue virtù, e che dalla banchina del porto (un altro
simbolo forte dell’internazionalismo storico) dice: “Se toccate qualcuno
della Flotilla blocchiamo tutto!”. Quelle parole semplici, che però toccano
ognuno e sono comprensibili, anch’esse hanno contribuito a innescare quel
fenomeno dirompente che si è manifestato nelle piazze.
Un movimento oceanico si va costruendo esattamente così: in modo lenticolare,
crescendo prima sotto traccia, su sé stesso, e richiede a un certo punto
qualcosa (e qualcuno) che grazie a una qualche forma di intelligenza istintiva,
di creatività o di intuizione, faccia la cosa giusta che funzioni da
scintilla. Gli uomini del potere lo sanno benissimo (sono orrendamente cinici ma
non necessariamente stupidi, hanno studiato le proteste assai di più dei loro
stessi protagonisti). E infatti si sono mossi, per sigillare tutti gli spazi di
possibile aggregazione, per neutralizzare tutte le figure di possibile
riferimento, per diffamare tutte le ragioni delle proteste, e stendere intorno a
loro un cordone sanitario
Torino da questo punto di vista è esemplare: la persecuzione dell’Imam di San
Salvario, la brutale chiusura dell’Aska, l’occupazione militare di interi rioni,
nella cornice di un’ossessiva enfatizzazione mediatica del tema della sicurezza,
sono i tasselli di un progetto organico di normalizzazione forzata che ha nel
ministero dell’interno la propria cabina di regia e nel ministro Piantedosi il
proprio regista.
In questo contesto, quello che noi possiamo fare – noi forze di opposizione,
forze antagonistiche, noi che non vogliamo arrenderci a una deriva in sé letale
– è preparare le precondizioni, affinché quella scintilla scoppi. Disseminare
informazione, legami, aggregazioni, presidi, conferenze, lavoro nelle scuole e
così via, perché questa folla oceanica possa avere dentro di sé gli elementi di
conoscenza necessari, in condizioni di oscuramento e asservimento
dell’informazione.
E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli errori. Evitare le cose che
danneggiano, anzi sabotano invece l’aggregazione di questa miscela e la sua
trasformazione in movimento di piazza. Tutto ciò che l’ostacola con i
settarismi, con le pretese di egemonismo, con l’arroganza d’avanguardia. E con
la pratica della violenza. La carta vincente della Flotilla – l’ho detto – è
stata la sua pratica, anche in situazioni estreme, di una rigorosa
non-violenza. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo
l’identificazione. Mentre basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo
d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un
comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di
folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato.
Da questo punto di vista la giornata torinese del 31 gennaio è stata esemplare.
Per tutte le prime ore, tante, di quel pomeriggio di primavera precoce la folla
sterminata, 50.000 persone si è detto, che si è presa pacificamente le vie e le
piazze della città in opposizione allo sgombero di Askatasuna, si è avvicinata
molto al concetto di “movimento oceanico”, per il senso di tranquilla forza che
comunicava, per la sua trasversalità sia generazionale (c’erano tutte le classi
d’età, dagli adolescenti ai ritornanti degli anni Sessanta e Settanta) che
sociale e politica, dai centro sociali ai sindacati di base, alle organizzazioni
della sinistra storica e meno storica, tutti uniti dall’unica volontà di
difendere il diritto al dissenso e all’opposizione antagonistica.
Non tutti identificati con tutta la storia di Aska e con le sue posizioni
politiche, ma tutti determinati a difendere quella scintilla di ribellione che
avevano interpretato. Una straordinaria vittoria di tutti, che seppelliva sotto
la propria onda, ridicolizzandoli, i tentativi di instaurare in città un clima
da caserma. Vittoria che è stata sciaguratamente ribaltata in quelle due ore di
violenza che hanno caratterizzato l’ultima parte della giornata, e che hanno
tradito sentimenti e intenzioni della grande maggioranza dei manifestanti,
lasciandoli disperdere con un senso di sconfitta che non sarà facile ricuperare
in futuro. Il passaggio dall’oceano al pantano dietro casa, il passo è stato
istantaneo. Sarebbe bene che tutti ci riflettessero.
Comune-info