La condanna di Kabul
Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Teheran, l’attacco del Pakistan in
Afghanistan continua da giorni e rischia di gettare la popolazione già stremata
da una condizione di crisi umanitaria cronica in un baratro senza ritorno.
L’ennesima condanna di una regione al centro dello scacchiere internazionale.
Le prima avvisaglie più concrete di una pericolosa degenerazione nelle relazioni
tra Pakistan e Afghanistan si sono avvertite già nel settembre 2023 quando il
governo di Islamabad senza grandi avvertimenti aveva imposto l’espulsione di
tutte le famiglie afghane presenti nel paese prive di un permesso di soggiorno
legittimo.
Cominciò allora un esodo di massa che portò in meno di tre anni al rientro
forzato di più di un milione di persone, famiglie che si erano stabilizzate in
Pakistan sin dai tempi dell’invasione russa degli anni ‘80 e che in un giro di
orologio si sono ritrovate rifugiate nella propria terra.
Con la costruzione di campi profughi temporanei tra i deserti di Kandahar la
rabbia delle popolazioni afghane frontaliere di etnia pashtun si è fatta ancora
più accesa, brace viva sulla ferita ancora aperta causata dalla cooperazione
pluridecennale del paese confinante con le truppe statunitensi durante
l’occupazione.
Ne sono nate scaramucce di piccola entità tra le postazioni militari sulla linea
di confine — peraltro mai formalmente riconosciuta da Kabul in quanto retaggio
del potere coloniale britannico —, accompagnate dall’accusa reciproca di
sostenere gruppi terroristici anti-governativi all’interno dei rispettivi paesi
(IS-KP in Afghanistan e TTP in Pakistan).
Nell’ottobre 2025 un’incursione aerea di Islamabad colpì diverse aree del paese
a prevalenza tagika e pashtun con l’obiettivo di eliminare i centri di comando
del TTP. La reazione delle forze di terra talebane rinfocolò un conflitto
cruento durato dieci giorni.
La cessazione delle ostilità mediata a Doha sembrava aprire un nuovo capitolo di
stabilità, fino almeno allo scorso 17 febbraio quando un paio di attentati nella
regione del Pakistan settentrionale di Khyber Pakhtunkhwa rivendicati dal TTP
hanno ucciso 17 persone e spinto il governo di Islamabad a lanciare una nuova
campagna di attacchi aerei nelle province afghane di Nangarhar, Paktia, Khost,
Laghman e Kabul.
Come riferito da Attaullah Tarar, ministro dell’informazione pakistana, gli
attacchi avrebbero avuto ad oggetto “esclusivamente campi di addestramento del
TTP e un punto di comando dello Stato Islamico”. Il portavoce del governo
talebano Zabihullah Mujahid ha fermamente rigettato questa versione dichiarando
su X che gli attacchi hanno avuto come obiettivo i civili “uccidendo e ferendo
decine di persone, tra cui donne e bambini”.
La risposta militare di Kabul, che rigetta con fermezza le accuse di
affiliazione alle cellule di comando del TTP, non si è fatta attendere. La
contro-offensiva via terra ha colpito diversi avamposti pakistani a pochi
chilometri dalla linea Durand, aprendo la magnitudo del conflitto su tutto lo
spazio di confine da Nangarhar a Kandahar. Il ministro degli esteri pakistano
Ishaq Dar non ha esitato a definire il conflitto “guerra aperta” e il bollettino
aggiornato delle vittime non lascia grande spazio all’interpretazione.
Ad oggi, secondo le fonti ufficiali pakistane, sono più di 400 i militari
talebani uccisi. Dall’altro lato, i portavoce dell’Emirato confermano la morte
di 42 civili afghani e il ferimento di più di un centinaio durante i
bombardamenti.
La guerra lanciata dall’asse USA-Israele su Teheran non fa che acuire la
tensione e gettare ombre sulle reali intenzioni del Pakistan. Numerosi esponenti
degli ambienti filo-governativi a Kabul accusano infatti la repubblica islamica
confinante di continuare a supportare Washington con la finalità di riprendere
possesso delle basi militari nel paese, a cominciare da quella tristemente nota
di Bagram, teatro di numerose violazioni dei diritti umani per mano
dell’esercito statunitense durante il ventennio di occupazione.
Quello che è sicuro è che la prosecuzione di un conflitto ad alta intensità
rischia di gettare la popolazione afghana in una condizione di crisi senza
ritorno.
Il conflitto coglie infatti il paese in uno dei suoi periodi più tragici dal
punto di vista umanitario, con poco più di un terzo della popolazione in stato
di insicurezza alimentare acuta, 3,7 milioni di minori che necessitano cure
urgenti per malnutrizione e più di 3 milioni di rifugiati interni, espulsi dal
2021 ad oggi soprattutto da Pakistan e Iran (dati WFP e UNHCR).
La chiusura totale dei tavoli di negoziato in corso nei mesi scorsi a Doha e
Istanbul pare far sgretolare anche la più flebile speranza di un cessate il
fuoco in tempi brevi.
Al centro, una popolazione allo stremo abbandonata ancora nel cuore di uno
scacchiere geopolitico che non sembra lasciare grande scampo.
La condanna di Kabul continua.
Guglielmo Rapino