“D’istruzione Pubblica” di Greco e Melchiorre: tra critica radicale e prospettive educative
È uscito nelle sale da qualche settimana il docufilm D’Istruzione Pubblica di
Federico Greco e Mirko Melchiorre, il terzo tassello di una trilogia (speriamo
non definitiva e con qualche spin-off sulla militarizzazione di scuole, sanità e
trasporti!) che ha inteso denunciare l’aggressione neoliberistica nei settori
chiave del welfare nazionale all’interno del più ampio contesto mondiale.
Diciamo subito che sbaglia chi crede di trovare nel documentario, di soli 93
minuti, le risposte pedagogiche, in positivo, alla crisi della scuola, per le
quali si dovrebbe cercare altrove, a patto che si trovi qualche ricerca
veramente interessante condotta con spirito critico. Di conseguenza, riteniamo
che le pesanti critiche mosse alle grossolane e superficiali considerazioni
pedagogiche espresse nel documentario rischiano di mancare l’obiettivo,
distogliendo l’attenzione dal problema principale della scuola italiana degli
ultimi 25 anni, che è, e resta ancora oggi, l’aggressione neoliberistica ai
luoghi della formazione, sdoganata dalla riforma dell’Autonomia scolastica di
Luigi Berlinguer.
Del resto, bisognerebbe essersi avvicinati alla scuola dal 1999 in poi per
comprendere qual è l’orizzonte teoretico di ordine pedagogico che è stato
fornito ai/alle docenti che sono passate/i attraverso SSIS, TFA, CSAS e tutto il
corredo di pedagogia a peso d’oro diffuso nei corsi di formazione abilitanti – e
non – pensati per docenti che sperano di potere accedere (a pagamento) ad un
ruolo nella scuola pubblica statale. Chi ha avuto la malaugurata sorte, per
questioni anagrafiche, di incappare in questi percorsi formativi può riferire di
un approccio ad una pedagogia che smarrisce la sua funzione principale di
Paideia e pretende di assurgere a disciplina positiva, scientifica, virando così
verso le competenze e la valutazione oggettiva di prestazioni, diventando
propriamente autoreferenziale. Di tutto ciò sono perlopiù infarciti i/le docenti
più giovani, prone/i ai meccanismi della valutazione a test, alimentando ansie e
prestazionismi in un clima che altrove abbiamo definito Psicoistruzione.
Ecco, se manca questa consapevolezza, allora si rischia di confondere la critica
al pedagogismo ideologico e completamente depoliticizzato, che sorregge questo
sistema, con la critica alla pedagogia, magari quella degli anni ’70-’80, che
intendeva la formazione come Paideia, quella della democratizzazione quei
processi d’istruzione che nella scuola gentiliana erano riservati alle classi
dirigenti. Ma, è il caso di ribadirlo, nel docufilm tutto questo non c’è, dal
momento che, in linea con la progettualità intenzionale dei registi, il focus è
sulla deriva neoliberista, alla quale la pedagogia delle competenze è asservita.
Semmai, per esercitare un sano diritto di critica, ciò che i registi avrebbero
certamente potuto evitare in questo preciso frangente storico è lo spazio
riservato per diversi fotogrammi, anche in primo piano, ad un marchio di
materiale informatico che andrebbe boicottato, come sostiene BDS, per il
coinvolgimento con l’entità sionista di Israele nei sistemi di controllo del
popolo palestinese oggetto di genocidio anche a causa dei servizi resi da quel
marchio.
Per stare sul focus, dunque, non c’è dubbio che l’approccio ipercritico contro
il neoliberismo e l’autonomia scolastica rappresentino uno spaccato
assolutamente realistico della situazione in cui versa la scuola pubblica. Il
contributo narrativo di Marina Boscaino, Franco Coppoli, Lucio Russo e altri/e
docenti, impegnati da anni come attiviste/i nei sindacati di base e nelle
associazioni di docenti nella denuncia di questa deriva con tutti i suoi
risvolti pratici, compresi i test INVALSI che spostano altrove la programmazione
e la valutazione, rende ragione dell’impianto del prodotto cinematografico. Si
tratta di soggettività che vivono la scuola quotidianamente e saggiano con
consapevolezza critica, civile, professionale, ma anche pedagogica,
l’impossibilità di progettare spazi democratici di convivenza per le umanità
future, come suggerirebbe Gert Biesta ai nostri giorni.
Certo, impostare gran parte del racconto documentale sulla figura di un
dirigente, nella fattispecie Lorenzo Varaldo di Torino, che, per quanto critico
nei confronti della deriva attuale della scuola e informale nel rapporto con
i/le docenti, rimane strutturalmente una pedina fondamentale nel processo
apicale di distruzione della scuola pubblica, potrebbe essere, a seconda dei
punti di vista, un punto di forza, ma anche un punto di debolezza. Di sicuro, la
voce degli studenti e delle studentesse, magari delle scuole superiori, che
subiscono FSL (ex PTCO), test INVALSI, profilazione di massa, orientamento
ideologico, confusionarie indicazioni su Capolavoro, piattaforme da compilare e
abbassamento del livello della qualità del loro studio sarebbe stato più
incisivo, a nostro avviso.
Cadono a pennello nell’architettura generale dell’argomentazione del docufilm le
considerazioni fugaci, alle quali per la verità dovrebbero prestare più
attenzione tutte/i quelle/i che ritengono che l’operazione di Greco e Melchiorre
strizzi l’occhio a destra e dia ragione all’impianto di Valditara, del filosofo
e psicoanalista argentino naturalizzato francese Miguel Benasayag, critico della
società prestazionale tipica dell’impianto neoliberistico, ma profondamente
ottimista nei confronti di una scuola che può tornare protagonista di una
stagione cruciale, come del resto accade in molte realtà in cui si attivano al
proprio interno i canali democrati di base, in cui si assume la resistenza a
tutta l’ideologia liberista come valore centrale del progetto educativo… se
questa non è, anche, pedagogia!
Michele Lucivero