L’8 marzo a Castelnuovo per la Palestina
Castelnuovo per la Palestina è un gruppo indipendente che da alcuni mesi
diffonde e si scambia notizie sulla situazione del conflitto
israelo-palestinese. Domenica 8 marzo ha organizzato il suo primo evento presso
Casa Zatti (Castelnuovo Don Bosco, AT) casa d’accoglienza parte del complesso
del Colle Don Bosco.
Casa Zatti è un luogo aperto nel senso che, oltre a essere uno spazio
comunitario, è anche molto frequentato, meta abituale dei passeggiatori della
domenica. Daniela, portavoce del gruppo, sottolinea l’importanza di intercettare
e coinvolgere nuovi uditori, considerando che spesso chi prende parte a queste
iniziative è già alquanto sensibile ai temi.
Con Naji Al Azzeh e Roberta Stracquadanio abbiamo passato una giornata di
incontro con la cultura palestinese attraverso due laboratori esperienziali di
cucina e di danza.
Alle undici ci raduniamo attorno a un lunghissimo tavolo pieno di taglieri per
affrontare una miriade di verdure. Iniziamo la preparazione collettiva della
Maqluba, piatto palestinese a base di riso, verdure, carne o pollo (abbiamo
cucinato anche la versione vegetariana) e sette spezie[1]. La ricetta cambia dal
Nord al Sud della Palestina e viene tradizionalmente preparata di venerdì. La
particolarità è che viene servita capovolgendo la pentola su un vassoio per
rivelare tutte le stratificazioni degli ingredienti. Il capovolgimento della
pentola può essere forse letto come una rottura degli schemi? Mi spingerei a
definire un gruppo di italiani in religioso silenzio ad ascoltare una
ricetta-non-italiana quasi una piccolissima decolonizzazione culinaria. Ciò che
sicuramente accomuna le due cucine è la soddisfazione del risultato alla fine di
una medio-lunga preparazione.
Inoltre, abbiamo preparato un’insalata araba[2] e un’insalata di cavolo
rosso[3], e mangiato hummus di ceci e babaganoush. Seduti a tavola Naji ci ha
raccontato un po’ di sé: è arrivato in Italia circa 3 anni fa, ha vissuto a
Betlemme in un campo profughi, uno dei più piccoli (circa 3 ettari) costruito in
altezza, senza verde, senza privacy e con 3000 persone stipate dentro. Le
fondamenta dell’edificio erano forse fatte dalla quotidiana resistenza
all’occupazione. Ci racconta di una vita comunitaria serrata in una situazione
di apartheid. Ci racconta del complesso ruolo delle donne in Cisgiordania, di un
maschilismo alimentato dal contesto dell’occupazione[4]. Ci racconta dei
checkpoint, del traffico, delle limitazioni, delle violenze sistemiche. Ci
racconta dei tribunali militari che condannano la quasi totalità degli imputati,
delle detenzioni amministrative senza causa, della quantità di bambini presenti
nelle carceri israeliane, degli abusi e delle violenze sessuali.
Ho avuto il piacere di scambiare due parole con la signora Isabelle e suo marito
Peter. La loro cognata Mary nel 2010 ha fondato HAFSA[5], un gruppo amichevole
di supporto divulgativo ed economico alla piccola città di Sebastia in
Cisgiordania. Mi raccontano del loro viaggio di cinque anni fa proprio a
Sebastia, a circa 12 chilometri da Nablus. La collina su cui sorge era già
parzialmente militarizzata da coloni e soldati dell’IDF e nel mondo se ne
parlava ben poco.
Infatti, subito dopo pranzo ci colleghiamo su Zoom con AY., ex sindaco della
città, che ci racconta Sebastia così: oggi conta circa 3700 abitanti, tre
scuole, una popolazione molto colta e resistente, un sito archeologico con oltre
10 mila anni di storia, e un’economia fondata su ulivi[6] e ovini. Israele sta
prendendo il controllo dell’area sia con le armi sia con strumenti legislativi e
amministrativi che stanno permettendo il graduale e subdolo esproprio delle
terre. La città è collocata in Zona C, su cui l’autorità palestinese non ha
giurisdizione ed è quindi completamente assente. Gli abitanti non sono armati,
cercano di vigilare, di avvisare in caso di attacchi e nei migliori casi
rispondono lanciando pietre. Ci viene anche riportata la cronaca di uno degli
ultimi attacchi nel villaggio di Abu Falah (a est di Ramallah) che ha mietuto
tre vittime: Fari’ Hamayel, Thaer Hamayel e Muhammad Marrah, uccisi da colpi
d’arma da fuoco e da inalazioni di gas durante la difesa del loro villaggio.
Guardiamo un video condiviso da AY. e tradotto in italiano da Pietro[7]
(studente di Lingue e membro del gruppo), un montaggio delle diverse barbarie
perpetrate da coloni e soldati israeliani nei dintorni di Sebastia, avvenute
indicativamente tra il 20 gennaio e il 20 febbraio scorsi. Solo in questa
settimana più di 1360 ulivi sono stati distrutti. Ci dice che per aiutarli
dobbiamo continuare a fare pressione sul governo italiano per interrompere i
finanziamenti all’occupazione, dobbiamo condividere, portare testimonianza di
tutte le tipologie di ingiustizia perpetrate dalle forze israeliane, anche
quelle contro contadini, alberi, animali, cimiteri. Conclude che vederci nelle
piazze dà loro tantissima speranza.
Per il resto del pomeriggio abbiamo ballato seguendo ogni passo di Naji. La
Dabka è una danza folkloristica di gruppo molto diffusa in Palestina, eseguita
su canzoni popolari e il suo nome significa “battere i piedi per terra”. Ci si
dispone in cerchio o semicerchio e il primo della fila guida il gruppo nella
danza. I passi (colpi di piedi al suolo e salti) si scandiscono in 6 o 8 tempi
seguendo un movimento antiorario. La Dabka è, tra l’altro, patrimonio
immateriale dell’UNESCO dal 2023. È un’attività sociale che esprime l’amore per
la propria terra e accompagna diversi momenti comunitari, dai matrimoni alle
manifestazioni.
Al termine della giornata leggiamo un monologo di una psicologa e psicoterapeuta
di Gaza, un punto di vista intersezionale decisamente interessante in uno
scorcio tragico. Racconta di un trauma senza pause. I gesti ordinari delle donne
palestinesi costruiscono la Resistenza civile, anche quelli culturali come
l’insegnamento della lingua e la ripetizione continua dei nomi dei villaggi, al
fine di proteggere la memoria da appropriazioni culturali e soprattutto dalla
distruzione di massa.
Ci scrive:
> «Dal punto di vista psicologico, quello che viviamo non è “stress”.
>
> È trauma continuato. È sistema nervoso costretto alla sopravvivenza
> permanente. È lutto che non trova il tempo per essere lutto. È rabbia che deve
> disciplinarsi per non diventare disperazione. Eppure nessuna diagnosi può
> contenere la nostra interezza.»
Momenti di incontro e racconto come questo servono a interrompere l’assuefazione
alla violenza. Una delle sue forme più temibili è effettivamente la sua
normalizzazione. Aggregarsi è attivare. Ascoltare dal vivo e/o in diretta
testimonianze di chi arriva da questi luoghi martoriati riaccende l’attenzione e
affina la sensibilità. Condividere fisicamente gesti culturali è potentissimo
dal punto di vista emotivo e, secondo me, a volte riesce persino a collocarsi un
gradino sopra al concetto di inclusione.
Definirei questa giornata sensibile avvalendoci dei diversi significati del
termine. È stata una giornata sensibile poiché piena di un’accentuata emotività,
e lo è stata, nel suo significato più filosofico, perché i sensi (gusti,
profumi, musiche, movimenti) ci hanno guidato alla scoperta della cultura
palestinese.
[1] Cannella; cardamomo; chiodi di garofano; noce moscata; pepe nero; cumino;
zenzero; foglie di alloro.
[2] Pomodoro; cetriolo; cipolla; limone; menta; olio; sale.
[3] Cavolo rosso; carota; maionese; yogurt; limone; sale; zucchero.
[4] Dato che le note sono fatte di cibo: Naji ci racconta che durante le
proteste spesso le donne soccorrono i manifestanti colpiti dai lacrimogeni
ponendo loro una cipolla sul viso.
[5] https://hafsa.org.uk/
[6] Mai la metafora dell’ulivo mi è sembrata così adatta per qualcuno.
[7] https://www.youtube.com/watch?v=CibRhoyAbQo
Redazione Italia