Brian Evenson / Fantascienza, horror, e affini
C’è Brian Evenson il professore universitario che ha insegnato in diversi
college degli Stati Uniti e ha pubblicato saggi su Robert Coover, Raymond
Carver, e sul fumettista underground canadese Chester Brown; ha anche scritto la
prefazione all’edizione americana del romanzo breve Camminare di Thomas
Bernhard. C’è anche Brian Evenson il traduttore che ha reso in inglese romanzi
di autori francesi contemporanei e non, nonché un romanzo grafico dell’artista
David B., anche lui francese. E poi c’è Brian Evenson l’autore di romanzi e
racconti tra horror, fantascienza, fantastico, che in Italia si sta facendo
conoscere grazie a Nottetempo, prima con i due romanzi Gli ultimi giorni (2023)
e Il padre della menzogna (2024), entrambi tradotti da Orso Tosco, e adesso con
questa raccolta di racconti – senza dimenticare la sua prima e ormai lontana
comparsa nelle librerie italiane, risalente al 2007, quando Isbn fece uscire La
colpa, tradotto da Enrico Monti.
Per descrivere la narrativa del professor Evenson, che attualmente si divide tra
il California Institute of the Arts e l’American Academy a Berlino, ho dovuto
elencare alcuni generi, e non è un caso se l’horror viene per primo. Per quanto
alcuni racconti in questa raccolta siano decisamente fantascientifici, come “Il
buco”, ambientato su un pianeta extrasolare, oppure “Il signore delle vasche” e
“Macchia”, che si svolgono entrambi su un’astronave in viaggio nello spazio (col
primo oltretutto basato sul videogame Dead Space), la nota orrorifica risuona
sempre in tutte queste storie, e si ritrova anche ne Il padre della menzogna.
Per quanto nel paratesto di questa edizione italiana si evitino accuratamente i
riferimenti ai generi – specialmente la fantascienza che, come si sa, scatena
una violenta allergia di cui soffre da decenni l’editoria italiana per bene –
essi sono evidentemente i materiali di partenza per Evenson, che vengono poi
riletti, reinterpretati, ricombinati, decostruiti in base a un principio che
l’autore inserisce disinvoltamente in “Fuoriuscire”, uno dei pezzi più
spiazzanti della raccolta: «In verità questa non è quel genere di storia, di
quelle in cui le cose hanno una spiegazione. È una di quelle storie in cui le
cose vengono raccontate per come sono e, dal momento che è chiaro che non esiste
una spiegazione per cui le cose sono quello che sono, niente può cambiare e fare
in modo che siano qualcos’altro». Descrizione questa che si applica
perfettamente a tutti gli scritti in Canzone per il disfarsi del mondo.
Nell’omonimo racconto, che non a caso ha prestato il suo titolo all’intera
raccolta, potremmo essere dalle parti del giallo, varietà psicologica:
assistiamo al disfacimento di una persona in origine normale, padre di famiglia
con moglie e figlia, che è ormai un vagabondo in fuga dalla ex-consorte, avendo
rapito sua figlia, forse avendola uccisa – non ci viene spiegato se lo ha fatto
o no, né il motivo per cui i suoi ricordi sono frammentari, né le ragioni che
hanno portato alla separazione. Come già s’è detto, non è quel genere di storia
in cui gli avvenimenti vengono spiegati. Per questo mi è venuto da pensare,
leggendo i racconti di Evenson, a quelli più fantastici di Julio Cortázar, che
fatico a credere non abbia fatto parte delle letture dell’autore statunitense.
Ma di echi letterari ne abbiamo anche altri. In “Fuoriuscire”, “Sorelle a
Halloween” e “Pelli e camicie” ritorna l’immagine di pelli che avvolgono uomini
o donne per poi assimilarli, involucri dotati di una loro volontà, per lo più
predatoria – siamo nel campo dell’horror soprannaturale, e nelle pelli di
Evenson ci vedo qualcosa di quelle che nascondono gli dèi decaduti in
Malpertuis, il classico romanzo soprannaturale di Jean Ray. Non manca nemmeno
l’omaggio a H.P. Lovecraft, evidente in “Il signore delle vasche”. Insomma,
abbiamo un gioco letterario decisamente sofisticato, come ci si può attendere da
uno scrittore che alterna la ricerca e l’insegnamento accademici, e la
cosiddetta scrittura creativa (che vede anch’essa Evenson impegnato come
docente, come hanno fatto tanti altri autori statunitensi).
Ultima notazione, a carattere biografico: la famiglia dello scrittore
apparteneva alla Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni. Se non
aveste capito, erano mormoni. Non a caso Il padre della menzogna è ambientato
nell’immaginaria chiesa della Corporazione del Sangue dell’Agnello, che
riproduce piuttosto bene l’atmosfera delle comunità di confessioni che
somigliano decisamente troppo a sette religiose. Non a caso Evenson ebbe il
primo incarico di insegnamento alla Brigham Young University, che si trova nello
stato dell’Utah – la patria dei mormoni; e proprio i suoi correligionari
attaccarono la sua opera prima, il romanzo Altmann’s Tongue (1994), al punto che
l’anno dopo lo scrittore lasciò la Brigham Young per poi uscire dalla chiesa
mormone. Questo mi spinge a farmi una domanda alla quale non so rispondere, ma
che vale la pena di porsi: com’è che sono gli artisti con un forte retroterra
religioso (come ad esempio H.P. Lovecraft, o da noi Pupi Avati) a raccontare le
storie più spaventevoli? E sia lode a Luciano Funetta per l’impeccabile
traduzione.
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