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Mosca viola l’embargo americano e manda due petroliere a Cuba
Due navi russe si stanno avvicinando a Cuba cariche di petrolio e gasolio, un aiuto di Mosca per cercare di mitigare gli effetti del blocco sull’acquisto di idrocarburi imposto all’isola da Donald Trump. La petroliera russe Anatoly Kolodkin, che trasporta circa 730.000 barili di petrolio degli Urali e la nave Sea Horse, che trasporta circa 200.000 barili di gasolio si stanno avvicinando a Cuba con i loro carichi, ma i russi si sono dimenticati di chiedere il permesso al padrone a stelle e strisce. Infatti il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dichiarato che Cuba è nella lista dei Paesi a cui è vietato effettuare transazioni di acquisto, fornitura o scarico di petrolio greggio e prodotti petroliferi russi, secondo l’accordo di licenza dell’Office of Foreign Asset Control (OFAC), pubblicato giovedì, riferisce CNBC. Il divieto è stato imposto nel momento in cui le due petroliere si stavano dirigendo verso l’isola caraibica. La scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno temporaneamente autorizzato l’acquisto di petrolio russo che si trovava in alto mare, come parte degli sforzi per stabilizzare i mercati energetici mondiali nel bel mezzo della guerra contro l’Iran. Tuttavia, Cuba è stata esclusa da questa esenzione. La decisione di cancellare le sanzioni al petrolio russo libererebbe almeno 140 milioni di barili di greggio che si trova già imbarcato nelle petroliere in giro per il mondo, ma secondo il reuccio della Casa Bianca questo petrolio non può andare verso Cuba, In precedenza, Mosca aveva criticato duramente il blocco dell’invio di carburanti a Cuba imposto dall’amministrazione di Donald Trump e aveva promesso di fornire al Paese il sostegno necessario, compreso l’aiuto finanziario. Il 29 gennaio scorso Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo nel quale definiva Cuba una minaccia inusuale e straordinaria per gli interessi degli Stati Uniti e della regione. A seguito di questo ordine l’amministrazione statunitense ha imposto un blocco all’invio di qualsiasi tipo di combustibile all’isola, pena l’introduzione di dazi aggiuntivi del 25 % a tutti i Paesi che commercino con l’isola idrocarburi. Insomma, per Donald Trump e i suoi soci tutti potranno comprare petrolio russo tranne Cuba. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info   Redazione Italia
March 21, 2026
Pressenza
Una guerra senza vittoria: quali potrebbero essere le conseguenze del conflitto tra USA, Israele e Iran
Le sirene ululano nelle città, i missili solcano il cielo notturno, i droni ronzano sopra le nostre teste e il fumo si alza dagli edifici in rovina. Le telecamere riprendono le scie luminose dei razzi nel cielo, che a volte sembrano fuochi d’artificio agli occhi di chi osserva da lontano. Eppure, dietro quelle immagini drammatiche si nasconde una realtà cupa: la distruzione di vite umane, di città e dell’idea stessa di progresso che il 21° secolo pretende di rappresentare. Il confronto in corso che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran è entrato in una fase di escalation. Gli scambi di missili e droni sono diventati frequenti e la pressione psicologica causata da allarmi e bombardamenti costanti è entrata a far parte della vita quotidiana dei civili. Il costo umano – bambini che piangono, famiglie spaventate che si precipitano nei rifugi e città che vivono all’ombra dell’incertezza – ci ricorda che la guerra moderna, nonostante la sua tecnologia avanzata, produce ancora la stessa antica tragedia. Nelle ultime settimane si è inasprita anche la retorica politica. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e altri leader americani hanno lanciato severi moniti e minacce con l’intento di costringere l’Iran alla resa. Tuttavia, anziché fare marcia indietro, l’Iran sembra aver irrigidito la propria posizione. Le informazioni disponibili indicano che gli attacchi missilistici iraniani si sono estesi a diverse città israeliane, mettendo a dura prova i sistemi di difesa aerea di Israele. Anche le reti di difesa missilistica più sofisticate incontrano dei limiti quando devono affrontare attacchi prolungati e su larga scala. Ciò solleva una questione fondamentale sulla natura della guerra moderna: se nessuna delle due parti è disposta ad arrendersi, cosa significa in realtà “vittoria”? Da tempo Israele fa affidamento sulla propria superiorità tecnologica e sul forte sostegno occidentale per garantire la propria sicurezza. Tuttavia, un conflitto prolungato esercita un’enorme pressione su qualsiasi paese, indipendentemente dalla sua potenza militare. Se la guerra dovesse protrarsi e il sostegno esterno diventasse incerto, Israele potrebbe trovarsi ad affrontare gravi sfide strategiche ed economiche. D’altra parte, anche l’Iran sta correndo un rischio enorme. Un confronto prolungato sia con Israele che con gli Stati Uniti potrebbe esporlo a una devastante rappresaglia militare e a gravi conseguenze economiche. La strategia dell’Iran sembra basarsi sulla resilienza: assorbire la pressione continuando a dimostrare che non può essere facilmente costretto alla resa. La prospettiva più spaventosa in questo conflitto è l’escalation a livello nucleare. Se la guerra dovesse arrivare al punto in cui si prendesse anche solo in considerazione l’uso di armi nucleari o radioattive, le conseguenze sarebbero catastrofiche non solo per il Medio Oriente, ma per il mondo intero. La distruzione anche di una sola grande città provocherebbe crisi umanitarie, politiche e ambientali che potrebbero protrarsi per generazioni. Un altro scenario possibile è il ritiro degli americani. Se gli Stati Uniti decidessero che i costi del conflitto superano i benefici strategici e si ritirassero dal coinvolgimento diretto, Israele potrebbe trovarsi in una posizione molto più vulnerabile. Un simile sviluppo ridisegnerebbe gli equilibri strategici in Medio Oriente. Allo stesso tempo, una guerra prolungata potrebbe imporre pesanti oneri finanziari e politici agli stessi Stati Uniti. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno già dimostrato come i conflitti di lunga durata possano mettere a dura prova anche la più grande economia e potenza militare del mondo. Un nuovo e prolungato confronto in Medio Oriente potrebbe aggravare le divisioni interne e accelerare i dibattiti sul ruolo globale dell’America. In definitiva, questo conflitto potrebbe non avere un chiaro vincitore sul piano militare. Potrebbe invece trasformare il panorama geopolitico della regione e forse segnare un cambiamento nelle dinamiche di potere globali. Le vere vittime, tuttavia, rimarranno le persone comuni: coloro che perdono le loro case, le loro famiglie e il loro futuro in una guerra alimentata da ambizioni politiche e calcoli strategici. La storia dimostra ripetutamente che le guerre iniziano con il linguaggio della vittoria, ma spesso finiscono con la realtà dell’esaurimento. La domanda urgente oggi non è chi si arrenderà, ma se i leader mondiali troveranno la saggezza necessaria per prevenire una catastrofe che potrebbe ridisegnare il Medio Oriente – e l’ordine globale – per i decenni a venire. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Irshad Ahmad Mughal
March 20, 2026
Pressenza
La Costa Rica chiude la propria ambasciata a Cuba
“Il 17 marzo, il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica della Costa Rica ha informato la nostra Cancelleria attraverso una nota diplomatica e senza offrire alcun argomento, della decisione unilaterale di chiudere la propria ambasciata a Cuba,” si legge in un comunicato del Ministero degli Affari Esteri cubano. “Inoltre, senza alcun tipo di giustificazione e invocando una presunta e infondata reciprocità, ha chiesto a Cuba di ritirare il personale diplomatico dalla sua Ambasciata a San José, sottolineando che ciò non include il personale consolare e amministrativo, che potrà continuare a svolgere le sue funzioni”, continua la nota del Ministero degli Esteri cubano. Viene notificato che “a partire dal 1° aprile il governo della Costa Rica manterrà le relazioni con Cuba a livello consolare”. Secondo la nota emessa dal governo cubano “si tratta di una decisione arbitraria, evidentemente adottata sotto pressione e senza tener conto degli interessi nazionali di quel popolo fratello. Con questo passo, il governo costaricano, che mostra una storia di subordinazione alla politica degli Stati Uniti contro Cuba, si unisce ancora una volta all’offensiva del governo statunitense nei suoi rinnovati tentativi di isolare il nostro Paese dalle nazioni della Nostra America e partecipa alla sua escalation aggressiva contro la Rivoluzione cubana, respinta dalla comunità internazionale. Come sessant’anni fa, fallirà nell’impegno. Niente potrà allontanare i popoli di Cuba e Costa Rica, uniti da legami indissolubili di una storia comune, onorata da grandi eroi dell’indipendenza cubana come Martí e Maceo”, conclude il comunicato. La decisione del governo della Costa Rica arriva dopo la riunione della nuova creatura voluta da Donald Trump denominata “Scudo delle Americhe” tenutasi il 7 marzo a Miami. All’alleanza politico-militare sono stati invitati i presidenti di destra ed estrema destra che governano in America Latina. Lo scopo formale è quello di combattere il narcotraffico e l’emigrazione clandestina, ma in realtà “l’obiettivo è quello di riorganizzare la sicurezza dell’emisfero attraverso un’alleanza politico-militare nel continente, che garantisca una retroguardia alleata nel cortile di casa”, come fa notare Marco Consolo. Alla prima riunione erano presenti Javier Milei per l’Argentina, il boliviano Rodrigo Paz, José Antonio Kast per il Cile, Rodrigo Chaves per la Costa Rica, Daniel Noboa per l’Ecuador, Nayib Bukele per El Salvador, Irfaan Ali per la Guyana, il neo eletto presidente dell’Honduras Nasry Asfura, José Raúl Mulino per Panama, Santiago Peña per il Paraguay, Luis Abinader per la Repubblica Dominicana e Kamla Persad-Bissessar per Trinidad e Tobago. Durante l’incontro si è ovviamente parlato anche di Cuba e Trump ha dichiarato che l’isola è arrivata alla fine del suo percorso politico. La decisione di chiudere l’ambasciata da parte della Costa Rica arriva dopo che il 4 marzo il governo dell’Ecuador di Daniel Noboa, senza fornire alcuna giustificazione, aveva dichiarato persona non gradita l’ambasciatore cubano Basilio Gutierrez e i membri della rappresentanza diplomatica, intimando loro di lasciare il Paese entro 48 ore. Quindi immaginare che dietro le due decisioni ci sia una regia statunitense non è una fantasia. Ci dovremo aspettare altre ambasciate chiuse nei prossimi giorni, magari proprio in uno dei Paesi che il pacifista della domenica ha chiamato al suo cospetto? Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info   Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
La deriva autoritaria di Bukele, fedele alleato di Washington
Durante gli ultimi anni, El Salvador ha affrontato “un accelerato processo di concentrazione di potere ed erosione istituzionale, che ha trasformato il suo ordine democratico in un sistema autoritario di diritto e di fatto”. È quanto afferma nel suo rapporto il Gruppo internazionale di esperti per l’indagine sulle violazioni dei diritti umani nel contesto dello stato di emergenza in El Salvador (Gipes), presentato la scorsa settimana in Guatemala durante il 195° periodo di sessioni della Commissione interamericana per i diritti umani (Iachr). Secondo il corposo documento di circa 300 pagine “El Salvador al bivio: crimini di lesa umanità all’interno delle politiche di pubblica sicurezza”, fin dai primi mesi del suo insediamento (2019), l’istrionico presidente Nayib Bukele, fedele alleato di Washington, ha iniziato una tambureggiante offensiva per assicurarsi il controllo dell’apparato istituzionale. In poco tempo, il giovane premier si è garantito la maggioranza assoluta in parlamento, il controllo sugli organi giudiziari ed elettorali, la rieleggibilità presidenziale ad infinitum nonostante la Costituzione la proibisca. Ha inoltre stretto un forte sodalizio con esercito e polizia e con settori dell’oligarchia tradizionale, condividendo con loro i frutti della radicalizzazione e dell’inasprimento del modello neoliberista estrattivista. Magistrati e procuratore generale destituiti e sostituiti con funzionari fedeli, centinaia di giudici prepensionati perché non allineati con il nuovo corso, riforme e leggi, come quella di Agenti Stranieri, che spianano il cammino a un esercizio di potere senza limiti e che restringono la libertà d’associazione e l’indipendenza di organizzazioni sociali e mezzi di comunicazione, sono solo alcune delle mosse di Bukele per smantellare i contrappesi democratici e stabilire un modello di forte concentrazione del potere. L’ultimo tassello di questa strategia di distruzione dello stato di diritto è stata l’implementazione, esattamente quattro anni fa, dello stato d’eccezione a livello nazionale, durante il quale, spiega il rapporto, sono state arrestate più di 89 mila persone, molte di esse senza un mandato di cattura, né un’accusa formale circa la loro appartenenza alle due principali bande criminali (maras): MS-13 e Barrio 18. Dal 2022, il regime straordinario d’emergenza è stato rinnovato per più di 40 volte. Nonostante il tasso di omicidi si sia visibilmente ridotto negli ultimi anni, gli esperti del Gipes assicurano che ciò sarebbe avvenuto a scapito della violazione sistematica dei diritti umani, tra cui arresti e incarcerazioni arbitrarie, torture, centinaia di sparizioni forzate, di decessi in carcere, di persone in esilio, mancanza di assistenza legale e di informazioni sullo stato dei carcerati. Sul banco degli imputati la “mano dura” dello Stato salvadoregno e un modello repressivo che fanno delle leggi d’emergenza, della militarizzazione della pubblica sicurezza e della costruzione di mega-carceri, come il tenebroso Centro di Confinamento del Terrorismo (Cecot), il loro fiore all’occhiello. Nella giornata di martedì 17 marzo, il parlamento ha votato quasi all’unanimità una riforma costituzionale che introduce la pena dell’ergastolo per “assassini, stupratori e terroristi”. “Lo stato di eccezione (e la relativa sospensione dei diritti costituzionali) ha svuotato di contenuto le garanzie processuali, come il diritto alla difesa, la presunzione d’innocenza e l’accesso a una tutela giudiziaria effettiva. Le privazioni di libertà sono basate su profili discriminatori per vincolare le persone ai gruppi criminali, con il prolungamento a tempo indeterminato della custodia cautelare”, spiega il rapporto. Con la scusa di combattere la criminalità, Bukele ha trasformato uno ‘stato d’emergenza’ in una forma abituale d’amministrazione del Paese. “Il controllo assoluto del sistema giudiziario e l’approvazione di decine di decreti legislativi che hanno di fatto modificato la normativa in materia penale e di giustizia penale giovanile, hanno consolidato un quadro legale che permette la violazione grave, generalizzata e sistematica dei diritti fondamentali, come quello alla vita, al giusto processo, a non essere privati arbitrariamente della libertà, né sottoposti a tortura o ad altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti”. Tutte queste violazioni, concludono i cinque giuristi che integrano il gruppo internazionale di esperti, potrebbero costituire crimini di lesa umanità. Tra le raccomandazioni fatte allo Stato salvadoregno spicca il ristabilimento dello stato di diritto (fine dello stato d’eccezione, deroga delle riforme della legislazione processuale penale e delle leggi restrittive dello spazio civico, ristabilimento dell’indipendenza giudiziaria e dell’azione penale, smilitarizzazione della pubblica sicurezza), la rendicontazione delle violazioni commesse e la riparazione integrale per le vittime e i loro familiari. Come sua abitudine e modus operandi, il presidente salvadoregno ha reagito con veemenza alla presentazione del rapporto e ha sferrato un duro attacco dal suo account di X. “Sono giornalisti e personaggi delle ONG finanziati da Open Society che finalmente hanno gettato la maschera e ci chiedono di liberare i criminali. Alla fine non sono altro che studi legali internazionali dediti al crimine. Noi continueremo a priorizzare i diritti di chi subisce la violenza e non di quelli che la esercitano”. Per l’organizzazione salvadoregna Cristosal “il governo celebra i risultati dello stato d’eccezione sostenendo che il fine giustifica i mezzi. Questa formula è stata storicamente utilizzata per giustificare atrocità”. A inizio di marzo, l’organizzazione non governativa ha pubblicato il rapporto “Il prezzo di dissentire: criminalizzazione e persecuzione politica in El Salvador (2019-2025)”, in cui si documenta come la criminalizzazione penale si sia convertita nel principale strumento di persecuzione, evidenziando la strumentalizzazione del sistema di giustizia e l’attacco sistematico alle voci critiche. Tra le 245 vittime documentate figura la responsabile dell’Unità Anticorruzione di Cristosal, Ruth López, ancora in carcere. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
March 18, 2026
Pressenza
Porgi l'altra guancia?
Passerà probabilmente alla storia l'immagine di Donald Trump, attorniato da una serie di importanti pastori evangelici, raccolto in preghiera per invocare la benedizione divina sull'esercito americano. Sul significato profondo di questo tipo di raffigurazione abbiamo chiesto lumi a Carlo Modesti Pauer, antropologo che ha studiato nel corso della sua carriera le diverse modalità di rappresentazione del sacro.
March 17, 2026
Radio Onda Rossa
Referendum #1 | NO, NO, NO e poi NO! (Il referendum del 22 marzo) – di Effimera
La raccolta delle firme promossa da 15 persone libere da ogni soggezione a partiti o a organizzazioni politiche istituzionali ha segnato una svolta in questa vicenda, cogliendo di sorpresa non solo l’arrogante governo in carica e la sua opposizione assopita, ma anche la comunicazione in tutti i suoi variegati segmenti (stampa, televisione, network, ogni [...]
March 10, 2026
Effimera
Voi fate la guerra, noi la rivoluzione – di Rosella Simone
La chiamavano “diplomazia coercitiva”, i saltimbanchi della parola. Adesso iniziano capire che è guerra e si arrampicano sui vetri. La realtà si corrompe sotto le interpretazioni fantasiose dei commentatori affaticati a blandire chi vorrebbe proclamarsi il padrone del mondo: gli Stati uniti e i suoi soci feroci, Israele che vuole conquistare un suo piccolo [...]
March 6, 2026
Effimera
Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione – di Andrea Fumagalli
L'attacco congiunto Usa-Israele contro l'Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell'Iran e dell'attuale regime. L'ipocrisia del pensiero mainstream plaude all'iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di "libertà delle donne". Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò [...]
March 4, 2026
Effimera