PUBBLICATE CON DUE ANNI DI RITARDO LE RILEVAZIONI NAZIONALI SUI CENTRI ANTIVIOLENZA, 61MILA DONNE HANNO CHIESTO AIUTO
È un quadro stabile ma disarmante quello che emerge dai dati pubblicati oggi
dall’Istat nel rapporto intitolato “I Centri Anti Violenza e le donne che hanno
avviato il percorso di uscita dalla violenza”. Il documento fa riferimento
all’anno 2024, “durante il quale poco più di 36.400 donne hanno affrontato il
percorso di uscita dalla violenza grazie all’aiuto dei 409 centri anti violenza
(Cav) presenti sul territorio italiano. Si sono rivolte ai Cav “61.370 donne, in
media 169 donne per Cav, con valori più alti nel Nord-ovest (241) e nel Nord-est
(238) e più bassi nel Sud (72)”.
Secondo l’analisi dei dati di Viviana Cassini, presidente del Cav – Casa delle
donne di Brescia, il ritardo della pubblicazione dei dati a livello nazionale,
potrebbe rallentare la conoscenza e quindi le strategie da mettere in campo da
parte delle istituzioni nazionali, in primis, il governo. Tuttavia, nei casi
analoghi a quello del Cav da lei presieduto, i dati a disposizione sono
decisamente più recenti (2025) e questo permette loro di essere più tempestive
nell’adottare azioni adeguate.
Tra i principali risultati evidenziati dalla pubblicazione Istat, le violenze di
carattere economico – subite dal 39,7% delle donne che si sono rivolte ad un Cav
– ma anche “l’elevatissimo il numero di figli che assistono alla violenza subita
dalla propria madre” e l’aumento di donne con disabilità che si sono rivolte ai
Cav. Si conferma inoltre come la stragrande maggioranza delle violenze avvengano
all’interno della coppia e come trovare una sistemazione lontana dal contesto
nel quale si è verificata la violenza sia una delle difficoltà principali delle
sopravvissute alla violenza.
Alla luce dei dati Istat, abbiamo chiesto a Viviana Cassini quali dovrebbero
essere le azioni da intraprendere urgentemente da associazioni e istituzioni:
“la prevenzione” è in cima alla lista delle priorità, poi la necessità di
offrire alle vittime di violenza la possibilità concreta di “rientrare nel
circuito sociale e lavorativo”; terza cosa “costruire percorsi nuovi e diversi”
in modo che la donna possa “affrontare gente nuova, posti nuovi rispetto invece
alla famiglia d’origine”. Infine è necessario insistere sul “cambiamento
culturale” e spingere per una “legislazione più puntuale”, al contrario da
quella promossa dal DDL Buongiorno che “mette di nuovo al centro dell’accusa la
donna che deve giustificarsi se ha messo in atto tutta una serie di atti che
facilitavano la possibilità di far capire all’altro che lei non ci stava, nel
caso della violenza sessuale”.
L’intervista con Viviana Cassini, presidente del CAV – Casa delle donne di
Brescia. Ascolta o scarica