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Sulla riconversione industriale a fini militari
LA SITUAZIONE STATUNITENSE Secondo indiscrezioni pubblicate da alcuni giornali statunitensi – come il Wall Street Journal1, Reuters e il New York Times – e provenienti da fonti anonime, il Pentagono starebbe avviando colloqui preliminari con i vertici di alcune case automobilistiche per la riconversione di alcuni stabilimenti produttivi a fini militari. Tra le aziende coinvolte ci sarebbero General Motors e Ford. La mossa dei vertici militari coinvolgerebbe anche imprese importanti già attive nel settore militare, come Oshkosh e GE Aerospace, nel tentativo di creare una sinergia industriale che vada oltre il settore dell’automotive. La causa principale di questa mossa politico-economica starebbe nel rapido deterioramento delle scorte militari dovuto alla guerra in Ucraina e a quella in Iran, a cui le aziende automobilistiche potrebbero porre rimedio con “relativa” facilità, vista la possibilità di integrare alcuni dei tradizionali processi produttivi delle automobili nella filiera militare: stampaggio, fusione, lavorazioni meccaniche, produzione e assemblaggio di componenti digitali. È inoltre noto che il settore dei veicoli civili non sia in grado di generare un tasso di innovazione tecnologica che stia al passo con quello dell’automotive cinese, campione dell’auto elettrica e di quella a guida autonoma: si tratta dunque di importare innovazione tecnologica dal settore della difesa per incrementare la competitività. Ne gioverebbero sia la filiera militare che quella automobilistica.2 Certo, la notizia non farà piacere agli amanti della pace: il precedente storico, difatti, sta nella riconversione a fini militari – per la produzione di camion, jeep e velivoli – di molti stabilimenti di Detroit, avvenuta durante la Seconda guerra mondiale. Tutto ciò mentre negli USA la disoccupazione (tradizionalmente contenuta) è in aumento, passando dal 3,8% del 2023 al 4,5% del 2025, e il poco stato sociale ivi esistente viene progressivamente demolito. Dei 1.500 miliardi di dollari destinati alla difesa per il 2027 – «il budget più alto dalla Seconda guerra mondiale»3 –, dunque, almeno una parte avrebbe dovuto essere investita nelle politiche sociali, ma così non è stato. LA SITUAZIONE ITALIANA Anche in Italia si parla di riconversione militare dell’automotive, attualmente portata avanti da aziende come Berco e, in futuro, Stellantis. Il Governo Meloni ha inserito nel maxi-emendamento alla Finanziaria 2026 un comma dedicato alla riconversione dell’industria, laddove si parla di «progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa».4 Il tentativo è quello di sfruttare la capacità produttiva delle case automobilistiche per commercializzare le innovazioni produttive di tipo militare, potendo così accorciare i cicli temporali della ricerca e dello sviluppo delle innovazioni belliche. La guerra in Ucraina, infatti, ha dimostrato che per conseguire obiettivi di prontezza militare sia fondamentale riuscire a innovare più rapidamente del nemico i sistemi d’arma. Per fare ciò sarà necessario favorire l’orientamento strategico dei finanziamenti militari, che dovrebbero essere diretti maggiormente verso l’innovazione produttiva e sulle esigenze di lungo termine: «difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, munizioni e missili, droni e sistemi anti-droni, mobilità militare, tecnologie emergenti quali intelligenza artificiale, quantum, guerra cibernetica ed elettronica e, infine, infrastrutture strategiche abilitanti, inclusi sistemi di trasporto aereo strategico»5. A tal fine risulteranno essenziali «la promozione di partenariati pubblico privati su progetti strategici nazionali ed europei»6 e l’incremento dei finanziamenti pubblici. Questi, per la verità, in Italia sono ancora prevalentemente impiegati per la spesa per il personale, mentre solo il 6% va alla ricerca e sviluppo di nuovi prodotti. Siffatti obiettivi di pianificazione economica strutturale non sono conseguibili con un tessuto industriale così frammentato dalla corposa presenza di piccole e medie imprese – condizione, questa, particolarmente vera per l’Italia ma in buona parte anche per gli altri paesi europei –, che limitano le capacità di coordinamento degli attori imprenditoriali e l’accesso ai fondi europei, inficiando la visione strategica del Governo e delle Forze Armate, le quali sempre più spesso esprimono pareri sulla politica industriale nazionale. Pertanto il tentativo del legislatore sarà quello di creare una base industriale dual-use, in cui «non è il prodotto a essere “a duplice uso” ma lo stesso sito produttivo, che quindi sarebbe in grado di produrre beni diversi sia per uso civile che militare, sia contemporaneamente che in alternanza, attraverso una rapida transizione da una funzione di produzione di beni commerciali a beni militari senza necessità di continui investimenti»7. Un altro tassello importante è costituito dalla politica per l’approvvigionamento costante e sicuro di input produttivi, che parte dalle catene di fornitura delle materie prime critiche (come i metalli semiconduttori). Ciò potrà essere conseguito, nei piani di Meloni e Crosetto – supportati dai loro centri studi e uffici tecnici –, tramite «una migliore promozione dell’internazionalizzazione, che punti a facilitare l’accesso ai mercati esteri»8 e, soprattutto, attraverso l’acquisizione di un ruolo maggiormente centrale del Governo. Questo al momento non può costituirsi parte negoziale nelle trattative9 – e noi speriamo che non possa mai farlo. In questo senso un cavallo di Troia in grado di scardinare o forzare la legislazione attuale potrebbe essere costituito da trattative fra governi (accordi Government-to-Government), auspicata sia dal Governo che dalle Forze Armate. Dal punto di vista commerciale il tentativo italiano sembra definirsi attorno a una politica attenta, sì, a consolidare e sviluppare i legami con le aziende e i paesi della Comunità Europea e del Regno Unito, «favorendo la creazione di alleanze industriali e di veri e propri campioni europei in grado di competere a livello globale»10, ma orientata anche alla tutela degli specifici interessi nazionali, in particolar modo per quanto concerne i legami commerciali con i paesi del Golfo e del Sud-Est asiatico. Per realizzare il piano industriale su esposto il Governo punterà a rimuovere i vincoli per gli investimenti bancari del settore, ad armonizzare la legislazione esistente con quella degli altri paesi europei – allentando molteplici vincoli normativi – e a meglio coordinare la logistica militare. Hanno fatto scalpore, in tal senso, il recente accordo tra Leonardo SpA e RFI, stipulato nel febbraio del 2024, volto al monitoraggio e alla protezione degli snodi ferroviari strategici, così come lo sviluppo delle banchine portuali elettrificate, previsto dal PNRR11, che consentirà alle navi militari ormeggiate di prendere elettricità da terra per poter soddisfare il fabbisogno energetico delle proprie tecnologie avanzate, riducendo i tempi di stazionamento dei porti e incrementando il traffico militare. A chiudere il cerchio di questa disastrosa politica bellicista troviamo l’esistenza di una considerevole pressione sul sistema scolastico e universitario: le materie STEM come priorità d’insegnamento, considerate «essenziali per garantire una forza lavoro qualificata e capace di sostenere l’innovazione tecnologica richiesta dal comparto»12; il «rafforzamento della collaborazione tra imprese, università e istituti di ricerca» e la «creazione di spin-off universitari»13 (imprese – di solito start-up – che nascono all’interno o a partire da università e centri di ricerca). Nel merito vogliamo ricordare l’intervento di inizio febbraio dell’ex Amministratore Delegato di Leonardo SpA, Roberto Cingolani, fatto davanti agli studenti del Liceo Scientifico Newton, dell’I.T.I.S. G. Galilei, del Liceo Digitale Matteucci e dell’Istituto De Merode di Roma proprio per magnificare l’importanza delle discipline STEM, e nel quale ha dichiarato: «Leonardo negli ultimi tre anni ha assunto quasi 20 mila persone, oggi siamo 63 mila e nei prossimi tre anni ne verranno assunte probabilmente altre 17 mila. La gran parte di queste persone ha una formazione tecnico-scientifica»14. Del resto, attraverso la Fondazione Leonardo ETS, la nota azienda produttrice di armi sta progressivamente penetrando nel mondo dell’istruzione pubblica, attraverso progetti come “STEMLab”, “A Scuola di STEM” e “Civiltà dei Dati”, che mirano a collegare il mondo aziendale dell’innovazione tecnologica (con un marcato outlook sul militare e la Difesa) con quello della formazione. Si tratta di un tassello di una più articolata politica degli industriali e delle istituzioni europee per l’aziendalizzazione della scuola pubblica, che a dire la verità parte da lontano: la potente lobby padronale della Tavola Rotonda Europea degli industriali (ERT), creata nel 1983, già da tempo sosteneva «l’importanza strategica vitale della formazione e dell’educazione per la competitività europea», criticando gli insegnanti per «una comprensione insufficiente dell’ambiente economico, degli affari e della nozione di profitto»15; la Commissione Europea, dal canto proprio, afferma da oltre quarant’anni che «gli istituti scolastici, i centri di formazione e le università dovrebbero essere aperti sul mondo: è opportuno assicurare i loro legami con l’ambiente locale, con le imprese e con i datori di lavoro in particolare, per migliorare la comprensione dei bisogni di questi ultimi».16 Siamo nelle mani sbagliate e ci troviamo nel bel mezzo di veri e propri piani di guerra, dunque. Speriamo che a combatterla ci vadano quelli che con la guerra vogliono arricchirsi, anziché i lavoratori d’Italia, e che ci lascino – è proprio il caso di dirlo – in pace. Emiliano Gentili, Federico Giusti – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 Cfr. S. Terlep, Pentagon Approaches Automakers, Manufacturers to Boost Weapons Production, 15th April 2026, https://www.wsj.com/politics/national-security/pentagon-approaches-automakers-manufacturers-to-boost-weapons-production-19538557?. 2 Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Dove ci porta la riconversione bellica dell’automotive, 30 marzo 2026, https://diogenenotizie.com/dove-ci-porta-la-riconversione-bellica-dellautomotive/. 3 Redazione Eurofocus, Riconversione militare delle case automobilistiche: dopo la Germania, tocca agli Usa, 17 aprile 2026, https://eurofocus.adnkronos.com/imprese/produzione-armi-aziende-auto-trattative-pentagono-confronto-germania/. 4 L. 199/2025, art. 1, c. 280. 5 MIMIT, Made in Italy 2030. Per una nuova strategia industriale, gennaio 2026, p. 140. 6 Ivi, p. 137. 7 Ivi, p. 141. 8 Ivi, p. 139. 9 Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3. 10 MIMIT, op. cit., p. 140. 11 Pnrr #NEXTGENERATIONITALIA, M3C2. 1, Riforma 1.3, p. 169. 12 MIMIT, op. cit., p. 139. 13 Ivi, p. 141. 14 Cfr. https://www.fondazioneleonardo.com/stories/stem-tecnologie-futuro-evento-leonardo-roma. 15 ERT, Education et compétence en Europe, Etude de la Table Ronde Européenne sur l’Education et la Formation en Europe, Bruxelles, Février 1989. 16 Commissione della Comunità Europea, Les objectifs concrets futurs des systèmes d’éducation, Rapport de la commission, COM(2001) 59 final , Bruxelles, 31 janvier 2001. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Stellantis ritira 700 mila auto ibride per pericolo di incendio
Una doccia fredda colpisce il colosso automobilistico Stellantis. Il gruppo ha avviato una massiccia operazione di richiamo precauzionale che coinvolge circa 700 mila veicoli ibridi in tutto il mondo. Il motivo è un potenziale rischio di incendio nel vano motore legato a un difetto di assemblaggio in alcuni dei modelli […] L'articolo Stellantis ritira 700 mila auto ibride per pericolo di incendio su Contropiano.
April 3, 2026
Contropiano
Riconversione dell’automotive a fini militari: dove ci stanno portando?
Lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück, in Germania, sta per essere rilevato dal colosso Rheinmetall per produrre veicoli militari come il KF41 Lynx (probabilmente, assieme all’israeliana Rafael Advanced Defence Systems, produrrà anche mezzi per il trasporto e il lancio di missili1) e seguire in tal modo la sorte toccata ad altri impianti, come quelli di Berlino e di Neuss. In Francia lo storico impianto Fonderie de Bretagne, che produceva componentistica per la Renault, è stato acquisito da Europlasma e sta cominciando la produzione di proiettili da artiglieria (circa un milione all’anno), mentre la Renault inizierà presto a produrre lo scheletro di droni militari a lungo raggio negli stabilimenti di Le Mans e Cléon, nella misura di 600 al mese2. La Valeo, altra multinazionale francese attiva nell’industria dell’automotive, avrebbe sottoscritto un’intesa con altre società (circa cento) sempre per la dronistica militare. Un’iniziativa simile a quella del gruppo tedesco Schaeffler (produttore leader a livello mondiale di cuscinetti volventi e prodotti lineari, rinomato fornitore del settore automobilistico), che per produrre droni ha firmato un memorandum con la startup militare specializzata Helsing3. L’azienda italiana Berco, che produce componenti per veicoli, verrà rilevata dalla Thyssenkrupp e fabbricherà anche veicoli militari4, mentre sono in corso simili trattative con il gruppo Stellantis. Sempre in Italia, la Iveco produce già da tempo veicoli militari ed è stata acquisita pochi giorni or sono da Leonardo5. Proprio il caso della Berco è emblematico, in quanto i lavoratori e la lavoratrici si sono impegnati in oltre duecento giorni di mobilitazione al fine di scongiurare la riduzione delle attività e la chiusura degli stabilimenti. La parziale riconversione dell’azienda a fini bellici, pertanto, è stata opportunisticamente presentata dalla parte datoriale come antidoto alla cassa integrazione e alla disoccupazione. Del resto, gli interventi delle aziende militari – come Leonardo – e delle Forze Armate nelle scuole, negli ITS e nelle Università non servono solo a “normalizzare” la presenza dei militari nella società civile o a convincere i giovani ad arruolarsi ma anche a presentare l’industria militare come volano di un’occupazione di qualità e ben remunerata. Certo, la veridicità di questo aspetto è tutta da dimostrare: storicamente, in Italia, a un incremento della spesa per la Difesa non è mai corrisposto un aumento dell’occupazione, anche perché gli appalti militari che rendono di più sono proprio quelli ad alta intensità di capitale (ossia quelli che fanno largo impiego di tecnologie e macchinari a discapito dell’utilizzo di manodopera)6. Le aziende belliche stanno dunque riuscendo nel tentativo di presentarsi come attori utili e fondamentali nella società del lavoro, al punto che Cingolani, CEO di Leonardo SpA, il mese scorso ha potuto ergersi come paladino delle materie STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) e affermare, davanti a una platea di alcune centinaia di studenti liceali di Roma: «Leonardo negli ultimi tre anni ha assunto quasi 20mila persone, oggi siamo 63mila e nei prossimi tre anni ne verranno assunte probabilmente altre 17mila. La gran parte di queste persone ha una formazione tecnico-scientifica»7. Lo studio delle materie STEM, la riforma degli istituti tecnico-professionali8 e i tanti accordi per l’insegnamento fra scuole, università, aziende e Forze Armate fanno dunque parte di un’elaborata politica di brand della filiera militare, rappresentando un cavallo di troia contro le spontanee tendenze alla pace dei giovani studenti. Questi vengono surrettiziamente portati ad accettare le attività imprenditoriali di aziende come Leonardo proprio in quanto sinonimo di un’occupazione eccellente e di antidoto alla disoccupazione. Per questo le finalità immorali di tali aziende vengono taciute o sminuite davanti a tanti giovani preoccupati per il loro futuro e bisognosi di un lavoro decente. All’interno di questa strategia la riconversione industriale di molte imprese verso il militare rappresenta un tassello fondamentale, necessario per rafforzare la filiera bellica, ed è del resto un passaggio obbligato della politica economica di un Paese capitalista come l’Italia. Per questo motivo il Governo Meloni, all’interno del cosiddetto “maxi-emendamento” alla Finanziaria per il 2026, ha inserito un comma che delega al Ministero della Difesa e a quello per le Infrastrutture e i Trasporti l’emissione di uno o più decreti «finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa», con l’obiettivo «di tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello Stato e di rafforzare le capacità industriali della difesa riferite alla produzione e al commercio di armi, di materiale bellico e sistemi d’arma»9. La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è la seguente: per quali motivi sono le industrie automobilistiche quelle più frequentemente riconvertite? Innanzitutto, in linea di massima nel settore dell’automotive le innovazioni tecnologiche rivestono un ruolo di grande importanza, ma sono importate dall’esterno: alcuni settori – come per l’appunto l’automotive, ma anche il chimico o i servizi finanziari – non hanno più un tasso di innovazione molto elevato e pertanto tendono a “inglobare” nuove tecnologie nei processi produttivi soltanto quando vengano sviluppate a latere, in altri settori, e solo in un secondo tempo “trasferite”10. Pertanto risulta utile dirottare parte della produzione verso il settore militare, che presenta un tasso di innovazione decisamente superiore e che, di conseguenza, potrebbe avere un effetto positivo sull’economia dell’industria automobilistica civile. Una seconda spiegazione è data dal fatto che l’automotive ha molto in comune con l’industria militare, in particolare in riferimento a microchip, componentistica meccanica, sistemi digitali e manifatturieri che trovano impiego duale sia su veicoli civili che bellici. Un’ulteriore ragione, infine, sta nelle difficoltà che le industrie automobilistiche europee stanno attraversando a causa del calo delle vendite e della produzione (sottoutilizzo della capacità industriale, che nel 2023 si attestava attorno al 60% della produzione potenziale)11 e, nello specifico, della debolezza della domanda di auto elettriche nei Paesi UE. In tutto ciò, come notato dalla rivista specializzata Quattroruote, «l’incremento della spesa pubblica per la difesa e l’accesso agevolato ai fondi europei fungono da catalizzatori, rendendo attrattiva la riconversione degli impianti delle aziende automobilistiche»12. Nel frattempo la cittadinanza non viene informata e per questo resta del tutto ignara dei processi di riconversione, dei quali non è sempre facile far emergere il disegno di coerenza complessivo. Non è casuale che numerose notizie vengano sottaciute in maniera regolare, al punto che in alcuni casi le aziende in fase di riconversione non emettono alcun comunicato stampa. Tutto avviene in religioso silenzio nel nome dei principi di riservatezza e segretezza a cui sono vincolati i lavoratori dipendenti, e la cui violazione è perseguita con il Codice Penale il quale prevede sanzioni severissime. E. Gentili, F. Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 S. Ash, L. Pitel, K. Inagaki, German ‘city of peace’ wrestles with weapons pivot to save VW jobs, «Financial Times», 27th March 2026. 2 Reuters, Renault partners with Turgis Gaillard on military drones, 20th January 2026. 3 Cfr. FY 2025 Schaeffler AG earnings, The motion technology company, 3rd March 2026, p. 14. 4 MIMIT, Comunicato stampa: Berco: azienda conferma al Mimit il piano di risanamento e nuovi investimenti per lo stabilimento di Copparo, 25 marzo 2026. 5 Leonardo, Comunicato stampa: Leonardo finalizza l’acquisizione del business difesa di Iveco, 18 marzo 2026. 6 Cfr. D. Sarasa-Flores, A. García Serrador, C. Ulloa Ariza, Buy Guns or Buy Roses: EU Defence Spending Fiscal Multipliers, SUERF Policy Brief | No. 1209, 10th July 2025. 7 Fondazione Leonardo, Comunicato stampa: STEM, le tecnologie che aprono le porte del futuro. L’evento al Centro espositivo Leonardo, 2 febbraio 2026. 8 Cfr. F. Giusti, E. Gentili, La riforma degli istituti tecnico-professionali al suo primo banco di prova, 15 Luglio 2025, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_riforma_degli_istituti_tecnicoprofessionali_al_suo_primo_banco_di_prova/42819_61925/. 9 L. 199/2025, art. 1, c. 280. Al momento attuale tuttavia non risultano ancora decreti ministeriali attuativi di questo comma, nemmeno in fase preparatoria (schemi, bozze, ecc.). 10 Cfr. M. Draghi, The future of European competitiveness, Part B: In-depth analysis and recommendations, p. 235. 11 Cfr. Institute for Energy Research, Many of Europe’s Car Factories Are Underutilized, 2nd October 2024. 12 A. Ascione, Renault entra nella difesa: 600 droni al mese. E altre Case auto sono già pronte, «Quattroruote», 12 febbraio 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Financial Times: Volkswagen vuole riconvertirsi all’Iron Dome israeliano
Volkswagen, il gigante dell’auto che per decenni ha rappresentato la spina dorsale dell’industria europea, è in una crisi profondissima. In linea con quanto promosso dal riarmo e dalla difesa europei, che mettono d’accordo tutte le principali forze politiche del continente, la casa automobilistica starebbe valutando le opportunità offerte dalla transizione […] L'articolo Financial Times: Volkswagen vuole riconvertirsi all’Iron Dome israeliano su Contropiano.
March 29, 2026
Contropiano
La “cura” McKinsey propone a Volkswagen di chiudere 8 stabilimenti
La società di consulenza McKinsey ha presentato un’ipotesi di amputazione radicale alla Volkswagen, per aggiustare i suoi conti. Il Bild, famoso tabloid tedesco, ha pubblicato alcune indiscrezioni che hanno scosso l’industria automobilistica tedesca, perché la consulenza della famosa società statunitense certifica una crisi strutturale di uno dei più importanti attori […] L'articolo La “cura” McKinsey propone a Volkswagen di chiudere 8 stabilimenti su Contropiano.
March 22, 2026
Contropiano
Puntata del 10/02/2026@0
Il primo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Guglielmo Sicobas Roma sullo sciopero nazionale della filiera GLS dove gli operaio. Stanno lottando contro licenziamenti e decreti sicurezza. In un loro comunicato si legge: “In solidarietà per gli 80 lavoratori autisti di camion licenziati a Roma e lasciati senza un salario da dicembre, dalla notte di ieri (11/02/26) è nuovamente sciopero dei lavoratori Gls su tutta la filiera nazionale del gruppo: ferma la merce nei principali stabilimenti, paralizzati centri hub e magazzini filiali dal nord al sud dell’Italia. Gls (già proprietà poste britanniche) fa parte del colosso finanziario Ep a sua volta parte di un ricco gruppo internazionale proprietario di industrie nei principali settori (energia, grande distribuzione, logistica, trasporti, sport, finanza…) che fattura miliardi di guadagno annui: usando scuse inaccettabili (tra cui il fallimento di una ditta in appalto -la Protopapa srl – che ha avvertito solo all’ultimo gli autisti interessati e una legislazione carente m a favore delle committenze – ad alimentare lo schiavismo di appalti e subappalti) la nota azienda multinazionale prova a colpire i lavoratori e attaccare il loro sindacato con l’obiettivo di abbassare il costo del lavoro e aumentare il profitto. Contro l’arroganza del padrone Gls, il SI Cobas rivendica il reintegro immediato degli 80 lavoratori licenziati, l’internalizzazione contro la precarietà e il rispetto degli accordi sindacali migliorativi del contratto nazionale per forti aumenti di salario adeguati al carovita. Come organizzazione del movimento operaio, in una fase grave della crisi internazionale di peggioramento della recessione economica e tendenza alla guerra mondiale, rilanciando la lotta per libertà sindacale e forti aumento di salario, resistiamo ai tentativi padronali di togliere ai lavoratori e dare alle grandi aziende: consapevoli che solo con le armi della solidarietà e dell’unità è possibile raggiungere il risultato di difendere l’interesse immediato dei lavoratori per migliorare le condizioni di vita, quando necessario fermando la produzione e distribuzione delle merci con picchetti di sciopero. I lavoratori dai cancelli dei loro stabilimenti agitano parole d’ordine forti e chiare per tutta la classe lavoratrice: ‘il posto di lavoro non si tocca, lo difendiamo con la lotta’. Significativamente, il riuscito sciopero nazionale in corso per ottenere importanti rivendicazione economiche è anche un’azione politica di denuncia operaia dello sfruttamento e della repressione come ulteriore risposta all’economia di guerra portata avanti da governo e padroni (bassi salari, precarietà, decreti “sicurezza” a finanziare riarmo e militarismo col tentativo di imporre politiche antioperaie e antimmigrati a schiacciare protesta e dissenso). IL NEMICO É IN CASA NOSTRA CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento è stato quello del progressivo smantellamento del settore produttivo industriale torinese e nazionale, ne abbiamo parlato al telefono Gianni Mannori responsabile per FIOM CGIL di Mirafiori. Con il nostro ospite abbiamo ripercorso un po’ lo stato in cui versa il settore automotive a Torino e le risposte che il sindacato e la classe operaia hanno provato a dare alle aziende, alla politica e alla città stessa. Infatti ha avuto luogo per 3 giorni, davanti ai cancelli storici della ex FIAT un presidio per comunicare ed informare chi tutt’ora lavora negli stabilimenti Mirafiori, appesi ad un pianificazione a brevissimo termine, peraltro conquistata grazie alle mobilitazioni operai, dello svoglimento di “Innamorati di Torino”. Si è trattato di una manifestazione per richiedere il rilancio industriale ed economico di Torino, che non può basarsi su una sola linea di produzione (quella della 500 ibrida) e che vorrebbe una pianificazione industriale seria e responsabile da parte di istituzioni locali e aziende, che negli ultimi anni, stanno solo smantellando interi settori produttivi, delocalizzando, senza creare un’alternativa a lavoratori e lavoratrici. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Antonio Amoroso CUB trasporti sull’ennesima precettazione di uno sciopero a mano del famigerato ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini. Con il nostro ospite ci addentreremo nei meccanismi perversi che stanno portando ad un vertiginoso arretramento dei diritti di sciopero nel nostro paese, con la complicità della commissione di garanzia del diritto di sciopero, di fatto usata come braccio armato di un governo che non riesce e non vuole trovare gli strumenti per affrontare le crisi produttive e occupazionali della classe lavoratrice. Buon ascolto
February 18, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 10/02/2026@1
Il primo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Guglielmo Sicobas Roma sullo sciopero nazionale della filiera GLS dove gli operaio. Stanno lottando contro licenziamenti e decreti sicurezza. In un loro comunicato si legge: “In solidarietà per gli 80 lavoratori autisti di camion licenziati a Roma e lasciati senza un salario da dicembre, dalla notte di ieri (11/02/26) è nuovamente sciopero dei lavoratori Gls su tutta la filiera nazionale del gruppo: ferma la merce nei principali stabilimenti, paralizzati centri hub e magazzini filiali dal nord al sud dell’Italia. Gls (già proprietà poste britanniche) fa parte del colosso finanziario Ep a sua volta parte di un ricco gruppo internazionale proprietario di industrie nei principali settori (energia, grande distribuzione, logistica, trasporti, sport, finanza…) che fattura miliardi di guadagno annui: usando scuse inaccettabili (tra cui il fallimento di una ditta in appalto -la Protopapa srl – che ha avvertito solo all’ultimo gli autisti interessati e una legislazione carente m a favore delle committenze – ad alimentare lo schiavismo di appalti e subappalti) la nota azienda multinazionale prova a colpire i lavoratori e attaccare il loro sindacato con l’obiettivo di abbassare il costo del lavoro e aumentare il profitto. Contro l’arroganza del padrone Gls, il SI Cobas rivendica il reintegro immediato degli 80 lavoratori licenziati, l’internalizzazione contro la precarietà e il rispetto degli accordi sindacali migliorativi del contratto nazionale per forti aumenti di salario adeguati al carovita. Come organizzazione del movimento operaio, in una fase grave della crisi internazionale di peggioramento della recessione economica e tendenza alla guerra mondiale, rilanciando la lotta per libertà sindacale e forti aumento di salario, resistiamo ai tentativi padronali di togliere ai lavoratori e dare alle grandi aziende: consapevoli che solo con le armi della solidarietà e dell’unità è possibile raggiungere il risultato di difendere l’interesse immediato dei lavoratori per migliorare le condizioni di vita, quando necessario fermando la produzione e distribuzione delle merci con picchetti di sciopero. I lavoratori dai cancelli dei loro stabilimenti agitano parole d’ordine forti e chiare per tutta la classe lavoratrice: ‘il posto di lavoro non si tocca, lo difendiamo con la lotta’. Significativamente, il riuscito sciopero nazionale in corso per ottenere importanti rivendicazione economiche è anche un’azione politica di denuncia operaia dello sfruttamento e della repressione come ulteriore risposta all’economia di guerra portata avanti da governo e padroni (bassi salari, precarietà, decreti “sicurezza” a finanziare riarmo e militarismo col tentativo di imporre politiche antioperaie e antimmigrati a schiacciare protesta e dissenso). IL NEMICO É IN CASA NOSTRA CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento è stato quello del progressivo smantellamento del settore produttivo industriale torinese e nazionale, ne abbiamo parlato al telefono Gianni Mannori responsabile per FIOM CGIL di Mirafiori. Con il nostro ospite abbiamo ripercorso un po’ lo stato in cui versa il settore automotive a Torino e le risposte che il sindacato e la classe operaia hanno provato a dare alle aziende, alla politica e alla città stessa. Infatti ha avuto luogo per 3 giorni, davanti ai cancelli storici della ex FIAT un presidio per comunicare ed informare chi tutt’ora lavora negli stabilimenti Mirafiori, appesi ad un pianificazione a brevissimo termine, peraltro conquistata grazie alle mobilitazioni operai, dello svoglimento di “Innamorati di Torino”. Si è trattato di una manifestazione per richiedere il rilancio industriale ed economico di Torino, che non può basarsi su una sola linea di produzione (quella della 500 ibrida) e che vorrebbe una pianificazione industriale seria e responsabile da parte di istituzioni locali e aziende, che negli ultimi anni, stanno solo smantellando interi settori produttivi, delocalizzando, senza creare un’alternativa a lavoratori e lavoratrici. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Antonio Amoroso CUB trasporti sull’ennesima precettazione di uno sciopero a mano del famigerato ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini. Con il nostro ospite ci addentreremo nei meccanismi perversi che stanno portando ad un vertiginoso arretramento dei diritti di sciopero nel nostro paese, con la complicità della commissione di garanzia del diritto di sciopero, di fatto usata come braccio armato di un governo che non riesce e non vuole trovare gli strumenti per affrontare le crisi produttive e occupazionali della classe lavoratrice. Buon ascolto
February 18, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 10/02/2026@2
Il primo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Guglielmo Sicobas Roma sullo sciopero nazionale della filiera GLS dove gli operaio. Stanno lottando contro licenziamenti e decreti sicurezza. In un loro comunicato si legge: “In solidarietà per gli 80 lavoratori autisti di camion licenziati a Roma e lasciati senza un salario da dicembre, dalla notte di ieri (11/02/26) è nuovamente sciopero dei lavoratori Gls su tutta la filiera nazionale del gruppo: ferma la merce nei principali stabilimenti, paralizzati centri hub e magazzini filiali dal nord al sud dell’Italia. Gls (già proprietà poste britanniche) fa parte del colosso finanziario Ep a sua volta parte di un ricco gruppo internazionale proprietario di industrie nei principali settori (energia, grande distribuzione, logistica, trasporti, sport, finanza…) che fattura miliardi di guadagno annui: usando scuse inaccettabili (tra cui il fallimento di una ditta in appalto -la Protopapa srl – che ha avvertito solo all’ultimo gli autisti interessati e una legislazione carente m a favore delle committenze – ad alimentare lo schiavismo di appalti e subappalti) la nota azienda multinazionale prova a colpire i lavoratori e attaccare il loro sindacato con l’obiettivo di abbassare il costo del lavoro e aumentare il profitto. Contro l’arroganza del padrone Gls, il SI Cobas rivendica il reintegro immediato degli 80 lavoratori licenziati, l’internalizzazione contro la precarietà e il rispetto degli accordi sindacali migliorativi del contratto nazionale per forti aumenti di salario adeguati al carovita. Come organizzazione del movimento operaio, in una fase grave della crisi internazionale di peggioramento della recessione economica e tendenza alla guerra mondiale, rilanciando la lotta per libertà sindacale e forti aumento di salario, resistiamo ai tentativi padronali di togliere ai lavoratori e dare alle grandi aziende: consapevoli che solo con le armi della solidarietà e dell’unità è possibile raggiungere il risultato di difendere l’interesse immediato dei lavoratori per migliorare le condizioni di vita, quando necessario fermando la produzione e distribuzione delle merci con picchetti di sciopero. I lavoratori dai cancelli dei loro stabilimenti agitano parole d’ordine forti e chiare per tutta la classe lavoratrice: ‘il posto di lavoro non si tocca, lo difendiamo con la lotta’. Significativamente, il riuscito sciopero nazionale in corso per ottenere importanti rivendicazione economiche è anche un’azione politica di denuncia operaia dello sfruttamento e della repressione come ulteriore risposta all’economia di guerra portata avanti da governo e padroni (bassi salari, precarietà, decreti “sicurezza” a finanziare riarmo e militarismo col tentativo di imporre politiche antioperaie e antimmigrati a schiacciare protesta e dissenso). IL NEMICO É IN CASA NOSTRA CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento è stato quello del progressivo smantellamento del settore produttivo industriale torinese e nazionale, ne abbiamo parlato al telefono Gianni Mannori responsabile per FIOM CGIL di Mirafiori. Con il nostro ospite abbiamo ripercorso un po’ lo stato in cui versa il settore automotive a Torino e le risposte che il sindacato e la classe operaia hanno provato a dare alle aziende, alla politica e alla città stessa. Infatti ha avuto luogo per 3 giorni, davanti ai cancelli storici della ex FIAT un presidio per comunicare ed informare chi tutt’ora lavora negli stabilimenti Mirafiori, appesi ad un pianificazione a brevissimo termine, peraltro conquistata grazie alle mobilitazioni operai, dello svoglimento di “Innamorati di Torino”. Si è trattato di una manifestazione per richiedere il rilancio industriale ed economico di Torino, che non può basarsi su una sola linea di produzione (quella della 500 ibrida) e che vorrebbe una pianificazione industriale seria e responsabile da parte di istituzioni locali e aziende, che negli ultimi anni, stanno solo smantellando interi settori produttivi, delocalizzando, senza creare un’alternativa a lavoratori e lavoratrici. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Antonio Amoroso CUB trasporti sull’ennesima precettazione di uno sciopero a mano del famigerato ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini. Con il nostro ospite ci addentreremo nei meccanismi perversi che stanno portando ad un vertiginoso arretramento dei diritti di sciopero nel nostro paese, con la complicità della commissione di garanzia del diritto di sciopero, di fatto usata come braccio armato di un governo che non riesce e non vuole trovare gli strumenti per affrontare le crisi produttive e occupazionali della classe lavoratrice. Buon ascolto
February 18, 2026
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