H.E. Bates / Quello che i libri ci dicono
È il terzo anno di guerra, il terzo della Seconda guerra mondiale, nella
campagna inglese, e Alice Charlesworth vive da sola. Il marito è prigioniero dei
giapponesi. Chissà se tornerà. La vita nella piccola fattoria, per quanto
sospesa nell’attesa, procede con i suoi ritmi: la mucca da mungere, le galline a
cui dare da mangiare e le uova da raccogliere, la spesa per quanto parca al
negozio del paese in fondo alla collina. I vestiti sono sempre gli stessi,
sporchi e consunti, ma tanto non c’è nessuno che li vede. Il cibo è poco e
tendenzialmente sempre lo stesso, pane, uova, tè.
È il paesaggio che muta con le stagioni, estate all’inizio del racconto, inverno
alla fine. E l’imprevedibilità della vita, che un giorno porta alla fattoria un
soldato. Un ragazzo giovane e bello, che non capisce la guerra e non la vuole
fare. Arriva alla fattoria durante una passeggiata, perché quella fattoria è una
versione ridotta della fattoria dei suoi genitori, dove è cresciuto e ha
lavorato fino a quando non è stato chiamato alle armi. Gli viene spontaneo
aiutare Alice, e poi bere il tè con lei e chiacchierare del più e del meno, del
tempo, delle cose da fare in campagna. Gli viene spontaneo andare da lei tutte
le sere, mangiare le uova sul pane, e poi una volta aggiustarle il trattore. Gli
viene spontaneo passare da Alice prima di andare a casa in licenza, e poi
perdere il treno, e il mattino presto mungere la mucca, e poi passare alla
fattoria tutta la settimana della licenza. Gli viene spontaneo di non tornare,
dalla licenza, e di disertare. Non per principio o per paura o per ragioni
ideologiche. Semplicemente perché la guerra non fa per lui, non la capisce, non
ha senso. Il soldato si chiama Barton e Alice accetta di proteggerlo e di
tenerlo alla fattoria. Per evitare sospetti, lo fa travestire da donna e fingere
di essere sua sorella. La bellezza effeminata di Barton, soprattutto una volta
che cominciano a crescergli i capelli biondi, è delicata e non è difficile
pensare che sia una ragazza. E come se quella condizione gli fosse congeniale,
Barton comincia a comportarsi come una ragazza. I suoi rapporti con Alice,
l’attrazione reciproca che provano e che non sapremo mai se hanno anche
realizzato, con il tempo però si fanno sempre più tesi e complessi. La paura si
insinua nella fattoria, nella vita dei due.
Passa l’estate, e con l’autunno arrivano anche due militari, uno è un sergente,
ha un fare provocatorio, vuole portare le ragazze a ballare, cosa c’è di male a
divertirsi un po’, non vogliono lei e la sorella a far festa con dei bravi
soldati? Alice rifiuta perentoriamente. Ma non si sa se sia la notizia della
diserzione che è trapelata, o il fiuto oscuro e maligno del sergente, fatto sta
che un giorno Alice è scesa al negozio per fare delle compere, e quando torna e
vede Jill alias Barton capisce che è successo qualcosa.
Che cosa ci fa la guerra. Non ci fa solo perdere le vite dei soldati e dei
civili bombardati, non ci fa solo distruggere l’ambiente insieme alle città e
agli obiettivi militari, le industrie e i monumenti. Ci corrode dentro. Ci mette
di fronte alla cattiveria e alla crudeltà che abbiamo sempre fatto finta di non
conoscere, che abbiamo sempre pensato fossero “degli altri”. Ci mette di fronte
all’ambiguità del nostro essere, alla fragilità della nostra condizione umana e
della nostra identità. Ci mette di fronte a tutto quello che non dipende da noi
ma che abbiamo sempre creduto di padroneggiare, di controllare. Queste domande
esistenziali, che i personaggi del lungo racconto di H. E. Bates (nella
calibrata traduzione di Giovanna granato) non si pongono esplicitamente ma che
vivono in ogni scelta, in ogni parola che pronunciano e in ogni gesto che
compiono, queste domande sono di un’attualità dolorosa e necessaria.
E arrivano da un romanzo breve (o racconto lungo) che è stato scritto più di
cinquanta anni fa, negli anni ’70, quando il mondo era relativamente in pace e
ci illudevamo che ci potesse rimanere, quando lo sviluppo economico sembrava la
chiave dello sviluppo dell’umanità, quando la democrazia sembrava la forma di
governo migliore a cui tutti i paesi potevano aspirare, quando il benessere per
tutti sembrava se non a portata di mano di certo praticabile e perseguibile.
Come sia cambiato il mondo, in così poco tempo, e perché, non è facile da
spiegare. E non è questo il luogo, e neppure il mio compito.
Ma rinforza la mia idea che se c’è qualcosa che ci può aiutare, in questo
momento complicato, pauroso e incomprensibile, sono proprio i libri. Sono i
romanzi, lunghi o brevi che siano. Quegli spazi in cui la verità della nostra
condizione umana ha modo di esprimersi compiutamente, in tutta la sua
complessità e ambiguità, l’orrore e la bellezza inseparabili l’uno dall’altra.
Quegli spazi che ci lasciano la libertà di trovare quello che più ci preme o più
ci serve. Quando è uscito, Tripla eco probabilmente non riusciva a dirci tutto
quello che ci dice ora. E forse tra altri cinquanta anni dirà qualcosa che ora
non possiamo immaginare. Ma Tripla eco resterà, se non nelle librerie almeno
nelle biblioteche. E come tutti i libri sarà memoria e attualità, evasione e
comprensione.
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