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Saccheggio della Terra e crisi climatica globale: l’alternativa dai nativi americani
> Questa torrida estate del 2026, con temperature medie molto più alte del > normale, può essere la prova chiara per tutti che il surriscaldamento del > pianeta è un processo in atto e, almeno in parte, irreversibile, > paradossalmente proprio mentre si continuano a fare guerre in nome dei > combustibili fossili. Il sistema capitalistico globalizzato, attore quasi del tutto incontrastato sulla scena internazionale, continua a colonizzare terre per trarne profitti. Costi quel che costi: l’importante è arraffare la torta. L’esempio più eclatante, ma anche a noi più vicino, è quello del genocidio in atto a Gaza e in tutta la Palestina, ad opera dello Stato di Israele, con il coinvolgimento diretto dell’esercito e dei coloni israeliani, con il coinvolgimento indiretto degli USA e la complicità della maggior parte dei paesi dell’Unione Europea. Ma ci sono molti altri popoli a rischio: dai Saharawi del Sahara Occidentale, schiacciati dall’esercito marocchino, ai kurdi colonizzati da Turchia, Iran, Iraq e Siria, che pure stanno mostrando un nuovo sistema di amministrazione pubblica, basato sulla partecipazione dal basso e in cui le donne sono una nuova voce propulsiva, soprattutto nella regione del Rojava. Senza dimenticarci della resistenza nel Chiapas e di quella del popolo Mapuche in Cile ed Argentina. Oltre a quella di molte etnie minoritarie in Cina, Indocina, Indonesia, Australia ed Oceania. Chi scrive è nato e vive in Sardegna, terra da sempre colonizzata, avvelenata dalla massiccia presenza di basi militari, dalla produzione mortifera di una spregiudicata fabbrica d’armamenti, la RWM, costola della Reinhmetal, dalle mille speculazioni turistiche ed energetiche e costantemente sotto la minaccia del possibile deposito di scorie nucleari. Per me l’identità è importante, viscerale, potremmo dire sacrale ma non deve trasformarsi in nazionalismo, piuttosto ricordare quella vecchia canzone anarchica che diceva “nostra patria è il mondo intero”. Il progetto del massimo controllo e del massimo profitto, non può accordarsi con la situazione demografica ed energetica del mondo attuale. Oltre che essere fritti dal caldo, con conseguenze sempre più catastrofiche per la salute delle persone, saremo sempre più tartassati sul costo dell’energia e su quello degli alimenti. Mentre le banche e i fondi d’investimento lievitano, soprattutto se si tratta di armi, ma anche di energia, il suolo viene divorato dalle ruspe per costruire improbabili gasdotti, o anche per piazzare enormi torri eoliche, o ancora nuovi centri commerciali. In Sardegna la situazione al riguardo è al limite della catastrofe e vacillano le garanzie da parte delle istituzioni, mentre sono solo i comitati, sorti dalla società civile e col sostegno dei sindacati di base, a protestare e a fare controinformazione. Il sistema capitalistico neoliberista globalizzato, va avanti nei propri interessi e produce ricchezza speculativa per pochi, seguendo un modello del lavoro globalizzato verso il basso, ovvero verso minori diritti, minori stipendi, minori garanzie e minore sicurezza. Così vediamo gli incidenti sul lavoro aumentare in modo esponenziale, con sempre più morti. Il ruolo attuale della tecnologia è di primaria importanza, per poter inquadrare meglio la situazione planetaria, perché sono le applicazioni della scienza a divenire trainanti per l’economia e per la politica. Ma poiché le applicazioni tecnologiche sono in mano di potentati economici, non c’è da stupirsi più di tanto sull’inerzia della politica riguardo i problemi derivanti dall’uso violento e di controllo dei social network, o dell’intelligenza artificiale. Il potere politico diviene di fatto marginale, rispetto agli sviluppi tecnologici, telepilotati dal capitalismo digitale, in un connubio scivoloso, spesso in assenza di un’adeguata protezione legale per gli utenti. Ci avviamo dunque verso un dominio incontrastato della tecnologia, guidata da un’economia devastatrice, che mette il profitto davanti anche ai diritti umani e alla protezione dell’ecosistema. Così ripartono i sistemi neo-coloniali da parte soprattutto di Stati Uniti (con l’alleato Israele), Russia e Cina, senza dimenticare la Francia, ma anche con la partecipazione di attori meno di primo piano, come Arabia Saudita, Emirati Arabi e Turchia, che hanno loro interessi soprattutto in Africa. Siamo davanti ad un momento storico complesso, difficile e molto pericoloso, davanti al quale non si può restare indifferenti. In un’idea surreale si potrebbe perfino ipotizzare che l’homo sapiens, invischiato nella palude dell’inquinamento globale, stia meditando di abbreviare la propria agonia con una rapida guerra nucleare. Ma che sapiens! Ma su questa suggestione o, se preferite, su questo tema, mi sembra sia importante ascoltare le riflessioni dei popoli nativi, che ricchi della loro atavica alleanza con la natura, possono indicarci una diversa direzione da percorrere. “LA BENEDIZIONE PER UN MONDO MALATO” La prima voce che voglio citare è quella di Jerry Mitchell, un’indiana del Nordamerica, della nazione Penobscot e della tribù Wabanaki, Fondatrice della Land Peace Foundation, un’organizzazione che si occupa della conservazione dello stile di vita e dei diritti dei nativi, nel suo libro “Sacred instructions”, edito in Italia da Multimage, si sofferma ad analizzare il modo di pensare e di relazionarsi tradizionale del suo popolo, basato sull’unione con la natura, l’equilibrio fra i generi, la gestione collettiva della malattia e del conflitto. L’autrice ci spiega il forte legame col passato: “I nostri antenati sapevano come vivere all’interno del regno della creazione attiva e come ispirare la vita a essere. Essi capivano il linguaggio della terra e delle acque. Parlavano alle piante e agli animali. Udivano la tenue voce della creazione e vedevano l’interconnessione tra tutte le cose viventi.” E l’equilibrio fra i generi: “eravamo governati da una struttura equilibrata di capi ereditari e di clan di madri, il maschile e il femminile combinati. Quando sorgevano problemi nella comunità, venivano esposti al clan delle madri che li portava nella capanna. Lì le madri si raccoglievano interiormente per cercare una guida. Pregavano e deliberavano, rimanendo con il problema finché una soluzione fosse chiara.” L’autrice mette poi in evidenza il cambiamento epocale, dovuto alla colonizzazione europea: “un nuovo gruppo di persone venne in questa terra con le sue convinzioni e il suo modo di essere. Questi nuovi arrivati non credevano nell’equilibrio del maschile e del femminile. Avendo perso la visione bilanciata della vita non credevano neanche nella necessità di vivere in modo armonioso con la natura. Anzi credevano di dover esercitare il dominio sul mondo naturale.” La Mitchell si sofferma sugli esiti della sete di conquista e di dominio mostrata dai colonizzatori, che oggi s’espande ovunque: “Per più di diciassette secoli i leader del mondo hanno operato secondo i principi della conquista e del genocidio, secondo la teoria della guerra giusta definita nel quarto secolo. Siamo arrivati a credere che la conquista sia l’ordine naturale delle cose. La troviamo in quasi ogni aspetto delle nostre vite.” Ma esplicita ancora più profondamente, solleticando il palato intellettuale nonviolento: “Noi attacchiamo noi stessi e attacchiamo gli altri. La sola spiegazione per questo comportamento è una sorta di amnesia collettiva. Abbiamo dimenticato che noi siamo loro e loro sono noi, e quando soffre uno soffriamo tutti.” L’autrice mette in risalto la dimensione collettiva che, ovunque sia penetrato il modello del profitto, è stata almeno in buona parte persa. E’ importante mantenere e recuperare quella situazione di comunanza col tutto, legata al rapporto con la terra e l’acqua e alle decisioni collettive, meditate anche a lungo, pur di prendere la via giusta per la comunità. Alla radice della violenza e della sete di conquista c’è l’illusoria separazione dalla natura. “Il mito della separazione è al centro delle bugie con le quali siamo stati nutriti e sostiene tutte le strutture di potere che abbiamo creato”. L’illusione della separazione ha portato all’idea occidentale di individualismo, che “ci porta a credere che il successo sia misurato dalla nostra abilità di passare attraverso ogni ostacolo per ottenere, ad ogni costo, il benessere personale e il riconoscimento delle nostre conquiste. Questa convinzione sostiene il contesto per interminabili cicli di competizione, di giudizio e di condanna. Di conseguenza ci siamo isolati dentro le nostre vite individualizzate, separati gli uni dagli altri, disconnessi dal mondo naturale e spirituale. Abbiamo smesso di curarci l’uno dell’altro; abbiamo dimenticato di appartenere uno all’altro e di essere responsabili del benessere, l’uno dell’altro. Dimenticare questo è diventata una minaccia molto reale alla nostra sopravvivenza come esseri umani.” Esiste un personaggio, nella mitologia di numerose nazioni amerinde, che sembra incarnare il nostro momento storico, quello che in lingua Wabanaki viene denominato Kiwawk, ovvero il “cannibale gigante”. E’ uno spirito cannibale che si nutre di avidità, di eccesso e di consumo incontrollato. Lo spirito dorme in pace nella foresta, fino a che le grida della Madre Terra non lo svegliano. “Madre Terra chiama Kiwawk quando la gente del pianeta inizia a consumare più velocemente di quanto possa produrre e quando è danneggiata più velocemente di quanto possa guarire. Kiwawk culla l’umanità in una danza-trance di consumo insensato. Poi accelera il passo, fino a che la danza diviene frenetica e in ultimo ci fa danzare fino alla nostra distruzione. (…) C’è soltanto una maniera di frenare questa danza con Kiwawk: è rimandarlo a dormire ed è ora che ci svegliamo.” Il kiwawk rappresenta lo scatenamento degli elementi della natura fuori controllo ed il disordine generalizzato tra gli esseri viventi, dovuto al raggiungimento di un punto di non ritorno nella conquista e devastazione dei mari, dei cieli e delle terre emerse. Una speranza ci arriva dalla profezia di Cavallo Pazzo: “sulla sofferenza, oltre la sofferenza, la Nazione Rossa sorgerà ancora e sarà una benedizione per un mondo malato, un mondo pieno di promesse non mantenute, di egoismo e di separazioni; un mondo desideroso di luce, di nuovo. Vedo un tempo di sette generazioni, quando gli esseri umani di tutti i colori si raduneranno sotto il sacro Albero della Vita e la Terra intera diventerà nuovamente un cerchio.” UNA VOCE MAPUCHE La seconda voce che voglio citare è quella di Carlos Sandino Aucan Melin Vera, un meticcio mapuche pedagogo ed insegnante elementare, che attualmente esercita un dottorato di ricerca presso l’università di Barcellona. Le citazioni che farò si riferiscono all’articolo pubblicato in italiano, su numero 14 della rivista libertaria “Semi sotto la neve.” Carlos ci parla del Wallmapu, il territorio ancestrale del popolo mapuche, situato nel vasto territorio che oggi viene geograficamente identificato come Auracania. Carlos spiega da subito la diversità di visione di questo antico popolo, che ha resistito 600 anni fa agli Inca, 400 anni fa agli spagnoli e da più di 200 anni resiste allo Stato del Cile e alla colonizzazione del territorio. “Abbiamo un modo diverso di comprendere la vita, la natura, il tempo, la comunità e la relazione fra gli esseri viventi. Questa differenza si chiama cosmovisione e per lo Stato rappresenta una minaccia che dev’essere gestita ed eliminata. Per il popolo mapuche la mapu, la terra, non è una risorsa né una proprietà. E’ un’entità viva, una rete di relazioni tra gli esseri umani, gli animali, le piante, l’acqua e le forze spirituali. Questa comprensione non è una metafora. E’ un modo di stare al mondo che ha le sue regole, le sue istituzioni, la sua pedagogia. El Azmapu, l’insieme dei principi che regolano la vita comunitaria, disciplina l’uso del territorio, come si prendono le decisioni collettive: non è folklore, è governo.” I vari governi succedutisi in Cile, con la sola eccezione del breve governo Allende, rovesciato dal colpo di stato del generale Pinochet, hanno proseguito nel processo di colonizzazione della selvaggia Araucania e del suo popolo, sia con un lento etnocidio (non riconoscimento della lingua mapuche, scuole impregnate di storia e cultura cilene, persecuzione delle pratiche esoteriche, superalcolici per annebbiare le menti), che con un vero e proprio genocidio (operazioni militari, distruzione di villaggi, massacri, deportazioni ed imposizione di insediamenti di coloni cileni), anche grazie all’applicazione di una legge antiterrorismo nata durante la dittatura dei generali e che permette perquisizioni e arresti in base a semplici sospetti. Aucan Melin Vera parla della sua esperienza nella scuola elementare, per darci una lettura emblematica di questa sottile forma di colonialismo: “L’ho vissuto da entrambi i lati della cattedra: l’inadeguatezza di vedere che ciò che sei non compare in nessun libro, e poi l’impotenza di non sapere bene cosa fare a questo proposito quando diventi tu quello che insegna. (…) Una maestra che ho conosciuto a La Araucanìa mi raccontò che quando i bambini le parlavano della loro relazione con il nowen – la forza vitale che muove gli esseri- lei non sapeva cosa fare. Non è previsto nel programma di studi, mi disse. Aveva ragione. La colonialità non ha bisogno di cannoni. Basta il programma di studi.” Il mondo mapuche è refrattario alle politiche di modernizzazione, perché teme che nascondano l’obiettivo dell’eliminazione della propria cultura, intimamente connessa col mondo naturale e con l’equilibrio ambientale. L’identità mapuche canta l’armonia con la natura, la stessa che viene ogni giorno negata dal mondo del dominio, della guerra e della conquista, dal mondo sfrenato del massimo profitto, della massima separazione, dagli altri esseri, dalla natura. Dai popoli nativi colonizzati, ridotti in riserve, o in territori costantemente minacciati, la comunità internazionale può forse ricevere la mappa che descrive un’alternativa alla corsa frenetica verso la fine. Carlo Bellisai Carlo Bellisai
August 14, 2026
Pressenza
«Con più alberi e meno cemento, le isole di calore scendono di 4 °C»: simulazione a Roma e Firenze
Le temperature alte in città possono essere ridotte di 4 °C, senza marchingegni fantasmagorici. Un sogno ad ogni aperti per molti centri abitati avvolti da giorni nella canicola di un’estate torrida che sfiora e supera i 40 grandi, dal Nord al Sud. Un sogno che può diventare una realtà concreta, se si passa dalle parole ai fatti. Le pavimentazioni urbane che non trattengono calore, la realizzazione di nuovi spazi verdi e la piantumazione di nuovi alberi, producono un calo netto delle temperature nelle ore più calde della giornata. È quel che è stato sperimentato sia a Settecamini nella Capitale, sia nell’area Mercafir/Piazza Artom di Firenze con un progetto sperimentale per contrastare le isole di calore urbane. Il progetto coinvolge l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) e l’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Ibe) in qualità di coordinatore, con il sostegno dell’Agenzia Spaziale Italiana. E mostra che contrastare le isole di calore non rappresenta solo una necessità ambientale, ma un’opportunità concreta per rendere le città più fresche e più vivibili attraverso soluzioni semplici: più alberi, più suoli naturali, superfici che non si scaldano e una pianificazione urbana che tenga conto dei dati. E i dati, nei due casi presi in esame, ci dicono che a Roma, dove la temperatura superficiale estiva dell’area urbana raggiunge in media 43.7 °C, il raffrescamento con l’intervento simulato è evidente già dal mattino. A Firenze, che registra una media urbana superiore ai 44 °C, la temperatura si abbassa di 4 °C nelle ore centrali confermando che nelle zone più cementificate è possibile migliorare il microclima. San Pietro a Patierno, hinterland partenopeo Se serve una controprova, essa è arrivata a fine giugno con lo scatto catturato da una termocamera alla periferia di Napoli, in un parco giochi di San Pietro a Patierno. La temperatura registrata è scioccante: 63.9 °C sul pavimento cementificato in cui giocano i bambini. Ed è anche la prova pratica di un concetto sin qui confinato fra gli addetti ai lavori: la “Cooling poverty”, la povertà da raffrescamento che sottolinea la crescita – anche nel campo climatico urbano – della disuguaglianza sociale con l’impossibilità di mantenere temperature vivibili in casa e negli spazi pubblici durante le ondate di calore. Non un’anomalia passeggera ma un dato strutturale legato al reddito: chi è più povero ha anche meno alberi attorno, meno ombra e vive in case meno isolate dalle temperature esterne.  Parallelamente cresce la cementificazione del territorio. Sempre secondo l’Ispra, l’Italia continua a divorare suolo naturale al ritmo frenetico di 2.7 metri quadrati al secondo, portando la copertura artificiale del territorio al 7.17 per cento, quasi il doppio della media europea. Al contrario, la copertura arborea delle nostre città si ferma al 22 per cento contro il 28 del resto del continente, con punte di desertificazione verde drammatiche nel Mezzogiorno: a Messina il verde urbano accessibile è di appena 5 metri quadrati pro capite, a Bari si ferma a 8.7. E qui si torna alla simulazione sperimentale a Roma e Firenze da cui siamo partiti. Il Progetto “Mirificus” (acronimo di Monitoraggio degli Interventi di RIForestazione per l’Isola di Calore Urbana tramite i Satelliti) ha anche analizzato la struttura urbana come un “Dna climatico” delle città, mostrando come disposizione degli edifici, altezza e materiali usati influenzino direttamente la distribuzione del caldo. A Firenze, le zone con edifici compatti di media altezza raggiungono i 44, .6 °C, mentre nelle aree con boschi urbani le temperature si riducono a 35.9 °C, un raffrescamento naturale di quasi 9 °C. A Roma, i quartieri industriali con grandi superfici esposte al sole arrivano a 57.2 °C. Per Michele Munafò, responsabile del Progetto per Ispra, «le simulazioni di Roma e Firenze sono una prova concreta che le soluzioni esistono e svolgono più funzioni contemporaneamente: riducono, oltre alla temperatura, gli impatti dei cambiamenti climatici, i rischi per salute, benessere e qualità urbana. I dati indicano la strada da seguire, gli interventi corretti, le scelte per rendere le città più vivibili e migliorarne la qualità della vita». Attraverso la piattaforma webGIS del progetto è possibile consultare i dati di ogni comune italiano e  osservare come cambiano le temperature in relazione al consumo di suolo e alla presenza di aree verdi. Marco Morabito, del Cnr-Ibe coordinatore del Progetto, sottolinea come «i dati satellitari possano trasformarsi in strumenti operativi a supporto delle Pubbliche Amministrazioni, per contrastare gli effetti del caldo e rafforzare la resilienza nelle città, permettono di intervenire in modo mirato sulla struttura dei quartieri». Grazie al rilascio della piattaforma e di una Web App basata su Google Earth Engine, accessibili gratuitamente, amministratori, «cittadini e tecnici – aggiunge Morabito – dispongono di mappe interattive, indicatori di stress termico e simulazioni ex ante ed ex post: un supporto scientifico per la pianificazione degli interventi di forestazione urbana e delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici». — (con la collaborazione dell’Ufficio stampa di Ispra) Redazione Italia
July 9, 2026
Pressenza
L’Europa è il continente con il riscaldamento più rapido sulla Terra
A livello globale, il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, dopo il notevole calore del 2023. Gli ultimi 10 anni sono stati i più caldi mai registrati. Anche la temperatura media annua della superficie del mare sopra gli oceani non polari ha raggiunto un livello record. Le concentrazioni atmosferiche dei gas serra, anidride carbonica e metano hanno continuato ad aumentare. A partire dagli anni ’80, l’Europa si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale, diventando il continente con il riscaldamento più rapido sulla Terra. Le ondate di calore stanno diventando più frequenti e intense e l’Europa meridionale sta attraversando siccità diffuse. I ghiacciai in tutte le regioni europee continuano a sciogliersi. Sono stati osservati cambiamenti nel modello delle precipitazioni, incluso un aumento dell’intensità degli eventi più estremi. Ciò può portare a un aumento delle inondazioni e probabilmente ha contribuito ad alcuni degli eventi più catastrofici osservati nel 2024. É quanto riportato nel rapporto sullo stato del clima in Europa (ESOTC) del 2024, redatto dal Copernicus Climate Change Service (C3S) e dall’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM). Per quanto riguarda il caldo e la siccità nell’Europa sudorientale, il rapporto evidenzia come, dopo una primavera più calda della media, si siano verificate sei ondate di calore durante l’estate 2024, tra cui l’ondata di calore più lunga e la seconda più grave mai registrata nella regione. La gravità e la classificazione delle ondate di calore derivano dall’anomalia termica, dalla durata e dall’area interessata. In base a ciò, l’ondata di calore più grave mai registrata per l’Europa sud-orientale si è verificata nel luglio 2007, quando un’ondata di calore di 10 giorni con un’anomalia termica media di 9,7 °C ha interessato il 72% della regione. Nel 2024, l’ondata di calore più grave è durata 13 giorni con un’anomalia di 9,2 °C, interessando il 55% della regione. Questa è stata una di una serie di ondate di calore durante l’estate e l’inizio dell’autunno, con due a giugno della durata di 5-6 giorni ciascuna e tre ad agosto della durata di 5-8 giorni ciascuna. Nei 97 giorni dal primo giugno al 5 settembre ci sono stati 43 giorni con ondate di calore. Ad agosto, ci sono stati solo tre giorni tra un’ondata di calore e l’altra. La temperatura massima è stata superiore alla media per tutti i giorni, tranne due, dell’estate. Nell’Europa sud-orientale, l’UTCI per l’estate nel suo complesso è stata di 3,3°C superiore alla media. Ci sono stati 66 giorni di almeno “forte stress da calore” (temperatura percepita di 32°C o superiore), il numero più alto mai registrato e ben al di sopra della media di 29 giorni. Al culmine dello stress da calore, il 13 agosto, il 99% della regione è stato colpito da almeno “forte stress da calore” e il 53% da almeno “fortissimo stress da calore” (temperatura percepita di 38°C o superiore). Anche sul fronte delle alluvioni il 2024 è stato particolarmente critico: nel 2024 si è verificata l’alluvione più diffusa dal 2013, con il 30% della rete fluviale europea che ha superato la soglia di alluvione “elevata” e il 12% quella di alluvione “grave”. A settembre, a causa della tempesta Boris, le portate hanno raggiunto almeno il doppio del massimo medio annuo lungo 8500 km di fiumi. Per fare un paragone, il Danubio è lungo circa 2850 km. A ottobre, una grave inondazione ha colpito Valencia, in Spagna. Sono stati battuti i record nazionali di precipitazioni totali in 1,6 e 12 ore, ma non quello delle 24 ore. Per quanto riguarda invece gli incendi boschivi, nel 2024 il rischio di incendi è rimasto nella media o leggermente al di sopra della media in Europa, con i valori più elevati osservati a settembre, a causa delle condizioni in Portogallo e in alcune parti della Spagna. A settembre, gli incendi in Portogallo hanno contribuito a bruciare in Europa circa 110.000 ettari (1.100 km2) in una sola settimana, circa un quarto della superficie totale annuale. Sebbene le emissioni dovute agli incendi in Europa siano rimaste al di sotto della media per gran parte dell’anno, a settembre sono aumentate significativamente a causa dei vasti incendi in Portogallo. Nel 2024 i ghiacciai di tutte le regioni europee hanno invece registrato una perdita netta di ghiaccio. I ghiacciai della Scandinavia e delle isole Svalbard hanno registrato i tassi di perdita di massa più elevati mai registrati e hanno registrato la più grande perdita annuale di massa glaciale di qualsiasi altra regione glaciale al mondo. In gran parte d’Europa si sono registrate meno giornate di neve rispetto alla media, fatta eccezione per l’Europa settentrionale durante l’inverno. “La mancanza di neve durante l’inverno e la primavera, si evidenzia nel rapporto, ha ripercussioni sulle condizioni più avanti nel corso dell’anno. Ad esempio, insieme alle ondate di calore e alle temperature superiori alla media, può contribuire a condizioni di siccità. Lo scioglimento delle nevi in primavera e in estate è un’importante fonte d’acqua per molti fiumi europei. Anomalie positive nel numero di giorni di neve possono essere vantaggiose per l’energia idroelettrica e l’umidità del suolo, ad esempio, ma un rapido scioglimento delle nevi dovuto all’aumento delle temperature può aumentare il rischio di inondazioni e valanghe”. E anche la temperatura media annua della superficie del mare per la regione europea nel 2024 è stata la più alta mai registrata, leggermente superiore al precedente record stabilito nel 2023. Il Mar Mediterraneo nel suo complesso ha registrato la temperatura superficiale del mare più alta in un anno, superando significativamente il precedente record stabilito nel 2023. Ad agosto, ha anche raggiunto la temperatura superficiale del mare più alta in un giorno, superando il precedente record stabilito nel luglio 2023. Le temperature superficiali del mare (SST) sono state superiori alla media in gran parte della regione, fatta eccezione per il Mare d’Islanda e il sud-ovest della Groenlandia. SST annuali record sono state osservate nell’Atlantico settentrionale centrale, nel Mediterraneo, nel Mare Nero, nel Mare di Norvegia e nel Mare di Barents. Qui per approfondire: https://climate.copernicus.eu/esotc/2024. Giovanni Caprio
April 26, 2025
Pressenza