Missili su Dubai: fine di un’era?
Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l’Iran, che in
risposta ha lanciato missili e droni sui propri vicini, tra cui Dubai. In serata
è stato colpito l’aeroporto di Dubai, un incendio è divampato al Fairmont The
Palm, e anche nella zona del porto, ci sono stati alcuni feriti. Centinaia di
persone hanno filmato le scie dei missili sul cielo e le conseguenti esplosioni,
seminando il panico online e nell’emirato su cosa stesse accadendo. Abbiamo
visto i video di turisti e turiste in lacrime – tra cui Big Mama – bloccate
all’aeroporto, e influencer dai loro appartamenti di lusso su Dubai Marina
domandarsi «come sia possibile che stia accadendo proprio qui». Come se gli
Emirati Arabi Uniti non fossero al centro di una regione in fiamme.
> Ai primi video di panico, sono seguiti video rassicuranti. «Non hai paura di
> restare a Dubai? No, perché so chi mi protegge» con l’immagine degli emiri al
> governo della patria che camminano con tuniche bianche nei centri commerciali
> di Dubai, montati sopra la canzone Papaoutai.
I buoni padri al potere che rassicurano la popolazione. Una macchina di
propaganda informale e diffusa che ripete in centinaia, migliaia di video che
tutto è tranquillo, business as usual, grazie alla difesa, ai missili, allo
scudo antiaereo, alla famiglia reale. Ma sono tantissime le persone in fuga, e
che – tra l’altro – dietro di sé abbandonano i propri animali domestici. Ed è
già evidente il rallentamento dei flussi finanziari e degli investimenti
immobiliari, mentre le borse internazionali crollano. In effetti anche se non
fossero direttamente forzati dal governo, i e le content creator residenti a
Dubai hanno un interesse diretto nel mostrare che va tutto bene: Dubai è il
brand che loro stessi/e vendono sui social.
In effetti, Dubai è il simbolo della globalizzazione, del capitalismo
finanziario, e dell’imprenditoria neoliberale. Una città costruita nel deserto,
sui resti di antichi villaggi nomadi, esplode nel 1966 grazie alla scoperta del
petrolio. Nel 1971 insieme ad altri sei emirati fonda gli Emirati Arabi Uniti,
con una moneta comune e un accordo difficile ma duraturo sui confini. I profitti
del petrolio iniziano a inondare l’economia, sotto la ferma guida di Rashid bin
Sa’id Al Maktum, padre dell’attuale emiro, si costruiscono grandi
infrastrutture, porti, aeroporti, strade con l’obiettivo di fare di Dubai un
grande hub commerciale globale e diversificare l’economia, anche perché i
giacimenti trovati erano modesti rispetto a quelli dei paesi limitrofi.
Esemplificativa di questo periodo è la costruzione di Porto Rashid, chiamato
così in onore dell’emiro, inizialmente progettato con quattro attracchi e
ampliato durante la costruzione a sedici. Aperto nel 1972, ha talmente tanto
successo che già nel 1975 viene esyterso fino a 35 moli.
> Poco dopo, nel 1979, è stato aperto il secondo porto di Jebel Ali, e la
> relativa zona di libero scambio, ai confini occidentali di Dubai verso Abu
> Dhabi. Qui nel 1985 si contavano 19 aziende, oggi sono più di 11.000.
E nelle zone circostanti sono stati costruiti tre aeroporti, tra cui l’aeroporto
internazionale di Dubai, oggi uno degli hub principali del mondo. Questa non è
l’unica zona di libero scambio, come si legge sul sito del governo: «Gli Emirati
Arabi Uniti offrono agli investitori oltre 40 zone franche multidisciplinari, in
cui gli espatriati e gli investitori stranieri possono detenere la piena
proprietà delle aziende. Queste zone sono caratterizzate da infrastrutture
altamente efficienti e servizi distintivi che facilitano flussi di lavoro
fluidi, consentendo alle aziende di risparmiare tempo e fatica». Zero tasse di
dogana o dazi, zero tasse sul rientro di capitale e profitti, esenzione totale
dalle imposte sulle società e sul reddito. Questo ha fatto di Dubai un hub
commerciale e finanziario globale, dove già nel 2004 il petrolio rappresentava
solo il 7% del PIL. Un’ascesa senza sosta quella di Dubai, ma anche della vicina
Abu Dhabi e di tutti gli Emirati: poche o zero tasse, nessun controllo sulla
provenienza dei capitali, spazio per la libera impresa, servizi alle imprese e
facilità di ricollocazione.
All’inizio degli anni 2000 è iniziata la costruzione delle isole artificiali al
largo della costa di Dubai e nel 2010 è stato inaugurato il Burj Khalifa, il
grattacielo più alto del mondo, costruendo quello skyline che vediamo oggi in
tutti i video sui social. E così, il turismo diventa uno dei settori in
espansione dell’emirato, che a gennaio 2026 contava due milioni di visitatori e
visitatrici. Un viaggio aspirazionale, un luogo simbolo del successo, “dove non
si può non andare” per avere il senso di dove corre il mondo.
Nel 2006 la guida dell’emirato è passata a Shaykh Mohammed bin Rashid Al Maktum,
oggi considerato uno degli uomini più ricchi del mondo, anche perché non esiste
una netta distinzione tra il suo patrimonio personale e quello dell’Emirato.
L’emiro è stato denunciato da una ex-moglie e il suo nome compare nei Panama
Papers, dove vengono citati i suoi conti in paradisi fiscali. Del resto, questa
rimane una monarchia assoluta, con piena libertà d’iniziativa economica,
limitate libertà civili e quasi nessun diritto sul lavoro. Ma di tutto questo i
video degli influencer non parlano, se la prendono invece con l’astio degli
italiani rosiconi rimasti in patria che non capiscono cosa significhi avere
fiducia in un governo.
> «Godiamo di servizi e qualità della vita ineguagliabili, di un sistema di
> difesa militare tra i migliori del mondo e questo senza pagare un briciolo di
> tasse […]. Gli sceicchi emiratini sono profondamente amati dal popolo in
> quanto infondono leadership e autorevolezza», leggo tra i tanti commenti sotto
> un reel di critiche al governo di Dubai.
E non è certo una discussione solo italiana, succede lo stesso nelle sfere
digitali francesi, inglesi, spagnole e tedesche. Si omette sempre, però, che la
fortuna degli Emirati si è costruita anche sulle rovine degli stati circostanti.
Ad esempio, negli anni ‘90 e primi 2000, Dubai è diventato luogo di rifugio per
capitali e investitori libanesi in fuga dalla guerra nel proprio paese. Negli
stessi anni, i grandi porti emiratini sono serviti anche come base di partenza
per le truppe statunitensi e dei loro alleati per attaccare l’Iraq nelle due
guerre del Golfo, che hanno provocato distruzione e povertà in tutta l’area,
mentre l’emirato si arricchiva grazie alla situazione. E poi la città si è
costruita sullo sfruttamento della manodopera proveniente dai paesi asiatici,
tra cui Bangladesh, Pakistan e India, sia nel settore edile che nel lavoro di
cura dentro le case.
Oggi a Dubai il 90% della popolazione è composta da popolazione non emiratina,
una città globale per eccellenza, dove però è difficilissimo – se non quasi
impossibile – prendere la cittadinanza. Il simbolo estremo del neoliberalismo,
cuore della speculazione immobiliare, una città in eterna espansione verso
luoghi prima inabitabili come il deserto, simbolo del lusso estremo e di chi il
lusso lo vorrebbe, anche non se non può permetterselo.
»Chi critica Dubai la considera un paradiso per persone superficiali. Ma è
proprio la sua superficialità e sterilità che rendono questo luogo un punto di
riferimento. I nuovi membri della classe media indiana, i russi che sfuggono
alle sanzioni, i baristi uzbeki, i colletti bianchi migranti economici
provenienti da una Gran Bretagna o Francia in fase di rallentamento economico
nessuno di loro deve adattarsi molto a questo luogo. Una cultura locale più
“densa” richiederebbe una maggiore capacità di orientamento» – scrive Janan
Ganesh sul “Financial Times” per spiegare cosa sia Dubai.
E’ facile vivere a Dubai perchè ha costruito uno spazio di privilegio per gli e
le expat ricchi, luoghi lontano dal centro per i nuovi schiavi e le nuove
schiave razzializzate, mentre l’emiro in capo si arricchisce e comanda uno stato
che è di fatto sua proprietà personale. Ecco l’enorme contraddizione di Dubai:
tutti la raggiungono per arricchirsi, solo qualcuno ce la fa, alcuni riescono
comunque a vivere bene, altri muoiono senza passaporto in cantieri a cinquanta
gradi d’estate. Mentre la regione circostante è al collasso, dal genocidio in
Palestina, la guerra in Libano, la guerra in Yemen, l’Iraq, la Siria,e ora
l’Iran.
> Ecco i missili su Dubai sono un colpo al cuore del modello neoliberale, del
> libero mercato, dei grandi grattacieli costruiti sull’invisibilità della
> classe operaia e del lavoro di cura migrante, le isole artificiali, gli
> alberghi di lusso, i video di influencer con macchine di lusso, anche se
> vivono in appartamenti condivisi, l’aeroporto internazionale tra i più grande
> del mondo, l’esposizione del corpo online in uno stato dove è vietato baciarsi
> in pubblico, aria condizionata ovunque perché le temperature oltrepassano i
> cinquanta gradi in estate, centri commerciali e sacche di povertà immensa.
Un capitalismo neoliberale esasperato, con un piede nel capitale finanziario e
l’altro nell’immobiliare e nella logistica, un hub di contraddizioni e commercio
internazionale. Dove girano soldi, tanti soldi. Almeno per alcuni.
Le lacrime degli e delle influencer e content creator di Dubai in video con
milioni di visualizzazioni, sono anche degli e delle agenti immobiliari, di chi
si occupa di trading e di servizi finanziati, di chi fa impresa e business, si
pongono di fatto la stessa domanda: i missili su Dubai rappresentano la fine di
questo modello? O solo una crisi momentanea? Nel frattempo cosa accade ai
capitali investiti nel mattone e nella logistica dell’emirato? E se Dubai non è
sicura, quale posto è sicuro?
Immagine di copertina Wikimedia commons
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