Vivere, lavorare e morire nella miniera boliviana di Potosí
“Suma Quamana” in lingua aymara significa Buen Vivir, l’esatto contrario di
quello che accade nelle miniere intorno alla città boliviana di Potosí, una
volta ricca e opulenta e oggi in decadenza.
Eppure, nella montagna che gli spagnoli non a torto avevano denominato Cerro
Rico, oramai scavata, scrostata, saccheggiata e resa oscena da 500 anni di
sfruttamento, ancora oggi si vive, si lavora e si muore. Forse per questo gli
indios la chiamano “La montagna che mangia gli uomini”.
Da 500 anni questa montagna riempie le casse delle potenze europee di argento,
rame e zinco e ai minatori lascia poche briciole. Secondo le leggende che
circolano in città con tutto l’argento estratto negli ultimi 5
secoli si potrebbe costruire un ponte immaginario che unisce la Bolivia con la
penisola iberica. Secondo le stesse dicerie, ma anche secondo calcoli compiuti
da storici e da antropologi, in questo luogo di concentrazione di immense
ricchezze e di incalcolabile perdita umana sarebbero morte dalla fine del 1500,
quando fu scoperta, almeno 8 milioni di persone. O meglio, 8 milioni di indios e
africani, considerati non persone e sacrificati sull’altare della ricchezza e
dello sviluppo europeo.
In città, diverse agenzie offrono ai turisti la visita della miniera, ma in
realtà ti portano in settori ormai esausti e semichiusi. Il modo migliore, o
forse peggiore, per capire un po’ più profondamente questa realtà è cercare di
conoscere un minatore delle tante cooperative che li impiegano. Perché molte
sono donne, come lo era la leader minatrice e politica degli anni 70 Domitilla
Chungara, famosa per aver guidato un lungo sciopero che fece cadere il dittatore
René Barrientos, responsabile tra gli altri dell’assassinio del Che in Bolivia.
Alla festa del 1° maggio, dove sono radunati tantissimi minatori, conosco Karen
(nome di fantasia per proteggerla), una donna di 44 anni mamma di quattro figli
che lavora nella cooperativa mineraria Unificada del Cerro nella parte più alta
della montagna, all’interno della mina (Interior Mina si dice qui); è un compito
che in teoria sarebbe proibito alle donne con figli, che di solito si occupano
del lavoro di selezione al di fuori della miniera. Lo fa per necessità poiché,
come mi racconta è “padre y madres” di 4 figli piccoli, da quando suo marito se
ne è andato a cercare fortuna e una nuova famigli a La Paz. ll lunedì successivo
mi invita a seguirla nel rischioso lavoro della miniera: negli ultimi mesi, a
partire da gennaio del 2026, nella miniera sono morte 35 persone, tra cui tre
minorenni. Morti di asfissia, di silicosi, frane, esplosioni nelle centinaia di
gallerie del Cerro e inalazioni di gas nocivi. Sono morti come mi raccontano i
minatori della cooperativa, perché si lavora ancora come una volta con scalpello
e martello, senza maschere di sicurezza che impediscono la visibilità e anche la
respirazione a 4.300 metri di altezza. Si lavora con compressori a diesel che
sparano ossigeno nella miniera, ma che a volte si bloccano lasciando spazio ai
gas velenosi.
Lunedi 4 maggio alle 7 del mattino ho appuntamento con Karen. Prima tappa al
“mercado de los mineros”, dove in genere i minatori acquistano materiali come
casco, pila, martelli, stivali di gomma e pantaloni impermeabili, anche se per
risparmiare spesso ne fanno a meno. La speranza di vita di questi uomini e
purtroppo anche donne non arriva ai 50 anni di età. Un minatore di 40 anni ne
dimostra almeno 60.
Forse sarà perché nelle 8-10 ore passate nel buio della miniera si respira oltre
ai gas delle esplosioni frammenti di silicio sospesi nell’aria che si conficcano
dritti negli alvei polmonari.
Dopo il mercato prendiamo un taxi che ci porta a metà strada del cerro.
L’immagine è quella di un paesaggio lunare in cui la bisogna camminare almeno 40
minuti per raggiungere la cima della montagna, quaranta minuti in cui fatico a
respirare e sento il cuore che batte velocemente. Karen con il suo materiale
cammina normalmente e si diverte a vedermi arrancare a una quota di 4.400 metri.
All’interno dell’entrata principale scorgo una statua che i boliviani chiamano”
El Tio”, attorniata da foglie di coca, biscotti, alcol e tabacco. Karen mi
spiega che si tratta di una divinità aymara, una specie di essere mitologico che
governa gli inferi e che offre protezione, ma anche rovina e morte a coloro che
non gli portano offerte e non lo considerano.
Seguo Karen nella discesa profonda verso il centro della montagna e arrivati
alla sua postazione la osservo iniziare il pesantissimo lavoro con martello e
scalpello. Mi racconta che nell’ultima gravidanza ha lavorato fino all’ottavo
mese e oltre, quindi il piccolo che ora ha tre anni la miniera la conosce molto
bene. Il lavoro è pesantissimo, fa anche molto caldo e bisogna stare piegati in
una posizione scomodissima. Vorrei essere ricco e regalarle una quantità di
denaro con cui poter vivere senza più dover venire in miniera.
Nonostante la fatica e la rassegnazione alla possibilità di incidenti Karen mi
dice che c’è anche un certo orgoglio nell’essere una minatrice, perché comunque
in Bolivia nonostante tutte le difficoltà e i problemi si tratta di una classe
di lavoratori riconosciuta e stimata dalla società in generale. Mentre continua
a lavorare mi racconta di un collega che due mesi fa le è svenuto vicino dopo
essersi intossicato di gas nocivi e si è salvato per un pelo. A marzo invece
sono morti 32 minatori a causa dell’aumento del prezzo dell’argento; nel 2022
valeva circa 20 dollari all’oncia, ora ne vale quasi 90. Così i soci della
cooperativa hanno smesso di lavorare direttamente, contrattando giovani
inesperti per fare il lavoro pericoloso al loro posto.
Quando intervisto Karlos Pimentel Ribeira della Federcoomin, la federazione che
riunisce le cooperative del Cerro e provo a chiedergli di questa
esternalizzazione dei lavoratori, ovviamente nega e ribatte che l’alto numero di
morti dipende dal fatto che la montagna è esausta e diventa ogni giorno più
pericolosa. “Ogni volta che entro qui non so se rivedrò i miei figli, ma per ora
non ho nessun’altra alternativa per vivere” mi dice Karen.
Negli ultimi quattro mesi sono morti 50 minatori, di cui 4 minorenni e una donna
di 23 anni. Secondo la dottoressa Giovanna Zamorano dall’aumento del valore
dell’argento sono aumentati i decessi e si è abbassata l’età dei morti. La
maggior parte di loro erano persone di 20 – 25 anni.
I colonizzatori spagnoli avevano prima gettato nella miniera gli indios Inca e
Aymara, poi visto che molti di loro si suicidavano per sfuggire a una vita
insopportabile e inconciliabile con la loro filosofia della Pacha Mama e del
Buen vivir, ci avevano provato con gli schiavi africani, che vivevano e
lavoravano fino a 25 – 30 anni per poi morire di freddo e di stenti. Gli schiavi
si ribellarono al rigore della colonia e a una vita insensata e feroce, fuggendo
a migliaia nella zona sub tropicale dello Yungas, dove ancora oggi vivono
coltivando coca, manioca e cereali in comunità di tipo quilombola. Purtroppo,
500 anni dopo, nell’era dell’Antropocene e del capitalismo, non c’è neppure
bisogno di ricorrere al regime colonialista della schiavitù e del lavoro
forzato. Basta una fluttuazione dei prezzi dell’argento nelle borse mondiali per
sacrificare altre vite al profitto feroce del neoliberismo predatore.
Manfredo Pavoni Gay