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MEGA PROGETTO “TRANSIZIONE ENERGETICA”: INDIVIDUARE I PUNTI DEBOLI
> Da Antisistema, numero 2, primavera 2024 +++ Sabotaggio: diversi fori praticati nel gasdotto LNG appena completato a Brunsbüttel +++ Camion bruciato nella miniera di Welzow +++ In fiamme un cementificio a Berlino, i dipendenti sono temporaneamente esonerati dal lavoro+++ Decine di persone sabotano la cava di ghiaia a Langen vicino a Francoforte +++ Un incendio vicino a Monaco distrugge una cava di ghiaia insieme a un hangar, un edificio adiacente e diversi nastri trasportatori +++ Sembra che gli atti di sabotaggio nella lotta contro la distruzione della natura si stiano diffondendo. Per lo meno, sempre più ambienti discutono apertamente se le vecchie forme di protesta non abbiano ormai fatto il loro tempo, dato che sono chiaramente inefficaci e portano solo a processi e sanzioni. In un numero sempre maggiore di dibattiti si percepisce un tono di urgenza e chi si stupisce se, data l’impossibilità di cambiare il corso catastrofico degli eventi, sempre più persone ricorrono a mezzi più coerenti? Mentre la stragrande maggioranza dei gruppi ambientalisti e climatici sta lavorando per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e quindi fare pressione sui politici, con mezzi legali o illegali, la gravità della situazione attuale ha portato molti a considerare un’altra opzione: il sabotaggio, l’idea di interrompere il corso degli eventi e causare destabilizzazioni. È chiaro e ovvio chi sia responsabile della continua distruzione del pianeta, chi ne tragga profitto e chi renda la vita sempre più impossibile a tutti gli esseri viventi su questo pianeta: in primo luogo l’industria dei combustibili fossili, le compagnie petrolifere e plastiche, le aziende militari, i produttori farmaceutici e di fertilizzanti, le industrie chimiche, del cemento e dell’acciaio e gli operatori minerari. Responsabilità chiare, ostilità chiare. Vogliamo fare appello a questi attori, influenzare la loro coscienza, richiamare simbolicamente l’attenzione sul loro ruolo? Oppure sabotare la loro attività per porre fine alle loro azioni? Queste sono domande fondamentali che devono essere poste e affrontate nelle lotte, perché da un lato sono il punto di partenza per decidere come vogliamo agire (quantitativamente o qualitativamente?) e dall’altro indicano come vogliamo affrontare le forze autoritarie in generale (cooperare con chi detiene il potere e il suo apparato, compresi polizia e stampa, o affrontarli su tutti i livelli?). Concentrandosi sull’idea di portare la proposta di sabotaggio nei movimenti sociali contro la distruzione della natura, lo scorso anno è nata un’iniziativa chiamata “Switchoff! The system of destruction” (switchoff.noblogs.org). Nell’ambito di questa proposta, sono stati compiuti numerosi attacchi in vari luoghi, ad esempio contro l’industria petrolifera e carbonifera, i giganti dell’automobile e la loro mendace mobilità elettrica, contro l’industria spaziale, contro le infrastrutture estrattive o i partiti politici. Un’iniziativa che cerca di portare la proposta dell’attacco diretto nelle varie lotte ambientali e climatiche. Un tentativo di diffondere qualcosa di diverso dalla speranza ingenua che chi detiene il potere sia disposto a fare delle riforme. Tuttavia, il riferimento reciproco, in qualche modo artificiale, costruito attraverso l’uso di uno slogan comune non è l’unica cosa che accomuna queste azioni: esse cercano di attaccare e sabotare la produzione dannosa, di “spegnere” il sistema con le proprie mani. Sabota-che? Tuttavia, se un sabotaggio vuole colpire un punto in cui l’attacco causi effettivamente interruzioni nelle operazioni economiche, è necessaria un minimo di studio. Bene, parliamo del nemico: l’economia distruttiva per la terra. Una rete globale. Ci sono quelli che sostengono che la base materiale della produzione ad un certo punto andrà verso l’esaurimento. L’economia richiede la disponibilità costante di materie prime, rotte commerciali e manodopera per produrre beni e venderli sui mercati. In questa gigantesca rete economica, tutto è coordinato con precisione. Se mancano determinati componenti, ciò rischia di provocare un enorme effetto domino. Ed è proprio questo problema che sta diventando sempre più urgente: varie materie prime stanno diventando sempre più scarse o la domanda è così grande che non può essere soddisfatta. Allo stesso tempo, le vie di trasporto stanno diventando più complesse e più vulnerabili. Le conseguenze sono fatali: se non ci sono terre rare, non ci sono smartphone, non ci sono app, non ci sono profitti. Se non c’è elettricità o gas, non c’è produzione. Se non ci sono microchip, non c’è tecnologia. Questi pericoli molto concreti stanno tormentando un’ampia gamma di settori economici e stanno dando il via a enormi sforzi per sviluppare nuove infrastrutture. A questo livello, la narrativa dell’attuale “transizione energetica” è anche un enorme motore economico per guidare un imponente cambiamento strutturale nell’economia. Di seguito vengono evidenziati tre aspetti specifici, ciascuno dei quali riveste un’importanza fondamentale per il sistema industriale: – Reti energetiche: una delle più grandi ristrutturazioni dell’economia “verde” sta avvenendo nel settore energetico. Un obiettivo fondamentale per l’economia tedesca è, ad esempio, la produzione di idrogeno in vari paesi (Namibia, Arabia Saudita, Cile, Argentina, Nord Africa, ecc.) e la costruzione di condotte per l’idrogeno in Germania e in Europa. Oltre alle condutture verso la Danimarca, la Norvegia e la Francia, è prevista la costruzione di una rete di tubature lunga 9700 chilometri all’interno della Germania, per la quale verrà utilizzato il 60% dei vecchi gasdotti di gas naturale. L’idrogeno è destinato a sostituire la carenza di gas russo per la produzione industriale. A tal fine, nel Sud del mondo vengono costruiti giganteschi impianti di energia solare ed eolica per produrre idrogeno, che può essere trasportato, convertito in ammoniaca e poi riconvertito in Europa. I politici tedeschi agiscono in modo coloniale quando fingono che nel Sud del mondo esistano delle “zone bianche” la cui distruzione e cementificazione con migliaia di turbine eoliche non darebbe fastidio a nessuno. Questo è esattamente ciò che sta accadendo nelle ex colonie tedesche come la Namibia, un paese in cui l’allacciamento alla rete elettrica è tutt’altro che scontato. Il fatto che il passaggio dal gas naturale e dal petrolio all’idrogeno abbia qualcosa a che fare con la protezione del clima si rivela rapidamente un argomento pretestuoso, poiché le grandi emissioni di metano derivanti dalla combustione di idrogeno possono essere “neutre in termini di CO2”, ma sono tutt’altro che “rispettose del clima”. La “transizione energetica” è un progetto economico guidato dallo Stato con obiettivi geopolitici, militari ed economici. Mentre la rete dell’idrogeno viene ampliata, anche la rete elettrica deve essere potenziata. A causa della crescita della mobilità elettrica, è necessaria una quantità sempre maggiore di elettricità. Allo stesso tempo, nella rete europea si verificano costanti fluttuazioni di tensione, che possono essere compensate solo con una rete resiliente. La Germania importa anche grandi quantità di elettricità. Un esempio assurdo: Stadtwerke München ottiene la sua energia elettrica così “verde” da enormi parchi eolici nel nord della Svezia, che si trovano nel territorio degli indigeni Sami e che sono stati recentemente dichiarati illegali perché interferiscono con l’allevamento delle renne dei Sami. In ogni caso, la rete elettrica tedesca è troppo debole per trasportare tutta l’energia elettrica importata dalle turbine eoliche del nord quando il vento è favorevole. Al fine di rendere la rete elettrica tedesca più resiliente è ora in fase di realizzazione un asse nord-sud da 4 gigawatt, il cosiddetto SuedLink, una linea ad alta tensione lunga 700 chilometri che è stata oggetto di discussione per anni. L’obiettivo è quello di portare l’elettricità generata dalle turbine eoliche offshore dal Mare del Nord alla Germania meridionale. Questo progetto è di enorme importanza per la sicurezza energetica dell’industria. Anche l’ultimo piano del governo di costruire 20 nuove centrali elettriche a gas, che dal 2030 funzioneranno a idrogeno anziché a gas naturale e che in generale hanno lo scopo di compensare le fluttuazioni nell’approvvigionamento di energia eolica e solare, è in linea con questo obiettivo. – Microchip: i microchip (semiconduttori) sono ormai indispensabili per qualsiasi cosa: smartphone, computer, automobili, ecc. La maggior parte di questi microchip viene prodotta a Taiwan. Se la Cina dovesse davvero entrare in guerra con Taiwan, ciò avrebbe conseguenze fatali per la produzione: la crisi del Covid ha dimostrato la fragilità delle catene di approvvigionamento globali, ed è stata particolarmente dolorosa per l’industria automobilistica tedesca. Al fine di ridurre queste dipendenze globali, esistono vari progetti dell’UE (Important Project of Common European Interest) che sovvenzionano progetti di sviluppo nel campo della microelettronica e delle tecnologie di comunicazione “lungo l’intera catena del valore, dai materiali e dagli strumenti alla progettazione dei chip e ai processi di produzione”, con l’obiettivo di consentire la ricerca di tecnologie chiave in Europa, la loro produzione utilizzando materie prime europee ove possibile (anche se questo è ancora pura teoria) e la loro produzione e assemblaggio in Europa. Intel, ad esempio, ha annunciato la costruzione di una “mega-fabbrica” con due stabilimenti per la produzione di microchip vicino a Magdeburgo. L’importanza di questo stabilimento diventa chiara se si considera che il governo tedesco sta sovvenzionando la sua costruzione con 10 miliardi di euro (cinicamente provenienti da un “fondo per la protezione del clima”). L’obiettivo esplicito è l’indipendenza dalle catene di approvvigionamento internazionali. Anche la costruzione di altri tre stabilimenti di microchip viene sovvenzionata secondo lo stesso principio: l’azienda taiwanese TSMC si sta insediando a Dresda (5 miliardi di sovvenzioni da parte della Repubblica Federale Tedesca). Anche Infineon sta costruendo una fabbrica di microchip a Dresda (1 miliardo di finanziamenti) e l’azienda statunitense Wolfspeed sta costruendo una fabbrica di chip a Saarlouis, nel Saarland, con finanziamenti statali. I produttori di chip della Germania orientale sono tutti situati in prossimità strategica delle fabbriche di auto elettriche Tesla e Porsche. Il fatto che il Ministero Federale dell’Economia abbia in parte impedito la vendita di aziende tedesche produttrici di chip ad aziende cinesi, come è successo con ERS Electronics, dimostra quanto l’attività economica sia controllata dallo Stato: l’industria dei microchip simboleggia un settore chiave dell’intera produzione industriale e pertanto non solo è promossa, ma anche diretta e guidata dallo Stato, come in tempi di economia di guerra. –Estrazione mineraria in acque profonde: l’intera produzione high-tech dipende dalla disponibilità di materie prime specifiche quali rame, nichel e terre rare come il cobalto. Queste materie prime vengono estratte principalmente nel Sud del mondo (ad esempio in Congo) e in Cina in condizioni estremamente precarie e devono essere trasportate dall’altra parte del mondo per arrivare in Europa. Inoltre, le catene di approvvigionamento sono soggette a dipendenze e a fattori geopolitici. Non solo la maggior parte delle terre rare proviene dalla Cina, ma la Cina è anche il protagonista e il principale operatore delle miniere in Africa. Se le relazioni si deteriorano o si verificano interruzioni delle rotte marittime, ciò avrà conseguenze fatali. Una possibile alternativa alla dipendenza dalle terre rare provenienti dalla Cina o dalle aziende cinesi è l’estrazione mineraria in acque profonde. Alcuni paesi, come la Norvegia, stanno portando avanti l’ applicazione massiccia di questo metodo estrattivo mai sperimentato prima e hanno aperto un’area vicino alla Groenlandia, grande quanto la Gran Bretagna, all’estrazione mineraria in acque profonde. L’estrazione mineraria in acque profonde prevede l’utilizzo di robot che “raccolgono” noduli di manganese contenenti vari elementi delle terre rare a una profondità compresa tra i due e i tre chilometri sotto il livello del mare e poi li “lavano” direttamente sottoterra, il che è estremamente tossico. L’assurdità di questa impresa è la seguente: le profondità marine sono l’area meno esplorata della terra e ospitano una serie di organismi e animali che finora sono stati studiati molto poco. L’unica certezza che abbiamo riguardo all’estrazione mineraria in acque profonde è che ha conseguenze estremamente distruttive e che il 90% di tutti gli organismi è scomparso dove è stata sperimentata. Non abbiamo idea di quali siano le conseguenze della polvere sollevata, della radioattività rilasciata, delle tracce lasciate dai robot sul fondo marino e della contaminazione con sostanze chimiche per questo enorme e oscuro territorio, i suoi abitanti e gli oceani nel loro complesso. Tutto ciò che sappiamo è che le conseguenze hanno un potere distruttivo che non può essere stimato. In questo senso, il sistema industriale è in grado di distruggere qualcosa di cui non conosce nemmeno l’esistenza e ciò che vi vive. E proprio questo, distruggere qualcosa senza nemmeno immaginarne, figuriamoci comprenderne, la natura, è ciò che si sta pianificando a tutta velocità. Gli oceani sono i polmoni della Terra e l’ estrazione mineraria in acque profonde avrà conseguenze imprevedibili. Il fatto che questo progetto venga attuato con tanta rapidità, nonostante alcuni Stati ne stiano criticando le conseguenze distruttive, dimostra l’importanza delle terre rare per l’intero sistema industriale. Ricerca-chi? Quando parliamo di sabotaggio, parliamo anche di tentativi di localizzare dei punti deboli: gli atti di sabotaggio possono essere tentativi di approfondire le tensioni sociali e forse ispirare altri a compiere atti simili. Ma il sabotaggio può anche essere un tentativo di causare almeno una interruzione temporanea del funzionamento di questa economia letale. Se si vuole colpire dove fa male, è necessario individuare i punti deboli. Ricercare significa non solo “indagare” e “cercare”, ma anche “esplorare”. Il vecchio termine francese “rechercher” significa “vagare alla ricerca” o “cercare attentamente”. Questa parola deriva dal latino ‘circāre’, che significa “camminare intorno a qualcosa, vagare in un’area alla ricerca”. Quindi un po’ di ricerca, un po’ di esplorazione – cercare il terreno nemico e camminare intorno all’obiettivo – e poi colpire. Potrebbe essere interessante esaminare più da vicino i tre punti sopra menzionati: reti energetiche, fabbriche di microchip e attività minerarie, in particolare quelle in acque profonde. Ciascuna di queste tre aree rappresenta un settore chiave dell’industria e del suo megaprogetto di “transizione energetica”. Ciascuna di queste tre aree rappresenta anche un punto debole: un sabotaggio potrebbe avere conseguenze fatali per l’intera economia che sta distruggendo la Terra. L’ attuale periodo di attuazione della “transizione energetica” potrebbe essere un momento in cui molte persone perdono le illusioni sul “capitalismo verde” e sulle “energie rinnovabili” e diventano più ostili al sistema industriale in generale di fronte ai nuovi progetti infrastrutturali distruttivi e alla continua distruzione della natura. O almeno coloro che sono ostili a questo sistema industriale distruttivo diventeranno ancora più determinati a paralizzarlo. Forse la moltiplicazione di diverse forme di azione – sabotaggio, disordini di massa, piccoli attacchi riproducibili – alimentata dalla critica radicale nelle strade e da una crescente disillusione nei confronti della politica può garantire che si diffonda la possibilità di un’azione diretta contro i responsabili della catastrofe industriale. Questa diffusione non deve necessariamente essere quantitativa, forse ciò che sta guadagnando forza e sostegno è la convinzione qualitativa che la via per la liberazione dal sistema industriale inquinante non sia né riformarlo né rinnovarlo, ma distruggerlo. Quindi, agire contro l’economia industriale e contro la rete energetica che sostiene la distruzione della terra. Contro il gigantesco progetto della “transizione energetica”, che non fa altro che rinnovare, espandere e perpetuare l’infrastruttura che devasta il pianeta.
Le navi posacavi: imbarcazioni fondamentali per la rete Internet
> Da trognon, 21.12.25 Un piccolo studio personale sulle navi posacavi Orange Marine e Alcatel Submarine Networks. Recentemente ho visto il documentario di ARTE intitolato “Internet, un gigante molto vulnerabile” [Internet, un géant très vulnérable]. Il documentario adotta un approccio piuttosto poco critico e la domanda latente è soprattutto quella relativa al miglioramento della resilienza delle reti Internet. Tuttavia, permette di vedere l’interno di diverse infrastrutture strategiche, come i data center. Si parla anche molto dei cavi in fibra ottica sottomarini, un’infrastruttura fondamentale per il funzionamento di Internet e per lo scambio di informazioni in tutto il mondo. I cavi sottomarini: una sfida strategica Questi cavi sono spesso descritti come un punto debole della rete. Si trovano sul fondo del mare, dove vengono posizionati da navi posacavi, e possono subire danni a causa di diverse cose: tempeste (possono essere spostati dalle correnti o risalire in superficie), incidenti di pesca (le reti dei pescherecci possono danneggiarli) o veri e propri atti di sabotaggio (per esempio, le navi della flotta segreta russa lascerebbero volontariamente trascinare le loro ancore per tagliare i cavi “nemici”). Questi cavi risalgono verso le coste, dove si trovano stazioni di atterraggio che li collegano alla rete elettrica o in fibra ottica terrestre. Il documentario illustra l’importanza della manutenzione continua della rete di questi cavi, resa possibile dalla flotta mondiale di navi posacavi. Queste grandi imbarcazioni sono dotate di attrezzature speciali per installare e riparare i cavi sottomarini. Senza di esse, la rete si guasterebbe rapidamente. Così ho deciso di fare qualche ricerca su questa flotta industriale strategica e, dato che vivo in Francia e parlo/scrivo in francese, sulla flotta francese di navi posacavi. La flotta di navi posacavi Innanzitutto mi ha sorpreso scoprire che esistono “solo” un centinaio di navi di questo tipo in tutto il mondo! La Francia si colloca in una buona posizione nella classifica dei paesi proprietari di queste navi, insieme a Stati Uniti, Russia, Giappone e Regno Unito. È superfluo sottolineare che hanno molto lavoro da fare, vista la rapida espansione delle reti di dominazione digitale. Ciò significa che un numero inferiore di navi equivale a una rete indebolita e a un rallentamento della sua espansione. Secondo Wikipedia, queste navi possono rimanere in mare da 30 a 45 giorni con un equipaggio di 60-120 persone. Questi mezzi presentano specifiche caratteristiche tecniche, determinate dal loro ruolo, che include il trasporto e la posa di cavi, e sono dotati di un sistema di zavorramento significativo, che utilizza acqua di mare. Per ulteriori dettagli, consultare la pagina di Wikipedia “Câblier” e la relativa sezione “Caratteristiche”. In Francia, il mercato delle navi posacavi è essenzialmente suddiviso tra due aziende: Orange Marine e Alcatel Submarine Networks (ASN). Alcatel Submarine Network è uno dei tre principali operatori mondiali del settore. Nel 2024, lo Stato francese ha acquisito l’80% del capitale di ASN da Nokia, che detiene ancora il resto dell’azienda. La flotta di ASN è composta da 7 navi posacavi: le navi Île de Bréhat, Île de Batz, Île de Sein, Île d’Aix e Île d’Yeu sono destinate alla posa di cavi sottomarini. Le navi Île d’Ouessant e Île de Molène sono invece destinate alla manutenzione dei cavi. L’armatore della flotta è “Louis-Dreyfus Armateurs”. Lo storico stabilimento dell’azienda si trova a Calais (950 Quai de la Loire), dove vengono prodotti e imbarcati i cavi. Un altro sito industriale si trova a Dunkerque (2405 route du Pertuis du Môle 2). A Les Ulis, nell’Essonne (1 avenue du Canada), la società possiede un importante data center e la sua sede centrale. È presente anche un sito al 21 quai Gallieni a Suresnes, dove si trova la sede centrale dell’armatore. Infine, l’azienda possiede un sito di produzione a Greenwich (Inghilterra) e un altro a Trondheim (Norvegia). Louis-Dreyfus Armateur gestisce anche la flotta di navi posacavi della malese Optic Marine Service (OMS Group). Si tratta di una storica compagnia di navigazione francese che, ad esempio, gestisce il porto di Cherbourg e che è specializzata nel trasporto marittimo industriale (eolico offshore, aeronautico e posa di cavi). In Francia, il gruppo dispone di infrastrutture a Suresnes, Dunkerque, Blagnac e La Ciotat. La flotta di Orange Marine è composta da otto navi: la N/C Léon Thévenin, la N/C René Descartes, la N/C Raymond Croze, la N/C Antonio Meucci, la N/C Teliri, la N/C Pierre de Fermat (con base a Brest presso la BMA, Base Marine Atlantique), l’Urbano Monti e la Sophie Germain, con base a La Seyne-sur-Mer. Orange Marine dispone di due basi navali in Francia, a Brest e a La Seyne-sur-Mer, vicino a Tolone, e di una in Italia, a Catania. La sede sociale si trova al 21 di Rue Jasmin, a Parigi. A Fuveau, vicino ad Aix-en-Provence, nella zona industriale Saint-Charles, Orange Marine dispone di impianti industriali per la progettazione e la produzione dei propri veicoli sottomarini e dei robot di profondità utilizzati per la manutenzione e l’installazione dei cavi. Sul sito web di Orange Marine è possibile trovare informazioni dettagliate su ciascuna delle sue mega-macchine, nonché sulle navi e sulle basi navali del gruppo. Una volta effettuate queste ricerche, mi sono divertito a seguire alcune navi utilizzando i siti myshiptracking.com o marinetraffic.com. In questo modo, ho potuto conoscere i cantieri in cui lavorano gli equipaggi delle navi, studiare le loro rotte e i loro porti di attracco. Si tratta di uno studio molto istruttivo e rivelatore della materialità di tutta questa economia basata sul cloud e sui dati. Un elenco più o meno aggiornato di tutte le navi posacavi è disponibile sulla pagina di Wikipedia “Elenco delle navi posacavi in servizio nel mondo”. Cosa ce ne facciamo di tutto ciò? Per me, queste navi contribuiscono attivamente alla distruzione del pianeta e alla sua colonizzazione capitalista. Il loro ruolo è fondamentale per tenere il mondo al passo con una società di sorveglianza e autocontrollo basata sulle tecnologie digitali e dell’informazione. Ma come possiamo fermarle? Una grande nave non è facile da fermare, eppure c’è sempre un modo. Atti di pirateria consapevoli dimostrano che le navi non sono irraggiungibili. In Perù, nel 2023, due petroliere sono state attaccate dai membri dell’associazione indigena per lo sviluppo e la conservazione del Bajo Puinahua. A bordo di piroghe hanno lanciato bottiglie Molotov e lance contro l’equipaggio! Lo stesso anno, nei pressi di Arcachon, una ventina di imbarcazioni da diporto più piccole sono andate in fumo direttamente nel porto. È successo anche a Fréjus nel 2020, a Marsiglia in diverse occasioni, nel Lot e ancora a Saint-Nazaire e a Saint-Cyprien. Nel 2014, persino la barca dei gendarmi ha preso fuoco a Évian! E quando non è possibile attaccare direttamente la barca, c’è sempre l’infrastruttura portuale: alla fine di dicembre 2024, ad Amsterdam, degli anarchici hanno danneggiato due gru, rompendo le console dei computer e le leve di comando. Con la progressiva elettrificazione dei porti, è facile immaginare che questi ultimi diventeranno più vulnerabili alle interruzioni di corrente. E poi, naturalmente, le navi hanno un equipaggio, un comando e degli armatori. Le società a cui appartengono hanno sedi, organigrammi e luoghi di produzione. La creatività non ha limiti. Il mio piccolo studio sulle navi posacavi finisce qui. Sta a te continuarlo, usare questo testo come meglio credi e modificarlo a tuo piacimento!
[Francia] Pilone! Pilone! Fuoco, fuoco!
> Da trognon, 28.03.24 Tentativo di sintesi delle disavventure pilonesche dalla fine del 2022 ad oggi sulla base dei comunicati e delle pubblicazioni degli ultimi anni. Contro l’industria nucleare, le reti elettriche e l’approvvigionamento energetico più nocivo del capitalismo… I tralicci sono degli obiettivi! Lo scopo è quindi quello di evidenziare la vulnerabilità del sistema delle reti elettriche e, in un certo senso, di dimostrare la capacità di attaccare il capitalismo attraverso questo canale. I tralicci possono quindi essere abbattuti per bloccare la produzione di energia elettrica (come a Brennilis il 15 gennaio 1979) o per colpire l’approvvigionamento di un’industria nociva (come nel famoso film Woman at War [La Donna Elettrica, Ndt], che prende di mira l’industria dell’alluminio). ALLA FINE DEL 2022, DUE NOTIZIE PROVENIENTI DAL SUD-EST DELLA FRANCIA HANNO DIMOSTRATO LA PERTINENZA, SE NON L’EFFICACIA, DI QUESTE AZIONI. A Salindres, nel dipartimento del Gard, è stata attaccata la fonte di alimentazione elettrica del polo chimico-industriale. I/le resistenti che hanno rivendicato via e-mail il crollo del traliccio da 225.000 volt hanno persino indicato il metodo utilizzato, consentendo a tutti/e di staccare la corrente dove non deve arrivare! Ecco il comunicato: «Abbiamo sabotato il traliccio da 225.000 volt sulla linea principale che fornisce elettricità al polo chimico-industriale di Salindres (dove si trovano le aziende Arkema e altre). Metodo: 1) segare le traverse (ossia le barre che collegano i piedi tra loro); 2) Segare con tagli obliqui su entrambi i piedi nella direzione della caduta. (Nota: il traliccio deve cadere perpendicolarmente ai cavi, quindi bisogna segare due piedi sullo stesso lato dei cavi). 3) Segare con tagli diritti sempre sugli stessi piedi, una trentina di centimetri sopra i tagli precedenti. (Nota: segare bene fino in fondo per ottenere un pezzo completamente staccabile). 4) Colpire i pezzi segati, ancora tenuti in posizione dalla gravità del pilone, con un ariete. (Nota: è possibile utilizzare un piccolo tronco d’albero). 5) Mentre il pilone cade, allontanarsi a piccoli passi nella direzione opposta.  Per realizzare questa azione bastano seghe da ferro e olio. Attacchiamo le aziende che avvelenano la terra! Che si tratti di grandi gruppi durante occupazioni/manifestazioni o di piccoli gruppi durante sabotaggi/incendi. Forza agli individui in lotta in Francia, in Germania e altrove. Se gli obiettivi sono troppo ben protetti, attaccare i flussi permette di colpire alla fonte, mettendosi meno in pericolo. Passiamo all’offensiva! Occupazioni, sabotaggi, incendi… Noi non difendiamo la natura, noi siamo la natura che si difende. Dei/delle resistenti.  » Tuttavia, secondo il procuratore di Alès, il traliccio segato non sarebbe caduto. Un aiutino da parte del meteo o dell’architettura della linea non è da trascurare per perfezionare questo tipo di azione (in particolare il senso in cui i cavi tirano già sulla struttura del traliccio). A Vitrolles, nel dipartimento delle Bocche del Rodano, due installazioni elettriche (piloni!) hanno preso fuoco, causando un’interruzione dell’approvvigionamento elettrico. Una delle linee colpite riforniva l’aeroporto di Marsiglia-Provenza (altrimenti noto come Marignane) e la società Airbus Helicopters, che produce, a scelta, velivoli per ricchi o per uccidere. Questo è quanto ha raccolto Valeurs Actuelles da confidenze amichevoli (intime?!) della polizia: «Due tralicci dell’alta tensione di Enedis sono stati incendiati all’angolo tra il viale Marcel Pagnol e la strada provinciale D9 a Vitrolles (13) lunedì scorso, come riferito da una fonte della polizia a Valeurs Actuelles. Il primo fornisce energia all’aeroporto di Marsiglia-Provenza e alla società Airbus Helicopters». Questi/e incendiari/e hanno inoltre smentito la voce secondo cui «un traliccio in fiamme è bello da vedere, ma non fa saltare la corrente!». Il gestore della rete è stato costretto a comunicare che l’alimentazione era stata presa in carico dai dispositivi di emergenza: l’altro incendio ha causato un’interruzione dell’alimentazione in una parte dell’aeroporto di Marsiglia-Marignane, dove i dispositivi di emergenza hanno preso il controllo, ha precisato RTE (Beh, ma quindi questi piloni sono di Énédis o di RTE!?) a RMC . Si può sempre sperare che EDF faccia lo stesso quando i tralicci di uscita di una centrale cadranno, che sia a causa di fulmini, neve o tempeste (tre eventi che hanno già danneggiato la centrale di Flamanville, nella Manica) o di atti di sabotaggio salvifici. I TRALICCI SE LA VEDONO BRUTTA QUANDO STANNO PER PERDERE I BULLONI… Dopo le notizie giunte da Salingre (Gard) e Vitrolles (Bouches-du-Rhône), ne sono arrivate altre dal Grand Est con una frequenza più o meno simile. Il 18 dicembre 2022, il Service des Déconnections de Pylones en tout Genre (Servizio di disconnessione di tralicci di ogni tipo) ha rivendicato, insieme a Rage, Transmissions et Emeutes, un’azione risalente alla settimana precedente che aveva colpito la linea THT Fessenheim-Parigi, la stessa che dovrà alimentare CIGÉO, se questo progetto dovesse mai vedere la luce. Quest’azione è stata compiuta in solidarietà con Alfredo Cospito. Un primo comunicato, pubblicato su Lille Indymedia, recita in particolare: «La forma più appassionata di solidarietà rivoluzionaria consiste nel portare avanti le lotte per cui i nostri compas sono dietro le sbarre. È con questo spirito che, domenica 11 dicembre, durante un’azione di sabotaggio notturna, ci siamo diretti verso un traliccio della linea Fessenheim-Parigi e ne abbiamo svitato i bulloni. Il traliccio è ancora in piedi, ma la sua stabilità è chiaramente compromessa. Che la nostra rabbia rivoluzionaria agisca in alleanza con la natura, e che una tempesta invernale faccia il resto!» Un secondo comunicato riprende l’azione in modo più Transmissible e con la stessa Rage; tornando sulla rimozione dei bulloni dell’11 dicembre, coglie l’occasione per salutare le azioni del Sud-Est. Da notare che, a seconda del luogo di riproduzione, il numero di bulloni e la chiave necessaria non sono necessariamente gli stessi. Ma non è tutto: cinque anni fa le forze dell’ordine hanno sgomberato il Bois Lejuc. Nulla è stato dimenticato né perdonato e la lotta contro le infrastrutture del progetto CIGEO continua. Ed è così che il 14 febbraio 2023 è andato a fuoco un traliccio di trasmissione dell’ANDRA a Osne-le-Val, vicino a Bure, nella Meuse. Quest’azione è stata dedicata a Manuel “Tortuguita” Paez Teran, uccis* dalla polizia dello Stato della Georgia (USA) durante un attacco contro l’occupazione della foresta di Weelaunee, a sud della città di Atlanta, foresta minacciata dal progetto di “Cop City”. Un altro articolo pubblicato su Indymedia Lille riprende il metodo della sega manuale. Si tratta della ripubblicazione tradotta di un opuscolo del 1988 che ne promuove il metodo. Un lavoro paziente, ma non senza risultati. Non dimenticate però di verificare che il traliccio scelto sia adatto al metodo e, se necessario, di adattarlo. CHE RTE STIA IN GUARDIA [GIOCO DI PAROLE CON GARDE, NDT]: VERRÀ SEGATA! CHE CROLLI IL TRALICCIO! Ma non è finita qui: nella notte tra il 25 e il 26 giugno 2023, in Savoia, si è verificata una nuova caduta di tralicci. Un altro pilone è crollato, un’epidemia di cadute che non hanno nulla di fortuito! Come nel Gard, a dicembre 2022, quando un pilone è cascato grazie a un taglio paziente e un metodo collaudato. I/Le sabotatori/rici ne approfittano per intonare una piccola melodia che permette di farsi coraggio e mantenere il ritmo: …E se seghiamo tutti/e, crollerà  Non può continuare in questa maniera Devono cadere, cadere, cadere. Vedi come si sta inclinando già? Se sego forte, si muoverà E se tu seghi accanto a me, di sicuro cascherà, cascherà, cascherà.. E noi conquisteremo la libertà. Il comunicato si conclude così: «Che fiocchino gli attacchi contro la prigionia di questo mondo e grazie a chi, con le proprie azioni o parole, ci ispira!»  L’11 aprile 2023 abbiamo poi avuto il grande piacere di apprendere che aziende come Tyco Electronics France (componenti elettronici per la difesa, il nucleare, l’aeronautica), Robatel Industries (fornitore del settore nucleare), Brenttag (distributore di prodotti chimici) e alcune altre del settore metallurgico e dei trasporti (tra cui la filiale logistica del gruppo Bolloré) hanno visto il loro sito della ZI la mi-Plaine a Lione privato dell’elettricità grazie a dei coniglietti pasquali ecologisti/e radicali che hanno dato fuoco alla linea da 69 kV che alimenta la zona. Il loro comunicato è disponibile qui. Nel novembre 2023, in seguito all’appello internazionale per una settimana di azione contro tutte le guerre, dal 17 al 25 novembre 2023, è stata segata e incendiata una linea THT nella Loira e nel Puy de Dôme:      «Nella notte tra il 19 e il 20 novembre 2023 è stata attaccata l’alimentazione elettrica di due siti produttivi del gruppo Aubert et Duval: – A Firminy abbiamo segato un traliccio sulla linea da 220 kV che alimenta il sito. È caduto solo parzialmente. – ad Ancizes-Comps, abbiamo dato fuoco a una linea da 220 kV nel punto in cui i cavi dell’alta tensione entravano nel sottosuolo. Siamo riusciti ad avvicinarci e a posizionare i nostri dispositivi ai piedi delle guaine senza correre alcun pericolo. L’azienda Aubert et Duval è un ingranaggio fondamentale dell’industria militare francese. Fornisce componenti per i sottomarini della Naval Group, per i Rafale della Dassault e per le centrali nucleari della Framatom.  » Qui il seguito del comunicato. Poco prima, sempre nello stesso distretto, nella stazione di trasformazione RTE di Volovon a Saint-Bonnet-les-Oules (42), alcuni incendi avevano devastato l’intero edificio che ospitava armadi elettrici e batterie. Infine, proprio di recente, in occasione del tredicesimo anniversario dell’inizio della catastrofe di Fukushima, tre incendi hanno cercato di interrompere l’alimentazione elettrica di uno dei subappaltatori del programma CIGÉO dell’ANDRA per lo smaltimento dei rifiuti nucleari più nocivi di questa industria mortale. Nel frattempo, oltre il Reno… FABBRICA TESLA SENZA ELETTRICITÀ: IL GRUPPO VULCANO SPEGNE TESLA! ATTACCO ALLA RETE ELETTRICA VICINO A STEINFURT/BERLINO Il 5 marzo 2024, la giga-factory che produceva 6000 Tesla al giorno è rimasta senza elettricità per una settimana, dopo che un traliccio della linea elettrica della fabbrica ha preso fuoco. La produzione si è fermata con un danno stimato per Tesla tra i 50 e i 60 milioni di dollari (poco meno di euro) al giorno. Mentre una mobilitazione locale cercava di fermare l’ampliamento della fabbrica, il gruppo Vulcan l’ha semplicemente bloccata in modo molto efficace. Puoi trovare la traduzione dei vari comunicati e altre informazioni aggiuntive nei due articoli pubblicati sul blog Sans nom qui e qui. È chiaro che sono state dimenticate un sacco di altre iniziative, qualche bullone qua e là (e forse molto di più). E tanto meglio, perché nel frattempo: RTE sta ampliando la sua rete internazionale e sta preparando la capacità di trasporto degli EPR 2 che la Francia vuole costruire: * C’è una nuova linea che dovrebbe essere costruita tra Bordeaux e Bilbao (Cubnezais e Gatika). Sarebbe sotterranea e sommersa. Una linea del genere, che attraversi il Mediterraneo, era già stata proposta, ma poi è stata scartata, preferendo passare attraverso i Pirenei…  * È stata avviata una nuova linea (un raddoppio di quella esistente tra Amiens e Petit-Caux, cioè Penly) per collegare gli EPR2 [reattori nucleari di ultima generazione, NdT] alla rete. Maggiori dettagli qui. … E poi ci sono un sacco di altri progetti, più o meno importanti. Grazie al blog Sans nom per il suo lavoro di raccolta e ai siti Lille indymedia e Nantes indymedia.org per la raccolta dei comunicati delle sabotatrici/sabotatori. Il capitalismo e l’ordine della rete elettrica sono vulnerabili. Continuiamo a metterlo in luce! >