Boza: il paradiso dopo l’inferno
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel
Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca
collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore
plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di
confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi,
lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese,
il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di
resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Notizie/Arti e cultura
CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio
2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Boza. Città Invisibile
I corrispondenti del Giornale delle rotte, avventurieri raccolti dai sud, hanno
composto insieme la poesia che segue, per insegnarci il suo significato.
Boza: nome di strada, percorso incerto, attraversamento rischioso verso un sogno
di vite appese a un filo sottile
Boza: grido del cuore, di migranti alla ricerca di un domani migliore, ma il
percorso è spesso molto lungo.
Boza: spazio sospeso, di passaggio e di crepe, di vento, di reti e di brecce.
Non ha muri, ma passaggi, attese al posto dei luoghi. Sulle mappe, è il punto
esatto al confine tra fragile e solido.
Boza: suono di rabbia, ostinazione, speranza, fiducia e Insh’Allah mescolati a
preghiere.
Boza: tempo di un istante, tempo di un passo in più. E poi tutto diventa
visibile a tutti.
Poi Boza si dissolve, lasciando dietro di sé una scia di vita che ricomincia.
BOZA
a cura di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova
Boza è un termine che punteggia in modo ricorrente le rotte e il linguaggio di
chi è in viaggio.
Proviene dall’area geografica delle ex colonie francesi dell’Africa Occidentale
e porta dentro di sé diversi significati; nel quadro di una metafora bellica,
l’espressione allude all’idea di vittoria/riuscita – il bruciare/bucare la
frontiera e arrivare dall’altro lato, inscritto anche nella parola harga (si
veda Harraga) – ma anche al tentativo ripetuto, a volte riuscito a volte
fallimentare, di passare, di andare oltre.
Il suono, il suo grido, lasciano emergere da un lato un sapore di celebrazione,
dall’altro un invito performativo, un’esortazione ad avere coraggio e agire che
è anche il riconoscimento della caparbietà e dell’insistenza, doti necessarie
per chi viaggia senza i giusti documenti.
Dal termine deriva anche un sostantivo che agglutina coloro che si iscrivono in
quella pratica, e in un certo ethos: i bozayeur. In questa parola, quindi, la
dimensione etica rinvia da un lato all’autoattribuzione del coraggio necessario
alla vita (senza coraggio si sopravvive e basta, si resta inermi, si ferma il
viaggio della vita), e dall’altro all’autoattribuzione di gloria per avere
sconfitto coloro che impediscono la vita e la sua riuscita.
Il grido dalle reti di Ceuta e Melilla, e dai passaggi in mare verso le isole
Canarie e lo stretto di Gibilterra, si è presto diffuso grazie al passaparola e
ai social media lungo tutta la sponda sud della Fortezza Europa (in Algeria,
Libia, Tunisia) ed è strettamente correlato ai tentativi della diaspora black di
superare la frontiera.
In tale senso è una parola propria del Mediterraneo nero (si veda Black). Nella
circolazione vorticosa della parola, l’origine linguistica si è persa fra gli
stessi parlanti e il termine è divenuto una specie di esperanto fra gli
aventurier, gli harraga, i soldats di molte e diverse nazionalità.
Infine, più in generale, il termine costituisce un grido di orgoglio e
resistenza rispetto al piano delle discriminazioni subite lungo le rotte e nei
paesi di transito, una rivendicazione di libertà e diritto al movimento.
ESEMPI DAL CAMPO
Quando a bordo di Nadir soccorriamo una barca nelle acque internazionali
circostanti Lampedusa, c’è un momento di celebrazione ed euforia: le persone
cantano, si filmano, battono le mani. Amen, boza, Lampedusa è il jingle lanciato
dalle donne e seguito da tutti.
Estratto dai diari di campo, aprile 2023
Boza è un grido di gioia, una vittoria, una riuscita. Da tanto tempo. Io l’ho
sentito per la prima volta in Marocco dieci anni fa quando ho iniziato
l’avventura… Questo grido di gioia. Ma non è facile fare boza. Vuole dire ho
vinto, ci sono riuscito. Quando riesci in qualcosa che non è facile e ti genera
gioia, gridi boza. Non so da dove viene, forse è spagnolo. Dal Marocco poi a
forza di sentirlo nei video di chi arrivava, si è diffuso ovunque… Tunisia e
anche Libia.
Intervista con Tala, corrispondente del Giornale delle rotte, ora in libia
Boza è un termine che utilizzano i subsahariani. È un po’ come dire goal! Il
pallone è entrato. Vuole dire siamo entrati in Europa, goal! Il goal dei
migranti, senza soldi e senza visti. Liberi. E quando diciamo boza free,
significa che ha funzionato, che il goal all’Europa lo abbiamo fatto veramente.
È un termine di noi migranti! Lo diciamo anche per dissimulare la cosa, per non
farci capire di fronte a chi non deve sapere… Oggi provo a fare boza.
Intervista con William, corrispondente del Giornale delle rotte, ora in
Tunisia
Boza è un segno di vittoria contro la violenza dei maghrebini su noi neri, una
resistenza contro il regime tunisino e il suo razzismo. Ti racconto… Quando nel
villaggio dove organizzavamo la partenza, vicino a Sfax, è venuta la polizia a
distruggere il nostro accampamento durante il Ramadan, abbiamo cantato in massa
boza ramadan!!
Centinaia di persone lo gridavano per sottolineare la vergogna dell’uso della
violenza contro di noi, persino durante il mese sacro.
Intervista con Moussa, corrispondente del giornale delle rotte, ora in Tunisia