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Nelle case arbëreshë il mate non manca mai
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il festival delle migrazioni organizzato dall’associazione Don Vincenzo Matrangolo è giunto quest’anno alla sua XV edizione. Quindici anni in cui tra le colline brulle dell’entroterra cosentino è arrivato il mondo. Negli anni il festival è cresciuto ed evoluto, passato da stanziale presso la sede dell’associazione ad Acquaformosa a festival itinerante con giornate organizzate dai progetti aderenti all’associazione nei comuni arbëreshë che fanno accoglienza. Il contesto è quello che il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), lapidariamente liquida nell’obiettivo 4 così: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza….“. Luoghi senza speranza, da abbandonare al proprio destino quindi. Eppure, in questi piccoli comuni dove anche farsi curare diventa un’impresa, non si respira aria di rassegnazione. Sette comuni uniti nel progetto di accoglienza dell”associazione Don Vincenzo Matrangolo stanno scrivendo un’altra storia. È una storia che non si limita all’incontro annuale del festival delle migrazioni ma anzi, il festival è l’espressione di un lavoro quotidiano di incontri, presa in carico di persone che pian piano diventano cittadini di questi luoghi, li colorano con le loro stoffe, li profumano con le loro spezie, li riempiono con le voci e le risa dei bimbi che giocano per le stradine dei vicoli. Terre abitate dai rifugiati albanesi che nel 1.500 sono arrivati in Italia per sottrarsi alla ferocia dei turchi. Hanno conservato la loro lingua d’origine, attualmente molto diversa dall’albanese moderno, le loro abitudini e tradizioni. Ad Acquaformosa, nella chiesa si celebra il rito bizantino in lingua arbëreshë e greco antico, nelle feste popolari si sfoggiano gli abiti della antica tradizione arbëreshë. Questi luoghi hanno conservato il patrimonio culturale del Paese di origine senza per questo chiudersi al nuovo. Le comunità arbëreshë, come tutto il meridione italiano, sono state le protagoniste del secondo esodo emigratorio italiano del dopo guerra. Moltissimi si sono trasferiti in Argentina, dove, con il passa parola, si sono ritrovati e hanno creato piccole comunità. In questi luoghi perciò si sa bene cosa significa emigrare, inserirsi in un contesto sociale differente, imparare la lingua del Paese che accoglie, apprenderne le abitudini e le consuetudini. Non stupisce perciò scoprire che una volta rientrati in patria, molti abbiano voluto portare con sé qualcosa di quella vita. Lungro, a pochi passi da Acquaformosa è la capitale del mate, bevanda diffusa in sud America, e nelle case arbëreshë il mate non manca mai, lo si trova un po’ ovunque nei negozietti. Il dulce de leche viene spesso servito a colazione nei “bnb” locali. In molti parlano spagnolo e per le strade si sentono le persone che parlano l’arbëreshë con qualche intercalare in italiano. Insomma le terre arbëreshë sono una sintesi perfetta di quello che rappresenta il fenomeno migratorio oggi: scambi culturali, conoscenza, solidarietà. Un meticciato che ha arricchito e continua ad arricchire tutti. In questo contesto chi arriva da terre lontane non può non sentirsi a casa, come ci siamo sentiti tutti noi durante il festival, accolti da una grande famiglia. Sono oltre cento cinquanta le persone, per lo più giovani locali che hanno avuto l’opportunità di restare in queste terre, avviare una professione e mettere a disposizione le competenze e l’umanità per accogliere i meno fortunati della Terra. Ragazze e ragazzi che ogni giorno lavorano in questi luoghi che qualcuno ha già decretato come aspiranti al suicidio. In quest’ultima edizione del Festival delle Migrazioni è emersa con chiarezza tutta la volontà di riscatto, di dimostrare non solo che un altro mondo è veramente possibile ma che reagire all’ineluttabile si può e si deve. Lo abbiamo visto nella cura dei particolari, nell’attenzione con cui sono stati preparati gli incontri: da San Sosti, Bisignano, San Basile, Vaccarizzo, Cerzeto, San Benedetto Ullano fino all’ultimo giorno ad Acquaformosa dove tutto ha preso il via, quindici anni fa. Non so come sia possibile ma ogni anno – come negli anni precedenti – gli organizzatori sono riusciti a superarsi. I dibattiti organizzati hanno coinvolto esperti ed attivisti di fama internazionale spaziando su tutti i temi che direttamente o indirettamente riguardano il fenomeno migratorio e tutti i problemi e gli inciampi che un’onda anomala di rabbia xenofoba procura alle persone che emigrano. Oltre trentamila persone dal 2014 ad oggi sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste dicono le stime ufficiali, ci ricorda Luciano Scalettari di Resq, un numero impressionante ma purtroppo, molto probabilmente approssimato per difetto. Vite spezzate senza che si trovi una giustificazione a questa strage, senza che si provi a porne rimedio. E chi riesce ad arrivare, si trova ad affrontare un altro calvario, quello di trovare un modo per vivere e non sopravvivere in questa società. La stessa società che implementa i CPR, criminalizza le persone straniere – soprattutto chi proviene dal continente africano – che taglia risorse all’accoglienza inclusiva dei progetti SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione). Nei luoghi del festival, vicini in linea d’aria uno dall’altro ma collegati da strade tortuose e impervie, una folla di persone ha potuto conoscere l’altra realtà, quella che i grandi media non raccontano o non riescono a raccontare: gli abusi di potere, le violenze e le violazioni dei diritti fondamentali delle persone, i costi esorbitanti di questo sistema ma anche toccare con mano esperienze di inclusione sociale, interazione che nonostante tutto funzionano. Certamente l’accoglienza organizzata all’interno dei progetti SAI resta minoritaria, solo 41.000 persone sono accolte in queste realtà a fronte di oltre 230.000 richiedenti asilo presenti in Italia e il nostro governo attuale non sembra interessato ad implementare questo sistema di accoglienza. Ogni sera uno o due dibattiti, ogni sera una folla compatta e ordinata ha affrontato il viaggio tra i calanchi per andare a sentire, a capire. C’è tanta voglia di capire, di squarciare il velo. Oltre mille persone presenti nei vari dibattiti, oltre 10.000 persone nei vari concerti tra cui più di 2.000 nella giornata finale ad Acquaformosa con i Modena City Ramblers. 260.000 mila visualizzazioni delle pagine Instagram e Facebook del festival. Altissimo come sempre il livello, sempre con il cuore alla Palestina. Le testimonianze di Roberto Ventrella della Global Sumud Flottilla e Enzo Infantino volontario da anni impegnato nei campi profughi palestinesi e attivista di Recosol (la rete delle comunità solidali) hanno riacceso i riflettori sulla tragedia del popolo palestinese, sul silenzio complice degli Stati europei e sull’ipocrisia dei nostri governanti. Immancabili ad ogni tavolo le GazaCola e il materiale illustrativo sulla situazione a Gaza. I proventi serviranno a finanziare iniziative a sostegno del popolo gazawi. Nelle cene sociali organizzate nei paesi ospitanti, un tripudio di colori e sapori: piatti della tradizione arbëreshë andavano magnificamente a braccetto con pietanze medio orientali, africane, ucraine e afghane. Facile immaginare che nelle cucine si parlasse l’unica lingua possibile, quella della condivisione. Nonostante la presenza imponente di partecipanti, tutti sono stati trattati con riguardo e cura. Stand con materiale informativo, gadget, tutti realizzati dai singoli progetti. Bellissime le borse e le magliette con i disegni di Fabio Magnasciutti ormai ospite fisso al festival e ora insignito della nomina di ambasciatore dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo. Cosa resta di tutto questo? Cosa resta alle persone che hanno partecipato e agli organizzatori dopo tanto lavoro? Chi si occupa di migrazioni ed accoglienza lo sa, spesso si ha la sensazione di impotenza, di non riuscire ad arrivare a chi non conosce il dramma di questo fenomeno e lo vede solo come una minaccia, un nemico da annientare. Il nuovo Patto Europeo del resto è tutto questo: un documento che sancisce la criminalizzazione dei migranti, i respingimenti e ora c’è chi parla di remigrazione senza probabilmente capirne veramente il significato. Resta perciò, alla fine di un festival come questo, la sensazione che continuiamo a parlarci tra di noi senza riuscire a “bucare” il muro alzato da quest’Europa ormai troppo lontana dal Manifesto di Ventotene. Nonostante ciò, fosse anche per una sola vita salvata dalla perversa logica repulsiva, vale la pena di continuare. L’associazione Don Vincenzo Matrangolo ce lo sta dimostrando così come altre piccole e grandi realtà presenti e resistenti del territorio nazionale. Nella serata finale del festival, due ragazzi migranti – Fedi Mgasseb e Faysal Naeem Mia – sono saliti sul palco e hanno raccontato le loro storie, il loro viaggio fin qui e come, dopo inimmaginabili traumi, sono stati accolti dalla Rete Vesuviana Solidale. Il viaggio in mare su un barchino fatiscente che dopo qualche ora di navigazione si è fermato in avaria. Cinque giorni fermi immobili nel mare, senza cibo né acqua, una massa di persone di origini diverse, lingue differenti, in silenzio pregavano. Faysal ha detto, nel suo italiano chiaro ma ancora stentato: “Non parlavamo la stessa lingua, non ci capivamo ma piangevamo tutti allo stesso modo”. Ecco, per Faysal, Fedi e tutti gli altri, uomini, donne e bambini in viaggio su questa Terra, vale la pena di continuare in questa direzione ostinata e contraria, restando umani. -------------------------------------------------------------------------------- Roberta Ferruti, Recosol -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nelle case arbëreshë il mate non manca mai proviene da Comune-info.
September 3, 2026
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Sabir, la lingua del mare oltre i confini
-------------------------------------------------------------------------------- Torre Faro, Messina. Foto di Luca N su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- “Il mare prende, il mare dà” è un antico proverbio marinaio e un modo di dire popolare che esprime la doppia natura del mare: una risorsa generosa che offre nutrimento, vita e lavoro, ma anche un elemento imprevedibile e crudele capace di reclamare vite e distruggere. Il nostro mare Mediterraneo ce lo ricorda ogni giorno con le salme dei migranti che emergono lungo le coste, con i naufragi che ormai non fanno più notizia. Oggi purtroppo questo mare sembra essere solo fonte di dolore e rabbia. Eppure il Mediterraneo ha una storia antica e complessa, resa ancora più straordinaria grazie all’incontro tra culture, storie e popoli diversi, che ne hanno solcato le acque nei secoli. In particolare, tra l’XI e il XIX secolo, da Marsiglia a Istanbul, Tunisi e Algeri, Genova e Palermo, il Mare nostrum è stato il perno dell’intensa attività commerciale di marinai e pescatori, provenienti dalle coste di Europa, Asia ed Africa. Tra di loro non c’erano barriere e la comunicazione era facilitata da un idioma, il sabir, parlato in tutti i porti e sulle navi del Mar Mediterraneo. Noto anche come lingua franca mediterranea, il nome deriva dal termine sabir – sapere – poiché spesso le conversazioni iniziavano con espressioni come “saber”, cioè “saper fare”. Altri autori sostengono che il termine “sabir” sia stato recuperato dall’opera “Il Borghese gentiluomo” di Moliére, uno dei più importanti autori del teatro classico francese del XVII secolo. Nell’opera satirica, portata in scena per la prima volta nel 1670 alla corte di Re Luigi XIV, Molière fa pronunciare al muftì, un alto ufficiale della legge religiosa nei paesi musulmani, le parole “Se ti sabir; Ti respondir; Se non sabir; Tazir, tazir” ovvero “Se tu sai, rispondi. Se non sai, rimani in silenzio”. Era una lingua nata per dare ordini o per trattare, come testimoniano le frasi giunte fino a noi nei diari di viaggio o in altre opere letterarie (come il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes). Un altro esempio tipico di frase in Sabir riportata dalla storia è: “Anda, anda canaglia, anda a palazzo” (Vai, vai canaglia, vai a casa/lavoro). Una lingua nata per comunicare dicevamo, farsi capire di cui restano poche testimonianze scritte. Soltanto nel 1830, in Francia, fu pubblicato il “Dizionario della lingua franca o piccolo moresco” che ha recuperato molti termini del sabir, dotato di un frasario per la vita quotidiana di chi volesse lavorare e vivere vicino al mare. Nell’Ottocento però il suo vocabolario si è disperso ed è stato assorbito dai dialetti dei pescatori ma molti termini sono usati ancora oggi in Italia per indicare pesci, venti, parti delle imbarcazioni o contrattazioni commerciali. Parole nate dalla fusione di radici arabe, greche e ispaniche sono diventate, a tutti gli effetti, parole dialettali locali. Era una lingua di contatto che non apparteneva a nessuno ma che permetteva a tutti di intendersi, una lingua del mare “mediterraneus”, ovvero “in mezzo alle terre”, che ha rappresentato la culla della civiltà occidentale. Secondo gli studiosi di glottologia e linguistica, il sabir rappresenta una tra le più antiche e longeve lingue pidgin oggi conosciute, ovvero quei lessici sviluppati a partire dall’unione di influenze linguistiche differenti,in seguito a fenomeni di migrazioni, colonizzazioni e relazioni commerciali, come per esempio il pidgin nigeriano, il chinglish (cinese – inglese ) o il fanalago sudafricano. Il sabir non aveva una grammatica complessa che si adattava al contesto, seguiva il ritmo dei gesti e dei suoni. Il suo vocabolario era un mix linguistico delle sponde del Mediterraneo: 65-70% italiano, con fortissime influenze dei dialetti marinai dell’epoca, in particolare genovese e veneziano, poi spagnolo (10%), altra grande lingua commerciale e imperiale dell’epoca. A queste si aggiungono contaminazioni da arabo, catalano, greco, occitano, sardo, siciliano e turco. Come le onde del mare il sabir andava e veniva e ogni volta si modificava e si arricchiva: i marinai di Genova e Venezia portavano i propri dialetti nel Mediterraneo e al contempo rientravano a casa introducendo parole “ibridate” nei dialetti costieri locali. Il veneziano e il ligure hanno infatti assorbito e stabilizzato nel proprio lessico marittimo termini alterati dal sabir, legati alle manovre delle barche, ai venti e alle merci. Il siciliano invece ha fatto da ponte grazie alla posizione strategica nel Mediterraneo dell’isola. La parola siciliana patruni (padrone/comandante), è entrata nel sabir e si è evoluta fino a radicarsi persino nelle varianti costiere di Algeri e Tunisi. Scirocco deriva dall’arabo šulūq (vento del sud-est) e il sabir lo ha standardizzato rendendolo universale per tutti i marinai del Mediterraneo, superando le varianti locali. Ghibli, un termine libico-arabo passato attraverso il sabir per indicare il vento caldo del deserto, oggi è usato in molti gerghi costieri del Sud Italia; oppure bonaccia, unione della radice romanza (buono) con la semplificazione tipica del sabir per indicare la totale assenza di vento e il mare calmo. Nei dialetti siciliano e sardo (specialmente legati alla pesca del tonno e alle tonnare), il termine Rais / Raisi si usa ancora oggi per indicare il capo assoluto della pesca. Deriva direttamente dall’arabo ra’īs (capo/comandante), parola cardine del sabir per indicare il capitano della nave. L’elenco di parole in uso derivanti dal sabir oggi è ancora molto ricco e testimonia di un’epoca durata diversi secoli in cui il nostro mare era il centro di scambi non solo commerciali ma culturali che hanno superato le barriere linguistiche inventando una comunicazione semplice e diretta. Un Mediterraneo ombelico del mondo, culla di civiltà e sapienze ben lontano dall’immagine che sempre più si sta radicando nell’immaginario collettivo delle persone del nostro tempo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sabir, la lingua del mare oltre i confini proviene da Comune-info.
July 23, 2026
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Giuseppe, Maria, Francesco. Nomi tipicamente italiani
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “Nelle nostre case popolari, sui citofoni, non abbiamo più Giuseppe, non abbiamo più Maria, non abbiamo più Francesco. Abbiamo Omar, abbiamo Mohammed, abbiamo Abdul. E questo, cari colleghi della sinistra, a noi di Futuro nazionale non va giù” ha detto qualche giorno fa, l’onorevole Rossano Sasso di Futuro Nazionale. Conosco personalmente almeno tre Mohammed con passaporto italiano. Conosco anche un Abdul con passaporto italiano. E di Omar poi… non ne parliamo proprio. Omar è un nome proprio di persona italiano. Deriva dall’arabo ʿUmar (عُمَر), un nome molto antico della Penisola Arabica. Si è diffuso in Italia per via del fascino esercitato dalla cultura orientale e grazie alla notorietà di figure storiche e popolari come Omar Khayyam, l’attore Omar Sharif e il calciatore Omar Sívori. Pur essendo rimasto relativamente raro, negli anni Settanta era molto comune nel Centro-Nord, soprattutto in Emilia-Romagna. Il nome Maria è la forma latina del greco biblico Μαρία (María), a sua volta mutuato dall’ebraico Miryam. Ma ancor prima della sua versione ebraica molti studiosi sono convinti che il nome Maria abbia avuto origine in Egitto. “Mry” la sua versione egiziana, di fatto significa “amata”. Ma andando ancora più indietro nel tempo si trovano tracce del nome Maria addirittura in Siria, ad Ugarit, una delle città più antiche del mondo. Quindi prima di essere italiana, Maria è stata greca, egiziana, siriana, ebrea, ed ha attraversato l’Asia e l’Occidente, per poi fermarsi in Italia, nella sua forma latinizzata derivata dal greco biblico. E l’italianissimo Giuseppe invece? Da dove verrà? Sarà anche lui il frutto di un’invasione straniera che per secoli ha silenziosamente colonizzato i gusti e le scelte di milioni di italiani nel mondo? Beh, anche qui non vorrei far sembrare l’onorevole Rossano Sasso un baccalà per nulla edotto su ciò che sostiene di identificare per certo come “nome italiano”. Ma proprio lui che di mestiere vorrebbe proteggere la cultura italiana dai maledetti figli di immigrati come me, dovrebbe scegliersi meglio i suoi esempi. Perché neppure Giuseppe è spuntato dal suolo italico come un fiorellino autoctono nutrito solo ed esclusivamente da lacrime di patrioti coraggiosi, spaghetti al pomodoro, tricolore e sangue di antichi guerrieri romani. Giuseppe, prima di essere tirato in ballo durante quel patetico intervento poco degno di riecheggiare tra le mura della Camera dei Deputati, è stato un nome originatosi nell’Asia Occidentale. Yosef, Peppino, Giuseppe, è stato ebreo, poi greco (Iosepos) e infine latino (Ioseppos). E proprio da quest’ultima forma che deriva la versione italianizzata di Giuseppe. Francesco ha un’origine che indica addirittura l’appartenenza ad un altro popolo. Quello dei Franchi. Che non erano di certo italiani. Eppure oggi, il nome Francesco, che secoli fa indicava un popolo di barbari stranieri, è il più diffuso ed utilizzato in Italia. Un nome a tutti gli effetti “tipicamente italiano”. L’onorevole Rossano Sasso stesso, che vorrebbe distinguere nomi italiani da stranieri, basandosi sui ciò che per sua ignoranza ritiene più o meno italico, ha un nome di origine persiana. Gli studiosi ritengono che il nome greco che ha dato origine a quello odierno, derivi da una forma persiana o iranica orientale ricostruita come “Raṷxšnā”, collegata alla radice iranica che significa “luminosa”. Il che fa sorridere se penso a quanto poco “illuminato” sia un uomo che a 51 anni dice ancora stronzate razziste perché senza torturare la dignità dei cittadini stranieri che vivono in questo Paese, non saprebbe come guadagnare quei 14.000 euro mensili che riesce a intascare mentre finge di interessarsi di case popolari e italiani costretti a vivere sotto la soglia di povertà. Maria, Giuseppe, e Francesco sono nomi migranti. Non amo utilizzare la parola “migrante” a caso. Ma per i nomi italiani, non c’è parola più precisa. Perché questi nomi si muovono. Sono nomi vivi. Nomi nati da passaggi di bocche che non parlavano la stessa lingua ma che in modo o nell’altro, sono giunti al punto. Maria, Giuseppe e Francesco sono nomi che genitori africani, asiatici e di tutte le etnie oggi danno ai loro figli nati in Italia. Maria è una ragazza con genitori cinesi che abita a Orta di Atella. Giuseppe è un ragazzo con genitori congolesi, nato e cresciuto a Cuneo. Francesco è nato a Terni da genitori pakistani. Mohammed ed Abdul quando vinceranno una medaglia d’oro alle Olimpiadi, per conto di questo Paese che a volte sa essere davvero ingrato e poco generoso nei confronti dei suoi figli, per una o due settimane diventeranno l’esempio più alto e valoroso di cittadinanza italiana. Sulle nostre carte di identità ci sono già nomi che tengono insieme l’Italia e i nostri nomi tradizionali pieni di amore e benedizioni ancestrali. E se a quelli di Futuro Nazionale la cosa non va giù? Col tempo se ne faranno una ragione. Impareranno ad acculturarsi e civilizzarsi anche loro. E magari, con un po’ di voglia in più di comprendere la cultura italiana senza ridicolizzarla con mezzi dialettici tanto miseri quanto imbarazzanti, impareranno a capire che Maria, Giuseppe e Francesco solo a un certo punto, dopo un viaggio di secoli, prestiti, adattamenti e scambi culturali, sono diventati nomi italiani. La vita è un viaggio inarrestabile. L’identità di un popolo come quella di ogni singolo individuo che compone il tutto, è un una forza dirompente che non si può contenere in un fragile barattolino di paure neofasciste e abbiette riletture della nostra realtà. Realtà che pretende un’onestà intellettuale che un razzista senza alcuna conoscenza della ricchezza della propria cultura, non potrà mai incarnare. Maria, Giuseppe, Francesco, Omar, Abdul e Mohammed per me sono nomi meravigliosi. Unici e indivisibili. Hanno continuato e continueranno a viaggiare, ad incontrare lingue, popoli e altre culture. Si adatteranno al presente. Sopravviveranno. E alla fine impareranno a guardare avanti, in attesa di cambiamenti. Persino i nomi “italici” che in teoria dovrebbero farci comprendere a colpo d’occhio chi merita una casa popolare e chi no, ci ricordano che italiani non si nasce, ma attraverso giri, passaggi, scontri e incredibili accidenti, lo si diventa. Chi vuole restare, chi si radica con volontà, nella quotidianità talvolta difficile della vita di tutti i giorni, magari in una casa semplice, dove la priorità e andare avanti e garantirsi dignità e pace per sè o per la propria famiglia, è parte di questo Paese. Vorremmo sentire meno stronzate riecheggiare tra le pareti della Camera dei Deputati. Perché qui c’è gente che lavora e tira a campare. Gente che aspetta che il governo si tiri su le maniche per combattere contro la piaga del lavoro “povero” e degli stipendi da fame. La Camera dei Deputati ha assunto l’aspetto di una discarica abusiva e abusante nei confronti di chi in questo Paese, ha la sola colpa di essere straniero e povero. Ultimamente mi vergogno fin troppo spesso di condividere la cittadinanza con gente come Rossano Sasso. Il Paese sprofonda nella povertà assoluta e i neo/ascisti giocano con la rabbia e la disperazione di un popolo che in fondo disprezzano e che esiste solo per finanziare i loro stipendi. In una situazione così delicata, che esige un senso di responsabilità mai sperimentato prima in questo Paese, usare il razzismo per fare la sanguisuga attaccata alla giugulare della Lega, è imbarazzante. Oltre che nauseabondo. La filippica sui citofoni, gli stranieri privilegiati e le case popolari, anche no. Proprio non ce la meritiamo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Giuseppe, Maria, Francesco. Nomi tipicamente italiani proviene da Comune-info.
June 26, 2026
Comune-info
Il futuro di tutti
-------------------------------------------------------------------------------- Il futuro dei miei, di Alessandro Ghebreigziabiher è un libro di didattica attiva – illustrazioni di Giorgio Delmastro – pubblicato da Voglino Editrice. Si tratta di un’antologia di racconti nata con l’intento di educare al dialogo interculturale. Con ironia e leggerezza affronta temi come il razzismo l’antirazzismo, l’accoglienza, la diversità, l’incontro con le persone che vengono da lontano. Le storie sono ambientate a scuola e in famiglia, ma anche in mare, sulle barche con cui ogni anno migliaia di esseri umani si mettono in viaggio alla ricerca di una vita migliore. Il futuro dei miei, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è stato scritto per un numero speciale del settimanale Carta nel 2008. Quel racconto è qui di seguito narrato dall’autore: -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il futuro di tutti proviene da Comune-info.
June 22, 2026
Comune-info
Cittadini del mondo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Stefania Pizzolla -------------------------------------------------------------------------------- Ad António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite Mi prendo la libertà di scriverle, per sottoporle un’idea. Le Nazioni Unite potrebbero rilasciare una carta d’identità a qualsiasi cittadino del mondo che ne faccia richiesta. La carta non deve necessariamente comportare privilegi o diritti. Potrebbe avere qualche utilità pratica, ma avrebbe, credo, un immenso valore simbolico: tutti gli esseri umani appartengono a un’unica famiglia di cittadini. Esperti mi dicono che il progetto è facilmente realizzabile tecnicamente, data la tecnologia odierna; la maggior parte delle carte potrebbe essere consegnata concretamente per conto dell’ONU da singoli paesi che lo vogliano fare. Forse l’ONU stessa aumenterebbe la sua legittimità simbolica, con miliardi di persone che hanno la sua carta in tasca. Penso che sarebbe meraviglioso offrire a qualsiasi essere umano il senso di appartenenza a un unico popolo. Con rispetto e ammirazione per la sua difficile leadership e la sua voce di saggezza, rara nel mondo contemporaneo. [Carlo Rovelli] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cittadini del mondo proviene da Comune-info.
November 1, 2025
Comune-info
La cucina meticcia dell’Esquilino
-------------------------------------------------------------------------------- POLO CIVICO ESQUILINO E REDAZIONE DI COMUNE presentano a Roma nell’ambito del progetto “PARTIRE DALLA SPERANZA E NON DALLA PAURA” PROMOSSO DALL’ASS. PERSONE COMUNI / EDITORE DI COMUNE Qui il programma completo che include 4 iniziative in diversi quartieri di Roma, tra giugno e novembre 2025 SABATO 20 SETTEMBRE PIAZZA PEPE (Esquilino) Ingresso libero ORE 19 PEDAGOGIA DEL CONFINE Il corpo come luogo culturale, la danza come condivisione Spettacolo di Danza-movimento-terapia Fernando Battista ORE 20 LA CUCINA METICCIA DELL’ESQUILINO Il mondo non è uno scontro di culture, ma un incontro di fritture Cena e concerto/perfomance multimediale donpasta -------------------------------------------------------------------------------- Daniele De Michele da oltre vent’anni, con lo pseudonimo donpasta, utilizza la scrittura e gli spettacoli per indagare e proteggere la cucina popolare. Sabato 20 settembre lo farà incontrando la comunità meticcia dell’Esquilino per una festa di piazza: una grande tavolata, cuochi dal mondo intero, una consolle e un sound system. Cucinare per parlare di tradizioni che si contaminano, di vite in bilico, di resistenze e accoglienze. Saranno raccontate alcune delle tante ricette italiane che hanno origine da ibridazioni secolari come i carciofi alla giudia, il cacciucco livornese, il cous cous di pesce trapanese. E saranno raccontati anche il presente e il futuro prossimo di una cucina sempre più aperta alle contaminazioni. Con le sue tagliatelle, assieme ai cuochi di origine migrante, donpasta immaginerà piatti che prendano spunto da tradizioni diverse. Per questo sul palco ci saranno musica e pentole contemporaneamente, mixer e mini-pimer, una consolle e un piano da cucina, fornelli e cuffie, e tanta farina tenera e di grano duro per l’insostituibile “Imperia” a manovella che sforna tagliatelle. Tutti i sensi saranno chiamati in causa. Naturalmente anche il dj set sarà speziato di sonorità del mondo intero, tra il funk, il reggae, il Sud America e la Londra meticcia… La serata si aprirà con uno spettacolo di Danza-movimento-terapia di Fernando Battista. La danza, presente in ogni tempo, luogo e in tutte le strutturazioni sociali, si rivela uno straordinario mezzo interculturale di condivisione dei vissuti e una modalità partecipata di pensare il fare collettivo. -------------------------------------------------------------------------------- L’iniziativa fa parte del ciclo di appuntamenti “Partire dalla speranza e non dalla paura” realizzato dall’Ass. Persone comuni. Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Artes et Iubilaeum – 2025, finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU per grandi eventi turistici nell’ambito del PNRR sulla misura M1C3 – Investimento 4.3 – Caput Mundi”. -------------------------------------------------------------------------------- Daniele De Michele Don Pasta (www.donpasta.it). Daniele De Michele è autore del film Naviganti, presentato alle Giornate degli Autori di Venezia nel 2021 e I Villani prodotto da Rai Cinema e presentato a Venezia 2018. Eonomista, con un Master in “Economia e sviluppo Economico” all’Istituto Nazionale delle ricerche Agronomiche in Francia, Daniele De Michele dal 2001, con lo pseudonimo donpasta, utilizza la scrittura, le performance, gli spettacoli, le istallazioni, il giornalismo per sviluppare un progetto culturale e artistico sul tema dell’alimentazione. In televisione collabora assiduamente con Geo And Geo (RAI3), La Prova del Cuoco (Rai 1), la rete LaEffe. In radio è spesso invitato a Fahreneith (Radio3), Caterpillar (Radio 2), Decanter (Radio 2) e Capital in The World (Radio Capital). Per Treccani e Corriere della Sera ha curato la serie web-tv “Le nonne d’Italia in cucina”, viaggio nelle venti regioni incontrando nonne in cucina. Collabora Nel 2014 ha pubblicato Artusi Remix (Mondadori), frutto di un lavoro condiviso con il Comitato Scientifico di Casartusi. Ha pubblicato inoltre: Food sound system (2006) e Wine Sound System (2009) per Kowalski-Feltrinelli; La Parmigiana e la Rivoluzione (2011) e La Ballata di Circe (2017) per Stampa Alternativa; Kitchen Social Club (2016) per Altreconomia. Nel giornalismo scrive assiduamente con: Repubblica, Corriere della Sera, Left e Manifesto e Comune. Lo spettacolo Food Sound System gira il mondo dal 2001 (Usa, Vietnam, Zimbabwe, Mozambico, Algeria, Finlandia, Libano, Turchia, Francia, Germania, Spagna) e partecipa ai più importanti festival nazionali (Mittlefest in Friuli; Festival di Ravello; Capodanno di Roma e di Firenze; Arezzo Wave, etc). -------------------------------------------------------------------------------- Fernando Battista, coreografo e performer, porta avanti con l’Università Roma 3 una ricerca sui temi della Danza-movimento-terapia (DMT) in ambito educativo e nei processi migratori. Docente presso diverse scuole di formazione in DMT, Counseling, Psicomotricità e ArteTerapia. partecipa da tempo a progetti internazionali e attività di formazione per docenti e operatori del sociale. Il suo ultimo libro è Pedagogia del Confine (ed. Junior). Corpisensibili è il suo blog. Corpisensibili.com -------------------------------------------------------------------------------- Mezzi pubblici per raggiungere Piazza Pepe metropolitana (fermata Termini) e bus 71 Informazioni: Whatsapp +39 335 5769531 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La cucina meticcia dell’Esquilino proviene da Comune-info.
September 10, 2025
Comune-info
Oltre il pensiero unico
DON TABACCO, DONNA ZUCCHERA E LA CULTURA COME PROCESSO IN CONTINUO DIVENIRE. LE ORIGINI DEL PENSIERO TRANSCULTURALE -------------------------------------------------------------------------------- Antropologo ed etno musicologo Ferdinando Ortiz Fernández (La Havana,1881 – 1969), candidato al Premio Nobel della pace nel 1955, è stato fra i maggiori innovatori del pensiero antropologico del novecento. Nel dibattito attuale, in cui incombe la minaccia di un pensiero unico che vorrebbe appiattire ogni dissenso e ogni canale di confronto culturale, ci sembra importante e opportuno riproporre l‘opera di Ferdinando Ortiz Contrappunto cubano del tabacco e lo zucchero, le origini del pensiero transculturale (Borla 2025). In essa viene messo a fuoco il concetto di transculturacion, ossia l’attraversamento di culture e la loro reciprocità con la pratica del “toma y daca”, “prendi e dai”. L’o­biettivo del saggio è di esporre mediante una analisi – per contrappunto – la sua teoria sui fenomeni di commistione e contatto di mondi differenti (creolo, castigliano, caraibico etc.) che si influenzano vicendevolmente senza che uno si imponga sull’altro. Il titolo Contrappunto– ponere punctum contra punctum – (segnare nota contro nota)è coniato dal linguaggio musicale per indicare la presenza in una composizione o in una sua parte di linee melodiche indipendenti. Come riferisce l‘antropologo del suono Antonello Coliberti (2016), “il contrappunto si concentra sull’aspetto melodico piuttosto che sull’effetto armonico; la chiave è tutta nell’indipendenza delle diverse voci”. Da questa contrapposizione di note può nascere una polifonia come risultato di elementi diversi e di differente valore. Il contrappunto salta il discorso gerarchico delle note. Ortiz parte da questo linguaggio musicale per introdurre la storia di due prodotti caratteristici dell’isola, tabacco e zucchero, divenuti due “personaggi litigiosi” pur se dialoganti. Nel presentarli ricorre alla metafora musicale per descriverne differenze e contrasti dei rispettivi mondi di appartenenza, e come per le note, senza che l‘una prevalga sull’altra. Dal loro incontro si ricevono e si lasciano codici, senza paura di perdere i propri. Come è noto zucchero e tabacco nella realtà sono due prodotti differenti a livello economico e a livello sociale, ognuno con sue proprietà specifiche. Nella suggestiva raffigurazione dell’autore prendono le sembianze di due personaggi particolari della narrazione cubana: Don tabacco e Donna Zucchera (azúcar in spagnolo è anche femminile). Il tabacco è amaro e possiede un aroma, lo zucchero è dolce e non ha odore, il tabacco è audacia, lo zucchero è prudenza. Il tabacco è maschile, lo zucchero è femminile e innumerevoli altre pittoresche rappresentazioni. L’etnomusicologo Ferdinando Ortiz attinge a queste figure fantasiose, radicate nelle tradizioni dell’isola, per evidenziarne contraddizioni e allo stesso tempo varietà e ricchezza. Non c’è spazio per culture superiori. Né “subalterne”, come direbbe Antonio Gramsci. Le osservazioni metodologiche di Ortiz nascono “sul campo” (secondo gli insegnamenti del suo maestro Malinowski) in una Cuba meticcia degli anni Quaranta, aperta alle correnti di tanti mondi che si intercettavano influenzandosi e contaminandosi reciprocamente. Nel particolare spaccato della società cubana di quel periodo si erano infatti formate le condizioni per una mescolamento di culture, secondo un processo creativo e dinamico frutto delle interazioni fra le popolazioni che pullulavano nell’isola, ognuna con i suoi riti, costumi, lingua. Cuba rappresentava come dice Valerio Riva nella sua nota storica al testo (2025, cit.) la “prefigurazione della futura società universale, di un mondo nuovo dove tutte le “razze” si sarebbero mescolate. Riconoscere a ognuna di esse dignità e singolarità e considerarla sullo stesso piano delle altre rappresentava un duro attacco a ogni forma di etnocentrismo, presente ai suoi tempi e ancora duro morire ai giorni d’oggi, se pur “sotto mentite spoglie”. Il suo metodo risultò rivoluzionario per quel periodo e si diffuse in molti paesi suscitando l’interesse fra gli antropologi: latransculturazione superava concetti come “acculturazione o “differenziazione” fino ad allora adottati nel dibattito scientifico. Attualmente vorremmo sottolineare soprattutto i suoi aspetti dinamici e il potere trasformativo. Infatti con la preposizione trans si vuole mettere in risalto la processualità dell’incontro durante il quale si lasciano e si prendono elementi culturali con un arricchimento reciproco. Nel passaggio attraverso altri modi e mondi di conoscenza si possono modificare atteggiamenti mentali chiusi e rigidi della ricerca, della cura, ed in ogni contesto in cui sono necessari apertura e flessibilità. In tale transito si assiste a “contaminazioni” e adattamenti che ogni tipo di siffatti incontri sollecita e provoca. L’opera dell’antropologo cubano è importante anche perché riconosce alla cultura il suo carattere processuale, di divenire più che di divenuto, lontano dalle sirene di esotismi “etno” molto di moda. Il pensiero transculturale offre una chiave di lettura per un mondo plurale, in continuo movimento, dove categorie “etichettanti” non sono sufficienti all’operatore transculturale del terzo millennio di fronte a fenomeni complessi con cui si trova d interagire. Un diverso approccio nella pratica quotidiana con migranti e i rifugiati lo aiuterebbe a considerarli non solo nei loro aspetti sociali ed economici (oltre che umani) ma anche come rappresentanti di altri mondi con cui rapportarsi “dando e ricevendo” senza rischi per la propria integrità. Il mondo è in continua evoluzione e insieme a esso si trasformano le culture e il modo con cui impattano sulla vita degli individui. Ortiz introdusse una visione innovativa basata su un concetto rivoluzionario rispetto ai metodi tradizionali legati (non solo allora) a una visione culturocentrica, secondo cui ogni cultura si ritiene centrale rispetto alle altre, ”periferiche”. Egli offre una prospettiva transculturale aperta a varie derive: clinica, storica, antropologica, psicologica, di ricerca. Il suo testo fa anche riflettere sull’importanza di costruire un pensiero mobile atto a intercettare più che a difendersi, pronto a un nomadismo di pensiero/azione per varcare le cosiddette “soglie di competenza” che spesso bloccano i processi evolutivi in molti ambiti. Nella società che si va configurando non è sufficiente attenersi a un mandato “neutro”, “istituzionale”, trascurando movimenti interni-esterni che ogni processo culturale richiede e produce. A latere bisogna aggiungere che per molto tempo nell’analizzare la sua opera si è soffermati più sugli aspetti positivisti (nel suo primo periodo era stato molto influenzato dal pensiero del criminologo Cesare Lombroso) che sugli gli aspetti innovativi del suo pensiero. Don Ferdinando – come lo chiamava Malinowski – non era solo un intellettuale immerso nei libri, avulso dalla società, ma un uomo impegnato nella attività politica di Cuba del tempo, tanto da militare come deputato nella sinistra liberale, e combattere contro ogni attacco alla democrazia nella sua isola, a fianco degli studenti nelle loro manifestazioni antifasciste. In seguito soffocato dal clima autoritario e repressivo, creato dal dittatore Machado, il Mussolini dei Caraibi, lasciò per protesta l’incarico di parlamentare e andò in esilio a New York, “traslocando con libri, idoli e tamburi”. Pur ricordando le sue contraddizioni (positivista e rivoluzionario) lo consideriamo un punto di riferimento fondamentale per lo psichiatra, psicologo e psicoterapeuta transculturale che attraversa modi e mondi della sofferenza, senza separarli dai loro contesti culturali e sociali e conseguentemente riesce a mettersi in discussione, sospendendo categorie non sintoniche con le realtà che va a conoscere. Come direbbe Foucault (2023): “Il pensare è il fuori dall’accademia, come il conoscere, ben oltre il comprendere, è prendere posizione”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Oltre il pensiero unico proviene da Comune-info.
July 1, 2025
Comune-info
Che cosa vuol dire transculturale? Parte II
LA TRANSCULTURA NON È SOLO LA PROPOSTA DI UNA DIREZIONE, UN TRANSITO FRA MONDI CULTURALI DIVERSI INEVITABILMENTE DINAMICI, MA VUOLE INDICARE ANCHE UNA TRASFORMAZIONE FRA COLORO CHE COSTRUISCONO UNA RELAZIONE -------------------------------------------------------------------------------- Foto ed elaborazione di Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Se è vero che le parole sottendono un pensiero quindi sono parole-pensiero, anche il termine transculturale necessita di alcune spiegazioni per non cadere nella trappola di parole criptiche e quindi incomprensibili. Questo rischio è abbastanza frequente soprattutto quando si utilizzano in campo scientifico (psichiatria transculturale, psicoterapia etc.) dove sono frequenti classificazioni e definizioni spesso distaccate dalla realtà. Fenomeni come l’emigrazione – un terremoto secondo Karl Jaspers -presenta anche aspetti culturali spesso non considerati nella loro giusta rilevanza. Migranti, rifugiati – persone non categorie – vengono in molti casi deprivati della loro storia e della loro cultura. Noi, come operatori della salute mentale, quale atteggiamento utilizziamo verso la loro sofferenza? I vecchi metodi frutto di un pensiero “catastale” forse non sono sufficienti per avvicinarsi a quel qualcosa di “di nuovo” che irrompe nelle nostri menti prima che nei nostri ambulatori, servizi, centri di accoglienza. Siamo presi solo dallo “studiare un oggetto esotico” e quindi interessante, lasciando inalterati i nostri modi di osservare/agire? Quale scienza e con quali strumenti? Queste interrogazioni – più che interrogativi – sono presenti nei nostri processi di cura e di formazione professionale spesso non adeguati di fronte a “nuovi utenti”. In questa sede possiamo accennare a un approccio transculturale, consapevoli che è solo l‘inizio di un percorso articolato che cercheremo di sviluppare più approfonditamente in seguito su queste pagine. Con tale metodo intendiamo un attraversamento di culture durante il quale si è contaminati e si contamina a sua volta, influenzandosi vicendevolmente, senza che una cultura prevalga sull’altra, secondo gli insegnamenti dell’antropologo cubano Ferdinando Ortiz (2025). Egli, coniando il termine di transculturacion “dando e prendendo“( toma y daca) aveva espresso il dinamismo proprio di ogni processo culturale aperto allo scambio paritario. Deleuze la considerava una scienza “dei margini, degli interstizi della liminarità”(Deleuze-Guettari,1980) connaturata alla dimensione dell’incontro e della relazione con tutti gli imponderabili a cui questa modalità conduce. Una sua possibile applicazione, la “psichiatria transculturale”, non deve aggiungersi al già affollato mondo ”psy”come un nuovo modo di catalogare sintomi e sindromi, ma di costruire una direzione di cambiamento nel processo di osservazione, passando attraverso (non sopra) le modalità di esprimere le sofferenze psichiche e le loro manifestazioni culturali. In questo passaggio fra pratiche e saperi diversi che ogni incontro/scontro con culture altre sollecita e provoca. si produce un arricchimento reciproco. Tale percorso offre la possibilità all’osservatore, al terapeuta, al ricercatore, ad ogni operatore di mettersi in discussione, di scommettersi per rendersi conto che il famoso “oggetto” di studio è da tempo diventato soggetto. È qui fra noi, con tutto il suo carico di sofferenza e di diversità. La sua presenza, tra l’altro, pare continuamente chiederci come ci poniamo di fronte a quel “qualcosa che avanza”, a “quello straniero” che ci costringe a guardarci, non solo a guardarlo. Ascolta come mi batte forte il tuo cuore, recita la poetessa Wisława Szymborska. Una società complessa, divenuta da tempo multiculturale e multietnica – a dispetto di chi voglia ancora negarlo – può mettere in difficoltà l’operatore non preparato e porre in forse l’adeguatezza degli stessi i servizi in cui lavora. Una “modalità transculturale” forse può aiutare in quegli attraversamenti di altri mondi e modi di conoscenza associati alla possibilità di modificare l’orizzonte della ricerca, della cura e, in generale, dell’approccio ad eventi e persone provenienti da paesi diversi. Non aiuta certo rimanere ancorati a una posizione culturo-centrica, secondo cui ogni società pensa che la sua cultura sia “centrale” rispetto al “resto con cui viene in contatto”. Ecco quindi l’idea di un viaggio, di una mobilitazione dentro e fuori di sé, di preparazione a un nomadismo di pensiero-azione, necessario per bagnarsi in altro e nell’altro, nell’altrove e nell’altrui. Se è vero che da tempo l’immagine dell’osservatore inerte non va più bene, anche l’osservatore che interagisce con l’oggetto della sua ricerca ha bisogno di ingranare un’ulteriore marcia, quella dell’esploratore un po’ sporco, con i segni del con-tatto. È un viaggio comunque assai poco esotico che si configura specialmente come un processo di trasformazione del “viaggiatore”, all’interno dei propri pregiudizi e visioni del mondo, previa sospensione delle sue vecchie categorie di pensiero. La transcultura non è solo la proposta di una direzione, un transito fra mondi culturali diversi, ma vuole indicare anche una trasformazione fra i contraenti della relazione che si costruisce. Una operazione rischiosa che richiede un cambiamento, un diverso posizionamento lontani da facili la tentazioni di “derive” più facili, più comode, più “alla moda”, consoni a un dibattito marcato da consolidati stereotipi. Un messaggio fuori dal “solito” approccio statico e auto confermante e pronto a divenire sociale e culturale e quindi “politico”, nel senso più alto del temine (e a cui sembra non siamo più abituati). -------------------------------------------------------------------------------- Che cosa vuol dire transculturale? Parte I -------------------------------------------------------------------------------- Alfredo Ancora, Psichiatra e psicoterapeuta, Directeur Scientifique Université Populaire “E. De Martino D. Carpitella” Paris, Ordinary member Society for Academic Research on Shamanism, è condirettore della rivista “Transculturale”. Si occupa di psichiatria e psicoterapia transculturale di gruppo, sciamanesimo, problematiche migratorie e tradizioni popolari. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che cosa vuol dire transculturale? Parte II proviene da Comune-info.
May 14, 2025
Comune-info