Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte II)
--------------------------------------------------------------------------------
Foto di Samuel Regan-Asante su Unsplash
--------------------------------------------------------------------------------
Nella prima parte dell’articolo abbiamo sottolineato come la dimensione gruppo
rappresenti un punto importante in molte culture, tanto da parlare di un
io-gruppo contrapposto alla concezione solo individuale euro-centrica. Alla luce
di tali osservazioni, si richiede ai terapeuti in un ottica di servizio una
maggiore disponibilità all’ascolto e alla conoscenza più che
all’interpretazione, ricordando l’etimo greco di terapeia nel suo significato
anche di servizio). Conoscere, ben oltre il comprendere, è “prendere posizione”
dice Foucault.
L’incontro di gruppo diventa un luogo di ascolto, di cambiamento, di
apprendimento anzi deuteroappredimento (apprendere ad apprendere (G. Bateson
Verso una ecologia della mente,1973) nel cui processo sono coinvolti tutti i
componenti (utenti e operatori) e le loro interazioni. Esso diventa uno spazio
libero dove finalmente è possibile raccontare le loro sofferenze, i loro traumi,
le loro emozioni e avere il tempo per nuove narrazioni. Il percorso insieme
diventa un viaggio transculturale – nel senso di un gruppo attraversante diverse
culture – formato inizialmente solo da migranti e richiedenti asilo per poi nel
corso del tempo arricchirsi anche di pazienti italiani in un processo di cura
comune.
Il passaggio dal gruppo omogeneo (da cui si era partiti) composto solo da
pazienti stranieri al gruppo eterogeneo aperto anche a utenti italiani ha
rappresentato un passo evolutivo nella scrittura di una nuova storia: quella di
un gruppo transculturale, nato sul campo, con operatori disponibili a salire su
“un tale naviglio” lasciando a terra vecchie categorie e vetusti tecnicismi.
Come ben ci ricorsa Deleuze:
“non si tratta più di tradurre, né di interpretare: tradurre in fantasmi,
interpretare in significati e in significanti, no, non è questo. C’è un momento
in cui bisogna pure condividere, in cui ci si deve mettere nella condizione del
malato. Bisogna andarci, condividere il suo stato. Si tratta di una specie di
simpatia o di empatia o di identificazione? È sicuramente qualcosa di più
complesso. Ciò che sentiamo è piuttosto la necessità di una relazione che non
sarà né legale, né contrattuale, né istituzionale (…). Il solo equivalente
concepibile sarebbe imbarcato con” (G. Deleuze Divenire molteplice, 1996).
Sorge una domanda: noi operatori della salute mentale siamo capaci di farlo, di
metterci in gioco? Il livello si sposta quindi sulla nostra disponibilità a
partecipare alla costruzione di un luogo esperienziale in cui si intrecciano
vissuti e sofferenze nostre e altrui. In un tale contesto si sviluppano modi e
mondi di esprimere il disagio psichico secondo la propria cultura utilizzando
una “comunicazione in carne e ossa” espressa dalle persone non solo dai loro
sintomi. In realtà, l’obiettivo (un po’ pretenzioso!) era riuscire a mettere in
comune più realtà di diversa natura, paese, cultura e scoprire quanto il mondo
della sofferenza psichica sia vario ma allo stesso tempo presenti molte analogie
se pur sotto nomi diversi. L’importanza di tali incontri è stato (ed è) creare
le possibilità per far venir fuori – come da un vaso di pandora – gli elementi
riferibili al ”trauma migratorio”, invisibile, rimosso, rimandato, taciuto, pur
presente sotto diverse forme di sofferenza usata per esprimerla. In tale veste
si sono materializzati i racconti commoventi di un’infanzia strappata di un
ragazzo di Bucarest, la paura di chi ha attraversato la Libia scoprendo un mare
fino ad allora mai visto, i tentativi di autolesionismo di chi non riusciva a
sopportare pesi divenuti troppo gravosi, il senso di religiosità vissuta in
maniera molto intensa e talvolta estrema, le esperienze di droga e illegalità
vissute nelle periferie romane. Uno spaccato di vite e di sofferenze che ha
prodotto nel percorso del gruppo vicinanze e condivisioni fino a potersi
permettere anche piccole pause “sdrammatizzanti“ come in un momento in cui un
ragazzo ghanese parlando della sua terra, ricca di miniere d’oro ai tempi
dell’impero Ashanti si sentì dire da un ragazzo napoletano una tale battuta: “Io
ti do l’oro di Napoli e tu mi dai l’oro di Ashanti”.
La possibilità di parlare senza censure ha permesso a ciascuno di loro di poter
esternare agli altri “qualcosa di suo” come i legami forzatamente interrotti
piene di in tristezza e malinconia, stati depressivi che hanno prodotto chiusure
e silenzi anche all’interno del gruppo. Il clima emotivo che si è costituito ha
in realtà permesso di liberarsi di un po’ di pesi reso grazie alla fiducia nel
potersi affidare l‘un l’altro, riconoscendo a tutti i partecipanti un percorso
comune e solidale anche se non sono mancati momenti di divergenza.
L‘appartenenza al gruppo ha inoltre contribuito a offrire una identità che
rendeva ognuno più forte e consapevole. Infatti il bisogno di farne parte e di
essere essi stessi riconosciuti dagli altri, permeava gli incontri di un’aria
familiare, demedicalizzata. Stava iniziando in realtà una nuova storia comune e
finalmente condivisa.
Per finire riporto quanto accadeva nella sala d aspetto del Servizio di Salute
Mentale. I partecipanti rispondevano così a chi chiedeva il motivo della loro
presenza al servizio: “Siamo in attesa non per una visita: siamo qui per
partecipare al gruppo”.
--------------------------------------------------------------------------------
L'articolo Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte II) proviene da
Comune-info.